Partito Comunista Internazionale

L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra

Articoli figli:

  1. L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra Pt.3
  2. L’anti-irredentismo di una sinistra della Seconda Internazionale di fronte alla Prima Guerra Pt. 4

Manovre di avvicinamento alla guerra

Altri timidi tentativi

Una nuova proposta per un convegno socialista italo-austro-ungarico venne rilanciata da Bissolati due anni dopo. In una lettera inviata a Treves e pubblicata il 29 luglio 1907 su Il Tempo, Bissolati riteneva la situazione politica assai più favorevole di quella del 1905, specialmente per quanto riguardava il partito socialista di Austria. Nel maggio si erano svolte le elezioni politiche a suffragio universale ed il partito socialdemocratico vi aveva registrato un ottimo risultato inviando in Parlamento ben 87 deputati. A questo riguardo Bissolati affermava: «Quando ci radunammo a Trieste nel 1905, il partito socialista era in Austria una forza in embrione, che oggi si è mirabilmente spiegata e accampa superba nel Reichsrat. Certi impegni impossibili allora per la debolezza politica dei compagni nostri di là dell’Isonzo, sono possibili oggi e sarebbero oltre ogni limite fruttuosi».

Il ragionamento di Bissolati denota a qual punto il cretinismo parlamentare riesca ad impossessarsi della mente anche dei più validi compagni quando si accettino le regole del gioco democratico. Il fatto che da una manciata di deputati si fosse arrivati a piazzare, in una sola volta, 87 culi socialdemocratici sulle poltrone del Parlamento di Vienna era dipeso esclusivamente dalle elezioni tenute per la prima volta a suffragio universale, e non significava affatto che il partito socialista avesse aumentato la propria presa sulla classe operaia. Significava solo che i lavoratori socialisti, ai quali precedentemente era negato il diritto di voto, ora avevano potuto esprimerlo e, come prevedibile, lo avevano dato al partito di classe. Tutto qui. Ma se fino al giorno innanzi i socialisti d’Austria si rifiutavano di indire uno sciopero per “al massimo cominciare una piccola agitazione”, non sarebbero certamente stati gli 87 onorevoli a portare il proletariato nelle piazze dell’Impero.

La proposta fu ripresa il giorno successivo e fatta propria da Il Lavoratore di Trieste ed anche, seppure con un certo scetticismo, da Il Popolo di Trento. Sembra però che nessuno abbia avuto molta fretta di organizzare il convegno se si pensa che il casus che servì da pretesto per mandarlo a monte si verificò solo l’ottobre dell’anno successivo. Il 4 ottobre 1908 l’Austria aveva proceduto all’annessione della Bosnia Erzegovina. I rappresentanti socialisti, posti di fronte al fatto compiuto, pur disapprovando l’operato del governo, minimizzarono l’accaduto dichiarando che, in sostanza, non era successo altro che «la definizione formale di una situazione di cose già da lungo tempo esistente», nel senso che il Congresso di Berlino già nel 1878 aveva decretato l’affidamento di tutta l’area all’amministrazione austriaca.

«Noi vediamo con sommo dolore – commentava Salvemini – che i socialisti austriaci (…) non solo non insorgono, ma dichiarano ufficialmente per bocca di Adler e un po’ anche, è doloroso doverlo constatare, dell’italiano Pittoni, che l’Austria non ha fatto nulla di male a metter fuoco alle polveri e che in questa faccenda gli altri Stati non hanno nulla da dire e nulla da censurare» (Critica Sociale, 16 ottobre). Si noti però che i rimproveri mossi da Salvemini alla socialdemocrazia austriaca non concernevano una mancata posizione di classe, ma l’alterazione degli equilibri statali. Nello stesso articolo infatti il professore esortava i socialisti italiani a smetterla di inseguire “la pace ad ogni costo”.

L’aver tirato in causa Pittoni (che a quanto ci risulta fu l’unico a votare contro l’annessione della Bosnia Erzegovina) provocò una lunga ed aspra diatriba con i socialisti istriani, in modo particolare con Angelo Vivante. L’atteggiamento di Pittoni può venire sintetizzato nelle due citazioni che seguono: «Che cosa ha fatto l’Austria-Ungheria in trenta anni di occupazione? (…) Un titolo di onore sarebbe stato (…) se essa avesse potuto dire al mondo: per desiderio espresso delle popolazioni (…) è stata decisa la loro definitiva unione ai paesi della Monarchia». «Il maggior numero dei loro connazionali è in Austria-Ungheria dove popolano la Croazia (…) in nome di che cosa avremmo dovuto protestare? Puramente per far dispetto all’Austria e piacere al re di Serbia?» (Il Lavoratore, 16 novembre).

Un nuovo tentativo di incontro venne dal congresso socialista di Trento tenutosi il 31 ottobre, dove fu votato all’unanimità il seguente ordine del giorno: «I socialisti italiani del Trentino, Tirolo e Voralberg esprimono vivo e concorde voto perché, a dissipare qualsiasi malinteso tra i rappresentanti del partito socialista d’Italia e dell’Austria-Ungheria in rapporto alla dibattentesi questione balcanica, sia convocato fra i rappresentanti stessi, nel più breve tempo possibile, un convegno al quale abbiano a prendere parte eventualmente anche i rappresentanti socialisti delle altre nazioni. In tal convegno sarà da stabilire una motivata dichiarazione con la quale, di fronte alla permanente minaccia di un conflitto intereuropeo, sarà riaffermato il proposito del proletariato internazionale di opporsi con ogni mezzo, anche il più estremo, a qualsiasi tentativo capitalista borghese, inteso a determinare il flagello della guerra. Si dà l’incarico alla nuova Commissione di comunicare l’ordine del giorno alla Direzione del Partito Socialista Italiano e a quello austriaco».

