Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1953/8

Sull’elettore una lacrima

Non parliamo delle complicazioni tecniche della prossima competizione schedaiola. Hanno, certo, la loro parte, poiché è difficile pensare come l’elettore comune se la sbrigherà, essendo chiamato a votare contemporaneamente con due sistemi diversi, per partiti collegati in una e divisi nell’altra, per candidati che qui si abbracciano e là si fanno il broncio. Non parliamo neppure della fungaia di partiti, movimenti e contrassegni, nella quale sarà condannato a trovare la strada. Vogliamo alludere all’atmosfera generale in cui i capocomici del mondo borghese hanno voluto che le elezioni avvenissero.

In realtà, l’elettore che si fosse addormentato quindici giorni fa e solo ora si risvegliasse, avrebbe forse l’impressione di atterrare dal mondo della luna; ma chi non ha dormito ha sopportato un bombardamento propagandistico tale da stordirlo forse più di chi semplicemente dormiva. Fino a pochi giorni fa, sulla scena internazionale, gli schieramenti di guerra si fronteggiavano con l’arme al piede: di qui il bene, di là il male (a seconda della prospettiva di chi guardava); di qui capitalismo, di là socialismo (per chi ci credeva), e la convivenza pacifica fra i due era bensì auspicata come un pio desiderio, ma era sempre ribadita la necessità di crociate liberatrici o da questo o da quello dei contendenti. La scena, in piccolo, alla buona, si ripeteva in campo interno, essendo ormai riconosciuto da tutti che i fronti interni sono come le piccole onde di una tempesta esterna, e meccanicamente la riflettono: anche sul fronte interno, dunque, avversari irriducibili si fronteggiavano, e dalla sconfitta dell’uno o dell’altro (sconfitta incruenta, schedaiola) pareva che dipendessero i destini dei singoli e dell’universo.

Adesso? Adesso, precipitosamente, i contendenti-crociati di Oriente e di Occidente si scambiano cortesie, prigionieri e, fra poco, anche merci; il cielo è tutto un volo di colombe; la convivenza pacifica non è più soltanto possibile, come avrebbe detto il defunto Generalissimo, ma necessaria; gli americani non sono più seminatori di bacilli in Corea; i governanti russi non sono più, a detta dei giornalisti in viaggio d’istruzione a Mosca, quei mostri che la stampa ufficiale americana dipingeva, ed è un frettoloso correre al tavolo delle trattative, un gareggiare in zelo cristiano e in pia fratellanza. I candidati in giro d’affari sulle piazze d’Italia rischiano, per forza d’inerzia, di lanciare contumelie e strali ad «avversari» che qualora la situazione evolvesse proprio così, ridiventerebbero, finite le elezioni, amici e colleghi di gabinetto. Davvero, l’elettore in cabina suderà otto camicie per orientarsi, in questo ginepraio: e non è detto che prima del 3 giugno la scena non sia di nuovo cambiata.

Egli non ha capito che, fra capitalisti, pace e guerra sono ugualmente possibili giacché tutte due sono «affari», e tutto sta a stabilire, volta per volta, quale rende di più; che i due «contendenti» sono non i crociati di due mondi diversi, ma i concorrenti alla fetta maggiore dello stesso mondo, ugualmente imperialisti e rapinatori; che, per il fatto stesso di prospettare la loro coesistenza pacifica, si confessano appartenenti alla stessa classe, giacché se due classi opposte rappresentassero, non accetterebbero di convivere in pace ma tenderebbero a distruggersi a vicenda; che, a loro volta, i partitoni «nazionali» sono sempre e organicamente pronti a ridarsi la mano, oggi o domani, come ieri. Egli non l’ha capito, altrimenti non correrebbe all’urna, ma a mezzi più persuasivi di affermazione.

L’elettore andrà a sbrogliare la sua matassa, né possiamo illuderci di togliergli la benda dagli occhi. La sbrogli o no, questa volta come tutte le altre volte il suo voto obbedirà non ai dettami misteriosi della coscienza o della «volontà popolare», ma all’attrazione di giganteschi campi magnetici internazionali su pagliuzze di ferro inconsapevoli, sballottate di qua e di là nel gorgo dell’imperialismo. E la scena, dopo sudate otto camicie, sarà esattamente la stessa di prima.

Taccuino dell’Urna

Risparmi

Scrive il Corriere d’Informazione (11-12 aprile) che la spesa dello Stato (prescindiamo dunque dalle spese dei partiti, dei sindacati, degli enti vari, e degli aspiranti alla medaglietta) per le elezioni abbinate al Parlamento e al Senato ammonteranno a 9-10 miliardi. E poi dicono che in Italia si investe poco!

D’altronde, chi trovasse un po’ forte la spesa si consoli: se le elezioni non fossero state abbinate la spesa complessiva sarebbe stata superiore. Che amministratore solerte dei nostri quattrini, il caro Alcide!

Case contro schede

Gli elettori si preparano ad essere bombardati di promesse dai candidati alla scranna montecitoriale. L’on. De Martino, democristiano, ci ha pensato fin da ora: offre a chi voti per lui un piano di rapidissima costruzione di alloggi a buon mercato. La mossa è pubblicitariamente felice, data la fame di case che circola: il suo motto è «la tua scheda e una capanna». Via delle Botteghe Oscure non mancherà di sfornare un progetto più vistoso. La realizzazione di questi ed altri piani? Alla vigilia di una successiva campagna elettorale.

Maccheroni o bistecche?

Leggiamo sulla Stampa che il Partito nazionale monarchico, alias Lauro, ha sviluppato l’iniziativa della distribuzione di pasta, olio e pomodoro ai suoi elettori in pectore aprendo mense popolari dove i maccheroni saranno serviti già cucinati.

L’elettore dovrà scegliere fra Partito della bistecca e Partito dei maccheroni. Prevediamo che una «terza forza» offrirà l’una e l’altra.

Economia capitalistica

Quanto costa una portaerei? Il gen. Valle, che da settimane sta conducendo sul Tempo una insistente campagna per la riattivazione dell’industria aeronautica nazionale, è partigiano della scuola di alta strategia che considera le portaerei come un’arma superata, sia per le velocità enormemente superiori degli aerei basati a terra rispetto a quella delle mastodontiche basi aeree galleggianti che sono appunto le portaerei, sia per la sopraggiunta invenzione dell’arma atomica. Egli, in conseguenza delle sue esposte vedute, sostiene con i suoi amici la tesi della priorità dell’aviazione sulla marina, e delle basi aeree terrestri sulle lente portaerei. Per corroborare di dati la sua tesi, che è poi una delle opposte tendenze esistenti negli Stati Maggiori del mondo, il generale ci informa sul costo delle portaerei di 60.000 tonnellate e precisamente della «Forrestal» e della «Saratoga», che saranno pronte ad entrare in linea rispettivamente alla fine del ’54 e del ’55.

