Internacionālā Komunistiskā Partija

Battaglia Comunista 1945/I/6

Al convegno di Potsdam si è decisa la "sterilizzazione" del proletariato tedesco e una nuova spartizione del mondo

POTSDAM banco di prova dell’imperialismo

La pace, la pace.. vera, si farà; intanto a Potsdam i «Tre Grandi» (accettiamo la definizione come grazioso eufemismo) ci hanno fornito un primo convincente e concentrato assaggio di ciò che la pace sarà e di come come essi intendono applicarla.

Siamo alla fase della politica scoperta e senza infingimenti, lontana ormai dagli orpelli propagandistici e tattici della guerra al nazifascismo come premessa per un ritorno alla lotta del proletariato e alla tattica rivoluzionaria (piattaforma cara alla propaganda bolscevica della Russia); e dai postulati delle quattro libertà sancite dalla Carta Atlantica (piattaforma della propaganda anglosassone). Poiché la vittoria ha assicurato il potere in mano alla democrazia, è tempo di dire pane al pane: gli operai dei paesi alleati o no hanno dato alla guerra e alla vittoria tutto quello che potevano; sta bene, ma; ora che lo scopo è stato raggiunto, una loro eventuale e tardiva opposizione non farebbe più paura.

Ecco perché a Potsdam il linguaggio delle democrazie è apertamente e sfacciatamente antidemocratico; ecco perché le prime decisioni hanno la durezza e la inesorabilità propria del più pauroso ed esasperato militarismo. In questo senso, Potsdam è una Versaglia peggiorata; è la preparazione fredda, scientifica, storicamente inevitabile della terza guerra mondiale, perché vi sono create le condizioni per il divampare di un nuovo, più pericoloso e più potente nazionalismo tedesco.

La critica marxista non grida per questo al tradimento dei principi per i quali sembrava combattuta la seconda guerra mondiale; né accusa la borghesia democratica d’aver fatto a Potsdam nulla di diverso da ciò che aveva già fatto a Versaglia la democrazia di Wilson, il marxismo non ha di queste malinconie, né si è mai posto il problema di dar consigli alla borghesia per aiutarla a quadrare il circolo tragico entro cui si dibattono ciecamente le contraddizioni del suo sistema politico e morale. E’nella natura stessa del capitalismo questa fatalità della guerra che genera nuova guerra; e non sarebbe concepibile il capitalismo fuori di questo clima di sangue, di distruzione e di miseria; privo di questo alimento fondamentale essa cesserebbe di aver senso storico la guerra di liberazione, come la pace democratica, rimangono pur sempre semplici buaggini del centrismo. La verità è che la pace per la borghesia capitalista altro non è se non la preparazione potenziale della prossima guerra; così a Potsdam oggi, cosi ieri a Versaglia, così sempre, se rifacciamo a ritroso tutta la storia del capitalismo.

Ed ecco la conferma nelle decisioni più recenti e significative di Potsdam.

Due, ma di portata storica:

1. la decisione di non… decidere, per adesso almeno, sui problemi spinosissimi delle piccole potenze.

2 l’annientamento della Germania non solo come stato unitario, ma come entità economica a base industriale.

La più rigida dittatura e formazione ternaria si esercita oggi sulle piccole nazioni, le quali, prive di luce e di vita propria, gravitano di fatto nella zona d’influenza delle tre maggiori stelle del firmamento mondiale.

Il tentativo di organizzazione escogitato a Potsdam, tradotto in linguaguaggio politico, vuol dire che le competizioni imperialistiche sono portate sul piano mondiale, per cui la prossima guerra uscirà da questa competizione a tre, in quanto tre sono i blocchi economici, politici e militari in cui s’è suddiviso il mondo capitalistico e nel cui ambito si produrranno su scala più allargata i fenomeni dell’accentramento e della sovraproduzione caratteristici del suo modo di produzione, fenomeni promotori di tutte le guerre dell’imperialismo.

Vuol dire inoltre che gli interessi nazionali dei piccoli stati sacrificati ora sul piano delle superiori esigenze dell’equilibrio democratico, risorgeranno tra non molto più imperiosi e violenti in una inevitabile coalizione delle loro forze a salvaguardia del loro diritto alla vita autonoma e alla loro indipendenza.

Vuol dire infine che la federazione democratica egualitaria degli stati, come chiassosamente e cinicamente era stata sbandierata dalla propaganda di guerra, è semplice utopia, è mistificazione politica, è imbroglio volgare fino a che verrà enunciata come raggiungibile a politicamente attuabile nell’ambito dell’esperienza borghese.

Ma è nelle decisioni concernenti: la distruzione della Germania che il genio dei «Tre Grandi» raggiunge il vertice della… saggezza. Variante sensibile portata a Potsdam in confronto a Versaglia è che, questa volta, forti della esperienza negativa del passato, si è accettata a soluzione estrema nella quale è facilmente visibile un prevalere della psicologia radicale dell’imperialismo russo. Smembrare la Germania, disarmarla, spegnere in essa ogni capacità di vita… alla tedesca sarebbe stato inefficace, sarebbe stato ricalcare l’errore imperdonabile di Versaglia se non si fossero prima distrutte, col frantumare il suo apparato industriale, le ragioni stesse di ogni sua attività, di ogni sua possibilità di ripresa.

