L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra Pt.3
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Manovre di avvicinamento alla guerra
Altri timidi tentativi
Una nuova proposta per un convegno socialista italo-austro-ungarico venne rilanciata da Bissolati due anni dopo. In una lettera inviata a Treves e pubblicata il 29 luglio 1907 su Il Tempo, Bissolati riteneva la situazione politica assai più favorevole di quella del 1905, specialmente per quanto riguardava il partito socialista di Austria. Nel maggio si erano svolte le elezioni politiche a suffragio universale ed il partito socialdemocratico vi aveva registrato un ottimo risultato inviando in Parlamento ben 87 deputati. A questo riguardo Bissolati affermava: «Quando ci radunammo a Trieste nel 1905, il partito socialista era in Austria una forza in embrione, che oggi si è mirabilmente spiegata e accampa superba nel Reichsrat. Certi impegni impossibili allora per la debolezza politica dei compagni nostri di là dell’Isonzo, sono possibili oggi e sarebbero oltre ogni limite fruttuosi».
Il ragionamento di Bissolati denota a qual punto il cretinismo parlamentare riesca ad impossessarsi della mente anche dei più validi compagni quando si accettino le regole del gioco democratico. Il fatto che da una manciata di deputati si fosse arrivati a piazzare, in una sola volta, 87 culi socialdemocratici sulle poltrone del Parlamento di Vienna era dipeso esclusivamente dalle elezioni tenute per la prima volta a suffragio universale, e non significava affatto che il partito socialista avesse aumentato la propria presa sulla classe operaia. Significava solo che i lavoratori socialisti, ai quali precedentemente era negato il diritto di voto, ora avevano potuto esprimerlo e, come prevedibile, lo avevano dato al partito di classe. Tutto qui. Ma se fino al giorno innanzi i socialisti d’Austria si rifiutavano di indire uno sciopero per “al massimo cominciare una piccola agitazione”, non sarebbero certamente stati gli 87 onorevoli a portare il proletariato nelle piazze dell’Impero.
La proposta fu ripresa il giorno successivo e fatta propria da Il Lavoratore di Trieste ed anche, seppure con un certo scetticismo, da Il Popolo di Trento. Sembra però che nessuno abbia avuto molta fretta di organizzare il convegno se si pensa che il casus che servì da pretesto per mandarlo a monte si verificò solo l’ottobre dell’anno successivo. Il 4 ottobre 1908 l’Austria aveva proceduto all’annessione della Bosnia Erzegovina. I rappresentanti socialisti, posti di fronte al fatto compiuto, pur disapprovando l’operato del governo, minimizzarono l’accaduto dichiarando che, in sostanza, non era successo altro che «la definizione formale di una situazione di cose già da lungo tempo esistente», nel senso che il Congresso di Berlino già nel 1878 aveva decretato l’affidamento di tutta l’area all’amministrazione austriaca.
«Noi vediamo con sommo dolore – commentava Salvemini – che i socialisti austriaci (…) non solo non insorgono, ma dichiarano ufficialmente per bocca di Adler e un po’ anche, è doloroso doverlo constatare, dell’italiano Pittoni, che l’Austria non ha fatto nulla di male a metter fuoco alle polveri e che in questa faccenda gli altri Stati non hanno nulla da dire e nulla da censurare» (Critica Sociale, 16 ottobre). Si noti però che i rimproveri mossi da Salvemini alla socialdemocrazia austriaca non concernevano una mancata posizione di classe, ma l’alterazione degli equilibri statali. Nello stesso articolo infatti il professore esortava i socialisti italiani a smetterla di inseguire “la pace ad ogni costo”.
L’aver tirato in causa Pittoni (che a quanto ci risulta fu l’unico a votare contro l’annessione della Bosnia Erzegovina) provocò una lunga ed aspra diatriba con i socialisti istriani, in modo particolare con Angelo Vivante. L’atteggiamento di Pittoni può venire sintetizzato nelle due citazioni che seguono: «Che cosa ha fatto l’Austria-Ungheria in trenta anni di occupazione? (…) Un titolo di onore sarebbe stato (…) se essa avesse potuto dire al mondo: per desiderio espresso delle popolazioni (…) è stata decisa la loro definitiva unione ai paesi della Monarchia». «Il maggior numero dei loro connazionali è in Austria-Ungheria dove popolano la Croazia (…) in nome di che cosa avremmo dovuto protestare? Puramente per far dispetto all’Austria e piacere al re di Serbia?» (Il Lavoratore, 16 novembre).