Le due unità, dice il gen. Valle, costano ciascuna – a vuoto – 130 miliardi di lire e, aggiungendovi il costo delle cento navi di scorta, protezione e rifornimento, necessarie al loro esercizio, si giunge alla cifra di 1600 miliardi di lire. Se vi pare poco, rassicuratevi; altre otto sono preventivate. Un facile calcoletto istruisce sul costo complessivo della flottiglia: 16.000 (sedicimila) miliardi di lire. Ma non crediate che il gen. Valle si scandalizzi per l’enorme dispendio di forza di lavoro e di materie prime. Egli e i suoi amici dello Stato maggiore vorrebbero che trionfasse nel Governo americano la tesi di coloro che vorrebbero dedicare la stessa somma, magari centuplicata, al potenziamento dell’aviazione di base a terra. Gli economisti e i generali non sanno «economizzare» diversamente.

L’affare Dreyfus in lingua russa

Facciamo una facile profezia. Se Malenkov riuscirà a mantenere il potere, sfuggendo agli odi mortali delle correnti e fazioni che vegetano nel retroscena della dittatura moscovita, la sua figura fisica sarà ben presto circonfusa da un alone glorioso. Sì, perché Malenkov sta dimostrando di amare i colpi sensazionali, le folgoranti rivelazioni, le storie romanzate, che in ogni tempo, ma specialmente nel nostro, hanno assicurato ai governanti l’ammirazione superstiziosa delle folle. Ultimo capitolo del romanzo politico del governo Malenkov rimane, fino al momento in cui scriviamo (che cosa uscirà dalle uova pasquali che il Signore del Cremlino certamente tiene in serbo, non si può prevedere), rimane la revisione del processo imbastito contro i medici-assassini, accusati a suo tempo di aver procurato la morte a Zdanov e Scerbakov con metodi di cura volutamente sbagliati.

Trattandosi della seconda puntata di un romanzo giudiziario, è di prammatica riassumere l’antefatto. Dunque, il 13 gennaio dell’anno in corso, l’Agenzia ufficiale russa Tass diramava un comunicato sulla scoperta di «un gruppo di medici terroristi, avvenuta nella U.R.S.S.». Gli incriminati erano nove di cui cinque ebrei. I loro nomi non importano. Quali le risultanze dell’istruttoria condotta dagli organi del Ministero della Sicurezza? «I criminali hanno confessato che, approfittando della malattia del compagno A. A. Zdanov, essi ne diedero una diagnosi sbagliata e, nascondendo l’affezione al miocardio, di cui egli soffriva, gli prescrissero un regime assolutamente contrario a quella grave malattia e che abbreviarono pure la vita del compagno A. S. Scerbakov, prescrivendogli un regime nocivo che ne provocò la morte. I primi attentati dei criminali furono diretti contro quadri militari dirigenti, per indebolire così la difesa del Paese. Essi cercarono di fare ammalare il Maresciallo Vassilievski, il Maresciallo Govorov, il Maresciallo Koniev, il generale Scemienko, l’ammiraglio Levcenko ed altri, ma l’arresto ha sventato i loro vili piani e i criminali non sono riusciti ad attuare i loro scopi».

All’epoca, secondo il governo russo, non esisteva possibilità di equivoco dato che i colpevoli avevano confessato pienamente, addossandosi tutti gli addebiti. Vecchia storia. Tutti coloro che, da vent’anni, sono incappati nelle epurazioni staliniane hanno dovuto confessare. L’unico che non volle farlo, Leone Trotzky, lo si dovette giustiziare senza processo a Città del Messico.

Il movente degli assassini e degli attentati apparve chiaro come la luce meridiana, grazie, si intende, alle confessioni degli incriminati. Costoro dovevano vuotare il sacco fino in fondo, sapientemente lavorati da funzionari e torturatori professionali del Ministero della Sicurezza. Infatti, la Tass poteva tranquillamente affermare: «È stato accertato che tutti questi medici — questi assassini, mostri del genere umano, i quali hanno calpestato la sacra bandiera della scienza — erano al soldo dei servizi segreti stranieri». Manco a dirlo, i servizi di spionaggio, di cui i medici assassini si confessavano strumenti, erano individuati nel campo americano ed inglese. Anzi fu montata tutta quanta una storia romanzesca (che fosse tale lo dicono ora gli stessi gerarchi del Cremlino) su tenebrosi intrighi che i medici spioni avrebbero intessuto con l’Intelligence Service e il F.B.I. americano, attraverso l’organizzazione ebraica Joint. Che putiferio doveva scatenarsi! La stampa occidentale accusò di falso la propaganda russa; gridò alla conversione del Cremlino al razzismo antisemita; lo Stato d’Israele ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca. E la polemica di partito! I giornali stalinisti del mondo intero ripeterono le accuse di Mosca, facendo a gara nel trovare gli epiteti più ingiuriosi contro gli «assassini in camice bianco». In Italia, Togliatti difese pubblicamente, in Parlamento, l’operato delle autorità russe, incitandole, se possibile, ad una maggiore durezza nella lotta contro i «nemici del popolo» al soldo dell’imperialismo anglo-americano. Giornalisti del calibro morale di Pastore, Robotti, Ingrao scrissero sull’Unità requisitorie a 4000 gradi di temperatura, scagliando contro i loro degni compari delle redazioni anti-russe l’accusa di complicità con gli assassini russi…

Giorno 4 aprile 1953, colpo di scena. I medici assassini hanno confessato… il falso. Erano innocenti, e le confessioni furono ottenute con la tortura dai funzionari del Ministero della Sicurezza. Mistero della diplomazia russa! In un solo giorno il Cremlino dava ragione alla stampa mondiale imperialista, e torto marcio ai redattori dei fogli stalinisti, i quali poco mancò non chiedessero, in gennaio, di deporre in tribunale contro i medici-assassini. Il comunicato del Ministero degli Interni russo parlava con la stessa imperturbabile chiarezza del comunicato Tass che metteva al bando dell’umanità gli uccisori di Zdanov e Scerbakov. Premesso che una revisione dell’istruttoria era stata effettuata, il comunicato continuava: «La verifica ha dimostrato che le accuse contro le suddette persone (i medici incriminati) erano false e che le prove documentarie sulle quali gli indagatori si erano basati erano senza fondamento. È stato accertato che le deposizioni degli arrestati, che avrebbero confermate le accuse loro mosse, erano state ottenute dagli addetti all’investigazione dell’ex Ministero della Sicurezza di Stato mediante l’impiego di metodi di indagine (leggi: tortura) che sono inammissibili e rigorosamente proibiti dalle leggi sovietiche. Gli arrestati (seguivano i nomi) sono stati dichiarati completamente assolti dalle accuse di terrorismo, sabotaggio e spionaggio e sono stati rimessi in libertà» (Unità, 5-4-1953).

