Partito Comunista Internazionale

Da ogni fiume a ogni mare, la dittatura del proletariato

Categorie: Capitalist Wars, Iran, Israel, Palestine, Russia, Ukraine

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L’economia mondiale si avvicina sempre più a una nuova recessione generalizzata, mentre i conflitti in corso si intensificano e si espandono, coinvolgendo nuovi attori e interessando aree sempre più vaste. La guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente proseguono fra spargimenti di sangue, ridefinendo nuovi rapporti di forza fra le grandi potenze e mettendo a dura prova la gerarchia imperialistica. Nella storia del capitalismo moderno, la secolare lotta per il controllo dei mercati non ha mai consentito cambiamenti al vertice della piramide mondiale senza che un’ondata di inaudita violenza accompagni l’ascesa di un nuovo Stato egemone a livello globale. Sebbene un tale cambiamento non sembri imminente allo stato attuale delle cose, le contraddizioni generate dal lento ma inesorabile declino della potenza statunitense continuano ad accumularsi.

Nel Medio Oriente

Sappiamo che certi grandi cambiamenti storici non si presentano mai come il risultato di processi graduali e lineari. La nostra visione dialettica ci induce a vedere e a prevedere che l’ascesa della potenza economica di un capitalismo più giovane non si traduce immediatamente e in maniera meccanica in un proporzionale accrescimento dell’influenza politica e della forza militare. L’ascesa economica della Cina, per decenni sostenuta e senza significative battute d’arresto, non poteva che portare, nel lungo termine, alla pretesa di assumere un ruolo di maggiore peso nella strategica regione del Medio Oriente dalla quale proviene gran parte del proprio approvvigionamento energetico e dove trova sbocco una delle direttrici più importanti della sua espansione commerciale. Ma non è un caso, tuttavia, che il tentativo di Pechino di cambiare le carte in tavola proponendosi quale arbitro nell’equilibrio fra gli Stati mediorientali, si sia concretizzato quando il capitalismo cinese si è lasciato alle spalle l’impetuosa accumulazione iniziale confrontandosi con una maturità avanzata, giunta così rapidamente da far già intravedere i primi segni di un declino senile. Resta il fatto che nel 2024 la produzione industriale cinese rappresenta il 31,6% del totale globale, quasi il doppio rispetto al 15,9% degli Stati Uniti, secondi in classifica.

Dal punto di vista statunitense, i presupposti della guerra in Ucraina potevano essere visti nel tentativo di contenere il connubio fra l’industria europea e le risorse energetiche russe, inviando al contempo un messaggio minaccioso alla Cina. La guerra in Medio Oriente, invece, è conseguenza delle ambizioni di Pechino di accrescere la propria influenza nell’area in un’area geostorica dove si stende su un oceano ricca di petrolio e di gas, la cui favolosa ricchezza è scaturita dalla dal sortilegio della rendita. L’accordo tra Iran e Arabia Saudita, firmato a Pechino nel marzo del 2023, è stato uno smacco che né gli Stati Uniti né Israele non potevano tollerare. Per questo motivo, si sono intensificate le pressioni occidentali su Riad affinché andasse in porto un accordo sul modello dei “patti di Abramo” fra Arabia Saudita e Israele. Tuttavia, questa possibilità è sfumata un anno fa, quando, liberando un violento getto di vapore ad alta temperatura, la valvola della pentola a pressione nella quale lo Stato di Israele aveva chiuso la Striscia di Gaza è saltata. Ne è scaturito un violento conflitto, guidato da una leadership borghese oscurantista, feroce ed in ultima istanza speculare alla sua controparte israeliana.

Gli ingredienti per un massacro senza fine c’erano già tutti ben prima dell’attacco del 7 ottobre compiuto dalla cosiddetta “resistenza palestinese”. Se si fosse trattato davvero della lotta di indipendenza di un popolo oppresso, probabilmente essa non sarebbe stata così spietata nel colpire indiscriminatamente, senza fare distinzione alcuna tra le forze militari e quelle civili che si trovano dall’altra parte del fronte, fra cui spiccano per numero e importanza i proletari israeliani e di altre nazionalità. A questo proposito, come dimenticare che i fautori “sinistri” della guerra borghese, schierati sotto la bandiera dell’integralismo islamico e delle manifestazioni interclassiste dei “propal”, hanno omesso di ricordare le decine di lavoratori asiatici uccisi e presi in ostaggio dai miliziani di Hamas?

La mortifera devastazione di Gaza, con le sue oltre 40mila vittime palestinesi nell’anno trascorso dall’inizio del conflitto, è stata accompagnata da una guerra che l’ipocrisia giornalistica definisce “a bassa intensità”, sia in Cisgiordania, con oltre 600 vittime palestinesi, che ai confini tra Israele e il Libano, dove circa 450 membri di Hezbollah sono morti. Ora, entrambi questi focolai assumono sempre più le sembianze della miccia di quell’esplosivo che minaccia di colpire tutta la regione. Le forze congiunte di Hamas, di Hezbollah, degli Houthi e dell’Iran si propongono come una “minaccia esistenziale” al cosiddetto “Stato ebraico” (per noi lo Stato è sempre del capitale e Israele non è affatto un padrone benevolo per i proletari ebrei). Ma come sempre ogni forza borghese ha i propri interessi e segue la propria agenda. In questo senso la compattezza di questo fronte è tutt’altro che monolitica.

