Partito Comunista Internazionale

Il 3° Congresso dell’Internazionale Comunista

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  1. Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.1
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  3. Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.3
  4. Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.4
  5. Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.5
  6. Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.6


Invece di presentare ai nostri lettori una serie di documenti che mal si connettono fra di loro, preferiamo trarre dal materiale esistente presso l’Esecutivo del Partito sui lavori del III Congresso, e costituenti perciò una fonte attendibile, un’esposizione logica ed organica delle discussioni svoltesi sui diversi argomenti della grande assiste mondiale del proletariato rivoluzionario.

L’inaugurazione del Congresso.

Nella vasta sala dell’ex-teatro della Corte Imperiale, il 22 giugno si è svolta a Mosca la solenne cerimonia inaugurale del III Congresso dell’Internazionale Comunista.

Settecento delegati rappresentano il proletariato rivoluzionario di 48 nazioni.

L’ufficio di presidenza è costituito da Zinoviev (Russia), Koenen (Germania), Loriot (Francia), Kolarov (Bulgaria), e Gennari (Italia). Nuova lega sono eletti presidenti onorari Lenin e Trotzki, nonché Muna (Cecoslovacchia), Brandler (Germania) e Inkpin (Inghilterra), tutti e tre detenuti.

Zinoviev pronuncia il discorso di inaugurazione. Egli ricorda i compagni caduti nell’ultimo anno di lotta per la rivoluzione comunista e le migliaia di carcerati dal potere borghese in tutto il mondo capitalista. Espone quindi la situazione del movimento comunista internazionale, rilevando le ragioni della crescente diffusione della dottrina comunista. Esamina la situazione dei partiti comunisti in tutti i paesi, soffermandosi sull’atteggiamento assunto dall’Internazionale comunista di fronte all’Internazionale di Amsterdam. Rileva i compiti dell’attuale Congresso, compiti che si possono sintetizzare in una decisa riaffermazione della lotta contro il centrismo e semi-centrismo e nel fissare le norme fondamentali per l’attività futura dell’Internazionale comunista, norme che devono avere in sé una certa elasticità affinché ne sia possibile l’applicazione qualunque sia la caratteristica del periodo cui andiamo incontro, sia essa quella di un rapido sviluppo del processo rivoluzionario o di un suo temporaneo rallentamento. L’oratore termina il suo discorso esponendo la situazione della Russia soviettista.

In seguito parlano: Kamenev, presidente del Soviet di Mosca, Vaillant-Coutourier (francese), Froehlich (tedesco), Kolarov (bulgaro), Montagnana (per la gioventù Comunista) e Gennari.

La situazione mondiale ed i compiti dell’Internazionale Comunista

La relazione di Trotzki

Il relatore inizia la sua esposizione, rilevando come la situazione odierna manifesti un evidente cambiamento nel rapporto delle forze politiche. La borghesia si sente oggi più forte di un anno fa, almeno del 1919 e ciò nonostante essa stessa riconosca che i comunisti da piccoli gruppi isolati sono divenuti un grande movimento di masse.

Di fronte a questa realtà dobbiamo sapere se si tratta di un cambiamento radicale o soltanto superficiale.

L’oratore ricorda lo sviluppo assunto dal movimento rivoluzionario dal 1917 ad oggi, e dopo aver passato in rassegna gli avvenimenti più salienti di tale periodo, rileva come quest’ultimo anno di lotta sia stato caratterizzato da una serie di sconfitte della classe operaia.

I riformisti gli opportunisti ravvisano in ciò il fallimento dei comunisti.

Il problema che si pone all’Internazionale comunista ed a tutta la classe operaia, è di sapere in qual misura le nuove relazioni politiche corrispondano al reale rapporto delle forze. Ci sono ragioni tali da farci prevedere che al periodo di convulsione politica e di aspra lotta di classe succeda un’epoca prolungata di restaurazione e di crescenza del capitalismo? Da ciò non consegue la necessità di rivedere il programma e la tattica dell’Internazionale comunista?

Per risolvere il problema propostosi, il relatore sottopone ad una minuta analisi prima la situazione economica mondiale nel suo complesso, poi quella dei singoli Stati capitalisticamente più importanti (Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone).

Per la Russia (dovendo su di ciò presentarsi da Lenin speciale rapporto), egli si limita ad alcune osservazioni circa le cause dell’attuale situazione economica per confutare le false affermazioni in proposito di uomini di Stato ed economisti borghesi.

Da un raffronto poi con la situazione degli anni precedenti, risulta che lo sviluppo e l’animazione verificatasi nelle industrie dopo la primavera del 1919 e nel 1920 non fu che un’apparenza ingannatrice di prosperità economica. Speciali circostanze determinarono una tale situazione, che costituisce una continuazione dell’apparente prosperità creata dalla guerra e non già l’inizio della restaurazione capitalistica. Lo stato reale delle industrie dimostra la verità di tale conclusione.

Le conseguenze di tale apparente prosperità furono diverse nel campo dell’economia e della politica. Nel primo essa non arrestò il processo di disgregazione dell’economia capitalistica, nel secondo determinò la salute provvisoria degli Stati capitalistici.

Ne risulterà da ciò un’epoca nuova per il capitalismo? No, l’epoca attuale non può essere considerata come quella di uno sviluppo organico del capitalismo. Infatti se noi, lungi dal fermare la nostra attenzione alle crisi ed agli sviluppi, ai flussi ed ai riflussi dell’attività industriale, che costituiscono i fenomeni accessori del processo economico, spingiamo invece il nostro esame fino all’essenza stessa di detto processo, essenza che ci è data dallo sviluppo della curva dell’economia capitalistica, allora vediamo che mentre detta curva sale per tutto il mezzo secolo precedente la guerra, essa discende nel periodo successivo. Tale constatazione ci indica che prima della guerra eravamo in un periodo di vero e proprio sviluppo organico del capitalismo, dopo invece si esplica un processo opposto.

Ma una domanda può ancora sorgere: la crisi attuale non può essere seguita da un nuovo periodo di prosperità industriale, e con ciò la rivoluzione non sarà allontanata di parecchi anni? L’esperienza del passato ci insegna che non si deve assolutamente considerare questo legame fra i periodi di crisi e di sviluppo e la rivoluzione.

Ed allora è permesso di considerare come impossibile la restaurazione dell’equilibrio capitalistico? In teoria la cosa è possibile. Ma per noi non si tratta di ciò che si può teoricamente affermare, ma di ciò che è praticamente possibile. Le condizioni reali in pratica rendono impossibile ogni restaurazione dell’equilibrio capitalistico.

Coloro che prescindono da queste condizioni reali sono proprio gli opportunisti, i quali preferiscono riportarsi alla restaurazione automatica dello sviluppo capitalistico, astraendo dall’esasperazione degli antagonismi sociali che si produce a fianco della crisi industriale. Per essi non si tratta di due classi in lotta, ma di un processo meccanico che si compie al di fuori dalla volontà delle masse e di ogni dipendenza dal rapporto politico fra queste classi.

Il relatore, dopo aver osservato come accanto alla diminuzione della produzione, la differenziazione e la lotta di classe progrediscono passi di gigante, esamina i mutamenti avvenuti in seno alla classe lavoratrice ed alla borghesia. La prima è rafforzata dai nuovi strati di lavoratori chiamati dalla guerra alle lotte politiche, la seconda invece, alla cui avanguardia trovasi la borghesia sindacata, tende ad essere abbandonata dalla piccola borghesia, il cui impoverimento e la cui degradazione sociale, finiscono col porla contro la borghesia sindacata, e se nel momento della lotta decisiva non sarà trascinata dal proletariato, per lo meno sarà resa neutrale.

Quanto poi al ristabilimento dell’equilibrio internazionale, l’oratore osserva che è anch’esso, al pari dell’equilibrio sociale, si è reso impossibile. Se lo scopo della guerra era quello di sostituire uno Stato universale ad un gran numero di Stati nazionali, dobbiamo dire che lo scopo è fallito. I risultati sono del tutto opposti, da ciò una serie di crisi politiche internazionali. Cause di nuove guerre sono evidenti; il conflitto fra l’Inghilterra gli Stati Uniti si può prevedere con la massima esattezza.

Concludendo l’oratore rileva che il proletariato si trova di fronte ad un antagonismo sociale crescente da una parte ed a un conflitto imperialista dall’altra. La caduta delle forze produttrici in Europa, il movimento operaio in Oriente, la esasperazione degli antagonismi sociali in America sono indici del permanere della situazione rivoluzionaria e quindi della rettitudine della nostra posizione di principio e del nostro metodo di lotta. Il compito di questo Congresso è di analizzare accuratamente le questioni tattiche per adattarle alle esigenze particolari di ogni paese. Il nostro scopo è di formare nell’Internazionale Comunista dei partiti d’azione, capaci di trionfare di tutti gli ostacoli sulla via della dittatura e della rivoluzione sociale.

La discussione

Primo oratore è il compagno Brandt, rappresentante del Partito Comunista di Polonia, il quale pone in evidenza l’importanza della Conferenza finanziaria di Bruxelles. In essa si è esaminata la questione dei cambi, ma poiché il problema finanziario non è che un sintomo della profonda malattia della società capitalistica, i termini della questione si sono mano mano allargati fino a giungere a stabilire l’abolizione delle riforme economiche. Da ciò risulta che per i capitalisti non basta più gettare gli operai sul lastrico, essi si vedono obbligati ad intensificare lo sfruttamento nella fabbrica e perciò ad attentare alle organizzazioni operaie. È l’offensiva inevitabile del capitale contro il lavoro. Qui sta la radice della crisi sociale.

In questi ultimi tre anni, nei momenti più difficili i socialdemocratici hanno sempre aiutato la borghesia, il cui compito non è più quello di sedurre gli operai, ma di reprimerli e di opprimerli. I socialtraditori sono necessariamente obbligati ad aiutarla in questo compito. Solo i comunisti sono oggi i veri difensori dell’esistenza stessa della classe operaia. Per tal motivo ci felicitiamo che il rapporto economico sia stato fatto dal capo dell’esercito rosso, da Trotzki. Ciò dimostra che l’Internazionale Comunista combatterà non con la statistica e le cifre ma con la spada.

Segue il compagno Schwab, del Partito Comunista operaio di Germania, il quale pone in rilievo due considerazioni non sufficientemente spiegate nelle tesi. La prima è che il capitalismo moderno non si basa sulla produzione, ma sul profitto, perciò la sua ricostruzione è possibile tanto in periodo di crisi quanto di attività industriale, purché conservi il profitto. La seconda, che si è trascurata la differenza essenziale esistente fra la disoccupazione del passato e quella d’oggi. Per il passato i disoccupati costituivano una riserva industriale, oggi essi sono condannate ad un completo deperimento.

Reichenbach, rappresentante dello stesso partito, compie un’analisi della crisi attuale e rileva che il capitalismo ha preso forme nuove ed usa metodi interamente nuovi. Premesso che per noi comunisti è assiomatico il crollo del regime capitalistico, si tratta di vedere come potremo accelerare questo processo, quali nuove forme e metodi d’organizzazione del proletariato rivoluzionario dobbiamo opporre alle nuove forme organiche del capitale. E gli afferma che l’I.C. non deve soltanto indicare una linea di condotta proletariato, ma deve effettivamente guidarlo nella sua lotta rivoluzionaria. Terminando pone in risalto la funzione del capitalismo nella restaurazione dell’industria russa e dei pericoli che ne derivano.

Ha quindi la parola a Pogani, ungherese.

L’oratore incomincia col rilevare esservi alcune contraddizioni e lacune nelle tesi presentate. Mentre in un primo momento in esse si constata che il proletariato occidentale non ha potuto conquistare il potere politico in causa dello sviluppo economico del dopo guerra, più tardi si afferma che un futuro eventuale periodo di prosperità non sarebbe capace di trattenere il movimento rivoluzionario. Trotzki ha citato un esempio tratto dalla storia del movimento operaio russo, per dimostrare che il proletariato sconfitto nel 1905, ha ripreso le sue forze in un periodo di sviluppo economico. Dal movimento operaio ungherese si può avere un altro esempio che dimostra tutto il contrario. Ma questi esempi non hanno valore che per quel dato tempo. Il proletariato russo è stato sconfitto nel 1905, quello ungherese nel 1919, ma il proletariato occidentale non è stato ancora sconfitto. Le sue organizzazioni non sono distrutte. Esse si sono fortificate ed accresciute durante il periodo di sviluppo economico. L’attuale crisi non ci porterà di certo la calma. La borghesia farà di tutto per schiacciare il proletariato. Il proletariato non si arrenderà, non fosse altro che per questa ragione, che oggi il movimento rivoluzionario è ovunque diretto da Partiti Comunisti. Perciò mi sembra che le tesi si fondino troppo sulla futura guerra e non sulla crisi economica attuale. Sarebbe stato necessario trattare un po’ più seriamente e largamente la questione della guerra civile.

L’oratore si sofferma quindi sullo sciopero dei minatori in Inghilterra e sull’azione di marzo in Germania che non sono altro che un atto di difesa contro il tentativo borghese di abbassare i salari. Analizzando la situazione economica mondiale, bisogna prendere in considerazione le tre seguenti particolarità: 1) l’offensiva economica della borghesia su tutto il fronte; 2) la difesa del proletariato contro quest’attacco, da cui fatalmente ne segue una lotta politica; 3) l’impiego del potere governativo riorganizzato durante la guerra contro il proletariato. Ne risulta chiaramente che in tutti gli Stati si produrrà un’epoca di guerra civile. Non si ha dunque il diritto di parlare di guerra mondiale o di sviluppo mondiale, ma al contrario di guerra civile e di crisi. In tal senso l’oratore presenta un emendamento.

Segue Talheimer (Germania), il quale rileva che dalle tesi si scorge che un certo equilibrio si è stabilito in modo che la crisi del capitalismo passerà più tranquillamente. Bisogna notare che questo equilibrio è molto instabile ed il minimo incidente basta a romperlo. Trotzki ha osservato la tensione esistente fra Inghilterra e America e prevede una prossima guerra. Una simile tensione la si può constatare tra Francia e Germania, altro fattore capace di turbare l’equilibrio. L’oratore rileva che il quadro dell’esasperazione degli antagonismi sociali non ha avuto sufficiente rilievo. Ritiene necessarie alcune correzioni alle tesi.

Ha la parola a Bell (Inghilterra). Egli dice che il dibattito sulle tesi di Trotzki deve raggrupparsi su due questioni: 1) la stabilità del regime capitalistico; 2) la tattica del proletariato rivoluzionario di fronte a questa stabilità. L’oratore richiama l’attenzione sulle influenze generali del momento. La guerra ha creato nel mondo capitalista dei nuovi raggruppamenti non solo economici, ma anche politici. Noi dobbiamo osservare attentamente le cause della stabilizzazione del capitalismo dopo la guerra. Queste cause sono: una colossale importazione di capitale americano in Europa, 11 miliardi ripartiti fra i grandi Stati occidentali e 4 fra i piccoli Stati Balcanici; la concentrazione dell’industria tedesca (imprese Stinnes); il buon mercato del credito inglese accordato ai piccoli paesi. Le riparazioni hanno anch’esse avuto una funzione considerevole. Bell dichiara che la stabilità capitalistica che si può notare oggi è soltanto temporanea.

Segue la Zetkin, la quale si dichiara d’accordo con le grandi linee dell’evoluzione capitalistica tracciate da Trotzki. Insiste sull’affermazione di Talheimer per quanto riguarda il conflitto franco-tedesco.

Afferma che non si deve contare su di uno sviluppo automatico del regime capitalistico. Al contrario si devono accelerare gli avvenimenti con delle manifestazioni attive del proletariato rivoluzionario. L’esempio dell’Austria dimostra che è l’impoverimento e l’asservimento delle masse non sopprimono la loro passività. I partiti comunisti devono vincere questa passività delle masse per trascinarle alla conquista del potere politico.

Prenda la parola Roy, delegato indiano.

Egli ritiene eccessiva la previsione di un conflitto armato anglo-americano. Vi sono altrettante ragioni per ritenere che l’Inghilterra e l’America si mettano d’accordo per la divisione del dominio mondiale. Nel caso ciò avvenisse noi dobbiamo impiegare tutte le nostre forze per impedire il ristabilirsi dell’equilibrio economico del capitale. I sintomi di tale accordo esistono già. Bisogna insistere sulla situazione coloniale. Le colonie che prima erano delle grandi sorgenti di materie prime, ora sono divenute delle creatrici di prodotti industriali, con un grande esercito proletario e gli antagonismi sociali che ne derivano. D’altra parte questa crescenza industriale permette al capitale inglese di esportare il suo di più nelle colonie e di farne dei punti d’appoggio per assicurare il suo dominio mondiale. Perciò è necessario indicare nelle tesi l’importanza economica delle colonie e della politica coloniale e studiarne accuratamente le questioni tattiche.

Infine la parola è data a Koenen del Partito Comunista Unificato di Germania.

L’oratore dice che dopo aver parlato dei rapporti fra Inghilterra ed America, tra Francia e Germania, non si è accennato all’Alta Slesia, alla Ruhr, all’Asia Minore.

Rileva che le tesi non esprimono chiaramente l’idea del fallimento del moderno Stato capitalistico, di cui spera venga data una più netta definizione.

La discussione è terminata e la parola è data a Trotzki per la chiusura.

La replica di Trotzki

Il relatore ribatte tutte le critiche e le obiezioni sollevate dai diversi oratori.

Egli incomincia col contestare l’affermazione di Brandt che la borghesia si deve combattere non con la statistica, ma con la spada. Questa è una concezione romantica della guerra. La statistica è indispensabile e la spada non ne è che l’accessorio.

Quanto poi all’affermazione di Reichenbach che noi non dobbiamo soltanto indicare al proletariato occidentale una linea di condotta, ma anche guidarlo, non la comprendiamo nel senso che dobbiamo indicare al proletariato il mezzo di realizzare le sue intenzioni con la forza, dobbiamo dimostrargli che egli deve agire e nello stesso tempo dobbiamo essere alla testa di questa azione. Reichenbach esagera l’importanza dell’elemento soggettivo ed in ciò è simile ai nostri socialisti rivoluzionari che rigettano il marxismo come un’inutilità, basandosi soltanto sull’educazione e sulla maturità della volontà rivoluzionaria delle masse. Questo è l’errore di un metodo puramente soggettivo. Al contrario, i Kautskiani cadono nell’eccesso opposto. Essi considerano l’evoluzione come un processo automatico, non tengono conto che della volontà della classe avversaria e lasciano da parte l’atteggiamento della classe operaia. Questa separazione dell’elemento soggettivo ed oggettivo costituisce dell’avventurismo rivoluzionario. Noi uniamo logicamente e praticamente questi due elementi. Le condizioni economiche obbiettive sono le condizioni reali che con l’aiuto della statistica noi vogliamo mostrare per indicare la via alla classe operaia. In quanto all’affermazione che le relazioni economiche degli Stati capitalisti con la Russia soviettista possono consolidare il capitalismo occidentale, Trotzki pensa che per il momento questo pericolo non esiste.

Egli confuta quindi l’affermazione di Schwab secondo il quale il fatto della curva discendente del regime capitalista non è chiaramente indicato nella tesi. L’equilibrio economico, dice Trotzki, non è una concezione meccanica astratta, esso è un dato sottoposto a tutte le variazioni delle circostanze e delle influenze sociali. Dopo la guerra, grazie all’emissione di carta moneta e ad altre misure straordinarie, la borghesia è riuscita a mantenersi al potere. Ma la distruzione della ricchezza economica non è cessata. Questo il circolo vizioso nel quale si aggira dominio capitalista. Questo il senso delle tesi.

Rispondendo a Pogani, il quale trova nelle tesi una contraddizione per il fatto che in un certo punto è detto che lo sviluppo industriale ha indebolito il movimento rivoluzionario ed in un altro che lo sviluppo prossimo sarà incapace di trattenerlo, Trotzki dice che lo sviluppo nel passato e quello eventuale nell’avvenire hanno un diverso significato storico, ed è di questo che bisogna tener conto. L’esasperazione della crisi ha condotto i capitalisti ad attaccare proletariato. Quest’ultimo si trova oggi in stato di difesa. Il nostro compito consiste nell’approfondire questo stato e nell’allargarlo politicamente fino al punto in cui potrà condurre alla presa del potere.

Ma se si verifica un miglioramento? In un suo opuscolo Varga ha già notato i sintomi di questo prossimo miglioramento. È vero che ciò non avverrà tanto presto, ma se avviene noi non possiamo né allontanarlo, né avvicinarlo. In tal caso quale sarà la nostra tattica? Questo è il soggetto trattato nelle tesi. La differenza fra la prosperità industriale del dopo guerra e le circostanze attuali consiste in ciò, che dopo la guerra gli operai erano pieni d’illusioni, senza un orientamento netto e preciso, essi erano poco coscienti. La borghesia con pochi sacrifici, ha creato per sé un certo equilibrio. Oggi la miseria è di molto aumentata, i partiti comunisti si sono affermati, inoltre nello stesso momento di prosperità, il proletariato si ricorderà delle sofferenze subite e dei sacrifici sopportati.

Quanto al conflitto anglo-americano, bisogna notare che esso non è citato nelle tesi come qualche cosa d’inevitabile e che deve verificarsi a data fissa, ma come illustrazione dell’attuale situazione Internazionale.

Rispondendo a Talheimer ed a Bell, il relatore analizza il contenuto del concetto di equilibrio e di stabilità e conclude che non è né la prosperità né l’impoverimento progressivo, ma l’assenza di equilibrio e di stabilità che costituiscono il fattore di un più profondo spirito rivoluzionario.

