L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra Pt. 4
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Manovre di avvicinamento alla guerra
L’irredentismo italiano in Istria e Dalmazia
I liberali-nazionali (Italienischliberal) concentravano i loro attacchi contro la linea internazionalista del partito, denunziandola come strumento – più o meno cosciente – del dominio asburgico e dell’aggressività slovena, e presentando i socialisti adriatici come avversari, talora traditori, della causa nazionale. E tutta l’informazione liberale-irredentista si scagliava non tanto contro il deprecato potere asburgico, con il quale la borghesia irredenta faceva ottimi affari, ma, essenzialmente, contro il proletariato ed accusava il partito socialista di essere un manutengolo di Vienna.
Riguardo alla coerenza politica degli irredentisti italiani di Istria e Trieste sarebbe sufficiente questo breve quadro che ne fece Pittoni: «Tutta la classe operaia e i contadini non sono irredentisti, anzi sono antirredentisti. La maggior parte della borghesia non è irredentista. Rimane dunque una piccola parte della borghesia e una gran parte degli intellettuali, che guardano tanto più oltre al confine quanto meno occasione hanno di sviluppare all’interno la loro vita intellettuale. Spesso non è possibile distinguere fra i naturali sentimenti di affinità intellettuale e il vero irredentismo (…) Spesso ciò che appare come una corrente irredentista non è che una politica di disperazione di partiti borghesi, da una parte incalzati dai socialisti, dall’altra dal partito di De Gasperi e Spadaro. Come dappertutto in Austria, abbiamo anche noi una borghesia politicamente inerte, che nella grande lotta storica con il proletariato cerca rifugio nel nazionalismo. Noi che conosciamo intus et in cute i nostri capi irredentisti, sorridiamo; noi vediamo i temuti ribelli, i martiri compianti di là dal confine, godersi fra noi il potere e subirne gli effetti sfibranti e accomodanti, piegare compiacenti la schiena al governo, accettare spesso ordini e decorazioni austriache, seguire processioni religiose e cortei patriottici, assistere a feste dinastiche, rifuggire timorosi da ogni manifestazione che possa, anche lontanamente, ricordare i loro presunti ideali, lasciando che un pugno di giovani si esponga inutilmente alle persecuzioni poliziesche».
Si potrebbe pensare che simili affermazioni siano esagerate e, soprattutto, frutto di polemica e risentimento nei confronti degli avversari politici. Invece, a conferma della pusillanimità dei capi dell’irredentismo italiano, del loro opportunismo, della loro compiacente sottomissione all’Austria, sotto il cui dominio prosperavano i loro interessi economici, a conferma di questo vogliamo riportare la descrizione di due capi irredentisti italiani di Zara, come si legge in un rapporto del 22 febbraio 1916 redatto dalla polizia austriaca: «Sapeva di fronte al pubblico restar sempre nel retroscena, non si esponeva in nessuna maniera, anzi di fronte alle persone dell’autorità, al contrario, si mostrava lealissimo patriota (…) Cercava e trovava relazioni amichevoli presso autorevoli personalità politiche di Vienna dei vari Ministeri, ed in ogni dove lo si accoglieva di buon grado come persona leale e bene addentro nelle cose politiche». Parlando di altro irredentista “di spicco” lo stesso rapporto dice: «In apparenza clericale (…) seppe guadagnarsi la fiducia del capo della Presidenza Luogotenenziale e di altre persone influenti della Luogotenenza, e ciò valendosi della finzione di essere aderente del Dott. Bugatto, noto patriota clericale di Gorizia (…) Egli faceva comunicazioni confidenziali su persone e pretesi piani del partito radicale, si offriva sempre e si rendeva obbligate le autorità per i suoi servizi». Per una esauriente e dettagliata analisi della attività svolta da parte degli “irredentisti” italiani si veda L’Irredentismo Italiano in Dalmazia secondo i Documenti Segreti della Polizia austriaca, Roma 1924.
Non certo a caso alla città di Trieste era stato attribuito l’appellativo di “Fedelissima”. Dopo l’uccisione del principe ereditario a Saraievo, Il Piccolo, organo dei liberali-nazionali (ossia gli irredentisti italiani), e proprietà di Teodoro Mayer, futuro senatore con tessera fascista ad honorem per meriti patriottici, uscì listato a lutto; perfino la testata era stata fatta rientrare dentro la cornice nera, senza che nessuno glielo avesse richiesto. In occasione dei funerali, tanto il Comune quanto, Il Piccolo e la Lega Nazionale esposero ad ogni finestra drappi neri. Allo scoppio della guerra contro la Serbia, i borghesi irredentisti italiani esultarono intravedendovi, da navigati mercanti, il profitto economico. In più poterono dare sfogo a tutto il loro odio antislavo, sapientemente sfruttato dal governo di Vienna, e per le vie cittadine si sgolarono ad urlare invettive contro gli s’ciavi al ritmo della Marcia Reale suonata per la prima volte nelle orchestrine dei caffè.
