LA TRAGEDIA DI GAZA E GLI ASPIRANTI MARTIRI DELLA FLOTTIGLIA
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I criminali e sanguinari disegni del capitalismo israeliano per cacciare dai territori di loro interesse tutti i palestinesi ancora laggiù insediati, sono stati ben pianificati e sono in progressiva fase di realizzazione da parte di quella banda governativa capitanata dal suo Primo ministro Benjamin Netanyahu, ben coadiuvato in questo infernale piano dal ministro per la Sicurezza nazionale Ben-Gvir.
La spinta più devastante a questo piano è avvenuta come reazione vendicativa al massiccio attacco a “sorpresa” organizzato lo scorso 7 ottobre 2023 da Hamas che ha provocato la morte e il rapimento come ostaggi di centinaia e centinaia di civili e militari israeliani sul quale è opportuno essere precisi e taglienti. Che l’evento dell’ottobre 2023 sia stato una sorpresa per il governo e lo Stato israeliano è cosa che è pari al volo degli asini.
Questa evidenza è stata sottaciuta con la consueta pudicizia da parte di tutto l’apparato informativo di qualsivoglia schieramento e questo è ovvio e naturale, considerato il muro assoluto di menzogne e silenzi omertosi che è stato eretto dalla stampa e da tutti gli altri sistemi di diffusione del mondo borghese all’indomani dell’atto disperato e militarmente insensato.
Certo non è credibile che un sistema informativo potente ed organizzato come quello dello Stato israeliano non sapesse nulla di un attacco armato che si preparava oltre un confine da lui stesso eretto e indubbiamente controllato in modo stretto e pervasivo da chissà quante spie reclutate tra gli stessi palestinesi.
Ed infatti qualche tempo dopo, ad operazione di rappresaglia israeliana scatenata con ferocia e determinazione, da parte di molta stampa europea ed extraeuropea c’è stata una parziale ammissione: si viene a sapere che erano ben conosciuti e descritti tutti i movimenti militari che hanno portato al disperato attacco; solo che tutta questa massa di informazioni, prive di una data “certa” – così hanno riportato anche le fonti israeliane di intelligence – non sono state prese in adeguata considerazione e, ancorché certe, trascurate in attesa di altre prove.
Insomma, una superficialità che ha permesso il massacro di tanti giovani israeliani; e questa è la serietà del meccanismo di informazione pubblica degli Stati. Un po’ di verità è venuta fuori, ma quanto basta per celare la probabile e più grave verità.
E di fronte a queste evidenze, enunciate sommessamente e a denti stretti dalla stampa internazionale, può venire il sospetto che il “casus belli” sia stato costruito a tavolino per farla finita una volta per tutte con il “bubbone” di Gaza.
Anche su Hamas la stampa mondiale non ha potuto esimersi dal metter su un adeguato schermo di mezze verità e sottaciuti fatti, a esclusivo scopo di denunciarne la (per altro vera) natura terroristica, senza però spiegare il processo storico che ha portato alla nascita, sviluppo e finanziamento di quella organizzazione.
Hamas è il movimento politico-militare che vinse le elezioni che si tennero all’interno della Striscia di Gaza, territorio con due milioni di palestinesi che ancora oggi amministra, controlla e sostiene anche economicamente. Si tratta di una delle aree più densamente popolate al mondo: più o meno quattromila persone per chilometro quadrato, ma di fatto è un campo di concentramento a cielo aperto.
Elezioni che Israele si è ben guardato dal denunciare o da sabotare. Nei fatti un’organizzazione che è stata aiutata a crescere e diventare egemone proprio da Israele, usata spregiudicatamente contro la precedente organizzazione palestinese, la OLP ed altre minoritarie frange non confessionali.
Nel suo statuto del 1988, Hamas affermava che la Palestina è una patria islamica che non avrebbe mai potuto essere ceduta a non musulmani e che condurre una “guerra santa” per sottrarre il controllo della Palestina a Israele era un dovere religiosoper i musulmani palestinesi.
Decine di Paesi, tra cui Israele, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito, hanno designato Hamas come organizzazione terroristica, anche se alcuni per varie opportunità, si riferiscono solo alla sua ala militare.