La rivoluzione, continua Trotzki, si sviluppa per tre vie: la prima è quella dell’equilibrio sociale in Europa, soprattutto in Inghilterra per la posizione da essa occupata nel mondo; la seconda è data dallo sviluppo febbrile dell’America, sviluppo immenso delle sue industrie che sarà accompagnato da un enorme crisi economica e dalla rivoluzione; la terza dalle colonie, che durante la guerra hanno raggiunto uno sviluppo considerevole ed hanno assunto dell’influenza sui mercati. Le Indie hanno un proletariato arretrato, ma rivoluzionario. In questo paese in cui la classe contadina sta sotto il giogo feudale, la sola speranza delle masse contadine sta nel giovane proletariato indigeno. Il movimento si svolge parallelamente su queste tre vie, con reciproca influenza dell’una sull’altra.

Dopo breve scambio di idee circa la redazione e l’inserzione degli emendamenti proposti da Pogani e la compilazione di un manifesto sulla situazione economica mondiale e la tattica che ne risulta, le tesi vengono approvate e la discussione è chiusa.

Il discorso di Zinoviev

La Terza Internazionale Comunista – dice l’oratore – ha tre anni d’esistenza, ma il suo Comitato Esecutivo non esiste in realtà che da dopo il secondo Congresso. Per quanto riguarda la sua struttura, noi dovemmo lottare contro alcuni compagni, specialmente tedeschi, e non fu che in seguito all’insistenza dei compagni russi sull’entrata nell’Esecutivo per lo meno di una decina di rappresentanti delle delegazioni più importanti, che questo Comitato può dirsi effettivamente costituito. Pertanto non tutti i partiti hanno fatto a questo riguardo il loro dovere e noi ora dobbiamo prendere delle misure perché il Comitato Esecutivo divenga realmente l’espressione del movimento comunista internazionale.

Il presente Congresso è stato convocato in anticipo. La causa è da ricercarsi nella coscienza dell’immensa responsabilità assunta dal Comitato Esecutivo, nello sviluppo prodigioso del movimento comunista e nella gravità di alcune questioni sorte in parecchi grandi paesi.

Il relatore riferisce quindi sull’attività svolta dall’Esecutivo, il numero delle riunioni tenute e delle questioni esaminate nei dieci mesi trascorsi dal 2° Congresso.

Passando al carattere ed al contenuto di quest’attività, l’oratore afferma che essa si è mantenuta rigidamente sulle direttive tracciate dal 2° Congresso. Questo aveva definito la costituzione dell’Internazionale, elaborato i suoi statuti e stabilito la sua tattica. Ai suoi deliberati noi ci attenemmo e perciò dovemmo lottare contro alcune tendenze cosiddette di sinistra, che si manifestarono in Italia, in Inghilterra ed in America. Prendete, ad esempio, la questione dell’atteggiamento dei comunisti al riguardo al Labour Party inglese. Alcuni compagni non volevano entrarvi considerandolo opportunista, noi abbiamo insistito su tale necessità, perché in Inghilterra bisogna valersi di tutte le organizzazioni, per svolgere entro di loro un energico lavoro e conquistarle. Noi abbiamo dovuto combattere le tendenze antiparlamentari. Il compagno Bordiga ed i suoi amici sono stati degli antiparlamentari ed oggi sono i nostri migliori militi.

La seconda questione sulla quale doveva cristallizzarsi il movimento comunista è quella delle famose 21 condizioni. Opportunisti, centristi e semi-centristi insorsero dappertutto contro di esse, e se noi non abbiamo avuto dei nemici a sinistra, da dove invece ci sono venuti degli ottimi amici, a destra invece abbiamo trovato dei nemici mortali.

Il blocco, l’insufficienza di informazioni sul movimento socialista nei paesi lontani, insomma le circostanze obbiettive esistenti al tempo del secondo Congresso ci posero in una situazione imbarazzante. Ogni centrista pretendeva di aderire alla 3° Internazionale. Questa adesione era divenuta di moda. Fu così che Maurizio Hilquitt, il Dittmann americano, ci mandò i suoi delegati. I riformisti italiani con D’Aragona in testa, questi sabotatori dell’attuale movimento proletario, tutti dichiararono di voler aderire alla Internazionale Comunista. Dapprima noi ricevemmo gli italiani come amici. A Pietrogrado Serrati fu letteralmente portato in trionfo da decine di migliaia di operai, tanto era grande la fiducia delle masse in lui. Ora noi sappiamo che D’Aragona e C. ci ingannavano, che il loro compito essenziale era quello di penetrare nell’Internazionale Comunista per sabotarla dal di dentro. Le 21 condizioni furono la barriera contro la quale essi vennero a cozzare e la loro ipocrisia apparve nella sua vera luce.

D’altra parte, mentre il Labour party inglese rifiuta di accogliere i comunisti, ben presentendo il pericolo che la loro presenza del partito avrebbe costituito per esso, Serrati, con ingenua meraviglia ci domanda perché, mentre in Inghilterra si impone ai comunisti d’entrare nel Partito Operaio, in Italia domandiamo invece l’esclusione di Turati. Serrati finge l’ingenuità. Egli sa molto bene quali sono le ragioni della nostra tattica. Avvicinate questi due fatti e poi dite chi aveva ragione in tutte queste discussioni al 2° Congresso.

Osservando il modo col quale i partiti hanno eseguito le decisioni del Congresso, Zinoviev constata che in Francia, in Italia, in Germania ed in Svizzera è assai difficile la questione della subordinazione dei parlamentari comunisti al partito per far loro seguire una politica veramente rivoluzionaria. Il compito essenziale del movimento è di creare delle strette relazioni con le masse. I comunisti inglesi e americani devono innanzi tutto stimolare le masse, denunciando i centristi e gli opportunisti e distruggendo le illusioni social-patriottiche.

Passando poi a trattare della questione italiana, il relatore afferma che essa è stata una delle più difficili. Noi non conoscevamo i delegati italiani al 2° Congresso – dice Zinoviev – noi li abbiamo accolti come fratelli, ma basta leggere i verbali di quel Congresso per meravigliarci noi stessi dell’errore nel quale eravamo caduti. Nelle questioni di principio più importanti, Serrati si astenne o si pronunciò sempre contro di noi. Gli avvenimenti ulteriori ci mostrarono la sua vera fisionomia e quella dei suoi seguaci.

L’oratore cita una serie di documenti che caratterizzano l’attività svolta dal Serrati dopo il suo ritorno in Italia, attività diretta a screditare il Congresso e l’Internazionale. Egli fa la storia del come si giunse nel P.S.I. alla costituzione delle diverse frazioni: dei comunisti, dei comunisti unitari e dei concentrazionisti. Espone quali fossero i rispettivi programmi e descrive ampiamente la situazione quale essa era alla vigilia del Congresso di Livorno. Egli chiarisce le ragioni per le quali il Comitato Esecutivo non poté essere rappresentato in questo Congresso dai suoi delegati, e ricorda l’indegna accoglienza fatta ai compagni Kabacief e Racosci, affermando che tale condotta dei membri del P.S.I. peserà come una vergogna su questo partito. Infine, accenna ai dibattiti svoltisi al Congresso di Livorno ed alla conseguente scissione.

Questa scissione – continua l’oratore – fu considerata come la conseguenza delle 21 condizioni. Ma l’esperienza ha dimostrato che la minima indulgenza su tali condizioni avrebbe moralmente determinato la morte dell’Internazionale Comunista.

Serrati, che in un primo momento aveva assunto un atteggiamento estremista, esige ora che la Francia e l’Italia siano trattate alla stessa stregua. Perché, dice lui, si fanno maggiori concessioni alla Francia che non all’Italia? Ma è dovere del Comitato Esecutivo non è forse quello di vagliare la situazione di ogni paese e di ogni Partito, tenendo conto delle condizioni concrete e del grado di maturità del movimento rivoluzionario? La politica del Comitato Esecutivo deve basarsi su tali valutazioni, e da essa deve trarre gli elementi per definire il proprio atteggiamento in ogni singolo caso.

Zinoviev ribatte uno per uno tutti gli appunti mossi dal Serrati al Governo soviettista per i suoi rapporti con il Daily Herald e le borghesie straniere, ai Francesi per il presunto passaggio di 55 deputati nelle file comuniste, ai Tedeschi per il passaggio di metà degli Indipendenti nel campo del comunismo, che secondo lui sarebbe avvenuto su basi nazionaliste ed infine smaschera le menzogne di cui il Serrati si è servito per ingannare il proletariato italiano.

Il relatore contesta la valutazione politica, fatta dal Geyer, dei risultati delle elezioni generali nei riguardi del Partito Comunista d’Italia, che dopo poco tempo della sua fondazione, per la prima volta partecipava alla lotta elettorale.

Dopo le elezioni – continua Zinoviev – Serrati ha scritto che bisognava ormai volgere il timore verso destra, ed a riprova di questa necessità da lui affermata, egli cita la condotta di Lenin che ha dovuto accordarsi con gli elementi piccolo-borghesi. Questo argomento è degno di Serrati. Egli dimentica che in Russia il potere si trova nelle mani del proletariato. Suggerire una tale condotta per gli altri paesi, significa porgere coscientemente aiuto alla borghesia contro il proletariato. Il compito del Congresso è di far comprendere al proletariato italiano tutto il tradimento della politica di Serrati e dei centristi. La storia di Serrati è un esempio dell’intero movimento centrista. Contro il centrismo bisogna condurre una lotta implacabile.

Il relatore passa quindi alla questione tedesca.

Ad Halle, egli dice, noi ottenemmo la vittoria con la scissione degli indipendenti e la formazione di un partito comunista. Noi sapevamo che in questo partito, formato da 100.000 membri del Partito Comunista tedesco e da 400.000 Indipendenti, noi avremmo visto apparire dei recidivi del centrismo. Dopo il Congresso di Halle noi ci pronunciammo per la dissoluzione completa dell’unione di Spartacus e consigliammo al Partito Comunista di non avere fretta e di procedere innanzi tutto alla propria organizzazione. Il primo conflitto che noi avemmo con questo partito fu determinato dalla questione italiana. Le dimissioni di cinque membri del Comitato Centrale tedesco fu un grande errore ed una mancanza di disciplina. Il Comitato Esecutivo ha condannato questo atto.

Durante l’azione di marzo, per quanto essa non fosse un colpo di Stato poiché vi parteciparono mezzo milione di operai, molti errori si commisero. In ogni caso questo movimento, che fu una lotta difensiva imposta agli operai, costituisce un gran passo in avanti del proletariato tedesco.

Quanto alla questione del Partito Comunista Operaio, essa venne già esaminata dal 2° Congresso. Noi abbiamo ammesso questo partito nella Internazionale come simpatizzante, poiché nelle sue file vi sono degli operai veramente rivoluzionari. Nella seduta in cui venne presa questa decisione, io dichiarai che questo partito in avvenire doveva decidersi: o divenire un partito comunista e perciò unificarsi con quello esistente o uscire dall’Internazionale. Una parte dei capi del P.C.O. di Germania sono divenuti nostri nemici. In questi giorni abbiamo ricevuto dal suddetto partito un telegramma nel quale si dice che esso non resterà nell’Internazionale se il suo programma dovesse subire anche la minima modificazione. Con tali condizioni perché non dovremmo ammettere nell’Internazionale anche Serrati, perché non dovremmo consentire agli altri partiti di fare ciò che a loro piace? Le decisioni dell’Internazionale Comunista devono essere delle leggi. Se oggi il P.C.O. ci abbandona, noi abbiamo in Germania un potente partito comunista, perciò possiamo guardare all’avvenire con tranquillità.

Zinoviev passa quindi a trattare dalla questione francese.

Se noi abbiamo trattato in modo speciale il partito francese – egli dice – ciò è perché la sua situazione era speciale ed assai differente da quella del partito socialista italiano. Sapevamo che noi, che dal Congresso di Tours non era uscito un partito veramente comunista. In esso c’erano ancora dei centristi e dei semi-centristi. Noi concludemmo con i migliori compagnie francesi una specie di accordo, per il quale lasciavamo loro alcuni mesi di tempo per riorganizzarsi. Il Partito Comunista francese è minacciato dalla destra opportunista e non dalla sinistra. Le vecchie tradizioni portate in esso da alcuni deputati sono molto pericolose. Noi dobbiamo combatterle. Il partito francese non ha ancora un atteggiamento chiaro di fronte al sindacalismo. Ma, malgrado i suoi difetti, noi abbiamo fiducia in lui. Esso conta 100.000 membri e si mostra animato da un nuovo spirito. Non perciò noi chiuderemo gli occhi sui suoi difetti ne cesseremo di denunciarli agli operai.

Nella Ceco-Slovacchia abbiamo un grande partito di masse, ma anche qui possono sorgere dei recidivi del centrismo. Questo pericolo sarà certamente superato, la tendenza semi-centrista del compagno Serrati deve essere aspramente criticata.

Il processo di differenziazione ha raggiunto anche i paesi Scandinavi. La Norvegia possiede un Partito molto sano, per quanto essa non sia ancora guarito dal centrismo. In Svezia il partito si evolve dal pacifismo al comunismo.

Oltre a delle scissioni noi abbiamo anche realizzato delle fusioni. In Inghilterra, dall’unione di otto gruppi comunisti è sorto il Partito Comunista Unificato.

Lo stesso in America, dove il movimento comunista si sviluppa rapidamente e diventerà un grande movimento di masse.

Le scissioni dei partiti socialdemocratici e le fusioni delle sinistre con i comunisti in Austria, in Danimarca e nel Belgio hanno una grande importanza di principio.

In Svizzera la sinistra socialista ha abbandonato l’antico partito per unirsi con i comunisti. In questo paese noi speriamo di avere un Partito degno del comunismo.

In Jugoslavia sì è effettuata la scissione dei centristi, ma noi vi combatteremo ancora ogni manifestazione di centrismo.

In Finlandia il Partito Comunista si sviluppa nonostante il terrore bianco.

Parlando del movimento Comunista nel vicino e nel lontano Oriente, il relatore si sofferma sul Giappone, dove il movimento operaio rassomiglia a quello che era in Russia alla vigilia del 1905: sviluppo dei sindacati, moltiplicazione delle edizioni di propaganda.

Da uno sguardo generale sull’attività dell’Internazionale Comunista, si può dire che non vi è stato paese in cui il processo di epurazione del Partito non abbia dato luogo a delle manifestazioni opportuniste.

Il relatore conclude indicando i risultati della seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, ed il compito del Congresso dei Sindacati e della Gioventù. La lotta contro Amsterdam – egli dice – è della massima importanza. Bisogna preparare un’azione internazionale, per cui occorre una coordinazione internazionale. Noi non abbiamo sofferto di un eccesso di centralizzazione, ma di una centralizzazione insufficiente. La creazione di forti sezioni, di un centro direttivo potente, di una disciplina proletaria di ferro per la vittoria sulla borghesia, ecco il nostro scopo.

La discussione

Ha per primo la parola Hempel, del Partito Comunista Operaio di Germania.

Egli protesta contro il fatto che Zinoviev confonde questo partito con Serrati, Dittmann ed altri opportunisti. Noi siamo garantiti dall’opportunismo – egli dice – da tutta la nostra storia e da tutta la nostra azione. Sarebbe impossibile dimostrare in cosa noi siamo colpevoli di opportunismo. Noi lottiamo non già senza le masse, ma con le masse, soltanto con dei metodi diversi da quelli stabiliti dal II Congresso. Zinoviev teme che il Partito Comunista Operaio si troverà presto nelle file degli avversari, la realtà è che solo noi lottammo per la Russia proletaria; i partiti comunisti di masse sono buoni soltanto a fare delle dimostrazioni per la Russia soviettista e non ad agire rivoluzionariamente. Noi non abbandoneremo mai questa via, anche se dovessimo essere obbligati ad uscire dall’Internazionale per la sua tendenza opportunista.

Segue Froelich, rappresentante del Partito Comunista Unificato di Germania. Egli ricorda che il Partito Unificato protestò a suo tempo contro la decisione di accettare il Partito Comunista Operaio nell’Internazionale Comunista, e ciò per la sua minima importanza e la sua insufficiente attività.

Questo Partito – dice Froelich – segue una tendenza settaria anche nelle questioni fondamentali. Esso non è in grado d’apprezzare la situazione politica ed economica: ad esempio esso pensa che la questione delle riparazioni non può interessare che la borghesia. Nel mese di marzo ci sembrò di poter collaborare con questo partito, ma esso nulla ha compreso degli avvenimenti di marzo, che considera ancora come un «putsch». In tal modo il Partito operaio è della stessa opinione di Levi.

Questo partito non sarà mai in grado di condurre una politica veramente rivoluzionaria comunista. Quanto agli operai che hanno manifestato il loro coraggio rivoluzionario, noi dobbiamo dire ad essi: o con il Partito Comunista Operaio o con l’Internazionale Comunista.

Su tale questione parlano diversi oratori finché la parola è data a Gennari.

Questi si dichiara interamente d’accordo con la politica del Comitato Esecutivo per quanto riguarda la questione italiana. Passa in seguito a parlare della Ceco-Slovacchia. Noi sappiamo – egli dice – il valore rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi capi. Ma noi vogliamo avere la garanzia che in questo partito non si ripeta ciò che è avvenuto nel Partito Socialista Italiano. Durante la guerra Smeral ha difeso l’imperialismo austriaco. Dopo la guerra egli è venuto a Mosca proprio quando il proletariato aveva perso ogni fiducia in lui. E questo stesso Smeral, il quale dice che essere comunisti equivale ad essere in pratica socialdemocratici ed avere il comunismo come scopo finale, ha trovato credito presso il Comitato Esecutivo. Al Congresso del partito socialista Ceco-Slovacco, Smeral ha chiesto la conservazione del nome di socialista. Due redattori del «Rude Pravo» dopo lo sciopero di dicembre hanno scritto contro la Russia soviettista e contro l’Internazionale Comunista. Smeral li ha presi sotto la sua protezione. Perciò noi proponiamo: 1° allontanare Smeral dalla direzione del partito; 2° indirizzare al proletariato ceco-slovacco un appello a questo proposito; 3° indirizzare al proletariato di tutti i paesi un appello diretto a combattere i centristi e gli opportunisti.

Ha la parola Hechert del Partito Comunista Unificato di Germania.

La questione italiana – egli dice – ha determinato una crisi nel partito tedesco. Serrati al secondo Congresso ci assicurò che al suo ritorno in Italia avrebbe agito conforme alle decisioni dell’Internazionale ed invece egli ha sabotato tali decisioni. Nel dicembre scorso in un articolo sulla Rivista degli Indipendenti di destra intitolata «Il Socialista», egli dichiara: «La rivoluzione russa non è stata fatta per le grandi masse operaie, ma per una borghesia soviettista». Secondo Hechert questo articolo era necessario a Serrati per lodare Turati a spese dell’Internazionale, pretendendo che Turati, lui, sia seguito dalle masse.

Quanto a Levi, mandato dal partito comunista tedesco come rappresentante a Livorno, Heckert dichiara che egli tenne in questo Congresso una condotta vergognosa. Levi ha preteso che la politica dell’Internazionale e del Comitato Esecutivo mirasse a creare delle piccole sette e che per tale ragione essa aveva bisogno della scissione. Quando in seguito il Comitato Centrale decise che la scissione a Livorno era necessaria, Levi si pose contro di esso. L’oratore ricorda l’atteggiamento di D’Aragona di fronte all’Internazionale ed afferma che il Comitato Esecutivo ha fatto bene a condannare Serrati e D’Aragona.

Heckert cita un brano dell’Avanti! del 16 giugno nel quale si dice che nell’interno dell’Internazionale si accentua il malcontento contro la dittatura di alcuni individui, parodia della dittatura del proletariato, e che bisogna fare un passo verso destra, verso Levi e la Zetkin. Egli conclude approvando pienamente la politica e la tattica del Comitato Esecutivo e chiede al Congresso di agire nello stesso modo.

Dopo alcuni altri oratori ha la parola Radek:

Egli nota che la discussione che si è svolta finora non ha ancora affrontato la questione principale, che è questa: il Comitato Esecutivo ha agito bene o male? Pensate voi – dice Radek – che egli abbia commesso un errore? A ciò devono rispondere gli oppositori, poiché si tratta della questione della tattica, non del Partito tedesco, ma del Comitato Esecutivo. La questione di Levi è la questione della tattica dell’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo ha solidarizzato con il Comitato Centrale del Partito tedesco e voi ora dovete dire se ha fatto bene. Lo stesso si deve dire della questione italiana. Serrati ha detto a Livorno che il Comitato Esecutivo vuole avere dei piccoli gruppi comunisti ed è avversario dei partiti di masse. Noi non siamo contro le organizzazioni di masse, ma vogliamo avere dei partiti di masse veramente rivoluzionari. Se nella questione italiana noi abbiamo agito male perché Serrati è stato seguito dalla maggioranza degli operai, allora noi abbiamo agito ancora peggio in Germania, dove gli Indipendenti hanno avuto un seguito ancora maggiore di quello che non abbia avuto Serrati. Ciònonostante, cinque compagni sono usciti dalla Centrale del Partito tedesco, perché non erano d’accordo con la condotta del Comitato Esecutivo nella questione italiana. Sono essi o il Comitato Esecutivo che ha avuto ragione? A questa domanda è necessario dare una chiara risposta. L’Esecutivo vuol sapere se esso ha agito bene nel passato, poiché per l’avvenire esso si prepara condurre una lotta decisiva contro le manifestazioni di centrismo e di semi-centrismo nei partiti comunisti, come pure contro la politica d’avventure. Dopo un breve accenno sul Partito Comunista Operaio, Radek ripete ancora una volta che il Congresso deve esprimere senza ambiguità la propria opinione su tutti gli atti del Comitato Esecutivo.