Ma la borghesia triestina aveva fatto male i propri conti. Appena l’intervento inglese apparve sicuro fu pervasa dal terrore. Slapater racconta che in Borsa, quando ne giunse la notizia, piombò un silenzio glaciale, poi un pezzo grosso esclamò: L’è finita. Ed era veramente finita, sia per l’Austria sia per Trieste sia per i tanti piccoli Zeno. Molte banche e molti privati che avevano messo al sicuro riserve e patrimoni in Inghilterra se li vedevano sequestrati. Per di più il blocco inglese rovinava Trieste. Il porto fu disertato, le fabbriche ed i cantieri chiusero, le navi si portarono a Sebenico e la città venne presa dal peggiore dei conquistatori: la fame.
Dalla guerra alla nuova Internazionale
La miglior linea di difesa contro l’offensiva sciovinista era stata individuata dai socialisti adriatici in un rapporto stretto con i compagni del regno d’Italia, rapporto che avrebbe dovuto garantire sia il loro internazionalismo sia ribattere l’accusa di fare il gioco di Vienna. In effetti il problema non era semplice, nemmeno per la borghesia: lo Stato italiano da un lato soffiava sulle braci dell’irredentismo, dall’altro era legato agli Imperi Centrali dal Trattato della Triplice Alleanza, puntualmente rinnovato ad ogni scadenza.
Il Partito Socialista Adriatico – i socialisti di Trieste e di Trento dal 1906, avevano assunto la denominazione di “Partito Socialista Italiano in Austria” – denunciava le lotte nazionali come effetto dei contrapposti interessi borghesi e del centralismo asburgico che se ne giovava.
In quegli anni terribili le aspre lezioni, costate troppo sangue proletario, sulla inevitabilità della guerra imperialista in regime capitalista e sulla necessità della preparazione rivoluzionaria, che sola può fermarla, maturavano nella parte migliore della Seconda Internazionale e saranno caratteristiche e patrimonio della Terza comunista e di una parte dei partiti che vi aderiranno. Una discontinuità, uno scisma si imponeva nel movimento comunista mondiale, per un ritorno alla rigorosa coerenza mezzi-fini delle origini che era andata smarrita nel rilassamento riformista e socialdemocratico successivo alla sconfitta della insurrezionaria Comune di Parigi.
L’internazionalismo istriano-triestino è da annoverare fra una di quelle poche componenti di sinistra (quelle che al momento il nostro studio, certamente incompleto a scala mondiale, ha potuto rintracciare) della Seconda Internazionale che non tradirono e ressero sul filo della classe e del partito. Ci si mantenne, in quella temperie, “socialisti” e internazionalisti perché quella era la prospettiva “naturale” del proletariato e ad essa si configurava l’attività pratica con ogni mezzo.
Per fare un esempio, nel 1906, come direttore delle Cooperative operaie, Pittoni condizionò la vendita a credito ai ferrovieri di Gorizia al fatto che «un affiatamento avvenga tra loro, essendo diverse le nazionalità»; e nel 1905 aveva ricordato come la propaganda internazionalista valesse più di ogni altra cosa «a tagliar le gambe alle provocazioni e alla violenza cui le misere plebi agricole slave (…) talora si abbandonano».
Malgrado tutti gli insuccessi che abbiamo dovuto enumerare, ancora nei primi mesi del 1914 i socialisti adriatici caparbi si adoperavano attivamente perché quella quasi inesistente rete dei rapporti socialisti internazionali non venisse del tutto abbandonata. Nei primi mesi del 1914, mentre Jaurès e Bebel lavoravano intensamente all’organizzazione dei convegni interparlamentari franco-germanici, Oddino Morgari e Valentino Pittoni, conformemente al mandato affidato ai socialisti italiani ed austriaci dal congresso internazionale di Basilea, erano nuovamente all’opera per raccogliere a convegno i socialisti dell’Italia e dell’Austria-Ungheria.
Era già stata accettata l’idea di una prossima riunione di socialisti italo-austro-ungarici, alla quale si sarebbe dovuto invitare anche i socialisti di Francia e l’Ufficio interparlamentare di Bruxelles, quando l’attentato di Saraievo sconvolse tutti i propositi. Nel frattempo Bebel era morto, Jaurès assassinato; venivano così a mancare due uomini che, con molta probabilità, si sarebbero opposti all’infamia dell’adesione alla guerra ed alla conseguente distruzione della Seconda Internazionale.
