1946: alle donne italiane venne finalmente concesso il diritto di voto. In occasione dell’ottantesimo anniversario si è voluto festeggiare lo storico evento e non sono mancate rievocazioni di tutti i tipi di questa quasi rivoluzione che finalmente concedeva alla donna gli stessi diritti (più o meno …) del cittadino maschio.
Su una pubblicazione della Camera dei Deputati leggiamo queste parole:
«Il 1° febbraio 1945, a guerra ancora in corso, viene adottata la prima norma che estende il diritto di voto alle donne: si tratta di un primo passo che riconosce alle italiane il “diritto di eleggere”. […] L’ulteriore passo verso la conquista del “diritto ad essere elette” verrà riconosciuto dal decreto del gennaio del 1946 in vista delle elezioni amministrative che si tengono nella primavera e poi nell’autunno dello stesso anno. Per quanto riguarda invece le elezioni per l’Assemblea costituente, un decreto del marzo 1946 completa e integra la normativa precedente riconoscendo l’elettorato passivo a 25 anni. È un primo segnale importante, ma ciononostante, i partiti nell’imminente consultazione elettorale politica per la Costituente presentano ancora un numero abbastanza limitato di candidature femminili. Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere i loro rappresentanti all’Assemblea costituente. Le candidature femminili complessive sono 226: 68 nelle liste del Partito comunista; 29 in quelle della Democrazia cristiana; 16 in quelle del Partito socialista; 14 in quelle del Partito d’Azione; 8 in quelle dell’Unione democratica nazionale; 7 in quelle del Fronte per l’Uomo Qualunque e 84 in altre liste. Su 556 deputati eletti le donne sono 21: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste e 1 del Fronte dell’Uomo Qualunque. Molto diverse tra loro per età, cultura ed esperienze politiche, le prime donne elette seppero dare voce comune nell’ambito dell’elaborazione della Carta costituzionale alle legittime aspirazioni di emancipazione delle donne italiane […] Le 21 deputate elette all’Assemblea costituente partecipano attivamente all’elaborazione del testo della Costituzione. Una significativa testimonianza di questo impegno si ritrova nelle proposte di emendamenti da esse sottoscritte al Progetto di Costituzione. Particolare attenzione è rivolta ai diversi profili delle pari opportunità: a questo tema sono riferiti gli emendamenti all’articolo 48 del Progetto (articolo 51 del testo definitivo) sulla parità di accesso di ambo i sessi agli uffici pubblici e alle cariche elettive che risultano sottoscritti da deputate appartenenti a diversi schieramenti politici. Pur appartenendo a forze politiche molto distanti, le costituenti seppero trovare modi e punti di incontro per fare fronte comune e garantire alle Italiane e agli Italiani eguaglianza di diritti e pari opportunità nella nuova Carta costituzionale dell’Italia democratica entrata in vigore il 1° gennaio 1948».
A parte il fatto del gruppo puramente simbolico di “madri della costituzione”: 21 su un totale di 556, ossia meno del 4%, ci vuole un bel coraggio a dire che queste seppero «garantire alle italiane e agli italiani uguaglianza di diritti e pari opportunità».
Il voto alle donne avrebbe potuto essere un atto quasi rivoluzionario se fosse passato il disegno di legge presentato dal deputato Salvatore Morelli nel lontano 1875; e che portava il seguente titolo: “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”. Ma il democratico parlamento liberale non si prese mai la briga nemmeno di portare in discussione tale progetto di legge.
Nel 1945/46 il voto concesso alle donne partì da un concetto niente affatto progressista, anzi, diciamo pure conservatore. La monarchia puntava sul voto femminile per una sua vittoria al referendum istituzionale e la reazionaria borghesia italiana puntava sul voto femminile per la salvezza dal pericolo social-comunista. Infatti lo slogan «nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no!» e i cartelli affissi alle porte di tutte le chiese che minacciavano di scomunica chi avesse votato comunista, erano rivolti essenzialmente all’elettorato femminile.
Ma a parte queste considerazioni che l’elettorato attivo e passivo concesso alle donne non rappresentasse neanche lontanamente una parità di diritti tra i due generi lo si può dimostrare dal permanere ancora per decenni di leggi di vergognosa discriminazione e umiliazione nei confronti del genere femminile.
Scrivemmo nel n. 81 della nostra rivista “Comunismo”:
«La Costituzione si portava dietro le peggiori infamie del Codice Rocco: l’art. 559 riguardante la reclusione fino a due anni della “moglie adultera” (per dichiarare illegittimo questo articolo ci vollero due sentenza della Corte Costituzionale; la n. 126 del 19 dicembre 1968 e la n. 147 del 3 dicembre 1969); l’art. 587 concernente il delitto d’onore che riduceva la pena per l’uccisione della moglie, della figlia o della sorella “nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale”; l’art. 544 secondo cui il matrimonio riparatore estingueva la pena dovuta a violenza carnale, un modo semplice per acquistare una schiava a vita con il mezzo dello stupro. Questi due ultimi furono abrogati nel 1982 con legge 442 del 1981, 33 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione».
Ma, come si dice, non si può pretendere di avere tutto e subito. Il voto borghese concesso alle donne e la nomina di 21 “madri costituenti”, queste sì che erano conquiste da considerare “storiche”!
La posizione comunista sul voto alle donne, anzi specificamente sul voto in generale, la ricaviamo da un articolo tratto dal quotidiano del Partito Comunista d’Italia in cui si liquida il concetto borghese di suffragio universale, per riaffermare il concetto opposto di “voto” di classe, di cui riportiamo qui un ampio estratto.
«LE DONNE E IL DIRITTO DI VOTO»
«Quelle signore che hanno fatto affiggere sui muri di Milano una carta mondiale con la indicazione in iscuro dei paesi ove il voto delle donne è una legge di Stato, hanno avuto l’intuito assai facile di segnare entro i limiti geografici della Russia Soviettista un bel punto interrogativo. Vogliono una risposta, evidentemente, le baronesse del comitato delle suffragiste italiane. Ebbene: le loro amiche russe non hanno diritto di voto nella Repubblica comunista. La partecipazione alla vita politica non può essere concessa se non a coloro che lavorano, materialmente o intellettualmente, e che compiono un lavoro produttivo. Agli antichi parassiti, granduchi o baroni o grossi capitalisti spodestati od alle loro non sempre gentili donne, i diritti politici sono contestati. Si rammarichino e continuino la loro azione nei paesi latini per conquistare il diritto di voto, ma, vedete caso, la lotta per la conquista di tutti i diritti già goduti dagli uomini e che debbono portare la donna allo stesso grado di dignità occupato dagli uomini, fu sempre combattuta dai partiti sovversivi, ed [una riga mancante] i partiti costituzionali hanno sempre negato il voto alle donne sebbene in ogni convocazione di comizi elettorali abbiano spifferato a mezzo dei loro oratori una falsa simpatia per i problemi politici femminili. Può darsi che la nuova Camera discuta ed approvi il progetto di legge ereditato da tutte le legislature: noi non lo crediamo. Ad ogni modo noi non potremmo accettare il principio del voto esteso a tutte le donne. Per le stesse ragioni che ci fanno essere avversi alla estensione del diritto di voto agli uomini che vivono dell’altrui lavoro. Tutte le baronesse dei comitati suffragisti dovrebbero essere escluse da qualunque diritto politico. È falso che coloro che vivono entro uno stesso Stato per tale fatto abbiano gli stessi diritti. La vita e la ricchezza di un popolo sono frutto del lavoro. Se uno Stato è forte deve la sua forza alla operosità delle classi lavoratrici, senza le quali la vita non è possibile. Ove possa raggiungersi la generalizzazione del lavoro ivi il suffragio universale (veramente tale) può applicarsi.
«Nella Russia comunista si va man mano raggiungendo; ma il suffragio universale non esiste ancora, perché rimangono tutt’ora reliquati di dominio borghese, dato che la rivoluzione non si conclude in 24 ore, e coloro che rilevano con sciocca ironia che il comunismo nella Russia non fu ancora attuato non sono in grado di comprendere le leggi del gradualismo marxista e con essi è tempo perduto polemizzare. La donna che ha il diritto di partecipare alle elezioni politiche ed amministrative è la operaia, la contadina, la impiegata, la donna di casa, e quella che Turati, con una frase cruda e molto veritiera, chiamò la salariata dell’amore.
«Non si offendano le signore dei Comitati femminili pro suffragio universale. Senza l’ombra di ironia, senza il più lontano intendimento di mancare rispetto alla loro onestà bisogna che noi dimostriamo per quali ragioni esse non abbiano gli stessi diritti sociali delle lavoratrici e delle prostitute. […]» (Il Comunista, 19/05/1921)
L’accordo USA-Iran, che almeno per il momento attenua la crisi mediorientale, fa ritornare la guerra in Ucraina al centro delle questioni discusse tra i capi dei Paesi del G7 al vertice di Evian di metà giugno. Presente anche Zelensky, è stato confermato il sostegno all’Ucraina ed è stata valutata la possibilità di ritornare alle sanzioni contro il petrolio russo. L’ottimistica previsione di una tenuta degli accordi con gli iraniani, che permetterebbe al petrolio mediorientale di scorrere attraverso lo Stretto di Hormuz, renderebbe in tal modo possibile riprendere a colpire la Russia.
La guerra mantiene lo stesso copione che si è imposto con la presidenza Trump: mentre di facciata continuano a circolare intenti di trattative con Mosca per fermare la guerra, “la Russia deve fare un accordo” ha detto Trump al G7, la guerra continua, con i suoi costi scaricati sugli europei e con gli ucraini a fornire la carne da cannone, mentre gli americani incassano oggi dagli acquisti di armi per l’Ucraina e si tengono pronti per la spartizione del bottino ucraino con gli stessi russi una volta giunti alla necessità di dover fermare il conflitto.
Non ci sono patrie da liberare da aggressioni imperialiste, secondo la vulgata dei sostenitori di Kiev, né tantomeno lotte antifasciste, secondo quella dei campisti filorussi, quella ucraina è una guerra imperialista, di spartizione, per il controllo di territori e risorse, per la definizione di sfere di influenza.
D’altronde, il coinvolgimento nella guerra ucraina, in corso da ormai oltre quattro anni, ha costi elevati, e solo una spartizione del bottino di guerra può garantire un vantaggioso ritorno economico per i briganti coinvolti.
I numeri del sostegno all’Ucraina
Secondo i dati forniti dal Kiel Institute, che dal febbraio 2022 monitora e aggiorna le statistiche relative al supporto all’Ucraina, gli Stati Uniti hanno sostenuto l’Ucraina con 115 miliardi di euro. Tali aiuti sono stati principalmente di natura militare, pari quasi a 65 miliardi. Gli USA si posizionano al primo posto tra i sostenitori dell’Ucraina per l’invio di sistemi di lancio missilistico (HIMARS), obici per un valore di quasi un miliardo, veicoli da combattimento per la fanteria (Bradley), mentre è al secondo posto dopo la Germania per l’invio di sistemi di difesa aerea e al quinto posto per la fornitura di carri armati, dove prevale di gran lunga l’impegno polacco ed è superata anche da Paesi Bassi, Danimarca e Germania.