Parlano in seguito diversi oratori, Lepic per l’ala sinistra del Partito Socialista Belga, espone le grandi difficoltà fra le quali essi hanno dovuto staccarsi dal Partito e pone in rilievo la funzione controrivoluzionaria dei socialdemocratici di quel paese; Markovitch per la Jugoslavia respinge il sospetto che nel Partito Comunista del suo paese siano ancora possibili delle manifestazioni centriste. Spiega le condizioni nelle quali si svolge il movimento comunista in Jugoslavia, condizioni che hanno costretto il Partito all’azione illegale.

Kolarov per la Bulgaria, approva la politica dell’Esecutivo, e rileva le deficienze esistenti nel Partito francese.

Ha quindi la parola Klara Zetkin.

Essa affronta senz’altro la questione italiana che determinò le sue dimissioni dal Comitato Centrale. Ricorda gli avvenimenti del settembre 1920, per dimostrare come il partito socialista italiano non si sia mostrato capace di dominare la situazione e di utilizzarla per la conquista del potere politico. Ma non si tratta soltanto dei capi – dice la Zetkin – ma anche delle masse, che se fossero state veramente rivoluzionarie avrebbero trovato una qualsiasi via d’uscita, passando sopra agli stessi capi, per entrare nella lotta politica. È una verità storica che i capi sono allo stesso livello delle masse. Evidentemente la loro condotta ha spesso un’importanza decisiva, ma molto spesso un proletariato maturo si dà dei nuovi capi in sostituzione dei vecchi. Non dico ciò per diminuire l’errore dei capi politici, ma per dimostrare che il Comitato Esecutivo dell’Internazionale avrebbe dovuto favorire con tutti i mezzi la costituzione di un partito italiano unificato nel suo pensiero e nella sua organizzazione. Io ho solidarizzato interamente con l’Esecutivo quando questi ha ordinato di separarsi da Turati, ma delle divergenze si sono manifestate allorché è sorta la questione di separarsi anche da Serrati, perché il gruppo di quest’ultimo ha con sé le vaste masse proletarie, e hanno dimostrato ieri ed oggi di volere lealmente incamminarsi verso il Comunismo e la Internazionale. Questa la mia opinione, non perché io abbia delle tendenze verso la politica centrista o semi-centrista ma perché so che fra queste masse ci sono molti compagni organizzati nei sindacati e nelle cooperative e che noi avremmo potuto utilizzare per combattere la politica riformista ed opportunista. Queste le ragioni per le quali io chiedevo che si cercasse di conservare nel Partito una gran parte degli Unitari.

Io non ho nulla da obbiettare alla dichiarazione di guerra contro Serrati, ma non potrei accettarla se essa fosse diretta contro l’intero gruppo Serrati. Questo sarebbe un atto politicamente poco intelligente. Per dimostrarvi la realtà di questa mia affermazione vi riferirò quest’episodio: Quando Serrati venne a Berlino, mi si disse che egli era in relazione con il Comitato Centrale del Partito tedesco, il quale aveva deciso di inviare al Comitato Esecutivo dell’Internazionale la proposta di mandare in Italia una commissione speciale per trovare la via d’accordo con il Partito Comunista, previa esclusione del gruppo Turati. Di tutto ciò scrissi una lettera a Mosca. A Serrati dissi che se egli voleva realmente intendersi con il Partito Comunista e l’Internazionale, non bastava agire con l’intermediario del Partito tedesco. Egli doveva invitare il Comitato Centrale del Partito italiano ed indirizzarsi direttamente a Mosca. Serrati acconsentì. Ma ritornato in Italia, non mantenne la parola data.

L’oratrice accenna ad alcune dichiarazioni del rappresentante dell’Esecutivo in Italia, che avrebbero influito su di lei nell’assumere l’atteggiamento che le è rimproverato, quindi spiega le ragioni per le quali essa ha ritenuto necessarie le sue dimissioni dal Comitato Centrale, senza che tale atto rivestisse il carattere di infrazione disciplinare che gli si è voluto attribuire.

Io riconosco – continua la Zetkin – che la politica di Serrati è una politica riformista ed opportunista. Il Partito Comunista non può combattere il fascismo con dei discorsi pietosi. Alla forza bisogna opporre la forza. Secondo me non basta che il Congresso domandi al P.S.I. l’accettazione delle 21 condizioni, bisogna esigere a qualunque costo la separazione da Turati

Quanto alla questione Levi, si deve tener presente che essa non è soltanto una questione di disciplina, ma un problema politico. Per darne un giudizio obbiettivo bisogna metterla in relazione con l’insieme della situazione politica, altrimenti tutto il contesto storico ci sfugge. Perciò io penso che tale argomento debba essere trattato contemporaneamente alla tattica del Partito Comunista Operaio ed all’azione di marzo. Io non condivido interamente tutto ciò che è scritto nel famoso opuscolo, ma d’altra parte non condivido neanche le opinioni espresse su di esso da alcuni compagni. Io non ho nulla da obbiettare alla decisione del Congresso sull’affare Levi qualunque essa sia, quando l’esame della questione fosse posta nei termini da me indicati.

Ha la parola Friesland di V.K.P.D..

Questi rileva alcune inesattezze dell’opposizione sull’azione di marzo, attribuisce all’incapacità della Centrale ad organizzare il Partito alla lotta, gli errori principali che si lamentano. In seguito parla Overstraeten del Partito Comunista Belga il quale espone le difficoltà del movimento Comunista nel proprio paese e si dichiara favorevole all’unificazione con la sinistra del P.S..

Ancora sulla relazione dell’Esecutivo parla Koehnen del V.K.P.D..

Egli esamina lo sviluppo del movimento comunista in Germania sino alla formazione del Partito Unificato. Dice che il Partito, che aveva riposto la massima fiducia nei suoi capi per la preparazione rivoluzionaria, fu ingannato da essi quando abbandonarono la Centrale. I nuovi dirigenti dovettero pensare a riorganizzare il partito e a preparare il proletariato alla lotta, e fu proprio durante quest’opera faticosa che fu provocata da Hoersing l’azione di marzo, cogliendo il partito impreparato. Aggiunge che sul partito, ancora sanguinante delle sue molte piaghe si abbatté per di più l’attacco di Levi, che però non portò conseguenze gravi alla compagine del partito, perché questo nel suo insieme non aderì alla concezione del Levi e riuscì anche ad accrescere le proprie forze. Si sofferma sulla questione italiana dicendo che essa fu impostata dalla opposizione in modo tale da apportare colpi gravi non solo al P.C. d’Italia e al giovane Partito Unificato di Germania, ma anche al C.E. dell’Internazionale. Termina invitando i capi a subordinare le loro convinzioni all’interesse del partito.

Dopo Koehnen ha la parola Terracini del Partito Comunista d’Italia. Egli si trattiene specialmente sulla questione italiana dimostrando come avvenne la scissione di Livorno e quali furono le cause che la determinarono. La scissione avvenne sulla base delle 21 condizioni stabilite dal 2° Congresso, alla elaborazione delle quali aveva contribuito anche Serrati. Poiché Serrati e la sua frazione non vollero accettarle, non restava altro da fare che escluderli dal P.C., insieme coi riformisti con cui avevano solidarizzato. La scissione fu inevitabile.

Risponde alle obbiezioni della Zetkin e di Markovic del Partito jugoslavo. Osserva che non furono le influenze dei rappresentanti dell’Esecutivo che determinarono la scissione nel modo come avvenne. In ultimo si sofferma sull’atteggiamento dell’Esecutivo riguardo ai diversi partiti operai ebrei, e domanda che siano adempiute le condizioni dell’Internazionale che stabiliscono l’unione di tutti gli operai comunisti in un solo partito.

Racosci, che succede a Terracini, espone l’attività che svolse Levi al Congresso di Livorno, solidarizzato con l’atteggiamento di Serrati, dando a questi maggiore forza comunicandogli la solidarietà della Zetkin. Si difende dalle accuse rivoltegli di voler proporre scissioni come quella di Livorno negli altri partiti dell’Internazionale. Approva infine l’atteggiamento dell’Esecutivo e insiste che tutti i partiti comunisti si liberino dagli elementi centristi e semi-centristi.

Zinoviev sulla questione del K.A.P.D. presenta la proposizione seguente: Invitare il Partito Comunista Operaio di Germania a convocare entro due o tre mesi un Congresso per decidere sulla questione della sua sottomissione alla disciplina dell’Internazionale. In caso di risposta affermativa il K.A.P.D. sarà incluso nel Partito Comunista Unificato, nel caso contrario sarà escluso dall’I.C..

Dopo un breve dibattito sull’ordine della discussione a prendere la parola Radek sulla proposizione di Zinoviev. Radek espone le basi del disaccordo fra il K.A.P.D. e il Comitato Esecutivo: Il K.A.P.D. vuole essere un piccolo partito, non vuole lavorare nell’interno dei sindacati per conquistarli, ma vuol formare dei sindacati composti di soli operai che accettano il programma della dittatura del proletariato, non accetta la lotta parlamentare.

Malgrado queste divergenze il C.E. ha cercato un’intesa con questo partito, pensando che giovani forze rivoluzionarie non possono immediatamente formarsi una coscienza politica chiara.

Anche contro il pensiero del Partito Comunista Unificato il K.A.P.D. fu ammesso come membro simpatizzante dell’I.C.. Poiché in ciascun paese non può esistere che una sola sezione dell’Internazionale Comunista, il K.A.P.D. è costretto a decidersi sulla base della proposizione di Zinoviev.

In seguito Radek espone le critiche aspre che il K.A.P.D. ha mosso al C.E. e dimostra come esso si sia incamminato su una via che lo porta a diventare una vera e propria setta.

Cita alcuni passi dell’opuscolo di Gorter sulla questione del Levi e l’azione di marzo, secondo i quali si può dire che il K.A.P.D. abbia solidarizzato con tutta la stampa menscevica. Rileva che esso ha una tendenza all’uso delle azioni individuali e terroriste. Conclude invitando il K.A.P.D. a sottomettersi all’I.C. e ad unirsi al V.K.P.D..

Rolande Holst, a nome della minoranza olandese fa alcune osservazioni sulla proposta di Zinoviev. Dice di non combattere troppo aspramente il Partito Comunista operaio, perché ciò significherebbe allontanare definitivamente delle giovani energie rivoluzionarie che ben potrebbero rimanere nell’I.C..

La questione italiana

A nome del Partito socialista italiano prende la parola Lazzari. Compagni, egli dice, noi ci troviamo in questo Congresso in una posizione imbarazzante. Noi siamo stati all’opposizione nella II Internazionale. Attualmente ci troviamo in una situazione difficile di fronte alla III Internazionale. Non abbiamo potuto avere conoscenza degli appunti mossici se non attraverso resoconto del rapporto di Zinoviev, e la lettura dell’opuscolo sulla questione italiana.

Quest’opuscolo è compilato obiettivamente, ma non contiene tutti i documenti, e ne contiene alcuni, come gli scritti del commendatore Pozzani sulla Russia, non iscritto al Partito, di cui non possiamo assumere la responsabilità. La scissione italiana era stata decisa già prima del Congresso di Livorno dalla frazione dei puri al suo convegno di Imola.

Noi chiediamo di essere giudicati in base ai fatti. Nel 1919 abbiamo aderito con entusiasmo alla 3° Internazionale e abbiamo agito conseguentemente all’adesione assumendo le difese della rivoluzione russa, facendo la campagna per l’accordo commerciale fra il nostro paese e la repubblica soviettista. In guerra in pace abbiamo sempre tenuto alto il vessillo dell’Internazionale.

Noi ora non possiamo promettere molto; ma gli impegni assunti in precedenza li abbiamo soddisfatti. Non volevamo l’indebolimento del nostro movimento di fronte a tutta la borghesia unita. La divisione ci ha indeboliti e senza di essa la nostra ultima vittoria elettorale sarebbe stata più reale e avrebbe potuto portarci alla conquista del potere attraverso la lotta parlamentare.

Ci si accusa di opportunismo e di riformismo. Noi abbiamo sempre cercato di epurare il nostro partito, e continueremo questa epurazione ogni qualvolta la giudicheremo utile. Approviamo le tesi sulla tattica, accettiamo interamente la responsabilità delle decisioni che prenderete e cercheremo di aiutare lo sviluppo della rivoluzione mondiale anche nel nostro paese.

In risposta a Lazzari parla Gennari per il P.C.I.. Attraverso una serrata documentazione l’oratore dimostra l’esistenza di una tendenza social-patriottica nel seno del P.S.I., dimostra che se questa tendenza non riuscì a rivelarsi apertamente durante la guerra, lo si deve alle condizioni speciali in cui il nostro paese entrò in guerra e per il continuo controllo della vecchia frazione rivoluzionaria, la cui grande maggioranza costituisce oggi i quadri del P.C.

Ciononostante si ebbero alcune importanti manifestazioni del pensiero socialpatriottico. Ne espone le principali leggendo dei documenti.

Dimostra la condotta sempre esitante di Serrati.

La scissione italiana è la conclusione di una lunga crisi esistente nel seno del Partito. Un’accusa si può muovere ai comunisti italiani ed è quella di aver compiuto questa divisione troppo tardi.

Dimostra con altri documenti come dopo il Congresso di Livorno il P.S.I., guidato tuttora da Serrati, si impegoli sempre più nell’opportunismo.

Grandi applausi salutano la fine del discorso di Gennari il quale termina invitando il Congresso a respingere il ricorso del P.S.I., dichiarando che questa è l’unica politica possibile per smascherarlo davanti alle masse proletarie d’Italia.

Gli applausi continuano fino all’apparizione alla tribuna di Lenin.

Lenin incomincia esponente fatti che comprovano l’esistenza degli opportunisti nel partito socialista italiano.

Non è forse una realtà, l’esistenza non solo di singoli individui ma di interi gruppi opportunisti, con i propri dirigenti, i propri giornali e riviste?

Dopo il secondo Congresso questi gruppi hanno iniziato una violenta campagna contro l’Internazionale Comunista; hanno convocato un convegno speciale preparatorio prima del Congresso di Livorno. In questi fatti noi vediamo più che una frazione, noi vediamo l’inizio di un movimento di partito. È un gran male per un partito operaio non romperla a tempo con gli opportunisti. Questi malanni si sono verificati in Germania, ed anche in Italia dove bisognava romperla con gli opportunisti sin dall’inizio della guerra.

Lenin ironizza poi sulla dichiarazione di Serrati e di Lazzari secondo i quali la loro divergenza con l’Internazionale Comunista è basata soltanto sul momento in cui occorre separarsi dai riformisti. L’anno scorso Serrati non ci fornì la dimostrazione della necessità dell’alleanza coi riformisti; un anno è passato e Lazzari non ci ha ancora dimostrato la necessità di questa tesi. Il Partito Comunista russo non impone agli altri partiti dell’Internazionale una regola d’imitazione cieca. Al contrario i compagni russi consigliano ai partiti fratelli di tener conto delle condizioni di tempo e di luogo.

L’occupazione delle fabbriche ha permesso ai riformisti di mostrare la loro vera natura.

Il fatto che Modiglioni ha rifiutato di entrare in un ministero borghese non significa niente, Modiglioni comprende molto bene che il miglior modo di servire la borghesia è di restare nel partito operaio.

Esamina il numero dei voti raccolti dalle diverse frazioni a Livorno e constata che i voti raccolti dai comunisti indicano come il movimento comunista in Italia si sviluppa molto più rapidamente che nella stessa Russia.

Serrati desidera libertà di manovra. A prima vista cosa significa la libertà di manovra di Serrati? L’alleanza con 14.000 riformisti.

L’Internazionale è convinta che dopo le deliberazioni del Congresso gli operai italiani si schiereranno dalla sua parte.

In seguito parlano: Maffi, il quale respinge le critiche di Gennari e dichiara che egli personalmente si impegna di sostenere in Italia le decisioni che saranno prese dal Congresso. – Racovski, che esamina la situazione italiana, dice che il riformismo italiano ha la stessa vecchia tradizione di quello tedesco, invita i rappresentanti italiani ad uscire dalle riserve e prendere impegni precisi sulle decisioni del III Congresso. – La Zetkin che esamina anch’essa la situazione italiana, si dichiara convinto della necessità di formare in Italia un forte Partito Comunista unificato. Afferma che il P.S.I. dopo Livorno nulla ha fatto per mettersi su questa via: esso ha seguito una politica la cui continuazione bisogna assolutamente impedire.

Ha la parola Trotzki. Io m’interesserò – egli dice – solamente dell’esame della situazione attuale. Il partito italiano ha svolto una propaganda rivoluzionaria che ha portato agli avvenimenti di settembre. Ma quando gli operai cercavano di trarre le conseguenze pratiche di questa propaganda il partito li ha abbandonati. Di ciò si è avvantaggiato Turati, che ha potuto dimostrare le funeste conseguenze della propaganda rivoluzionaria.

Voi avete disorganizzata la classe operaia – dice Trotzki rivolgendosi ai socialisti italiani – rinunciando alla vostra propaganda proprio nel momento in cui essa cominciava ad entrare nella pratica.

Serrati in nome dell’unità della rivoluzione e per la sua vittoria ha emesso l’idea dell’unità disciplinata in un solo partito di frazioni basate su principi e metodi differenti. Ma può essere possibile una simile unità in nome della rivoluzione quando vi sono dei gruppi che non hanno il minimo desiderio di farla? Questo principio in realtà ha condotto a conseguenze opposte alla concentrazione delle forze.

Occorrerà ora al giovane P.C. molta energia e molto lavoro per ricuperare la fiducia della classe operaia. Dopo Livorno tutto il P.S.I. si è mosso verso destra.

Non basta che Turati dica di sottomettersi alla disciplina: poiché spesso ciò significa sottomettersi formalmente soltanto. Infatti egli forma una organizzazione di frazione, crea i suoi organi di propaganda, per allargare questa disciplina, per infrangerla del tutto. Non occorre che Turati va dal potere. Egli è un uomo molto intelligente, che preferisce rifiutare un portafoglio anziché perdere il contatto con le masse, e resta nel Partito.

Voi avete parlato del vostro entusiasmo per la Russia sovietista. Voi avete visto che la nostra situazione non è delle più floride. Turati afferma che l’Internazionale vuole provocare la rivoluzione in tutti gli altri paesi, per salvare la Russia. Questa è una menzogna. Noi desideriamo realmente la rivoluzione negli altri paesi, ma non è per la nostra salvezza che noi vogliamo ciò.

Turati ha parlato di una III Internazionale immaginaria. Ebbene, quando io ascolto i vostri discorsi, mi sembra che la presenza di Turati e del suo gruppo nella III Internazionale sia una intrusione.

Dopo Trotzki parlano Loriot al nome del Partito Comunista francese e Losovsky che si sofferma specialmente sull’attività dei dirigenti socialisti della C.G.d.L. italiana.

Chiusa la discussione viene messa in voti la risoluzione sul rapporto dell’Esecutivo, che è approvata all’unanimità.

La questione della tattica

Il discorso di Radek

La pratica dell’Internazionale Comunista deve essere considerata in rapporto all’epoca nella quale agiamo. L’I.C. deve prepararsi alla rivoluzione mondiale anche nel caso che il regime capitalista goda di un sollevamento prolungato. Questa preparazione consiste nell’organizzazione, nell’agitazione e nella mobilizzazione delle armate rivoluzionarie in vista della battaglie a venire. Ciò a cui noi assistiamo ora non è in alcun modo una caduta del movimento rivoluzionario, ma la concentrazione delle forze rivoluzionarie alla vigilia di nuovi combattimenti.

Lo stesso Martov è obbligato a riconoscere che la rivoluzione mondiale è lungi dal volgere verso la fine. La differenza tra noi è l’internazionale 2 1/2 è che essa si rappresenta il periodo di sviluppo rivoluzionario come una lenta e tranquilla preparazione dei partiti e che al termine di questa preparazione si potrà avere la lotta rivoluzionaria, mentre noi caratterizziamo questo periodo come una serie di lotte successive in cui i comunisti non potranno lavorare pacificamente e attendere pacificamente ciò che il tempo può loro portare.

La preparazione dei partiti comunisti si compie in questo periodo sotto i colpi della persecuzione borghese e in mezzo ai combattimenti. Radek cita la risoluzione tattica adottata dall’Internazionale 2 1/2 e dimostra come questa non abbia saputo dire niente di nuovo malgrado tutte le vane chiacchiere fatte sul fallimento delle nostre teorie.

L’ultimo argomento possa all’I.C. è che la situazione russa e la tattica riguardo al capitale straniero ed alla piccola borghesia dimostrano che la dittatura del proletariato non conduce al comunismo. L’esempio della Russia prova solo che si incontrano delle grandi difficoltà per dirigere uno Stato isolato, e per giunta in massima parte agricolo, verso il comunismo.

Come dobbiamo condurre la lotta perché il proletariato trionfi? Il nostro compito essenziale è quello di attirare al comunismo le più grandi masse del proletariato. Questo metodo fu combattuto dai compagni della sinistra: Gorter e Pannekoek. Anche noi siamo d’avviso che nell’Europa occidentale la base della dittatura proletaria debba essere più larga. Gorter e Pannekoek pensano che un piccolo gruppo di comunisti, quasi come dei profeti, non devono fare altro che espandere nelle masse, con la propaganda, le loro convinzioni.

Il Partito Comunista operaio tedesco invece vuole prendere parte a tutti i combattimenti a fianco agli anarchici. L’esperienza ha dimostrato che basandosi su questi metodi il movimento operaio non fa alcun progresso.

Il nostro compito essenziale è di attirare le grandi masse verso l’idea del comunismo.

