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La guerra in Ucraina continua mentre è in preparazione il conflitto generale

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Lo scorso 15 agosto, Trump e Putin si sono incontrati in Alaska, con il presidente americano che annunciava: «Siamo sulla strada giusta, spingerò la Nato e Zelensky all’accordo». Poco più di un mese dopo, all’Assemblea Generale dell’ONU, lo stesso Trump dichiarava: «Penso che l’Ucraina, con il sostegno dell’Unione Europea, sia nella posizione di combattere e riconquistare tutta l’Ucraina nella sua forma originaria. Con tempo, pazienza e il sostegno finanziario dell’Europa e, in particolare, della NATO, il ritorno ai confini originari da cui è iniziata questa guerra è un’opzione molto concreta

Il presidente che si vanta di aver posto fine a sette guerre, aspirando al premio Nobel per la pace, che voleva risolvere la guerra in Ucraina prima in 24 ore, poi in 100 giorni, mostra con queste sue contorsioni l’unica verità che il Partito ha da sempre affermato, ossia che tutti i “grandi uomini”, compresi i presidenti degli Stati più potenti al mondo, non sono altro che “povere marionette” mosse da potenti forze economiche e sociali e che il loro ego smisurato, alimentato da schiere di pennivendoli e adulatori, nulla può dinanzi agli smottamenti provocati dalle crisi del modo di produzione capitalistico, né tanto meno alle convulsioni dello scontro tra le classi.

I vari giri di valzer di cui si rendono protagonisti i principali capi degli Stati borghesi, come quello in Alaska tra Putin e Trump, non devono pertanto ingannare il proletariato internazionale sulla possibilità di accordi che mettano fine alle guerre in corso: nonostante le strette di mano, la prospettiva non è quella di una attenuazione dei contrasti inter-imperialistici, ma il loro aggravamento, fino alla guerra generale.

Alla base delle guerre del capitale vi è la necessità di massicce distruzioni di merci e proletari in eccesso per superare le crisi economiche, sempre determinate da una sovrapproduzione che non trova sbocco sui mercati, ormai saturi. La stessa guerra commerciale attualmente in corso non è altro che l’espressione di questa difficoltà.

La guerra nell’epoca dell’imperialismo è una necessità economica e non una scelta politica perché, solo attraverso una gigantesca distruzione di merci e proletari, il capitalismo può ricominciare un nuovo ciclo di rapina e di sfruttamento, sulla base di nuovi equilibri tra le potenze e una nuova ripartizione di accesso alle fonti energetiche, alle materie prime e ai mercati mondiali.

Per cui non ha importanza neanche il colore politico di cui si ammantano i vertici di qualunque Stato capitalista, le cui ideologie sono solo la necessaria propaganda per spingere i proletari a versare il proprio sangue per interessi prettamente borghesi.

Ogni Stato nell’epoca dell’imperialismo si presenta nell’arena mondiale come un brigante pronto alla rapina o alla difesa del proprio bottino, avendo come unico interesse la spartizione dei mercati mondiali il più possibile favorevole agli interessi dei suoi capitalisti. Ma, dato che ogni Stato si caratterizza per un diverso peso economico, e quindi di conseguenza politico e militare, e che la stazza di ciascun contendente è direttamente legata a diversi stadi di sviluppo delle varie economie nazionali, è inevitabile che le vecchie potenze capitaliste siano incalzate dalle nuove che pretendono una più “equa” ripartizione dei mercati e delle sfere di influenza.

In tal modo, alle vecchie potenze capitaliste, spesso indicate come l’Occidente, corrispondenti all’area dell’Europa centro occidentale e dell’America settentrionale, insieme a pochi altri paesi nel resto del mondo, come il Giappone, si sono affiancati nuovi capitalismi emergenti che hanno visto sviluppare la propria economia negli ultimi decenni, individuati ultimamente nel cosiddetto Sud Globale. In questo contesto, il principale antagonismo sulla scena mondiale è quello tra l’imperialismo americano e quello cinese, tra un vecchio capitalismo che mantiene i suoi privilegi mondiali in virtù di una posizione dominante conquistata con le guerre del secolo scorso e un capitalismo rampante che pretende una nuova configurazione dell’ordine mondiale, con le altre potenze minori che, in base al loro peso economico, politico e militare, tentano di ritagliarsi un proprio spazio di manovra.