Il sostegno americano però si interrompe con l’arrivo di Trump. Tra gennaio e febbraio del 2025 si registrano meno di mezzo miliardo di aiuti, per poi azzerarsi nei mesi successivi.
I dati relativi all’anno 2025 vedono quindi un crollo del 99% degli aiuti da parte degli USA, in gran parte compensati da maggiori stanziamenti da parte dei Paesi europei che, nonostante l’assenza del sostegno americano, hanno permesso al totale degli aiuti militari di calare solo del 13% rispetto alla media annua tra il 2022 e il 2024, e solo del 5% gli aiuti finanziari e umanitari. Ma è stato necessario un significativo incremento da parte europea, ben il 67% in più relativamente alla media per gli aiuti militari del periodo tra il 2022 e il 2024 e il 59% in più per gli aiuti finanziari e umanitari.
L’Unione Europea è la principale fornitrice degli aiuti finanziari e umanitari, la cui quota è cresciuta dal 50% del 2022 a quasi il 90% del 2025, il che determina una redistribuzione tra i Paesi membri in base alla loro quota di PIL. In questo contesto, si inserisce anche il prestito di 90 miliardi concordato in ambito UE.
Invece, gli aiuti militari dipendono dall’impegno dei singoli Paesi europei, segnando un divario netto tra gli Stati dell’Europa settentrionale e occidentale, che hanno garantito ben il 95% degli aiuti militari, e quelli dall’Europa meridionale e orientale, che sono addirittura diminuiti.
Dai dati relativi al 2025 appare chiaro che il costo della guerra è stato del tutto scaricato dagli americani sulle spalle degli europei. Non solo, gli Stati Uniti incassano anche con le commesse militari che gli europei pagano per le armi da inviare in Ucraina, attraverso il cosiddetto PURL, un meccanismo adottato dalla NATO secondo il quale i sostenitori dell’Ucraina hanno acquistato armi dagli USA per un totale di 3,7 miliardi di euro nel 2025.
I dati relativi ai primi mesi del 2026 confermano il disimpegno americano e fanno registrare un elevato livello di sostegno militare all’Ucraina da parte dei Paesi europei. Mediamente, tra gennaio e aprile 2026, gli Stati europei hanno stanziato aiuti militari pari a circa 2 miliardi di euro al mese, inferiori alla media del 2025 di 2,4 miliardi, ma nettamente superiore ai livelli tra il 2022 e il 2024. Solo tra marzo e aprile 2026, la Germania ha stanziato 4,2 miliardi di euro in aiuti militari, principalmente per la difesa aerea e i droni.
I primi mesi del 2026 si caratterizzano proprio per un incremento degli aiuti militari legati ai droni, passati da 400 milioni di euro nel 2022 a 1 miliardo di euro nel 2024 e 1,2 miliardi di euro nel 2025, per arrivare a circa 1,6 miliardi di euro nei soli primi quattro mesi del 2026.
Complessivamente, finora gli europei hanno investito nella guerra in Ucraina quasi 215 miliardi!
La Germania, in particolare, è tra gli imperialismi che hanno imboccato apertamente la svolta bellicista. La guerra in Ucraina ha portato ad un mutamento dell’atteggiamento dell’imperialismo tedesco. Fin dall’inizio, abbiamo individuato una delle caratteristiche della guerra imperialista in Ucraina nell’essere una guerra contro l’Europa e in particolare contro la Germania, che ha subito la distruzione del legame energetico con la Russia, dal quale ha tratto forza la sua industria. Con il vertiginoso aumento dei prezzi energetici è andata in crisi l’industria tedesca. Da qui, la via d’uscita della borghesia tedesca è la riconversione bellica della sua industria, in sostanza carri armati al posto di automobili.
Il riarmo della Germania è accompagnato anche da una revisione della sua strategia bellica, che individua nella Russia la principale minaccia. L’obiettivo è di sviluppare il maggiore esercito europeo, puntando ad incrementare le attuali 185 mila unità a un minimo di 460 mila entro il 2035, di cui 260 mila soldati attivi e 200 mila riservisti, rendendo inevitabile una nuova svolta dell’attuale servizio militare a base volontaria, che vada nella direzione dell’introduzione dell’obbligo militare.
L’imperialismo tedesco ha però bisogno di tempo per mettere a punto la sua macchina bellica, così mantiene viva la guerra in Ucraina attraverso cospicui finanziamenti a Kiev, tanto che ormai la Germania è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina.
Questi dati presi dalle statistiche borghesi, dal punto di vista comunista e rivoluzionario ben rappresentano il carattere imperialista della guerra, con i briganti europei e americani che a suon di centinaia di miliardi non si fanno alcuno scrupolo a combattere la Russia fino all’ultimo ucraino, con la differenza che mentre l’imperialismo americano sta già incassando dalle commesse militari e dalla dipendenza energetica dell’Europa, costretta ad acquistare il costoso gas americano, e può accettare di concludere un accordo con la Russia spartendosi quello che resta dell’Ucraina, gli europei sono costretti ad andare fino in fondo nella lotta contro la Russia per recuperare “l’investimento” del sostegno all’Ucraina.
La guerra della Russia
I miliardi delle borghesie occidentali che hanno inondato l’Ucraina per sostenerla nello sforzo bellico non sono stati l’unico strumento contro la Russia, ma accanto alla guerra sul campo si è combattuta una guerra economica, fatta di sanzioni, che avrebbero dovuto piegare l’economia russa. Sebbene indebolita, l’economia russa non è crollata, avendo trovato ad Oriente, Cina soprattutto, acquirenti delle sue risorse energetiche. In tal modo, si è rafforzato il legame tra Russia e Cina, e dato che la capacità della Russia di continuare la guerra in Ucraina è strettamente legata alle esportazioni dei suoi idrocarburi, è proprio in virtù del legame energetico con la Cina che può continuare la guerra. La Cina di fatto ha sostenuto l’impresa bellica russa.
In Occidente politici e pennivendoli nella loro crociata antirussa si prodigano in analisi volte ad enfatizzare come la guerra in Ucraina abbia reso Mosca dipendente da Pechino. Nei fatti, entrambi traggono vantaggi reciproci dal loro legame, da una parte, per la Russia ormai la Cina rappresenta il principale sbocco commerciale, pari a circa il 35% del suo commercio estero, dove può riversare quegli idrocarburi che precedentemente scorrevano verso Ovest; dall’altra, la Cina ottiene energia a prezzi scontati, diminuendo la sua dipendenza da approvvigionamenti più rischiosi, come recentemente hanno dimostrato gli eventi mediorientali.
Questi due briganti imperialisti sono spinti a marciare insieme contro le potenze imperialistiche dell’Occidente, non per le farlocche teorie dei sognatori di “mondi multipolari”, ma perché hanno bisogno l’uno dell’altro, prima di tutto dal punto di vista economico e in seguito dall’andamento della contesa imperialistica mondiale, trovandosi la Russia impegnata in una guerra sul suo fronte occidentale e la Cina circondata da potenze ostili allineate all’imperialismo americano ad Est. Ma si tratta appunto di briganti imperialisti, disposti ad accordarsi tra loro per far fronte contro i comuni nemici, ma pur sempre ognuno pensando alla propria parte di bottino. Il recente incontro di Putin e Xi in Cina ne è la dimostrazione. Sono oltre venti gli accordi economici siglati a maggio ma manca all’appello quello sul gasdotto Power of Siberia 2, con la Cina che prende tempo e tratta sui prezzi delle forniture di gas.
La Russia, oltre alle difficoltà sul versante dell’economia, deve far fronte anche a quelle che riguardano l’andamento delle operazioni militari. La massiccia diffusione al fronte dell’utilizzo dei droni impedisce assembramenti di uomini e mezzi, rendendo estremamente lenta, difficoltosa e sanguinosa l’avanzata russa. Ma, anche se lentamente, l’esercito russo continua ad avanzare nel Donbass, dove la battaglia urbana di Kostyantynivka volge a suo favore.
A continuare è quindi quella guerra di logoramento che necessita di grandi quantità di carne da cannone da una parte e dall’altra del fronte.
I droni, però, vengono impiegati dall’Ucraina anche per attaccare in profondità il territorio russo, ormai anche oltre mille chilometri, riuscendo a colpire obiettivi economicamente rilevanti, come impianti industriali ed energetici. Gli attacchi ucraini in territorio russo causano quindi sia danni al complesso militare-industriale, colpendo lo stesso sforzo bellico della Russia, che alla sua economia, provocando danni al settore energetico. I successi di questi attacchi sono determinati dal coinvolgimento dei Paesi NATO, con gli europei che ormai partecipano direttamente alla produzione di droni, in quegli impianti industriali europei, al riparo per il momento dagli attacchi russi, dove vengono prodotti quei droni per l’Ucraina che vengono utilizzati per colpire la Russia in profondità.
Indispensabile per questi attacchi profondi è il sostegno logistico ed informatico che l’intelligence degli Stati europei fornisce ormai senza riserve all’esercito ucraino, sostegno senza il quale questi precisi e micidiali attacchi non potrebbero assolutamente aver luogo. Appare chiaro che la Russia è in guerra, prima che con l’Ucraina, con le potenze europee.
Il massiccio utilizzo di droni e missili è la soluzione delle borghesie europee per far deragliare eventuali accordi e far continuare la guerra, evitando al contempo un coinvolgimento diretto nel conflitto. Ma ormai questa situazione è sempre meno tollerata a Mosca e sta determinando il manifestarsi di disaccordi in merito all’atteggiamento considerato troppo morbido dall’attuale vertice politico russo. Si parla apertamente di “linee rosse” superate, si invocano attacchi direttamente contro i Paesi europei e addirittura dell’utilizzo dell’atomica.
Ogni mostro imperialista ha i suoi “falchi”. Al momento prevale ancora il tentativo dei principali imperialismi di prepararsi al meglio per affrontare una grande guerra, accrescendo la propria preparazione militare, impossessandosi dei nodi strategici, mettendo le mani su flussi energetici. Ma la strada è segnata, il vecchio ordine non è più corrispondente ai rapporti di forza tra gli imperialismi maturi e quelli giovani, determinando una contesa mondiale che marcia verso l’inevitabile scoppio di una guerra generale, unico modo che ha il capitalismo giunto nella sua fase imperialistica di determinare una nuova spartizione del mercato mondiale.
Il nostro internazionalismo
Dinanzi alle guerre in corso e alla prospettiva dell’allargamento fino a quella generale, il proletariato mondiale, per non finire a fare da carne da cannone nelle guerre imperialiste, deve rigettare ogni direzione e inquadramento borghesi, smascherando al contempo anche, e soprattutto, quelle “parole d’ordine” che provengono da organizzazioni falsamente proletarie e comuniste che, indipendentemente dal grado di coscienza di chi le lancia, finiscono per schierare il proletariato al fianco della propria borghesia, costituendo un formidabile strumento per sopprimere qualunque tentativo di indipendenza politica del proletariato nei confronti della classe nemica.
Tutte le “parole d’ordine” relative alla guerra in Ucraina, che non siano quelle delle fraternizzazioni al fronte e della trasformazione della guerra tra Stati in guerra tra classi, si collocano perfettamente dentro una prospettiva di difesa nazionale, il cui unico scopo è quello di assoggettare i proletari al carro della propria borghesia, trascinandoli in una guerra per la difesa di interessi prettamente capitalistici.