E questo precisamente si è deciso a Potsdam, e la decisione che par logica, lineare, conseguente per la mentalità mercantilista borghese che vede nella eliminazione dell’avversario e del concorrente economico la ragione essenziale al proprio dominio e al trionfo dei propri affari, è quanto mai assurda e antistorica se considerata dal punto di vista della stessa economia borghese, al lume degli stessi suoi interessi fondamentali.

Sotto la pressione dell’occupazione militare è praticamente possibile smontare gli impianti industriali e portarli altrove in conto riparazioni; è possibile ridurre uno stato di 70 milioni di anime, lo stato industriale per eccellenza, la punta avanzata più evoluta e più sociale del capitalismo europeo, con un proletariato che ha dato alla storia della lotta del lavoro gli uomini migliori e gli episodi più salienti e formativi, a mera entità agraria; ed è anche possibile che tutto questo sia realizzato senza suscitare la benché minima reazione. E poi? Che cosa avverrà dell’economia europea impoverita, stremata dalla guerra ed ora evirata del più valido complesso industriale e delle sue migliori e più efficienti maestranze, su cui una seria ripresa produttiva avrebbe dovuto fare assegnamento?

Che cosa avverrà di questo proletariato, il più sperimentato, il più ricco di potenziale classista e rivoluzionario, quando sentirà allentate su di sé le maglie della ferrea occupazione militare, che non potrà essere eterna, e più vicina, più calda, più fattiva la solidarietà del proletariato internazionale?

I borghesi più pensosi parlano oggi di incognite insite nelle decisioni di Potsdam; noi no, noi diciamo che la storia ha già risolto per suo conto tali incognite, le quali si chiamano nuove guerre o rivoluzione proletaria.

Dalla «Piattaforma politica del Partito»

Il partito proletario denunzia, nel periodo della ricostruzione dell’apparato produttivo devastato, all’opposto dell’esigenza anche temporanea di una collaborazione tra datori di lavoro e prestatori d’opera, il sicuro prevalere di un inasprimento dei contrasti di classe e di un raddoppiato sfruttamento dei salariati per riaccumulare la ricchezza nelle mani degli imprenditori padronali e delle gerarchie burocratiche statali cointeressate con essi. La politica economica dello Stato, riprendendo e sviluppando le direttivi sociali fasciste, presenterà come concessione alle classi operaie la formazione di un capitalismo statale, ribadita fortezza della classe economica padronale e della polizia borghese di cui le insulse parole di socializzazione dei monopoli non sono che un complice travestimento. Attraverso questa i potenti organi di monopolio industriale e bancario faranno pagare dalla collettività, ossia dai loro stessi dipendenti, il passivo della ricostruzione dei loro impianti e dei loro patrimoni.

La rivendicazione dei partiti ufficiali comunista, socialista e cattolico per la socializzazione del latifondo, dei monopoli finanziari e di quelli industriali, significa tutto l’opposto di una confisca dei profitti per restituirli e distribuirli agli sfruttati – conquista che non è che una piccola frazione di quelle socialiste – perché significa praticamente la socializzazione delle passività dell’economia padronale italiana, sfiancata dalla sconfitta, in quanto il suo debito fallimentare sarà fatto pagare da tutti i lavoratori con ribadite condizioni sfavorevoli della loro retribuzione.

Il partito proletario si schiera decisamente contro le parole dello Stato-padrone, che non ha nulla in comune con le rivendicazioni dell’economia socialista, attuabili dal potere rivoluzionario contendendo il campo all’economia privata mercantile e monetaria su cui si basa lo sfruttamento capitalistico.

(Dalla «Piattaforma politica del Partito»)

Che cosa significa per il proletariato la nazionalizzazione?

Ora che la parola d’ordine della nazionalizzazione si avvia a diventare, nei programmi di tutti i partiti cosiddetti progressisti (o «di sinistra») una specie di toccasana, la bandiera sotto la quale dovrebbero stringersi tutti sfruttati per liberarsi una volta per sempre dal giogo del capitale, e la pratica della nazionalizzazione è fatta coincidere con la pratica del socialismo, è necessario ricondurre la operaia dalle nubi della demagogia radicale alla realtà nuda dei rapporti storici fra le classi. Non entreremo perciò in merito al concetto di nazionalizzazione e ai suoi rapporti col concetto di socialismo che abbiamo già fatto altra volta e rifaremo in seguito: ma porremo nei termini più semplici più schiettamente politici un problema preliminare: Che cosa significa oggi, per proletariato, nazionalizzare le industrie, le banche, il latifondo?

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L’economia capitalistica esce, non soltanto in Italia ma in tutto il mondo, da due gigantesche crisi: la crisi del 1929-32 e la crisi del secondo conflitto mondiale. La prima è stata «superata» attraverso una preventiva, mastodontica svalutazione degli impianti, alla quale ha fatto seguito una riorganizzazione dell’economia borghese nel senso dell’eliminazione dei complessi meno efficienti e di un accentramento sempre più spiccato delle economie nazionali sia attraverso il normale processo della concentrazione di più aziende in pochi complessi orizzontali verticali, sia attraverso l’intervento diretto dello Stato a sostegno di imprese pericolanti d’interesse «nazionale». Lungi dal stabilire il normale funzionamento del mercato internazionale, l’economia capitalistica si orientava così verso la formazione di grandi blocchi economici nazionali od imperiali praticamente chiusi, introduceva la pratica dell’autarchia, e a criteri di strategia politica e diplomatica sacrificava il concetto-base del tradizionale liberalismo economico – il rendimento. L’economia si riassestava così alla meglio, facendo leva su fattori extra-economici serrando tutti rami dell’attività produttiva nelle maglie del controllo statale.

