Partito Comunista Internazionale

Riprendendo la questione sindacale

Categorie: Italy, Union Activity, Union Question

Questo articolo è stato pubblicato in:

Traduzioni disponibili:

Un testo del 1980 su due diverse deviazioni riguardo alle lotte economiche del proletariato

Scopo storico dell’opportunismo, cioè della tendenza a scegliere strade facili, appunto ritenute più “opportune” per ottenere risultati, è sempre stato quello di frapporre tra la classe operaia e il suo partito politico ipotesi, proposte, ideologie le più varie pur di distrarla dal suo compito finale, quello della rivoluzione sociale; ma da questa missione non è escluso nemmeno il movimento sindacale, che sarebbe per il partito lo strumento, la “cinghia di trasmissione”, di elezione per trasmettere alla classe non solo indicazioni sovversive dell’ordine borghese, ma anche indicazioni adeguate per la migliore tattica nelle lotte economiche. Che poi gli opportunisti siano in buona fede o aperti traditori poco importa, come si dice, «la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni». In ogni modo trovare buona fede nei politici di oggi, quale che sia l’area di appartenenza, è semplicemente impossibile.

L’articolo che riproponiamo, del 1980, analizza efficacemente le due principali deviazioni nei confronti della lotta economica di classe: “l’anarco-sindacalismo” e quello che potremmo chiamare “agnosticismo economico”.

Il primo deriva da correnti già presenti a cavallo tra i secoli XIX e XX, che ponevano nel sindacato e non nel partito il centro dell’azione rivoluzionaria, e lo volevano puro da influenze borghesi (Tribunisti olandesi, KAPD tedesco, Sindacalisti americani e francesi, ecc.). La Sinistra da allora combatté con decisione quei movimenti, analoghi a quello torinese de “L’Ordine Nuovo”, che riteneva che il movimento rivoluzionario consistesse nello svuotare i sindacati a favore dei consigli di fabbrica, che avrebbero dovuto rappresentare la struttura degli organi, sia economici che statali, della rivoluzione, intesa come iniziata in pieno capitalismo, con una visione del tutto idealistica del processo rivoluzionario.

L’altra deviazione, quella che ritiene inutile la lotta in quanto semplice fatica di Sisifo, puntando tutto sull’azione politica del Partito, è ancora più vecchia, e sconfessata da Marx già nel 1864, in un dibattito che si svolse nella Prima Internazionale, a Londra: le osservazioni di Marx, riportate nell’opuscolo “Salario, prezzo e profitto”, sono senza appello:

«Se tale è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto.

«[…] Nello stesso tempo la classe operaia […] non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. […] Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”.

«[…] Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato».

Oggi il nostro grande Carlo non sarebbe così delicato nei confronti delle centrali sindacali. Comunque a noi serve sempre citare i nostri maestri, Marx-Engels, Lenin, la Sinistra, per dimostrare che l’opportunismo, che apparentemente sempre si rinnova nella sua funzione antiproletaria, in realtà è sempre lo stesso: le argomentazioni restano le stesse pur se paludate da geniali innovazioni, e rimarranno tali finché dovranno assolvere il compito di trattenere la classe dalle vere ed efficaci lotte rivendicative, e dal congiungersi con gli indirizzi che solo il partito rivoluzionario può dare.

Per noi non importa se i sindacati sono guidati da reazionari, cosa che è scontata in periodi di assenza di combattività operaia diffusa, come adesso; né ci preoccupiamo di fondarne di puramente comunisti, rivoluzionari. Ma nemmeno pensiamo che la lotta rivendicativa sia inutile, in accordo con gli insegnamenti di Marx. Per noi i sindacati, nella misura in cui sono aperti a tutti i lavoratori, sono e saranno sempre oggetto della nostra attenzione e, se possibile, partecipazione; già nel 1951 scrivevamo:

«I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese».

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma niente è cambiato nella natura del capitalismo, e nulla deve cambiare nell’atteggiamento del partito verso le organizzazioni economiche della classe.

I comunisti e le lotte rivendicative

da “Il Partito Comunista”, n. 66 del 1980

I comunisti rivoluzionari hanno sempre dato grande importanza alle lotte che gli operai sono costretti dalle condizioni economiche e sociali ad ingaggiare per difendere la loro posizione di salariati dalla pressione padronale e capitalistica. Essi vogliono essere l’avanguardia dei lavoratori in queste lotte, per conquistare la loro fiducia, per dimostrare loro che i metodi comunisti sono più efficaci nella difesa operaia di quelli proposti da altri partiti o gruppi politici.