Parole d’ordine come la difesa dell’Ucraina dall’aggressione dell’imperialismo russo o la lotta al fascismo di Kiev, sbandierate da false organizzazioni comuniste, per quanto apparentemente antitetiche, dal punto di vista del marxismo rivoluzionario sono fatte della stessa sostanza opportunista, è politica borghese che viene introdotta nel campo proletario, nemica della rivoluzione comunista e pertanto pilastro del dominio capitalista.
I veri internazionalisti di oggi non hanno nulla da aggiungere o rivedere rispetto alle lotte di oltre un secolo fa, quando nel corso del primo macello mondiale, mentre i capi socialdemocratici avevano tradito la classe operaia schierandosi a fianco della propria borghesia, gli internazionalisti di allora gridarono “il nemico è in casa nostra!”. Un esempio chiaro di quale deve essere la posizione degli internazionalisti rispetto alla guerra e, in particolare, a parole d’ordine quali la “difesa della patria”, arnese sempre presente nella cassetta degli attrezzi dell’opportunista che si schiera a fianco della propria borghesia, lo troviamo ne “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, Lenin:
«La guerra non cessa di essere imperialistica quando i ciarlatani o i parolai o i filistei piccoli-borghesi lanciano una melliflua “parola d’ordine”, ma solo quando la classe, che conduce questa guerra imperialistica ed è legata ad essa da milioni di fili (se non di cavi) economici, viene di fatto rovesciata e sostituita al potere dalla classe realmente rivoluzionaria, dal proletariato. Non c’è altro modo di uscire da una guerra imperialistica o, anche, da una pace imperialistica di rapina».
I criminali e sanguinari disegni del capitalismo israeliano per cacciare dai territori di loro interesse tutti i palestinesi ancora laggiù insediati, sono stati ben pianificati e sono in progressiva fase di realizzazione da parte di quella banda governativa capitanata dal suo Primo ministro Benjamin Netanyahu, ben coadiuvato in questo infernale piano dal ministro per la Sicurezza nazionale Ben-Gvir.
La spinta più devastante a questo piano è avvenuta come reazione vendicativa al massiccio attacco a “sorpresa” organizzato lo scorso 7 ottobre 2023 da Hamas che ha provocato la morte e il rapimento come ostaggi di centinaia e centinaia di civili e militari israeliani sul quale è opportuno essere precisi e taglienti. Che l’evento dell’ottobre 2023 sia stato una sorpresa per il governo e lo Stato israeliano è cosa che è pari al volo degli asini.
Questa evidenza è stata sottaciuta con la consueta pudicizia da parte di tutto l’apparato informativo di qualsivoglia schieramento e questo è ovvio e naturale, considerato il muro assoluto di menzogne e silenzi omertosi che è stato eretto dalla stampa e da tutti gli altri sistemi di diffusione del mondo borghese all’indomani dell’atto disperato e militarmente insensato.
Certo non è credibile che un sistema informativo potente ed organizzato come quello dello Stato israeliano non sapesse nulla di un attacco armato che si preparava oltre un confine da lui stesso eretto e indubbiamente controllato in modo stretto e pervasivo da chissà quante spie reclutate tra gli stessi palestinesi.
Ed infatti qualche tempo dopo, ad operazione di rappresaglia israeliana scatenata con ferocia e determinazione, da parte di molta stampa europea ed extraeuropea c’è stata una parziale ammissione: si viene a sapere che erano ben conosciuti e descritti tutti i movimenti militari che hanno portato al disperato attacco; solo che tutta questa massa di informazioni, prive di una data “certa” – così hanno riportato anche le fonti israeliane di intelligence – non sono state prese in adeguata considerazione e, ancorché certe, trascurate in attesa di altre prove.
Insomma, una superficialità che ha permesso il massacro di tanti giovani israeliani; e questa è la serietà del meccanismo di informazione pubblica degli Stati. Un po’ di verità è venuta fuori, ma quanto basta per celare la probabile e più grave verità.
E di fronte a queste evidenze, enunciate sommessamente e a denti stretti dalla stampa internazionale, può venire il sospetto che il “casus belli” sia stato costruito a tavolino per farla finita una volta per tutte con il “bubbone” di Gaza.
Anche su Hamas la stampa mondiale non ha potuto esimersi dal metter su un adeguato schermo di mezze verità e sottaciuti fatti, a esclusivo scopo di denunciarne la (per altro vera) natura terroristica, senza però spiegare il processo storico che ha portato alla nascita, sviluppo e finanziamento di quella organizzazione.
Hamas è il movimento politico-militare che vinse le elezioni che si tennero all’interno della Striscia di Gaza, territorio con due milioni di palestinesi che ancora oggi amministra, controlla e sostiene anche economicamente. Si tratta di una delle aree più densamente popolate al mondo: più o meno quattromila persone per chilometro quadrato, ma di fatto è un campo di concentramento a cielo aperto.
Elezioni che Israele si è ben guardato dal denunciare o da sabotare. Nei fatti un’organizzazione che è stata aiutata a crescere e diventare egemone proprio da Israele, usata spregiudicatamente contro la precedente organizzazione palestinese, la OLP ed altre minoritarie frange non confessionali.
Nel suo statuto del 1988, Hamas affermava che la Palestina è una patria islamica che non avrebbe mai potuto essere ceduta a non musulmani e che condurre una “guerra santa” per sottrarre il controllo della Palestina a Israele era un dovere religiosoper i musulmani palestinesi.
Decine di Paesi, tra cui Israele, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito, hanno designato Hamas come organizzazione terroristica, anche se alcuni per varie opportunità, si riferiscono solo alla sua ala militare.
Con il pretesto di sradicare definitivamente i terroristi di Hamas e tutte le sue organizzazioni territoriali che controllano la Striscia di Gaza, il capitalismo israeliano ha immediatamente dichiarato guerra totale al gruppo e ha iniziato pesanti bombardamenti su Gaza, ed ordinato un”assedio totale” della Striscia, interrompendo le forniture di energia elettrica, carburante, cibo ed acqua.
Questi bombardamenti avevano e ancora hanno lo scopo di distruggere la sterminata rete di tunnel sotterranei scavati sotto quel territorio che secondo alcune stime israeliane sono un migliaio e si sviluppano per un centinaio di chilometri.
Le prime rudimentali gallerie nel territorio sottostante la Striscia furono scavate alla fine degli anni Ottanta quando le forze armate israeliane occupavano militarmente la Striscia e gli scavi continuarono anche dopo il 2005, quando il Primo ministro israeliano Ariel Sharon ordinò la ritirata dell’esercito israeliano che la occupava militarmente, dando la falsa impressione di una “liberazione” del territorio, per una “libera” enclave palestinese.
L’anno successivo Hamas vinse le elezioni e nel 2006 iniziarono i lavori per l’ampliamento e l’ammodernamento di quella fitta rete chiamata anche “la metropolitana di Gaza” attraverso la quale transita in entrambe le direzioni tutto quanto è funzionale alla realizzazione dei piani di Hamas: uomini, materiali, armamenti e rifornimenti di ogni tipo.
Nel 2014 l’esercito israeliano invase ancora l’enclave col dichiarato scopo di distruggere la rete di tunnel provocando la morte di alcune migliaia di palestinesi tra militanti di Hamas, ma per la maggior parte semplici civili.
Nonostante i vari bombardamenti israeliani e i sabotaggi egiziani, che temevano e tuttora temono di dover subire ritorsioni da parte del governo di Tel Aviv, come pure un massiccio esodo di disperati palestinesi in Egitto, la rete è sempre stata ricostruita nonostante gli israeliani abbiano cercato di impedirne l’espansione costruendo a loro volta un muro sotterraneo lungo 65 chilometri e profondo decine di metri.
Mentre le cancellerie del mondo “civile” malamente nascondono il compiacimento per il “lavoro sporco” fatto da Bibi Netanyahu nel tentativo di distruggere questa imponente rete di “terroristi islamici”, le televisioni e i giornali si dilungano nel documentare le distruzioni di quanto ancora rimane in piedi dopo anni di bombardamenti e le dolorose privazioni cui sono sottoposti i gazawi. Costoro non sanno dove andare perché nessun paese “civile” li vuole accogliere e sono costretti a spostarsi continuamente tra aree già devastate dai bombardamenti mentre l’esercito israeliano procede alla “bonifica” della porzione di territorio assegnato che, secondo le autorità sanitarie locali, in quest’ultima fase ha provocato oltre 65 mila morti.
È naturale che se forte fu l’indignazione pubblica per la strage del 7 ottobre, anche se controversa per la pregressa storia della nascita ed espansione dello stato d’Israele, ben più forte e decisamente generalizzata è l’indignazione per la strage che si trascina da anni contro i disperati gazawi che dipendono totalmente ed esclusivamente dall’assistenza “umanitaria” di alcune agenzie internazionali autorizzate. Nel tempo sono state escluse istituzioni religiose e caritatevoli accusate o semplicemente sospettate di qualche connivenza con organizzazioni terroristiche. Di fatto la Striscia di Gaza è completamente isolata da ogni iniziativa esterna.
Ed è altrettanto naturale che nel grande e agitato mare dell’indignazione siano tutt’ora presenti diverse correnti e tentativi di portare un qualche rimedio a tanta sofferenza ponendosi lo scopo di fornire indispensabili aiuti umanitari ai disperati della Striscia e soprattutto per tener desta alla scala mondiale la coscienza di un massacro studiato e pianificato per risolvere una volta per tutte l’ingombrante e pericolosa “questione palestinese”.
Tra questi tentativi è stata recentemente pubblicizzata e ampiamente documentata l’avventurosa spedizione della Global Sumud Flotilla (GSF) che, leggiamo dal sito di Difesa online:
«è una coalizione internazionale non governativa di oltre 50 imbarcazioni civili, con partecipanti provenienti da 44 paesi, formatasi nell’estate 2025. Il termine sumud (in arabo, “resistenza ferma” o “perseveranza”) richiama la tenace volontà di resistere di fronte alle avversità. L’obiettivo dichiarato della flottiglia è sfidare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza – un assedio in vigore da 18 anni – per consegnare aiuti umanitari urgenti ai palestinesi e creare un corridoio umanitario dal basso, guidato dalla società civile. Questa iniziativa costituisce la più grande missione marittima di solidarietà verso Gaza mai organizzata, con centinaia di attivisti, medici, giuristi, parlamentari e volontari uniti dal motto: “l’assedio e il genocidio devono finire».
Poco più avanti ci spiegano che
«l’azione pacifica di questa flotta civile intende non lasciare che Gaza venga dimenticata”. La Flotilla incarna dunque una forma di diplomazia dal basso: una pressione esercitata dall’opinione pubblica globale e dalla società civile per spingere Israele e la comunità internazionale ad affrontare l’emergenza umanitaria. Secondo osservatori indipendenti e relatori delle Nazioni Unite, infatti, la nascita di questa iniziativa è conseguenza del fallimento della comunità internazionale nel porre fine all’illegale blocco di Gaza, evidenziando come la Flotilla riempia un vuoto lasciato dall’inazione diplomatica tradizionale».
Come dire: fatevi da parte voi inetti e ben stipendiati funzionari di ogni rango e livello, tanto dell’Occidente che del variegato mondo arabo, adesso arriviamo noi!