La prospettiva dello scontro tra Stati Uniti e Cina costituisce il contesto generale nel quale si inseriscono anche le vicende del conflitto in Ucraina. Tra le cause che hanno determinato quella guerra bisogna considerare l’atteggiamento degli USA nei confronti della Russia, con il tentativo dell’imperialismo americano di indebolirla, sostenendo la lotta armata dell’Ucraina e colpendo la Russia con sempre maggiori sanzioni economiche, in modo da ridimensionare notevolmente il peso dell’imperialismo russo in previsione di suoi futuri coinvolgimenti sui fronti della contesa mondiale; senza escludere la possibilità di un vero e proprio crollo dell’attuale regime del Cremlino con l’avvicendamento di una direzione più incline ad assecondare i dettami di Washington. Eliminato il pericolo di un intervento russo, o ridimensionato di molto il suo potenziale, gli USA si sarebbero potuti meglio occupare del nemico numero uno: la Cina.

Fallito sul campo il tentativo di sconfiggere militarmente l’imperialismo russo e senza ottenere risultati decisivi sul versante della guerra economica, la necessità di non distogliere importanti risorse dal fronte del Pacifico, che sarà il principale teatro della guerra che verrà, sembra spingere gli USA ad un cambio di rotta nella vicenda ucraina.

La guerra di Trump”

Il tentativo di trovare un accordo con la Russia, o quantomeno di stabilire un dialogo tra i due imperialismi, di cui è chiara espressione il recente incontro di agosto in Alaska, è quindi il frutto di una contesa imperialistica che coinvolge il mondo intero.

La difficoltà di giungere ad un accordo risiede nel coinvolgimento di altri attori che si muovono in direzione contraria ad una conclusione della guerra in termini che, dato l’andamento del conflitto in corso, risultano favorevoli alla Russia.

Prima di tutto, va considerata la posizione dell’Ucraina. Abbiamo respinto fin dall’inizio della guerra i falsi proclami del nazionalismo ucraino, secondo cui si trattava di una guerra di difesa contro l’aggressione russa per la libertà e l’indipendenza nazionale, trattandosi invece di una guerra imperialista da entrambi i lati, nella quale la borghesia ucraina ha venduto il suo proletariato alle borghesie occidentali, per usarlo come carne da cannone nella guerra in corso contro la Russia. Il fatto che, nonostante le conquiste di territorio da parte dei russi e una situazione disastrosa nell’esercito, sul campo non si sia delineata ancora una netta sconfitta ucraina lo si deve al fatto di poter contare ancora sul sostegno di gran parte degli Stati europei, contrari alla cessazione delle ostilità.

Quindi si determina un irrigidimento della posizione negoziale dei vertici politici dello Stato ucraino che, in caso di un accordo russo-americano si vedrebbero costretti ad accettare condizioni simili ad una resa vera e propria, resa che i campi di battaglia, almeno per il momento, non hanno ancora decretato.

Inoltre gli Stati europei, nonostante le diverse sfumature, sono finiti per adeguarsi alle imposizioni di Washington e sostenere l’Ucraina nella guerra contro la Russia, con decine di miliardi di forniture di armi ed aiuti economici. Oltre a ciò le forzature americane per spezzare il legame energetico con la Russia e rivendere a prezzi molto più alti i propri prodotti energetici, hanno fatto perdere ai paesi europei il vantaggioso rapporto economico dovuto al basso costo dei prodotti energetici russi e sprofondare l’industria europea a causa dell’aumento dei prezzi energetici, senza alcuna prospettiva di contropartita, dal momento che il banchetto attorno alla semidistrutta ucraina, con una possibile spartizione delle sue risorse, andrebbe a vantaggio principalmente di americani e russi.