L’invito venne accolto molto freddamente dal PSI la cui ala riformista, come abbiamo accennato stava sempre più orientando le proprie simpatie verso le democrazie e l’Inghilterra in particolare. Questo cambiamento di orientamento da parte del PSI era stato avvertito da Pittoni che in una lettera ad Adler il 3 ottobre 1909 scriveva: «Rispondendo alle mie obiezioni, Morgari mi ha assicurato che la grande maggioranza del partito italiano è in sintonia con noi, e solo singole persone nel partito sono inclinate a un neopatriottismo, che non è compatibile coi nostri principi. Tra questi purtroppo Bissolati, il caporedattore dell’Avanti!, che ha orientamenti del tutto particolari, e sembra separarsi sempre più dal partito».

Dopo una serie di rinvii, una convocazione a Bologna per il luglio 1909 e poi annullata, venne stabilito che si sarebbe tenuto a Rovereto un incontro preliminare e ristretto (otto o dieci persone al massimo) al quale avrebbero partecipato oltre ai delegati italiani ed austriaci anche «qualche iugoslavo, qualche cèco o forse un ungherese» (Turati a Salvemini il 2 ottobre 1909).

Saltato anche l’incontro di Rovereto si parlò di nuovo di convegno internazionale a fine novembre 1910, quando fu ritenuto effettuabile in base all’esito di sondaggi svolti da Morgari: ne diedero notizia contemporaneamente, il giorno 23, l’Avanti!, lo Arbeiter ZeitungIl Lavoratore ed Il Popolo.

Finalmente il 3 febbraio 1911 fu possibile convocare una riunione preliminare con la partecipazione, da parte italiana, di Leonida Bissolati, Oddino Morgari, Pompeo Ciotti, Rinaldo Rigola; per Trieste, la regione Giulia ed il Trentino, di Giovanni Oliva, Valentino Pittoni, Piscel e altri; per i socialisti tedeschi in Austria, di Viktor Adler, Willielm Ellenbogen, Otto Bauer; per i socialisti cechi, Nemec; per gli iugolavi, Etbin Ktistan; per i polacchi, Diamand; per gli ungheresi, Welltner e Jaszai.

L’argomento dibattuto fu ancora una volta la guerra e la risposta che il proletariato internazionale avrebbe dovuto, e potuto, dare al suo scattare. Si parlò di proclamare, in caso di mobilitazione, dapprima lo sciopero dei ferrovieri per impedire il raggruppamento degli eserciti, di sciopero generale ove le circostanze lo richiedessero, ma, in sostanza, i convenuti si limitarono a nominare una commissione mista, che avrebbe dovuto seguire gli avvenimenti e specialmente informare i due partiti di quanto succedeva nei rispettivi paesi.

Al termine dei lavori fu emesso il seguente ordine del giorno: «Nei giorni del 9 e 10 aprile p.v. si terrà in Italia un convegno delle rappresentanze socialiste e proletarie d’Italia, d’Austria e d’Ungheria per tutte le intese necessarie all’azione comune e parallela che dovrà svolgersi nei tre paesi sempre più attivamente per prevenire ogni pericolo di guerra e per giungere alla diminuzione degli armamenti dall’una e dall’altra parte. Al convegno assisterà anche una rappresentanza dell’Ufficio Internazionale Socialista di Bruxelles. Durante il convegno che si terrà a Roma o a Firenze, secondo che sembrerà più opportuno ai compagni del Regno, si farà una manifestazione pubblica con intervento delle suaccennate rappresentanze nei tre paesi. Contemporaneamente alla suddetta manifestazione, verranno convocati altri comizi pubblici, al medesimo scopo e per adesione al convegno, in tutte le città d’Italia, d’Austria e d’Ungheria. Fu pure deliberata l’istituzione di un Ufficio Permanente d’Informazioni allo scopo di facilitare lo svolgimento concorde dell’azione antimilitarista dei socialisti nei tre paesi».

Furono eletti membri dell’Ufficio Permanente Bissolati e Ciotti per l’Italia, Adler e Pittoni per l’Austria. La riunione quindi si risolse con un niente di fatto, tutto essendo rimandato al futuro convegno internazionale. Convegno al quale non si sarebbe mai arrivati, né a Roma né a Firenze. Ma ciò non accadde certamente a causa dei socialisti adriatici, nei confronti dei quali, anzi, Bissolati si sentì in dovere di indirizzare ampi elogi.

Alla fine di marzo il parlamento viennese, paralizzato dalla lunga lotta ostruzionista dei deputati cèchi, fu sciolto e furono indette nuove elezioni per il giugno successivo. I socialdemocratici d’Austria ritennero che la campagna elettorale dovesse avere priorità su tutto il resto. Che diamine! per l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletario ci sarebbe stato tempo dopo! E su questo i “colleghi” italiani erano pienamente d’accordo. L’Avanti! già il 31 marzo aveva prospettato il rinvio dell’incontro internazionale, allo stesso tempo invitava i socialisti austriaci ad approfittare dei comizi elettorali per propagandare il programma antimilitarista del convegno. Due giorni dopo il rinvio era ufficialmente deciso e il 6 aprile la direzione del PSI comunicava che l’incontro si sarebbe svolto dopo le elezioni in Austria: ai primi di luglio.