Ovviamente non viene mai posto o affrontato il perché ciò perduri da tanti anni nonostante i tanti proclami e le promesse di aiuto da tutte le parti coinvolte.
Dalla nostra rivista semestrale “Comunismo” n° 12/1983: “Lezione marxista della formazione di stati e delle lotte sociali in Medio Oriente”, leggiamo al punto 2 nell’appendice: “Punti fermi sulla questione medio-orientale”:
«La nascita dello Stato d’Israele, se da una parte rispose alla necessità dell’imperialismo di crearsi una solida testa di ponte, rappresentò dall’altra un decisivo fattore di rottura dell’equilibrio politico e della struttura economica arretrata della regione. La borghesia israeliana, ricca di capitali, conoscenze tecniche, manodopera altamente qualificata, si mosse ubbidendo non ad una pretesa “dottrina sionista” ma alle leggi ferree del capitalismo. Un capitalismo giovane che svolse il suo ciclo caratteristico ben noto alla scuola marxista: esproprio forzato dei contadini poveri, complici le classi possidenti arabe; aggressività verso gli Stati arretrati vicini e conquista di nuovi territori strategicamente ed economicamente importanti; nascita di una industria moderna e formazione di una massa di puri proletari».
La borghesia israeliana ha portato avanti questo progetto freddamente, senza alcuna esitazione, incurante di ogni obiezione esterna, confermando che non esiste e non può esistere un “capitalismo dal volto umano” con buona pace di tutte le anime buone e pie di ogni latitudine.
Dal 2008 alcune imbarcazioni della Freedom flotilla coalition (Ffc) sono riuscite a forzare il blocco navale di Gaza e due di esse del Free Gaza movement, fondato nel 2006, riuscirono a raggiungere Gaza. Negli anni successivi altre 5 imbarcazioni riuscirono in qualche modo a forzare il blocco e ad approdare alla Striscia.
Dal 2010 decine di imbarcazioni hanno provato a raggiungere Gaza ma sono state tutte intercettate dalla marina israeliana.
Il caso più drammatico è avvenuto il 31 maggio 2010 quando la Mavi Marmara, la nave passeggeri turca di 93 metri, che fungeva da “ammiraglia” della Freedom Flotilla composta da 6 imbarcazioni di varie dimensioni per un totale di 600 attivisti che cercavano di violare il blocco navale, fu abbordata dalle truppe speciali israeliane trasportate da elicotteri e imbarcazioni veloci, mentre si trovava a 200 km a nordest di Gaza e a 64 km dalla costa.
A seguito del duro scontro avvenuto con gli attivisti armati con mezzi di fortuna e le forze speciali rimasero uccisi 8 cittadini turchi e un americano di origine turca, con 60 feriti provocando 10 feriti tra gli israeliani.
L’episodio causò un duro scontro tra Turchia e Israele, seguito da un deterioramento delle relazioni diplomatiche. Nel 2016 avvenne una riconciliazione tra le parti, quando Israele pagò una compensazione di 20 milioni di dollari ai familiari delle vittime.
Non ci lasciamo certo coinvolgere dalle numerose diatribe forensi riferentesi al “Manuale di San Remo”, terminato nel 1994 da un gruppo di esperti del diritto marittimo e di legislazione umanitaria, riguardante il riallineamento delle leggi internazionali applicabili al diritto marittimo sulle aree sottoposte a conflitti armati quando sono coinvolti convogli umanitari.
Il dibattito tra l’applicazione del paragrafo 60E sull’obbligo di arrestare la navigazione per controlli e il successivo paragrafo 47C riguardante i convogli umanitari, è assolutamente ipocrita. Non solo sul mare, ma ovunque, in questi casi, quando al diritto internazionale si contrappone quello di chi ha il cannone più potente.
Nel mese di giugno e luglio 2025 ci sono stati due altri tentativi di raggiungere Gaza per consegnare aiuti via mare, ma sono stati entrambi bloccati dalla marina israeliana. Prontamente il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir ha presentato un piano per neutralizzare ogni futuro tentativo di arrivo da parte di attivisti etichettati come terroristi. Come deterrente ha stabilito che tutti i “terroristi” arrestati saranno condotti nelle tristemente note carceri di massima sicurezza israeliane di Ketziot e Damon e sottoposti ad un ferreo regime duro.
Dopo la triste esperienza della Mavi Marmara, l’organizzazione della Flotilla ha distribuito un manualetto ai partecipanti della spedizione dello scorso settembre su come comportarsi nel certo caso di abbordaggio e qualsivoglia contrasto con le forze israeliane, perché, come ha riferito una responsabile: “Abbiamo paura per la nostra incolumità, ma ci facciamo coraggio. Il popolo palestinese ce lo insegna”. Comunque è stato messo a disposizione anche un team di legali pronti ad assistere gli attivisti in caso di fermo.
Inascoltati anche i suggerimenti di varie cancellerie europee, tra cui quella italiana, agli attivisti che proponevano di consegnare il carico degli aiuti permessi alle organizzazioni israeliane e internazionali autorizzate che successivamente, via terra, li avrebbero recapitati ai vari centri di distribuzione. È da notare che nella lista delle merci proibite risulta anche il cemento che secondo Israele verrebbe sicuramente utilizzato da Hamas per la ricostruzione dei tunnel danneggiati.
Con ironia è stato sottolineato che queste spedizioni rispondono solo minimamente alla causa umanitaria, mentre si tratterebbe di una decisa provocazione politicizzata. Infatti le circa 2 tonnellate complessive di aiuti dichiarati dalla GSF nella spedizione del 2025, rappresentano una quantità decisamente inconsistente sul piano degli aiuti materiali necessari ai gazawi, pari a meno di un decimo di un carico di un singolo camion umanitario. A Gaza ogni giorno normalmente entrano dal valico egiziano 300 camion di aiuti.
Infatti, secondo l’Organizzazione americana di aiuti per Gaza, la “GHF”, dal 27 maggio scorso ha fornito una media di 2,7 milioni di pasti al giorno, pari a circa 845 tonnellate giornaliere, quantità assolutamente irraggiungibili da una flottiglia di piccole imbarcazioni dai 12 ai 16 metri con volontari mal preparati per una navigazione di quella durata e senza adeguato supporto tecnico e logistico, al punto che alcune di queste son dovute rientrare o non sono ripartite dai porti intermedi.
Chi si è addentrato nel difficile computo costi-benefici si è trovato di fronte a questo incerto risultato pubblicato online che qui sinteticamente riportiamo.
Sommando le voci della lista dell’operazione: costo delle 50 imbarcazioni comprese alcune più grandi come supporto ancora adatte a quel tipo di navigazione pari a circa 5 milioni di euro, il carburante per la lunga navigazione mediterranea stimato in circa 10 milioni di euro, le provviste di bordo, i servizi portuali e al lungo elenco di tutto quanto necessario alla spedizione, alla fine si sfiorano i 25-30 milioni di euro. Tutte le imbarcazioni non affondate sono state sequestrate, smantellate e quelle ancora in buono stato sono state riconvertite e date ai pescatori locali.
Sono state molto importanti e adeguatamente affrontate dagli organizzatori le complesse questioni legali, che qui non vogliamo trattare, relative alla proprietà, agli armatori delle imbarcazioni e la questione critica delle bandiere nazionali delle imbarcazioni più grandi, le ritorsioni diplomatiche minacciate da Israele e le assicurazioni marittime per una navigazione che le varie compagnie definiscono con “rischi ad altissimo coefficiente”.
La complessa macchina burocratica necessaria al funzionamento dell’operazione dimostra che la sfida della Flottiglia non si è sviluppata solo in mare aperto o davanti alle coste di Gaza, ma è stata un intenso e logorante lavoro legale e assicurativo che si è svolto principalmente nei porti di partenza (come Istanbul, Atene o Palermo), sviluppato mesi prima della partenza delle imbarcazioni, che si è basato anche sulla collaborazione gratuita degli attivisti.
Di fronte ad attività di questa portata e significato non ci si deve fermare per questi problemi e queste cifre, la cui copertura si ritiene provenga da una costellazione di svariate Ong di tutto il mondo, tra cui alcune del Qatar, Regno Unito e Malesia con una preminenza di quelle turche. Ricordiamo che la Mavi Marmara era di proprietà dell’Ong turca Humanitarian Relief Foundation (Ihh).
Gli ingenti fondi necessari ad organizzare tutte le attività provengono anche da donazioni di varia natura: Crowdfunding global, Grandi Donatori e Fondazioni filantropiche islamiche internazionali e comunità palestinesi all’estero che il governo israeliano accusa di legami col terrorismo di Hamas. In Italia ad esempio la Banca Etica ha lanciato un’iniziativa di crowdfunding per Gaza.
Tutto ciò fa pensare ad una grande ed estesa organizzazione che gode del supporto di un consistente numero di partecipanti e sostenitori in tutto il mondo.
La navigazione della GSF si è bruscamente interrotta il 1° ottobre 2025 davanti a Gaza in acque internazionali quando è stata oggetto di una serie di abbordaggi armati, durati fino al 3 ottobre, da parte delle forze armate israeliane che alla fine hanno catturato tutti gli attivisti che non hanno mai opposto alcuna resistenza. Sono poi stati trasportati in Israele dove sono stati sottoposti a vessazioni di ogni tipo e pestaggi violenti. In seguito, smistati in varie carceri e poi espulsi, sono rientrati a piccoli gruppi e hanno raccontato il violento trattamento subito. Alcuni che hanno subito i pestaggi più duri sono stati accolti e celebrati come eroi, esibendo come medaglie le ferite riportate.
Nella primavera di quest’anno si è attivata una nuova spedizione della GSF con un primo gruppo di barche partito da Barcellona il 15 aprile verso la Sicilia dove si sono aggregate altre imbarcazioni dirette a Gaza, per un totale di 58 imbarcazioni cariche di cibo, medicinali, forni a pannelli solari e materiale scolastico. A questo convoglio si sarebbero dovute aggiungere altre imbarcazioni dalla Grecia e dalla Turchia.
Questo convoglio ha subito un primo assalto il 29 aprile 2026 da parte delle forze speciali israeliane nelle acque internazionali al largo di Creta, dove sono state intercettate 20 barche del convoglio con l’arresto di 400 attivisti. Le imbarcazioni sono state dirottate verso il porto israeliano di Ashdod. Un secondo gruppo di 23 barche ripartite dalla Turchia è stato fermato tra il 18 e il 19 maggio in acque internazionali di fronte a Cipro, applicando il copione già collaudato nelle missioni precedenti.
L’infelice esito della spedizione via mare per Gaza non ha impedito la partenza dalla Tunisia, a maggio 2026, di una spedizione di soccorso umanitario via terra, la Global Sumud Convoy, e diretta a Gaza attraverso la Libia e l’Egitto con un convoglio di camion e autobus e 200 attivisti. Questa è stata bloccata dalle milizie del generale Haftar mentre era in attesa di un permesso di transito attraverso la Cirenaica. 11 di questi sono stati arrestati e trasferiti in carceri speciali dove hanno iniziato uno sciopero della fame e della sete per protestare contro le terribili condizioni cui sono stati sottoposti. Al momento in cui scriviamo la loro detenzione preventiva è stata prorogata per la seconda volta fino al 12 giugno. Alcuni attivisti stranieri espulsi sono poi stati malmenati al loro rientro in patria dalla ‘loro’ polizia.