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Il secondo conflitto mondiale portava questa tendenza all’esasperazione. Se il periodo successivo alla crisi è stato in tutti i paesi, pur con forme diverse, l’èra dello sviluppo su scala gigantesca dei grandi complessi industriali e dei monopoli fioriti all’ombra dello Stato-custode o, addirittura, dello Stato-padrone, la guerra è servita di collaudo ed è stata l’esaltazione di questa economia nuova – nuova, beninteso, solo per i gonzi che ancora piangono lacrime di coccodrillo sulla perduta libertà commerciale del primo capitalismo. In realtà quello che si era perduto era tutt’altra cosa: non la libertà economica (entità metafisica che non ha mai trovato la sua realizzazione storica nell’evoluzione del capitalismo), ma il carattere naturale, spontaneo della tendenza dell’attività produttiva. Da frutto naturale del regime della concorrenza, da sano sforzo di superare l’atomismo dei processi di produzione, da prodotto coniugato dell’evoluzione tecnica dell’evoluzione economica, la concentrazione diveniva espressione morbosa della degenerazione dell’economia capitalistica, cresceva sul vuoto, costruiva edifizi artificiosi, economicamente passivi, ma attivi ai fini di un prolungamento dell’agonia borghese. Lo Stato agiva da pompa aspirante e premente riversando nei canali dei nuovi grandi complessi finanziari e industriali il capitale pompato alla «nazione», accollava alla comunità le passività sempre più paurose della cosiddetta economia nazionale. E giustificava quest’esigenza con gli interessi superiori della patria, in funzione, sempre, della guerra presagita già in atto.

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La storia dei nostri complessi industriali dal 1932 (per fissare grosso modo una data d’inizio) al secondo conflitto mondiale si può sintetizzare in un processo di creazione di gigenteschi organismi gravanti enormi passività sul bilancio del Paese (cioè sul bilancio familiare delle classi povere) e fruttanti utili non meno enormi ai capitalisti. In questo senso, la «nazionalizzazione» era già in atto prima che geniali teorici della democrazia progressiva la riscoprissero tra i ferri vecchi del riformismo borghese: l’industria gli istituti finanziari erano già della nazione, nel senso che era la nazione pagarne le spese, a mantenerli come si mantengono le glorie nazionali, i monumenti d’interesse pubblico, i cimeli della storia patria. L’economia di stato era in atto con le caratteristiche tipiche di ogni economia di stato d’origine borghese. Ma la guerra aveva l’effetto di scompaginare le basi, e di mettere ancor più a nudo l’artificiosità di costruzioni nate ad arbitrio in un’atmosfera corrotta da serra calda. La metà (per dir poco) della grande industria si è trovata alla fine del conflitto in questa situazione: impianti mastodontici ma incapaci di funzionare per mancanza di materie prime; impianti mastodonti- ma destinati a lavorazioni artificiose nell’ambiente economico italiano: impianti mastodontici esposti ai colpi di mezza della ben più agguerrita ed efficace concorrenza di gigantesche potenze industriali e finanziarie, come quelle dei vincitori. Impianti, dunque, destinati alla smobilitazione, che non conviene neppure volgere a nuove lavorazioni di pace (tutta l’industria siderurgica, parte dalla metalmeccanica e dalla chimica), o a carattere spiccatamente monopolistico, dilatatisi in un ambiente malsano di assenza d’ogni controllo (come l’industria elettrica) e perciò di sfruttamento intensivo dell’operaio, del consumatore e del contribuente, che sono, nella maggior parte dei casi, la stessa persona.

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Sono queste le famose «industrie chiave» che tratterebbe di nazionalizzare. Nazionalizzare perché? Si dice: per impedire che continuino a dare profitti favolosi ai capitalisti mentre l’operaio soffre la fame: per distribuirne gli utili a chi lavora: per sottoporre al controllo della comunità il funzionamento non solo tecnico, ma soprattutto finanziario della grande industria accentrata accentratrice. Il guaio è che queste aziende non sono più destinate a rendere: sono industrie in parte fortemente danneggiate, in parte tragicamente passive, tanto più passive in quanto non possono lavorare e nello stesso tempo, non possono licenziare personale: industrie dissestate, rovinate, tecnicamente impoverite dalle condizioni di vita create dal conflitto, organicamente incapaci di reggersi una volta spazzata via la bardatura dell’autarchia della guerra che ne aveva «giustificato» (per modo di dire) l’espansione. E allora?

Allora, nazionalizzare queste industrie vuol dire ricostruire industrie che meriterebbero di morire e liberare i capitalisti che meriterebbero di morire e liberare i capitalisti che ancora ne detengono le azioni dal grosso fastidio di farle funzionare in perdita (cioè senza i profitti di un tempo) e di affrontare tutti i rischi economici, sociali, politici della loro trasformazione in complessi industriali di pace: vuol dire acquistare coi soldi della comunità industrie parassitarie assicurando agli ex-proprietari un vitalizio sotto forma di indennità e accollare allo Stato, cioè ai cittadini, le passività che un regime di finanza allegra ha creato e che la ricostruzione aggraverà: vuol dire invitare l’industriale, il finanziere, il latifondista, ad andarsene pure in campagna a godersi il frullo dell’attività o l’inattività passata, che le gatte da pelare della azienda se le prenderà quel del dabben’uomo del «cittadino». E il controllo democratico si risolverà nella sublime soddisfazione di constatare giorno per giorno la lenta rapida agonia, la paralisi progressiva dell’economia nazionale…