Il comunicato concludeva annunciando che le persone colpevoli di aver svolto irregolarmente l’inchiesta erano state arrestate. Gli accusatori prendevano dunque in gattabuia i posti degli accusati. Il 17 aprile, l’Unità riportava un articolo della Pravda, che annunciava l’arresto dell’ex vice ministro della sicurezza statale Riumin. Come nei romanzi per signorine, i buoni e gli onesti finivano col trionfare; i malvagi venivano raggiunti dal meritato castigo. Mentre, però, il movente dei presunti delitti dei medici era stato, se non scoperto, verosimilmente fabbricato dai funzionari della Sicurezza statale, nulla si è saputo sugli scopi, evidentemente politici, che i capi sconfessati si ripromettevano di raggiungere scavando la fossa, previa fucilazione alla nuca, ai medici. Riumin è stato accusato di aver agito come un nemico dello Stato, di aver preso la via delle avventure criminali, violato la legge sovietica e ingannato il governo. Ma, non comparendo nella requisitoria contro Riumin e soci la solita accusa di intelligenza con i servizi segreti stranieri, non si fa un’induzione attendibile dicendo che l’incriminazione dei medici prima e la messa in istato di accusa e in galera dei loro aguzzini poi, debbono rappresentare le prove di un sotterraneo quanto feroce scontrarsi di fazioni e di correnti all’interno della classe dominante e di Governo russa? Difficile personalizzare le correnti e le camarille in conflitto; ma che uno stato di disunione e di contrasto esista nelle sfere politiche moscovite, è provato dal fatto che, qualche giorno dopo l’incarceramento del gruppo di Riumin, il Comitato Centrale del P. C. russo procedeva all’espulsione dal proprio seno di S. D. Ignatiev, segretario del C.C., motivando il provvedimento con l’asserzione che costui, da appena un mese insediato nella carica, aveva dato «prova di cecità politica e di dabbenaggine», accreditando le risultanze delle investigazioni condotte dal suo subordinato Riumin. All’epoca, Ignatiev ricopriva infatti la carica di Ministro della Sicurezza di Stato.

Nello Stato che l’Unità decanta come il più granitico e compatto del mondo, ecco quanto avviene. La cosa piccante poi è che l’incriminazione dei medici avvenne con Stalin governante. La gloria eterna, cioè ancor più durevole dello stesso sistema solare e della Via Lattea gratificata a Stalin, non rimarrà un tantino offuscata dalla cecità del geniale Capo scoperta dal suo allievo Giorgi Malenkov? Visto che per la strada di Stalin si sono ammazzate tante persone, valeva la pena, per evitarne il deterioramento, che si scannassero i medici anche se innocenti, no? E poi chi ci toglie il dubbio pirandelliano che i veri colpevoli siano gli innocenti? Deve essere come pare alla Pravda?

L’affare Dreyfus, che sconvolse la scena politica della fine del secolo scorso, cominciò con l’incarceramento di un innocente, accusato dallo Stato Maggiore francese di spionaggio ed alto tradimento. Poi, si scoprì che i colpevoli dei reati ascritti al capitano Alfredo Dreyfus erano proprio i suoi persecutori. Fu una cosa addirittura pulita di fronte alla sua versione russa. Ma oggi, in assenza degli Zola e dei France, imperando il giallo e il fumettismo applicato alla propaganda politica e al giornalismo, imperversando i redattori della Pravda, anche una vicenda tipicamente dreyfusiana scende al livello di una indecente pornografia scritta da funzionari emorroidali. Quanto marcio è il mondo borghese!…

The Farce of Stalinist Insurrectionism Has Been Consumated

The day of March 29, the date of the shameful parliamentary and political defeat brought about by the social-stalinist opposition on the ground of the vote on the majority electoral law, was to conclude in a scurrilous manner the long-standing fable about the illegalism of the PCI.

The farcical epic of Stalinist insurrectionism began on April 25, 1945, when the demo-Catholic-Stalinist partisan bands received from the Allied command the notice that the German armies were on the rout and that it was therefore time to use the machine guns dropped by parachute on the mountains by the American aircrafts, together with cans of meat, chewing gum and Chesterfields. Until that day, which was jokingly called National Liberation and was nothing more than a descent from the mountains, the signal of the green light having finally appeared in the valley, partisanism “had been hibernating”. Since then, not a day has gone by that the propaganda of the PCI has not collected a lavish interest from the investments in glory and insurrectional heroism made in close collaboration with the Anglo-American powers advancing from the “Gothic Line”. Since then, the commanders of the Volunteers of Freedom, who had become colonels and generals several hundred meters above sea level, sported the smirk of the smoke-black insurgent and told all Italians, in the pages of Unità and Avanti, to keep the peninsula under the perennial threat of the resumption of partisan hostilities and civil war.

To believe it were, throughout this period, just those who from the Republic of Salò, protected by German tanks, threatened, by the mouth of Graziani, to administer a merciless Night of St. Bartholomew to the pro-allied partisan crouching in the caves of the Apennines, but never found the courage to face… the nuisance of a sleepless climb to the shelters of the adversaries. They too were waiting for an advance that did not come: the German advance that, according to Goebbels, should have thrown the Anglo-American armies overboard. Today, as if nothing had happened, using the inexhaustible rot of Italian rhetoric, they also work to build a glorious epic with the facts of crime of which they were unfortunate protagonists.

We have never believed in the insurrection of the PCI despite the snickers of Longo, Moscatelli, Valerio and their officers. We have never believed in it, because those who wait to have behind them powerful armies, masters of the sky, sea and land, in order to fight, cannot claim to continue (forgive the disrespectful comparison) the traditions of the fighters of the Paris Commune, who rose up not against one, but two armies united in spite of the state of armistice, or those of the Bolshevik revolutionaries who rose up in the daring revolutionary enterprise to which both coalitions of belligerents of the First World War had to react.

By the same token, we always refused to consider the so-called revolution of the four black-shirted assholes who in 1922 staged the March on Rome with the permission of the police headquarters as anything other than a macabre farce.

So we have not commented otherwise than with a smile of pity, which befits the bragging of the “cardboard hoodlums”, the boisterous threats formulated in Unità, on the eve, shit, not even that, just a few hours before the imposition of the majority law. Malenkov’s armies were far away and the Russian General Staff was intent on flirting with its Anglo-American colleagues; nor did the Italian police headquarters, which on that occasion brought out tanks and armored cars, showed any signs of harboring benign intentions towards the leadership of the Communist Party.