Gli scenari che si potranno aprire sono incerti considerando che il governo israeliano non ha alcuna intenzione di alleggerire la tensione sulla Striscia, né tantomeno venire a patti con la GSF che ha alle sue spalle una estesa rete internazionale che fornisce ogni supporto necessario e non ha alcuna intenzione di fermarsi.
Fino ad oggi non ci sono state vittime durante gli abbordaggi e secondo le testimonianze di chi è tornato, sono stati sparati proiettili di gomma contro uomini ed imbarcazioni. E questo evidenzia che Israele sta usando una linea dura ma non durissima. Al momento non sembra praticabile una linea di mediazione col permesso solo ad alcune imbarcazioni di raggiungere Gaza per portare i loro aiuti. Vista la terribile situazione dei gazawi, questa soluzione è completamente inutile e avrebbe solo un valore simbolico, ma sostanzialmente sarebbe una sconfitta per entrambi i fronti.
Rimarrebbe in piedi la soluzione più dura ed inverosimile, quella di un vero sostegno navale da parte di navi da guerra di altri Stati, con conseguenze inimmaginabili.
Ma è appunto un fatto assolutamente impraticabile, perché nessuno Stato ha il minimo interesse a dare un aiuto militare consistente ai disperati della Striscia, e men che meno difendere le “flottille” dagli assalti della Marina israeliana. Anche in acque definite “internazionali”.
Tutti gli Stati borghesi del mondo sono sostanzialmente indifferenti nei confronti dei palestinesi, tanto di Gaza, dove si sta svolgendo un vero e proprio genocidio, che di Cisgiordania, che è invasa da truppe di terra in assistenza ai “coloni” della “Grande Israele”.
La sporca menzogna dei due Stati che dovrebbero coesistere su un fazzoletto di territorio, secondo le auspicate geremiadi dell’ONU, sta sbiadendo sotto l’incalzare delle Forze Armate Israeliane che hanno invaso anche il Libano per aumentare la spazio di sicurezza di Israele, senza che il consesso internazionale muova un dito, limitandosi a generiche riprovazioni di questa invasione.
A maggior ragione è svanita anche l’assurda presunzione di una sorta di ‘federazione’ tra uno Stato che sta freddamente e duramente svolgendo una attività imperialistica, sia pure “locale”, foraggiato ed aiutato in primis dagli Stati Uniti d’America e dai mille fabbricanti di armi mondiali e una disperata massa che cerca nel terrorismo una sorta di riscatto e una lontana prospettiva di vita.
Tracciare un bilancio di queste “avventure” significa evidenziare amaramente la loro inutilità. Senza sminuire il coraggio di tanti partecipanti alla inutile navigazione, giovani che idealisticamente hanno concluso che “fare qualcosa, anche qualunque cosa, è meglio di stare a guardare” e si sono messi in un gioco personalmente pericoloso, quando alcuni della “flottiglia di terra” sono ancora in galera in Libia, va detto con dura e ferma determinazione che questa ideologia piccolo borghese non porta a nulla, nel migliore dei casi; nel peggiore a tragedie personali.
I giovani proletari non si facciano incantare dal richiamo di quelle avventurose sirene perché solo con una intensa e estesa lotta di classe sotto la direzione del partito comunista rivoluzionario si potranno risolvere i problemi dello sfruttamento capitalista che qui ha assunto questo aspetto e prodotto il genocidio di Gaza. Noi dobbiamo solo ribadire con forza e passione che solo la rivoluzione potrà dare speranza al tormentato proletariato di Palestina.
Sono ancora disponibili alcuni volumi a stampa prodotti dal partito nel corso degli ultimi decenni. Si tratta di testi che, per gli argomenti trattati, sono e saranno sempre attuali.
IL PARTITO COMUNISTA NELLA TRADIZIONE DELLA SINISTRA
Il testo, oltre a documentare vicende del partito che motivarono la nuova formulazione e presentazione delle tesi del dopoguerra, costituisce, sulla scia delle lezioni potenti dei maestri del marxismo, un compendio della teoria del partito proletario, rivoluzionario nel suo essere e nel suo operare.
Il volume di 270 pagine è in vendita al prezzo di € 10, più le spese postali.
IL CORSO DEL CAPITALISMO MONDIALE NELLA ESPERIENZA STORICA E NELLA DOTTRINA DI MARX 1750-1990
L’opera riproduce i resoconti dei rapporti tenuti alle riunioni di partito, da quella di Cosenza del 1956 a quella di Firenze del gennaio 1958, come apparvero in Programma Comunista, dal numero 19 del 1956 al numero 7 del 1959, sotto il titolo del «Corso». Nella odierna ripubblicazione sono anche integrati tutti gli altri resoconti di argomento afferente alla economia mondiale pubblicati in quegli anni, in particolare: «La produzione mondiale di acciaio nel corso dell’ultimo quadriennio», in Programma Comunista numero 21 del 1956; «Struttura economica e corso storico della società capitalistica», in Programma numeri 3 e 4 del 1957; «America 1956 – Bilancio economico» nel numero 5 dello stesso anno, completato da «Ancora qualche cifretta statunitense», dal numero 6; «Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione del marxisrno», nei numeri 19 e 20 del 1957. L’ampia documentazione statistica dei rapporti originali è stata non solo controllata e riordinata in base alle successive pubblicazioni dalle fonti ufficiali, ma le serie sono state prolungate fino ai dati più recenti disponibili. Ai 23 Prospetti del testo sono aggiunte 49 nuove statistiche che, utilizzando le maggiori informazioni attualmente disponibili, vengono vieppiù a confermare l’impianto dimostrativo marxista.
Il volume, di oltre 600 pagine, è in vendita al prezzo di € 20, più le spese postali.
LA TEORIA MARXISTA DELLA CONOSCENZA
L’argomento è affrontato sotto la visuale di sei angolazioni fondamentali:
I – Il Partito Comunista e la sua Dottrina;
II – La Società comunista;
III – La Conoscenza della Specie umana, che occupano il 1° Volume, e:
IV – Critica delle Religioni;V – Critica delle Scienze e delle Tecniche;
VI – Conquista ciarlatanesca dello Spazio, che trovano posto nel 2° Volume.
Le 6 Parti comprendono 115 Testi di vita del Partito dalla sua ricostituzione nell’immediato 2° dopoguerra ad oggi (qualche testo è stato elaborato molto prima, anche se la sua presentazione definitiva risale a quell’arco di tempo). La Premessa dell’Opera è stata imperniata su una serie di citazioni che partono dalla nascita della nostra Dottrina, e dunque dalla nascita del Partito, nel 1848.
L’opera, in 2 volumi di 850 pagine, è in vendita al prezzo di € 30, più le spese postali
Sono altresì disponibili volumi di testi di partito in inglese, francese e spagnolo. Scrivere per conoscere le disponibilità nelle varie lingue.
Un testo del 1980 su due diverse deviazioni riguardo alle lotte economiche del proletariato
Scopo storico dell’opportunismo, cioè della tendenza a scegliere strade facili, appunto ritenute più “opportune” per ottenere risultati, è sempre stato quello di frapporre tra la classe operaia e il suo partito politico ipotesi, proposte, ideologie le più varie pur di distrarla dal suo compito finale, quello della rivoluzione sociale; ma da questa missione non è escluso nemmeno il movimento sindacale, che sarebbe per il partito lo strumento, la “cinghia di trasmissione”, di elezione per trasmettere alla classe non solo indicazioni sovversive dell’ordine borghese, ma anche indicazioni adeguate per la migliore tattica nelle lotte economiche. Che poi gli opportunisti siano in buona fede o aperti traditori poco importa, come si dice, «la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni». In ogni modo trovare buona fede nei politici di oggi, quale che sia l’area di appartenenza, è semplicemente impossibile.
L’articolo che riproponiamo, del 1980, analizza efficacemente le due principali deviazioni nei confronti della lotta economica di classe: “l’anarco-sindacalismo” e quello che potremmo chiamare “agnosticismo economico”.
Il primo deriva da correnti già presenti a cavallo tra i secoli XIX e XX, che ponevano nel sindacato e non nel partito il centro dell’azione rivoluzionaria, e lo volevano puro da influenze borghesi (Tribunisti olandesi, KAPD tedesco, Sindacalisti americani e francesi, ecc.). La Sinistra da allora combatté con decisione quei movimenti, analoghi a quello torinese de “L’Ordine Nuovo”, che riteneva che il movimento rivoluzionario consistesse nello svuotare i sindacati a favore dei consigli di fabbrica, che avrebbero dovuto rappresentare la struttura degli organi, sia economici che statali, della rivoluzione, intesa come iniziata in pieno capitalismo, con una visione del tutto idealistica del processo rivoluzionario.
L’altra deviazione, quella che ritiene inutile la lotta in quanto semplice fatica di Sisifo, puntando tutto sull’azione politica del Partito, è ancora più vecchia, e sconfessata da Marx già nel 1864, in un dibattito che si svolse nella Prima Internazionale, a Londra: le osservazioni di Marx, riportate nell’opuscolo “Salario, prezzo e profitto”, sono senza appello:
«Se tale è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto.
«[…] Nello stesso tempo la classe operaia […] non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. […] Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”.
«[…] Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato».
Oggi il nostro grande Carlo non sarebbe così delicato nei confronti delle centrali sindacali. Comunque a noi serve sempre citare i nostri maestri, Marx-Engels, Lenin, la Sinistra, per dimostrare che l’opportunismo, che apparentemente sempre si rinnova nella sua funzione antiproletaria, in realtà è sempre lo stesso: le argomentazioni restano le stesse pur se paludate da geniali innovazioni, e rimarranno tali finché dovranno assolvere il compito di trattenere la classe dalle vere ed efficaci lotte rivendicative, e dal congiungersi con gli indirizzi che solo il partito rivoluzionario può dare.
Per noi non importa se i sindacati sono guidati da reazionari, cosa che è scontata in periodi di assenza di combattività operaia diffusa, come adesso; né ci preoccupiamo di fondarne di puramente comunisti, rivoluzionari. Ma nemmeno pensiamo che la lotta rivendicativa sia inutile, in accordo con gli insegnamenti di Marx. Per noi i sindacati, nella misura in cui sono aperti a tutti i lavoratori, sono e saranno sempre oggetto della nostra attenzione e, se possibile, partecipazione; già nel 1951 scrivevamo:
«I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese».
Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma niente è cambiato nella natura del capitalismo, e nulla deve cambiare nell’atteggiamento del partito verso le organizzazioni economiche della classe.
I comunisti e le lotte rivendicative
da “Il Partito Comunista”, n. 66 del 1980
I comunisti rivoluzionari hanno sempre dato grande importanza alle lotte che gli operai sono costretti dalle condizioni economiche e sociali ad ingaggiare per difendere la loro posizione di salariati dalla pressione padronale e capitalistica. Essi vogliono essere l’avanguardia dei lavoratori in queste lotte, per conquistare la loro fiducia, per dimostrare loro che i metodi comunisti sono più efficaci nella difesa operaia di quelli proposti da altri partiti o gruppi politici.