Guardiamo per es. il piccolo Partito Comunista inglese nella grande Inghilterra. Noi vediamo che questo partito ha un bell’esser piccolo, il suo compito è sempre quello di guadagnare le masse. Non basta dire al proletariato: diffidate dei vostri leaders! Occorre invece aiutare le masse e mettersi alla loro avanguardia, andare verso le masse: questo è il compito.

Il compagno Radek cita a questo proposito le principali azioni di masse del proletariato europeo in questo periodo: l’occupazione delle fabbriche in Italia, il grande sciopero generale in Ceco-Slovacchia; esamina l’atteggiamento seguito dai partiti rivoluzionari dei due paesi e espone quale avrebbe dovuto essere l’azione dei veri partiti comunisti.

Passando all’azione di marzo in Germania dà prima una breve cenno storico allo sviluppo del Partito Comunista tedesco, dalla formazione dello «Spartacus Bund» al Congresso di Halle.

Il partito tedesco non ha avuto fino a questo momento una stampa veramente popolare.

Il problema principale del partito tedesco era quello di avvicinare le masse, che in Germania sono raggruppate in sindacati che contano dozzine di milioni di membri e in partiti che ne contano milioni. La politica della «lettera aperta» è l’inizio della risoluzione del problema.

Sopraggiunge la scissione italiana, e i compagni della sinistra si trovano soli nella direzione del Partito sotto l’imperiosa necessità di rendere il movimento più attivo. Qui incominciano gli errori.

Ecco l’errore capitale: il 17 marzo ebbe luogo il congresso nazionale del Partito nel quale furono rilevati i grandi pericoli del momento. Il partito doveva giudicare innanzitutto se era possibile o no iniziare un’azione preparata.

Io affermo che, per lo spirito di cui allora era imbevuto, il partito non era pronto all’azione.

Si tratta di sapere come le masse hanno reagito davanti ai pericoli di quel momento. Le masse agiscono sotto l’impressione immediata degli avvenimenti. Bisognava dunque rinforzare il lavoro d’organizzazione e lanciare la parola d’ordine: «Preparatevi!». I compagni della Germania centrale chiesero al Partito ciò che bisognava fare nel caso che Hoersing avesse fatto irruzione nella loro regione. La risposta fu: cercate di aggiornare il combattimento. Se egli occupa le fabbriche cercate di sollevare gli operai.

La posizione del Partito non aveva niente di reale. Esso doveva dire ai compagni di Mansfeld: voi siete una minoranza, se ingaggiate il combattimento sarete schiacciati. Il Partito invece ingaggiò la lotta con le armi alla mano; e durante la lotta perdette ogni chiarezza di veduta.

Compagni! io dichiaro che noi siamo partigiani dell’azione di marzo. Noi abbiamo stimato che era dovere del Partito correre in aiuto del proletariato della Germania centrale. Chi critica senza dire ciò che il partito avrebbe dovuto fare contro Hoersing, dimostra di non saper trarre insegnamento dai combattimenti del Partito.

Ma degli errori furono commessi; gli obbiettivi dell’offensiva non erano chiaramente determinati.

Nella critica della compagna Zetkin manca ciò che secondo essa avrebbe dovuto essere affatto contro Hoersing nella Germania centrale.

Radek cita a questo proposito alcuni passi dello scritto militare Klausewitz sull’offensiva e la difensiva.

Gl’insegnamenti che noi traiamo dalle giornate di marzo sono i seguenti: non è cosa molto facile passare dall’agitazione alla propaganda in favore dell’azione; il nostro apparecchio non era sufficientemente organizzato per la lotta; le sezioni militari non esistevano affatto, e dove esistevano esse possedevano le armi solo sulla carta, infine esse erano indisciplinate.

Quando noi diciamo che malgrado tutti i suoi errori l’azione di marzo è un passo avanti, noi intendiamo che voi profittiate dei suoi insegnamenti, apprendendo ciò che è da conservare per le prossime lotte e ciò che è da evitare.

Radek espone infine le differenze tra il programma minimo dei socialdemocratici, le azioni e il programma del centro e le parole d’ordine dell’Internazionale Comunista. La socialdemocrazia conta che la società capitalista abbia un lungo periodo d’esistenza e si sforza di dare l’impressione che essa lavori con ardore alla riforma della società che crolla. Il centro finge di porsi sul terreno della rivoluzione sociale e base alla sua azione su rivendicazioni che non potranno essere realizzate se non colla rivoluzione sociale. Gli indipendenti tedeschi infatti, l’I.L.P. Inglese, svolgono i loro piani richiamandosi a Lassalle. Essi dicono: la democrazia è realizzata, si tratta ora di sapere come togliere dalle mani dei capitalisti le miniere e le fabbriche. Essi pensano che nel corso della battaglia per la socializzazione si produrrà uno scontro di masse opposte e questa sarà la leva della Rivoluzione. L’esempio inglese ci mostra l’errore di queste vedute.

Rosa Luxemburg poneva come minimo delle rivendicazioni operaie tutto il potere agli Consigli Operai, armamento del proletariato, soppressione dei debiti di stato, presa di possesso delle fabbriche. Questo programma sorse però nel momento in cui nella Germania i Consigli Operai erano il potere supremo. Ma ora, che la borghesia è in forze e noi dobbiamo preparare la rivoluzione proletaria, occorre andare verso le masse, guadagnarle aiutandole nelle lotte per le loro rivendicazioni immediate; in questo modo noi le ingaggeremo a poco a poco in un combattimento sempre più serio. La seconda parola d’ordine che noi dobbiamo adoperare è: armamento del proletariato, disarmo della borghesia.

Concludendo, Radek dice: noi siamo alla vigilia di grandi combattimenti. Noi dobbiamo essere la campana che chiama alla lotta, mentre finora non siamo stati altro che un piccolo sonaglio. La parola d’ordine è dunque: Verso le masse! È un errore credere che ciò significhi una deviazione verso destra, come è un errore parlare degli errori commessi dai buoni elementi di sinistra. Nell’Internazionale Comunista si trovano a sinistra quelli che lavorano per trovarsi preparati alla lotta, e alla destra quelli che li ostacolano con le loro teorie opportunistiche.

Conquistate le masse, riunitele in un sol blocco, sfruttando la loro energia rivoluzionaria la nostra vittoria è certa.

La discussione

Hempel, del Partito Comunista Operaio di Germania, dice che è è d’accordo con Radek sull’esame della situazione economica mondiale e sulla deduzione dell’imminente rovina del regime capitalistico e della inevitabilità della rivoluzione proletaria. Vi sono alcune divergenze invece sulla questione del come deve compiersi la Rivoluzione mondiale. L’esperienza rivoluzionaria dopo il 1917 ci ha mostrato che il Soviet è la forma di organizzazione delle masse. Per questo noi abbiamo abbandonato le antiche forme del movimento operaio. Prima della guerra il movimento operaio aveva per fine il miglioramento delle condizioni di esistenza della classe operaia e l’aumento dei salari; per questo esso non aveva bisogno di elementi rivoluzionarii, ma di gente capace di fare transazioni sia in Parlamento che con gli intraprenditori. I Sindacati sono organizzazioni di protezione formatisi sotto l’egida dell’ordine capitalistico. Con simili organizzazioni la rivoluzione non può essere guidata. Il proletariato deve crearsi nuove organizzazioni che si propongano la rovina della potenza capitalistica. Allora noi dobbiamo indurre il proletariato ad organizzarsi nelle imprese e nei cantieri, per conquistare la produzione, gli strumenti di essa e le fabbriche.

I metodi di combattimento devono essere rivoluzionarii e adatti alla situazione economica attuale. Ci troviamo in un periodo di profonda crisi industriale; da ciò deriva che gli operai di una impresa cercano gelosamente di non perdere i loro posti, mentre la massa dei disoccupati si sente la nemica di tutti quelli che hanno di che vivere. Sui cadaveri dei proletarii morti di fame si compie la ricostruzione momentanea della potenza capitalistica. Come ben dice il compagno Radek, noi dobbiamo con tutti i mezzi opporci al piano di ricostituzione delle industrie capitalistiche. Per questo noi dobbiamo adoperare una forma di organizzazione tale che permetta di passare all’offensiva approfittando dei minimi conflitti. Questa forma sono i Soviets collegati nelle fabbriche a mezzo di fiduciarii.

Definisce opportunista alla politica della «lettera aperta», poiché essa si basa sui sindacati e sui partiti parlamentari.

Noi non rigettiamo alcuna azione parziale. Come dai combattimenti del 1918 gli operai trassero utili insegnamenti, saranno nello stesso modo utili le giornate di marzo.

I comunisti debbono formare i quadri di organizzazione per industria, questi quadri saranno ristretti ma pronti alla lotta.

I sindacalisti e gli anarchici non sono esperti nella organizzazione delle masse operaie, i comunisti debbono venire il loro aiuto. A questo Congresso incombe la decisione di andare verso gli elementi di sinistra per attirarli nella nostra organizzazione, riconoscendo che in essi vi è del buono.

Terracini prende la parola per sviluppare gli emendamenti presentati da tre delegazioni. Rettifica alcuni errati apprezzamenti sulla situazione italiana. Dice che Radek nelle tesi si è scagliato troppo violentemente contro le tendenze di sinistra, occorre invece prestare ancora tutta la nostra attenzione alle tendenze riformiste e centriste per estirparle completamente dal seno della Terza Internazionale, per evitare che altri Serrati e Levi trovino posto nelle nostre file.

Sulla questione ceco-slovacca, afferma che non basta indicare i compiti del partito nell’agitazione nella propaganda per aumentare gli effettivi del partito. Il compito essenziale del partito comunista ceco è invece: mostrare le masse con l’azione che il partito è il difensore giurato del loro interessi.

Le stesse osservazioni potrebbero essere fatte alle tesi di Radek riguardo al partito tedesco. Quando sopravverrà una nuova lotta, il partito dovrà mettersi di nuovo alla testa delle masse proletarie; questa lotta non tarderà a venire malgrado la disfatta di marzo. La disciplina rivoluzionaria ha fatto le sue prove in questa lotta, questa ci ha dato l’occasione di smascherare opportunisti e riformisti.

L’oratore rileva come dalle tesi presentate possa sorgere il dubbio che si voglia affermare il principio che il partito comunista può passare all’azione sol quando egli abbia organizzato nelle sue file la maggioranza del proletariato. Poiché tale concetto è fondamentalmente errato, sarebbe bene chiarire in tal senso le tesi, facendo apparire chiaro che la condizione necessaria e sufficiente perché il partito possa spingere le masse verso le lotte definitive, non è già l’inquadramento delle masse nel partito, ma l’estensione della sua influenza su di esse.

In ogni caso tale scopo il partito lo raggiungerà solo con l’azione.

Radek tratta con ironia la teoria dell’offensiva. Noi intendiamo per offensiva non solo l’attacco delle forze militari, ma in generale la tendenza dinamica contro la passività.

Dopo Terracini ha la parola il compagno Lenin.

Io mi terrò sulla difensiva, dice Lenin, benché dopo aver inteso il discorso di Terracini e letto gli emendamenti presentati io mi senta spinto a prendere l’offensiva. Di fronte a questo infantilismo di «sinistra» il Congresso deve prendere l’offensiva se non vuole che il nostro movimento subisca uno scacco. Io mi meraviglio solo che il partito comunista operaio di Germania non abbia firmato questi emendamenti. Negli emendamenti si parla di sostituire alla parola «principii», la parola «fine». I compagni che hanno fatto questa proposta non conoscono l’ A.B.C. del comunismo. Poiché quanto al fine noi possiamo trovarsi d’accordo anche con gli anarchici mentre è sui principii che ci differenziamo; e i principii comunisti sono la dittatura del proletariato e l’uso della forza di governo durante l’epoca di transizione. Si è proposto anche di sopprimere le parole «la più gran parte» nel punto delle tesi in cui è detto che ancora nessun gran partito di occidente ha preso la direzione della maggioranza della classe operaia. Terracini però non ha pensato di dare la dimostrazione che esista già un partito che abbia presa la direzione della maggioranza della classe operaia. Lo stesso partito tedesco non è ancora seguito dalla maggioranza del proletariato. Se il Congresso approva un simile emendamento esso approverà una controverità.

Negli emendamenti si propone anche di non parlare nelle tesi della «lettera aperta». Ebbene oggi io ho inteso il discorso di Hempell nel quale ho trovato la stessa idea. Hempell ha dichiarato la lettera aperta opportunista ed ecco che Terracini al nome di tre delegazioni sostiene lo stesso pensiero del K.A.P.D.. Colui che, in occidente dove tutto il proletariato è organizzato, non comprende che noi dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, quegli è perduto per il movimento comunista. La «lettera aperta» è stata il primo tentativo per conquistare la maggioranza della classe operaia. Terracini dice che pur essendo noi un piccolo partito abbiamo vinto la rivoluzione; ma noi avevamo per noi la maggioranza dei Soviet degli operai e contadini e almeno la metà di un esercito di 10 milioni di uomini. Mostratemi un paese solo dove voi abbiate una sola di queste condizioni.

Terracini ha difeso l’offensiva parlando di tendenze dinamiche e del passaggio dalla passività all’attività. Noi abbiamo a questo proposito un’esperienza politica di parecchi anni. È questo il terreno sul quale i socialisti rivoluzionari di sinistra ci hanno combattuto.

Quindici anni fa noi ci scagliavamo con forza contro chiunque nelle nostre file avesse dubitato che un partito rivoluzionario dovesse prendere l’offensiva. Ma oggi dopo tre anni e mezzo di rivoluzione essere ancora obbligati a parlare di offensiva è un’onta. Gli avvenimenti di marzo costituiscono un grande progresso, ma non possono essere considerati un’offensiva. Bisogna criticare gli errori, ma bisogna escludere dal partito quelli che come Levi fanno la critica nel momento in quella masse sono ingaggiate nella battaglia.

Lenin quindi traccia le linee dello svolgimento della rivoluzione russa e della preparazione compiuta questa riguardo dal partito bolscevico.

Il primo passo del nostro movimento è la formazione di un vero partito comunista. Questa è la fase preparatoria. Noi abbiamo fatto ciò nel primo e nel secondo Congresso proclamando: abbasso i centristi. Siamo ora al terzo Congresso che Terracini si trova ancora alla fase preparatoria: infatti egli continua a consigliare la rottura con i centristi. Sarebbe ora di passare alla fase successiva.

Si è fatto in questo Congresso grande abuso della parola «massa». La nozione di massa varia secondo le condizioni del combattimento. All’inizio della lotta con un seguito di 200.000 uomini si può parlare di massa. Ma quando il movimento si sviluppa, quando la rivoluzione che si approssima, allora non si può parlare più di massa se non quando si abbia con sé la maggioranza della classe operaia; se non anche di tutti gli sfruttati. Chi non comprende ciò non è un rivoluzionario e bisogna combatterlo. Termina dicendo che la rivoluzione vincerà quando avrà trascinata nella lotta la maggioranza degli operai e degli sfruttati.

Heckert, del Partito Comunista unificato di Germania, dopo alcune osservazioni e rettifiche alle critiche dei diversi oratori, passa a esporre gli avvenimenti di marzo. Descrivere prima la storia della formazione del partito unificato, dimostra come la grande maggioranza degli indipendenti di sinistra che entrarono nel partito unificato, spinti solamente da un istinto di classe, non portarono nel partito uno spirito rivoluzionario. Le prime esitazioni del partito si ebbero durante uno sciopero degli elettricisti.

Già si erano formate due ali nel partito e Levi già da tempo aveva dichiarato che per tre anni ancora non si sarebbe potuto parlare di movimento rivoluzionario. Sopravvenne la questione italiana che provocò l’uscita di 5 membri dalla centrale è scosso profondamente partito.

Esamina quindi l’oscura situazione della Germania alla vigilia dell’azione di marzo. Di fronte all’aggravarsi della situazione la centrale decise di preparare il partito per impedire che si fosse ritrovato nella stessa situazione in cui si era trovato alla vigilia del colpo di mano di Kapp. Durante questo lavoro di preparazione avvenne la provocazione di Hoersing. Il partito per non perdere la confidenza del proletariato non poteva tenersi in disparte da quel movimento. Il C.C. stesso ha fatto la critica agli errori commessi durante l’azione. Ciò che ha ostacolato il lavoro del partito è stata la passività dei compagni dell’opposizione. Noi abbiamo lottato contro di essi con tutte le nostre forze. L’oratore infine rimprovera la Zetkin di aver coperto col suo nome popolare i delitti di Levi e compagni.

Burian del partito ceco-slovacco, difende questo partito dalle accuse ed alle critiche mossegli durante la discussione. Malzan, dell’opposizione del partito comunista tedesco, porta al Congresso le ragioni della critica dell’opposizione all’azione di marzo, interrotto frequentemente dai delegati del partito comunista.

Si leva a parlare Bucharin.

Nella discussione sulla tattica, egli dice, i compagni affrontano questioni che sono verità naturali. Così, p. es., la scoperta del K.A.P.D.

Non si tratta però di discutere ora su teorie tattiche, ma sulle circostanze concrete che esigono tale o tal’altra tattica. Non vi sono regole tattiche applicabili a tutte le circostanze. Nel maggio del 1917 i bolscevichi negavano di voler la guerra civile, nell’ottobre del 1917 essi hanno lanciato invece questa parola d’ordine. L’oratore prosegue citando gli esempi della pace di Brest. Dell’offensiva su Varsavia, e dimostra che queste differenti tattiche dimostrano nel partito l’agilità e l’abilità a tener conto delle circostanze.

Bucharin passa a trattare la questione Levi. Un partito comunista, egli dice, dev’essere un partito di massa o una setta? Levi l’anno scorso era per la purezza della Terza Internazionale Comunista, quest’anno l’accusa di settarismo. Sulla questione dei partiti e dei capi Levi era un avversario del K.A.P.D. oggi egli sostiene tesi dell’opposizione operaia del nostro partito. Oggi Levi, considerato la situazione della Russia, ci consiglia di dare libertà d’opinione e di stampa, ci consiglia in altri termini di sciogliere le mani ai menscevichi e ai S.R.. Oggi Levi afferma che in Russia la dittatura del proletariato non è che l’odiosa dittatura di un partito.

Levi scivola dunque irresistibilmente verso la democrazia borghese, rinculo ogni giorno più verso le posizioni mensceviche.

Avviandosi alla fine l’oratore passa a parlare del K.A.P.D.. Riferisce l’opinione di Gorter secondo cui la rivoluzione russa e occidentale fallisce perché il Partito comunista russo e l’I.C. non comprendono il materialismo storico. Che ciò sia, esclama Bucharin, perché abbiamo letto male l’opuscolo di Gorter?

Passa in seguito ad esaminare le tesi del K.A.P.D. sui comitati di fabbrica. Egli dice che la tesi è falsa, poiché i trusts moderni non abbracciano solamente delle imprese, ma riuniscono branche intere di industria. La sola conclusione possibile è che i Sindacati siano organizzati nello stesso modo della grande industria capitalista. La considerazione del K.A.P.D. secondo la quale i Sindacati sono cattivi perché sono un vecchio tipo di organizzazione, potrebbe avere grande successo se applicata al partito. La sola conclusione possibile su questa questione è che bisogna dare ai sindacati un nuovo contenuto come si era fatto con i vecchi partiti socialisti democratici.

Termina dicendo che se il K.A.P.D. non si guarisce di questi errori bisognerà mettere una croce sopra di esso.

Pallester, delegato americano, espone le condizioni in cui si svolge la lotta operaia in America e riconosce che le tesi di Radek corrispondono perfettamente ai fini che si propone proletariato americano. La lotta da condurre nei Sindacati è una questione di massima importanza per il movimento americano. Come pure è di grande importanza per noi, e gli dice, l’organizzazione legale perché siamo costretti a combattere con una borghesia più potente di quella europea.

Conclude facendo noto al Congresso che l’unificazione dei due partiti americani è un fatto compiuto.

Gli succede alla tribuna Friesland, del partito comunista unificato tedesco, che polemizza con l’opposizione sulla questione dell’azione di marzo. Dimostra con numerosi esempi che l’affermazione dell’opposizione, secondo cui il V.K.P.D. avrebbe perduto la confidenza delle masse, è assolutamente falsa.

Brand, delegato polacco, dichiara a nome della sua delegazione di appoggiare gli emendamenti proposti. Noi difendiamo gli emendamenti, egli dice, perché noi vogliamo che la risoluzione sulla tattica sia la guida per l’educazione tattica delle masse. Troviamo che le tesi mancano di chiarezza, è che sono pervase da un esagerato timore del putschismo.

Noi, in Polonia, pur non seguendo tendenze putschiste, al momento dell’avanzata dell’armata rossa su Varsavia, abbiamo chiamato gli operaia alle armi in sostegno della rivoluzione.

Prende poi la parola Neumann, rappresentante dell’opposizione tedesca. L’oratore protesta innanzi tutto contro le accuse mosse all’opposizione di aver dato armi in mano agli avversari. Critica la politica del Comitato Centrale tedesco. L’azione di marzo, egli dice, dal punto di vista della lotta costituisce un passo avanti, ma se la si considera dal punto di vista dell’azione del proletariato in generale essa è un errore capitale. Egli stima che le tesi di Trotzki e Radek come il discorso del compagno Lenin contengono una somma d’insegnamenti da essere meditati e acquisiti dal Partito comunista.

Munzenberg, parla a nome dell’Internazionale Giovanile, dicendo che le tesi concedono troppo le tendenze di destra e soffermandosi sull’azione svolta dal partito francese durante la mobilitazione della classe 1919.

Talheimer espone il timore che dopo avere esclusi Levi e Serrati, dopo aver posto l’ultimatum al K.A.P.D., disciplinate le tendenze antiparlamentari delle Sezioni italiana e austriaca, l’Internazionale non si sia abbastanza garantita contro il risorgere di alcune tendenze centriste.

