Partito Comunista Internazionale

Contro il nazionalismo sindacale

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La guerra torna di drammatica attualità alle porte delle metropoli capitalistiche europee e porta con sé l’antico antico morbo del patriottismo che anche in un lontano passato deviò parte del movimento operaio e sindacale dalla lotta per i propri interesse di classe. Tale morbo fu la causa di una lunga serie di sconfitte storiche della classe lavoratrice dalle quali, anche a enorme distanza di tempo, essa stenta ancora a riprendersi. La sbandata nazionalista a suo tempo interessò una parte assai significativa dei partiti e dei sindacati operai che 110 anni fa si fecero conquistare da questo nefasto virus e si schierarono nella prima guerra mondiale ponendosi sotto la fallace bandiera della propria patria borghese. Questa fu la prima grande sconfitta del movimento operaio nei tempi del capitalismo entrato ormai alla fase storica dell’imperialismo la quale perdura a tutt’oggi. Quindi per tentare di impedire che l’orribile copione della preparazione della guerra giunga fino al drammatico epilogo, si devono ricercare le cause profonde di quel tradimento operato dai dirigenti dei partiti e i sindacati operai che offrirono il proletariato legato mani e piedi al nemico di classe irretendolo in una ammorbante pace sociale al fine di sostenere la propria borghesia nello sforzo bellico.

I partiti e i sindacati operai svolsero un ruolo molto importante nel rafforzamento del fronte interno nel corso del conflitto, anche se in misura e forme differenti, questo accadde in tutti i paesi capitalisticamente avanzati. Inoltre le diverse modalità, almeno apparenti, con cui il movimento operaio reagì all’appello all’unità della patria, non impedì che l’esito fosse comunque lo stesso e dunque ovunque catastrofico per la parte proletaria. Il caso della Germania fu un esempio paradigmatico in questo senso poiché il partito socialdemocratico esercitava un controllo quasi assoluto sui sindacati e così la decisione di votare i crediti di guerra da parte del suo gruppo parlamentare ebbe l’effetto di portare con sé, quasi senza opposizioni, l’inquadramento dei lavoratori nel fronte della nazione. Anche in Francia la maggioranza della Sfio (nonostrante il nome significasse “Sezione Francese dell’Internazionale Operaia”) votò i crediti di guerra e, nonostante la CGT non fosse controllata nella stessa maniera dal partito socialista, l’ondata di patriottismo riuscì a imporsi con metodi talora più feroci come fu il caso dell’assassinio di Jean Jaurés. Nel caso italiano la subordinazione del movimento operaio alla guerra venne mistificata dalla ingannevole posizione assunta dalla direzione del PSI di “né aderire, né sabotare”, dietro alla quale si nascondeva la necessità di fare i conti con una base operaia meno disposta a seguire in maniera pedissequa i vessilliferi della patria borghese. Se questo avveniva era perché in Italia non si era sviluppato quell’insieme di istituzioni e di dispositivi sociali che in Germania avevano favorito una maggiore sottomissione politica della classe operaia al regime borghese. In questo pesava il relativo ritardo dello sviluppo industriale italiano rispetto a quello tedesco dove si era raggiunto un diverso grado di integrazione degli strati più “agiati” del proletariato (quelli che Lenin chiamerà “aristocrazia operaia”) nel regime borghese. Anche per questo in Italia la componente del movimento operaio che si fece sedurre in maniera più entusiasta dallo spirito patriottardo fu quella del sindacalismo rivoluzionario che, legato in termini organizzativi nell’Unione Sindacale Italiana al sindacalismo anarchico, ruppe con quest’ultimo proprio sul tema della guerra. Sull’orientamento interventista del sindacalismo soreliano in Italia non si può ritenere destituita di fondamento la tesi che esso svolse un ruolo di qualche rilievo nel precipitare degli eventi che sfociarono nella guerra. Tuttavia questo non significa aderire alla narrazione che vuole vedere nel rifiuto dell’inquadramento nel sindacato dominato dal partito socialista, la causa dell’indebolimento dello schieramento contrario all’intervento in guerra. L’esempio della Germania è un esempio assai eloquente di come la borghesia sia riuscita a conquistare alla guerra il movimento operaio e sindacale anche nel paese in cui esisteva il più grande partito che si ispirava al socialismo e in cui il controllo esercitato da questo sui sindacati era molto forte.