Al posto dell’industriale singolo o consorziato si avrà dunque uno Stato-padrone, e poiché questo Stato avrà ceduto, le redini ai partiti della democrazia progressiva, sarà dovere dell’operaio e del contadino rispettarlo, non creargli fastidi, affidarsi a lui: non si sciopera contro lo Stato, specie se ha alla sua testa un «governo di popolo». Si tirerà un po’ più la cinghia per risanare i bilanci non risanabili delle industrie chiave; ma sarà per… il bene di tutti. Quanto agli ex-industriali, dal momento che la nazionalizzazione interesserà un solo settore dell’attività economica e per il resto si farà sempre appello (lo dice perfino la mozione del P.C.I.!) all’iniziativa privata, essi investiranno i capitali liquidi frutto della in industrie redditizie, più piccole magari, meno «di soddisfazione», ma suscettibili di realizzare profitti. In verità, se borghesia protesta per le velleità nazionalizzatrici dell’estremismo dei radicali, non vi viene il sospetto, operai, che lo faccia solo per aumentare il prezzo di vendita delle aziende?

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Il partito del proletariato squalifica dunque in anticipo la vantata politica di nazionalizzazione di cui van riempiendosi la bocca i caporioni del massimalismo piccolo-borghese dei cosiddetti partiti di massa. Lo squalifica non perché voglia il ritorno alle forme tradizionali, privatistiche di conduzione delle aziende, ma perché vede nella «nazionalizzazione» un imbroglio non meno turpe di quelle. Lo squalifica perché non esiste per lui nazionalizzazione seria e socializzazione degna di questo nome, se non si modificano radicalmente i rapporti di classe che stanno alla base dell’economia borghese. Senza questa modificazione, senza questo rivoluzionamento, la «nazionalizzazione» è non soltanto una lustra, una beffa sfacciata, ma il più ardito metodo di conservazione dello sfruttamento capitalistico, la più potente somministrazione di ossigeno al corpo sfiancato del capitalismo. Proprio come, sul piano politico, la democrazia progressiva.

Democrazia progressiva o rivoluzione? Pt.2

La lotta per la costituente

Altro trabocchetto che sta preparando agli operai è quello della Costituente. Dovrebbe essere questa la grande prova, in cui il peso della loro forza, nella speranza di teorici della «Democrazia progressiva», determinerebbe un tale spostamento della politica italiana verso sinistra da influenzare per qualche decennio la vita della nazione trasformandone radicalmente a favore del «popolo» la struttura economico-politica. Oltre alla soluzioni della questione monarchica, si dovrà dunque sostituire un nuovo statuto democratico: quello elargito da Carlo Alberto che si ritiene ormai troppo vecchio per regolare la vita moderna dell’Italia.

La Costituente è il primo traguardo che tutte le forze inquadrate nel CLN cercheranno di raggiungere, con l’insediarsi nelle migliori posizioni strategiche per cercare d’imporre ognuna d’esse al momento opportuno la propria supremazia. Il filo d’ipocrisia che oggi lega i sei partiti sarà presto spezzato e i contrasti che oggi si cerca di contenere e minimizzare si svilupperanno sino a sfociare nella lotta aperta.

Chi sarà il più forte, in quel momento? Non certo il proletariato giunto purtroppo a quel traguardo marciando una strada che non è la sua. Egli ha creduto alla bella invenzione della «Democrazia progressiva» e ha collaborato alla «ricostruzione». Ha perso il suo tempo lavorando per il consolidamento della democrazia, mentre questa «lavorava» per il proprio esclusivo interesse.

Ma anche se le urne della Costituente dovessero dar la vittoria alla classe lavoratrice, questa non si illuda. Il potere esecutivo, il vero potere rappresentato dai carabinieri e dalla polizia, nel frattempo sufficientemente purgati dai partigiani operai che s’illudevano di conservare in essi lo spirito della loro classe, entrerà in funzione allo stesso modo che ha agito negli anni precedenti la presa del potere da parte del fascismo. Allora il proletariato si accorgerà che l’«epurazione» non ha valso a nulla, perché si è dimenticata l’epurazione più importante: quella della classe borghese suo insieme!

La lotta per la democrazia


Oggi tutti inneggiano alla democrazia e ognuno si dichiara pronto a combattere per realizzarla e difenderla. E’ interessante però rilevare la diversità di nome datale dai partiti borghesi del CLN e da quelli proletari. I primi la chiamano semplicemente «Democrazia», i secondi invece la caratterizzano come «Democrazia progressiva». Vi è forse qualche differenza sostanziale fra l’una e l’altra denominazione? No! Tutti i sei partiti vogliono le stesse cose, parlano lo stesso linguaggio, si battono per gli stessi obiettivi. Siccome però, fino a prova contraria, l’esistenza delle classi è una realtà che nessuno può negare, questo fronte unico realizzato è molto sospetto, e una delle due classi – leggi il proletariato – è turlupinata della parte avversa e da chi tenta di fargli credere che «progressivamente» esso riuscirà a spezzare le catene della propria servitù.