How, then, could it not be supposed, even for a fleeting moment, that in the face of the government’s open illegalism and the insulting behavior of the liberal Catholic majority in the Senate, the leadership of the PCI had paid the bills of exchange signed on April 25, 1945? If it had been the Russian armies at the Brenner Pass and the American aircraft carriers at the bottom of the Mediterranean, well then, we would have seen some movement, and Togliatti would be the new Garibaldi as conqueror and Longo as Nino Bixio. But in that eventuality, Scelba would have been careful not to present the majority law, and soon the leaders of the MSI would have pulled out the certificates of good conduct issued at the time of the National Liberation Committee. But so what: no overwhelming offensive of mighty armies took place on March 29. How would you like the fierce warriors, the fearless heroes, the retired revolutionaries of the PCI to do anything other than what is vulgarly indicated by the expression of “couldn’t hold it in their pants”? And indeed they couldn’t!

And yet, within hours of the vote of authority on the majority electoral law, which would drastically reduce the PCI’s seats in Parliament, despite the fact that it had regained its votes on April 18, thus combining damage with mockery, L’Unità had published a searing sign of defiance. The poor sap historian, who three thousand years from now will read the March 29 issue of L’Unità without bothering to read the issue that followed it, would swear that in the night between March 29 and 30, 1953 a terrible revolution broaek out in Italy. Indeed, he’ll find the following phrases: “No subversion of parliamentary rules will be tolerated, no impairment of the prerogatives of the Senate, no limitation of the regulatory and constitutional rights of the Opposition”. And again: “De Gasperi has the boot kept on his neck. If the government dares to attempt to trample on these rules (parliamentary and constitutional), more than it has already done, the response will be exemplary: in the Senate, where the Opposition is fighting admirably, availing itself of its good right and great successes (!) obtained, and in the country where the people’s voice is raised higher and higher in these crucial days”. Verbatim.

Well, what happened was that on the evening of March 29, the Christian Democrat government not only “dared to attempt to trample”, but trampled, like a pig tramples on mud, on the famous sacred order of Parliament and the Constitution. The parliamentary norm was subverted, the prerogatives of the Senate undermined, actually ridiculed; the rights of the Social-Communist and Monarcho-Fascist Opposition treated with s… in the face. But nevertheless, in spite of the threats made by L’Unità, the leadership of the PCI did not react, did not give the “exemplary response”, limiting itself to ordering the “revolution of the tablets” in the Senate. Indeed, if the former heads of the partisan democratic insurrection managed to slap the fat faces of the rich Christian-Democrat deputies, they were not able to dodge some well-aimed kicks to the derriere in the comic melee that followed. The general strike proclaimed as a sign of protest was so embarrassing it’s better to not even bring it up. The only truly general strike to be recorded in post-war Italy was that of July 14, 1949, at the time of Palmiro’s assassination attempt, but maybe it succeeded because it was not wanted by the leadership of the PCI, which, much more energetically than the disoriented police forces, succeeded in crushing the insurrectional ambitions of the masses. On that occasion, the Italian working class truly believed, and was atrociously mistaken, that it was defending its leader: on the proclamation of the general strike of March 20, however, many illusions had fallen in the meantime, and the great majority of the workers refused to fight to keep the seats of the social-communist parliamentarians, who had not been able to keep them. Such was the “response” of the PCI and of Nenni’s servants, in Parliament and in the country.

The pulp novel of the PCI rebelliousness ended like the tragicomic story of the protagonist of Petronius Arbiter’s famous novel. When the hero finally meets his beloved, he realizes that he lacks, shall we say, the prerequesites for copulation. On March 29, the Social-Stalinist Opposition should have kept the commitments it made on April 25, 1945 as a heroic defender of democracy; it should have responded to the government’s act of force with proportionate extreme measures; it should, in keeping with the alleged insurrection against the regime that had arisen from the Fascist coup d’état, have responded accordingly. But when the moment to rise up came, the PCI crouched down and whined about its own misfortune, sending couriers to Einaudi to implore his intervention against the government (!). Eight whole years of frenzied exaltation of partisanism went down the drain. We have seen that the insurrectional rebelliousness of the PCI had the same vigor as the “a leather soaked in water” to which Petronius Arbiter compared a certain anatomical feature of his character. Called to marriage by the Goddess Insurrection, the PCI reported suck, complaining of an insurmountable marital impotence.

To raise its tone a bit too much, having had the balls to define what the government’s action actually was – a full-scale coup d’état – and drawing the necessary consequences meant, for the PCI, frightening the petty-bourgeois and big-bourgeois herds that politically graze “on the left”, thus losing the bourgeois voters who still flirt in the shadow of the Picasso dove. In order to keep them, they preferred to coward themselves in an act of extreme self-degradation. Well, keep them, if you need their votes to grab the seats in parliament. But only the fools will be able, after March 29, to continue to believe, Mr. General Luigi Longo and Mr. Colonel Walter Audisio a.k.a. Valerio, that the PCI really led an insurrection against the established order.

Inchieste sui braccianti

L’Istituto Doxa ha svolto la solita inchiesta «col metodo del campione» sulle condizioni di vita di alcune categorie agricole. Si sa che cosa sono queste inchieste: sommarie nel metodo di rilevazione, cervellotiche nella scelta delle domande; bisogna prenderle con beneficio d’inventario, cioè ritenendo sempre un tantino più nera la situazione reale rispetto a quella rappresentata. Ragione di più per tenerne conto: il quadro che ne risulta, fatta la debita tara, basta largamente a condannare un regime.

L’inchiesta si riferisce ai braccianti settentrionali e meridionali; fa un solo fascio di condizioni molto diverse. Prendiamola per quel che è. Una precedente rilevazione aveva dato, per i braccianti agricoli, un reddito annuo medio per famiglia di 340.000 lire contro 592.000 del reddito annuo familiare sul totale della popolazione. I risultati dell’inchiesta odierna (dicembre 1952) sono ben lontani da quell’ottimistica (e pure spaventosa) cifra: infatti, tenendo conto dei salari medi, del medio numero delle giornate di lavoro, dei proventi di altri membri della famiglia, le entrate di puro lavoro della famiglia bracciantile media (insistiamo che si tratta di un personaggio fittizio, cioè appunto medio) risultano dell’ordine di 180-200 mila lire all’anno; aggiungete regalie e retribuzioni in natura (comprese le nerbate del padrone o le cariche della Celere?) e sarete molto al di sotto delle cifre 1948. Si aggiunga che la media dei giorni di lavoro effettivo compiuto nell’anno è di 204 giorni (ma il 22% ha risposto di aver lavorato fra 151 e 200 giorni, e il 14% da 71 a 100!).

Ancor più significative sono le risposte generiche a domande altrettanto generiche: traspare un fondo di disperazione. «Non mangiamo abbastanza», «non riesco a trovare lavoro», «poca paga e molto lavoro», «ho molti bambini», «non si può vivere», «si guadagna poco e si muore di fame», sono un continuo e angoscioso leit-motiv. Richiesti quale pensino che sarebbe il guadagno mensile giusto per una famiglia come la loro, il 26% rispose: 30 mila, solo il 20% 40 mila; e sembra di vederli toccare il cielo col dito. Richiesti se sperano di divenire proprietari di un terreno in un futuro non troppo lontano, il 44% ha risposto: «Impossibile; ridicolo; non può succedere». Il 43% emigrerebbe, se appena fosse possibile.