Ma, data la naturale instabilità del terreno economico e sociale su cui si ingaggiano queste lotte e la precarietà delle “conquiste” entro il perimetro di una società che vive sullo sfruttamento del lavoro salariato, le lotte rivendicative non scalfiscono nemmeno i rapporti sociali, non mettono in discussione il potere politico delle classi proprietarie, del regime capitalistico.

I proletari, tuttavia, anche se lo volessero, non potrebbero disertare dalle lotte in difesa dei loro interessi immediati, perché la semplice rinuncia a difendersi dall’ingordigia del capitalismo li ridurrebbe in uno stato di bestialità peggiore di quello in cui si tenta di ricacciarli. Non servirebbe nemmeno al capitalismo una classe operaia “povera”, cioè non in grado di partecipare al consumo delle merci che vengono sfornate a un ritmo crescente dalla macchina produttiva. Il capitalismo ha interesse che i lavoratori abbiano un “reddito” il più possibile capace di essere “consumato” sul mercato capitalistico, onde tenerlo vivo ed operante per perpetuare l’infernale meccanismo dello sfruttamento dei salariati.

Da qui sorge la ragione di sindacati “capitalisti”, cioè di sindacati che il regime ha interesse a costruire, o in opposizione a quelli di classe, o totalitari in assenza di una organizzazione di classe, al suo servizio, ossequiente alle necessità dell’economia mercantile e alla stabilità sociale e politica del regime capitalistico.

Poste queste premesse, nel campo dell'”opposizione” al capitalismo sorgono due tendenze che deviano dal marxismo rivoluzionario e rappresentano un ostacolo serio che ritarda il duro e penoso processo di ricostruzione della organizzazione proletaria. La prima, che potremmo definire di “sindacalismo puro”, sostiene che gli attuali sindacati non difendono la condizione operaia, perché inquinati dalla “politica”, e che, di conseguenza, i veri sindacati di classe non potranno risorgere sinché non verrà bandita al loro interno l’esistenza di gruppi organizzati di partito. Questa posizione si rifà all’anarchismo, il quale vede nella lotta politica all’interno della classe operaia un “male” generatore di divisioni che lacerano l’unità d’azione del proletariato. È una visione che prescinde dal reale stato di aggregazione sociale e politica delle classi, per cui molto semplicisticamente gli uomini si dividerebbero in due porzioni nette e distinte, gli sfruttati e gli sfruttatori, omettendo che i termini di sfruttato e di sfruttatore sono “relativi” e non assoluti. L’unica classe sociale che abbia questa caratteristica è il proletariato, per definizione senza riserve e risorse, se non la capacità di creare altri proletari. Cosicché, in queste due categorie specie si possono includere, tra gli sfruttati, assieme al proletariato anche il sottoproletariato che vede nel proletario al lavoro un “privilegiato”, il piccolo-borghese che intravede nel medio borghese il suo sfruttatore, questi, a sua volta, riconosce come padrone il grande borghese. Non a caso, questa concezione si esprime in termini di “Popolo” in contrapposizione al capitalismo, concezione che è comune anche all’opportunismo. Nella realtà i confini tra le classi sociali non sono fissi e soprattutto non individuabili in ciascuna persona, per modo che, a differenza che nelle società precapitalistiche in cui le classi erano rigide, a compartimenti stagni, nella società capitalistica le classi sono “aperte”, cosicché gli individui nel corso della loro vita possono varcare i confini di classe e trasmigrare dall’una all’altra indifferentemente. Ne consegue che un operaio di fabbrica, proprietario di casa non è un proletario; al contrario un intellettuale, che scrive libri per il padrone editore, nulla possiede, scampa appena la vita, è un proletario. Nel sindacato operaio vengono organizzati sia gli operai non proletari, sia i proletari lavoratori, i disoccupati, per lo più proletari puri, vengono inquadrati i “colletti bianchi”, in gran parte non proletari, gli strati superiori dei lavoratori, le cosiddette “aristocrazie del lavoro”, e così via.