Un nuovo tentativo di incontro venne dal congresso socialista di Trento tenutosi il 31 ottobre, dove fu votato all’unanimità il seguente ordine del giorno: «I socialisti italiani del Trentino, Tirolo e Voralberg esprimono vivo e concorde voto perché, a dissipare qualsiasi malinteso tra i rappresentanti del partito socialista d’Italia e dell’Austria-Ungheria in rapporto alla dibattentesi questione balcanica, sia convocato fra i rappresentanti stessi, nel più breve tempo possibile, un convegno al quale abbiano a prendere parte eventualmente anche i rappresentanti socialisti delle altre nazioni. In tal convegno sarà da stabilire una motivata dichiarazione con la quale, di fronte alla permanente minaccia di un conflitto intereuropeo, sarà riaffermato il proposito del proletariato internazionale di opporsi con ogni mezzo, anche il più estremo, a qualsiasi tentativo capitalista borghese, inteso a determinare il flagello della guerra. Si dà l’incarico alla nuova Commissione di comunicare l’ordine del giorno alla Direzione del Partito Socialista Italiano e a quello austriaco».
L’invito venne accolto molto freddamente dal PSI la cui ala riformista, come abbiamo accennato stava sempre più orientando le proprie simpatie verso le democrazie e l’Inghilterra in particolare. Questo cambiamento di orientamento da parte del PSI era stato avvertito da Pittoni che in una lettera ad Adler il 3 ottobre 1909 scriveva: «Rispondendo alle mie obiezioni, Morgari mi ha assicurato che la grande maggioranza del partito italiano è in sintonia con noi, e solo singole persone nel partito sono inclinate a un neopatriottismo, che non è compatibile coi nostri principi. Tra questi purtroppo Bissolati, il caporedattore dell’Avanti!, che ha orientamenti del tutto particolari, e sembra separarsi sempre più dal partito».
Dopo una serie di rinvii, una convocazione a Bologna per il luglio 1909 e poi annullata, venne stabilito che si sarebbe tenuto a Rovereto un incontro preliminare e ristretto (otto o dieci persone al massimo) al quale avrebbero partecipato oltre ai delegati italiani ed austriaci anche «qualche iugoslavo, qualche cèco o forse un ungherese» (Turati a Salvemini il 2 ottobre 1909).
Saltato anche l’incontro di Rovereto si parlò di nuovo di convegno internazionale a fine novembre 1910, quando fu ritenuto effettuabile in base all’esito di sondaggi svolti da Morgari: ne diedero notizia contemporaneamente, il giorno 23, l’Avanti!, lo Arbeiter Zeitung, Il Lavoratore ed Il Popolo.
Finalmente il 3 febbraio 1911 fu possibile convocare una riunione preliminare con la partecipazione, da parte italiana, di Leonida Bissolati, Oddino Morgari, Pompeo Ciotti, Rinaldo Rigola; per Trieste, la regione Giulia ed il Trentino, di Giovanni Oliva, Valentino Pittoni, Piscel e altri; per i socialisti tedeschi in Austria, di Viktor Adler, Willielm Ellenbogen, Otto Bauer; per i socialisti cechi, Nemec; per gli iugolavi, Etbin Ktistan; per i polacchi, Diamand; per gli ungheresi, Welltner e Jaszai.
L’argomento dibattuto fu ancora una volta la guerra e la risposta che il proletariato internazionale avrebbe dovuto, e potuto, dare al suo scattare. Si parlò di proclamare, in caso di mobilitazione, dapprima lo sciopero dei ferrovieri per impedire il raggruppamento degli eserciti, di sciopero generale ove le circostanze lo richiedessero, ma, in sostanza, i convenuti si limitarono a nominare una commissione mista, che avrebbe dovuto seguire gli avvenimenti e specialmente informare i due partiti di quanto succedeva nei rispettivi paesi.