La riforma agraria? Meno male, il 23% risponde che non è una cosa seria, che è un imbroglio; il 12 per cento non ne ha mai sentito parlare; le risposte negative o evasive superano le positive (d’altronde caute). Lasciamo stare le domande e le risposte «politiche»: non ci fidiamo. Ma ci sembra caratteristica la cautela dell’intervistato: nelle risposte si avvertono la diffidenza, il sospetto, la paura. «Nessuno può aiutarci», «non so», «nessuna risposta», altro motivo ricorrente.

In tutto questo, nulla di nuovo; lo sapevamo da un pezzo. Ma è interessante che ce lo dicano, con molti riguardi e smussando gli spigoli, proprio gli organismi «ufficiali» o quasi. Il che non impedirà loro di riempirci le tasche con la retorica della «vigoria» e «sanità» contadina. Sfido, è la sorda sopportazione dello sfruttamento. Per ora; domani, i braccianti che «non sanno» e dichiarano che la situazione è «irrimediabile» e «nessuno può aiutarci», sapranno dimostrare anche agli statistici (per i quali, tuttavia, non sarà un «campione» probante) che conoscono la loro strada.

Confindustria, CGIL e siderurgia

Nel penultimo numero abbiamo pubblicata una documentata critica del progetto di legge per la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica presentato dalla opposizione social-comunista in Parlamento. Ne mettevamo in risalto il movente demagogico e l’assoluta mancanza di contenuto «socialista», provando come, a termini del progetto, il passaggio della proprietà e della gestione delle industrie siderurgiche e meccaniche nelle mani dello Stato conserverebbe intatti il carattere e il funzionamento di azienda capitalista alla vagheggiata impresa di Stato. I nostri argomenti erano raggruppati in due ordini:

  1. La Costituzione del Consiglio di Amministrazione della proposta Azienda di Stato lascia inalterato il controllo del Governo, cioè del comitato di interessi della borghesia sull’importante ramo della produzione che si pretende demagogicamente di sottrarre con la nazionalizzazione allo sfruttamento capitalista. Infatti, il progetto prevede che su 22 membri del Consiglio solo 6 dovrebbero essere rappresentati da delegati dei Sindacati, essendo i rimanenti esponenti dei Ministeri dell’Industria e Commercio, del Tesoro, delle Finanze, della Marina Mercantile, delle organizzazioni padronali (3) degli agricoltori (1) degli artigiani (1) e via di seguito. Tutte le nomine dovrebbero essere approvate dal Capo dello Stato e dal presidente del Consiglio: oltre a trovarsi in minoranza, gli «esponenti degli operai» ammesso che si trattasse di autentici lottatori, e non di volgari opportunisti, dovrebbero ottenere dunque il nullaosta del Governo, del Governo dei capitalisti. Non basta. Altro mezzo molto efficace di controllo sarebbe esercitato dal Governo mediante il sovvenzionamento dell’impresa. Come, dunque, il popolo, il famoso popolo, riuscirebbe a controllare la siderurgia nazionalizzata?
  2. Il carattere capitalistico dell’azienda nazionale della Siderurgia invocata dai parlamentari social-comunisti e dalla F.I.O.M., risulta, molto meglio che sul terreno delle istituzioni, su quello dei compiti. Come sarebbe gestita la massa di impianti e di mano d’opera, una volta passata sotto il controllo diretto e la proprietà dello Stato? Già provammo che non si farebbe nulla di diverso da quello che fa qualunque impresa privata, un qualunque consiglio di Amministrazione di una qualunque società per azioni. Il progetto parla chiaro: aumento della produzione, ammodernamento degli impianti, diminuzione dei costi di produzione (art. 5). Mettemmo in risalto la stridente contraddizione che esiste tra la richiesta frenetica di rinnovamento dell’industria nazionale, patriotticamente sognata dallo stalinismo, e la pretesa di difendere il posto di lavoro agli operai. È nota la concatenazione delle cause: rinnovamento degli impianti, cioè nuovi investimenti, producono (altrimenti non varrebbero la spesa) maggiore produttività degli impianti, cioè sostituzione della macchina all’uomo. Altra via per arrivare alla sospirata meta della diminuzione dei costi di produzione non esiste, economicamente parlando. Per questa ragione (imprescindibile nel regime capitalistico delle aziende e dei bilanci aziendali) gli operai delle società siderurgiche stanno vivendo ore di angoscia. I vecchi impianti vengono smontati; al loro posto, o in altre aziende consociate nella Finsider (Cornigliano, Piombino, Bagnoli) ne sorgono di nuovi ad alto potere produttivo che rendono superflua parte della mano d’opera. 

I vecchi impianti offendono la coscienza patriottica del P.C.I. e della F.I.O.M., sempre pronti a sbandierare gli ultramoderni ritrovati della tecnica russa, e a gridare, per ingraziarsi le simpatie elettorali degli esportatori, contro gli alti costi di produzione delle merci italiane. Si vuole quindi che lo Stato intervenga con il suo potere di irregimentazione e il suo denaro a somministrare una cura ricostituente alla siderurgia nazionale, la quale, nonostante i piagnistei, gode già i favori dello Stato tramite l’I.R.I.. Si chiedono nuovi investimenti, impianti più potenti, abbassamento dei costi di produzione: le stesse cose cioè che la Finsider, mediante il piano Sinigaglia, sta perseguendo ed attuando. Aggiungendosi poi che il progetto social-comunista prevede il riscatto dei titoli degli azionisti mediante trasformazione delle azioni presenti sul mercato in obbligazioni garantite dallo Stato, e generatrici di un interesse al 5%, non si capisce in che la siderurgia nazionalizzata si diversificherebbe dalla siderurgia para-statale, semi-nazionalizzata quale esiste oggi. Tuttavia, la F.I.O.M. e la Finsider fanno mostra di combattersi.

Recentemente sono comparsi due documenti ufficiali, emanati dalle «parti in lotta», i quali stanno a provare appunto la perfetta concordanza di concezioni sui compiti dell’azienda, sia essa vista sotto la veste giuridica privatistica, sia sotto quella statalista, fra i pretesi rappresentanti della classe operaia, annidati negli apparati dei Sindacati e dei Partiti pseudo socialisti, e i dichiarati esponenti del Capitale in una controversia politica, che serve unicamente la conservazione del capitalismo.