La parola al compagno Lenin

Lenin ha scritto sulla democrazia un prezioso opuscolo intitolato «La dittatura del proletariato e il rinnegato Kautsky» e l’ha scritto nel 1918, in un periodo cioè in cui preso com’era dalle prime difficoltà del potere conquistato, era il meno indicato per trattare questioni teoriche. Ma il compagno Lenin, col suo grande senso pratico, sapeva benissimo quel che occorreva alla fine della guerra. Egli indicò al proletariato di tutto il mondo la sola strada da seguire per liberarsi dalla schiavitù capitalistica, e cioè: lotta contro l’imperialismo e la democrazia borghese; lotta contro la democrazia riformistica (oggi la chiamano progressiva); conquista violenta del potere; instaurazione della dittatura del proletariato. In quel periodo burrascoso per la rivoluzione russa, egli si sobbarco anche questa fatica non solo per smascherare Kautsky, il rinnegato di allora, ma tutti quelli che sarebbero venuti più tardi a predicare la collaborazione del proletariato con la borghesia in nome della democrazia.

«E’ naturale – scrive Lenin – che un liberale parli di «democrazia» senz’altro. Ma un marxista non dimenticherà mai di domandare: per quale classe? Tutti sanno per esempio che le rivolte di schiavi nell’antichità resero subito manifesto che l’essenza dello Stato era la dittatura dei proprietari di schiavi. Tale dittatura distruggeva le democrazia fra i proprietari di schiavi? E’ noto a tutti che non era questo il caso.

«Il «marxista» Kautsky dice qui una cosa mostruosamente insensata e falsa, perché ha dimenticato la lotta di classe…

«Perché della tesi liberale e menzognera posta da Kautsky se ne possa fare una marxista ed esatta, bisogna dire: una dittatura non deve affatto significare la soppressione della democrazia per quella classe che esercita tale dittatura di fronte alle altre classi. Essa tuttavia significa incondizionatamente l’eliminazione o l’essenziale limitazione della democrazia, che equivale a una specie di diminuzione, per quelle classi contro cui la dittatura è esercitata.

Le inequivocabili parole di Lenin spiegano perché i partiti borghesi del CLN parlino semplicemente di «Democrazia» senza bisogno di aggettivi qualificativi. Si tratta della loro «democrazia», che non ha niente di comune col proletariato al quale si lasciano in godimento soltanto le libertà che non intralcino il sistema di sfruttamento e di dominio dittatoriale del capitalismo. La borghesia ha stabilito con cura i limiti entro cui la classe operaia può vivere «liberamente»: in tempo di pace, lavorare coi salari da essa imposti anche se risultano insufficienti a procurarsi gli alimenti più indispensabili; in caso diverso, sopportare le le miserie della disoccupazione. In tempo di guerra, morire sui campi di battaglia per difendere la patria borghese, che è esclusivamente borghese e in cui il proletario ha la funzione dello schiavo; in caso diverso, subire la fucilazione per diserzione.

Naturalmente, a guerra finita, adoperando la solita retorica mistica infarcita dei soliti luoghi comuni, si farà appello al patriottismo del proletariato perché torni a lavorare. Lo si compiangerà per i sacrifici sopportati, cercando di dimostrargli che le sofferenze sono state divise da tutti, ricchi e poveri. Si esalterà l’opera da macellaio ch’è stato costretto a compiere a danno del proprio fratello straniero come un’azione della più pura moralità. Ma, quando gli operai cominceranno a chiedere che le tristi condizioni di vita in cui sono stati ridotti a causa del conflitto vengano migliorate, il linguaggio benevolo e paterno sarà sostituito da quello meno riguardoso del guardiaciurma, e l’artiglio del «padrone» rispunterà minaccioso per imporre la propria volontà, che è quella del comando senz’appello. Se le masse di schiavi proletari si rifiuteranno di ubbidire ciecamente alle imposizioni che verranno loro fatte, allora, per imbrigliarlo e sottometterlo, si ricorrerà ai giri di vite del fascismo.

La mistificazione della democrazia «progressiva»

Se dunque i partiti borghesi rappresentati nel CLN sono storicamente in regola pretendendo d’imporre la «loro democrazia», non lo sono i due partiti che in esso rappresentano gli operai. Che cosa è la «Democrazia progressiva»? Mistero! Si tratta forse di ottenere per suo mezzo delle migliorie politiche e economiche a favore del proletariato? Per questo non era il caso di con la qualifica di «progressiva»: quella «riformista» di Turati, Treves, Rigola, Prampolini di tutti i controrivoluzionari italiani e stranieri bastava per dimostrare come la disgrazia peggiore che possa capitare agli operai sia quella d’imbrancarsi per quella via e credere ai «grandi capi» che la sostengono ed esaltano.

Che Si tratti di democrazia pura, al disopra cioè di tutti e di tutto, e a cui ognuno deve ubbidire e inchinarsi riverente, pronto a mettere a sua disposizione il meglio delle proprie forze intellettuali e materiali? Ecco quanto in proposito scrive Lenin:

«Se non si vuol parlare a scherno del buon senso umano e della storia, naturalmente non si deve parlare “Democrazia pura”. Finché vi sono classi differenti, si può parlare solo di democrazia di classe. Osservazione incidentale: Quella di “Democrazia pura” è un’espressione che non solo attesta piena ignoranza e incomprensione per la lotta di classe e l’essenza dello Stato, anche doppiamente e triplicemente vuota di senso; perché nella società comunista la democrazia si trasformerà, diverrà abituale, «morrà» ma non sboccherà in “Democrazia pura”. Questa è la frase menzognera del liberale che vuol trarre in inganno i lavoratori. La storia conosce la democrazia borghese che mise fine a quella del Medio Evo, e la proletaria che raccoglierà l’eredità di quella borghese».