Dalle nuove elezioni il partito socialdemocratico riportò una parziale sconfitta perdendo 5 seggi, al contrario venne segnalato «un rafforzamento del radicalismo nazionale in tutte le nazioni [dell’Austria]», come segnalava l’Arbeiter Zeitung del 24 giugno. Anche i socialisti italiani interpretarono alla stessa maniera i risultati delle elezioni austriache e ne dedussero che il socialismo avrebbe dovuto “sottomettersi alla realtà dei fatti”, «il giganteggiare di quegli antagonismi nazionali che il partito socialista si era proposto di sottomettere agli antagonismi di classe». Considerazione che faceva il paio con quanto Viktor Adler scriveva a Bebel: «Il mito secondo cui noi socialdemocratici saremmo immuni dal nazionalismo è definitivamente tramontato».

Nel frattempo l’Italia era scesa in guerra contro la Turchia procedendo all’occupazione della Libia e l’internazionalismo di Bissolati, già blando e stemperato, si tramutava in quell’acceso e convinto nazionalismo che, un anno dopo, lo avrebbe portato alla espulsione dal partito assieme a Cabrini, Bonomi e Podrecca.

Inutile dire quindi che il convegno non ci fu, come è inutile dire che i partiti socialisti, arresisi all’evidenza dei fatti, consegnavano il proletariato alle rispettive borghesie per incamminarlo a quello che fu il primo macello mondiale.

Vero è che erano molti i socialisti della Seconda Internazionale, anche aderenti alle correnti rivoluzionarie, che erano arrivati a teorizzare come ipotesi priva di fondamento la eventualità di una guerra fra le grandi potenze europee. Le armi erano troppo potenti e distruttive, si diceva, perché una guerra europea fosse possibile. Persino Pittoni scriveva nel 1905: «A Vienna e a Roma si sa che la guerra austro-italiana è un’ipotesi fantastica, al pari della guerra generale europea, poiché il capitalismo in Europa ha ormai superato la fase della guerra guerreggiata».

Non è possibile credere però che i partiti socialisti siano stati colti di sorpresa e che si siano trovati di fronte all’evento bellico “impreparati” a dare una risposta di classe. La diffusa illusione che una guerra fosse ormai impossibile in Europa era stata definitivamente fugata quando, scoppiato il conflitto balcanico, l’Austria procedette ad una mobilitazione e concentrò forti contingenti di truppa ai confini meridionali. Contemporaneamente la Russia aveva fatto altrettanto.
 

Il congresso straordinario di Basilea

Fu allora che il socialismo internazionale cominciò ad allarmarsi e si predispose ad affrontare l’evento. Il 24 novembre 1912 fu tenuto a Basilea il congresso straordinario della Seconda Internazionale la cui parola d’ordine fu: guerra alla guerra.

Il congresso svolse i suoi lavori in un clima di entusiasmo, i discorsi furono infuocati ed il lunghissimo ordine del giorno votato tratteggiava la situazione politica di ogni paese ribadendo, per quanto riguardava l’Austria, con le seguenti testuali parole, il concetto unitario del programma di Br�nn: «I socialisti dell’Austria debbono lottare anche nell’avvenire affinché le frazioni dei popoli iugoslavi dominati dalla casa d’Asburgo ottengano all’interno della monarchia austro-ungarica il diritto di governarsi da sé democraticamente».

La Seconda Internazionale rivolgeva la sua parola classista al proletariato di tutti gli Stati ed allo stesso tempo ammoniva la borghesia mondiale con queste solenni affermazioni: «Il congresso constata che tutta d’Internazionale socialista è concorde su queste idee essenziali della politica estera. Esso invita i lavoratori di tutti i paesi ad opporre all’imperialismo capitalista la forza della solidarietà internazionale del proletariato. Esso ammonisce le classi dirigenti di tutti i paesi a non accrescere ancora con azioni di guerra la miseria inflitta alle masse dal modo di produzione capitalista. Esso domanda, esige la pace. Sappiano i governi che, allo stato attuale dell’Europa e nell’attuale disposizione d’animo della classe operaia, essi non potrebbero, senza pericolo per loro medesimi, scatenare la guerra. Si ricordino che la guerra franco-germanica ha provocato l’esplosione rivoluzionaria della Comune, che la guerra russo-giapponese ha messo in moto le forze rivoluzionarie del popolo russo. Si ricordino che il disagio, provocato dall’aumento delle spese militari e navali, ha dato ai conflitti sociali in Inghilterra e sul continente un’asprezza insolita ed ha scatenato scioperi formidabili. I governi sarebbero folli se non sentissero che la sola idea di una guerra mostruosa solleva l’indignazione e la collera del proletariato di tutti i paesi. Gli operai ritengono delitto sparare gli uni contro gli altri per il profitto dei capitalisti e per l’orgoglio delle dinastie o per le combinazioni dei trattati segreti (…) L’Internazionale raddoppierà i suoi sforzi per prevenire la guerra con la sua propaganda sempre più intensa, con la sua protesta sempre più fervida.