Se anche nel caso dell’Italia nessuna forza interna al movimento proletario fu in grado a un tempo di fermare il processo di adesione delle masse allo sforzo bellico e di imporre i propri interessi di classe (ivi incluso quello di non farsi scannare a beneficio dei capitalisti!), questo va spiegato cercando le analogie con le condizioni createsi in altri paesi europei. E’ quindi il caso di valutare quanto i dispositivi a un tempo politici, economici e ideologici, che hanno avuto un’influenza così deleteria all’interno del proletariato, siano ancora presenti nella società e nel mondo del lavoro di oggi.

La formula del cosiddetto “interesse nazionale” agitato da ogni fazione borghese e da ogni formazione politica opportunista in seno al movimento operaio, al di là del suo carattere fallace e ingannatore, condensa al suo interno un suo nocciolo di orripilante “verità” nella misura in cui descrive, attraverso la lente dell’ideologia borghese, il fatto che a un certo punto del loro sviluppo le potenze imperialiste della vecchia Europa si trovarono le une davanti alle altre in una contesa che aveva trasferito al livello superiore degli Stati quella che fino a un certo punto era stata la concorrenza fra le aziende. Il capitalismo monopolistico è la formula che condensa questa tendenza che ha spinto la politica borghese a frapporre fra sé e il proletariato il diaframma dello “Stato sociale” al fine di impedire l’acutizzazione dello scontro sociale e ogni rovesciamento rivoluzionario che assecondasse un processo di transizione al socialismo, i cui presupposti materiali sono già giunti a un notevole grado di maturazione. Infatti nel capitalismo monopolistico di Stato il carattere associato del lavoro che vede la cooperazione di masse umane crescenti, viene portato alle estreme conseguenze, mentre sul lato della distribuzione permane l’appropriazione individuale. Ma di tale appropriazione individuale in un contesto monopolistico diventa sempre più difficile nascondere il carattere di “rapporto fra uomini mediato dalle cose” del capitale. Il cosiddetto “Stato sociale” assolve in questo a una molteplice funzione in senso economico, sociale e ideologico il cui risultato è la massima mistificazione della realtà. Se da un lato il plusvalore estorto ai lavoratori viene loro restituito parzialmente sotto varie forme di assistenza, dall’altra la spesa pubblica diventa l’elemento che mistifica il carattere classista dello Stato il quale viene ingannevolmente proposto come entità neutrale rispetto alle diverse componenti del corpo sociale. Lo “Stato sociale” agisce dunque come un veicolo dell’ideologia borghese che si impone per mezzo della corruzione del proletariato e quanto più l’economia di un paese è prospera, tanto maggiori saranno le risorse che la borghesia alla guida di quello Stato potrà elargire per corrompere sia materialmente che ideologicamente il proprio proletariato.

Se con gli stivali delle sette leghe ci muoviamo di qualche decennio per ogni passo, possiamo dire che in entrambi i dopoguerra il dispositivo sociale dello Stato sociale, la cui vita embrionale era incominciata già nelle ultime decadi dell’Ottocento, non ha mai cessato di espandersi e di crescere di importanza nei grandi paesi capitalistici. Tale sviluppo, specialmente nei tre decenni di prosperità economica successiva alla seconda guerra mondiale, ha modellato la vita politica e sindacale sul paradigma del corporativismo: mentre i partiti riformisti del movimento operaio avevano subito una mutazione genetica attraverso le due guerre imperialistiche approdando a un programma di regolazione dell’economia politica borghese e delle sue crisi, il sindacato rinato dalle ceneri del conflitto europeo ha accentuato il suo carattere di elemento di fatto dell’apparato statale.