Gli Stati d’Europa, armati fino all’impossibile, scatenarono il terribile macello. Lo scoppio della guerra vanificò l’ultimo progetto di riprendere il discorso del 1905 e sottopose a drastica verifica il proclamato internazionalismo ed antimilitarismo di ognuno.
Il Lavoratore ebbe una inequivocabile reazione alla manifestazione di socialpatriottismo alla quale si era abbandonato l’organo viennese del partito: «L’Arbeiter Zeitung parlando della guerra in corso si da l’aria di poter parlare per tutti i socialisti (…) Dappertutto, dopo scoppiata la guerra, il modo di sentire dei rappresentanti del nostro partito (…) in generale risulta diverso di quello che per tanti anni era potuto e dovuto sembrare» (15 agosto), al contrario viene elogiato il comportamento del PSI: «I socialisti d’Italia si battono strenuamente per la neutralità contro i tentativi nazionalisti» (31 agosto).
Nell’estate del 1914 si presentò alla redazione de Il Lavoratore, il noto socialdemocratico tedesco «Südekum, che voleva convincere gli italiani del pericolo del panslavismo, ma suscitò solo “ilarità”. Presumibilmente era la prima tappa del viaggio di Südekum in Italia, che si concluse con la riconferma, da parte dei socialisti italiani, della loro condanna della posizione tedesca» (E. Apih, Il Socialismo Italiano in Austria).
Quando alla fine dell’agosto una delegazione socialdemocratica austriaca si recò in Italia per un incontro “chiarificatore” con la Direzione del PSI, innanzi tutto fece tappa a Trieste nel tentativo di rendere ragionevoli quei socialisti che cocciutamente rifiutavano la guerra. Questo è quanto racconta Ellenbogen: «I compagni triestini ci ricevettero freddamente. Essi appartenevano a quella parte della socialdemocrazia che era fanaticamente contraria alla guerra (…) Nessuna considerazione della difesa degli interessi vitali di Trieste poteva farli desistere dall’appassionata condanna del crimine compiuto dai governanti di Vienna».
A settembre vi fu a Milano un altro convegno ristretto di socialisti italiani e dell’Austria. In questo convegno Mussolini, direttore dell’Avanti!, aveva dichiarato che la guerra che si combatteva fra l’Intesa da una parte e gli austro-tedeschi dall’altra era una guerra imperialista, dalla quale il proletariato non poteva sperare alcun beneficio, perciò il partito socialista italiano doveva rimanere fedele al principio della “neutralità assoluta”. Dopo sole poche settimane, Mussolini si pronunciava per la “neutralità attiva ed operante” per passare, successivamente, all’interventismo guerrafondaio.
I socialisti adriatici con la guerra e soprattutto con l’ignobile fine della Seconda Internazionale, e della quale molti erano in una certa misura prigionieri, videro, da un giorno all’altro, distrutta tutta l’opera loro. Angelo Vivante si suicidava, gesto che dobbiamo condannare alla stregua d’una diserzione, specie in considerazione della storia della nostra classe in Europa negli anni subito seguenti. Pittoni in una lettera al fratello del 26 gennaio 1915 invece scriveva: «È l’ubbriacatura della lotta che ci sostiene accanto alla convinzione profonda che la causa è giusta e vale la pena essere suoi istrumenti (poiché quanto più si avanza negli anni e nell’esperienza tanto più ci si convince di essere ben poco fattori – illusioni d’un tempo! – ma soltanto strumenti)».
L’attività politica non cessa e nel corso di diversi incontri si cerca un’intesa comune con i socialisti sloveni «in vista dell’imminente entrata in guerra dell’Italia (…) Non fu riscontrato il minimo contrasto (…) fu unanimemente votata la seguente risoluzione: I partiti socialdemocratici uniti del Litorale condannano la guerra e le aspirazioni nazionalistiche che ne furono causa» (Da Memorie di H. Tuma).
Durò fino alla primavera del 1917 la cappa di piombo del regime assolutista e militarista in Austria. Il socialismo visibile, se così si può dire, prodigò il suo impegno ad alleviare la carestia che colpiva Trieste, attraverso le sue Cooperative e con la presenza in commissioni e organismi assistenziali. Il Lavoratore, sottoposto alla censura, si sforzava divulgare in qualche modo la tematica contro la guerra.