«A questo scopo il congresso incarica il Bureau socialista internazionale di seguire gli avvenimenti con attenzione raddoppiata e di mantenere, qualunque cosa avvenga, le comunicazioni e i legami tra i partiti di tutti i paesi. Il proletariato ha coscienza che su di lui pesa in quest’ora tutto l’avvenire dell’umanità e impiegherà tutte le sue energie, per impedire l’annientamento del fiore di tutti i popoli, minacciati da tutti gli orrori di massacri enormi, della fame e della peste.

«Il congresso rivolge appello a voi, proletari e socialisti di tutto il mondo, perché in quest’ora decisiva, facciate sentire la vostra voce. Affermate la vostra volontà dappertutto e sotto tutte le forme. Con tutta la forza sollevate la vostra protesta unanime nei Parlamenti, unitevi in manifestazioni e azioni di masse, utilizzate tutti i mezzi che l’organizzazione e la forza del proletariato mettono nelle vostre mani, di modo che i governi sentano costantemente davanti a loro la volontà attenta ed attiva della classe operaia, risoluta alla pace. Al mondo capitalista dello sfruttamento e del massacro delle masse opponete così il mondo proletario della pace e dell’unione dei popoli».

La risoluzione era chiara e precisa. Traendo gli insegnamenti della storia tracciava la linea di azione del proletariato in caso di guerra. Dimostrava tutta la profonda avversione che il proletariato europeo nutriva nei confronti della guerra ed incitava il proletariato stesso a far sentire la sua voce, a sollevare la sua protesta, ad organizzare azioni di masse per impedire la guerra.

Al riguardo Lenin ha successivamente affermato: «La risoluzione di Basilea è la sintesi di innumerevoli pubblicazioni di agitazione e di propaganda di tutti i paesi contro la guerra ed è l’enunciazione più precisa e completa, più solenne e formale delle idee socialiste sulla guerra e della tattica socialista di fronte alla guerra (…) Ma forse il manifesto di Basilea non è altro che un appello senza significato, senza un contenuto preciso, né storico né tattico, che lo connetta incontestabilmente alla guerra attuale? Al contrario, (…) la risoluzione di Basilea parla precisamente della guerra che è in atto, dei conflitti imperialistici che sono scoppiati negli anni 1914-1915. I conflitti fra l’Austria e la Serbia per i Balcani, tra l’Austria e l’Italia per l’Albania, ecc., tra l’Inghilterra e la Germania per i mercati e per le colonie in generale, tra la Russia e la Turchia e altri per l’Armenia e Costantinopoli: ecco di che cosa parla la risoluzione di Basilea, prevedendo appunto la guerra attuale. Precisamente a proposito della guerra attuale tra “le grandi potenze europee”, la risoluzione di Basilea dice che questa guerra “non si può giustificare col minimo pretesto di un qualsiasi interesse dei popoli”! (…) I rappresentanti dei partiti proletari di tutti i paesi hanno espresso a Basilea, unanimemente e formalmente, la loro incrollabile convinzione che si avvicinava una guerra di carattere precisamente imperialista e ne hanno tratto delle conclusioni tattiche. Perciò, fra l’altro, si deve senz’altro respingere come un sofisma ogni affermazione che non sarebbe stata esaminata esaurientemente la differenza tra la tattica nazionale e quella internazionale».

Non possiamo sorprenderci, quindi, se la censura austriaca tentò di impedire la diffusione della risoluzione di Basilea sequestrando sia l’Arbeiter Zeitung, sia Il Lavoratore del 30 novembre, che la riproducevano integralmente. Ma la censura imperiale non ci riuscì: Il Lavoratore di Trieste, infatti, il 25 dicembre ripubblicò la risoluzione in maniera del tutto legale. Il potere autocratico asburgico, che non aveva il coraggio di infrangere la “sua” legge, si dimostrò più rispettoso delle libertà formali delle moderne democrazie, delle quali non conosceva l’ipocrisia e la spregiudicatezza. L’escamotage al quale i socialisti dell’impero ricorrevano era il seguente: se la censura di uno qualsiasi dei “Regni e Paesi rappresentati al Consiglio dell’Impero” aveva sequestrato una pubblicazione, un deputato poteva presentasse alla Camera un’interpellanza per chiedere l’annullamento del provvedimento: indirizzata al “Signor Ministro”, vi si chiedevano “i motivi per i quali è stata colpita da sequestro la pubblicazione che testualmente recita…”, e qui veniva riprodotto il testo integrale del documento sequestrato. L’intera interpellanza poteva poi essere divulgata a mezzo stampa essendo la pubblicazione degli atti parlamentari garantita dalla legge imperiale…
 

La guerra in Europa

Ma i buoni propositi espressi a Basilea servirono a ben poco perché, come sappiamo, quando, nel 1914, le grandi potenze procedettero alla mobilitazione generale i capi socialisti dei vari paesi dapprima tacquero, poi dichiararono: in Germania, che si dovevano difendere “le conquiste del proletariato” dalle “orde cosacche” in procinto d’invadere la Prussia orientale; in Francia, che bisognava che i proletari combattessero perché il paese “era vittima di un’aggressione inaudita”; in Inghilterra, perché l’Impero era in pericolo.

In Austria i deputati socialisti furono esonerati dalla imbarazzante necessità di doversi pronunciare alla Camera poiché questa era stata chiusa dal governo il 17 marzo 1914, non essendo stato possibile nella seduta del giorno 12 discutere l’aumento di 30 mila nuove reclute a causa dell’ostruzionismo dei nazionalisti cechi, e perché erano poi fallite le trattative fra cechi e tedeschi per addivenire ad un ennesimo compromesso. La Camera venne riaperta solo nel 1917, dopo l’uccisione del presidente dei ministri conte St�rgkh.