Ma, data la naturale instabilità del terreno economico e sociale su cui si ingaggiano queste lotte e la precarietà delle “conquiste” entro il perimetro di una società che vive sullo sfruttamento del lavoro salariato, le lotte rivendicative non scalfiscono nemmeno i rapporti sociali, non mettono in discussione il potere politico delle classi proprietarie, del regime capitalistico.
I proletari, tuttavia, anche se lo volessero, non potrebbero disertare dalle lotte in difesa dei loro interessi immediati, perché la semplice rinuncia a difendersi dall’ingordigia del capitalismo li ridurrebbe in uno stato di bestialità peggiore di quello in cui si tenta di ricacciarli. Non servirebbe nemmeno al capitalismo una classe operaia “povera”, cioè non in grado di partecipare al consumo delle merci che vengono sfornate a un ritmo crescente dalla macchina produttiva. Il capitalismo ha interesse che i lavoratori abbiano un “reddito” il più possibile capace di essere “consumato” sul mercato capitalistico, onde tenerlo vivo ed operante per perpetuare l’infernale meccanismo dello sfruttamento dei salariati.
Da qui sorge la ragione di sindacati “capitalisti”, cioè di sindacati che il regime ha interesse a costruire, o in opposizione a quelli di classe, o totalitari in assenza di una organizzazione di classe, al suo servizio, ossequiente alle necessità dell’economia mercantile e alla stabilità sociale e politica del regime capitalistico.
Poste queste premesse, nel campo dell'”opposizione” al capitalismo sorgono due tendenze che deviano dal marxismo rivoluzionario e rappresentano un ostacolo serio che ritarda il duro e penoso processo di ricostruzione della organizzazione proletaria. La prima, che potremmo definire di “sindacalismo puro”, sostiene che gli attuali sindacati non difendono la condizione operaia, perché inquinati dalla “politica”, e che, di conseguenza, i veri sindacati di classe non potranno risorgere sinché non verrà bandita al loro interno l’esistenza di gruppi organizzati di partito. Questa posizione si rifà all’anarchismo, il quale vede nella lotta politica all’interno della classe operaia un “male” generatore di divisioni che lacerano l’unità d’azione del proletariato. È una visione che prescinde dal reale stato di aggregazione sociale e politica delle classi, per cui molto semplicisticamente gli uomini si dividerebbero in due porzioni nette e distinte, gli sfruttati e gli sfruttatori, omettendo che i termini di sfruttato e di sfruttatore sono “relativi” e non assoluti. L’unica classe sociale che abbia questa caratteristica è il proletariato, per definizione senza riserve e risorse, se non la capacità di creare altri proletari. Cosicché, in queste due categorie specie si possono includere, tra gli sfruttati, assieme al proletariato anche il sottoproletariato che vede nel proletario al lavoro un “privilegiato”, il piccolo-borghese che intravede nel medio borghese il suo sfruttatore, questi, a sua volta, riconosce come padrone il grande borghese. Non a caso, questa concezione si esprime in termini di “Popolo” in contrapposizione al capitalismo, concezione che è comune anche all’opportunismo. Nella realtà i confini tra le classi sociali non sono fissi e soprattutto non individuabili in ciascuna persona, per modo che, a differenza che nelle società precapitalistiche in cui le classi erano rigide, a compartimenti stagni, nella società capitalistica le classi sono “aperte”, cosicché gli individui nel corso della loro vita possono varcare i confini di classe e trasmigrare dall’una all’altra indifferentemente. Ne consegue che un operaio di fabbrica, proprietario di casa non è un proletario; al contrario un intellettuale, che scrive libri per il padrone editore, nulla possiede, scampa appena la vita, è un proletario. Nel sindacato operaio vengono organizzati sia gli operai non proletari, sia i proletari lavoratori, i disoccupati, per lo più proletari puri, vengono inquadrati i “colletti bianchi”, in gran parte non proletari, gli strati superiori dei lavoratori, le cosiddette “aristocrazie del lavoro”, e così via.
La classe operaia, come si vede, non è omogenea. Divisa in strati, ciascuno con interessi propri, si manifesta con indirizzi politici, si organizza in partiti. Se la base di aggregazione sindacale è comune a tutti i salariati, per il fatto di essere salariati, appunto, diversi sono gli interessi che spingono i vari strati di lavoratori ad organizzarsi, e quindi ciascun gruppo politico in cui i diversi interessi si esprimono s’impegna a conquistare la direzione della organizzazione per farne una leva in difesa dei suoi interessi. Nella storia del sindacato operaio si trova chiaramente espressa questa inevitabile dialettica, che va dalle prime associazioni operaie di puri salariati al sindacato unionista anglosassone, che accetta l’adesione di soli operai qualificati, dal sindacato “libero” sino alla vittoria del fascismo, che inquadra tutti i lavoratori affiliati o meno a partiti, al sindacato fascista, coatto, totalitario. La divisione delle classi sociali in partiti politici, quindi, è insopprimibile, come è inevitabile la divisione politica della classe operaia. Al contrario di quanto postula l’indirizzo “sindacalista puro”, la “politica” è l’unico mezzo con cui il puro proletariato può far prevalere nell’organizzazione di classe gli interessi immediati e generali dell’intera classe salariata. Non qualunque “politica”, ma una ed unica “politica”, che scaturisce dal programma marxista rivoluzionario, rappresentata dal partito politico di classe, unico strumento per il quale i proletari si presentano come classe storica, con principi definiti, tattica preordinata, organizzazione solida e coerente. D’altro canto, sfidiamo chicchessia a portare un solo esempio che testimoni della neutralità del sindacato di fronte ai partiti politici e allo Stato. E anche la neutralità politica del sindacato costituirebbe, in mezzo allo scontro tra partiti, una “politica” particolare, distinta. Gli attuali sindacati di regime non sono il prodotto della “politica”, ma di una politica precisa, quella espressa comunemente da tutti i partiti, basata sulla difesa del regime capitalistico.
La seconda tendenza, apparentemente opposta a quella sopra esposta, sostiene che il sindacato sia forma superata, che il proletariato deve abbandonare, che le rivendicazioni economiche sono effimere e che tutto debba risolversi in “politica”. I fautori di questa tendenza non negano la “realtà” dei bisogni economici del proletariato, ma sostengono che questi bisogni “volgari” devono essere considerati un “pretesto”, uno spiacevole e antiestetico “accidente” da sfruttarsi machiavellicamente per “innalzare” i miseri operai alla “altezza” della superiore visione politica. Una sorta di aggiornata “politique d’abord” con tinte “rivoluzionarie”, che dovrebbe far tremare la borghesia dinanzi ad un proletariato tanto eroico e generoso da lottare per un astratto ideale, al quale si ridurrebbe il socialismo. Il socialismo è un bisogno sociale materiale col quale soddisfare tutti gli altri bisogni, in sintesi i bisogni spirituali, culturali, conoscitivi, non un’astruseria settaria.
L’educazione politica o è educazione rivoluzionaria o, altrimenti, pedestre assuefazione del proletariato alle menzogne che le classi superiori usano per tenere aggiogata la classe dei salariati. Educazione rivoluzionaria è quella che mette in luce il ricatto economico e sociale del capitalismo per indurre i salariati ai “sacrifici”, cioè a rinunciare alle lotte economiche e sociali, alla difesa del salario che si svaluta, del posto di lavoro che diventa sempre più precario, della vita sempre più in bilico tra essere consumata in fabbrica od essere violentemente recisa sui campi di una guerra imperialista già troneggiante. È educazione nihilista, cioè piccolo borghese, non emanante dalla nostra classe proletaria, quella che invita gli operai ad abbandonare le “volgari” lotte per il pane, il salario, il lavoro, la casa. È questa, invece la strada per l’assuefazione del proletariato al regime, che non chiede di meglio agli operai che di “lasciare” in mano ai sindacati e ai partiti di regime l’interessamento per i loro bisogni.
L’assenza, totale sinora, del proletariato nello scontro di classe, non autorizza nessuno a postulare la sostituzione della “economia” con la “politica”, l’abbandono della organizzazione di classe preferendo altri “organi politici” magari “tipo Soviet”. Al contrario, l’attuale stato di soggezione del proletariato al regime, indica che si deve lottare per strappare di mano al regime l’iniziativa economica dei suoi sindacati, iniziativa che si va sempre più affievolendo quanto più la crisi capitalistica travolge le “riserve” con cui è stata tenuta sinora legata la classe operaia al regime presente.
Ma per indirizzarsi in questa prospettiva, le due deviazioni sono fuorvianti. La prima, perché nega il significato politico delle lotte economiche, la seconda perché nega gli interessi economici immediati degli operai.
I comunisti non negano né ritengono pretestuose le lotte economiche proletarie ma, nella giusta considerazione che queste sono necessarie, utili e ineliminabili, lavorano nel proletariato per convincerlo che non vi sono “conquiste” senza lotta di classe, senza organizzazione di classe, che queste “conquiste” vengono annullate dal regime capitalistico se il proletariato non lo abbatte violentemente e su questa vittoria non fonda la sua dittatura di classe.
È questo il programma politico che i comunisti portano nella classe e nelle sue lotte rivendicative e sociali.
Con queste note continuiamo a fare il punto sulla situazione economica attuale. Quanto agli indici della produzione industriale, per l’Europa possiamo fare affidamento su Eurostat, che pubblica gli indici della produzione industriale della maggior parte degli Stati europei, tranne quelli del Regno Unito. Abbiamo confrontato questi indici con quelli dell’OCSE e ne emerge una buona compatibilità, tranne che per il Portogallo, e quindi si possono ragionevolmente utilizzare. Per gli Stati Uniti, sono stati impiegati gli indici forniti dalla Federal Reserve di Saint Louis.
Da questi dati emergono elementi interessanti. Cominciamo dall’inflazione. Il primo grafico riporta le curve dell’inflazione degli Stati Uniti, dell’Europa e della Cina. Mentre in Cina l’indice dei prezzi sfiorava la deflazione e a seguito della saturazione del mercato interno, l’inflazione rimaneva superiore al 2% in Europa e si avvicinava al 3% negli Stati Uniti. Ma a partire dalla guerra contro l’Iran, condotta dall’imperialismo americano, si osserva un netto aumento dell’inflazione a causa dell’aumento del prezzo degli idrocarburi. Così negli Stati Uniti si passa dal 2,4% di febbraio al 3,8% di aprile. In Cina, l’inflazione è salita improvvisamente dallo 0,2% di gennaio all’1,3% di febbraio, per poi mantenersi all’1% a marzo e all’1,2% ad aprile. A causa della crisi di sovrapproduzione che colpisce la Cina, l’inflazione rimane bassa.
Vediamo più in dettaglio l’Europa con i grafici sottostanti. Ciò che spicca è la forte inflazione del Regno Unito, che da ottobre 2024 rimane nettamente superiore al 3%; questo è un punto che dovrà essere analizzato più a fondo.
Altro fatto degno di nota, la Germania si distingue per un’inflazione superiore a quella dell’Italia e soprattutto della Francia. Il motivo è da attribuire al fatto che la borghesia tedesca aveva puntato tutto sull’energia a basso costo della Russia, mettendosi così nelle mani dell’imperialismo russo. Tutte le borghesie europee, almeno quelle dell’Europa occidentale, hanno davvero creduto in una pace continua per l’Europa dopo il crollo dell’URSS.