Chiaro appare il parere espresso dalla Finsider per bocca del suo presidente ing. Sinigaglia. Questi, alla fine di marzo, esaminava la situazione e le prospettive dell’industria siderurgica in una intervista al giornale economico milanese 24 Ore. Veramente, le dichiarazioni del Sinigaglia miravano a controbattere certe accuse di monopolismo mosse all’industria italiana da una rivista americana (da quale pulpito veniva la predica!), ma contengono prese di posizioni che hanno una diretta attinenza ai termini della polemica (sterile polemica) suscitata dalla C.G.I.L. sul tema doloroso dei licenziamenti nelle industrie siderurgiche.

Non potendo esaminare passo per passo l’intervista del magnate della Finsider, ci limiteremo a stralciare il punto più importante per gli operai: quello riguardante i licenziamenti. Affrontando tale punto, scabroso, l’ing. Sinigaglia, come ogni industriale degno di questo nome, si rifaceva al problema dei prezzi. Negato che i prezzi siderurgici italiani siano circa il doppio di quelli esteri, egli ammetteva che la differenza si aggira fra il 20 e il 30%. Poi passava ad esaminare le cause di questo notevole scarto, che raggruppava sotto quattro voci. Quali? Risparmiamo al lettore le solite lamentele sulla intensità della pressione fiscale, sui costi del rottame che in Italia sarebbe il quadruplo di quello registrato in Inghilterra e il triplo di quello registrato in Germania (a questo punto l’intervistato coglieva l’occasione per additare la creazione di impianti a ciclo integrale, di cui gli operai stanno appunto pagando le spese sotto forma di licenziamenti e miseria, come una condizione necessaria per ovviare in parte al maggiore costo del rottame). Sorvoliamo pure sull’altro «fattore di svantaggio» che contribuirebbe a tenere alti i costi di produzione, e cioè l’alto costo del denaro.

Soffermandosi invece sul capoverso che l’ing. Sinigaglia intitolava schiettamente: «Il gravame della mano d’opera». Il passaggio contiene chiaramente esposta la spiegazione del fenomeno dei licenziamenti: «Si pensi che, con un impianto moderno, si possono ora produrre fino a 200 tonnellate-anno di acciaio per unità lavorativa (e in America, anzi, il livello è ancora più alto), mentre in Italia siamo ancora ad un rendimento di 80-90 tonnellate-anno per operaio. Tale enorme differenza è dovuta in parte alla arretratezza degli impianti (il che tormenta i sonni dei nazionalisti alla Di Vittorio) e in parte all’eccesso della mano d’opera, nonché all’ovvia necessità, d’ordine politico-sociale, di graduarne nel tempo gli alleggerimenti (leggi: licenziamenti) connessi col ridimensionamento dei vecchi impianti e con la creazione di impianti moderni, i quali ultimi, peraltro, assorbono (ricordate che è il presidente della Finsider che parla) un numero notevole di lavoratori (il che, secondo la nuda realtà, è falso; diciamo noi)».

Per comodità di discussione, sarà meglio interrompere la citazione, e passare all’esame del memoriale che in data 29 marzo 1953 (Unità dello stesso giorno) la segreteria della C.G.I.L. inviava a De Gasperi e Campilli. Ci siamo impegnati a dimostrare che le richieste dei sindacati stalinisti in merito alla crisi siderurgica coincidono a puntino con le pretese degli industriali. Ed allora facciamo parlare le scartoffie firmate da lor signori.

Sfrondando il memoriale della solita zavorra di parole, atte a commuovere e null’affatto a realizzare alcunché di concreto, le richieste della C.G.I.L., in ordine alla «salvezza delle aziende minacciate e per la soluzione del problema siderurgico», si riducevano alle seguenti: 1) piano a lungo periodo per lo sviluppo della produzione siderurgica attraverso l’effettuazione di investimenti organici, in primo luogo nelle aziende sotto il controllo statale. 2) un piano di finanziamento del mercato di sbocco all’interno dei prodotti siderurgici e meccanici, potenziando ed ampliando gli strumenti di finanziamento ai fini dell’industrializzazione del Mezzogiorno e della meccanizzazione dell’agricoltura. 3) Riorganizzazione del settore siderurgico e meccanico controllato dallo Stato, unificandone la direzione industriale. 4) Protezione dell’industria nazionale contro i tentativi di penetrazione commerciale dei monopoli stranieri.

Tutto qui, almeno per quello che riguarda l’assoluta concordanza fra le rivendicazioni della C.G.I.L. e quelle dei famosi «gruppi monopolistici», cui Di Vittorio minaccia (a vuoto) di tagliare la testa. Infatti, il primo punto concorda appieno col programma della Finsider. Il piano Sinigaglia (di cui migliaia di operai stanno pagando le conseguenze) non si prefigge, forse, e non ha di già attuato in parte un programma organico di investimenti, miranti all’ammodernamento degli impianti? D’altra parte, la distinzione che nel campo siderurgico la C.G.I.L. istituisce fra aziende private e aziende «sotto controllo statale» è pura demagogia, dato che, come abbiamo dimostrato altra volta, lo Stato controlla attualmente, attraverso l’I.R.I., la quasi totalità dell’industria siderurgica, sicché chiedere al governo di sovvenzionare le «aziende siderurgiche sotto controllo statale» equivale a invocare lo stanziamento di fondi statali a favore della Finsider, e cioè dei signori azionisti che la F.I.O.M. dice di voler cancellare dalla faccia della terra.

Per quanto riguarda il secondo punto, in cui si chiede al Governo di facilitare il finanziamento del mercato di sbocco interno dei prodotti siderurgici, abbiamo già sentito le doglianze dell’ing. Sinigaglia: fate lavorare la zecca per noi, e in compenso sarà possibile abbassare i prezzi (eterna canzone), per cui i cafoni del Mezzogiorno saranno messi in grado di acquistare i prodotti della meccanica. Quel che vuole il presidente del massimo trust siderurgico italiano è insieme l’oggetto dei patriottici desideri del segretario della C.G.I.L. e membro della Direzione del P.C.I.: Fateci la carità, voi del Governo, di permetterci di abbassare i prezzi dei prodotti meccanici, e noi ci impegnamo a trasformare il Mezzogiorno in una sorta di bacino della Ruhr. Oh, come canta bene la sirena confederale… e come le sue note armonizzano con quelle uscite dalle gole dei nostri capitalisti. Che sarà, un effetto di contatti telefonici?