Un possibile accordo tra Russia e Stati Uniti potrebbe orientare la guerra in direzione di una sua cessazione, in considerazione del disimpegno economico di questi ultimi mentre l’Ucraina potrebbe risultare impossibilitata a continuare da sola la guerra, e con i paesi europei incapaci di reggere sul piano militare ed economico il sostegno alla guerra stessa. Ma la guerra resta comunque un grande affare per la borghesia che può fare enormi profitti attraverso le industrie degli armamenti. La continuazione della guerra in Ucraina va quindi in direzione di un ridimensionamento dell’impegno economico americano, ma con i costi della guerra che vengono scaricati in gran parte sugli europei, secondo uno schema che vedrebbe l’Europa comprare le armi dagli americani per continuare la guerra contro la Russia tramite l’Ucraina.

Si tratta del cosiddetto PURL (Prioritised Ukraine Requirements List), il nuovo meccanismo messo a punto recentemente in ambito NATO per fornire all’Ucraina il materiale militare di cui necessita. In sostanza, tale meccanismo prevede il pagamento di armi americane da parte degli alleati NATO, quindi degli europei, che poi vengono consegnate agli ucraini

In estrema sintesi, gli ucraini fanno la lista, gli americani forniscono il tutto e a pagare sono gli europei, un vero affare per Washington.

A pagare la continuazione della guerra in Ucraina saranno quindi quasi interamente gli europei e, non a caso, sono ripartite le discussioni per utilizzare le riserve russe congelate dai paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina, stimate in oltre 200 miliardi in Europa, a favore di Kiev, che ha bisogno di oltre 60 miliardi all’anno solo per le esigenze militari.

Ma non c’è solo l’interesse americano ad inondare l’Europa di armi, la continuazione della guerra è un ottimo affare per l’economia americana anche dal punto di vista energetico, con la possibilità di aumentare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Già l’accordo tra USA e UE sulla questione dei dazi aveva portato anche ad un’intesa riguardante la vendita di prodotti energetici americani, petrolio e gas, con gli Stati Uniti che imponevano ai paesi UE l’acquisto di 750 miliardi di dollari in tre anni. Nei primi giorni di settembre, in occasione della riunione dei cosiddetti “volenterosi”, il presidente Trump ammoniva gli europei di smettere di comprare petrolio russo, posizione ribadita nel suo discorso all’ONU. In tal modo, dopo aver lacerato il legame energetico con il vicino russo, l’Europa si trova costretta a subire l’imposizione dei prodotti energetici americani, più cari di quelli precedentemente acquistati dalla Russia.

Inoltre, oltre a ritrovarsi costretti ad accettare pesanti condizioni nella trattativa sulla questione dei dazi, gli europei devono far fronte alla prospettiva che la possibile evoluzione della guerra commerciale degli Stati Uniti potrebbe consistere nel forzare l’Europa ad associarsi alla guerra commerciale contro la Cina, in cambio di un sostegno alle sanzioni alla Russia.

Posti in una condizione di evidente svantaggio, gli europei subiscono i colpi del proprio “alleato” d’oltreoceano, interessato a piegare un concorrente economico e commerciale. D’altronde, per l’imperialismo americano la guerra in Ucraina è stata fin dall’inizio volta non solo contro la Russia ma anche contro l’Europa.

Persa “la guerra di Biden”, come Trump ha sempre definito il conflitto ucraino, che non ha piegato la Russia sul campo, e con le sanzioni, la continuazione della guerra è comunque un buon affare per gli americani. È “la guerra di Trump”, che mantiene in tutto il suo carattere imperialistico di rapina, solo con qualche modifica al copione precedente: gli ucraini continuano a mettere la carne da cannone, gli europei si accollano i costi della guerra e gli americani incassano.