Al termine dei lavori fu emesso il seguente ordine del giorno: «Nei giorni del 9 e 10 aprile p.v. si terrà in Italia un convegno delle rappresentanze socialiste e proletarie d’Italia, d’Austria e d’Ungheria per tutte le intese necessarie all’azione comune e parallela che dovrà svolgersi nei tre paesi sempre più attivamente per prevenire ogni pericolo di guerra e per giungere alla diminuzione degli armamenti dall’una e dall’altra parte. Al convegno assisterà anche una rappresentanza dell’Ufficio Internazionale Socialista di Bruxelles. Durante il convegno che si terrà a Roma o a Firenze, secondo che sembrerà più opportuno ai compagni del Regno, si farà una manifestazione pubblica con intervento delle suaccennate rappresentanze nei tre paesi. Contemporaneamente alla suddetta manifestazione, verranno convocati altri comizi pubblici, al medesimo scopo e per adesione al convegno, in tutte le città d’Italia, d’Austria e d’Ungheria. Fu pure deliberata l’istituzione di un Ufficio Permanente d’Informazioni allo scopo di facilitare lo svolgimento concorde dell’azione antimilitarista dei socialisti nei tre paesi».
Furono eletti membri dell’Ufficio Permanente Bissolati e Ciotti per l’Italia, Adler e Pittoni per l’Austria. La riunione quindi si risolse con un niente di fatto, tutto essendo rimandato al futuro convegno internazionale. Convegno al quale non si sarebbe mai arrivati, né a Roma né a Firenze. Ma ciò non accadde certamente a causa dei socialisti adriatici, nei confronti dei quali, anzi, Bissolati si sentì in dovere di indirizzare ampi elogi.
Alla fine di marzo il parlamento viennese, paralizzato dalla lunga lotta ostruzionista dei deputati cèchi, fu sciolto e furono indette nuove elezioni per il giugno successivo. I socialdemocratici d’Austria ritennero che la campagna elettorale dovesse avere priorità su tutto il resto. Che diamine! per l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletario ci sarebbe stato tempo dopo! E su questo i “colleghi” italiani erano pienamente d’accordo. L’Avanti! già il 31 marzo aveva prospettato il rinvio dell’incontro internazionale, allo stesso tempo invitava i socialisti austriaci ad approfittare dei comizi elettorali per propagandare il programma antimilitarista del convegno. Due giorni dopo il rinvio era ufficialmente deciso e il 6 aprile la direzione del PSI comunicava che l’incontro si sarebbe svolto dopo le elezioni in Austria: ai primi di luglio.
Dalle nuove elezioni il partito socialdemocratico riportò una parziale sconfitta perdendo 5 seggi, al contrario venne segnalato «un rafforzamento del radicalismo nazionale in tutte le nazioni [dell’Austria]», come segnalava l’Arbeiter Zeitung del 24 giugno. Anche i socialisti italiani interpretarono alla stessa maniera i risultati delle elezioni austriache e ne dedussero che il socialismo avrebbe dovuto “sottomettersi alla realtà dei fatti”, «il giganteggiare di quegli antagonismi nazionali che il partito socialista si era proposto di sottomettere agli antagonismi di classe». Considerazione che faceva il paio con quanto Viktor Adler scriveva a Bebel: «Il mito secondo cui noi socialdemocratici saremmo immuni dal nazionalismo è definitivamente tramontato».
Nel frattempo l’Italia era scesa in guerra contro la Turchia procedendo all’occupazione della Libia e l’internazionalismo di Bissolati, già blando e stemperato, si tramutava in quell’acceso e convinto nazionalismo che, un anno dopo, lo avrebbe portato alla espulsione dal partito assieme a Cabrini, Bonomi e Podrecca.
Inutile dire quindi che il convegno non ci fu, come è inutile dire che i partiti socialisti, arresisi all’evidenza dei fatti, consegnavano il proletariato alle rispettive borghesie per incamminarlo a quello che fu il primo macello mondiale.
