Partito Comunista Internazionale

Australia: l’arbitrato e la Fair Work Commission sono il risultato della collaborazione di classe e uno strumento di repressione contro i lavoratori da parte della borghesia! (pt. 1)

Categorie: Australia

Articolo genitore: Australia: l'arbitrato e la Fair Work Commission sono il risultato della collaborazione di classe e uno strumento di repressione contro i lavoratori da parte della borghesia!

Questo articolo è stato pubblicato in:

Traduzioni disponibili:

L’arbitrato, come forma di collaborazione di classe, ha avuto origine nell’Inghilterra del XIX secolo. Tuttavia, le condizioni necessarie per l’esistenza sia della conciliazione che dell’arbitrato erano presenti già prima delle normative di Westminster (1867, 1872 e 1896). Le leggi elisabettiane del 1562-1563 miravano a fissare i prezzi, imporre salari massimi, limitare la libertà di movimento dei lavoratori e regolamentare la formazione. Prevedevano che la valutazione dei salari potesse essere sancita da mediatori nominati dallo Stato. Tuttavia, l’idea dell’arbitrato industriale trova una più chiara espressione nel Master and Workmen’s Act del 1824, “per la risoluzione delle controversie che possono insorgere tra i datori di lavoro e i lavoratori impegnati nella produzione del cotone”.

L’’arbitrato come strumento per assicurare la collaborazione di classe fu istituzionalizzato solo all’interno di nuovi governi federati sotto l’impero britannico: Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia. In queste colonie, la portata limitata dei mercati locali richiedeva la sicurezza della produzione per l’esportazione, mantenuta da settori della classe operaia relativamente piccoli che vivevano in prossimità dei siti di produzione. Questa sicurezza si realizzò attraverso i tribunali. L’emanazione di “accordi” imposti dallo Stato vincolava la manodopera, altrimenti instabile, a parametri controllabili. È in questi tribunali di accordi industriali obbligatori che si sosteneva di poter raggiungere una risoluzione cosiddetta“equa”, che avrebbe potuto escludere ogni accenno di mobilitazione operaia incanalandola secondo percorsi “appropriati” . 

Instancabilmente, oggi come ieri, i traditori della classe operaia favoriscono il coinvolgimento sempre maggiore dello Stato. Con lo scopo di eludere  la mobilitazione, liquidandola come ‘distruttiva’ o “inappropriata”, offrono invece di chiedere concessioni in tribunale alla classe dirigente. La borghesia, naturalmente, concede queste riforme dopo sufficienti discussioni, lontano dal posto di lavoro, in modo che i lavoratori rinuncino alla mobilitazione mentre aspettano che i procedimenti legali si trascinino, dove, alla fine, la richiesta iniziale viene approvata come un guscio vuoto. È così che lo Stato e i padroni forgiano il quadro: cercano di ostacolare, sopprimere e rinviare qualsiasi azione della classe operaia che sfugga al loro controllo.

Nelle fasi di accumulazione allargata, la borghesia può permettersi di mascherare il proprio dominio con una veste “sociale”, rafforzando lo “Stato assistenziale” e consolidando la presa sulla classe lavoratrice: i tribunali arbitrali, l’assistenza sociale e le condizioni di lavoro e di vita diventano strumenti per integrare il proletariato nell’apparato del capitale, per addomesticare il conflitto. Tuttavia, questo meccanismo non è nato dalla forza, ma dalle sconfitte del movimento operaio, quando correnti opportunistiche e mediatori della classe media o borghese hanno deviato la lotta di classe verso canali istituzionali, offrendo ai lavoratori “accordi migliori” e allontanando il pericolo dello scontro aperto. Una volta incorporate, queste concessioni sembrano durature, ma ad ogni recessione, la maschera cade e le stesse istituzioni che un tempo promettevano equità tornano ad imporre divieti e decreti, sostenuti dall’intervento della polizia e dalla violenza, per soffocare l’agitazione e spezzare gli scioperi. Si alternano, a seconda delle esigenze dello Stato e del Capitale, integrazione e repressione.

A questo proposito, esamineremo i tribunali del lavoro australiani, quelli della Fair Work Commission (FWC), uno dei tribunali più potenti ed estesi delle democrazie liberali.

Perché l’arbitrato è nato in Australia

La prima crescita significativa dell’opportunismo all’interno del movimento sindacale australiano avvenne durante un periodo di grande mobilitazione della classe operaia. Già negli anni Ottanta del XIX secolo, il proletariato australiano si era distinto come una forza significativa operante nei crescenti antagonismi all’interno della società capitalista in fase di crescita.