A dire il vero, ad assecondare il processo che ha portato il sindacato a trasformarsi in uno strumento della nazione e del suo Stato e a farne un possente veicolo dell’ideologia borghese dentro il proletariato, sono stati alcuni caratteri che talora lo hanno accompagnato sin dalla nascita. Se si guarda specificamente al caso italiano e in particolare alla storia della CGdL, si può osservare come sin dal momento della sua fondazione nel 1906, l’elemento portante dell’organizzazione confederale fossero le federazioni di categoria che già allora presero il sopravvento rispetto alla realtà allora assai diffusa delle camere del lavoro. Queste ultime avevano il pregio essere basate sul territorio e dunque riuscivano da una parte a mettere insieme lavoratori impiegati in diverse fabbriche e luoghi di lavoro e dunque al riparo dalla gerarchia e dalla rete di interessi che allignavano all’interno dell’azienda. Nello stesso tempo esse mettevano insieme i lavoratori delle diverse categorie rendendo più immediata la loro consapevolezza di appartenere a un’unica classe sociale per quanto essa non fosse priva di articolazioni interne. Certo ancora oggi la CGIL (con la I che sta per Italiana), che pure è cosa diversa dalla CGdL, contempla l’esistenza delle camere del lavoro nel suo statuto, ma non è un mistero per nessuno che il sindacato le abbia sempre poste in secondo piano rispetto alle federazioni di categoria e che attualmente non siano che smorti simulacri rispetto a quello che erano oltre un secolo fa.

Il sindacalismo di regime sviluppatosi con la repubblica borghese come erede legittimo del sindacalismo fascista, è frutto del carattere intimamente corporativo della struttura delle confederazioni di regime, le quali hanno giocato un ruolo di primaria importanza nell’impedire l’unificazione della classe lavoratrice al di fuori delle singole categorie e, specialmente dopo la fine dell’era della prosperità, anche al di fuori delle singole aziende, specialmente se destinate a essere dismesse. Eppure fu proprio in risposta all’autunno caldo che con l’adozione della trattenuta dei contributi sindacali in busta paga (la famosa delega), si offrì alle aziende uno strumento di controllo diretto sui lavoratori esponendoli al ricatto padronale e al controllo poliziesco. La delega si è rivelata col tempo uno degli strumenti più efficaci per garantire l’asservimento dei sindacati alla logica del capitale ed è stata la trappola alla quale anche il sindacalismo di base non ha voluto e saputo sottrarsi del tutto opponendo una lotta efficace poiché spesso si è adattato di buon grado alla certezza dell’introito con cadenza mensile assicurato dal prelievo in busta paga che nessun versamento volontario di quote avrebbe potuto garantire.