Vero è che erano molti i socialisti della Seconda Internazionale, anche aderenti alle correnti rivoluzionarie, che erano arrivati a teorizzare come ipotesi priva di fondamento la eventualità di una guerra fra le grandi potenze europee. Le armi erano troppo potenti e distruttive, si diceva, perché una guerra europea fosse possibile. Persino Pittoni scriveva nel 1905: «A Vienna e a Roma si sa che la guerra austro-italiana è un’ipotesi fantastica, al pari della guerra generale europea, poiché il capitalismo in Europa ha ormai superato la fase della guerra guerreggiata».
Non è possibile credere però che i partiti socialisti siano stati colti di sorpresa e che si siano trovati di fronte all’evento bellico “impreparati” a dare una risposta di classe. La diffusa illusione che una guerra fosse ormai impossibile in Europa era stata definitivamente fugata quando, scoppiato il conflitto balcanico, l’Austria procedette ad una mobilitazione e concentrò forti contingenti di truppa ai confini meridionali. Contemporaneamente la Russia aveva fatto altrettanto.
Il congresso straordinario di Basilea
Fu allora che il socialismo internazionale cominciò ad allarmarsi e si predispose ad affrontare l’evento. Il 24 novembre 1912 fu tenuto a Basilea il congresso straordinario della Seconda Internazionale la cui parola d’ordine fu: guerra alla guerra.
Il congresso svolse i suoi lavori in un clima di entusiasmo, i discorsi furono infuocati ed il lunghissimo ordine del giorno votato tratteggiava la situazione politica di ogni paese ribadendo, per quanto riguardava l’Austria, con le seguenti testuali parole, il concetto unitario del programma di Br�nn: «I socialisti dell’Austria debbono lottare anche nell’avvenire affinché le frazioni dei popoli iugoslavi dominati dalla casa d’Asburgo ottengano all’interno della monarchia austro-ungarica il diritto di governarsi da sé democraticamente».
La Seconda Internazionale rivolgeva la sua parola classista al proletariato di tutti gli Stati ed allo stesso tempo ammoniva la borghesia mondiale con queste solenni affermazioni: «Il congresso constata che tutta d’Internazionale socialista è concorde su queste idee essenziali della politica estera. Esso invita i lavoratori di tutti i paesi ad opporre all’imperialismo capitalista la forza della solidarietà internazionale del proletariato. Esso ammonisce le classi dirigenti di tutti i paesi a non accrescere ancora con azioni di guerra la miseria inflitta alle masse dal modo di produzione capitalista. Esso domanda, esige la pace. Sappiano i governi che, allo stato attuale dell’Europa e nell’attuale disposizione d’animo della classe operaia, essi non potrebbero, senza pericolo per loro medesimi, scatenare la guerra. Si ricordino che la guerra franco-germanica ha provocato l’esplosione rivoluzionaria della Comune, che la guerra russo-giapponese ha messo in moto le forze rivoluzionarie del popolo russo. Si ricordino che il disagio, provocato dall’aumento delle spese militari e navali, ha dato ai conflitti sociali in Inghilterra e sul continente un’asprezza insolita ed ha scatenato scioperi formidabili. I governi sarebbero folli se non sentissero che la sola idea di una guerra mostruosa solleva l’indignazione e la collera del proletariato di tutti i paesi. Gli operai ritengono delitto sparare gli uni contro gli altri per il profitto dei capitalisti e per l’orgoglio delle dinastie o per le combinazioni dei trattati segreti (…) L’Internazionale raddoppierà i suoi sforzi per prevenire la guerra con la sua propaganda sempre più intensa, con la sua protesta sempre più fervida.
«A questo scopo il congresso incarica il Bureau socialista internazionale di seguire gli avvenimenti con attenzione raddoppiata e di mantenere, qualunque cosa avvenga, le comunicazioni e i legami tra i partiti di tutti i paesi. Il proletariato ha coscienza che su di lui pesa in quest’ora tutto l’avvenire dell’umanità e impiegherà tutte le sue energie, per impedire l’annientamento del fiore di tutti i popoli, minacciati da tutti gli orrori di massacri enormi, della fame e della peste.