Con il pretesto di sradicare definitivamente i terroristi di Hamas e tutte le sue organizzazioni territoriali che controllano la Striscia di Gaza, il capitalismo israeliano ha immediatamente dichiarato guerra totale al gruppo e ha iniziato pesanti bombardamenti su Gaza, ed ordinato un”assedio totale” della Striscia, interrompendo le forniture di energia elettrica, carburante, cibo ed acqua.
Questi bombardamenti avevano e ancora hanno lo scopo di distruggere la sterminata rete di tunnel sotterranei scavati sotto quel territorio che secondo alcune stime israeliane sono un migliaio e si sviluppano per un centinaio di chilometri.
Le prime rudimentali gallerie nel territorio sottostante la Striscia furono scavate alla fine degli anni Ottanta quando le forze armate israeliane occupavano militarmente la Striscia e gli scavi continuarono anche dopo il 2005, quando il Primo ministro israeliano Ariel Sharon ordinò la ritirata dell’esercito israeliano che la occupava militarmente, dando la falsa impressione di una “liberazione” del territorio, per una “libera” enclave palestinese.
L’anno successivo Hamas vinse le elezioni e nel 2006 iniziarono i lavori per l’ampliamento e l’ammodernamento di quella fitta rete chiamata anche “la metropolitana di Gaza” attraverso la quale transita in entrambe le direzioni tutto quanto è funzionale alla realizzazione dei piani di Hamas: uomini, materiali, armamenti e rifornimenti di ogni tipo.
Nel 2014 l’esercito israeliano invase ancora l’enclave col dichiarato scopo di distruggere la rete di tunnel provocando la morte di alcune migliaia di palestinesi tra militanti di Hamas, ma per la maggior parte semplici civili.
Nonostante i vari bombardamenti israeliani e i sabotaggi egiziani, che temevano e tuttora temono di dover subire ritorsioni da parte del governo di Tel Aviv, come pure un massiccio esodo di disperati palestinesi in Egitto, la rete è sempre stata ricostruita nonostante gli israeliani abbiano cercato di impedirne l’espansione costruendo a loro volta un muro sotterraneo lungo 65 chilometri e profondo decine di metri.
Mentre le cancellerie del mondo “civile” malamente nascondono il compiacimento per il “lavoro sporco” fatto da Bibi Netanyahu nel tentativo di distruggere questa imponente rete di “terroristi islamici”, le televisioni e i giornali si dilungano nel documentare le distruzioni di quanto ancora rimane in piedi dopo anni di bombardamenti e le dolorose privazioni cui sono sottoposti i gazawi. Costoro non sanno dove andare perché nessun paese “civile” li vuole accogliere e sono costretti a spostarsi continuamente tra aree già devastate dai bombardamenti mentre l’esercito israeliano procede alla “bonifica” della porzione di territorio assegnato che, secondo le autorità sanitarie locali, in quest’ultima fase ha provocato oltre 65 mila morti.
È naturale che se forte fu l’indignazione pubblica per la strage del 7 ottobre, anche se controversa per la pregressa storia della nascita ed espansione dello stato d’Israele, ben più forte e decisamente generalizzata è l’indignazione per la strage che si trascina da anni contro i disperati gazawi che dipendono totalmente ed esclusivamente dall’assistenza “umanitaria” di alcune agenzie internazionali autorizzate. Nel tempo sono state escluse istituzioni religiose e caritatevoli accusate o semplicemente sospettate di qualche connivenza con organizzazioni terroristiche. Di fatto la Striscia di Gaza è completamente isolata da ogni iniziativa esterna.
Ed è altrettanto naturale che nel grande e agitato mare dell’indignazione siano tutt’ora presenti diverse correnti e tentativi di portare un qualche rimedio a tanta sofferenza ponendosi lo scopo di fornire indispensabili aiuti umanitari ai disperati della Striscia e soprattutto per tener desta alla scala mondiale la coscienza di un massacro studiato e pianificato per risolvere una volta per tutte l’ingombrante e pericolosa “questione palestinese”.