Un altro importante aspetto dell’assetto corporativo dell’Italia repubblicana è stata la crescente importanza assunta dalla giustizia del lavoro. Quanto più i lavoratori vedevano svanire la possibilità di difendere i propri interessi collettivamente attraverso la lotta, tanto più sviluppavano la tendenza a fare ricorso al tribunale del lavoro e affidare la propria causa a pagamento alle cure di un avvocato. L’assistenza legale offerta dai sindacati ai lavoratori per avvalersi della giustizia del lavoro è, a essere generosi, un’arma spuntata, dato che ha coltivato l’illusione che il tribunale dello Stato capitalista potesse essere il luogo adatto per difendere i propri interessi. Dietro questo tranello si nasconde la mistificazione assai pericolosa dello Stato inteso come ente neutrale e al di sopra delle classi. Così i lavoratori, spesso anche in perfetta solitudine, vengono indotti a rimettersi al giudizio del giudice borghese. La giustizia del lavoro agisce così come un metodo sicuro per fare maturare nel lavoratore la convinzione della propria impotenza individuale. A tale stato di afflizione l’unico antidoto si può trovare soltanto nell’azione collettiva che dimostra invece di quale straordinaria forza latente sia dotato il proletariato nel suo complesso. Ma lo scopo del sindacato di regime dopo la fine dei tempi della prosperità economica è stato quello di imbrigliare, scoraggiare e isolare ogni azione collettiva dei lavoratori.
La segmentazione del proletariato per mezzo dei contratti di categoria ha giocato un ruolo fondamentale nella subordinazione della classe al capitale e al suo Stato, mentre la retorica degli “interessi generali della nazione” ha riempito le bocche dei politicanti del PCI e dei sindacalisti tricolore. In effetti nel linguaggio dello sciovinismo piccolo-borghese, tale interesse nazionale altro non era che un feticcio dietro il quale si celava l’interesse del capitale nazionale e internazionale. Se dunque una categoria di lavoratori si proponeva di strappare migliori condizioni di lavoro e di trattamento economico, magari recuperando una porzione di plusvalore relativo strappato con l’innovazione tecnologica e l’aumento della composizione organica del capitale, ecco che l’anatema giungeva puntuale contro gli atteggiamenti “corporativi” che minavano in maniera mortale l’”interesse generale del paese”. Quante volte il PCI stalinista e ultraopportunista degli anni ’70 ha additato come “anticamera del fascismo” il preteso scatenamento degli “interessi corporativi” di alcune categorie di lavoratori che chiedevano aumenti salariali, operando una sorta di “spostamento freudiano” rispetto al carattere istituzionalmente corporativo delle stesse federazioni di categoria e dell’intero sindacato che si preparava alla svolta dell’Eur? Lo sciovinismo piccolo-borghese propugnato dalla sinistra riformista ha avuto una funzione di primo piano nel deviare verso obiettivi non di classe le lotte operaie attraverso la moderazione delle richieste salariali e l’accettazione della flessibilità del lavoro. Dalla svolta dell’Eur del febbraio del 1978 alla concertazione aperta degli anni ’90 passa più di un decennio in cui alcuni settori della classe lavoratrice presero le distanze dai sindacati tricolore e diedero vita a lotte fuori dal controllo dei bonzi di regime che in una certa fase fecero pensare all’apertura di una nuova stagione. Il ha conosciuto un certo ridimensiosindacato concertativonamento che tuttavia non ne ha annullato del tutto la funzione di “collante sociale” in grado di tenere aggiogata una parte considerevole del proletariato al carro della nazione borghese.

Su un altro versante la nascita e lo sviluppo dei sindacati di base furono la conseguenza della constatata impossibilità da parte dei lavoratori di avvalersi della triplice per difendere le proprie condizioni di lavoro, i propri salari reali e il posto di lavoro stesso. La possibilità di fare a meno del sindacato tricolore suscitò in molti lavoratori la speranza di assistere alla rinascita di un autentico sindacato di classe. Le vertenze più combattive dei lavoratori negli ultimi decenni in genere hanno dovuto fare assegnamento sul sindacalismo di base, ma oggi, oltre quattro decenni dalla nascita del sindacalismo di base, a causa dello scarso sviluppo complessivo della lotta di classe, si deve fare un bilancio a luci e ombre. Nella misura in cui i sindacati di base non sono stati in grado di adottare un paradigma organizzativo coerente con gli scopi della lotta dei lavoratori, essi hanno accettato la pratica antiproletaria della delega, mentre la subalternità all’ideologia dominante ha imposto rivendicazioni sul terreno dei “diritti” piuttosto che su quello dei bisogni, mettendo spesso in secondo piano le richieste degli aumenti salariali e della riduzione dell’orario di lavoro. In questi lunghi anni in cui le lotte sono state limitate o assenti, anche i sindacati di base hanno dato l’impressione di seguire il percorso che li ha avvicinati per molti aspetti ai sindacati di regime. Un discorso che vale soprattutto per l’Usb che ha accettato di sottomettersi alla legge del 2015 sulla rappresentanza sindacale.
In linea di massima i sindacati di base hanno visto crescere un apparato burocratico pletorico in rapporto al numero di iscritti, hanno moltiplicato il numero di distacchi sindacali in molte realtà aziendali e della funzione pubblica, inoltre offrono servizi come caf, patronato ecc. Tutti aspetti questi ultimi che non hanno molto a che fare con la lotta di classe, ma che permettono all’apparato di sopravvivere e di perpetuarsi senza contare troppo sulla ripresa del movimento dei lavoratori.

Talora per andare incontro alla richiesta dei lavoratori di salvare il posto di lavoro nelle aziende in fase di ristrutturazione o di dismissione, i due più importanti sindacati di base per numero di iscritti, l’Usb e la Cub, hanno invocato la soluzione salvifica della nazionalizzazione.

