Il valore dell’isolamento Pt.3
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Quando i comunisti pervenissero al fianco di altri movimenti politici ad immobilizzare il fascismo con un’azione di “difesa proletaria” in accordo con altri elementi; raggiunto che fosse lo scopo, mentre noi vorremmo profittare di aver debellato in parte il nemico per andare oltre, all’abbattimento del potere borghese, i nostri alleati di ieri, fautori del ristabilimento della vita normale, vedrebbero logicamente in noi i perturbatori e diventerebbero allora i nostri peggiori nemici. Si può osservare che avendo fino allora utilizzate le loro forze ed esercitata la nostra propaganda in seno alle masse, ci sarebbe possibile travolgerli e proseguire nella nostra azione specifica prendendone allora da soli e direttamente le redini. Ma chi ragiona così dimostra di avere un concetto letterario e teatrale della rivoluzione, e di non intendere che le condizioni del suo successo stanno soprattutto nella preparazione organizzativa delle forze che per essa lottano; preparazione la quale nella fase ultima deve, pena il disastro, prendere il carattere tecnico di un inquadramento, di una disciplinata organizzazione militare. Ora una evoluzione tattica è facilmente eseguibile finché si lotta a colpi di discorsi, di ordini del giorno e di verbali dichiarazioni politiche, ma il cambiamento di fronte è impossibile dal punto di vista organizzativo. La scissione politica è una realtà ed una esigenza storica, ma scissione di un esercito già impegnato nella lotta è la rovina inevitabile, essa non lascia dietro di sé due eserciti, ma nessun esercito, poiché l’organizzazione militare di lotta è necessariamente fondata sull’unicità gerarchica dei collegamenti dei comandi, sulla indissolubilità di tutti i servizi annessi. Quella parte dell’esercito diviso in due opposti campi che passerebbe al nemico, anche sconfitto, ma non scisso, avrebbe sicuro punto di appoggio e possibilità di azione. L’altra parte, quella che dovrebbe agire da sola, resterebbe senza alcuna consistenza organizzativa, senza rete di inquadramento funzionante e quindi destituita di capacità di combattere.
Ecco perché siamo contro le intese difensive, tanto più quando si tratti non di opporsi alla “reazione” colle geremiadi liberalesche, ma di opporre ad esse una azione di forza. Nel primo caso non si conchiude nulla, nel secondo si travisa l’indirizzo della preparazione rivoluzionaria.
Il lettore può constatare che queste considerazioni puramente tattiche si traducono nel criterio da noi accennato di non addivenire ad accordi con coloro che negano in principio l’azione proletaria come offensiva contro il regime e contro lo Stato e sono disposti ad ammetterla solo come difensiva da quelli che essi inesattamente definiscono gli “eccessi” della borghesia: la borghesia oggi commette un unico “eccesso”: quello di essere al potere. E vi sarà fin quando esisterà il sistema democratico parlamentare. Un esempio di quegli alleati falsamente rivoluzionari può essere incidentalmente dato dal tenente Secondari e dall’on. Mingrino che dicono: organizzazione armata per ristabilire l’ordine civile, e poi andare a casa. Questo per noi è disfattismo che forse è peggiore di quello dei socialdemocratici che hanno per parola d’ordine: pacificare calando le brache e sconfessando la difensiva quanto l’offensiva violenta delle masse. Ed infatti non vi è distinzione tra difensiva e offensiva di classe nella terribile situazione attuale; appunto perché (ottimo maestro il fascismo) la lotta di classe è oggi divenuta una guerra vera e propria e nella guerra, come ogni tecnico militare conferma, ci si difende offendendo e si offende difendendoci. Il generale o il soldato che dicessero che bisogna che l’esercito si difenda solo, e non prenda mai l’offensiva, sarebbero fucilati come disfattisti “dalla difesa stessa”.
Ogni altro programma “rivoluzionario” che non sorpassi i limiti dell’attuale meccanismo rappresentativo ed esecutivo statale, racchiude le stessissime insidie. Dire che l’ordine può essere ristabilito placando una parte della borghesia, o colla genuflessione, o colla resistenza armata, non è che una traduzione in altri termini dell’espressione che si può ancora attendere una forma di equilibrio e di assetto sociale senza spezzare il meccanismo del potere borghese, ma solo modificandone alcune forme.
