Le lotte di classe vincono – Le elezioni no
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Dagli Stati Uniti…
Quattro anni fa, in occasione delle elezioni del 2016, sul nostro The Communist Party n.5 osservavamo come tutta quella vuota rappresentazione non esprimesse che la miseria del capitalismo. Eppure quel novembre sembra lontano dopo quattro anni, dopo la messa al bando dei musulmani, la guerra commerciale contro la Cina, il rapimento di bambini immigrati, la minaccia di guerra contro l’Iran, le proteste per l’assassinio di George Floyd e di Breonna Taylor; dopo Charlottesville, Pittsburgh e Portland. Oggi, nei mesi peggiori della peggiore epidemia degli ultimi cento anni, torniamo a ripetere: le elezioni non rappresentano che la miseria del capitalismo.
Ogni decisione politica è un riflesso delle condizioni sociali prevalenti. In alcuni momenti questo diventa particolarmente evidente. Ormai la dimensione del fallimento del capitalismo è davanti a tutti, sotto forma di una incontrollata pandemia, quando un presidente pubblicamente minaccia un colpo di Stato e quando le tecniche militari apprese nelle guerre imperialiste sono impiegate nelle nostre città. La crisi del capitalismo è tornata a casa.
In questo contesto, la sceneggiata elettorale in sé non potrebbe essere più noiosa. Basta confrontare i programmi politici per scambiare per la stessa persona Donald Trump e Joe Biden. Sono entrambi “di destra” e imperialisti. Entrambi hanno fatto carriera in politica ostentando il loro razzismo, entrambi melliflui opportunisti disposti a cambiare posizione in un istante per i propri interessi personali.
Nonostante questa identità sostanziale entrambi i partiti repubblicano e democratico sostengono che queste elezioni sono una questione di vita o di morte. Per i repubblicani Trump sarebbe l’unico baluardo contro l’anarchia, in agguato nell’ombra dietro Biden, che distruggerebbe l’America bianca. I democratici sostengono che Trump distruggerebbe quella meraviglia che è la democrazia americana e che solo votando per Biden si salverebbe. In realtà non c’è nessuna decisione da prendere in queste elezioni. La borghesia vincerà in ogni caso: così funziona la democrazia! La vera reale decisione in questo momento non è tra Trump e Biden, ma tra lo sfruttamento capitalista e la libertà comunista.
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Lo scontro fra i due partiti è solo una messinscena. La risposta dei democratici alla presidenza Trump è stata solo disfattismo e in realtà limitata a difendere quei rappresentanti della classe dominante interessati alla carriera all’interno del partito. Il proletariato si è tenuto fuori da tutto questo trambusto, nonostante i tentativi dei democratici di utilizzarlo per i propri fini.
La loro prima parola subito dopo le elezioni del 2016, fu “resistenza”! Il termine si riferiva al mito storico della resistenza europea al fascismo. E questa resistenza del 2016 aveva della precedente la vuota melensaggine. Sarebbe stato un resistere attraverso rispettabili mezzi legali, solo rivestendo le vecchie opprimenti istituzioni democratiche di costumi rivoluzionari.
La difesa della classe operaia non è mai stata il suo obiettivo: la resistenza dei democratici non esigeva che un ritorno alla “normalità”, a un immaginario passato “civile”. L’indignazione dei resistenti per i danni alle proprietà che hanno accompagnato le prime proteste anti-Trump (alle quali rispondevano cantando “pacifica protesta”) e la loro solidarietà con la polizia furono le prime prove delle loro simpatie.
L’enfasi sui metodi legali era per incanalare nelle istituzioni controllate dal grande capitale i rancori della parte rovinata della piccola borghesia, che lentamente cominciava a agitarsi man mano che si deteriorava la sua condizione economica. L’opposizione a Trump è stata quindi dirottata verso l’indagine Muller e l’impeachment, procedimenti che, ovviamente, non dovevano portare a nulla e a nulla hanno portato.