Parecchi militanti sindacali di base sembrano del tutto incoscienti di quali insidie si nascondano in questo appellarsi allo Stato di classe borghese per salvare i lavoratori dalla disoccupazione. Anche la stessa possibilità, spesso soltanto illusoria e ideologica, che la disoccupazione possa essere evitata grazie all’interessamento dello Stato è un altro importante fattore di nazionalismo.

In effetti se la contesa imperialistica viene descritta semplificandola come concorrenza economica fra nazioni, allora si radica la convinzione del tutto errata che il tutore degli interessi dei lavoratori sia lo Stato di appartenenza.

Ma anche una presa di posizione di un sindacato di base al fianco di uno schieramento impegnato in una guerra, anche apparentemente lontana nello spazio, è un fatto che può portare all’accumulazione di materiale infiammabile per accendere l’incendio pestilenziale del nazionalismo. Ad esempio l’atteggiamento del Sicobas e dell’Usb di fronte alla guerra di Gaza è un comportamento partigiano in senso borghese e confonde la giusta indignazione per il genocidio dei palestinesi e per la condizione di dura oppressione nazionale, con l’adesione a un campo che comprende Russia e Iran, mentre dietro il termine “sionista” usato in senso spregiativo si nega l’esistenza di un proletariato israeliano ebraico e non. In questo le direzioni politiche di questi “partiti-sindacati” di orientamento pseudomarxista, aprono la strada all’interventismo borghese in ogni guerra.

Il Sicobas ha sempre tentato invano di superare lo iato incolmabile che separa la sua direzione un tempo fortemente ideologizzata dalla sua base composta prevalentemente di lavoratori immigrati della logistica. Il tentativo di trasformare questi lavoratori capaci di lotte assai generose in “perfetti” militanti marxisti si è dimostrato velleitario e controproducente per il sindacato stesso. Il risultato di medio termine è stato quello di arrestare il processo di crescita del Sicobas e di indurre i capi del sindacato a schierarsi incondizionatamente con Hamas pur di compiacere la propria base che ha al suo interno una cospicua porzione di lavoratori di fede musulmana.

L’Usb ha compiuto una scelta che rispecchia la tradizione campista del gruppo della cosiddetta “Rete dei comunisti” che guida il sindacato, il quale è passato negli anni dal filosovietismo di stretta osservanza, all’antimperialismo a senso unico che demonizza gli Stati Uniti e i loro alleati come se in tali paesi non esistesse una classe lavoratrice. Questo atteggiamento frontista nel conflitto mediorientale di questi sindacati li ha portati a unirsi a chi gioisce per le stragi commesse da Hamas il 7 ottobre, mentre la gran parte del proletariato ha orrore di questi massacri esattamente come lo ha della carneficina di Gaza. Si ha l’impressione che in un contesto generale di scarsa combattività della classe operaia internazionale, tali apprendisti stregoni vedano l’andare allo sbaraglio delle masse palestinesi sotto la bandiera del nazionalismo e dell’oscurantismo, come un buon surrogato della lotta di classe. Non si dovrà attendere troppo prima che si manifestino i risultati nefasti di tali atteggiamenti sfacciatamente interventisti e antiproletari.

In tale quadro deve diventare sempre più evidente la necessità di una lotta contro il germe del nazionalismo che alligna in alcune componenti del sindacalismo di base e che si manifesta in atteggiamenti frontisti e campisti di rispetto alle guerre del capitale. Occorre ribadire la necessità della classe lavoratrice di rifiutare ogni appello al sovranismo, ogni sbandieramento del feticcio menzognero della nazione, ogni schieramento all’interno delle guerre della borghesia, classe internazionale che si avvale dello Stato nazionale per meglio opprimere il proletariato. La classe lavoratrice è anch’essa una classe eminentemente internazionale e deve raggiungere la sua unità per mettersi nelle condizioni di lottare soltanto per se stessa, cioè per i propri interessi contingenti e storici che prefigurano un mondo senza classi, senza capitale, senza sfruttamento e senza frontiere.