Partito Comunista Internazionale

Revocato il diritto di aborto in Polonia

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Irriformabile capitalismo

A fine gennaio in Polonia la corte costituzionale ha confermato il divieto di aborto, salvo in caso di incesto, stupro o pericolo per la vita della madre, in quanto non conforme agli articoli della Legge fondamentale sulla protezione della vita del nascituro. Tutto perfettamente e democraticamente regolare, quindi. Diventa illegale anche l’interruzione di gravidanza nel caso di malformazioni gravi e letali del feto o tali da implicare l’inevitabile morte post parto del neonato. La proposta di legge proveniva dal partito di maggioranza PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, “Diritto e Giustizia”), di “destra”, “conservatore” e “sovranista”.

La nuova legge sull’interruzione di gravidanza viene a peggiorare la precedente, già una delle più restrittive d’Europa, ma che ammetteva la possibilità di abortire in caso di malformazioni del feto.

Anche prima dell’entrata in vigore della legge si calcolavano oltre 200.000 gli aborti effettuati ogni anno clandestinamente, dunque con gravi rischi da parte della donna, e 120.000 in uno dei Paesi vicini: Germania, Cechia, Nord Europa, dove l’interruzione di gravidanza è consentita. Le restrizioni ai viaggi imposte dalla pandemia l’hanno reso quasi impossibile anche per le donne della borghesia, che possono permettersi, a differenza delle proletarie, l’aborto nei paesi vicini in minime condizioni di sicurezza sanitaria.

Dalla data della sentenza, il 22 ottobre scorso, in Polonia le proteste di piazza non si sono mai fermate. Il movimento Strajk Kobiet (“sciopero delle donne”) nei mesi scorsi ha organizzato diverse manifestazioni. Il giorno dell’entrata in vigore della legge in migliaia si sono riversate nelle strade e una nuova mobilitazione nazionale è stata indetta per il 29 gennaio. Fin da ottobre la polizia a Varsavia ha attaccato i cortei con manganelli e gas lacrimogeni e facendo numerosi arresti. Questa brutalità è continuata nei mesi successivi.

Come ben sappiamo anche questa volta le istanze delle donne organizzate in movimenti femministi interclassisti, cioè diretti da borghesi, non daranno alcun risultato, al massimo qualche briciola da riprendersi indietro al momento giusto e polvere negli occhi per evitare eccessive tensioni.

Si accusa il governo polacco “di destra” e “clericale”. Ma la condizione della donna è nel capitalismo in tutti i paesi e culture ovunque minacciata, mantenuta in una condizione di inferiorità personale ed economica e prima vittima delle vessazioni e degli abusi del presente regime sociale, specie quando questo è nella morsa delle sue crisi.

Abbiamo scritto in “Oppressione della donna e Rivoluzione Comunista”, del 1979: «Nello Stato socialista le donne saranno libere di avere figli o non averne, non verrà imposto loro di abortire o di partorire come nella società borghese (…) Nel comunismo si estinguerà la famiglia borghese soppiantata dalla vita comunitaria in tutte le sue forme. I figli non peseranno più sulle madri, le madri potranno rimanere con i propri figli se lo vorranno, esprimendo finalmente un autentico sentimento materno, in quanto non più prodotto dall’egoismo verso la propria prole, non più deformato dalla necessità di affamare i figli altrui per nutrire i propri».