Il terzo punto, poi, è un autentico esempio di come si sfondino le porte aperte, dato che tutti i cani delle strade d’Italia sanno fin dalla nascita che al mondo non esiste paese in cui l’industria, specie quella siderurgica, sia più unificata, coccolata e imbeccata dallo Stato, che in Italia. Basti dire che la Finsider, alias I.R.I., alias lo Stato di Roma, controlla più del 50 per cento della produzione siderurgica (la percentuale aumenta se si aggiunge la produzione della Cogne). Che vuole la C.G.I.L.? Che anche le aziende siderurgiche ora fuori dal cartello statale vi entrino? È proprio quello che sta facendo la Finsider, che costringe alla chiusura aziende anche importanti, e si avvia al raggiungimento del controllo totale della siderurgia. In quanto al quarto punto (difesa dell’industria nazionale contro le invadenze della concorrenza straniera) ci sarebbe da ridire, se non si trattasse di combattere contro le manovre di istupidimento delle masse condotte dalla C.G.I.L. e dal P.C.I. Dire al capitalista di difendersi dalla concorrenza straniera o locale importa poco, è come supplicare un lupo di mantenersi i denti in buono stato. Se poi il capitalista, o un Consiglio di Amministrazione, è tanto fesso da farsi fregare, e i sindacalisti e i parlamentari dei partiti che si dicono del proletariato gli insegnano il modo migliore di fregare il concorrente anziché farsi fregare, che significa ciò, se non che i capi del proletariato hanno reso un ottimo servizio al capitalismo? Eppure, nei manifesti elettorali, il P.C.I. e la C.G.I.L. si producono alle folle sotto le vesti di feroci nemici dello sfruttamento capitalista, e di paladini del socialismo…

Un punto controverso, una zona di conflitto, esiste pur tuttavia fra padronato siderurgico e burocrazie confederali: lo scottante problema dei licenziamenti. L’ing. Sinigaglia, e con lui si intende indicare il padronato e la Confindustria, non ha peli sulla lingua. Concludendo la sua dichiarazione sui problemi della mano d’opera, egli così si esprimeva: «È opportuno sottolineare che i licenziamenti di operai non sono dovuti né al Piano Finsider né al Piano Schuman, ma semplicemente alla urgente necessità di abbassare i costi di produzione dell’acciaio per consentire una vita più sana all’industria meccanica, alla quale è interessato un numero di operai enormemente maggiore di quello addetto alla siderurgia». Più che giusto! Dire che i licenziamenti non sono dovuti né al Piano Finsider né al Piano Schuman, ma solo alle conseguenze degli investimenti e dell’installazione di nuovo macchinario, equivale a dire la verità, e al capitalismo, che non può esistere senza rivoluzionare continuamente, senza fare investimenti, cioè senza sostituire ai vecchi impianti altri più produttivi. Signor Sinigaglia, certamente siete un nemico del socialismo; ma, bisogna riconoscervi il merito di parlar franco. Così facendo, dimostrate chiaramente quel che siete: uno strumento per tradurre in ordini spietati le feroci esigenze del Capitale. Non così fanno purtroppo i presunti capi della lotta contro il capitalismo, i napoleoni delle Direzioni dei partiti pseudo-proletari e delle Confederazioni opportuniste, i quali, mentre si inchinano reverentemente agli appetiti del Capitale e chiedono investimenti su investimenti, aumenti di produzione su aumenti di produzione, ammodernamenti su ammodernamenti, hanno poi la suprema faccia tosta di presentarsi come difensori degli interessi degli operai. Sono i nemici occulti del socialismo, come voi, egregio ingegnere, siete, insieme con i vostri pari, i nemici palesi…

Torniamo all’argomento. I licenziamenti che fanno respirare meglio le aziende in fase di riordinazione, immergono migliaia di famiglie proletarie nella disperazione. Quale prova più eloquente che il capitalismo e proletariato sono termini inconciliabili, per cui il progresso dell’uno significa ribadimento della schiavitù dell’altro? Pure, i burocrati della C.G.I.L. pretendono di accordare gli opposti interessi, di favorire nel caso specifico il progresso tecnico ed industriale della siderurgia e di allontanare dal proletariato lo spettro del licenziamento e della fame. Ebbene, cosa propongono allo scopo? Una misura tipica del protezionismo statale capitalista. Si legge infatti nel progetto di legge per la nazionalizzazione della siderurgia – che discende dalle stesse premesse tenute presenti nella stesura del memoriale della C.G.I.L. – un articolo (n. 15) in cui è prevista la costituzione di un fondo di dotazione della proposta Azienda Nazionale siderurgica di 100 milioni di lire. Egualmente invocando la revoca o la sospensione dei licenziamenti in corso, il memoriale della C.G.I.L. chiede «adeguate misure finanziarie». Tutto ciò significa che la C.G.I.L. propone di addossare allo Stato la spesa di quella massa di salari che il rinnovamento tecnico della siderurgia rende superflua. Non occorre essere indovini per supporre che la Finsider, se il Governo acconsentisse alla transazione, non avrebbe alcuna necessità di operare i licenziamenti odierni, visto che a fornire il denaro per i salari della mano d’opera esuberante provvederebbero i contribuenti.

La posizione della C.G.I.L. è dunque quella tipica dell’opportunismo. Essa tende a creare una zona di intesa fra interessi del Capitale e del lavoro salariato (impossibile su scala sociale) nell’ambito dell’azienda. La C.G.I.L. chiede di collaborare con la Finsider per costringere lo Stato ad aprire la borsa in nome dell’egoistico interesse dell’azienda. Infatti, dato che lo Stato non può stampare carta moneta a volontà, le sovvenzioni alla Finsider necessariamente comporterebbero il disinvestimento dei capitali statali da altri rami della produzione sovvenzionata (cantieristica, idrocarburi, Cassa del Mezzogiorno, ecc.), per cui la revoca dei licenziamenti all’Ilva o alla Terni sarebbe pagata dalla classe operaia con le riduzioni di lavoro e i licenziamenti in altri rami della produzione. È questo, che vuole la C.G.I.L.? Non è detto apertamente, e si capisce il perché, ma lo si desume dalle richieste confederali. Così, la lotta sordida delle categorie prende il posto della lotta di classe, l’opportunismo aziendista soffoca il classismo rivoluzionario, la nazionalizzazione rafforza le aziende e alimenta l’aristocrazia operaia.

Che bisogna dunque volere? La volta scorsa promettemmo di esporre la tesi nostra, ma, essendo necessario anzitutto sapere che cosa bisogna non volere e non fare, abbiamo preferito dedicare un altro articolo alla parte critica e negativa della discussione. Bisogna anzitutto che gli operai si convincano della verità incontrovertibile che la nazionalizzazione delle imprese non elimina, in quanto conserva le aziende e la contabilità aziendale fondata sull’entrata e sulla uscita espressa in denaro, il carattere capitalistico della produzione. Bisogna anzitutto che gli operai comprendano come la politica economica dei falsi partiti socialisti collimi coi canoni fondamentali dell’economia capitalista. Del resto, noi non possediamo la ricetta per sanare i mali del capitalismo: se essa esistesse, come pretendono i sindacalisti alla Di Vittorio, a che varrebbe auspicarne la morte? La mossa iniziale della distruzione del capitalismo non può giocarsi sul terreno delle riforme economiche, ma su quello dell’insurrezione armata contro il potere dello Stato politico borghese. La volta prossima sarà quella buona, speriamo, per anticipare gli effetti che il colossale rivolgimento nell’organizzazione della produzione e della distribuzione dei beni economici provocherà nel campo siderurgico.