Tra questi tentativi è stata recentemente pubblicizzata e ampiamente documentata l’avventurosa spedizione della Global Sumud Flotilla (GSF) che, leggiamo dal sito di Difesa online:
«è una coalizione internazionale non governativa di oltre 50 imbarcazioni civili, con partecipanti provenienti da 44 paesi, formatasi nell’estate 2025. Il termine sumud (in arabo, “resistenza ferma” o “perseveranza”) richiama la tenace volontà di resistere di fronte alle avversità. L’obiettivo dichiarato della flottiglia è sfidare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza – un assedio in vigore da 18 anni – per consegnare aiuti umanitari urgenti ai palestinesi e creare un corridoio umanitario dal basso, guidato dalla società civile. Questa iniziativa costituisce la più grande missione marittima di solidarietà verso Gaza mai organizzata, con centinaia di attivisti, medici, giuristi, parlamentari e volontari uniti dal motto: “l’assedio e il genocidio devono finire».
Poco più avanti ci spiegano che
«l’azione pacifica di questa flotta civile intende non lasciare che Gaza venga dimenticata”. La Flotilla incarna dunque una forma di diplomazia dal basso: una pressione esercitata dall’opinione pubblica globale e dalla società civile per spingere Israele e la comunità internazionale ad affrontare l’emergenza umanitaria. Secondo osservatori indipendenti e relatori delle Nazioni Unite, infatti, la nascita di questa iniziativa è conseguenza del fallimento della comunità internazionale nel porre fine all’illegale blocco di Gaza, evidenziando come la Flotilla riempia un vuoto lasciato dall’inazione diplomatica tradizionale».
Come dire: fatevi da parte voi inetti e ben stipendiati funzionari di ogni rango e livello, tanto dell’Occidente che del variegato mondo arabo, adesso arriviamo noi!
Ovviamente non viene mai posto o affrontato il perché ciò perduri da tanti anni nonostante i tanti proclami e le promesse di aiuto da tutte le parti coinvolte.
Dalla nostra rivista semestrale “Comunismo” n° 12/1983: “Lezione marxista della formazione di stati e delle lotte sociali in Medio Oriente”, leggiamo al punto 2 nell’appendice: “Punti fermi sulla questione medio-orientale”:
«La nascita dello Stato d’Israele, se da una parte rispose alla necessità dell’imperialismo di crearsi una solida testa di ponte, rappresentò dall’altra un decisivo fattore di rottura dell’equilibrio politico e della struttura economica arretrata della regione. La borghesia israeliana, ricca di capitali, conoscenze tecniche, manodopera altamente qualificata, si mosse ubbidendo non ad una pretesa “dottrina sionista” ma alle leggi ferree del capitalismo. Un capitalismo giovane che svolse il suo ciclo caratteristico ben noto alla scuola marxista: esproprio forzato dei contadini poveri, complici le classi possidenti arabe; aggressività verso gli Stati arretrati vicini e conquista di nuovi territori strategicamente ed economicamente importanti; nascita di una industria moderna e formazione di una massa di puri proletari».
La borghesia israeliana ha portato avanti questo progetto freddamente, senza alcuna esitazione, incurante di ogni obiezione esterna, confermando che non esiste e non può esistere un “capitalismo dal volto umano” con buona pace di tutte le anime buone e pie di ogni latitudine.
Dal 2008 alcune imbarcazioni della Freedom flotilla coalition (Ffc) sono riuscite a forzare il blocco navale di Gaza e due di esse del Free Gaza movement, fondato nel 2006, riuscirono a raggiungere Gaza. Negli anni successivi altre 5 imbarcazioni riuscirono in qualche modo a forzare il blocco e ad approdare alla Striscia.
Dal 2010 decine di imbarcazioni hanno provato a raggiungere Gaza ma sono state tutte intercettate dalla marina israeliana.
Il caso più drammatico è avvenuto il 31 maggio 2010 quando la Mavi Marmara, la nave passeggeri turca di 93 metri, che fungeva da “ammiraglia” della Freedom Flotilla composta da 6 imbarcazioni di varie dimensioni per un totale di 600 attivisti che cercavano di violare il blocco navale, fu abbordata dalle truppe speciali israeliane trasportate da elicotteri e imbarcazioni veloci, mentre si trovava a 200 km a nordest di Gaza e a 64 km dalla costa.