Prende la parola Clara Zetkin.

Essa riconosce di aver commesso due errori. Il primo di non essersi appellata alle grandi masse del partito all’epoca dell’azione di marzo per salvarle dagli errori del Comitato Centrale; il secondo di non aver lottato sufficientemente contro la falsa preparazione teorica degli avvenimenti di marzo da parte del C.C.. Dichiara di non aver combattuto l’azione di marzo per se stessa, ma l’interpretazione di essa come un atto di offensiva del proletariato contro la borghesia. Stima che i comunisti tedeschi non possono limitarsi a fare la critica nel seno del partito, e che sarebbe un torto rinunciare a esprimere pubblicamente le proprie opinioni sotto lo specioso pretesto che possono essere intese da estranei.

Conclude approvando le tesi proposte che, essa dice, tengono conto non solo della teoria, ma della immensa esperienza rivoluzionaria dei compagni russi.

Parlano ancora Lucaks dell’opposizione ungherese e Vaillan-Conturier per il partito francese, esprimendo la loro approvazione alle tesi.

Bell, per il partito comunista inglese, esprime il rammarico che le questioni riguardanti il movimento comunista britannico siano rimaste nell’ombra e soffocate dall’importanza della discussione sulla azione di marzo. A proposito dell’organizzazione dei partiti di masse, espone i risultati dell’esperienza inglese. Protesta contro l’affermazione che il partito comunista inglese sia un piccolo partito, e dice che un simile apprezzamento è fatto senza tener conto delle condizioni particolari dell’Inghilterra dove non esistono partiti politici propriamente detti. Dimostra esaurientemente questa sua affermazione, e conclude che in Inghilterra il partito comunista, con i suoi 10.000 membri, rappresenta un partito politico considerevole.

Sachs per il K.A.P.D., dice che il suo partito non ha commesso errori di indecisione durante l’azione di marzo. I piccoli partiti, egli afferma, sono capaci di condurre la lotta a patto di attirare a sé i più profondi strati del proletariato. Afferma che è insensato agire come il partito cecoslovacco, e come il partito unificato tedesco, che si propongono di costituire un partito numeroso e poi lanciarlo nella lotta per provare la sua capacità di azione rivoluzionaria. Passando all’esame dell’azione di marzo, dice che questa ha provato come gli elementi più attivi si siano appartati, e gli elementi passivi hanno avuto una buona occasione per dimostrare che essi avevano ragione e che bisognava agire diversamente. Alla fine egli presenta alla presidenza le contro-tesi sulla tattica elaborate dal K.A.P.D..

Zinoviev, che ha in seguito la parola, stima che il Congresso si è già troppo occupato se bisogna o no dare lotta alle tendenze di destra. Così si pone la questione in modo semplicista, bisogna invece esaminarla sulla base delle tendenze esistenti nel seno del movimento operaio.

Al secondo congresso la tendenza di sinistra, pur non essendo troppo numerosa, costituiva però un danno per l’avvenire. Poiché per il fatto che i sinistri sono nostri compagni e si trovano nelle nostre file e lavorano con noi, ogni loro errore minaccia tutta l’Internazionale comunista.

Il secondo Congresso fece tutti gli sforzi per indurre i compagni a prendere contatto con le masse, qualche cosa si ottenne, ciò nonostante il terzo Congresso bisogna che si esprima ancora in termini chiari in proposito.

Il compagno Zinoviev rileva in seguito il pericolo delle azioni premature dei giovani partiti. Egli esamina quindi questo pericolo specialmente in rapporto al partito italiano e al partito tedesco, illustrando il suo dire con cenni rapidi sulle situazioni rispettive dei due paesi, specialmente in riguardo all’azione svolta dai serrattiani in Italia e dai socialdemocratici e indipendenti in Germania. Ma, egli dice, pur tenendo conto dei veri colpevoli dell’arresto dello sviluppo rivoluzionario, opportunisti e socialdemocratici, dobbiamo considerare anche il pericolo mortale che di fronte a questa situazione una parte del proletariato dia prova d’impazienza e cerchi di cominciare la lotta prematuramente.

Affrontando la questione di marzo egli constata che si va profilando una risoluzione felice e un accordo completo su di essa: questo, egli dice, è uno dei migliori risultati del Congresso. Sulla base dell’azione di marzo bisogna tracciare le linee dell’attività futura del partito. Una nuova scissione nel partito comunista tedesco è inammissibile. Un accordo può compiersi dopo che i rappresentanti del partito comunista unificato sono venuti alla tribuna a confessare i loro errori e dopo che Clara Zetkin ha riconosciuto che i combattimenti di marzo hanno avuto una grande importanza storica. Dopo di ciò è inammissibile che persiste nel partito tedesco un gruppo di opposizione, il quale deve immediatamente sciogliersi.

Sulla questione cecoslovacca l’oratore afferma che si era esagerato trattando i compagni come Smeral da ideologi borghesi, e che un simile modo di agire rinforza la tendenza centrista.

Il partito cecoslovacco è un buon partito proletario di masse che è sulla via di precisare la sua coscienza comunista, essendosi solo da poco liberato dai centristi e socialdemocratici.

Zinoviev conclude dicendo che una sola linea di condotta è stata tracciata per tutti i partiti comunisti. Ci sarà certamente qualcuno che identificherà ciò con un colpo di barra a destra: pure quelli che assistettero al secondo Congresso ricorderanno che vi furono durante il suo svolgimento dei violenti contrasti con i compagni di sinistra, ciò nonostante le decisioni che uscirono da quel Congresso costituirono dei colpi terribili contro i destri e i centristi.

Non c’è da dubitare che le decisioni del presente Congresso costituiranno il colpo di grazia per questi signori.

Telmann, del V.K.P.D., succede al compagno Zinoviev. Egli considera una provocazione della borghesia meno pericolosa delle tendenze centriste, che fortificano in pratica le posizioni della borghesia stessa, affermando che bisogna ingaggiare la lotta quando si ha con sé la maggioranza del proletariato. Se al momento degli avvenimenti di marzo il partito unificato si fosse limitato a semplici manifestazioni avrebbe perduto completamente la fiducia delle masse operaie. La stessa azione di marzo ha mostrato chiaramente i sintomi della disgregazione del regime capitalista. Oggi ci troviamo in presenza di una crisi economica sempre più aggravantesi. Occorre perciò stabilire se i comunisti tedeschi hanno per essi la simpatia della maggioranza del proletariato. Infine l’oratore critica aspramente la posizione assunta da Levi e dice che non bisogna tener conto alcuno dell’opposizione che non ha nessun seguito nel partito. Questo nel suo ultimo congresso di Amburgo ha esaminato i suoi errori e i difetti della sua organizzazione, e ha dimostrato la falsità di alcune critiche, acquistando in tal modo la fiducia di nuove masse. È contro la libertà di critica che chiede la Zetkin, poiché stima che nel momento in cui i comunisti sono l’oggetto della repressione più feroce, è inammissibile che alcuni membri del partito rivolgano la loro critica contro di esso. Ciò sarebbe contro la disciplina.

Segue Trotzki, il quale parla sulla tattica rivoluzionaria.

La teoria dell’offensiva ad ogni costo – egli ha detto fra l’altro – non è assolutamente nella dottrina marxista. Non esiste partito politico più radicale di quello comunista; ma, pur sfruttando il più possibile ogni situazione e lottando del nostro meglio, noi dobbiamo garantire la nostra vittoria e consolidare le nostre conquiste. Bisogna misurare con sangue freddo le nostre forze e quelle del nemico ed esaminare minuziosamente la situazione di ogni paese. Solamente dove le circostanze lo permettano, o anche lo esigano, l’attacco può sferrarsi. Questo è lo spirito delle tesi presentate al Congresso.

Il Congresso termina alla discussione approvando le tesi presentate dal relatore.

(continua)

Movimento giovanile

La parola è data a Munzenberg, dell’Internazionale Giovanile.

L’oratore si sofferma a esporre le condizioni d’esistenza della gioventù operaia. Indica tre fattori che danno una importanza particolare all’azione fra i giovani. L’entusiasmo della gioventù, il bisogno di preparare i militanti per i giovani partiti comunisti, la necessità di profittare delle forze giovanili per il lavoro illegale. L’esperienza della Russia dimostra quanto siano utili giovani prima e dopo la presa del potere. Questa funzione dei giovani è ben conosciuta dei nemici della classe operaia, i quali cercano di organizzare la gioventù in loro favore servendosi delle società sportive. Anche la Seconda Internazionale ha creato una organizzazione gialla della gioventù. Noi dobbiamo combattere l’influenza dei nostri avversari che la cosa non è difficile poiché la gioventù ha una tendenza naturale verso la Terza Internazionale. Questo fatto spiega il rapido accrescersi della nostra Internazionale. A questo punto l’oratore espone dei dati statistici sul movimento giovanile nei diversi paesi, riferisce sulle persecuzioni da cui esso è specialmente preso di mira. Il movimento giovanile è un ramo del potente movimento comunista, e noi proponiamo che esso sia politicamente sotto la direzione dei partiti comunisti.

Si tratta ora per l’internazionale Giovanile: 1° di trasformare le sue Federazioni in organizzazioni di masse; 2° di fortificarle dove esse sono deboli, come in Inghilterra e in America; 3° di raggruppare anche i contadini medi. Per questo occorrono organi speciali subordinati, politicamente è tatticamente, ai Comitati del Partito, pur restando indipendenti organicamente. I partiti comunisti debbano sostenere con tutte le loro forze il movimento giovanile.

Froelich, del partito Comunista unificato.

Le tesi, egli dice, hanno una enorme importanza, per il fatto che sanciscono la rinunzia della organizzazione giovanile alla indipendenza politica.

Prima, e soprattutto dopo la guerra, la gioventù operaia è stata sempre rivoluzionaria; inoltre essa ha eseguito lavoro enorme di preparazione per i partiti comunisti e per l’Internazionale. In Germania, per esempio, i migliori militanti sono usciti dalle file dei giovani. Vi sono dei rami di attività del nostro movimento che si adattano benissimo al carattere giovanile: lavoro illegale e propaganda nell’esercito. Bisogna che le due organizzazioni, del partito e dei giovani, si sostengano l’un l’altra. Occorre che il partito tenga la gioventù al corrente delle sue iniziative. L’Internazionale deve sostenere la gioventù.

Chiusa la discussione si nomina una Commissione per l’esame degli emendamenti e la redazione definitiva delle tesi.

Movimento femminile

La parola è data alla Zetkin.

Io sono incaricata, dice la compagna, dal Segretariato internazionale per la propaganda fra le donne, di comunicarvi i risultati della sua attività in occasione della II Conferenza internazionale delle donne comuniste. Bisogna notare l’enorme importanza che ha assunto il movimento rivoluzionario femminile in questo anno che è passato, in Occidente e in Oriente.

Sfortunatamente questo movimento non ha avuto il sostegno necessario dei partiti comunisti. Nella nostra epoca di grandiose lotte economiche e politiche, la donna ha cominciato ad agire da sé e i rapporti di forza fra i sessi si sono modificati. Prima della guerra vi era in Europa un’eccedenza di 6 milioni di donne, oggi è di 15 milioni. A causa della guerra la donna è entrata nell’industria e perciò nella lotta di classe del proletariato. Perciò i partiti comunisti debbano agire sia tra le masse maschili che femminili. Zinoviev è stato il primo che ha pensato alle donne che compongono più della metà dell’umanità.

Vi sono già alcuni paesi dove questo lavoro si è iniziato. La Russia, la Germania, la Bulgaria hanno un movimento femminile che va di pari passo con il movimento del proletariato. Noi crediamo che non sia così in tutti gli Stati.

La seconda Conferenza ha costituito un progresso sulla prima. Invece di 16 paesi con 20 delegate, ne abbiamo avuti 28 con 82 delegate. Per la prima volta le donne di Oriente hanno preso parte al movimento internazionale. La Conferenza ha funzionato sempre seguendo lo spirito della Terza Internazionale alla quale essa appartiene. Nelle sue risoluzioni essa è partita da questa idea: che non vi è un movimento femminile autonomo, ma solamente dei metodi speciali di lavoro fra le donne, per cui necessitano delle sezioni speciali a fianco di tutti i partiti. Queste sezioni, marciano moralmente e praticamente d’accordo col partito, si dedicano alla propaganda e all’organizzazione fra le donne. Esse combattono l’influenza dei falsi socialisti. La donna proletaria deve essere educata anche a compiere il lavoro illegale; essa deve essere resa capace di prender parte alle manifestazioni, ha gli scioperi, alla lotta armata.

Zetkin chiede ancora che si creino delle corrispondenti internazionali per mantenere il legame tra Mosca e i diversi paesi.

L’esempio russo, conclude, mostra che la dittatura del proletariato non può essere ottenuta senza il concorso della donna. In Russia essa prende parte alla vita politica ed economica, essa adempie a molteplici incarichi. Questa tradizione deve divenire quella di tutti paesi di Occidente e d’Oriente, poiché le donne sono le più grandi nemiche del regime attuale.

Lucia Colliard, per il Partito Comunista francese, dice che in Francia non si è fatto niente per organizzare il movimento femminile. Noi abbiamo dovuto creare una Sezione speciale per la propaganda fra le donne. Per sfortuna i nostri compagni non ne hanno compresa l’importanza. Si è visto che il movimento di maggio ha preso la maggior estensione là dove esso era appoggiato dalle donne. Eppure mentre a Parigi vi sono parecchi organi quotidiani del partito e della gioventù, non ve ne è uno solo per le donne comuniste. Occorre che l’Internazionale inviti il C.C. del partito a raddoppiare gli sforzi in questo ramo di attività, poiché questa è una condizione di successo della rivoluzione.

Sale alla tribuna Kollontay.

La compagna Zetkin, essa dice, ha tratteggiato gli scopi del movimento comunista femminile. Infatti poiché il compito principale dei partiti comunisti è quella di conquistare le masse, importante è il compito del movimento femminile a questo riguardo, poiché le masse da conquistare sono composte in massima parte di donne.

Il partito comunista dichiara che le sue porte sono aperte per tutti. Ma per attirare l’operaia occorrono dei metodi speciali di propaganda appropriati alle condizioni di vita della donna. Ecco perché ogni partito deve possedere un organo specialmente dedicato a questo ramo di attività.

I partiti comunisti sono interessati a trascinare le donne non solamente per la rivoluzione, ma anche per dopo. Quando si tratta di sviluppare le forze produttive, l’energia dell’operaia e della contadina deve essere utilizzata. È in questa attività creatrice che si trova la vera emancipazione.

In Russia le Sezioni femminili non hanno solo un valore di propaganda e di organizzazione. Esse esercitano una grande influenza sulla legislazione, tutte le volte che la donna vi è interessata, nel dominio della protezione del lavoro, della previdenza sociale. Con tutte queste misure abbiamo noi forse indebolito il potere dei Soviet? No, noi l’abbiamo al contrario arricchito e fortificato, come lo prova una esperienza di tre anni.

Dopo il discorso della Kollontay, si chiude la discussione. La risoluzione sulle forme ed i metodi di azione fra le donne viene approvata all’unanimità.

Movimento cooperativo

Si passa in seguito alle tesi sulla cooperazione. Ha la parola il relatore, compagno Mechtcheriakov. Prima, egli dice, il movimento rivoluzionario era diviso in tre rami completamente distinti: partito politico, sindacati e cooperative. Ora il proletariato deve unire tutte le sue forze. Se noi siamo riusciti a realizzare l’unione fra partiti i sindacati, nulla si è fatto per le cooperative. I rivoluzionari si sono ordinariamente tenuti lontani dalla cooperazione e dal penoso lavoro economico, preferendo consacrarsi attivamente alla lotta politica.

Così i riformisti si sono impadroniti dalla cooperazione, di cui ne hanno fatto una loro cittadella. Noi dobbiamo oggi conquistare la cooperazione ad ogni costo e trovarvi un punto di appoggio per le nostre frazioni comuniste. La cooperazione diretta dai riformisti è profondamente penetrata da idee riformiste e questo è un male che noi dobbiamo combattere con la più grande energia. Tutta l’ideologia, tutto l’orientamento della cooperazione deve essere rifatto. Se la cooperazione prima si teneva lontana dalla politica, occorre ora al contrario che vi si interessi maggiormente. Se una volta la cooperazione aggruppava solo quelli che vi venivano volontariamente, bisogna che oggi essa tenda ad abbracciare tutti i lavoratori. Se prima il suo fine era quello di adattarsi alla società borghese per addolcire, sia pure per poco, le sofferenze causate dal capitalismo, ora essa deve diventare un’arma contro di esso. Voi vedete dunque, compagni, egli dice, che la natura stessa della vecchia cooperazione è totalmente modificata e che il nostro fine deve essere la conquista delle cooperative.

Concludendo egli dà lettura delle tesi sulla cooperazione nell’epoca della rivoluzione proletaria, che sono accettate senza discussione ed all’unanimità dal Congresso.

La questione sindacale

La relazione Zinoviev

Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista ha già fissato la posizione dei comunisti nella questione dei sindacati; questo Congresso ha il compito di organizzare la lotta contro l’Internazionale gialla di Amsterdam, di precisare i rapporti fra sindacati e partito in ogni singolo paese ed i rapporti fra il Consiglio dei Sindacati rossi l’Internazionale Comunista.

L’Internazionale gialla d’Amsterdam – dice Zinoviev – è il prodotto dei burocrati-sindacali da una parte e dei governi borghesi dall’altra. In realtà essa è la cittadella più importante della borghesia internazionale. L’oratore dimostra la verità di questa asserzione citando una serie di documenti e di fatti ed esaminando tutta l’attività dell’Internazionale di Amsterdam nel periodo del dopo guerra. Da tutto ciò appare evidente la funzione controrivoluzionaria esplicata da detta organizzazione.

Questa è la triste realtà, realtà che noi dobbiamo constatare e freddamente valutare per poterla adeguatamente combattere. Disgraziatamente non tutti hanno compreso ciò. Qualcuno vede in questa lotta l’antagonismo di una frazione contro l’altra nel seno del socialismo, mentre essa è una vera e propria lotta di classe, per quanto la composizione sociale di Amsterdam sia proletaria. Noi non neghiamo che milioni di proletari vi aderiscono. Ma non sarebbe marxista il metodo di giudicare un’organizzazione unicamente dalla sua composizione sociale. Noi sappiamo che anche i sindacati cristiani liberali riuniscono degli operai, noi sappiamo che milioni di operai votano ancora per la borghesia. Ciò non significa nulla perché esiste pur sempre una lotta di classe. Il comprendere ciò è il problema più importante del momento. Non c’è una lotta di tendenze o di frazioni, ma una lotta di classe sotto forme molto originali e che sarà assai difficile superare. Amsterdam è l’ultimo bastione della borghesia. Questa non può mantenersi al potere che col tradimento d’una parte della classe operaia, con l’appoggio di una parte dei sindacati. E Amsterdam è il prodotto moderno di questo transitorio periodo di dopo-guerra che ha determinato una crisi in tutto il movimento operaio internazionale. Il punto in cui siamo è il più importante del nostro movimento; ormai il dato è tratto: «hic Rodus, hic salta!».

L’oratore passa rapidamente in rassegna le forze sindacali comuniste e la situazione nei singoli paesi, quindi passa a trattare dell’atteggiamento dell’Internazionale dei Sindacati rossi di fronte ai sindacalisti.

Per iniziativa dell’Internazionale Comunista – dice Zinoviev – noi abbiamo ammesso nell’Internazionale dei sindacati rossi gli elementi sindacalisti ed io credo che abbiamo fatto bene. Il sindacalismo ha compiuto una grande evoluzione durante e dopo la guerra ed oggi siamo in grado di trarre alcune conclusioni da questa evoluzione.

Il sindacalismo manifesta tre varietà: la prima è nettamente riformista, ha per suo esponente Jouhaux e durante la guerra ha subito la stessa bancarotta del socialismo. È questo un movimento nettamente piccolo borghese che fa capo ad Amsterdam. La seconda è quella dei sindacati svedesi e tedeschi. Questi gruppi non sono molto numerosi; essi desiderano di venire a noi, e noi dobbiamo studiare il carattere di questo sindacalismo. Leggendo l’organo dei sindacalisti tedeschi, il «Syndakalist», si ha spesso l’impressione di trovarsi di fronte ad un giornale socialdemocratico. La critica di questi signori all’azione di marzo fu una critica maligna, ipocrita, volgarmente piccolo-borghese e controrivoluzionaria quale la possiamo trovare solo fra i nostri nemici di classe. Lo stesso si è verificato presso i sindacalisti svedesi, che si affermano partigiani della dittatura, ma che in realtà fanno tutto il loro possibile per compromettere il primo Stato proletario. È un «centro» sindacalista che cerca di interporsi fra Jouhaux ed i sindacalisti veramente rivoluzionari: un piede a Mosca e l’altro ad Amsterdam.

Infine esiste una terza varietà del sindacalismo, la più importante per noi, con la quale dobbiamo spiegarci amichevolmente, ma seriamente. È questa la tendenza sindacalista veramente rivoluzionaria che ha ripreso vita nella crisi della guerra e trova la sua più netta espressione in Francia.

Il problema più importante è l’atteggiamento che noi dobbiamo assumere di fronte a questa tendenza sindacalista veramente rivoluzionaria. È questa una questione teorica e pratica della massima importanza.