«Il congresso rivolge appello a voi, proletari e socialisti di tutto il mondo, perché in quest’ora decisiva, facciate sentire la vostra voce. Affermate la vostra volontà dappertutto e sotto tutte le forme. Con tutta la forza sollevate la vostra protesta unanime nei Parlamenti, unitevi in manifestazioni e azioni di masse, utilizzate tutti i mezzi che l’organizzazione e la forza del proletariato mettono nelle vostre mani, di modo che i governi sentano costantemente davanti a loro la volontà attenta ed attiva della classe operaia, risoluta alla pace. Al mondo capitalista dello sfruttamento e del massacro delle masse opponete così il mondo proletario della pace e dell’unione dei popoli».
La risoluzione era chiara e precisa. Traendo gli insegnamenti della storia tracciava la linea di azione del proletariato in caso di guerra. Dimostrava tutta la profonda avversione che il proletariato europeo nutriva nei confronti della guerra ed incitava il proletariato stesso a far sentire la sua voce, a sollevare la sua protesta, ad organizzare azioni di masse per impedire la guerra.
Al riguardo Lenin ha successivamente affermato: «La risoluzione di Basilea è la sintesi di innumerevoli pubblicazioni di agitazione e di propaganda di tutti i paesi contro la guerra ed è l’enunciazione più precisa e completa, più solenne e formale delle idee socialiste sulla guerra e della tattica socialista di fronte alla guerra (…) Ma forse il manifesto di Basilea non è altro che un appello senza significato, senza un contenuto preciso, né storico né tattico, che lo connetta incontestabilmente alla guerra attuale? Al contrario, (…) la risoluzione di Basilea parla precisamente della guerra che è in atto, dei conflitti imperialistici che sono scoppiati negli anni 1914-1915. I conflitti fra l’Austria e la Serbia per i Balcani, tra l’Austria e l’Italia per l’Albania, ecc., tra l’Inghilterra e la Germania per i mercati e per le colonie in generale, tra la Russia e la Turchia e altri per l’Armenia e Costantinopoli: ecco di che cosa parla la risoluzione di Basilea, prevedendo appunto la guerra attuale. Precisamente a proposito della guerra attuale tra “le grandi potenze europee”, la risoluzione di Basilea dice che questa guerra “non si può giustificare col minimo pretesto di un qualsiasi interesse dei popoli”! (…) I rappresentanti dei partiti proletari di tutti i paesi hanno espresso a Basilea, unanimemente e formalmente, la loro incrollabile convinzione che si avvicinava una guerra di carattere precisamente imperialista e ne hanno tratto delle conclusioni tattiche. Perciò, fra l’altro, si deve senz’altro respingere come un sofisma ogni affermazione che non sarebbe stata esaminata esaurientemente la differenza tra la tattica nazionale e quella internazionale».
Non possiamo sorprenderci, quindi, se la censura austriaca tentò di impedire la diffusione della risoluzione di Basilea sequestrando sia l’Arbeiter Zeitung, sia Il Lavoratore del 30 novembre, che la riproducevano integralmente. Ma la censura imperiale non ci riuscì: Il Lavoratore di Trieste, infatti, il 25 dicembre ripubblicò la risoluzione in maniera del tutto legale. Il potere autocratico asburgico, che non aveva il coraggio di infrangere la “sua” legge, si dimostrò più rispettoso delle libertà formali delle moderne democrazie, delle quali non conosceva l’ipocrisia e la spregiudicatezza. L’escamotage al quale i socialisti dell’impero ricorrevano era il seguente: se la censura di uno qualsiasi dei “Regni e Paesi rappresentati al Consiglio dell’Impero” aveva sequestrato una pubblicazione, un deputato poteva presentasse alla Camera un’interpellanza per chiedere l’annullamento del provvedimento: indirizzata al “Signor Ministro”, vi si chiedevano “i motivi per i quali è stata colpita da sequestro la pubblicazione che testualmente recita…”, e qui veniva riprodotto il testo integrale del documento sequestrato. L’intera interpellanza poteva poi essere divulgata a mezzo stampa essendo la pubblicazione degli atti parlamentari garantita dalla legge imperiale…
La guerra in Europa
Ma i buoni propositi espressi a Basilea servirono a ben poco perché, come sappiamo, quando, nel 1914, le grandi potenze procedettero alla mobilitazione generale i capi socialisti dei vari paesi dapprima tacquero, poi dichiararono: in Germania, che si dovevano difendere “le conquiste del proletariato” dalle “orde cosacche” in procinto d’invadere la Prussia orientale; in Francia, che bisognava che i proletari combattessero perché il paese “era vittima di un’aggressione inaudita”; in Inghilterra, perché l’Impero era in pericolo.