A seguito del duro scontro avvenuto con gli attivisti armati con mezzi di fortuna e le forze speciali rimasero uccisi 8 cittadini turchi e un americano di origine turca, con 60 feriti provocando 10 feriti tra gli israeliani.
L’episodio causò un duro scontro tra Turchia e Israele, seguito da un deterioramento delle relazioni diplomatiche. Nel 2016 avvenne una riconciliazione tra le parti, quando Israele pagò una compensazione di 20 milioni di dollari ai familiari delle vittime.
Non ci lasciamo certo coinvolgere dalle numerose diatribe forensi riferentesi al “Manuale di San Remo”, terminato nel 1994 da un gruppo di esperti del diritto marittimo e di legislazione umanitaria, riguardante il riallineamento delle leggi internazionali applicabili al diritto marittimo sulle aree sottoposte a conflitti armati quando sono coinvolti convogli umanitari.
Il dibattito tra l’applicazione del paragrafo 60E sull’obbligo di arrestare la navigazione per controlli e il successivo paragrafo 47C riguardante i convogli umanitari, è assolutamente ipocrita. Non solo sul mare, ma ovunque, in questi casi, quando al diritto internazionale si contrappone quello di chi ha il cannone più potente.
Nel mese di giugno e luglio 2025 ci sono stati due altri tentativi di raggiungere Gaza per consegnare aiuti via mare, ma sono stati entrambi bloccati dalla marina israeliana. Prontamente il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir ha presentato un piano per neutralizzare ogni futuro tentativo di arrivo da parte di attivisti etichettati come terroristi. Come deterrente ha stabilito che tutti i “terroristi” arrestati saranno condotti nelle tristemente note carceri di massima sicurezza israeliane di Ketziot e Damon e sottoposti ad un ferreo regime duro.
Dopo la triste esperienza della Mavi Marmara, l’organizzazione della Flotilla ha distribuito un manualetto ai partecipanti della spedizione dello scorso settembre su come comportarsi nel certo caso di abbordaggio e qualsivoglia contrasto con le forze israeliane, perché, come ha riferito una responsabile: “Abbiamo paura per la nostra incolumità, ma ci facciamo coraggio. Il popolo palestinese ce lo insegna”. Comunque è stato messo a disposizione anche un team di legali pronti ad assistere gli attivisti in caso di fermo.
Inascoltati anche i suggerimenti di varie cancellerie europee, tra cui quella italiana, agli attivisti che proponevano di consegnare il carico degli aiuti permessi alle organizzazioni israeliane e internazionali autorizzate che successivamente, via terra, li avrebbero recapitati ai vari centri di distribuzione. È da notare che nella lista delle merci proibite risulta anche il cemento che secondo Israele verrebbe sicuramente utilizzato da Hamas per la ricostruzione dei tunnel danneggiati.
Con ironia è stato sottolineato che queste spedizioni rispondono solo minimamente alla causa umanitaria, mentre si tratterebbe di una decisa provocazione politicizzata. Infatti le circa 2 tonnellate complessive di aiuti dichiarati dalla GSF nella spedizione del 2025, rappresentano una quantità decisamente inconsistente sul piano degli aiuti materiali necessari ai gazawi, pari a meno di un decimo di un carico di un singolo camion umanitario. A Gaza ogni giorno normalmente entrano dal valico egiziano 300 camion di aiuti.
Infatti, secondo l’Organizzazione americana di aiuti per Gaza, la “GHF”, dal 27 maggio scorso ha fornito una media di 2,7 milioni di pasti al giorno, pari a circa 845 tonnellate giornaliere, quantità assolutamente irraggiungibili da una flottiglia di piccole imbarcazioni dai 12 ai 16 metri con volontari mal preparati per una navigazione di quella durata e senza adeguato supporto tecnico e logistico, al punto che alcune di queste son dovute rientrare o non sono ripartite dai porti intermedi.
Chi si è addentrato nel difficile computo costi-benefici si è trovato di fronte a questo incerto risultato pubblicato online che qui sinteticamente riportiamo.