Solo il proletariato può fermare i massacri in corso

La continuazione della guerra però inevitabilmente rimescolerà le carte degli attori coinvolti, con molta probabilità in senso ancora più sfavorevole all’Ucraina e ai suoi sostenitori, in quanto la situazione sul campo permane disastrosa per l’Ucraina, confermando l’avanzata russa e la incessante distruzione dell’esercito ucraino. Le notizie che giungono dai fronti di guerra e dalle città e dai villaggi ucraini consentono di non escludere la possibilità di un crollo interno all’esercito ucraino, che deve reggere all’urto dell’avanzata russa in condizioni di carenza di personale militare per le enormi perdite subite nei combattimenti e per la difficoltà a rimpiazzare tali perdite a causa dell’opposizione sempre più diffusa al reclutamento, ovvero a fare da carne da cannone, che assume sempre più l’aspetto di un vero e proprio conflitto interno, con la necessità da parte delle strutture militari ucraine di usare brutali metodi per costringere gli uomini all’arruolamento nell’esercito. Purtroppo, la resistenza alla violenza dell’apparato statale ucraino permane confinata ad atti prettamente individuali, anche se non mancano episodi più o meno organizzati di opposizione alla mobilitazione forzata. I dati che la stessa stampa borghese fornisce sono comunque consistenti: secondo la Procura generale dello Stato a Kiev, i numeri di soldati che hanno lasciato le loro unità senza autorizzazione e quelli dei disertori nel 2022 sono stati rispettivamente 6.900 e 3.500; nel 2023, 17.600 e 7.800; nel 2024, 67.800 e 23.300, mentre nei primi 7 mesi di quest’anno già 110.500 e 15.300, gran parte quindi dei mobilitati negli ultimi mesi.

Situazione che è certamente ben tenuta in considerazione dagli americani e che contribuisce alla postura della nuova amministrazione USA rispetto alla guerra in corso, mentre in Europa alcuni capi di stato non disdegnano l’ipotesi di inviare proprie truppe in Ucraina, e intanto tutti approntano piani di riarmo.

L’aumento delle spese in armamenti inevitabilmente trascina dietro di sé anche un cambiamento rispetto alla politica adottata finora in alcuni paesi europei circa la questione della leva militare. È il caso, ad esempio, della Germania, che verso fine agosto ha iniziato a rivedere la sua politica di reclutamento militare. La riforma della leva in Germania prevede che, dal prossimo anno, tutti i nuovi maggiorenni riceveranno una lettera dall’esercito, con l’obbligo per i ragazzi ad indicare l’eventuale interesse a un periodo di servizio e di sottoporsi a una visita medica. Chi sceglierà l’arruolamento dovrà restare almeno sei mesi, con la possibilità di prolungare il servizio beneficiando di bonus. Terminata l’esperienza, si rimarrà comunque a disposizione come riservisti.

Per ora è prevalso un compromesso tra chi vorrebbe mantenere la volontarietà e chi invece sostiene la coscrizione obbligatoria.

Intanto, però, si inizia a preparare il terreno, con tanto di visita medica, e poi incentivi economici per spingere all’arruolamento. L’obiettivo è quello di portare le forze armate tedesche dai circa 182mila effettivi attuali a quota 260mila (più 200mila riservisti) entro la fine del decennio.

Non da meno sono i piani di aumento delle forze armate di altri paesi europei, come la Polonia, che punta ad un esercito di mezzo milione di uomini tra professioni e riservisti.

Come ha dimostrato il conflitto ucraino, vi è la necessità di dotarsi di eserciti di massa.

In un contesto del genere, nessuna illusione permane circa le sorti dei proletari europei, come d’altronde di tutti i proletari nel resto del mondo, che saranno sacrificati dalle proprie borghesie in una guerra in corso di preparazione.

L’unica possibilità per non finire a fare da carne da cannone, come è indicato dalle stragi di soldati russi e ucraini, è che i proletari in divisa fraternizzino con i proletari schierati dall’altro lato del fronte e rivolgano le armi in pugno contro la propria borghesia e il suo stato.