A seguito di una grande depressione in Australia, dove la disoccupazione raggiunse il picco del 33%, si innescò un periodo di significativa mobilitazione operaia. In precedenza, quando la corsa all’oro degli anni ’40 dell’Ottocento cominciò a cedere il passo all’allevamento come attività economica dominante, la sindacalizzazione ebbe notevole sviluppo nei settori di nuova costituzione. Inoltre, i lavoratori, imparando dalla fallita ribellione di Eureka (che non era altro che una violenta lotta dei piccoli produttori), avevano iniziato a comprendere la necessità della lotta collettiva. 

Negli anni Novanta dell’Ottocento l’aggravarsi della situazione economica portò a grandi scioperi. In particolare, uno sciopero di solidarietà che si estese dai tosatori ai portuali e successivamente ai minatori di carbone,interessò oltre il 50% dell’Australia (principalmente paralizzando il commercio marittimo, dove le mancate esportazioni rappresentavano la maggior parte del danno, poiché le riserve di lana e carbone nei porti non potevano essere spedite a destinazione).Tali azioni rappresentarono una dura lezione per la borghesia.

La classe dominante dovette impegnarsi in significative azioni repressive in cui le truppe e la polizia ricevettero l’ordine di “mettere gli scioperanti fuori combattimento”, mobilitando risorse per organizzare mano d’opera a sostituire gli scioperanti. A tale scopo si erano creati i sindacati padronali. Organismi come l’Unione dei datori di lavoro del Victoria (1865) e del Nuovo Galles del Sud (1888) che furono fondamentali per promuovere la creazione di un organismo nazionale: la Camera di commercio australiana (1901).

Tuttavia la mobilitazione operaia negli anni 1891-92-94 aveva indebolito la posizione della borghesia al punto che la piccola borghesia si era quasi rassegnata all’idea di dover assistere al trionfo della classe operaia. La classe media e la piccola borghesia erano pronte a svolgere un ruolo passivo sulla scia del proletariato in movimento e dei crescenti disordini urbani. L’appello per un “XX secolo socialista” era frequente nei giornali dei lavoratori.

Tuttavia la borghesia e i grandi proprietari terrieri, in assenza di un’avanguardia operaia unificata e organizzata in partito politico preparato a guidare l’assalto, furono in grado di organizzarsi e difendersi.

Le controffensive contro i lavoratori ebbero la meglio, recuperando i precedenti aumenti salariali con tagli fino al 30%. La classe media, ormai sempre più distante dal proletariato in sciopero e dalle sue ripetute sconfitte, assorbì i lavoratori indeboliti e entrò nella politica parlamentare. Assistiamo così alla formazione dei partiti laburisti statali che promossero con successo i tribunali di conciliazione come principali sostenitori di un metodo legalistico per risolvere i conflitti di classe.

Il Partito Laburista, indipendentemente dalla sua costituzione organizzativa come “Partito socialdemocratico”,tenendo a riferimento la piccola e media borghesia era ed è materialmente il principale difensore del sistema capitalistico dal quale solo apparentemente protegge i lavoratori. 

A seguito della costituzione della Federazione australiana, mentre si rafforzavano i nuovi parlamenti, la legislazione per l’introduzione di un tribunale federale del lavoro per gli accordi industriali ebbe successo grazie al Commonwealth Conciliation and Arbitration Act del 1904. Questa legge fu originariamente concordata dalle colonie nel 1886 “in modo che le controversie tra datori di lavoro e lavoratori potessero essere risolte in futuro senza ricorrere ai mezzi crudeli e non scientifici che erano stati solitamente adottati in passato, vale a dire scioperi e serrate” (dal Congresso intercoloniale dei sindacati e delle associazioni di categoria dell’Australasia).

Imparando dall’esperienza recente, la nuova costituzione e la nuova legge conferirono al Commonwealth l’autorità esplicita di centralizzare la regolamentazione industriale all’interno di un tribunale federale, con il potere di ricorrere all’arbitrato forzato e all’azione punitiva..

La legge articolava questo potere creando la Corte di conciliazione e arbitrato del Commonwealth, conferendole chiari poteri per prevenire scioperi e picchetti, imporre l’arbitrato su accordi tra datori di lavoro e dipendenti ed emettere sentenze vincolanti su salari e condizioni di lavoro.

L’arbitrato obbligatorio richiede che, quando un datore di lavoro e  i suoi dipendenti  sono in trattative per la retribuzione, le condizioni  di lavoro, ecc., la controversia sia deferita a un tribunale statale o indipendente, che media e infine emette un lodo vincolante sui termini del contratto.

