Partito Comunista Internazionale

Armenia-Azerbaijan – Una piccola guerra imperialista 

Categorie: Armenia, Azerbaijan, Capitalist Wars, Imperialism

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Per la quarta volta dal secolo scorso l’Armenia e l’Azerbaigian sono di nuovo in guerra fra loro per il territorio noto come Nagorno Karabakh, o Alto Karabakh montuoso. Considerando i bollettini di guerra di entrambe le parti finora sarebbero andate perse le vite di oltre 5.000 soldati. Una cifra con ogni probabilità gonfiata, specie se si considerano soltanto i militari, ai fini della propaganda di guerra di entrambi i paesi. Ma sappiamo con certezza che in una decina di giorni di combattimenti le vittime militari e civili si contano già in molte centinaia.

Un breve sguardo alla storia del Nagorno Karabakh. Mentre quasi il 90% delle montagne del Karabakh era abitato da armeni la pianura vedeva la prevalenza dell’elemento azero, così nel 1921 la regione fu integrata nell’Azerbaigian sovietico, pur ottenendo lo status di oblast autonomo. Nei decenni successivi del governo “comunista” e “sovietico” nella regione la componente etnica armena è scesa a circa il 77%.

Nel 1988 gli armeni del Nagorno Karabakh dichiararono l’indipendenza proclamando la Repubblica dell’Artsakh e suscitando un conflitto tra Armenia e Azerbaigian, il primo della serie che ha accompagnato la dissoluzione del blocco orientale. La repubblica non ottenne riconoscimento ufficiale da alcun paese, nemmeno dall’Armenia, e alla fine della guerra nel 1994 rimase de facto indipendente. Già nel 2005, in seguito a una “pulizia etnica”, quasi tutti gli abitanti della Repubblica dell’Artsakh erano armeni, dopo aver espulso alcune centinaia di migliaia di azerbaigiani che vivono tuttora in campi profughi.

Ci sono resoconti contrastanti su chi ha lanciato il primo attacco nel conflitto in corso. Indipendentemente da ciò entrambe le parti si sono chiaramente preparate per un’altra guerra. Alcuni rapporti evidenziano come membri del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) intervengano dalla parte armena e come uomini dell’”Esercito Nazionale Siriano”, che fa capo al presidente turco Erdoğan, siano schierati dalla parte azera. Sebbene questo sia negato dagli armeni e dagli azeri, non è difficile credere che entrambe le parti traggano vantaggio da questi incalliti mercenari. Secondo un rapporto del Centro Siriano per i Diritti Umani (un’organizzazione non sempre attendibile), la Turchia avrebbe inviato 1.200 combattenti siriani a sostegno delle forze armate dell’Azerbaigian. La stessa fonte asserisce che riceverebbero una paga fra i 1.500 e i 2.000 dollari al mese.

In ogni caso non solo l’Armenia ha perso numerosi villaggi, ma sia all’interno sia in campo internazionale è messa peggio dell’Azerbaigian. Il presidente Ilham Aliyev, come suo padre e predecessore Nazar, guida la democrazia totalitaria dell’Azerbaigian. Gode del sostegno di una parte consistente della popolazione, anche grazie alle notevoli entrate dello Stato provenienti dalla rendita petrolifera, che ha anche permesso all’Azerbaigian acquisti di armi in vari paesi fra cui Turchia e Israele.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinian invece, portato al potere da una ribellione popolare, deve ancora affrontare la sfida delle elezioni, anche se per ora sembra godere anch’egli di un certo sostegno.

Sebbene Stati e organizzazioni come Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite abbiano chiesto la pace, Aliyev gode di un forte e aperto sostegno della Turchia e del Pakistan, così come di un certo appoggio militare di Israele.

Questo sembra un paradosso: lo Stato ebraico in funzione anti-iraniana si schiera dalla parte della Turchia dominata dalla Fratellanza Musulmana, quella di cui fa parte anche il movimento palestinese Hamas, da sempre considerato, a parole, il suo peggiore (o il migliore) nemico.

LL’assetto delle alleanze regionali fa sì che l’Azerbaigian possa contare su una decisiva superiorità aerea. Velivoli da guerra turchi hanno abbattuto due Sukhoi-25 armeni, mentre i droni di fabbricazione turca e israeliana contribuiscono a far pendere la bilancia dei rapporti di forza a favore dell’Azerbaigian.

Anche Macron, che dalla Francia ha espresso critiche sul coinvolgimento turco, non sostiene l’Armenia con la stessa energia con cui Turchia e Pakistan sostengono l’Azerbaigian.

La Russia è tradizionalmente alleata dell’Armenia, ma Pashinian è considerato da Putin un filo-occidentale. Mosca non permetterebbe certo a un paese come l’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia, di minacciare l’esistenza dell’Armenia, ma potrebbe anche consentire alle forze azere di avanzare in Nagorno Karabakh.

Le due successive tregue raggiunte dalle parti con la mediazione russa non hanno fermato i combattimenti e i bombardamenti, anche contro obiettivi civili, provocando numerose vittime. In realtà si è trattato di diversivi per prendere tempo e tornare alle ostilità con rinnovato vigore. Né pare stia dando miglior esito l’ennesimo cessate il fuoco raggiunto sotto l’egida degli Stati Uniti d’America. Negli ultimi giorni l’esercito dell’Azerbaigian è all’offensiva e sembra abbia conquistato alcune città e villaggi di confine e che stia puntando adesso sull’importante città di Shushi, occupata dagli armeni nel 1992.

Indipendentemente da chi risulterà vittorioso, saranno i proletari di Armenia e di Azerbaigian a perdere, i quali non hanno comunque nulla da guadagnarci, sono loro che da una parte e dall’altra crepano al fronte, subiscono i bombardamenti, sono costretti ad abbandonare le loro case e a vivere sotto le tende o all’addiaccio.

Sebbene appaia una guerra tra le nazioni armena e azera, o addirittura sia presentata come una guerra di religione tra cristiani e mussulmani, in realtà si tratta di una guerra tra Stati capitalistici e gruppi di Stati per i loro egoistici interessi e per dividere la classe dei proletari. È una piccola guerra imperialista che ha come scopo principale mantenere al potere bande di politicanti al servizio dell’imperialismo.

La corretta politica proletaria di fronte a un tale conflitto è invitare i proletari soldati di entrambe le parti a denunciare la guerra come imperialista. Senza questo appello, che può essere lanciato solo da un vero partito comunista, i proletari della regione non hanno alcuna speranza di prepararsi alla loro storica vittoria, che è andata dispersa a causa della controrivoluzione staliniana.

Un tempo tutta la regione ospitava un vivace movimento operaio e una consolidata tradizione bolscevica che portò alla formazione di forti partiti comunisti. Oggi il nostro partito, erede della tradizione della Internazionale Comunista a cui questi partiti aderivano, non esiste nel Caucaso. Ma domani lo raggiungerà il nostro richiamo all’internazionalismo proletario e al disfattismo rivoluzionario contro la guerra borghese e per la guerra civile rivoluzionaria.