Dopo aver esposto i termini del dissenso (significato della lotta politica, valore dei partiti, neutralità dei sindacati) l’oratore si sofferma in modo speciale sui sindacalisti francesi. Egli legge la famosa «carta d’Amiens», intorno alla quale in questi ultimi tempi si sono accese delle ardenti lotte e dimostra come essa sia ormai superata dai tempi e come il concetto di neutralità politica dei sindacati in essa contenuta è un fantasma, una immaginazione e non una realtà. Nessuna organizzazione di masse – afferma l’oratore – può essere neutra, l’idea della neutralità è un’arma della borghesia. Questa non domina soltanto con la violenza, ma anche con l’inganno. L’idea della neutralità è una delle più raffinate idee borghesi, di cui gli sfruttatori si servono per ingannare tanti nostri fratelli.

Per esperienza noi sappiamo che chi rimane neutrale nella lotta politica è di fatto con la borghesia, ogni sindacato che si dichiara neutro, nella lotta decisiva diviene un fattore controrivoluzionario. La borghesia, come impiega l’idea dell’al di là, del buon Dio, così si serve dell’idea della neutralità dei sindacati. Come essa si serve dei preti, dei poliziotti, degli avvocati, dei parlamentari borghesi, dei giornalisti, così utilizza i burocrati sindacali che inculcano l’idea della neutralità dei sindacati.

Degli ottimi elementi rivoluzionari in Francia sono caduti in quest’inganno. La cosa è comprensibile in un paese in cui il socialismo era interamente opportunista. Perciò nel 1906 si poteva ancora comprendere la «Carta d’Amiens» ma oggi dopo la formazione dell’Internazionale Comunista, dopo la Rivoluzione russa, dopo il compito considerevole assolto dai sindacati russi nella nostra rivoluzione, essa è divenuta incomprensibile.

Nei paesi politicamente molto sviluppati, la nomenclatura dei partiti politici è assai ricca. In Francia ce n’è una dozzina, quasi tutti si chiamano socialisti, ma noi sappiamo che nell’Europa moderna non ci sono che tre gruppi di partiti: il primo nettamente borghese, il secondo composto dai partiti piccolo borghesi (socialdemocratici), il terzo comprendente partiti proletari cioè il partito comunista. Quando la borghesia domanda ai nostri sindacati di dichiararsi neutrale di fronte ai partiti politici, cosa vuol dire ciò? Vuol dire che essa chiede ciò che può essere utile al primo e al secondo di questi gruppi. Ecco perché tutta la seconda Internazionale si è dichiarata per la neutralità e in molti punti accetta la «Carta d’Amiens».

Durante la guerra però l’idea della neutralità fu abbandonata in favore della borghesia. Ma quando si organizzò l’Internazionale di Amsterdam, essa ritornò alla superficie. Horsing, Noske, Dittmann, Vandervelde, Jouhaux, tutti sono per la neutralità nel movimento sindacale e nello stesso tempo sono ministri, consiglieri tecnici, segretari, ecc., nei governi borghesi. E per quanto questa tattica sia veramente grossolana e l’inganno sia evidente, pure la classe operaia è moralmente così poco matura che molti onesti operai seguono quest’idea della neutralità come un’idea nuova.

Io credo, compagni, che noi dobbiamo dire chiaramente ai sindacalisti ciò che pensiamo. La «Carta d’Amiens» deve essere stracciata al più presto; nel passato essa costituì forse un passo avanti di fronte all’opportunismo dominante, ma il voler attenersi ad essa ancor oggi, significa voler ricondurre il movimento quindici anni indietro.

Ecco come si pone la questione in Francia ed in tutti gli altri paesi. Cosa ne segue? Ne segue che i sindacati devono essere subordinati al partito. Dobbiamo rilevare che questo a riguardo la situazione non è molto chiara nel Partito Comunista di Francia. I compagni francesi si sono fatti un’idea errata di questa subordinazione. I sindacati non sono subordinati come tali al Partito. Questo, con un lavoro assiduo, tenace e paziente deve conquistare la maggioranza dei sindacati per esercitarvi un’influenza morale e conquistarne la direzione morale e politica. È un’azione questa che richiede del tempo; noi abbiamo lottato per ben quindici anni contro i menscevichi, ed è con questa opera quotidiana di quindici anni che abbiamo conquistato un’influenza decisiva nei sindacati. Noi non abbiamo mai subordinato meccanicamente il sindacato al partito, abbiamo sempre considerato le frazioni comuniste dei sindacati come membri delle nostre organizzazioni ed abbiamo creato queste organizzazioni in modo tale che detti membri eseguiscano la volontà del partito.

I comunisti devono prender parte non solo ai grandi movimenti, ma anche alle lotte quotidiane per quanto piccole esse possano essere allo scopo di far prevalere l’influenza del partito e per realizzare tale influenza dove la si è conquistata. Là dove tre comunisti sono uniti essi devono immediatamente costituire un nucleo. I comunisti francesi non devono appoggiarsi che ai comunisti; con tutti gli altri potremmo concludere un patto, ma noi non possiamo fidarci che dei nostri compagni di partito.

Il compito essenziale dunque è la conquista della maggioranza dei sindacati. In un certo senso si può anche parlare di autonomia dei sindacati, ma qui bisogna intenderci. Per i riformisti l’autonomia vuol dire indipendenza assoluta che fa capo ad una sedicente neutralità, per noi invece significa che il partito non deve immischiarsi in tutti i piccoli dettagli, essa deve lasciare una certa libertà d’azione ai sindacati e determinare soltanto le linee generali, intervenendo solo nel caso si tratti di una questione politica veramente importante.

In tal modo sono definiti i rapporti fra l’Internazionale comunista e l’Internazionale dei sindacati rossi. È indiscutibile che nelle attuali condizioni l’Internazionale sindacale deve avere una certa indipendenza, pur rimanendo all’Internazionale Comunista la direzione morale e politica. Certo l’ideale sarebbe d’avere una Internazionale unica che abbracciasse tutte le branche del movimento operaio, ma per ora ciò è irrealizzabile. Le due Internazionali si aiuteranno reciprocamente, esse avranno delle rappresentanze reciproche che diverranno sempre più intime.

Ogni comunista deve convincersi che la questione centrale oggi è la conquista della maggioranza nei sindacati. Quando avremo raggiunto questo scopo, quando avremo distrutto l’ultimo bastione della borghesia e sulle sue rovine avremo piantato la rossa bandiera dell’Internazionale Comunista, allora potremmo dire: le maggiori difficoltà sono superate, la nostra vittoria è certa.

La discussione.

Ha la parola Heckert, il quale affronta il problema del compito dei sindacati e di ciò che si possono fare nel periodo attuale per assolvere detto compito.

Egli pone in rilievo la duplice corrente esistente nel movimento sindacale: l’una che ritiene possibile migliorare le condizioni dei lavoratori nella società capitalista, l’altra che ritiene impossibile un miglioramento effettivo entro i quadri del capitalismo.

Conseguentemente la prima tende ad agire contro l’ordinamento capitalistico, la seconda invece tende a distruggerlo.

I comunisti seguono quest’ultima corrente. Ma la struttura attuale dei sindacati non corrisponde all’odierna organizzazione del capitalismo. Questa la ragione per cui è necessario trasformare i sindacati di mestiere in sindacati d’industria. La concentrazione del capitale ci obbliga a centralizzare i sindacati. Non v’è altro mezzo per opporre alla forza centralizzata dei capitalisti, una forza centralizzata dei lavoratori. Ogni specie di federalismo deve essere combattuta.

L’oratore critica l’opinione di alcuni compagni, secondo i quali, data l’impossibilità di un miglioramento delle condizioni dei lavoratori entro l’ordine capitalistico, è inutile lottare per tale scopo e tutte le forze devono essere concentrate per l’abbattimento del capitalismo. Questa concezione – dice Heckert – è errata, perché il capitalismo non si distrugge in un’ora od in un giorno. Quando tutte le forze operaie si riuniscono per l’attacco definitivo contro il capitalismo, un lungo periodo di lotte aspre e tenaci trascorrerà prima di raggiungere lo scopo. Durante questo periodo la classe lavoratrice deve sopportare gravi sofferenze, perciò è necessario tener desta la coscienza delle masse contemporaneamente l’idea della lotta giornaliera diretta a mitigare queste sofferenze e l’idea della lotta per l’organizzazione delle forze, ha la concentrazione di tutto il potere proletario in vista della disfatta totale del capitalismo. Nel periodo attuale la lotta più piccola può avere gli effetti più grandi. Per questo noi riteniamo che comunisti nel movimento sindacale debbano partecipare tutti alle lotte giornaliere per la diminuzione delle sofferenze dei lavoratori, a tutti i piccoli lavori che tendono a riunire le masse operaie e ad inspirare loro fiducia. L’oratore si sofferma quindi sul problema della disoccupazione e dichiara che occorre lottare per dar lavoro ai disoccupati, perché questi non possono attendere che tutte le condizioni per l’avvento della dittatura del proletariato siano mature. Mentre capitalismo rigetta nelle vie a migliaia gli operai, noi dobbiamo invece riportarli nell’officina, al lavoro. I capitalisti per superare la crisi sabotano e distruggono la produzione. A ciò devono opporsi le masse operaie, ma per farlo esse hanno bisogno di una forza organizzata.

Heckert considera i tentativi per dividere la classe operaia.

Sistema dei premi, socializzazione, nazionalizzazione, partecipazione agli utili.

Oltre la centralizzazione per industria che ci è necessaria, si deve creare anche un organo di difesa operaia contro le aggressioni del capitalismo, del fascismo in Italia e di organizzazioni simili in Germania ed altrove.

Anche Heckert ritiene che la conquista dei sindacati sia uno dei grandi compiti attuale dei comunisti.

Segue il comp. Bergmann delegato del Partito Comunista Operaio di Germania, il quale ritiene che i sindacati attuali sono incapaci di assolvere il loro compito che non è solo quello di conquistare il potere politico ed economico, ma anche di mantenerlo e rafforzarlo. Perciò invece di conquistare i sindacati dall’interno è molto meglio distruggerli completamente e creare parallelamente nuove organizzazioni rivoluzionarie.

Parlando dei Comitati di fabbrica, l’oratore afferma che, finché le masse seguiranno le parole d’ordine di Amsterdam, i Comitati di fabbrica ed i nuclei comunisti nei sindacati non potranno raggiungere il loro scopo. Perciò è necessario fissare nuovi metodi di lotta. I «soviet di fabbrica» che noi vi proponiamo – dice Bergmann – hanno le loro radici nelle masse che essi dirigono. Nei giorni della rivoluzione essi sono destinati a mettersi alla testa del movimento. Queste organizzazioni rivoluzionarie devono essere create per impresa, esse devono raccogliere tutta la massa operaia che vi è impiegata, interessarla alla produzione allo scopo di creare in essa una unità di pensiero e d’azione.

L’idea di conquistare i sindacati dall’interno è falsa poiché anche se un sindacato qualsiasi si pronunciasse per la adesione a Mosca, da ciò non ne segue che esso agirà con spirito comunista.

Ha la parola Hersman, delegato del Partito Comunista australiano.

Egli si dichiara soddisfatto d’aver inteso dire dal comp. Zinoviev che l’Internazionale Comunista non ha affatto l’intenzione di esercitare la sua egemonia sui sindacati. I comunisti australiani pensano che il partito deve dirigere i sindacati dal di dentro e non dal di fuori. Parlando dell’importanza della conquista del movimento sindacale, l’oratore si sofferma sul movimento australiano e rileva le ragioni per cui il partito operaio ha perso ogni influenza sulla classe operaia, che nell’ultimo Congresso dei Sindacati si è pronunciata a grande maggioranza per l’Internazionale dei sindacati rossi. Questo risultato ha superato ogni previsione ed è la prova più evidente della vittoria delle idee comuniste.

Concludendo il comp. Hersman dichiara che la neutralità dei sindacati è un’idea vota di senso, poiché prima o dopo essi si troveranno nella necessità di definire il loro atteggiamento nelle diverse questioni politiche.

Seguono diversi oratori fra cui Malzahn, che polemizza con il K.A.P.D., ed appoggia pienamente le tesi presentate da Zinoviev; Misiano, che si sofferma sulle caratteristiche del movimento italiano ed afferma la necessità che il Congresso stabilisca in termini chiari le direttive pratiche dell’azione dei comunisti nel lotte sindacali; Herald, rappresentante dell’Alta Slesia, che pone in rilievo le particolarità del movimento nei paesi che comprendono diverse nazionalità. Haywood, rappresentante degli I.W.W., prende la parola in loro difesa e contro la tendenza a liquidare questi piccoli raggruppamenti rivoluzionari. L’oratore afferma che la debolezza numerica di queste organizzazioni è dovuta alle repressioni ed alle persecuzioni di cui sono state fatte oggetto da parte della borghesia. Malgrado ciò gli I.W.W. prendono parte a tutti gli scioperi e vengono costantemente in aiuto alla classe operaia. Gli I.W.W. ritengono necessario dare un’istruzione industriale agli operai affinché essi siano in grado di dirigere la vita industriale del paese, allorché sarà abbattuto il capitalismo.

Il comp. Lovoski combatte le dichiarazioni del Comitato Centrale del C.S.R. Francese, che preconizzano la autonomia e la neutralità dei sindacati; Marshall, a nome della delegazione americana contesta le affermazioni di Haywood, basandosi sulle esperienze del partito americano. Egli ritiene che l’azione al di fuori dei sindacati è inutile e conduce allo spezzettamento delle forze rivoluzionarie. Solo mantenendosi in contatto con le masse nelle fabbriche e nei sindacati si potrà vincere la burocrazia sindacale e fare delle Trade-Unions una possente arma rivoluzionaria.

Parlano ancora diversi oratori: Toralba Bessi rappresentante della Spagna; Kolarov bulgaro; Bell inglese ed altri. Tutti sostengono la tesi di Zinoviev.

Segue Fur, che difende gli I.W.W., dall’accusa di preconizzare la neutralità sindacale. Egli afferma che gli I.W.W. sono un’organizzazione profondamente rivoluzionarie e che il piccolo partito comunista americano deve attingere le sue forze in questo sindacato.

Il comp. Endrus prende in seguito la parola a nome del partito comunista americano. Egli polemizza con Haywood ed afferma che gli I.W.W. commettono l’errore di credere che i sindacati si preparino nei quadri della società capitalistica ad esplicare il compito futuro di centri direttori dell’economia nazionale. In realtà le funzioni dei sindacati in regime capitalista si riassumano nella lotta sul terreno economico e solo dopo la conquista del potere potranno pensare a prendere la direzione dell’economia, come avviene ora in Russia. Egli rigetta l’affermazione che i delegati americani abbiano l’intenzione di liquidare gli I.W.W.. La delegazione americana approva le tesi di Zinoviev.

La discussione è chiusa. La compilazione definitiva delle tesi viene affidata ad apposita Commissione.

Prima della votazione Heckert preferisce sui lavori di detta Commissione; soffermandosi sulle divergenze con le direttive del K.A.P.D. e degli I.W.W.. Espone quindi l’indirizzo seguito nella lavorazione delle tesi, indirizzo che è quello esposto dal relatore e dalla maggioranza degli oratori che l’hanno seguito.

Le tesi vengano approvate quasi all’unanimità.

Struttura ed organizzazione dei partiti comunisti

Il compagno Koehnen ha la parola per la relazione sulla struttura ed organizzazione dei partiti comunisti.

Il relatore si sofferma lungamente sulle proposte fondamentali contenute nelle tesi presentate al Congresso. I partiti comunisti, avanguardie del proletariato in lotta contro il capitalismo, devono innanzi tutto adattare la loro forma allo scopo essenziale della loro attività ed alle condizioni storiche del paese in cui agiscono. Ecco perché la direzione del partito deve perseguire la combinazione organica della più elevata combattività con la massima snellezza, allo scopo di un costante adattamento alle mutevoli condizioni della lotta.

Una buona direzione non può essere che il frutto di uno stretto contatto con le masse proletarie. Questa contatto è realizzato con il centralismo democratico. La lotta con la borghesia esige il massimo di coesione e di centralizzazione del partito. Nell’interno del partito il legame organico è assicurato dal massimo della democrazia. I compiti essenziali del partito in quanto organizzazione di combattimento esigono da ciascuno dei suoi aderenti un ininterrotto lavoro quotidiano.

L’oratore passa a trattare dei «nuclei comunisti» e dei gruppi operai. La divisione meccanica del lavoro di partito e la sua ripartizione – dice Koehnen – non è sufficiente. Solo i gruppi che hanno dimostrato di possedere la necessaria capacità devono essere incaricati del lavoro di partito. Necessità così un preparazione in tutte le branche del lavoro di partito. Ma i nostri specialisti non devono immobilizzassi in un dato ramo d’attività. È utilissimo far passare i militanti da un lavoro all’altro e ciò per formare dei quadri di compagni capaci di assolvere i compiti più svariati.

La propaganda e l’agitazione devono perseguire uno scopo essenziale: il legame diretto con le masse. L’importante è la conquista della fiducia dei lavoratori.

È nostro scopo anche quello d’accumulare l’esperienza che ci è necessaria per le lotte future. La lotta contro la burocrazia sindacale nelle organizzazioni e nelle imprese deve essere organica, sistematica. Essa consiste meno nell’attacco veemente che nell’attività continua, esplicantesi in tutte le fasi della lotta proletaria contro la politica equivoca ed ipocrita di coloro che tradiscono il proletariato.

Metodi speciali di propaganda devono essere messi in opera riguardo gli strati semiproletari: contadini e funzionari. Innanzi tutto conviene guarirli dalla paura del comunismo della borghesia ha loro ispirato. Se non potremo condurli completamente noi, per lo meno potremo neutralizzarli, ciò è di grande importanza nel momento decisivo dell’azione. La stampa è naturalmente la nostra arma migliore di propaganda e di agitazione.

Il relatore esamina in seguito i diversi metodi di azione politica. Egli dice che un partito comunista non può mai rimanere inattivo. In certi casi, delle campagne condotte perde gli scopi lontani ma ben definiti hanno dato dei buoni risultati. La struttura generale del partito deve tendere a stabilire il centro di gravità nelle grandi città e nei centri industriali dove ci sono delle grandi masse operaie.

Parlando delle relazioni fra l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista e le organizzazioni locali, l’oratore legge una mozione in cui fra l’altro è detto che è passato il tempo in cui il partito era soltanto un’organizzazione di propaganda. Oggi i partiti sono organismi d’azione. Perché la nostra Internazionale sia realmente una Internazionale d’azione è indispensabile che i partiti comunisti siano strettamente legati all’Esecutivo. Ogni partito deve sentirsi realmente una sezione dell’Internazionale Comunista. Per tale scopo i partiti dei diversi paesi devono sovente organizzare delle conferenze dei e congressi comuni con i partiti dei paesi vicini. I partiti acquisteranno così un carattere realmente internazionale.

Conviene pure prendere delle serie misure per diffondere in tutte le lingue la letteratura d’agitazione e di propaganda.

L’Esecutivo deve inviare obbligatoriamente dei propri rappresentanti nei diversi paesi per informare ed istruire i partiti locali. Il segretariato delle Esecutivo deve essere riorganizzato, esso deve essere composto per lo meno di tre segretari appartenenti ai tre partiti più potenti. Il segretariato deve avere la sua sede a Mosca, capitale della rivoluzione mondiale, ma l’Esecutivo deve prendere tutte le misure necessarie per organizzare il più sovente possibile delle conferenze e dei congressi all’estero.

La compilazione del testo definitivo delle tesi viene rimessa senza discussione all’apposita commissione. Dopo la relazione del comp. Koehnen sulle modifiche e le aggiunte apportate al testo primitivo, le tesi vengano approvate all’unanimità.

La tattica del PC Russo

Il discorso di Lenin

Per motivare la tattica del nostro partito è necessario innanzi tutto esaminare la situazione internazionale. È evidente che dal punto di vista della lotta militare un equilibrio, sia pure in senso limitato, si è stabilito. Ma tale equilibrio è del tutto instabile e relativo. È facile che delle grandi lotte e delle rivoluzioni esplodano tosto o tardi, sia nei paesi capitalisti che in quelli coloniali e semicoloniali.

In questi ultimi anni noi abbiamo visto quale lotta la borghesia mondiale abbia condotto contro la Russia dei soviet. Tutta la politica mondiale era concentrata su questo punto, ed è in questa politica che noi constatiamo un cambiamento. Certo noi comprendiamo assai bene che la borghesia internazionale è molto più potente della nostra Repubblica e che solo una quantità di condizioni e di circostanze speciali le impediscono di continuare la guerra contro di noi. Non v’è alcun dubbio che nuovi tentativi di aggressioni avranno luogo; una lotta militare può esserci imposta da un momento all’altro. Oggi come ieri l’organizzazione ed il rafforzamento dell’esercito rosso rimane uno dei nostri grandi compiti. Data la situazione internazionale non possiamo prendere altra via; ma in riguardo alla nostra politica pratica, il fatto che un certo equilibrio si è stabilito nella situazione internazionale ci dimostra che il movimento rivoluzionario, pur avendo fatto dei progressi, non ha seguito in questi ultimi anni quella linea diritta che noi avevamo sperato.

Quando noi iniziammo la rivoluzione internazionale sapevamo benissimo che senza l’appoggio della rivoluzione mondiale, la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Malgrado che il movimento rivoluzionario non abbia risposto alle nostre speranze, noi facemmo di tutto per mantenere il sistema soviettista, poiché sapevamo che non lavoravamo soltanto per noi ma anche per la rivoluzione internazionale. Ed oggi possiamo constatare con soddisfazione che essa si sviluppa nel mondo intero. D’altronde è questa la sola ragione per cui la borghesia internazionale, per quanto economicamente e politicamente assai più potente di noi, non è stata capace di schiacciarci.