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Il proletariato è l’unica forza che ha veramente combattuto per sé negli ultimi quattro anni. È l’unica forza nella società che Trump – e Biden – temono veramente. È stata la rivolta di maggio e giugno di quest’anno a scuotere profondamente la borghesia, che ha sentito il bisogno di rispondere con una dimostrazione di forza, spingendosi a grossolani appelli alla religione che hanno messo in imbarazzo perfino i militari. Le proteste l’hanno spinta ad atteggiamenti retrogradi riguardo alle libertà civili e a impiegare il Dipartimento della Sicurezza interna come organizzazione paramilitare.
Trump dapprima ha chiesto pubblicamente di rimandare le elezioni mentre, fino a pochi giorni fa, affermava che non avrebbe accettato di lasciare la Casa Bianca. Tutto questo non è che teatro, di una classe disperata e di uomini disperati, che cercano senza successo di correggere il disordine delle loro azioni. La pandemia l’ha dimostrato, e dietro i deliri di Trump, sulla minaccia “anarchica” e sulle cure alternative, si è cercato di nascondere la responsabilità del capitalismo incapace di gestire la minaccia del virus.
Le proteste scoppiate quest’anno, interclassiste, hanno avuto significative componenti proletarie. In gran numero operai, molti negri ma anche delle altre razze, sono scesi a protestare nonostante la pandemia e il reale pericolo di aggressione poliziesca. Vi hanno partecipato diversi sindacati e in alcuni casi hanno marciato inquadrati lavoratori di alcune categorie. Le componenti proletarie della rivolta hanno svolto le azioni più efficaci – per esempio lo sciopero e la manifestazione, a giugno, dei portuali del Sindacato Internazionale Lavoratori Portuali di Longshoremen e del sindacato dei magazzinieri, e il rifiuto del sindacato dei lavoratori dei trasporti di guidare verso le prigioni gli autobus con i manifestanti arrestati.
Gli scioperi a causa del Covid sono stati quanto di più efficace per proteggere i lavoratori dalla pandemia costringendo le varie strutture del governo ad agire. I lavoratori dei magazzini Amazon hanno ottenuto una paga più alta, delle protezioni fornite dal datore di lavoro e migliori procedure di pulizia. I lavoratori agricoli di Yakima, Washington, la maggior parte dei quali immigrati dall’America Latina, si sono assicurati uno stipendio più alto e hanno costretto i padroni a riconoscere il loro sindacato, Trabajadores Unidos por la Justicia. Gli insegnanti di Chicago sono riusciti ad impedire che si riprendessero le lezioni in presenza semplicemente votando per lo sciopero. Questi provvedimenti di protezione della vita sono stati imposti dai lavoratori stessi, contro una borghesia e uno Stato capitalista a cui non importa nulla della vita dei lavoratori.
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Il Covid-19 ha reso evidente ciò che già era chiaro: il conflitto tra il proletariato e la borghesia è una lotta di vita e di morte, una guerra incessante, e se il proletariato deve sopravvivere deve muoversi unito come classe. Non saranno a salvarlo i buoni auspici della borghesia e le sue sceneggiate elettorali. Questo era vero prima della pandemia e sarà vero anche dopo.
Questa elezione non è diversa dalle precedenti. Trump e Biden rappresentano gli interessi della stessa classe borghese. In numero di repressioni e di omicidi di massa Biden rivaleggia con Trump. Durante il suo primo decennio al Senato si fece un nome per la sua opposizione agli scuolabus con integrazione razziale, che avrebbe spinto i bambini bianchi “in una giungla razziale”. Fu un entusiasta sostenitore della guerra in Iraq e, presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato, fece passare la legislazione per permettere l’invasione: un milione di iracheni sono morti a causa di quella guerra. Come vicepresidente ha fatto parte di un’amministrazione responsabile di una lunga lista di atrocità all’estero: il colpo di Stato militare del 2013 in Egitto, le violenze in Siria e in Libia, la divisione dell’Ucraina, l’assassinio per violenza, malattie e fame di 250.000 yemeniti. Se ci fosse un processo di Norimberga per i “crimini di guerra” della borghesia americana, Donald e Joe ne uscirebbero condannati entrambi.