Il partito socialista austriaco fino all’ultimo momento dalle colonne dell’Arbeiter Zeitung aveva aspramente combattuto la politica provocatrice del ministro degli esteri, conte Berchtold, e ironizzato sulla defezione dei socialisti germanici. Ma, di fronte alla diffida dell’organo governativo Wiener Zeitung, secondo cui «gli elementi sovversivi, che minacciavano in sommo grado la sicurezza pubblica e dello Stato, dovevano essere resi inoffensivi in ogni senso», si affrettò a dichiarare, sempre attraverso l’Arbeiter Zeitung, che udiva «la bronzea voce della storia», poiché «calava il sipario sul gioco sfrontato della politica zarista». E il giorno in cui i deputati socialisti al Reichstag germanico approvarono i crediti di guerra, proclamando il Burgfrieden (la pace interna), lo stesso giornale scrisse che quello era «il giorno della più superba e più potente elevazione dello spirito tedesco (…) E così avvenne a Budapest ed a Praga, a Leopoli ed a Klagenfurt fra tutti i popoli dell’Austria».

In Russia il socialrivoluzionario Kerensky dichiarava che avrebbe votato i crediti militari «perché la Russia si difende». Soltanto il deputato Sciustov, a nome dei socialisti e dei cinque deputati bolscevichi, pronunzierà queste profetiche parole: «I nostri cuori battono all’unisono con quelli dei nostri fratelli in Europa. Noi non abbiamo potuto impedire agli imperi di scatenare questa guerra ma noi la finiremo. Questo è l’ultimo colpo della barbarie. Saranno i popoli a fare la pace e non voi signori diplomatici».

Il 31 agosto 1914 Il Lavoratore di Trieste annunziava la sua trasformazione in giornale quotidiano, dandone la seguente motivazione: «Il nostro giornale si è trovato improvvisamente, allo scoppio della guerra, davanti al dilemma inesorabile: o uscire ogni giorno o non uscire affatto. Il diritto di vivere, dunque, e la volontà di vivere, meglio il dovere di vivere, in questo periodo di tempo, che sarà decisivo per la storia delle nazioni come per i destini del proletariato in ciascuna di esse, ci ha fatto scegliere, delle due alternative, quella di uscire ogni giorno. Modesti, ma risoluti militi dell’Internazionale socialista non vogliamo abbandonare il posto che ci spetta in momenti così difficili; non vogliamo che la nostra voce ammutolisca ora che più che mai il proletariato di questa città e di queste terre ha bisogno di udirla e di fare udire la sua attraverso questo organo; non vogliamo privare la classe lavoratrice, il partito socialista, a Trieste, nel Friuli, nell’Istria, dell’unico modo possibile di comunicare, di mantenere il contatto, di affiatarsi. Ecco perché Il Lavoratore ha dovuto in questo momento diventare quotidiano. I compagni e i lettori nostri non si attendano dal Lavoratore, quotidiano in tempo di guerra, ciò che esso, causa il rigore della legge, non può dare. La vita dei popoli non è soltanto guerra e politica guerresca, nemmeno adesso. C’è ancora, soprattutto, la lotta dei due più grandi nemici della guerra, la solidarietà civile delle nazioni, il socialismo contro i due maggiori responsabili della guerra: lo sciovinismo nazionalista e il capitalismo internazionale».

Manovre di avvicinamento alla guerra

L’irredentismo italiano in Istria e Dalmazia

I liberali-nazionali (Italienischliberal) concentravano i loro attacchi contro la linea internazionalista del partito, denunziandola come strumento – più o meno cosciente – del dominio asburgico e dell’aggressività slovena, e presentando i socialisti adriatici come avversari, talora traditori, della causa nazionale. E tutta l’informazione liberale-irredentista si scagliava non tanto contro il deprecato potere asburgico, con il quale la borghesia irredenta faceva ottimi affari, ma, essenzialmente, contro il proletariato ed accusava il partito socialista di essere un manutengolo di Vienna.

Riguardo alla coerenza politica degli irredentisti italiani di Istria e Trieste sarebbe sufficiente questo breve quadro che ne fece Pittoni: «Tutta la classe operaia e i contadini non sono irredentisti, anzi sono antirredentisti. La maggior parte della borghesia non è irredentista. Rimane dunque una piccola parte della borghesia e una gran parte degli intellettuali, che guardano tanto più oltre al confine quanto meno occasione hanno di sviluppare all’interno la loro vita intellettuale. Spesso non è possibile distinguere fra i naturali sentimenti di affinità intellettuale e il vero irredentismo (…) Spesso ciò che appare come una corrente irredentista non è che una politica di disperazione di partiti borghesi, da una parte incalzati dai socialisti, dall’altra dal partito di De Gasperi e Spadaro. Come dappertutto in Austria, abbiamo anche noi una borghesia politicamente inerte, che nella grande lotta storica con il proletariato cerca rifugio nel nazionalismo. Noi che conosciamo intus et in cute i nostri capi irredentisti, sorridiamo; noi vediamo i temuti ribelli, i martiri compianti di là dal confine, godersi fra noi il potere e subirne gli effetti sfibranti e accomodanti, piegare compiacenti la schiena al governo, accettare spesso ordini e decorazioni austriache, seguire processioni religiose e cortei patriottici, assistere a feste dinastiche, rifuggire timorosi da ogni manifestazione che possa, anche lontanamente, ricordare i loro presunti ideali, lasciando che un pugno di giovani si esponga inutilmente alle persecuzioni poliziesche».