Qual è il nostro compito oggi? Il nostro compito è di preparare fondamentalmente la rivoluzione e studiare giornalmente il suo sviluppo concreto nei paesi capitalisti più sviluppati. Questo è il primo insegnamento che dobbiamo trarre dalla situazione internazionale. Quanto alla nostra Repubblica russa noi dobbiamo cercare di adattare la nostra tattica a questo zig zag della storia. Politicamente questo equilibrio è assai importante perché esso ci dimostra come nei paesi capitalisti dell’Europa occidentale, dove la grande massa della classe operaia è organizzata, sono le organizzazioni affiliate alla Seconda Internazionale ed alla Internazionale 2 ½ che costituiscono il principale appoggio della borghesia. Delle questioni tattiche che derivano da questa situazione, ricorderò qui soltanto due punti: la necessità della conquista della maggioranza del proletariato ed il fatto che l’appoggio delle organizzazioni suaccennate la borghesia internazionale non saprebbe reggersi più oltre.

Occorre inoltre mettere in rilievo il significato del movimento coloniale. Nei partiti operai borghesi e piccolo-borghesi della Seconda Internazionale e della Internazionale 2 ½ si considera ancora il movimento coloniale come un piccolo movimento nazionale pacifico. Ciò è errato. Fin dall’inizio del XX secolo un grande cambiamento si è prodotto in questo campo: milioni, centinaia di milioni di operai, l’immensa maggioranza della popolazione della Terra è divenuta un attivo fattore rivoluzionario. È evidente che nelle prossime lotte decisive della rivoluzione mondiale, il movimento che tende all’emancipazione nazionale contro l’imperialismo avrà una funzione rivoluzionaria assai più importante di quello che noi pensiamo. Per la prima volta nella nostra Internazionale abbiamo iniziato i preparativi in vista di queste lotte. Indubbiamente in questo campo le difficoltà sono assai grandi, ma comunque il movimento progredisce; le masse operaie e contadine dei paesi coloniali, per quanto assai arretrate, svolgeranno nelle fasi successive della rivoluzione mondiale un grande compito rivoluzionario.

I rapporti di classe in Russia

Per quanto si riferisce alla situazione interna della nostra Repubblica, bisogna studiare con esattezza i rapporti di classe attualmente esistenti. Contro di noi si trovano in prima fila i grandi capitalisti ed i grandi proprietari fondiari. Dopo che respingemmo l’attacco della controrivoluzione internazionale, si è formata all’estero un’organizzazione della borghesia russa e di tutti i partiti controrivoluzionari. Essi hanno una stampa propria e sono in stretto contatto con gli elementi borghesi stranieri. Fra di essi troviamo tutti i nostri partiti politici d’un tempo, dai monarchici più reazionari ai menscevichi. Tutti difendono nei loro giornali la grande proprietà. Da una parte ciò facilita il nostro compito poiché noi possiamo osservare con facilità le forze del nemico, la sua organizzazione e le tendenze politiche che si manifestano nel suo seno, dall’altra però ciò complica il nostro lavoro, perché questi emigrati russi impiegano ogni mezzo per preparare la lotta contro di noi.

La borghesia russa, che al momento del nostro avvento al potere non era organizzata né politicamente sviluppata, oggi è al livello delle borghesie più sviluppate dell’Europa occidentale moderna. Essa ha molto imparato dalla sua disfatta, il suo sentimento di classe è ancora assai potente, più potente di quello che non sia il sentimento di classe del proletariato oppresso. Noi dobbiamo tener presente questo fatto, per migliorare i nostri metodi di lotta e le nostre organizzazioni.

Oltre questa classe sfruttatrice, v’è una classe di piccoli produttori e di piccoli coltivatori in quasi tutti i paesi capitalisti.

L’importanza ed il significato del periodo al quale andiamo incontro sta appunto nel fatto che noi dobbiamo risolvere praticamente il problema dei rapporti del proletariato con l’ultima classe capitalista esistente in Russia. Per la prima volta nella storia non vi sono in uno Stato che queste due classi: il proletariato ed i contadini. I contadini costituiscono l’immensa maggioranza della popolazione, ma sono naturalmente molto arretrati.

Quali forme assumono in pratica, nel corso dello sviluppo della rivoluzione, i rapporti fra il proletariato che detiene il potere ed i contadini?

La prima forma è quella di un’alleanza. È questo un compito assai difficile, ma tuttavia economicamente e politicamente possibile. Questa alleanza significa che il proletariato libera i contadini dallo sfruttamento borghese, li libera dall’influenza e dalla direzione borghese, li attira verso di sé allo scopo di vincere insieme gli sfruttatori.

I menscevichi dicono: «I contadini sono la maggioranza, è questa che decide. Noi che sosteniamo ciò siamo dei puri democratici». Ma poiché i contadini non possono essere autonomi, questa teoria conduce alla restaurazione del capitalismo.

Noi stabilimmo coi contadini un’alleanza di guerra contro la borghesia, sulla base di un’alleanza economica. Il contadino otteneva da noi la terra e l’appoggio contro i grandi proprietari fondiari, e noi dovevamo ricevere in cambio dei viveri. Questa alleanza è indubbiamente caratteristica, poiché essa prescinde dai rapporti normali fra produttori e consumatori.

I contadini comprendevano ciò e dicevano: Questi bolscevichi sono dei capi molto duri, ma comunque sono dei nostri. In tal modo noi potemmo creare le basi per una nuova alleanza economica.

I contadini dettero all’esercito rosso i loro prodotti ed in cambio ebbero la difesa della terra posseduta.

Dopo la guerra civile il nostro compito cambiò. Se il paese non fosse stato rovinato dai sette anni di guerra, il passaggio ad una nuova forma d’alleanza fra il proletariato ed i contadini sarebbe stato molto facile. Ma la situazione già difficile si aggravò per il cattivo raccolto, per la mancanza di foraggio, ecc.. Le privazioni dei contadini divennero insopportabili. Noi dovevamo dimostrare chiaramente, che non rimanevamo indifferenti di fronte alla loro intollerabile situazione.

Il cambiamento della politica economica.

Così fummo condotti a cambiare la nostra politica economica ed a sostituire le requisizioni con l’imposta in natura.

La crisi economica nella primavera del 1921, in causa del cattivo raccolto assunse proporzioni veramente gigantesche. Questa era la conseguenza di tre anni di guerra civile. Oggi noi dobbiamo mostrare ai contadini che siamo capaci di cambiare la nostra politica e che vogliamo fare ciò per migliorare la loro situazione.

Fin dal secondo congresso si è detto che la rivoluzione esige dei grandi sacrifici ed oggi lo ripetiamo ancora. Vi sono dei compagni che si dichiarano pronti per la rivoluzione, purché questa non presenti troppe difficoltà. Questa concezione non è né comunista né rivoluzionaria. Ogni rivoluzione richiede dei sacrifici non soltanto dalle persone, ma anche dalla classe che la compie. La dittatura del proletariato in Russia ha imposto alla classe dominante, al proletariato, delle privazioni quali la storia non ne ha mai conosciute ed è presumibile che altrettanto avverrà negli altri paesi.

La questione attuale è di sapere come dobbiamo ripartire queste privazioni. A quale principio informeremo la nostra azione, a quello della giustizia o della maggioranza? No, noi dobbiamo agire in modo pratico, cioè dobbiamo compiere questa ripartizione in modo da mantenere il potere del proletariato. All’inizio della rivoluzione il proletariato ha dovuto subire enormi privazioni; i contadini russi hanno guadagnato dalla rivoluzione assai più degli operai. D aun punto di vista generale è indiscutibile che un certo miglioramento si è prodotto nella situazione dei contadini, mentre le più gravi privazioni sono addossate alla classe operaia appunto perché questa classe esercita la dittatura.

Nella primavera del 1921, per la deficienza del raccolto, una spaventevole miseria s’abbatté sui contadini. Questi costituiscono la maggioranza della popolazione; senza vivere in buoni rapporti con essi il proletariato non può mantenere il potere. Noi dovevamo dunque aiutare immediatamente i contadini. La situazione degli operai è terribilmente dura, ma fra di essi si trovano gli elementi politicamente più sviluppati, i quali comprendono che nell’interesse della dittatura della classe operaia bisogna a qualunque costo aiutare i contadini. Ma ci furono delle frazioni del proletariato che non compresero ciò e ci accusarono di «opportunismo». In realtà noi aiutiamo i contadini perché senza la loro alleanza il potere politico del proletariato è impossibile. Queste la cause determinanti per noi e non quelle della ripartizione più giusta. Mantenere l’alleanza degli operai con i contadini affinché il proletariato possa conservare il potere e la funzione dirigente nello Stato: questo è il più alto principio della dittatura.

L’imposta in natura, la libertà di commercio e le concessioni.

Il solo mezzo che noi abbiamo trovato per tale scopo è l’imposta in natura. Noi dobbiamo passare dall’alleanza militare a quella economica. Teoricamente la sola base possibile di questa alleanza è l’istituzione dell’imposta in natura, che è la sola possibilità teorica d’arrivare ad una base economica realmente solida della società. L’officina socializzata dà i suoi prodotti ai contadini e questi danno in cambio i loro cereali. È questa la sola forma possibile per l’esistenza dell’ordine socialista, è il solo regime possibile in un paese in cui il piccolo contadino forma la maggioranza.

Ma l’imposta in natura significa libertà di commercio. Il contadino dà una parte dei suoi cereali come pagamento dell’imposta e l’altra può scambiarla liberamente con i prodotti dell’officina. Questa libertà di scambio significa libertà del capitalismo, ma si tratta di una nuova forma di capitalismo: il capitalismo di Stato. Il suo significato però è diverso a seconda che si tratti di una società in cui il potere dello Stato è tenuto dai capitalisti o dal proletariato. In uno Stato capitalista, il capitalismo di Stato significa che il capitalismo è riconosciuto dallo Stato, è controllato dallo Stato a beneficio della borghesia contro il proletariato. In uno Stato proletario tutto ciò è a beneficio del proletariato, affinché questi possa mantenersi contro una borghesia ancora troppo forte e possa continuare a combatterla. Quindi dobbiamo fare delle concessioni anche alla borghesia straniera, al capitale straniero. Noi diamo delle miniere, delle foreste, dei pozzi di nafta ai capitalisti stranieri, però senza snazionalizzarli, per ottenere da essi dei prodotti industriali, delle macchine, ecc. che ci consentono di ricostruire le nostre industrie.

L’elettrificazione della Russia.

È fuori di dubbio che l’unica base economica possibile è la grande industria moderna. Questo è il solo mezzo per salvare i contadini dalla miseria e dalla fame. Ma la ricostruzione della vecchia industria richiede troppo tempo e troppo lavoro, perciò noi ricorriamo all’elettrificazione, che in un tempo assai minore ci consente di creare un’industria veramente moderna. Più di duecento specialisti, quantunque non comunisti, vi hanno lavorato con interesse perché hanno riconosciuto che dal punto di vista tecnico questa era l’unica via possibile. Naturalmente occorre del tempo per realizzare questi progetti; gli specialisti più prudenti e più previdenti dicono che la prima serie di lavori richiede per lo meno una decina d’anni.

Nelle mie tesi io cito delle cifre reali affinché voi comprendiate quanto poco si è fatto in questo campo. Queste cifre sono così modeste, che ci si accorge subito che esse, più che uno scopo scientifico, hanno uno scopo di propaganda.

Ed è dalla propaganda che noi dobbiamo incominciare. Il contadino russo che ha partecipato alla guerra mondiale e che ha vissuto parecchi anni in Germania, ha visto come si svolge la vita economica moderna e come si deve agire per vincere la miseria. Egli vede ora che anche da noi bisogna fare qualche cosa di nuovo, egli comprende che tutti debbono portare il proprio contributo a questo lavoro e che ogni singolo non deve lavorare soltanto per sé. E noi conquisteremo al comunismo anche gli specialisti, ingegneri ecc.. Questi verranno a noi, quando avremo loro dimostrato che le forze produttive del paese si saranno elevate.

Con questi elementi non è sufficiente la dimostrazione teorica della bontà delle nostre idee; noi dobbiamo convincerli con la realtà dei fatti.

La «democrazia pura»

Ed ora, per concludere, poche parole sulla «democrazia pura».

Lasciando da parte la questione teorica, qual è la realtà di fronte alla quale noi ci troviamo? Tutte le forze reazionarie non solo borghesi ma anche feudali, si stringono intorno a questa bandiera: «democrazia pura».

La condotta dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi nella nostra rivoluzione, è la dimostrazione classica dello spirito piccolo-borghese di questa democrazia. I capi più avveduti della grande borghesia, quando hanno visto che non potevano vincerci, hanno lanciato questa parola d’ordine: «i Soviet senza i bolscevichi». Il capo dei cadetti Miliukof difese il sistema soviettista contro i socialisti rivoluzionari. Questo è un indice veramente interessante. I cadetti difendono i soviet senza i bolscevichi perché comprendono molto bene la situazione: essi sperano di sedurre una parte della popolazione.

La parola d’ordine oggi è: lotta senza quartiere contro i bolscevichi. Tutta la borghesia aiuta i socialisti rivoluzionari ed i menscevichi, che costituiscono l’avanguardia della reazione.

Contro questi elementi noi dobbiamo condurre una guerra spietata. La borghesia internazionale non può oggi riprendere apertamente la guerra contro di noi perché le masse operaie, per quanto non siano ancora in maggioranza comuniste, sono però abbastanza avanzate da impedire l’intervento. Ma finché il risultato finale non è raggiunto, lo stato di guerra persiste, perciò noi diciamo: «à la guerre comme à la guerre». Noi non promettiamo né libertà né democrazia, ma diciamo apertamente ai contadini che essi debbono scegliere: o il potere dei bolscevichi o il potere della borghesia. Tutto il resto è assurdità e pura demagogia. E con essi noi andremo fino all’estremo limite possibile delle concessioni per mantenere il potere e condurli poscia al socialismo. Per il momento il nostro punto di vista è questo: fare le più larghe concessioni, agire con la massima prudenza perché si è stabilito un certo equilibrio, perché noi siamo più deboli dei nostri avversari coalizzati, perché la nostra base economica e troppo precaria e dobbiamo consolidarla.

La discussione

Ha per primo la parola Sachs del K.A.P.D..

Noi comprendiamo – dice l’oratore – in quale penosa situazione si trovi la Russia soviettista. Lenin ha detto che il proletariato russo paga un tributo al capitalismo occidentale ed è costretto a farlo fino al giorno della rivoluzione sociale in Europa. Pertanto c’è da temere che questa politica muti le basi economica della dittatura proletaria in Russia, mentre non vi sono garanzie che ci assicurino che il partito comunista russo rimanga quello che è oggi. Quanto ai trattati diplomatici conclusi dalla Russia, o non saranno eseguiti ed allora non hanno alcun valore o, come ha detto Lenin, saranno attuati ed allora essi rafforzeranno il capitalismo occidentale a danno del movimento rivoluzionario. Durante lo sciopero dei minatori in Inghilterra i capitalisti affermavano che esso era dannoso per la Russia dei Soviet. Questo è un argomento di cui la borghesia si servirà per mascherare la vera situazione ed ostacolare lo sviluppo della lotta del proletariato.

In risposta all’oratore precedente, prende la parola il compagno Radek.

Egli dice che non si tratta di vedere se la Russia comperando delle merci in Occidente ritardi o meno la crisi dell’imperialismo in tutto il mondo; bensì se il Partito Comunista russo avesse potuto seguire una politica diversa da quella che ha seguito. È inutile ripetere – continua Radek – che ogni altra politica è impossibile in un paese agricolo.

E poiché si riconosce che la Russia soviettista è l’avanguardia della rivoluzione mondiale e che la nostra politica è una necessità per la rivoluzione, bisogna che l’Internazionale ne accetti la responsabilità. Questa politica è chiara e nel rapporto attuale delle forze sociali essa è indispensabile non soltanto per la Russia, ma anche per il proletariato universale.

Indubbiamente essa presenta un grande pericolo. Nelle sue tesi Lenin afferma che un governo proletario non può esistere isolato per un tempo troppo lungo. Contro questo pericolo non v’è che un rimedio: la rivoluzione mondiale al più presto. La parola d’ordine dell’Internazionale deve essere la seguente: guadagnar tempo per preparare la vittoria ed organizzarsi, approfittando degli insegnamenti delle lotte precedenti. La nostra politica consiste nel mobilitare i partiti, nel renderli capaci di affrontare la lotta, ma non nell’invitarli ad ingaggiare tale lotta senza avere delle buone probabilità di trionfare.

Segue la comp. Kollontay, che parla a nome di una piccola minoranza d’opposizione del partito comunista russo.

Il discorso di Lenin – essa dice – suscita una questione essenziale: Crediamo noi che il cambiamento della politica economica fortificherà il sistema comunista di produzione? Il sistema capitalista è in sfacelo nel mondo intero e la rivoluzione è inevitabile. Perciò noi poniamo il problema: il cambiamento attuale non è il ritorno all’antico sistema capitalista? Vi sono in Russia tre forze sociali: la prima, la classe di contadini che compone la maggioranza ed è permeata di spirito piccolo-borghese; la seconda, la burocrazia, gli «specialisti» che sono moralmente legati ai capitalisti stranieri; la terza, il proletariato. Quale è fra queste forze quella che esercita l’influenza predominante sulla politica del potere dei soviet? Lenin dichiara che grazie al nostro nuovo orientamento economico, noi possiamo guadagnar tempo in attesa della rivoluzione mondiale. Ma questa attesa è possibile solo se non si causa un danno essenziale alla base del nostro regime soviettista. In realtà la classe dei contadini, grazie alla nuova politica diverrà economicamente più forte. Il proletariato invece perderà la fiducia nelle sue forze. Se noi andremo ancora più lungi nella politica delle concessioni, il proletariato s’indebolirà e si disorganizzerà. Una nuova rivoluzione si renderà inevitabile ed il proletariato non avrà più la forza di compierla.

Lenin ha parlato lungamente delle forze meccaniche, dell’elettrificazione, ma non ha detto una sola parola delle energie creatrici del proletariato. Invece di cercare una d’uscita in noi stessi, invece di risvegliare l’iniziativa delle masse, noi domandiamo soccorso e ci appoggiamo alle forze straniere. In realtà il solo mezzo per risollevare l’industria è quello di suscitare l’iniziativa creatrice delle masse proletarie.

Ha la parola il comp. Trotzki.

Dopo aver dichiarato non essere affatto rispondente a verità quanto afferma la stampa capitalista circa la sua appartenenza al gruppo d’opposizione, l’oratore rileva che i pericoli affacciati dalla Kollontay furono a suo tempo esaminati dalla Commissione Economica. Uno dei membri – dice Trotzki – ha cercato di provare che il capitalismo ritroverebbe la sua salute nelle steppe della Russia. Ma se, data la nostra rete ferroviaria, la nostra superficie e lo stato generale della nostra industria, il capitalismo può ristabilire rapidamente il suo equilibrio mondiale, ciò significa confessare che dal punto di vista economico la nostra potenza è tale che non vi sarebbe alcun bisogno di rivolgerci a questo capitalismo. Disgraziatamente la realtà è ben diversa. Noi siamo costretti a chiedere aiuto alla tecnica capitalistica, ma, d’altra parte, la nostra debolezza non consentirà al capitalismo di rimarginare le sue ferite. Inoltre il potere è nelle mani del proletariato e questi non fa delle concessioni se non quanto le ritiene utili e necessarie.

Kollontay – continua Trotzki – dice che il sistema capitalista è in sfacelo, perciò nulla di buono noi possiamo trarre da esso.

Questo è un postulato quasi metafisico. In tal caso se un esercito francese od inglese invadesse il nostro territorio, noi dovremmo dire: il capitalismo ha fatto il suo tempo, perciò noi possiamo tranquillamente incrociare le braccia. Ben presto ci accorgeremmo che il capitalismo è ancora forte. Prendiamo la tecnica capitalista.

Secondo i principii della Kollontay potremmo noi acquistare una buona locomotiva tedesca, ad esempio, che porti la marca capitalista? Forse sì, ma per fare ciò ci occorre dell’oro e poiché non ne avremo mai abbastanza, bisognerà dare in cambio qualcosa altro, poniamo del legname. Per ciò ci occorrono delle seghe e degli altri accessori. Allora noi diciamo: in questa foresta il capitalista può trovare il legname di cui ha bisogno, lasciamolo dunque portare le sue seghe ed i suoi apparecchi e prendere il legname in cambio della locomotiva. Dove comincia e dove finisce l’opposizione di principio della Kollontay, nel momento dell’acquisto della locomotiva od in quello del pagamento per mezzo del legname?

Kollontay dice ancora che noi sostituiamo la forza operaia con quella dei tecnici e dei contadini. Certamente noi abbiamo grande fiducia nell’iniziativa del proletariato, ma non abbiamo mai detto che esso possiede tutte le qualità necessarie all’esistenza nella società. Egli può concentrare il potere nelle sue mani, ma in seguito egli deve chiamare a sé tutte le forze capaci di sviluppare l’organismo sociale. Dire che tale politica significa non aver fiducia nella classe operaia, significa non aver nulla di comune col marxismo.

Se nella guerra noi non ci fossimo appoggiati alle capacità tecniche estranee alla classe operaia, da molto tempo non esisteremmo più. L’enorme iniziativa della classe operaia consiste appunto nel fatto che essa ha saputo mettere al suo servizio, con la forza e con la propaganda, gli antichi ufficiali. La stessa cosa avviene nel campo della tecnica.

Entrando in relazione con i capitalisti stranieri – conclude Trotzki – noi rimarremo quelli che siamo; se v’è qualcosa che dimostra di non aver fiducia nella classe operaia questi è il piccolo gruppo in nome del quale ha parlato la Kollontay.

Parlano ancora diversi roatori.