Un altro dato significativo è la bassa inflazione in Francia nell’anno precedente, riconducibile anche all’impiego di elettricità prodotta dal nucleare, ma a partire da febbraio l’inflazione risale nettamente a causa dell’impennata dei prezzi degli idrocarburi. Così l’inflazione passa dallo 0,3% di gennaio al 2,2% di aprile, sebbene normalmente tra l’estrazione del petrolio dal pozzo e l’arrivo dello stesso alla pompa siano necessari almeno 42 giorni. Da questo i superprofitti astronomici di Total che ha lucrato sul differenziale dei tempi. Ma è un sistema di anticipo dei rincari che è comune a tutti produttori di qualunque merce. E più è lungo il periodo di ingresso dei prodotti sul mercato, maggiore è naturalmente il profitto differenziale.
Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è aumentato del 65% da gennaio. In un paese dove non ci sono trasporti pubblici al di fuori delle grandi città e dove i lavoratori sono costretti a prendere l’auto per andare al lavoro, la situazione è drammatica. Abbiamo a che fare con un sistema di truffatori che si è amplificato con il passaggio al neoliberismo e l’abbandono di ogni controllo da parte dello Stato. La truffa ha sempre fatto parte della società borghese, così come essa si basa sullo sfruttamento del proletariato e sull’oppressione in generale, ma in questa fase storica il suo uso spregiudicato si è allargato oltre misura.
Passiamo all’analisi degli indici della produzione industriale e, in primo luogo, a quelli degli Stati Uniti, il primo imperialismo mondiale, seguito però molto da vicino dall’imperialismo cinese.
Dopo una crescita industriale asfittica nel 2023 e nel 2024, rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%, in modo improvviso si passa a una crescita dell’1,1% nel 2025. Ovviamente durante i «trenta gloriosi» un simile «balzo» sarebbe sembrato misero! Se si osservano gli indici mensili, questi ultimi da gennaio 2025 oscillano intorno all’1% con picchi all’1,9% e cali all’0,7%. Come è noto, la produzione industriale è trainata dalla produzione di idrocarburi, di cui gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore, e anche dai massicci investimenti nell’IA.
Ma se si considera la crescita totale della produzione industriale nel 2025 rispetto al massimo raggiunto nel 2007, si ottiene un misero 2,2%, che corrisponde a una crescita media annua su 18 anni dello 0,12%. L’estrazione di idrocarburi e l’esplosione dell’IA non hanno quindi prodotto alcun miracolo. E se si guarda alla produzione manifatturiera, si ha per il 2023 rispetto al 2007 un -7,6%. In altre parole, la produzione manifatturiera nel 2023 è inferiore del 7,6% rispetto a quella del 2007. La situazione degli Stati Uniti è paragonabile a quella di altri vecchi Stati imperialisti, come il Giappone, il Regno Unito, la Germania, la Francia, l’Italia, ecc., senza dimenticare la Russia, che si traduce in un relativo calo del peso industriale mondiale, da cui il ricorso alla forza militare per ristabilire la propria egemonia. Durante i “trenta gloriosi”, l’egemonia americana si basava soprattutto sulla sua potenza economica e quindi industriale, ma oggi, a seguito del suo declino, è costretta a ricorrere alla forza militare per ristabilire la propria egemonia sul continente americano e in Medio Oriente, rendendo così apertamente evidente la propria debolezza. Ciò non sfugge al suo complice e concorrente, che attende tranquillamente il momento opportuno per affermarsi come il nuovo padrone; stiamo parlando dell’imperialismo cinese, nuovo vampiro che si appresta a sostituire il vecchio.
Consideriamo poi la produzione industriale dei paesi europei. Nella tabella riportata, si può vedere che tutti, tranne il Belgio, grazie al dinamico sviluppo delle Fiandre, sono in rosso rispetto al massimo raggiunto nel 2007. Così la produzione industriale in Portogallo è crollata del 22% nel 2025 rispetto a quella del 2007, del 21,8% in Spagna e in Italia si registra un incredibile -24,1%. Il Regno Unito è sulla stessa linea con un -22,2% – si tratta dei dati del 2024, nel prosieguo del lavoro verranno forniti quelli relativi al 2025. Il Giappone non fa eccezione con un -17,8%. Germania e Francia vanno meglio con rispettivamente un -10,5% e un -11,6%. Ma per la Francia nutriamo forti dubbi, vista la sua deindustrializzazione e le massicce delocalizzazioni praticate dalla borghesia francese dall’inizio degli anni 2000. Dovremmo assistere a un calo molto più vicino a quello dell’Italia. A tal fine ci baseremo sulla produzione fisica dei settori chiave.
Qui non sono stati riportati i dati relativi all’indebitamento, sia pubblico che privato, che è colossale.
Per concludere.
Da mezzo secolo il capitalismo mondiale è riuscito a mantenersi grazie allo sviluppo del capitalismo nel Sud-Est asiatico e in particolare in Cina e alle massicce delocalizzazioni verso i paesi a basso costo della mano d’opera, in particolare in Cina, Vietnam, India, ma anche in Messico, e per l’Europa verso i paesi dell’Europa dell’Est e anche in Turchia e, in misura minore, verso il Marocco e la Tunisia. La contropartita è stata una corsa sfrenata verso un indebitamento considerevole e una crescente precarietà e impoverimento del proletariato.
Ma il capitalismo sta arrivando alla fine di questo ciclo e si avvicina al momento in cui tutto questo castello di carte crollerà. Il crescente indebitamento si traduce per gli Stati in un servizio del debito sempre più gravoso nel bilancio e nella necessità di un rinnovo sempre più massiccio del debito sul mercato internazionale. Ad esempio, gli Stati Uniti dovranno prendere in prestito sul mercato 900 miliardi di dollari nei prossimi 5 mesi. Arriverà un momento in cui questi prestiti diventeranno sempre più impossibili da ottenere, a costi esorbitanti, costringendo alcuni Stati al default. A quel punto, sarà “salvarsi chi può”.
Allo stesso tempo, il declino relativo dei vecchi Stati imperialisti e l’ascesa di nuovi imperialisti, in primo luogo la Cina, porta a una crescente instabilità che viene aggravata dalla crisi del capitale. La crisi mondiale del capitalismo porta a un moltiplicarsi dei conflitti e spinge gli Stati imperialisti, lentamente ma inesorabilmente, verso una conflagrazione mondiale.
La prospettiva sarà prima una crisi mondiale con deflazione e crollo degli asset finanziari, come negli anni Trenta, con un’esplosione della disoccupazione e un ritorno della lotta di classe con una rinascita del movimento comunista, o una terza guerra mondiale? Per il momento, la possibilità di una crisi mondiale simile a quella del 1848 o del 1929, prima che scoppi un terzo conflitto, ha ancora tutte le sue possibilità. E questa è la prospettiva migliore per noi, perché guai a noi se la terza guerra mondiale dovesse scoppiare prima di qualsiasi rinascita di un movimento comunista su scala internazionale.
È trascorso più di un secolo da quando, nel 1917, in Russia risuonarono gli squilli della vittoriosa rivoluzione che segnò l’inizio di una grande lotta del proletariato per la propria emancipazione, condotta tra le rovine dell’Impero russo dal Partito bolscevico alla guida dei soviet. Ma le trombe della vittoria si sono da tempo trasformate prima in inquietanti preludi della controrivoluzione stalinista, poi nella melodia della squallida “coesistenza pacifica” con il capitale occidentale, e ora giacciono silenziose accanto al cadavere del compagno Lenin. Oggi, nella guerra imperialista ancora in corso in Ucraina lo Stato russo ha riutilizzato la bandiera rossa ed il richiamo all'”antifascismo” come mezzo per spingere il proletariato in un sanguinoso massacro, tuttavia, tale riesumazione non ha funzionato bene come nel XX secolo. Allora, cosa abbiamo noi marxisti tra le mani in Russia? Quali sono oggi gli echi della vittoria del Partito? Se ce ne sono, ovviamente. Facciamo il punto.
Un elogio dei sindacati sovietici
Partiamo dalle fondamenta. Un paese con una storia di lotta di classe così importante deve sicuramente avere solidi organi proletari di difesa economica, anche se statizzati, o a tinta nazionalista?
Ora, pertanto, esamineremo proprio i Sindacati professionali (Профсоюзы). Queste sono le organizzazioni che la Russia avrebbe ereditato dalla “cara defunta” URSS. Il nostro partito ha ribadito molte volte l’importanza dei sindacati sotto il dominio borghese, ma il caso della Russia merita un’attenzione particolare. Il proletariato in Russia ha vinto, ha preso il potere! Nella Federazione Russa, in quanto “erede” dell’URSS, come amano gridare molti dei membri della Duma, i lavoratori russi hanno ereditato una struttura sindacale “proletaria” o “borghese”? Lo scopo originario di questi organi fu descritto da Lenin in un discorso del 1920:
«[…] nell’esercizio della dittatura del proletariato la funzione dei sindacati è estremamente importante. Ma qual è questa funzione? Passando all’esame di questo problema, uno dei problemi teorici fondamentali, giungo alla conclusione che questa funzione è assai originale. Da una parte, i sindacati comprendono, includono nelle loro file la totalità degli operai dell’industria e sono quindi un’organizzazione della classe dirigente, dominante, della classe al potere che esercita la dittatura, che applica la costrizione esercitata dallo Stato. Ma non si tratta di un’organizzazione statale [N.d.R. Grassetto nostro], di un’organizzazione coercitiva, ma di un’organizzazione che si propone di educare, di far partecipare, di istruire, di una scuola, di una scuola che insegna a dirigere, ad amministrare, di una scuola del comunismo». (da “I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotzky“)
Qui vediamo chiaramente la concezione marxista di come dovrebbero operare i sindacati sotto la dittatura del proletariato: «non è un’organizzazione statale; né è concepita per la coercizione, ma per l’educazione». Più tardi, in un discorso del 1921, Lenin citò il programma del Partito bolscevico, relativo alla questione sindacale:
«Leggo più avanti:
“Divenuti, conformemente alle leggi della repubblica sovietica e alla pratica in vigore, membri di tutti gli organismi di amministrazione industriale locali e centrali, i sindacati debbono giungere a concentrare effettivamente nelle loro mani la gestione di tutta l’economia nazionale considerata come un unico complesso economico”.