Si potrebbe pensare che simili affermazioni siano esagerate e, soprattutto, frutto di polemica e risentimento nei confronti degli avversari politici. Invece, a conferma della pusillanimità dei capi dell’irredentismo italiano, del loro opportunismo, della loro compiacente sottomissione all’Austria, sotto il cui dominio prosperavano i loro interessi economici, a conferma di questo vogliamo riportare la descrizione di due capi irredentisti italiani di Zara, come si legge in un rapporto del 22 febbraio 1916 redatto dalla polizia austriaca: «Sapeva di fronte al pubblico restar sempre nel retroscena, non si esponeva in nessuna maniera, anzi di fronte alle persone dell’autorità, al contrario, si mostrava lealissimo patriota (…) Cercava e trovava relazioni amichevoli presso autorevoli personalità politiche di Vienna dei vari Ministeri, ed in ogni dove lo si accoglieva di buon grado come persona leale e bene addentro nelle cose politiche». Parlando di altro irredentista “di spicco” lo stesso rapporto dice: «In apparenza clericale (…) seppe guadagnarsi la fiducia del capo della Presidenza Luogotenenziale e di altre persone influenti della Luogotenenza, e ciò valendosi della finzione di essere aderente del Dott. Bugatto, noto patriota clericale di Gorizia (…) Egli faceva comunicazioni confidenziali su persone e pretesi piani del partito radicale, si offriva sempre e si rendeva obbligate le autorità per i suoi servizi». Per una esauriente e dettagliata analisi della attività svolta da parte degli “irredentisti” italiani si veda L’Irredentismo Italiano in Dalmazia secondo i Documenti Segreti della Polizia austriaca, Roma 1924.

Non certo a caso alla città di Trieste era stato attribuito l’appellativo di “Fedelissima”. Dopo l’uccisione del principe ereditario a Saraievo, Il Piccolo, organo dei liberali-nazionali (ossia gli irredentisti italiani), e proprietà di Teodoro Mayer, futuro senatore con tessera fascista ad honorem per meriti patriottici, uscì listato a lutto; perfino la testata era stata fatta rientrare dentro la cornice nera, senza che nessuno glielo avesse richiesto. In occasione dei funerali, tanto il Comune quanto, Il Piccolo e la Lega Nazionale esposero ad ogni finestra drappi neri. Allo scoppio della guerra contro la Serbia, i borghesi irredentisti italiani esultarono intravedendovi, da navigati mercanti, il profitto economico. In più poterono dare sfogo a tutto il loro odio antislavo, sapientemente sfruttato dal governo di Vienna, e per le vie cittadine si sgolarono ad urlare invettive contro gli s’ciavi al ritmo della Marcia Reale suonata per la prima volte nelle orchestrine dei caffè.

Ma la borghesia triestina aveva fatto male i propri conti. Appena l’intervento inglese apparve sicuro fu pervasa dal terrore. Slapater racconta che in Borsa, quando ne giunse la notizia, piombò un silenzio glaciale, poi un pezzo grosso esclamò: L’è finita. Ed era veramente finita, sia per l’Austria sia per Trieste sia per i tanti piccoli Zeno. Molte banche e molti privati che avevano messo al sicuro riserve e patrimoni in Inghilterra se li vedevano sequestrati. Per di più il blocco inglese rovinava Trieste. Il porto fu disertato, le fabbriche ed i cantieri chiusero, le navi si portarono a Sebenico e la città venne presa dal peggiore dei conquistatori: la fame.
 

Dalla guerra alla nuova Internazionale

La miglior linea di difesa contro l’offensiva sciovinista era stata individuata dai socialisti adriatici in un rapporto stretto con i compagni del regno d’Italia, rapporto che avrebbe dovuto garantire sia il loro internazionalismo sia ribattere l’accusa di fare il gioco di Vienna. In effetti il problema non era semplice, nemmeno per la borghesia: lo Stato italiano da un lato soffiava sulle braci dell’irredentismo, dall’altro era legato agli Imperi Centrali dal Trattato della Triplice Alleanza, puntualmente rinnovato ad ogni scadenza.

Il Partito Socialista Adriatico – i socialisti di Trieste e di Trento dal 1906, avevano assunto la denominazione di “Partito Socialista Italiano in Austria” – denunciava le lotte nazionali come effetto dei contrapposti interessi borghesi e del centralismo asburgico che se ne giovava.

In quegli anni terribili le aspre lezioni, costate troppo sangue proletario, sulla inevitabilità della guerra imperialista in regime capitalista e sulla necessità della preparazione rivoluzionaria, che sola può fermarla, maturavano nella parte migliore della Seconda Internazionale e saranno caratteristiche e patrimonio della Terza comunista e di una parte dei partiti che vi aderiranno. Una discontinuità, uno scisma si imponeva nel movimento comunista mondiale, per un ritorno alla rigorosa coerenza mezzi-fini delle origini che era andata smarrita nel rilassamento riformista e socialdemocratico successivo alla sconfitta della insurrezionaria Comune di Parigi.

L’internazionalismo istriano-triestino è da annoverare fra una di quelle poche componenti di sinistra (quelle che al momento il nostro studio, certamente incompleto a scala mondiale, ha potuto rintracciare) della Seconda Internazionale che non tradirono e ressero sul filo della classe e del partito. Ci si mantenne, in quella temperie, “socialisti” e internazionalisti perché quella era la prospettiva “naturale” del proletariato e ad essa si configurava l’attività pratica con ogni mezzo.