Ma è forse di quest’ultima, della democrazia proletaria, che intendono parlare i socialisti e centristi? In questo caso, non è più possibile continuare il giuoco dei bussolotti escogitato per far passare la merce avariata del riformismo sotto la nuova etichetta della «Democrazia progressiva». Per arrivare alla democrazia proletaria, o socialista, o comunista che dir si voglia bisogna abbattere prima il regime borghese, e instaurare la dittatura del proletariato creando lo «Stato Operaio» come potere transitorio, e abolirlo in seguito con le classi ancora esistenti mediante la trasformazione dell’economia dalla forma capitalista in quella comunista. Solo allora si potrà avere la «Democrazia proletaria», quella definitiva, «abituale» come la chiama Lenin. Ma non è certamente il caso di credere che i campioni della «Democrazia progressiva» abbiano in questo momento tempo e la voglia di pensare a questo complicato meccanismo rivoluzionario, occupati come sono nell’abbattere la monarchia e preparare la Costituente…

Dittatura del proletariato: ecco la nostra parola d’ordine!

La situazione politica europea del 1945, se ha molti punti di somiglianza con quella del 1918, è però molto più grave per la borghesia internazionale; ed è perciò ch’essa tenterà di usare qualsiasi mezzo per non lasciarsi sommergere dalla forza rivoluzionaria del proletariato. Per ora, essa ha trovato un aiuto insperato nei partiti proletari che, sotto la bandiera della «Democrazia progressiva», le permettono di tirare ancora per qualche tempo il fiato e di dominare la situazione; ma non si salverà ugualmente. Lo squilibrio mondiale ha assunto proporzioni di tale gravità, che neanche «i mezzi forti» potranno frenare e contenere la marcia rivoluzionaria del proletariato mondiale. Questo dovrà perciò affrontare risolutamente il problema della conquista del potere e imporre la propria dittatura.

«Fra la società capitalista e quella comunista – scrive Carlo Marx – sta il periodo di trasformazione dell’una nell’altra. A ciò corrisponde anche un periodo di transizione politica, nella quale lo Stato non può essere altro che la dittatura del proletariato».

Dittatura del proletariato: ecco la parola d’ordine da contrapporre a quella controrivoluzionaria della «Democrazia progressiva»!

Vi sono delle mansuete e belanti persone che protestano di non voler più sottostare a nessuna dittatura dopo che hanno provate le delizie di quella fascista, come se dipendesse da loro l’evitarlo o da altri il favorirlo. Ma dittatura borghese sul proletariato è una realtà storica, ed esiste già ora anche se il periodo in cui siamo di recente entrati è caratterizzato dal reggimento democratico. E’ appunto per il fallimento e l’impossibilità di governare anche con questo mezzo – e gli avvenimenti grandi e piccoli lo dimostreranno ogni giorno agli operai – che il proletariato dovrà anch’esso «storicamente» imporre la propria dittatura, la quale non ha niente di comune con quella degli individui, ma è dittatura di classe che si sovrappone ad un’altra dittatura – quella borghese – ed essendo questa in pieno disfacimento per aver esaurito la sua funzione storica dialetticamente la elimina. Dittatura del proletariato come mezzo transitorio per instaurare l’economia comunista, dittatura del proletariato per sconfiggere definitivamente il nemico secolare e gettare le basi una società in cui regni veramente la giustizia, dove l’uomo non uccida più il suo simile, dove il lavoro sia onorato dalla solidarietà collettiva e dove il merito sia riconosciuto non al più ricco e al più potente, ma all’uomo che mette volontariamente a disposizione della società il meglio delle forze intellettuali o materiali che possiede.

Le proteste di quelle mansuete e belanti persone, assieme al lavorio controrivoluzionario dei teorici della «Democrazia progressiva», non potranno spostare, limitare o diminuire lo storico avvenimento in atto che spazzerà il marciume borghese e i suoi difensori aperti o camuffati. La palese incapacità del sistema borghese di reggersi oltre è dimostrata dagli avvenimenti tragici che abbiamo di recente vissuto e da quelli che osserviamo ogni giorno svolgersi sotto i nostri occhi.

La guerra spaventosa appena finita in Europa non sarà l’ultima, anche se un’oligarchia di pochi stati ha la pretesa di amministrarla per assicurarne il funzionamento di una vita democratica. In realtà, la scintilla della nuova catastrofe partirà appunto da oro, dai loro contrasti d’interessi, dalle loro contese per assicurarsi i mercati per smaltire l’eccessiva produzione che fra poch’anni comincerà a pesare sul commercio mondiale. Gli stati succubi, cioè la stragrande maggioranza, forniranno la carne da cannone con più larghezza che in passato. Altro che ricostruzione e democrazia progressiva.

Il proletariato deve abbandonare la sua falsa posizione attuale. Soltanto la lotta di classe scongiurerà una nuova guerra con tutti i suoi orrori. Bisogna voltare le spalle a chi vuole aggiogarci al carro borghese in nome di una teoria che da ormai mezzo secolo ha dimostrato d’essere esiziale per la classe operaia: il riformismo, oggi ribattezzato in «Democrazia progressiva». Deve seguire gl’insegnamenti di Marx e Lenin, che condannano severamente tale opportunismo controrivoluzionario, e puntar diritto alla conquista del potere. Questa è, per l’operaio, «la via e la vita».

