Partito Comunista Internazionale

In Bielorussia preme dietro le scene una robusta classe operaia

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In Bielorussia nelle ultime settimane si sono svolte manifestazioni di protesta e si è sviluppato un movimento di scioperi. Il fattore scatenante è stata l’ennesima “vittoria” elettorale del presidente Lukašenko, rieletto per il suo sesto mandato, nonostante la scarsa popolarità, logorata da 26 anni di potere ininterrotto.

Lukašenko, inizialmente considerato “salvatore della repubblica”, negli ultimi tempi ha adottato linee neoliberiste, la privatizzazione di molti enti pubblici, la riforma del sistema pensionistico, l’introduzione di contratti a zero ore, ecc.

Ora la maggior parte dei lavoratori bielorussi vive in condizioni peggiori anche rispetto ai russi e ai polacchi.

Le prime manifestazioni di protesta sono state represse dalla polizia che ha arrestato migliaia di manifestanti. Questo non ha messo fine alle proteste e presto gli operai delle maggiori fabbriche di questo paese, caratterizzato da un altissimo grado di industrializzazione, sono entrati in sciopero.

Se è stato il risultato delle elezioni, giudicate truccate delle opposizioni, a dare il via alle proteste, la loro vera ragione sta nel peggioramento delle condizioni di vita in questi ultimi anni.

Per lunghi anni gli accordi energetici con la Russia hanno assicurato allo Stato bielorusso una rendita per comprare la pace sociale e assicurargli una certa stabilità politica. Una svolta impressa dalla Russia nella politica di approvvigionamento energetico dell’Europa centrale e occidentale, ha stornato una parte degli investimenti dalla Bielorussia, acuendo la crisi economica in questo paese satellite. Per fronteggiare la difficile situazione il governo guidato da Lukašenko ha tentato la strada di maggiore autonomia dalla Russia, accennando ad una qualche interlocuzione con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, minacciando di spostare l’asse della propria politica energetica.

Frattanto le condizioni della popolazione bielorussa hanno subito un drastico peggioramento, anche per la revoca da parte dello Stato dei sostegni all’industria e all’assistenza sociale.

L’insorgere del coronavirus ha contribuito a svelare la realtà di una politica governativa determinata a perseguire l’interesse di una borghesia, ancora in gran parte annidata nei meandri dell’alta burocrazia statale. Il governo, fatto gettito del tradizionale paternalismo paludato di assistenza “socialista”, ha ostentato sfacciatamente la sua obbedienza agli interessi dell’economia, ignorando la salute dei lavoratori e della popolazione in genere. Come la Confindustria italiana, il governo ha imposto di tenere aperte le fabbriche esponendo gli operai al contagio.

Prima di tutto la produzione! Questo è il motto del governo del capitale anche in Bielorussia, un paese che su 10 milioni scarsi di abitanti, conta 5 milioni di salariati e ben 2 milioni di addetti all’industria. I proletari, rinchiusi nelle galere del lavoro a salario, con la minaccia di contrarre il virus mortale e costretti a produrre in nome del profitto, spesso hanno subito anche decurtazioni della loro paga che in alcuni casi hanno raggiunto anche il 20%.

La rabbia proletaria si è espressa in scioperi, che non sono rientrati per le vane promesse del governo, incapace di riportare l’ordine con le prediche. Così è partita la risposta statale alle lotte operaie: i comitati di sciopero sono stati sciolti con un’ondata di arresti e il governo il 24 agosto ha disposto una serrata.

Le forze cosiddette “liberali”, che esprimono le aspirazioni della piccola borghesia, pur essendo tutte schierate contro l’attuale regime, sono divise tra chi punta sull’aiuto della Russia e chi dell’unione Europea o degli USA. Questi “liberali”, tanto incensati dai media occidentali, non sono affatto dalla parte dei lavoratori e vorrebbero privatizzazioni ancora più rapide di quelle introdotte dal regime attuale.

Intanto alcune frange più combattive del movimento sindacale stanno cercando di avanzare le richieste della classe operaia, non solo economiche ma anche politiche. Ad esempio i lavoratori della grande fabbrica chimica Belaruskaliy stanno chiedendo una revisione generalizzata dei contratti collettivi.

Bisogna che questo movimento di sciopero, indipendentemente dal destino del Presidente, porti alla formazione di un sindacalismo indipendente sia dallo Stato sia dai movimenti e dai partiti della piccola borghesia, siano essi filo russi o filo occidentali, una organizzazione in grado di difendere le condizioni di vita della classe lavoratrice. E un partito comunista occorre rinasca, ricco all’esperienza di secoli di lotta, a rappresentare gli interessi generali e storici del proletariato, non solo bielorusso ma del mondo intero.