Pittoni, assieme a E. Puecher, venne designato a rappresentare il socialismo triestino al progettato congresso di Stoccolma, con il mandato di impegnarsi per «la conclusione immediata di una pace generale e duratura, senza annessioni e senza indennità, con assoluto rispetto al diritto dei popoli di decidere dei propri destini, non escluse regolazioni di confini sulla base di accordi». Com’è noto la socialdemocrazia austriaca aveva fatto propri alcuni punti del programma di Zimmerwald. Ricordiamo che la conferenza di Stoccolma non si svolse per l’assenza dei socialisti dell’Intesa ai quali i loro governi democratici non concessero i necessari passaporti.
Dopo l’occupazione delle terre già “irredente”, il 17 novembre 1918 l’esecutivo del Partito Socialista Italiano in Austria decide l’adesione al PSI per «condurre d’ora in poi in perfetta solidarietà ed armonia le grandi lotte per la completa emancipazione della classe lavoratrice ed il trionfo del socialismo». Successivamente aderiranno al PSI anche i socialisti slavi.
Il 26 gennaio 1919 fu tenuto il primo congresso socialista della Venezia Giulia; il 7 aprile venne approvata l’uscita dalla Seconda Internazionale e l’adesione alla Terza.
Al congresso di Livorno le organizzazioni triestine e regionali del proletariato passarono, nella loro stragrande maggioranza, al Partito Comunista. Portarono al partito il glorioso Lavoratore, mantennero la direzione della Camera del Lavoro di Trieste nonché di svariati organismi proletari, circoli, etc.
Così il nuovo partito della classe operaia si presentava, il 1° febbraio 1921, agli ex “socialisti adriatici”:
«Proletari della Venezia Giulia!
«La causa del Comunismo ha vinto!
«Il Partito Comunista d’Italia voleva dal proletariato della Venezia Giulia una manifestazione di fede e di forza che attestasse il profondo attaccamento della gente del lavoro al sacro vessillo della Terza Internazionale, speranza radiosa di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi.
«La grande prova è stata data e vinta: con oggi “Il Lavoratore”, già organo di quel Partito dal quale la necessità storica doveva allontanarci, esce come organo di battaglia del nuovo Partito Comunista, che i grandi uomini di Mosca, interpreti eccelsi dell’anima proletaria mondiale, vollero sorgesse anche in Italia per la liberazione definitiva dei paria delle officine e dei campi dal servaggio capitalistico.
«Vada la buona novella a tutti i tuguri ed a tutti gli abituri ove spasima e spera la moltitudine dei diseredati e sia loro squilla potente per i prossimi gloriosi cimenti che l’esempio dell’immortale Russia dei Soviet segna ed addita.
«Viva il Partito Comunista d’Italia!
«Viva la Terza Internazionale!
«Viva la Repubblica mondiale dei Soviet!»
Il 21 luglio 1921 il compagno Giuseppe Tuntar così intervenne alla Camera, dopo avere accusato esplicitamente il presidente del consiglio Bonomi ed i capi dell’esercito, i generali Giardino, Cappello, Caviglia ed il duca d’Aosta di avere armato, equipaggiato, istruito militarmente i fascisti ed averli scagliati contro le organizzazioni proletarie:
«Noi non rinneghiamo nulla della nostra gloriosa tradizione internazionalista, che ha sempre guidato le forze del proletariato nella Venezia Giulia e questa tradizione internazionalista noi la continueremo, perché in essa vediamo il solo metodo di difesa dei diritti dei proletari. Questa tradizione noi la portammo immarcescibile nel partito socialista italiano prima, nel partito comunista d’Italia poi (…)
«Il problema nazionale della Venezia Giulia non si risolve con lo spostamento dei confini; esso non poteva venir risolto dalla guerra, perché gli attriti fra i popoli commisti l’un l’altro non si possono risolvere con lo spostamento di confini, ma con la fratellanza, anzi con la fusione delle stirpi, di cui sarà artefice solo il proletariato. A questo fine è diretta la nostra nobile missione alla quale abbiamo sempre tenuto fede (…)
«I fascisti potranno, con l’aiuto degli organi governativi, distruggere tutte le Camere del Lavoro, tutti i nostri istituti di cultura, tutti i nostri circoli; potranno sopprimere anche alcuni di noi, ma non potranno stroncare la fede immarcescibile da cui è animato il proletariato della Venezia Giulia. Questo proletariato combatterà indomito, in unione ai suoi compagni di tutta Italia, fino al giorno in cui sulle vette altissime delle Alpi Giulie esso innalzerà la rossa bandiera dei Soviets, salutante il libero proletariato d’Italia ed il libero proletariato della Iugoslavia.
«Viva la Russia comunista! Viva la Repubblica mondiale dei Soviets!».