Tutti si richiamano a questo passo. Che cosa vi si dice? Una cosa assolutamente incontestabile: “debbono giungere”. Non si dice che vi stanno giungendo ora. Non c’è quell’esagerazione sufficiente per arrivare a un’assurdità. Vi si dice: “giungere”. A che cosa? All’amministrazione e alla concentrazione effettiva. Quando vi dovrete giungere? Per questo occorre l’educazione. Bisogna educare in modo che tutti senza eccezione sappiano amministrare, sappiano come fare. Adesso, in coscienza, potete dire che i sindacati sono sempre in grado di promuovere dei dirigenti competenti in numero illimitato? Per i posti di direzione non occorrono mica sei milioni di uomini, ma forse sessantamila, centomila, diciamo. I sindacati li possono fornire? Chiunque non voglia correr dietro a formule e tesi e seguire coloro che gridano più forte di tutti, dirà che non possono, non possono ancora. Per anni il partito dovrà fare un lavoro educativo, incominciando dalla liquidazione dell’analfabetismo per finire con tutto il complesso di attività del partito nei sindacati. Nei sindacati c’è una quantità di lavoro da fare per raggiungere quest’obiettivo seguendo la giusta via. Così si dice: “Debbono giungere a concentrare effettivamente nelle loro mani la gestione di tutta l’economia nazionale”». (da “II Congresso dei minatori di tutta la Russia. Discorso di chiusura del dibattito sulla funzione e i compiti dei sindacati all’assemblea della frazione comunista al congresso“)
Riassumendo: i sindacati, base della dittatura proletaria, sotto la guida del Partito, fungeranno da “scuole” amministrative non statali, mentre si muoveranno dialetticamente verso il coordinamento dell’intera economia con l’obiettivo di sradicare lo scambio di merci con la pianificazione totale, evitando la trappola della burocratizzazione. Cosa è successo storicamente allora? Per abbreviare una storia molto lunga di organizzazione proletaria (una storia su cui, senza dubbio, torneremo): i sindacati russi si organizzarono sotto la guida del Partito bolscevico prima come confederazione, denominata “Consiglio centrale panrusso dei sindacati” (ВЦСПС/VTSPS), e successivamente, dal 1923 in poi, come “Consiglio centrale dei sindacati di tutta l’Unione”. Ma quale funzione hanno realmente svolto i sindacati durante i 69 anni di esistenza dell’URSS? I sindacati sono passati dall’essere organi di controllo operaio, una “scuola di comunismo“, a strumenti burocratici dello Stato. Come è potuto accadere? Ciò è avvenuto parallelamente alla degenerazione del partito bolscevico, e con esso del Comintern e dell’intero movimento comunista. (Per un’analisi più ampia, si legga “Perché la Russia non è socialista?”, del 1970). Durante il periodo della NEP, i sindacati operarono all’insegna dello “aumento della produttività” per ricostruire un paese devastato dalla guerra, incrementando i rendimenti industriali e riducendo l’assenteismo sul posto di lavoro. Tutte misure dure, necessarie e temporanee, che, come in molti altri casi, si trasfigurarono nell’epoca del “socialismo in un solo paese” di Stalin. Cosa significò questo per i sindacati? Improvvisamente, le misure temporanee divennero “socialiste”; per fare un esempio, citiamo un libro di storia sovietica:
«Il Partito Comunista considerava l’attuazione di un rigoroso regime di austerità come una delle fonti dell’accumulazione socialista. Nell’aprile del 1926, il Comitato Centrale e la Commissione Centrale di Controllo del Partito Comunista (Bolscevico) dell’Unione pubblicarono un appello, “Sulla lotta per un regime di austerità”, rivolto alle organizzazioni di partito, alle amministrazioni pubbliche e a tutti i lavoratori, in cui si chiedeva l’istituzione di un rigoroso regime di austerità nelle istituzioni, nelle imprese e in tutte le organizzazioni. Questo appello fu immediatamente raccolto dalla classe operaia e dai sindacati. Essi spiegarono ampiamente a operai e impiegati le decisioni del XIV Congresso del Partito, la natura e il significato dell’industrializzazione socialista e la necessità di lottare per un rigoroso regime di austerità al fine di aumentare i risparmi destinati all’industrializzazione. I sindacati sostennero tutte le misure adottate dagli organi economici volte ad attuare l’austerità (riduzione dei costi dell’apparato statale ed economico, riduzione del personale, fusione di piccole imprese, ecc.).
I sindacati coinvolsero la classe operaia e tutti i lavoratori nella lotta per l’austerità, utilizzando varie forme di lavoro di massa. Le conferenze di produzione svolsero un ruolo particolarmente importante in questo senso. Esse si orientarono sempre più verso la risoluzione dei problemi fondamentali della produzione (la sua razionalizzazione, la riduzione dei costi della produzione industriale, il risparmio di materie prime e forniture, la riduzione dei difetti e il rafforzamento globale della disciplina del lavoro) e cominciarono ad approfondire il corso della ricostruzione tecnica delle imprese». (da “Storia dei sindacati nell’URSS 1905-1937“)
Accumulazione socialista! Che termine! Possiamo lodare questo resoconto almeno per la sua onestà, qui vediamo chiaramente la verità: il proletariato russo è stato indotto a rinunciare alle armi, in una tragica dimostrazione di lealtà verso i bolscevichi, ignaro della natura controrivoluzionaria di queste decisioni, aiutando così lo Stato nell’accumulazione! (Leggi: Migliore estrazione del plusvalore) Nel 1923, con la fondazione “ufficiale” dell’URSS, fu istituito il “Commissariato del Popolo per il Lavoro” (Narkomtrud). Perché questo è importante? La risposta è semplice: nel 1933, fu sciolto e incorporato nel Consiglio centrale panrusso dei sindacati, completando la trasformazione della federazione sindacale in un apparato di Stato.
In primo luogo, parallelamente alle epurazioni all’interno del partito, anche il Consiglio centrale panrusso dei sindacati fu oggetto di epurazioni: 14 dei suoi 21 membri del 1929 furono giustiziati. Una volta assicurato il controllo totale, i leader sindacali non furono nominati direttamente dal partito, ma furono “approvati” in modo che il leader sindacale scelto collaborasse con lo Stato, e passarono dal migliorare le condizioni di lavoro a promuovere la “Stakhanovchina” (l’idea che i lavoratori si spingessero oltre i propri limiti per aumentare la produttività) durante il periodo del piano quinquennale. I sindacati divennero uno strumento per sorvegliare e pacificare i lavoratori. Non si verificarono scioperi proclamati da queste organizzazioni, né alcuna opposizione allo Stato. I funzionari sindacali distribuivano “benefici” e “consultavano” i lavoratori sulla questione del “miglioramento delle condizioni di lavoro”. In realtà i sindacati distribuivano viaggi di piacere e benefici minori ai lavoratori, come “ricompensa per la produttività”. I funzionari statali sovietici si vantavano del fatto che il 98% dei lavoratori dell’URSS facesse parte di queste organizzazioni e, sebbene l’adesione non fosse mai stata imposta per legge, era incoraggiata e ci si aspettava che avvenisse. Nient’altro che uno strumento di asservimento, alla faccia del socialismo.
E questa è la struttura sindacale che la Federazione Russa avrebbe ereditato. Ma i sindacati sovietici erano uno strumento di crescente accumulazione in un’epoca di industrializzazione e ripresa economica, crescita demografica e boom demografico, associata alla sanguinosa accumulazione primitiva provocata dallo Stato sovietico; queste tangenti infinite non potevano durare per sempre, e infatti non durarono. Proprio come un cane senza padrone, lo strumento burocratico dei sindacati è stato lasciato nella polvere dopo il crollo dell’URSS. Nel 1991, il Consiglio centrale panrusso dei sindacati è stato sciolto, sostituito dalla Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia (FNPR), nome ironico, considerando il rapido riassunto della storia che stiamo per intraprendere. L’unica dimostrazione di “indipendenza” che la FNPR abbia mai dato è stata durante il “colpo di Stato di ottobre” del 1993, quando i sindacati appoggiarono il parlamento nel tentativo di mettere sotto accusa Eltsin, cosa che, per dirla senza mezzi termini, si rivelò controproducente. Diamo un’occhiata a un resoconto dell’epoca:
«Su insistenza del governo, il leader sindacale è stato sostituito. Ieri, il Presidium della Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia ha accettato le dimissioni di Igor Klochkov dalla carica di presidente. Durante la crisi di settembre-ottobre, la leadership della federazione ha invitato i lavoratori a difendere la Costituzione e il parlamento, utilizzando tutti i mezzi possibili, “compresi gli scioperi”. Vasily Romanov è stato nominato presidente ad interim della Federazione dei Sindacati.
Subito dopo che Boris Eltsin ha emanato il decreto n. 1400 il 21 settembre, la leadership della Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia (che riunisce oltre 18 milioni di iscritti) ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava la mossa del presidente e invitava i lavoratori a difendere l’ordine costituzionale. Questa posizione dura dei leader sindacali ha immediatamente provocato una ritorsione da parte dell’esecutivo: i telefoni nell’edificio della FNPR sono stati disattivati. I sindacati si sono dimostrati sufficientemente “comprensivi” e il 28 settembre, durante la sessione plenaria della Federazione dei Sindacati, è stata adottata una dichiarazione più “morbida”, che sostanzialmente revocava l’iniziale appello allo sciopero. Ciononostante, anche dopo questa decisione, il presidente della Federazione, Igor Klochkov, ha continuato a chiedere l’adozione della “opzione zero” proposta dall’ex presidente della Corte costituzionale Valery Zorkin, che prevedeva l’abrogazione simultanea del decreto di Boris Eltsin e di tutte le successive risoluzioni del Congresso. Klochkov annunciò il suo sostegno alle azioni del presidente solo la mattina del 4 ottobre, quando i carri armati stavano già sparando contro l’edificio del Parlamento.
Secondo fonti governative, il vice primo ministro Vladimir Shumeiko avrebbe chiesto le dimissioni immediate di Klochkov. Il Presidium della Federazione, dopo aver accettato le dimissioni di Klochkov, ha nominato Vasily Romanov, ex vice di Klochkov, presidente ad interim fino al Congresso». (dal quotidiano “Коммерсантъ” del 09.10.1993)
Dopo il “18 brumaio” di Eltsin, i lavoratori chiamati a “difendere l’ordine costituzionale” sono stati traditi dai loro capi sindacali. Con la nuova leadership, la FNPR ha presto adottato la posizione del “partenariato sociale tra proprietari, lavoratori e Stato” (leggi: collaborazione di classe), ma a differenza dei sindacati nazionalisti occidentali, la FNPR non fa nemmeno finta di proteggere in alcun modo i lavoratori; persino i suddetti viaggi vacanza, che scimmiottavano il socialismo nell’URSS, sono stati privatizzati! Da allora, la FNPR è diventata un tumore burocratico attaccato allo Stato russo, senza ottenere nulla per i lavoratori, se non sottrarre una percentuale del loro salario, con i vertici sindacali scelti in elezioni farsa, simili al “democratismo” russo in generale (che non è poi così diverso dalla democrazia “occidentale”). Nessuno sciopero, ma “manifestazioni” orchestrate dallo Stato, nessuna tutela del lavoro, ma raccolte di fondi per lo sforzo bellico imperialista in Ucraina, ecc. L’iscrizione è generalmente considerata obbligatoria, ma raramente viene nemmeno riconosciuta durante il rapporto di lavoro, con molti lavoratori che, a quanto si dice, non sanno nemmeno di far parte del sindacato! E i leader sindacali sono solo parte dello Stato, con l’intero apparato della FNPR intrinsecamente legato al partito “Russia Unita”. Che i resti dei sindacati costruiti ai tempi dei bolscevichi riposino in pace. Ma c’è ancora speranza. Le realtà materiali del Capitale sono sempre presenti, e nessuna quantità di burocrati statali può cancellare la spinta spontanea dei lavoratori a proteggere i propri interessi materiali. Dopo i continui fallimenti dei sindacati controllati dallo Stato, nell’era del “capitale liberale” degli anni 2000 in Russia, si sono formati veri e propri sindacati indipendenti per difendere le posizioni concrete dei lavoratori, di cui parleremo in un prossimo articolo.