La definizione di “controversia industriale” contenuta nella Costituzione è stata immediatamente ampliata nella legge per includere le controversie relative all’occupazione nelle ferrovie, ai dipendenti pubblici e alle industrie controllate dallo Stato.

Sono state previste misure punitive: si possono vietare le azioni sindacali, determinare salari e condizioni di lavoro legalmente vincolanti e farli rispettare attraverso multe, reclusione e scioglimento  dei sindacati. È stato definito l’ambito consentito delle azioni sindacali, inserendo le richieste della classe operaia nei canali legali e limitando gli scioperi. La centralizzazione degli affari sindacali nelle mani degli organi esecutivi della corte significava  eliminare l’influenza della massa dei lavoratori sulle decisioni finali riguardanti l’azione rivendicativa .

Ma l’efficacia dei tribunali richiedeva una maggiore sottomissione dei lavoratori e il suo  effettivo utilizzo da parte della borghesia. Sarebbe quindi stato “corretto” che i sindacati o i datori di lavoro si rivolgessero ai tribunali solo quando l’altra parte fosse stata d’accordo. I sindacati che si fossero rifiutati sarebbero stati puniti con la massima severità.

I lavoratori tentarono il loro primo e più duro sciopero nel 1917. Il tenore di vita, appena recuperato dopo 20 anni, era crollato nuovamente, salari reali diminuiti di un terzo; la disoccupazione arrivò a superare il 10%. Durante la guerra, il governo introdusse diverse leggi per pacificare e reprimere gli elementi più sovversivi della classe operaia con divieti assoluti e una dura repressione dei lavoratori in lotta. Si sarebbero potuti espellere gli “stranieri” che avessero “messo in pericolo” il governo, limitate tutte le comunicazioni e obbligata “qualsiasi persona a rivelare qualsiasi informazione” che consentisse l’espulsione dei membri del prevalente IWW e dei leader sindacali. In seguito queste norme repressive si estesero  fino a diventare un vero e proprio attacco ai lavoratori attraverso anche il divieto dei simboli, come la bandiera rossa.

La Corte poté avvalersi di questa legge per reprimere esplicitamente lo sciopero dei minatori del carbone del 1916 e proibì ai membri del sindacato più radicalizzato Waterside Workers Federation di lavorare nei porti più trafficati. Tuttavia, spinti dall’introduzione di un nuovo sistema di risparmio di manodopera nei tram e nelle ferrovie, oltre che da anni di crescenti sacrifici legati alla guerra, i lavoratori si mobilitarono in uno sciopero generale

In base alla legge del 1904, il tribunale reagì. Multò gli scioperanti per quasi 10 anni di stipendio, incarcerò i leader e cancellò 22 sindacati. L’evento coinvolse oltre 100.000 lavoratori e tutti gli scioperi e i blocchi furono dichiarati illegali. 

Ancora una volta i tribunali arbitrali si erano rivelati come un organo dell’apparato repressivo dello Stato borghese, che operava di concerto con i suoi organi armati e i suoi ausiliari reazionari.

La legge che vietava la bandiera rossa fornì un pretesto per scatenare gli strati più reazionari contro i lavoratori. I membri più coraggiosi della classe operaia e dei soldati, sempre più influenzati dagli emigrati russi del 1905, marciarono contro il divieto. Mentre la  stampa borghese parlava di una “rivolta bolscevica”, bande reazionarie composte principalmente da ex militari, furono mobilitate in due assalti alla Russian Workers’ Hall. La polizia intervenne non per difendere i lavoratori, ma per regolare il disordine che non era disposta a tollerare, assicurandosi che rimanesse gestibile. Una volta che le strade furono tranquille, il tribunale completò la repressione: i procedimenti giudiziari minarono la solidarietà tra lavoratori e soldati e soffocarono la mobilitazione prima che potesse divenire un pericolo a Sidney,la capitale industriale.

I nuovi funzionari sindacali che sostituirono i leader militanti di base ammisero, dopo queste sconfitte, la necessità di collaborare con lo Stato. Favorirono il ricorso all’“ordine” fiduciosi di essere poi ricompensati con accordi migliori. 

La ripresa produttiva senza precedenti dopo la seconda guerra imperialista aveva costretto a un continuo intensificarsi dell’estrazione mineraria. L’accordo commerciale Australia-Giappone del 1957 e l’allentamento e poi la rimozione del divieto di importazione del minerale di ferro (1960 e 1963) da parte giapponese, avevano reso possibile la crescita dell’industria mineraria australiana per soddisfare la domanda di acciaio. Le ferrovie, i porti e le miniere del Pilbara si svilupparono; l’estrazione aumentò vertiginosamente negli anni ’60 a seguito dell’industrializzazione giapponese. Nel 1973, una riduzione tariffaria generalizzata del 25% concentrò ulteriormente l’attenzione sull’estrazione mineraria, che prevaleva sui settori manifatturieri australiani che si erano precedentemente sviluppati.