Per fare un esempio, nel 1906, come direttore delle Cooperative operaie, Pittoni condizionò la vendita a credito ai ferrovieri di Gorizia al fatto che «un affiatamento avvenga tra loro, essendo diverse le nazionalità»; e nel 1905 aveva ricordato come la propaganda internazionalista valesse più di ogni altra cosa «a tagliar le gambe alle provocazioni e alla violenza cui le misere plebi agricole slave (…) talora si abbandonano».

Malgrado tutti gli insuccessi che abbiamo dovuto enumerare, ancora nei primi mesi del 1914 i socialisti adriatici caparbi si adoperavano attivamente perché quella quasi inesistente rete dei rapporti socialisti internazionali non venisse del tutto abbandonata. Nei primi mesi del 1914, mentre Jaurès e Bebel lavoravano intensamente all’organizzazione dei convegni interparlamentari franco-germanici, Oddino Morgari e Valentino Pittoni, conformemente al mandato affidato ai socialisti italiani ed austriaci dal congresso internazionale di Basilea, erano nuovamente all’opera per raccogliere a convegno i socialisti dell’Italia e dell’Austria-Ungheria.

Era già stata accettata l’idea di una prossima riunione di socialisti italo-austro-ungarici, alla quale si sarebbe dovuto invitare anche i socialisti di Francia e l’Ufficio interparlamentare di Bruxelles, quando l’attentato di Saraievo sconvolse tutti i propositi. Nel frattempo Bebel era morto, Jaurès assassinato; venivano così a mancare due uomini che, con molta probabilità, si sarebbero opposti all’infamia dell’adesione alla guerra ed alla conseguente distruzione della Seconda Internazionale.

Gli Stati d’Europa, armati fino all’impossibile, scatenarono il terribile macello. Lo scoppio della guerra vanificò l’ultimo progetto di riprendere il discorso del 1905 e sottopose a drastica verifica il proclamato internazionalismo ed antimilitarismo di ognuno.

Il Lavoratore ebbe una inequivocabile reazione alla manifestazione di socialpatriottismo alla quale si era abbandonato l’organo viennese del partito: «L’Arbeiter Zeitung parlando della guerra in corso si da l’aria di poter parlare per tutti i socialisti (…) Dappertutto, dopo scoppiata la guerra, il modo di sentire dei rappresentanti del nostro partito (…) in generale risulta diverso di quello che per tanti anni era potuto e dovuto sembrare» (15 agosto), al contrario viene elogiato il comportamento del PSI: «I socialisti d’Italia si battono strenuamente per la neutralità contro i tentativi nazionalisti» (31 agosto).

Nell’estate del 1914 si presentò alla redazione de Il Lavoratore, il noto socialdemocratico tedesco «Südekum, che voleva convincere gli italiani del pericolo del panslavismo, ma suscitò solo “ilarità”. Presumibilmente era la prima tappa del viaggio di Südekum in Italia, che si concluse con la riconferma, da parte dei socialisti italiani, della loro condanna della posizione tedesca» (E. Apih, Il Socialismo Italiano in Austria).

Quando alla fine dell’agosto una delegazione socialdemocratica austriaca si recò in Italia per un incontro “chiarificatore” con la Direzione del PSI, innanzi tutto fece tappa a Trieste nel tentativo di rendere ragionevoli quei socialisti che cocciutamente rifiutavano la guerra. Questo è quanto racconta Ellenbogen: «I compagni triestini ci ricevettero freddamente. Essi appartenevano a quella parte della socialdemocrazia che era fanaticamente contraria alla guerra (…) Nessuna considerazione della difesa degli interessi vitali di Trieste poteva farli desistere dall’appassionata condanna del crimine compiuto dai governanti di Vienna».

A settembre vi fu a Milano un altro convegno ristretto di socialisti italiani e dell’Austria. In questo convegno Mussolini, direttore dell’Avanti!, aveva dichiarato che la guerra che si combatteva fra l’Intesa da una parte e gli austro-tedeschi dall’altra era una guerra imperialista, dalla quale il proletariato non poteva sperare alcun beneficio, perciò il partito socialista italiano doveva rimanere fedele al principio della “neutralità assoluta”. Dopo sole poche settimane, Mussolini si pronunciava per la “neutralità attiva ed operante” per passare, successivamente, all’interventismo guerrafondaio.

I socialisti adriatici con la guerra e soprattutto con l’ignobile fine della Seconda Internazionale, e della quale molti erano in una certa misura prigionieri, videro, da un giorno all’altro, distrutta tutta l’opera loro. Angelo Vivante si suicidava, gesto che dobbiamo condannare alla stregua d’una diserzione, specie in considerazione della storia della nostra classe in Europa negli anni subito seguenti. Pittoni in una lettera al fratello del 26 gennaio 1915 invece scriveva: «È l’ubbriacatura della lotta che ci sostiene accanto alla convinzione profonda che la causa è giusta e vale la pena essere suoi istrumenti (poiché quanto più si avanza negli anni e nell’esperienza tanto più ci si convince di essere ben poco fattori – illusioni d’un tempo! – ma soltanto strumenti)».