Sommando le voci della lista dell’operazione: costo delle 50 imbarcazioni comprese alcune più grandi come supporto ancora adatte a quel tipo di navigazione pari a circa 5 milioni di euro, il carburante per la lunga navigazione mediterranea stimato in circa 10 milioni di euro, le provviste di bordo, i servizi portuali e al lungo elenco di tutto quanto necessario alla spedizione, alla fine si sfiorano i 25-30 milioni di euro. Tutte le imbarcazioni non affondate sono state sequestrate, smantellate e quelle ancora in buono stato sono state riconvertite e date ai pescatori locali.
Sono state molto importanti e adeguatamente affrontate dagli organizzatori le complesse questioni legali, che qui non vogliamo trattare, relative alla proprietà, agli armatori delle imbarcazioni e la questione critica delle bandiere nazionali delle imbarcazioni più grandi, le ritorsioni diplomatiche minacciate da Israele e le assicurazioni marittime per una navigazione che le varie compagnie definiscono con “rischi ad altissimo coefficiente”.
La complessa macchina burocratica necessaria al funzionamento dell’operazione dimostra che la sfida della Flottiglia non si è sviluppata solo in mare aperto o davanti alle coste di Gaza, ma è stata un intenso e logorante lavoro legale e assicurativo che si è svolto principalmente nei porti di partenza (come Istanbul, Atene o Palermo), sviluppato mesi prima della partenza delle imbarcazioni, che si è basato anche sulla collaborazione gratuita degli attivisti.
Di fronte ad attività di questa portata e significato non ci si deve fermare per questi problemi e queste cifre, la cui copertura si ritiene provenga da una costellazione di svariate Ong di tutto il mondo, tra cui alcune del Qatar, Regno Unito e Malesia con una preminenza di quelle turche. Ricordiamo che la Mavi Marmara era di proprietà dell’Ong turca Humanitarian Relief Foundation (Ihh).
Gli ingenti fondi necessari ad organizzare tutte le attività provengono anche da donazioni di varia natura: Crowdfunding global, Grandi Donatori e Fondazioni filantropiche islamiche internazionali e comunità palestinesi all’estero che il governo israeliano accusa di legami col terrorismo di Hamas. In Italia ad esempio la Banca Etica ha lanciato un’iniziativa di crowdfunding per Gaza.
Tutto ciò fa pensare ad una grande ed estesa organizzazione che gode del supporto di un consistente numero di partecipanti e sostenitori in tutto il mondo.
La navigazione della GSF si è bruscamente interrotta il 1° ottobre 2025 davanti a Gaza in acque internazionali quando è stata oggetto di una serie di abbordaggi armati, durati fino al 3 ottobre, da parte delle forze armate israeliane che alla fine hanno catturato tutti gli attivisti che non hanno mai opposto alcuna resistenza. Sono poi stati trasportati in Israele dove sono stati sottoposti a vessazioni di ogni tipo e pestaggi violenti. In seguito, smistati in varie carceri e poi espulsi, sono rientrati a piccoli gruppi e hanno raccontato il violento trattamento subito. Alcuni che hanno subito i pestaggi più duri sono stati accolti e celebrati come eroi, esibendo come medaglie le ferite riportate.
Nella primavera di quest’anno si è attivata una nuova spedizione della GSF con un primo gruppo di barche partito da Barcellona il 15 aprile verso la Sicilia dove si sono aggregate altre imbarcazioni dirette a Gaza, per un totale di 58 imbarcazioni cariche di cibo, medicinali, forni a pannelli solari e materiale scolastico. A questo convoglio si sarebbero dovute aggiungere altre imbarcazioni dalla Grecia e dalla Turchia.
Questo convoglio ha subito un primo assalto il 29 aprile 2026 da parte delle forze speciali israeliane nelle acque internazionali al largo di Creta, dove sono state intercettate 20 barche del convoglio con l’arresto di 400 attivisti. Le imbarcazioni sono state dirottate verso il porto israeliano di Ashdod. Un secondo gruppo di 23 barche ripartite dalla Turchia è stato fermato tra il 18 e il 19 maggio in acque internazionali di fronte a Cipro, applicando il copione già collaudato nelle missioni precedenti.