Tuttavia il governo di Israele ha le sue ragioni per prendere sul serio tale “minaccia esistenziale” dato che effettivamente quello Stato potrebbe fare le spese di un mutato quadro dei rapporti di forza fra le grandi potenze imperialistiche. In questo quadro vanno inseriti i micidiali attacchi a sorpresa mirati contro il nervo dell’organizzazione militare degli Hezbollah. compiuti facendo esplodere nella seconda decade di settembre i dispositivi di comunicazione – cercapersone e ricetrasmittenti – in dotazione alla rete dei miliziani sciiti libanesi. Si è trattato di un duro colpo alla forza militare di Hezbollah di cui non possiamo conoscere l’esatta entità, ma che nell’intenzione di chi lo ha compiuto voleva ribadire il mito dell’invincibilità israeliane evocando il successo conseguito il 5 giugno 1967 quando le forze israeliane sferrarono un attacco militare preventivo contro Egitto, Siria e Giordania, dando inizio a una guerra lampo che fu il più grande successo della storia militare di Israele.

C’è tuttavia un elemento sul quale noi continuiamo a fare assegnamento per porre fine alle carneficine mediorientali: la forza del proletariato, sempre più stanco della guerra. In Iran e Israele, cioè i principali attori protagonisti della tragedia in atto, forse qualcosa sta iniziando a muoversi sotto la cappa di piombo che opprime i proletari di ogni nazione. In Iran, scioperi e manifestazioni di piazza si sono svolte in diverse città e aree industriali del paese. La città di Arak, considerata la capitale industriale del paese, è stata l’epicentro di queste lotte. In tutto il Paese, inoltre, i pensionati hanno manifestato contro il carovita che rende ancora più misere le loro già scarse pensioni, ma anche contro i costi della guerra per procura alimentata dalle mire espansionistiche del governo di Teheran.

In Israele, per ora, l’opposizione alla condotta del governo nella guerra di Gaza conserva una facciata interclassista. Eppure anche i proletari israeliani hanno pagato un prezzo alto: oltre 1.600 morti, più di 13mila feriti, 200mila sfollati ridottisi ora a circa 60.000. Il malcontento dei lavoratori necessariamente cova sotto le ceneri dell’interclassismo se lo Histradut, il principale sindacato israeliano di regime, all’inizio di settembre ha dovuto convocare lo sciopero generale per tentare di depotenziare la rabbia proletaria.

Nell’est Europa

Anche le ultime vicende che riguardano il fronte di guerra russo-ucraino vanno nella direzione di un ulteriore aggravamento del conflitto del tutto conseguente all’inasprirsi della contesa imperialistica. L’esacerbazione dello scontro in atto è ben illustrata dalla questione che domina il dibattito pubblico di questa metà di settembre: la discussione tra i sostenitori di Kiev sull’opportunità di autorizzare gli ucraini a colpire in profondità il territorio russo. L’Ucraina spinge per il via libera all’impiego di missili ad elevata gittata (oltre i 300km) sul territorio russo: per ora gli Stati Uniti si sono astenuti da rendere operativa questa richiesta, lasciando però liberi di comportarsi come meglio credono gli altri Stati aderenti alla NATO dotati di queste armi. Poiché l’utilizzo dei missili in questione per via delle loro caratteristiche tecniche ed operative, richiederebbe necessariamente l’intervento diretto di specialisti occidentali, Putin ha dichiarato, in un recente discorso pubblico, che l’autorizzazione al loro impiego equivarrebbe, per la Russia, ad un intervento diretto della NATO nel conflitto, rendendola dunque parte combattente. La propaganda delle potenze borghesi in guerra è spesso lontana dalla realtà, ma, al di là di ciò che Putin possa dire o pensare, esiste la realtà di una guerra per procura in cui una delle maggiori potenze coinvolte vede il conflitto estendersi all’interno dei propri confini nazionali.

In un contesto caratterizzato dalla progressiva rottura di ogni diaframma intermedio che separa la guerra regionale dalla guerra generale del capitale, anche l’Unione Europea pretende di avere detto la sua, nonostante i vari paesi si muovano ancora in ordine sparso e certe prese di posizione siano espressione di un’unità squisitamente di facciata. Anche l’inutile e impotente Parlamento europeo con una risoluzione non vincolante, adottata il 19 settembre, chiede «ai Paesi dell’UE di eliminare le restrizioni che impediscono all’Ucraina di utilizzare i sistemi di armamento occidentali contro obiettivi militari legittimi in Russia». Per quanto poco conti un voto del Parlamento europeo, il momento di grave pericolo deve essere inteso dai proletari europei: i rappresentanti dei partiti borghesi accettano il rischio di scivolare in una guerra contro la Russia, perché a fare da carne da cannone saranno i lavoratori!