L’attività politica non cessa e nel corso di diversi incontri si cerca un’intesa comune con i socialisti sloveni «in vista dell’imminente entrata in guerra dell’Italia (…) Non fu riscontrato il minimo contrasto (…) fu unanimemente votata la seguente risoluzione: I partiti socialdemocratici uniti del Litorale condannano la guerra e le aspirazioni nazionalistiche che ne furono causa» (Da Memorie di H. Tuma).

Durò fino alla primavera del 1917 la cappa di piombo del regime assolutista e militarista in Austria. Il socialismo visibile, se così si può dire, prodigò il suo impegno ad alleviare la carestia che colpiva Trieste, attraverso le sue Cooperative e con la presenza in commissioni e organismi assistenziali. Il Lavoratore, sottoposto alla censura, si sforzava divulgare in qualche modo la tematica contro la guerra.

Pittoni, assieme a E. Puecher, venne designato a rappresentare il socialismo triestino al progettato congresso di Stoccolma, con il mandato di impegnarsi per «la conclusione immediata di una pace generale e duratura, senza annessioni e senza indennità, con assoluto rispetto al diritto dei popoli di decidere dei propri destini, non escluse regolazioni di confini sulla base di accordi». Com’è noto la socialdemocrazia austriaca aveva fatto propri alcuni punti del programma di Zimmerwald. Ricordiamo che la conferenza di Stoccolma non si svolse per l’assenza dei socialisti dell’Intesa ai quali i loro governi democratici non concessero i necessari passaporti.

Dopo l’occupazione delle terre già “irredente”, il 17 novembre 1918 l’esecutivo del Partito Socialista Italiano in Austria decide l’adesione al PSI per «condurre d’ora in poi in perfetta solidarietà ed armonia le grandi lotte per la completa emancipazione della classe lavoratrice ed il trionfo del socialismo». Successivamente aderiranno al PSI anche i socialisti slavi.

Il 26 gennaio 1919 fu tenuto il primo congresso socialista della Venezia Giulia; il 7 aprile venne approvata l’uscita dalla Seconda Internazionale e l’adesione alla Terza.

Al congresso di Livorno le organizzazioni triestine e regionali del proletariato passarono, nella loro stragrande maggioranza, al Partito Comunista. Portarono al partito il glorioso Lavoratore, mantennero la direzione della Camera del Lavoro di Trieste nonché di svariati organismi proletari, circoli, etc.

Così il nuovo partito della classe operaia si presentava, il 1° febbraio 1921, agli ex “socialisti adriatici”:

«Proletari della Venezia Giulia!
«La causa del Comunismo ha vinto!
«Il Partito Comunista d’Italia voleva dal proletariato della Venezia Giulia una manifestazione di fede e di forza che attestasse il profondo attaccamento della gente del lavoro al sacro vessillo della Terza Internazionale, speranza radiosa di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi.
«La grande prova è stata data e vinta: con oggi “Il Lavoratore”, già organo di quel Partito dal quale la necessità storica doveva allontanarci, esce come organo di battaglia del nuovo Partito Comunista, che i grandi uomini di Mosca, interpreti eccelsi dell’anima proletaria mondiale, vollero sorgesse anche in Italia per la liberazione definitiva dei paria delle officine e dei campi dal servaggio capitalistico.
«Vada la buona novella a tutti i tuguri ed a tutti gli abituri ove spasima e spera la moltitudine dei diseredati e sia loro squilla potente per i prossimi gloriosi cimenti che l’esempio dell’immortale Russia dei Soviet segna ed addita.
«Viva il Partito Comunista d’Italia!
«Viva la Terza Internazionale!
«Viva la Repubblica mondiale dei Soviet!»

Il 21 luglio 1921 il compagno Giuseppe Tuntar così intervenne alla Camera, dopo avere accusato esplicitamente il presidente del consiglio Bonomi ed i capi dell’esercito, i generali Giardino, Cappello, Caviglia ed il duca d’Aosta di avere armato, equipaggiato, istruito militarmente i fascisti ed averli scagliati contro le organizzazioni proletarie:

«Noi non rinneghiamo nulla della nostra gloriosa tradizione internazionalista, che ha sempre guidato le forze del proletariato nella Venezia Giulia e questa tradizione internazionalista noi la continueremo, perché in essa vediamo il solo metodo di difesa dei diritti dei proletari. Questa tradizione noi la portammo immarcescibile nel partito socialista italiano prima, nel partito comunista d’Italia poi (…)
«Il problema nazionale della Venezia Giulia non si risolve con lo spostamento dei confini; esso non poteva venir risolto dalla guerra, perché gli attriti fra i popoli commisti l’un l’altro non si possono risolvere con lo spostamento di confini, ma con la fratellanza, anzi con la fusione delle stirpi, di cui sarà artefice solo il proletariato. A questo fine è diretta la nostra nobile missione alla quale abbiamo sempre tenuto fede (…)
«I fascisti potranno, con l’aiuto degli organi governativi, distruggere tutte le Camere del Lavoro, tutti i nostri istituti di cultura, tutti i nostri circoli; potranno sopprimere anche alcuni di noi, ma non potranno stroncare la fede immarcescibile da cui è animato il proletariato della Venezia Giulia. Questo proletariato combatterà indomito, in unione ai suoi compagni di tutta Italia, fino al giorno in cui sulle vette altissime delle Alpi Giulie esso innalzerà la rossa bandiera dei Soviets, salutante il libero proletariato d’Italia ed il libero proletariato della Iugoslavia.
«Viva la Russia comunista! Viva la Repubblica mondiale dei Soviets!».