L’infelice esito della spedizione via mare per Gaza non ha impedito la partenza dalla Tunisia, a maggio 2026, di una spedizione di soccorso umanitario via terra, la Global Sumud Convoy, e diretta a Gaza attraverso la Libia e l’Egitto con un convoglio di camion e autobus e 200 attivisti. Questa è stata bloccata dalle milizie del generale Haftar mentre era in attesa di un permesso di transito attraverso la Cirenaica. 11 di questi sono stati arrestati e trasferiti in carceri speciali dove hanno iniziato uno sciopero della fame e della sete per protestare contro le terribili condizioni cui sono stati sottoposti. Al momento in cui scriviamo la loro detenzione preventiva è stata prorogata per la seconda volta fino al 12 giugno. Alcuni attivisti stranieri espulsi sono poi stati malmenati al loro rientro in patria dalla ‘loro’ polizia.
Gli scenari che si potranno aprire sono incerti considerando che il governo israeliano non ha alcuna intenzione di alleggerire la tensione sulla Striscia, né tantomeno venire a patti con la GSF che ha alle sue spalle una estesa rete internazionale che fornisce ogni supporto necessario e non ha alcuna intenzione di fermarsi.
Fino ad oggi non ci sono state vittime durante gli abbordaggi e secondo le testimonianze di chi è tornato, sono stati sparati proiettili di gomma contro uomini ed imbarcazioni. E questo evidenzia che Israele sta usando una linea dura ma non durissima. Al momento non sembra praticabile una linea di mediazione col permesso solo ad alcune imbarcazioni di raggiungere Gaza per portare i loro aiuti. Vista la terribile situazione dei gazawi, questa soluzione è completamente inutile e avrebbe solo un valore simbolico, ma sostanzialmente sarebbe una sconfitta per entrambi i fronti.
Rimarrebbe in piedi la soluzione più dura ed inverosimile, quella di un vero sostegno navale da parte di navi da guerra di altri Stati, con conseguenze inimmaginabili.
Ma è appunto un fatto assolutamente impraticabile, perché nessuno Stato ha il minimo interesse a dare un aiuto militare consistente ai disperati della Striscia, e men che meno difendere le “flottille” dagli assalti della Marina israeliana. Anche in acque definite “internazionali”.
Tutti gli Stati borghesi del mondo sono sostanzialmente indifferenti nei confronti dei palestinesi, tanto di Gaza, dove si sta svolgendo un vero e proprio genocidio, che di Cisgiordania, che è invasa da truppe di terra in assistenza ai “coloni” della “Grande Israele”.
La sporca menzogna dei due Stati che dovrebbero coesistere su un fazzoletto di territorio, secondo le auspicate geremiadi dell’ONU, sta sbiadendo sotto l’incalzare delle Forze Armate Israeliane che hanno invaso anche il Libano per aumentare la spazio di sicurezza di Israele, senza che il consesso internazionale muova un dito, limitandosi a generiche riprovazioni di questa invasione.
A maggior ragione è svanita anche l’assurda presunzione di una sorta di ‘federazione’ tra uno Stato che sta freddamente e duramente svolgendo una attività imperialistica, sia pure “locale”, foraggiato ed aiutato in primis dagli Stati Uniti d’America e dai mille fabbricanti di armi mondiali e una disperata massa che cerca nel terrorismo una sorta di riscatto e una lontana prospettiva di vita.
Tracciare un bilancio di queste “avventure” significa evidenziare amaramente la loro inutilità. Senza sminuire il coraggio di tanti partecipanti alla inutile navigazione, giovani che idealisticamente hanno concluso che “fare qualcosa, anche qualunque cosa, è meglio di stare a guardare” e si sono messi in un gioco personalmente pericoloso, quando alcuni della “flottiglia di terra” sono ancora in galera in Libia, va detto con dura e ferma determinazione che questa ideologia piccolo borghese non porta a nulla, nel migliore dei casi; nel peggiore a tragedie personali.
I giovani proletari non si facciano incantare dal richiamo di quelle avventurose sirene perché solo con una intensa e estesa lotta di classe sotto la direzione del partito comunista rivoluzionario si potranno risolvere i problemi dello sfruttamento capitalista che qui ha assunto questo aspetto e prodotto il genocidio di Gaza. Noi dobbiamo solo ribadire con forza e passione che solo la rivoluzione potrà dare speranza al tormentato proletariato di Palestina.