In Austria i deputati socialisti furono esonerati dalla imbarazzante necessità di doversi pronunciare alla Camera poiché questa era stata chiusa dal governo il 17 marzo 1914, non essendo stato possibile nella seduta del giorno 12 discutere l’aumento di 30 mila nuove reclute a causa dell’ostruzionismo dei nazionalisti cechi, e perché erano poi fallite le trattative fra cechi e tedeschi per addivenire ad un ennesimo compromesso. La Camera venne riaperta solo nel 1917, dopo l’uccisione del presidente dei ministri conte St�rgkh.
Il partito socialista austriaco fino all’ultimo momento dalle colonne dell’Arbeiter Zeitung aveva aspramente combattuto la politica provocatrice del ministro degli esteri, conte Berchtold, e ironizzato sulla defezione dei socialisti germanici. Ma, di fronte alla diffida dell’organo governativo Wiener Zeitung, secondo cui «gli elementi sovversivi, che minacciavano in sommo grado la sicurezza pubblica e dello Stato, dovevano essere resi inoffensivi in ogni senso», si affrettò a dichiarare, sempre attraverso l’Arbeiter Zeitung, che udiva «la bronzea voce della storia», poiché «calava il sipario sul gioco sfrontato della politica zarista». E il giorno in cui i deputati socialisti al Reichstag germanico approvarono i crediti di guerra, proclamando il Burgfrieden (la pace interna), lo stesso giornale scrisse che quello era «il giorno della più superba e più potente elevazione dello spirito tedesco (…) E così avvenne a Budapest ed a Praga, a Leopoli ed a Klagenfurt fra tutti i popoli dell’Austria».
In Russia il socialrivoluzionario Kerensky dichiarava che avrebbe votato i crediti militari «perché la Russia si difende». Soltanto il deputato Sciustov, a nome dei socialisti e dei cinque deputati bolscevichi, pronunzierà queste profetiche parole: «I nostri cuori battono all’unisono con quelli dei nostri fratelli in Europa. Noi non abbiamo potuto impedire agli imperi di scatenare questa guerra ma noi la finiremo. Questo è l’ultimo colpo della barbarie. Saranno i popoli a fare la pace e non voi signori diplomatici».
Il 31 agosto 1914 Il Lavoratore di Trieste annunziava la sua trasformazione in giornale quotidiano, dandone la seguente motivazione: «Il nostro giornale si è trovato improvvisamente, allo scoppio della guerra, davanti al dilemma inesorabile: o uscire ogni giorno o non uscire affatto. Il diritto di vivere, dunque, e la volontà di vivere, meglio il dovere di vivere, in questo periodo di tempo, che sarà decisivo per la storia delle nazioni come per i destini del proletariato in ciascuna di esse, ci ha fatto scegliere, delle due alternative, quella di uscire ogni giorno. Modesti, ma risoluti militi dell’Internazionale socialista non vogliamo abbandonare il posto che ci spetta in momenti così difficili; non vogliamo che la nostra voce ammutolisca ora che più che mai il proletariato di questa città e di queste terre ha bisogno di udirla e di fare udire la sua attraverso questo organo; non vogliamo privare la classe lavoratrice, il partito socialista, a Trieste, nel Friuli, nell’Istria, dell’unico modo possibile di comunicare, di mantenere il contatto, di affiatarsi. Ecco perché Il Lavoratore ha dovuto in questo momento diventare quotidiano. I compagni e i lettori nostri non si attendano dal Lavoratore, quotidiano in tempo di guerra, ciò che esso, causa il rigore della legge, non può dare. La vita dei popoli non è soltanto guerra e politica guerresca, nemmeno adesso. C’è ancora, soprattutto, la lotta dei due più grandi nemici della guerra, la solidarietà civile delle nazioni, il socialismo contro i due maggiori responsabili della guerra: lo sciovinismo nazionalista e il capitalismo internazionale».