Riguardo l’efficacia di attacchi diretti sul territorio russo con missili a lunghissima gittata, più di un analista è scettico circa la loro effettiva efficacia sul campo. Tuttavia, non si può in ogni modo sottovalutare il significato politico di una simile liberalizzazione dei vincoli di intervento, con il rischio di superare la proverbiale linea rossa. Una mossa del genere potrebbe essere dettata dal grado di disperazione in cui versano i vertici militari dell’Ucraina. Anche l’attacco del 18 settembre contro Toropets, nella regione russa di Tver, in cui è stato colpito un enorme deposito di missili e proiettili di artiglieria, è allo stesso tempo sia un sintomo della difficile situazione del fronte interno ucraino che un ulteriore passo verso la guerra totale.

L’Ucraina per tentare di ribaltare le sorti della guerra, attualmente più favorevoli alla Russia, ha tutto l’interesse a puntare su un allargamento del conflitto con il coinvolgimento diretto dei suoi sostenitori nella guerra contro Mosca. In quest’ottica si può leggere l’operazione militare ucraina in territorio russo nella regione di Kursk. Le motivazioni di una simile operazione, brillante da un punto di vista strettamente tattico ma poco comprensibile da un punto di vista strategico, potrebbero essere dettate proprio dalla pretesa di dimostrare che l’esercito ucraino non sarebbe allo sbando e l’allargamento della guerra ai paesi NATO potrebbe essere anche uno sbocco realistico.

Il 6 agosto, una forte puntata offensiva dell’esercito ucraino, partita da Sumy, sviluppata impetuosamente per decine di chilometri nel territorio di Kursk nel punto dove evidentemente più deboli erano le forze difensive di frontiera russe, ha portato al dispiegarsi di una situazione nuova nel quadro bellico complessivo. Nell’attacco sono state impiegate le migliori truppe e le migliori attrezzature belliche disponibili. L’area pochissimo popolata, ricca di boschi che hanno permesso una ragionevole dispersione delle forze occupanti, ha avuto un deciso successo sul piano morale, nonché su quello propagandistico. Un evidente smacco per l’esercito russo che non ha saputo prevedere l’assalto, né contenere immediatamente l’avanzata ucraina.

Si può ritenere che questa operazione mirasse a ridurre la pressione sul fronte del Donbass, spostando truppe all’attacco in territorio ucraino alla difesa in territorio russo. Tuttavia, questo sembra non essersi verificato: da una parte la pressione sulla prima linea ucraina non è diminuita, dall’altra non sono diminuiti in intensità gli attacchi russi alle aree di interesse strategico. Fra questi, si segnala il bombardamento su Poltava, effettuato con razzi ipersonici, che ha distrutto una base militare nel centro cittadino, sede di un consistente contingente di soldati ed istruttori stranieri.

Frattanto l’avanzata delle forze russe è proseguita nel Donbass. Già nel febbraio le truppe russe avevano conquistato l’area di Avdiivka, caposaldo strategico che proteggeva le direttrici logistiche nell’oblast di Donetsk e punto di appoggio per la riconquista dei perduti territori del Donetsk ad est. Nelle ultime settimane la spinta si è polarizzata in direzione nord-ovest nella stessa regione, fino ad arrivare nei pressi di un altro importante caposaldo ucraino, Pokrovsk, che rappresenta la spina dorsale della logistica ucraina sul fronte orientale, assieme a Kramatorsk situata più a nord-est.

Aldilà degli sviluppi sul campo di battaglia, entrambi gli eserciti hanno un problema comune: devono affrontare la necessità di spedire nel macello della guerra nuova carne da cannone. Dal lato russo, un recente decreto ha determinato l’aumento degli effettivi dell’esercito che, con l’aggiunta di altri 180mila uomini, passa da 1.320.000 unità a 1,5 milioni di effettivi. Si tratta del terzo provvedimento del genere dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, mentre la decisione di non spostare forze dal Donbass può essere letta come un’intensificazione del reclutamento di coscritti anche giovanissimi. Molto peggiore è la situazione dell’esercito ucraino, che non può fare a meno di organizzare per le strade delle città veri e propri rapimenti di uomini in età tale da poter combattere allo scopo di rimpiazzare le numerose perdite al fronte.

Benché siano ben nascoste tali notizie sotto la coltre di un assordante baccano mediatico, dilagano la diserzione, la renitenza alla leva, il rifiuto di combattere e i sabotaggi. L’istintiva reazione contro l’immane carneficina in corso resta ancora confinata nel numero e non organizzata, ma tali reazioni antimilitariste mantengono accesa la speranza di un collasso dei rispettivi eserciti e dei fronti interni.

In Ucraina come in Medio Oriente e ovunque, la sola possibilità di fermare le guerre del capitale risiede nell’indisponibilità dei lavoratori a piegarsi all’inquadramento militare che la borghesia impone loro per ribadire il proprio dominio di classe. Questo sarà possibile soltanto se il proletariato di ogni nazione si unirà per i propri interessi immediati e per il proprio compito storico di rovesciare la borghesia e realizzare il programma integrale del comunismo, sotto la guida del Partito Comunista Internazionale.