La classe operaia, come si vede, non è omogenea. Divisa in strati, ciascuno con interessi propri, si manifesta con indirizzi politici, si organizza in partiti. Se la base di aggregazione sindacale è comune a tutti i salariati, per il fatto di essere salariati, appunto, diversi sono gli interessi che spingono i vari strati di lavoratori ad organizzarsi, e quindi ciascun gruppo politico in cui i diversi interessi si esprimono s’impegna a conquistare la direzione della organizzazione per farne una leva in difesa dei suoi interessi. Nella storia del sindacato operaio si trova chiaramente espressa questa inevitabile dialettica, che va dalle prime associazioni operaie di puri salariati al sindacato unionista anglosassone, che accetta l’adesione di soli operai qualificati, dal sindacato “libero” sino alla vittoria del fascismo, che inquadra tutti i lavoratori affiliati o meno a partiti, al sindacato fascista, coatto, totalitario. La divisione delle classi sociali in partiti politici, quindi, è insopprimibile, come è inevitabile la divisione politica della classe operaia. Al contrario di quanto postula l’indirizzo “sindacalista puro”, la “politica” è l’unico mezzo con cui il puro proletariato può far prevalere nell’organizzazione di classe gli interessi immediati e generali dell’intera classe salariata. Non qualunque “politica”, ma una ed unica “politica”, che scaturisce dal programma marxista rivoluzionario, rappresentata dal partito politico di classe, unico strumento per il quale i proletari si presentano come classe storica, con principi definiti, tattica preordinata, organizzazione solida e coerente. D’altro canto, sfidiamo chicchessia a portare un solo esempio che testimoni della neutralità del sindacato di fronte ai partiti politici e allo Stato. E anche la neutralità politica del sindacato costituirebbe, in mezzo allo scontro tra partiti, una “politica” particolare, distinta. Gli attuali sindacati di regime non sono il prodotto della “politica”, ma di una politica precisa, quella espressa comunemente da tutti i partiti, basata sulla difesa del regime capitalistico.

La seconda tendenza, apparentemente opposta a quella sopra esposta, sostiene che il sindacato sia forma superata, che il proletariato deve abbandonare, che le rivendicazioni economiche sono effimere e che tutto debba risolversi in “politica”. I fautori di questa tendenza non negano la “realtà” dei bisogni economici del proletariato, ma sostengono che questi bisogni “volgari” devono essere considerati un “pretesto”, uno spiacevole e antiestetico “accidente” da sfruttarsi machiavellicamente per “innalzare” i miseri operai alla “altezza” della superiore visione politica. Una sorta di aggiornata “politique d’abord” con tinte “rivoluzionarie”, che dovrebbe far tremare la borghesia dinanzi ad un proletariato tanto eroico e generoso da lottare per un astratto ideale, al quale si ridurrebbe il socialismo. Il socialismo è un bisogno sociale materiale col quale soddisfare tutti gli altri bisogni, in sintesi i bisogni spirituali, culturali, conoscitivi, non un’astruseria settaria.

L’educazione politica o è educazione rivoluzionaria o, altrimenti, pedestre assuefazione del proletariato alle menzogne che le classi superiori usano per tenere aggiogata la classe dei salariati. Educazione rivoluzionaria è quella che mette in luce il ricatto economico e sociale del capitalismo per indurre i salariati ai “sacrifici”, cioè a rinunciare alle lotte economiche e sociali, alla difesa del salario che si svaluta, del posto di lavoro che diventa sempre più precario, della vita sempre più in bilico tra essere consumata in fabbrica od essere violentemente recisa sui campi di una guerra imperialista già troneggiante. È educazione nihilista, cioè piccolo borghese, non emanante dalla nostra classe proletaria, quella che invita gli operai ad abbandonare le “volgari” lotte per il pane, il salario, il lavoro, la casa. È questa, invece la strada per l’assuefazione del proletariato al regime, che non chiede di meglio agli operai che di “lasciare” in mano ai sindacati e ai partiti di regime l’interessamento per i loro bisogni.

L’assenza, totale sinora, del proletariato nello scontro di classe, non autorizza nessuno a postulare la sostituzione della “economia” con la “politica”, l’abbandono della organizzazione di classe preferendo altri “organi politici” magari “tipo Soviet”. Al contrario, l’attuale stato di soggezione del proletariato al regime, indica che si deve lottare per strappare di mano al regime l’iniziativa economica dei suoi sindacati, iniziativa che si va sempre più affievolendo quanto più la crisi capitalistica travolge le “riserve” con cui è stata tenuta sinora legata la classe operaia al regime presente.

Ma per indirizzarsi in questa prospettiva, le due deviazioni sono fuorvianti. La prima, perché nega il significato politico delle lotte economiche, la seconda perché nega gli interessi economici immediati degli operai.

I comunisti non negano né ritengono pretestuose le lotte economiche proletarie ma, nella giusta considerazione che queste sono necessarie, utili e ineliminabili, lavorano nel proletariato per convincerlo che non vi sono “conquiste” senza lotta di classe, senza organizzazione di classe, che queste “conquiste” vengono annullate dal regime capitalistico se il proletariato non lo abbatte violentemente e su questa vittoria non fonda la sua dittatura di classe.

È questo il programma politico che i comunisti portano nella classe e nelle sue lotte rivendicative e sociali.