Joe Biden ha dimostrato di non essere un nemico della repressione all’interno. Ha sostenuto la Patriot Act nel 2001 e nel 2002 l’istituzione del Dipartimento della Sicurezza Interna (che oggi sarebbe la polizia segreta di Trump). Possiamo essere certi che le iniziative “anti-estremismo” di Trump e del procuratore generale William Barr continueranno sotto la presidenza di Biden. Questa è dunque la scelta che la democrazia presenta alla classe operaia, tra il “ricco” e il “povero”: per Biden il potere politico ha portato il denaro; per Trump il denaro ha portato il potere politico, il “politico” e il “tycoon”. Ma rappresentano una sola classe, la borghesia. E sono uniti nella loro guerra alla classe operaia.
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Il proletariato non può arrivare al potere democraticamente. In quanto marxisti, sappiamo che una rivoluzione si ha quando una classe oppressa diventa dominante. Questo non può avvenire senza la soppressione del potere dei vecchi oppressori, che inevitabilmente cercheranno di riconquistare i privilegi perduti. Nella rivoluzione proletaria, questo significa la completa esclusione della borghesia dall’attività politica per tutto il tempo in cui sopravvive come classe. Farlo è del tutto antidemocratico, perché rifiuta l’uguaglianza astratta di tutti i cittadini (l’uguaglianza secondo la legge) che è alla base della democrazia. La dittatura del proletariato non può dare lo stesso status ai membri della borghesia fino a quando la loro vecchia classe sociale non cesserà di esistere.
Oltre a sopprimere i vecchi poteri, la nuova classe dominante dovrà affermare le proprie forme di governo, il proprio Stato. Nella rivoluzione francese del 1789 la borghesia abbandonò gli Stati Generali feudali per formare una democratica Assemblea Costituente. Nelle Rivoluzioni russe del 1917, l’assolutismo zarista cedette il passo prima al governo provvisorio borghese, poi, nella insurrezione bolscevica, al governo proletario dei soviet. I soviet, i consigli operai, furono la forma della dittatura del proletariato, la realizzazione di quello che Lenin chiamava Stato-Comune.
Lo scopo del partito internazionale del comunismo è la costituzione della repubblica mondiale degli operai e non progetti politici che mancano questo obiettivo finale. I partiti della democrazia affermano invece il loro impegno a mantenere lo Stato borghese. I comunisti non hanno nulla da guadagnare nel collaborare con essi, se non facilitare la infiltrazione della ideologia borghese e la repressione della classe operaia. I gruppi “di sinistra” che inseguono la democrazia borghese fraternizzano con il nemico. La repressione contro lo staliniano Partito Comunista Americano alla fine degli anni Quaranta, dopo il suo entusiastico sostegno ai democratici nel periodo del fronte popolare, è uno dei tanti esempi di questa strategia fallita.
Ora non è un momento rivoluzionario. La classe operaia non è organizzata in un proprio partito politico e in sindacati di classe. Nonostante questo i comunisti continuano ad agire all’esterno e contro lo Stato borghese e i suoi scagnozzi politici. Dobbiamo dire ad ogni lavoratore che la democrazia è un sistema orientato contro la nostra classe, che il proletariato ha il compito storico di governare da solo, e che nell’unità del suo movimento detiene la forza per poterlo fare.
Il nostro partito è guidato da un unico corpo di teoria e di pratica che arriva al presente fino dalla pubblicazione del Manifesto comunista nel 1848. Tutta la nostra attività è in accordo con questa continua linea politica, segnata tutta da una serie di tesi invarianti.
Nel momento in cui oggi scriviamo nessuno può dire quali saranno i risultati delle elezioni, ma possiamo già affermare che sicuramente anche se vincerà il democratico Biden cambierà solo la forma ma non la sostanza della politica degli Stati Uniti, sia all’interno sia verso l’estero. Ci sono già delle contestazioni nei conteggi, per le elezioni presidenziali ma anche per quelle del Congresso, dello Stato e locali, che potrebbero trascinarsi fino all’inverno. Ma anche quando i risultati saranno chiari, chiunque vincerà, siamo certi di cosa il nostro partito farà: continuare la battaglia per preparare il potere dei lavoratori, per la rivoluzione, per il comunismo.