Keron, delegato britannico, riconosce la necessità della politica seguita dal partito comunista russo ed afferma essere dovere dei comunisti di aiutare la Russia inviando degli operai specializzati. Hempel, del K.A.P.D., rispondendo al quesito posto da Radek, dice che date le condizioni della Russia non si può non approvare la politica economica adottata dai comunisti. Egli ritiene dannoso allo sviluppo della rivoluzione l’invio in Russia dell’élite degli operai dei singoli paesi. Rileva inoltre che nel discorso della Kollontay v’è un punto che merita d’essere preso in considerazione, e cioè l’impulso da darsi all’iniziativa degli operai russi. Termina affermando l’esistenza del pericolo che una certa corruzione penetri in Russia ad opera del capitale straniero. Rolland-Holst, dice che il proletariato russo ha dato un esempio meraviglioso di iniziativa proletaria, rileva l’insussistenza dei timori espressi da alcuni oratori, poiché la Russia non è interessata alla conservazione dell’equilibrio, bensì alla rivoluzione mondiale.

Ha quindi la parola il compagno Bucharin.

Si è detto che le concessioni ed i trattati di commercio fortificano il capitale internazionale. A ciò io rispondo:

1. – La Russia riceve le importazioni da tutti i paesi; le sue esportazioni al contrario si disperdono in diversi Stati.

2. – L’importanza di queste importazioni aumenta ancora di più allorché si considera, oltre il loro valore assoluto, quello che esse hanno in rapporto all’economia attuale della Russia e se inversamente si pensa a ciò che rappresentano, ad esempio, le nostre esportazioni di nafta nell’economia inglese.

3. – Le concessioni russe suscitano una concorrenza politica fra gli Stati capitalisti.

4. – Kollontay ha delle reminiscenze di menscevismo. Essa ha detto che si costituisce in Russia una nuova borghesia dominante con gli specialisti, la burocrazia e gli antichi avanzi della borghesia. Anche i menscevichi dicono che il proletariato russo sarà costretto a fare una terza rivoluzione per prendere veramente il potere. Ma per essi la rivoluzione d’ottobre è una controrivoluzione. Il loro sistema è logico, ma non lo è quello della Kollontay.

La Kollontay si lamenta delle concessioni fatte ai contadini. Ma queste concessioni non significano che il potere sia passato dal proletariato ai contadini. Il fabbricante che fa delle concessioni all’operaio non cessa per ciò di essere un capitalista. Durante la guerra gli Stati borghesi hanno fatto delle concessioni alla classe operaia, ma essi non hanno abbandonato per ciò la dittatura borghese.

La Kollontay ci presenta ancora lo spavento del capitalismo di Stato. Ma Lenin ha impiegato questo termine solo in mancanza di altri. Il capitalismo di Stato in occidente ha un significato ben diverso da quello che esso presso di noi. Nei paesi capitalisti il possessore di tutti i mezzi di produzione è la borghesia nella persona dello Stato; presso di noi sarà il proletariato che assegnerà tale e tal’altra impresa ai capitalisti. Kollontay ha paura, ma la paura è cattiva consigliera. Al di fuori di questa paura non si trova altro argomento nel suo discorso.

Gorter, il teorico del gruppo col quale solidarizza qui la Kollontay, ha scritto che la rivoluzione muore perché noi non comprendiamo il materialismo storico. Ora incomincio a comprendere di quale materialismo storico si tratti. È l’iniziativa delle masse operaie, lo slancio rivoluzionario ed altre cose eccellenti con le quali ha operato Kollontay, sputando sulle spregevoli condizioni economiche e sulle vili forze meccaniche di Lenin.

Noi siamo d’accordo che bisogna sviluppare l’iniziativa della classe operaia, ma né Hempel, né la Kollontay hanno detto come bisogna farlo. Quanto ai pericoli esistenti nella nostra politica, nessuno meglio del partito comunista di Russia se ne rende conto. Non soltanto esso non li nasconde, ma anzi li mostra a tutti coloro che sono interessati alla vittoria finale della rivoluzione sociale.

Chiusa la discussione, viene votata una mozione con la quale si approva la politica del partito comunista di Russia.

La questione d’oriente

Tom Mann (Inghilterra) ha per primo la parola. Egli si diffonde a parlare della libertà di cui godono i cittadini inglesi in tutti i campi tranne che in quello specificamente rivoluzionario; contrappone questo stato di libertà di cui gode la popolazione del Regno Unito allo stato di asservimento completo in cui si trovano 200 milioni d’indiani a vantaggio di un piccolo gruppo di capitalisti inglesi. Nelle Indie la dittatura su quelle popolazioni si esercita nel modo più crudo per poter spillare dal sangue dei lavoratori indiani i larghi profitti di cui gode la borghesia inglese. Ebbene se la tirannia esercitata contro di noi – esclama l’oratore – cittadini del Regno Unito, ci spinge alla rivolta, a maggior ragione ciò avverrà per coloro che sono costretti a subire le razze straniere. E quelli che si dice dell’India può dirsi dell’Egitto, dove un popolo di civiltà antica, più che secolare, e desideroso di regolare da sé i propri affari, è costretto a subire la dominazione inglese mantenuta con cannoni e soldati.

Lo sfruttamento delle colonie da parte dell’Inghilterra è inaudito. L’India è addirittura spremuta senza pietà; ma i profitti che vengono dalle colonie vanno ad avvantaggiare soltanto i capitalisti; i lavoratori inglesi non beneficiano di nessuna parte di essi. Noi comunisti inglesi, mentre lavoriamo energicamente all’emancipazione del proletariato inglese, non trascuriamo di lavorare a favore dei popoli coloniali asserviti. Ma un movimento puramente nazionale non sarebbe mai abbastanza forte e noi miriamo ad incoraggiare un movimento rivoluzionario nelle colonie che costituisca un nuovo anello del movimento rivoluzionario mondiale.

Il compagno Sulaimann-Nuri, del Partito Comunista Turco, svolge un rapporto sul partito del proprio paese e sul movimento nazionale in Anatolia ed in Turchia. Parla delle ripercussioni della guerra mondiale in Turchia e spiega come i numerosi prigionieri turchi per la loro prigionia trascorsa in Russia e nell’Europa occidentale, ritornarono in patria a diffondere lo spirito socialista e comunista. Spiega il movimento rivoluzionario in Anatolia e dimostra come la funzione che svolge attualmente il governo di Kemal Pascià, è identica a quella che esso svolgeva sotto l’antico governo turco. Il governo di Angora mentre combatte contro l’Intesa, lotta anche contro ogni movimento comunista. Cita a questo proposito le numerose persecuzioni di cui sono oggetto i compagni da parte di quel governo. Avverte il congresso che il partito comunista creato da Kemal Pascià è stato organizzato con lo scopo precipuo di lottare contro i comunisti e di far perdere loro ogni influenza sulle masse e che il Partito Comunista operaio non ha niente di comune con quel partito.

I comunisti e gli operai di Anatolia hanno compreso però che durante lo svolgersi del movimento nazionale occorre appoggiare questo movimento, poiché la caduta dell’Intesa significherà l’inizio della Rivoluzione mondiale. Ove Kemal Pascià cessasse di lottare contro gli alleati e si accordasse con essi, gli operai e i contadini di Anatolia si leverebbero come un solo uomo per lottare contro di lui per l’emancipazione delle nazionalità di Oriente. Termina augurando la rivoluzione mondiale liberatrice di tutti i popoli oppressi.

Dimitratos (Grecia) parla del movimento comunista in Grecia. Egli rileva come da decine di anni il popolo greco, sia costretto ad una guerra ininterrotta, guerra che continua tuttora in Asia Minore. Il proletariato greco comprende che esso combatte per il dominio del capitale inglese in Anatolia e che la sua condizione è peggiore di quella dei popoli coloniali, perché esso versa in fiumi di sangue l’imposta dovuta al capitalismo mondiale.

Queste guerre continue intanto rovinano l’economia del paese, e qui l’oratore si sofferma ad illustrare con dati statistici la situazione economica della Grecia. Il malcontento è generale, ed a riprova di quanto afferma, l’oratore cita le statistiche che danno il 50% di disertori sugli effettivi totali dell’esercito. I lavoratori greci hanno cercato più volte di protestare contro questa politica disastrosa, e il Partito Comunista greco ha fatto sempre il suo dovere attirando in tal modo sui suoi migliori militi le feroci persecuzioni dei governanti. Il Partito Comunista greco non si avvilisce per questo e continua a battersi per la fraternizzazione con gli operai e contadini di Turchia non solo, ma per l’unione fraterna di tutto il proletariato della Balcania. I comunisti greci agiscono in tal modo poiché essi sono convinti che solo l’unione stretta dei comunisti di Oriente potrà rovesciare il potere del capitalismo, mettere fine ai continui massacri e liberare i popoli d’Oriente.

Agazad, rappresentante del Partito Comunista di Persia, riconosce che le tesi sulla questione coloniale adottate dal II congresso sono decisive. Si sofferma a mostrare i risultati di un anno di lavoro compiuto secondo le direttive stabilite nelle risoluzioni del II congresso. Espone la situazione del suo paese e dello sviluppo del movimento comunista. L’esperienza di un anno ci ha convinti, egli dice, che anche la rivoluzione democratica e borghese è impossibile in Persia senza liberare i contadini da tutta una serie di residui feudali e senza alleggerirli dei tributi dei proprietari fondiari. Nel nostro programma minimo noi ci assegniamo come compito immediato non solo la espulsione degli inglesi e il rovesciamento del governo dello Sha, ma anche la convocazione di una assemblea costituente che abolisca le sopravvivenze feudali e rompa le catene che impediscono la libera espansione delle forze produttive del paese.

Pur sostenendo il movimento nazionale, il nostro partito si sforza di trascinare nell’orbita della lotta rivoluzionaria le grandi masse, per condurle alla lotta che seguirà immediatamente alla vittoria della rivoluzione borghese. La presa del potere nel nostro paese da parte degli operai è molto lontana: in ogni modo essa è legata intimamente alla vittoria della rivoluzione proletaria nei paesi di Europa.

Ha la parola il comp. Lassian del Partito Comunista armeno.

Il popolo armeno è il popolo che ha la storia più tragica; esso è stato sempre vittima degli odi di razza sostenuti e sfruttati dal vecchio dispotismo turco. Invano ha lanciato appelli ai popoli così detti «civili». Ne sono risultati sempre nuovi massacri. Ma ultimamente il popolo armeno ha volto gli occhi verso la Russia, si è inspirato all’esempio del proletariato russo e, sollevandosi contro la borghesia e i social patrioti, ha proclamato la Repubblica Soviettista di Armenia. L’oratore illustra le atrocità e le infamie che sono state ultimamente commesse in Armenia sotto il governo dei social democratici, che, servitore fedele dell’Intesa, manteneva il paese in guerra continua con i paesi vicini e rinfocolava gli odi di razza. La proclamazione del potere soviettista ha messo fine ai conflitti di razza, ed armeni e mussulmani hanno incominciato a vivere fraternamente, dimentichi degli odi passati. Ma il paese è completamente rovinato dalle guerre e dalla politica dei governi passati e il potere dei soviet non può con le sole risorse del paese soddisfare i bisogni pressanti della popolazione. In verità i partiti controrivoluzionari, profittando anche delle nostre debolezze, tentarono di riprendere il potere, ma noi riuscimmo a respingerli. Ora la nostra situazione si è consolidata per il colpo di stato sopravvenuto in Georgia e per l’allontanamento dei turchi. Attualmente l’unico pericolo che ci minaccia sono le mire imperialiste della Turchia. Se la Turchia ci minaccia, quando gli operai ed i contadini armeni prederanno le armi per difendere la loto libertà, assicurateci o compagni – conclude l’oratore – che non ci mancherà l’aiuto della grande Russia dei soviet.

Tashakaia, del Partito Socialista georgiano.

L’oratore segnala l’opera di tradimento dei menscevichi georgiani dopo la rivoluzione del 1905, la cui funzione nefasta si è manifestata principalmente dopo la rivoluzione di ottobre. Descrive la situazione politica ed economica del paese alla vigilia del colpo di stato febbraio-marzo 1921, lo sviluppo della guerra civile e la conseguente presa di potere da parte del proletariato georgiano. Si sofferma ad illustrare l’azione bassa e vile compiuta dai menscevichi dopo l’instaurazione del potere dei soviet, azione che ha provocato contro di loro il disprezzo e l’odio di tutta la popolazione della Georgia. Conclude auspicando all’unione di tutte le repubbliche soviettiste sotto le bandiere della III Internazionale.

Avilov, del P.C. d’Azerbeidjan, prende la parola.

Con rapidi cenni egli espone la situazione sociale del suo paese e lo sviluppo del movimento comunista, che ha portato il proletariato alla cacciata degli inglesi e all’instaurazione del potere dei soviet. Tratteggia il compito che è destinato ad assolvere l’Azerbeidjan comunista e termina inneggiando alla III Internazionale.

Manebendra Nath Roy, delegato indiano, solleva una vivace protesta per il modo come è trattata la questione d’Oriente al congresso; propone di nominare una regolare commissione che tratti la questione come la sua importanza richiede.

Chang-Tai-Hai, delegato cinese, svolge riassuntivamente una relazione del movimento comunista in Cina, e spiega l’importanza per la rivoluzione mondiale del movimento nell’Estremo Oriente.

Si sofferma a parlare dell’imperialismo giapponese e la funzione che esso è destinato a svolgere nell’Estremo Oriente, domanda perciò che l’Internazionale e i Partiti Comunisti occidentali accordino una maggiore attenzione e appoggino più efficacemente il movimento dell’Estremo Oriente. La distruzione dell’imperialismo giapponese significherà il rovesciamento di uno dei tre pilastri del capitalismo mondiale. Illustra brevemente l’attuale momento politico sociale in Cina e termina dicendo che bisogna risolvere la questione se le risorse naturali e le considerevoli forze umane della Cina saranno utilizzate dal capitalismo contro il proletariato o dal proletariato contro il capitalismo.

Un rappresentante della Corea, illustra la situazione di quel paese e lo sfruttamento esoso a cui esso è sottoposto da parte del capitalismo giapponese, che impedisce con ferocia mai conosciuta ogni azione di liberazione di quel proletariato. Illustra la rivolta che si è iniziata nel 1919 contro il Giappone e la repressione sanguinosa che ne è seguita. Malgrado ogni sorta di atrocità, malgrado le mille torture, egli dice, le masse coreane continuano la loro lotta, guardano con fiducia e con entusiasmo alla rivoluzione proletaria russa, e si sono poste la parola d’ordine: o la vittoria finale o la morte. La tragedia degli operai e contadini coreani consiste in ciò che, abbandonati a sé stessi, sono votati allo sterminio progressivo od a perire in una lotta ineguale. Non vi è via di mezzo, le masse lavoratrici coreane – esclama l’oratore – aspettano la loro liberazione dalla rivoluzione sociale mondiale.

Taro Yoshihara, del Partito Comunista giapponese, porta il saluto del suo partito che è appena agli inizi della sua organizzazione. Espone le difficoltà di questo lavoro d’organizzazione, che si svolge in un paese riconosciuto come il più reazionario del mondo. Dimostra la parte importante che ha preso il Giappone in tutte le manovre diplomatiche e belliche contro la Russia dei soviet. Illustra la situazione determinata dalla guerra mondiale ed accenna all’urto grandioso che si approssima fra l’imperialismo americano e giapponese. Esamina la situazione economica del paese ed afferma che essa presenta un terreno eccellente per la propaganda comunista, ma che il movimento rivoluzionario si trova a combattere contro una borghesia potentissima, per cui occorre che esso sia aiutato dall’Internazionale e dai partiti comunisti europei. Termina inneggiando all’Internazionale.

Kara-Gadief, del Turkestan.

Compagni, egli dice, voi avete udito la lunga serie di orrori da cui sono oppressi i compagni di Corea. Un altro oratore vi ha rappresentato l’oppressione inglese nell’India, ancora più terribile. Guardate in Africa l’opera svolta dagli imperialisti francesi ed italiani, guardate l’opera sistematica di sterminio che svolgono gli americani nel loro paese. Io non mi soffermerò sul passato; ricercherò soltanto la radice del male. Se in Europa vi è una questione d’Oriente, noi in Oriente abbiamo una questione inglese. Gli imperialisti inglesi sono i veri provocatori: qui sta la radice del male. Bisogna risolvere questa questione per risolvere la questione d’Oriente. Molti compagni hanno detto che occorre prudenza, che bisogna prepararsi accuratamente e tante altre belle cose. Tutto ciò che posso dire è che i popoli orientali hanno il loro modo di risolvere le questioni, la tattica loro è quella si Souvorof. C’è bisogno di ragionar tanto, per rovesciare in un giorno solo il regime capitalista, per tutto distruggere? Bisogna utilizzare perciò la via dell’India attraverso la Persia, attraverso l’Afganistan ed il Turkestan cinese. Bisogna costringere gli inglesi a ritornare in Europa, quando ciò sarà fatto, avremo la rivoluzione in Europa. L’oratore espone la situazione del vicino Oriente ed afferma che ivi occorre principalmente combattere contro le superstizioni religiose. Termina inneggiando alla rivoluzione emancipatrice.

Ivan Jones, del Sud-Africa, comincia spiegando il fatto strano che a rappresentare le popolazioni nere del Sud-Africa vi siano dei delegati di razza bianca; prosegue affermando che le tesi sulla questione coloniale votate al II congresso hanno risolto completamente la questione in modo che non v’è più niente da dire, si dichiara stupefatto, anzi, di aver constatato come gli autori delle tesi avessero compreso così bene la questione coloniale senza essere a contatto con i fatti e con la realtà. Occorre ora applicare queste tesi, necessita perciò l’azione diretta dell’Internazionale. Illustra la situazione del Sud-Africa dove, egli dice, si ha in miniatura tutto l’aspetto del problema mondiale. Nella stessa proporzione che nel mondo intero, abbiamo laggiù una massa di lavoratori indigeni a fianco di una classe di lavoratori qualificati aristocratici, bianchi. Malgrado ciò nel Sud-Africa esiste il più grande Partito Comunista delle colonie inglesi. Paragona la situazione dei negri del Sud-Africa con quella dei negri nel Nord-America, ponendo in rilievo il compito di quei partiti comunisti. Parlando dell’India rileva l’esistenza di uno strato minuscolo di lavoratori bianchi che, lungi dall’esser lasciati corrompere dal capitalismo, scioperano invece a fianco dei lavoratori indigeni. C’è dunque la possibilità di formare da questi operai dei capi bianchi molto abili per le masse lavoratrici indiane nelle prime e più difficili fasi del movimento.

L’oratore conclude affermando che le masse lavoratrici africane saranno un esempio meraviglioso per il comunismo, perché in esse non si trova alcuna traccia d’istinto della proprietà né dei pregiudizi di casta. Conclude presentando una mozione nella quale pone in rilievo l’importanza del movimento dei lavoratori negri dell’Africa ed invitando l’Esecutivo a considerarlo come parte integrante della questione d’Oriente.

Julien, che ha in seguitola parola, spiega come il capitalismo in Oriente, a differenza dei paesi d’Occidente, non è che una sovrastruttura sovrapposta agli organismi già esistenti e che, nella maggior parte dei casi, tende a rispettare. Alla dominazione nazionale già esistente, si è aggiunta una dominazione straniera. Da ciò deriva il carattere quasi uniforme del problema in tutti i paesi d’Oriente. Ovunque la classe degli artigiani è quasi scomparsa, ma a differenza dell’Occidente, l’artigiano rovinato invece di diventare un proletario, ritorna alla terra; esso è un mezzo-servo a disposizione dei proprietari fondiari. Egualmente l’agricoltura ha dei caratteri propri; essa tende a mantenere la grande proprietà, però non con un sistema di sfruttamento intensivo, ma soltanto estensivo.

Tutto il problema del capitalismo assume in questi paesi una fisionomia particolare da cui risultano interessanti conclusioni non soltanto economiche ma anche politiche. C’è una serie di classi che hanno più o meno interesse ad avvicinarsi a questo capitalismo; ve ne è un’altra serie che pur avendo interessi differenti, ne ha uno comune: la lotta contro l’imperialismo. Accanto agli sfruttatori stranieri c’è una classe feudale che è interessata al regime imposto dall’imperialismo; ma vi è una borghesia intellettuale, una piccola borghesia essenzialmente democratica e quindi affatto comunista, che col piccolo artigiano rovinato e col coltivatore ha in comune l’interesse di lotta contro l’imperialismo. La guerra ha profondamente modificato il regime della economia mondiale. La trasformazione industriale dei paesi coloniali ha fatto sorgere in questi ultimi la coscienza del proprio valore e conseguentemente il bisogno di svilupparsi, d’essere indipendenti. Tutte queste forze hanno un valore dinamico inestimabile nella lotta contro l’imperialismo orientale.

Bisogna tener presente che nella lotta contro l’imperialismo le questioni nazionali hanno attualmente la prevalenza. I partiti devono svolgere azione comunista fin che è possibile, devono incoraggiare e sorvegliare le aspirazioni nazionali esistenti per poter al momento opportuno attirare il popolo, al di sopra e contro i capi nazionalisti, nella sfera d’influenza dell’Internazionale Comunista che lo guiderà verso la propria emancipazione. In tale campo bisognerà svolgere un lavoro efficace, in comunione intima col proletariato d’Occidente. In tal modo la questione d’Oriente diverrà il fattore essenziale della rivoluzione mondiale.

Con la fine della discussione su tale questione, terminano i lavori del Congresso.

Il compagno Zinoviev, rieletto all’unanimità presidente dell’Esecutivo, con un vibrato ed applauditissimo discorso, chiude il III Congresso dell’Internazionale Comunista.