Luigi Gilodi parla di Mauthausen e Gusen

Torino, fine luglio

In una delle sedi della Sezione di Torino si è svolta una serata in onore al compagno Luigi Gilodi, reduce del campo di deportazione di Mauthausen.

Il comp. Paolino ha presentato ai convenuti il comp. Gilodi, ricordando ch’egli è stato uno fra i primi riorganizzatori di quel movimento comunista di sinistra che doveva poi diventare l’attuale Partito Comunista Internazionalista.

Nel rivolgergli il benvenuto -a nome di tutti i compagni, il comp. Paolino ha ricordato quali sono le origini di quest’organizzazione proletaria contro il giogo capitalistico, le cui basi in Torino furono appunto gettate col concorso del compagno Gilodi, sempre in testa fra quelli che noi possiamo chiamare «i pionieri dell’Ideale».

Nessuno voglia però immaginare, ha detto il compagno Paolino, il compagno Gilodi un intellettuale, un cosiddetto signore; no, egli è un operaio che conosce l’estenuante lavoro, un uomo che ha sofferto le stesse pene di tutti i proletari, un uomo però che per rompere le catene della schiavitù ha abbracciato l’ideale comunista con una fede che gli è valsa anni di dura reazione fascista ed in ultimo quella ancora più grave del campo di concentramento nazista. Eppure dopo d’aver passato fra tutte queste prove, egli ritorna a noi con la fede intatta e con gli stessi principi rivoluzionari di prima.

Quando il comp. Gilodi ha preso parola si è fatto fra di noi un grande silenzio, tutti eravamo ansiosi di sapere cos’era successo in quell’inferno. Le sue parole hanno uno spiccato accento piemontese, le sue frasi non sono fiorite di belle espressioni, ma semplici perché scaturiscono dal cuore.

«Sono stato tratto in arresto – egli ha detto – il giorno 12 marzo 1944. Il giorno successivo partimmo dal carcere di Torino in circa 600 persone, fra le quali parecchi compagni. Adunati nel cortile, prima della partenza, un tale Roberto delle brigate nere, non meglio identificato, ci annunciò che da quel momento si passava sotto l’autorità tedesca. Uno degli arrestati esclamò: “bella roba”, al che il suddetto Roberto volle subito sapere chi avesse lanciata tale esclamazione e non avendo ottenuto alcuna risposta disse: “Ricordatevi che da questo momento siete sotto l’autorità tedesca, e non sappiamo neppure se farete ritorno alle vostre case, e che del piombo per voi ce ne sarà sempre».

Ci condusse rinchiusi in un carro bestiame sino a Bergamo dove ci fermammo tre giorni nel carcere locale senza quasi nulla da mangiare. Durante il viaggio verso la frontiera alcuni fra i più avventurosi, saltando dai finestrini dei carri o sveltendo le assi del pavimento, riuscirono a buttarsi dal treno in corsa; purtroppo parecchi ci hanno rimesso la vita, ma quelli che sono riusciti a fuggire in questo modo hanno evitato quattordici mesi di orrori del campo di concentramento. E quanti ne abbiamo lasciati lassù! Poveri compagni nostri assassinati dalla brutalità nazista!

Il 20 marzo 1944 giungemmo a Mathausen. Era una giornata di freddo intenso, e come se non bastasse anche la natura si scagliava contro di noi, perché il vento, il gelo e la neve straziavano le nostre carni. Ci lasciarono così all’aperto dalle 7 del mattino alle 4 pomeridiane. Poi ci condussero all’ufficio matricola dove ci fecero svestire, lasciandoci completamente nudi in uno stanzone affatto riscaldato. Ci diedero quindi una camicia, un paio di mutande e degli zoccoletti aperti, cacciandoci nuovamente fuori sotto le intemperie, dove ci lasciarono per tre quarti d’ora circa. Era soltanto l’inizio delle nostre tribolazioni. Il trattamento in quel campo si dimostrò subito terribile, a notte avevamo un pagliericcio, sul tipo di quelli da campo, in sei, sul quale ci si doveva arrangiare per dormire: ad ordine dell’aguzzino delle SS ci si doveva lasciare cadere tutti e sei contemporaneamente sul pagliericcio, i ritardatari venivano percossi a randellate finché non si erano sistemati al loro posto.

Il giorno 23 ci portarono a Gusen, che dista circa tre chilometri da Mathausen, per passarvi la quarantena, ma la maggioranza era subito condotta a lavorare alla cava, alla miniera o all’officina. Il trattamento sul posto di lavoro supera in ferocia quello che ci era riservato sul campo. Se, ad esempio, la capacità fisica dell’individuo non era in grado di riempire bene il badile di terra, erano suon di vergate; se poi, in seguito ai colpi ricevuti, il disgraziato cadeva, gli aguzzini continuavano a picchiare finché non si rialzava oppure finché non sopravvenisse la morte. Inoltre i tedeschi avevano l’ordine, quando usciva la squadra per andare al lavoro, di ritornare con cinquanta in meno, e talmente erano ligi a questi ordini criminali che alla sera non solo tornavano con cinquanta in meno, ma sessanta, settanta e anche ottanta. Il sistema di eliminazione era quello anzidetto: uccisi a bastonate. Tutte le sere durante l’appello ne cadevano dieci o dodici, estenuati dal denutrimento e dalle percosse subite. Durante il giorno i loro corpi venivano portati all’infermeria e poi bruciati.