Lo shock petrolifero degli anni ’70, che bloccò la domanda giapponese, fece registrare il primo calo della produzione dall’inizio degli anni ’50 e un aumento dei prezzi al consumo del 17% circa,. Gli scioperi in molti settori industriali divennero lo strumento indispensabile per classe operaia per affermare le proprie rivendicazioni. In questo periodo si registrò un aumento dei salari a un ritmo record; nel 1974 aumentarono di circa il 26%, circa il 10% in termini reali (Reserve Bank of Australia Annual Report, 1975). Per contenere l’aumento vertiginoso del costo della manodopera fu introdotta l’indicizzazione centralizzata dei salari.

Quando poi la domanda globale di acciaio rallentò dopo la metà degli anni ’70, la dipendenza dell’Australia dal minerale di ferro e dal carbone amplificò la recessione; una breve ripresa delle risorse alla fine degli anni ’70 lasciò il posto a un’altra profonda recessione nel 1982-1983, con la disoccupazione che raggiunse circa il 10% e l’imposizione di una “pausa salariale” da parte del governo. L’aumento dei prezzi e la perdita di posti di lavoro si abbatterono sulle condizioni dei lavoratori, acuendo il conflitto. Ciò portò ancora una volta a un aumento della mobilitazione. 

L’arbitrato obbligatorio, fino ad allora largamente utilizzato, divenne sempre più inefficace. Durante questo periodo, i militanti della base ignorarono semplicemente le multe e le clausole di “sospensione” e indissero scioperi selvaggi mentre i tribunali cercavano di applicare sanzioni punitive. Il governo ricorse a misure penali, ma ciò non fece che aumentare le richieste dei sindacati, portando a una serie di scioperi anche a carattere generale. Con l’aumento dei prezzi al consumo del 15%, le tensioni raggiunsero il culmine nell’aprile 1974, con oltre il 12% della forza lavoro in sciopero, soprattutto nei settori dell’edilizia, dell’industria manifatturiera, dell’estrazione mineraria e dei trasporti.

Allo stesso tempo, il tribunale cercò anche di calmare le acque con aumenti salariali nazionali e attraverso accordi salariali settoriali (Metal Trades, maggio 1974), e l’introduzione della parità salariale tra i sessi. Queste misure, tuttavia, si rivelarono inefficaci a contenere la mobilitazione operaia.

Era quindi necessario un cambiamento di tattica da parte della borghesia. Come concordato dall’organismo sindacale di vertice (l’ACTU) e dal Partito Laburista, i precedenti accordi collettivi settoriali/industriali sarebbero stati ristrutturati in modo da perdere il carattere generalizzato. Gli accordi aziendali (contratti a livello aziendale, con un unico datore di lavoro) divennero sempre più comuni, rispetto ai precedenti accordi tra tutti i dipendenti e i padroni di quel settore.

Fu inoltre varata una misura: il Prices and Incomes Accord (Accordo sui prezzi e sui redditi) che prevedeva l’impegno ad aumentare la spesa pubblica e il welfare sociale in cambio del congelamento dei salari. Tale accordo comportava il fatto che i nuovi accordi industriali sarebbero stati preferibilmente determinati direttamente a livello aziendale, gradualmente sostituendo i precedenti contratti nazionali/industriali tra lo Stato, i datori di lavoro e i sindacati rivolti a definire le  retribuzioni generali e  gli standard lavorativi di interi settori produttivi.

Tale ridimensionamento rifletteva il raffreddarsi della lotta di classe: la resistenza dei lavoratori era scesa a livelli così bassi che un organismo centralizzato di fissazione dei salari era diventato superfluo. L’arbitrato fu quindi svuotato e la sua applicazione si indirizzò verso trattative a livello aziendale.

 Nel 1996, l’organismo di arbitrato fu ribattezzato Australian Industrial Relations Commission (Commissione australiana per le relazioni industriali) e limitato alla risoluzione di controversie specifiche. Il declino dei sindacati e la burocratizzazione andarono di pari passo negli anni successivi all’Accordo. I sindacati sarebbero diventati così svuotati che i governi entranti si sentirono sicuri di passare all’offensiva. E dopo la crisi del 2008, sarebbe stato facile introdurre un cambiamento significativo. Nel 2009, il Partito Laburista introdusse il Fair Work Act, un’iniziativa per “modernizzare” le relazioni industriali.