Ma vi sono, finalmente, gli anarchici e i sindacalisti che vogliono come noi l’offensiva rivoluzionaria contro lo Stato, che vogliono come noi demolire il regime della democrazia parlamentare; perché non legarsi strettamente con questi? Perché porre quella terza condizione di dover accettare senz’altro anche la costituzione, dopo la vittoria del proletariato, della ferrea dittatura politica e statale?
Tatticamente la nostra opposizione a questa intesa “sul terreno organizzativo” discende dalle stesse considerazioni, che ad certo momento quelle forze che hanno aiutato ad abbattere la borghesia, opponendosi alla costituzione di un regime dittatoriale renderanno poi più difficile e penoso lo schiacciamento dei tentavi controrivoluzionari.
E le considerazioni che precedono conducono ad assomigliare molte riserve che vengono dagli anarchici e dai sindacalisti al nostro metodo “dittatoriale” alle differenze che ci dividono dai movimenti pseudo rivoluzionari.
Vi è un’analogia tra la pretesa degli anarchici che la rivoluzione instauri la illimitata libertà di organizzazione e di propaganda politica, e la loro tenace illusione che correnti della “sinistra borghese” possano con loro concorrere a ristabilire, in regime capitalistico e parlamentaristico, questo ambiente di libertà politica. E la borghesia potrebbe arrivare a permettere la libertà di pensare e di propagandare “idee” ma è assurdo attendersi dalle “agitazioni (più o meno convulsionistiche) contro la reazione” che essa consenta l’effettiva organizzazione politica che tende a rovesciarne il potere. Ora la borghesia ha bisogno di dare l’illusione liberale; il proletariato no. L’opposizione degli anarchici alla dittatura dimostra che essi sono proclivi a certe seduzioni del liberalismo borghese. Questo vuol dire che fidare sulle loro strette alleanze condurrà a valorizzare certi movimenti piccolo-borghesi, come quelli di cui abbiamo parlato, poiché gli anarchici pigliano per moneta contante il loro acceso liberalismo, e per spirito rivoluzionario le loro filippiche contro la dittatura e l’autoritarismo dei “marxisti teutonici e slavi” senza accorgersi che si tratta di autentico controrivoluzionarismo, di sacro terrore borghese per l’avvento del proletariato al potere.
I sindacalisti sono dal canto loro pronti ad accettare come rivoluzionario chi sfoderi il ridicolo concetto dello Stato estraneo alle cose economiche, che lasci illimitata libertà alla lotta sindacale, e non vedono che questo preteso rinnovamento dello Stato non è che il consolidamento dello Stato borghese.
In conclusione di questa esposizione incompleta in rapporto alla gravità del problema noi diciamo: mille esperienze di questa complessa fase politica italiana ci confermano che è giusto porre il problema della preparazione rivoluzionaria su queste basi: affasciare, inquadrare, organizzare anche militarmente le forze che mirano a spostare le basi dello Stato, ma solo quelle che concepiscono questo spostamento come un’antitesi tra due eventualità della storia: o la conservazione dello Stato borghese, democratico e reazionario al tempo stesso, o la costituzione dello Stato proletario fondato sulla dittatura di classe.
Le altre soluzioni agitate dai mille gruppetti che alimentano in modo pernicioso il confusionismo rivoluzionario odierno possono classificarsi in due grandi categorie: in quella dell’insidia e in quella dell’errore. Ma gli organismi politici che stanno sull’uno o sull’altro terreno, pur potendo e dovendo esserci i secondi molto più simpatici e prossimi dei primi, non devono essere da noi affiancati in intese organizzative di preparazione rivoluzionaria.
Si delinea quindi quello che, a nostro modo di vedere, è oggi il compito specifico del partito comunista: agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti “rivoluzionarie” che esibiscono i loro programmi e i loro metodi e vedono spesso accettati i medesimi, o le curiose filiazioni dei loro “incroci” o il loro miscuglio universale tipo “fronte unico”, da gruppi della classe proletaria.
Altri potrà credere di avere una via più breve. Ma non sempre la via che appare più facile è la più breve, e per meritare della rivoluzione è troppo poco avere soltanto “fretta” di “farla”.