E come non essere sfiniti, con il nutrimento che ci davano? Per colazione, una brodaglia nera, chiamata caffè, a pranzo due terzi d’un lito di minestra, per cena un quarto di pane, un pezzettino di salame (piccolo piccolo) ed ancora del caffè. Tanta era la fame da noi patita che, finito di mangiare, si andava a cercare le bucce di patate nelle pattumiere.

Dopo un po’ di tempo di questo sistema di vita, i più deboli erano costretti a farsi ospitare nell’infermeria, ed era proprio qui che la raffinatezza della sbirraglia hitleriana si manifestava nel suo più orrendo aspetto. Infatti quei poveretti, ormai diventati l’ombra di sé stessi, non servivano più per il trastullo della canaglia nazista, ed allora venivano passati al blocco N.31, dove non ricevevano alcun nutrimento. Quando poi erano diventati dei veri cadaveri viventi, venivano soppressi con un’iniezione, quindi cremati.

Ma non bastava. Pensate che quei criminali avevano ideato una tortura che consisteva nel mettere il paziente sotto la doccia finché la morte sopravveniva. Quando poi a quei delinquenti nati saltava l’estro, mandavano i ricoverati in infermeria al bagno, dove venivano inviati completamente nudi camminando sulla neve e rifacendo sempre nudi un chilometro di strada. La maggioranza dei poveretti si ammalava si polmonite e, naturalmente, era lasciata morire. Tanti erano i morti, che il crematorio di Gusen non riusciva più a bruciarli tutti; il lavatoio era pieno zeppo delle salme dei nostri poveri compagni, così pieno che era ormai quasi impossibile andarci a lavare: inoltre lo stato di avanzata putrefazione ammorbava l’aria. Il comandante di Mathausen, un colonnello delle SS, impiccato a Gusen dagli anglo-americani, prima di morire ha detto queste testuali parole: “ormai so quello che mi aspetta, ma prima che mi giustiziate voglio che sappiate che avevo l’ordine di sopprimere tutti i deportati prima dell’arrivo degli alleati: voi mi avete preceduto, se no, state certi che avrei seguito l’ordine; non ho potuto farlo, quindi ne subisco le conseguenze”. Questo, mi pare sia un tipico esempio di cinismo nazista. Infatti parecchio tempo prima dell’arrivo degli anglo-americani era già stato sperimentato il sistema per sopprimerci. Circa 1200 dei nostri compagni (600 per giorno) sono stati rinchiusi in una camera nella quale è stato immesso il gas. Alcuni di questi poveretti cercavano di rompere le finestre per salvarsi, ma fuori le SS e i pompieri, armi alla mano, sparavano senza pietà sui miseri che cercavano scampo, uccidendoli.

Ma per la soppressione in massa di tutti voi, in vista dell’arrivo degli alleati, era stato ideato un altro sistema più spiccio che desse la possibilità di eliminare in breve tempo tutti i 17000 superstiti. Per tale scopo veniva utilizzata una galleria dove si lavorava. L’uscita era già stata otturata, nell’ingresso poi era stata collocata una mina, che, brillando al momento opportuno, avrebbe ostruito anche l’entrata costringendoci in tal modo a subire le esalazioni dei gas immessi nella galleria stessa. Anche per questo, come per tutti gli altri generi di torture, avevano fatto esperimenti di questo tipo: ad una data ora del giorno si suonò l’allarme e tutti i deportati furono spinti a bastonate nell’anzidetta galleria. In quel frangente ognuno cercava di salvarsi dalle bastonate, ed è successo che parecchi sono stati buttati a terra, travolti dai compagni dall’impeto della fuga. Quando poi fummo tutti dentro, si cominciò a sentire un malessere strano, che in un primo momento si imputava al caldo, ma che poi alla vista di circa duecento nostri compagni caduti a terra asfissiati, abbiamo capito essere il gas immesso nella galleria, anche perché cominciammo a sentire pure noi i primi sintomi di soffocamento. Fortunatamente la mina che avrebbe dovuto ostruire l’entrata non era stata fatta brillare, ed allora si è ripetuto in senso inverso quello accaduto nell’entrare.

Finalmente, proprio mentre eravamo sulla piazza del campo inquadrati in attesa dell’appello (le SS erano già fuggite alcuni giorni prima e la guardia nazionale, venuta a rimpiazzare le SS, se n’era andata anche lei un giorno prima), il giorno 5 maggio alle ore 17, sentimmo un gran gridare ed un battimani all’ingresso del campo; erano le avanguardie anglo-americane che arrivavano. Finiva così il supplizio durato quindici mesi: purtroppo, soltanto un esiguo numero di noi poteva gioire della liberazione. Gli altri, i martiri, dormono in quel luogo di dolore, e la loro cenere e le loro ossa, che ricoprono le strade di quegli luoghi, testimoniano la spietata ferocia di un regime creato dal capitalismo per sopprimere e soprattutto annientare il proletariato».

Il comp. Gilodi ha poi chiuso la sua relazione, che abbiamo dovuto riassumere, dicendosi lieto di essere sfuggito alla tremenda morte perché con le forze fisiche che gli rimangono dopo la tremenda prova subita, e le forze morali non soltanto intatte ma rafforzate dal desiderio di vedere finalmente fatta giustizia da tutte le mostruosità create dal capitalismo, potrà ancora dare il suo modesto contributo all’ideale comunista, ed ha incitato i compagni presenti a lavorare con coscienza affinché si avvicini sempre più il giorno del trionfo della nostra causa: la rivoluzione proletaria.