Quinto: libertà di contagiare

Caro «Programma»,

poiché ti sei interessato della lebbra nel Sud Italia, ti invio questa nota sulle cure e previdenze dei paesi «civili» nei riguardi degli appestati.

Citiamo da «Sapere» Hoepli: «Il Figaro del 26-1-53 segnala che il numero dei lebbrosi nel mondo si aggira sui 10 milioni; l’India da sola ne annovera 3 milioni; 2 milioni vivono in Africa. Come è noto in Europa i lebbrosi sono ridotti a poche migliaia».

Nel suo fascicolo 419-420 «Sapere» ricordava che la scoperta di due rimedi, il sulfone e la promacetina, giustificava la speranza che la lebbra potesse essere guarita.

Non sembra però che il mondo civile si interessi estremamente al problema della lebbra; esistono, è vero, numerosi lebbrosi; ma secondo Il Figaro «il numero degli ammalati assistiti non supera i 100.000 pari all’1% dei colpiti».

Noi più non ci meravigliamo: l’era dell’acciaio non può essere tanto pronta e sensibile alle cure della vita.

Umberto

La “mungitura su giostra”

Nelle grandi aziende agricole, condotte con criteri prettamente capitalistici, e specialmente in quelle attrezzate per l’allevamento del bestiame, la mungitura costituisce una operazione produttiva che, se fatta a mano, richiede un forte impiego di mano d’opera, e quindi un’alta spesa in salari. Messi di fronte all’imprescindibile problema dei costi, gli imprenditori seguono il criterio ormai immutabile di meccanizzare il lavoro, anziché ridurre i salari. Come del resto avviene nell’industria, ove l’aumento della produttività per introduzione di mezzi meccanici permette di ridurre la massa degli operai occupati, sostituiti in parte dalle macchine, e, nello stesso tempo di mantenere, anzi di aumentare, i salari degli operai rimasti a carico dell’azienda. Nell’agricoltura, fino a quando non furono inventate le mungitrici meccaniche, il problema della riduzione dei costi, in questo importante settore agricolo, rimase insoluto, perché è praticamente impossibile ricorrere alla decimazione pura e semplice della mano d’opera, quando non esiste un mezzo meccanico che rimpiazzi gli operai licenziati. Ma oggi la tecnologia ha superato persino la mungitrice meccanica, permettendo un risparmio sulle spese salari (che in regime capitalista significa disoccupazione e miseria delle famiglie operaie) di gran lunga maggiore. È stato infatti inventato, e funziona già, un apparecchio che munge 300 vacche all’ora.

Ricaviamo dal giornale economico 24 Ore: « Negli Stati Uniti, nel Canada, in Olanda, Danimarca, Inghilterra, Australia, paesi in cui la produzione del latte ha un’importanza non trascurabile nell’economia agricola, sono andate diffondendosi rapidamente le mungitrici meccaniche, ogni giorno perfezionantisi in questo o quel dettaglio. Ove però la mungitura riguarda un numero notevole di vacche, e in serie meglio si adatta, si è pensato di farvi partecipare, per un’economia ancora più spinta del lavoro umano (leggi: riduzione dell’impiego di mano d’opera) le vacche stesse, in quegli atti che possono essere compiuti da loro senza che il mungitore intervenga. Di qui, pertanto, la idea della mungitura rotatoria, su piattaforma mobile e dell’avviamento ad essa ed il ritorno in stalla degli animali addomesticati all’uopo.

« L’intera attrezzatura per la mungitura di tale genere, è chiamata, nei Paesi di lingua inglese, « rotolactor » od anche « mungitura su giostra », perché i soggetti nel corso dell’operazione vengono trasportati proprio come se fossero su una giostra.

« L’edificio che contiene la piattaforma girevole, ha un diametro interno di 22 metri circa e un’altezza di poco più di quattro metri e mezzo. Tre settori circolari concentrici lo compongono. Il primo è formato da una pedana di cemento che gira tutto intorno e serve di camminamento per il personale di servizio. Il secondo è costituito dalla piattaforma di acciaio girevole su cui possono essere munte 50 vacche alla volta. Il terzo, situato nel centro, è dato da un corridoio a spirale che mette in comunicazione le stalle ad un livello più basso, con la pedana di cemento. L’ambiente è illuminato a giorno da lampade al neon la cui luce viene riflessa in basso dal soffitto rivestito di lastre di alluminio che funzionano da specchio metallico.

« Le vacche, all’ora della mungitura, in fila indiana, risalgono la rampa a spirale ma prima di entrare nella sala della mungitura, vengono sottoposte al lavaggio delle mammelle.

« Mentre la piattaforma è già in moto lento, le vacche attraversano la pedana di cemento e vanno a disporsi nelle diverse poste vuote distribuite sulla piattaforma girevole. Lì un addetto provvede ad asciugare loro le mammelle rapidamente e ad effettuare l’attacco dell’apparecchio mungitore. Perché gli animali durante la mungitura non abbiano a muoversi e a farsi male, un giogo metallico le tiene ferme. Il latte estratto dalle mungitrici passa quindi a mezzo di tubature tenute sterili alla pesatura e successivamente, sotto la spinta di una pompa centrifuga, ai locali di lavorazione. Mentre la mungitura è in atto, le vacche mangiano prendendo l’alimento da una rastrelliera. Al termine dell’estrazione del latte, la quale coincide con un giro di piattaforma per animale, il giogo metallico e la rastrelliera si alzano automaticamente sopra la testa di ogni vacca, cosicché, resasi libera, può tornare in stalla per lo stesso corridoio di dove è venuta ».

L’abbiamo già detto, l’impianto permette di mungere 300 vacche all’ora. Quanti uomini richiede la manutenzione? Soltanto 14. Un impianto di mungitura rotante sorge attualmente in Australia; nell’azienda agricola del Parco di Camden, che ha nelle proprie stalle da 1100 a 1250 vacche. Un semplice calcoletto ci dà che sono sufficienti poco più di quattro ore per mungere l’intero armento. Così, con una semplicità estrema, la tecnica moderna liquida definitivamente uno dei più ancestrali mestieri che ha accompagnato l’uomo fin da una epoca lontana decine di migliaia di anni: la mungitura a mano. Ma la storiografia ufficiale continuerà ad interessarsi delle degenerazioni di Hitler o delle gravidanze di Elisabetta II. A dispetto degli storici idealisti una invenzione del genere, sia pure inerente a mammelle di vacche lattifere, esercita certo una influenza sugli avvenimenti molto più reale che le conferenze stampa del Presidente degli S. U. Essa segna infatti il raggiungimento di una premessa importante che, insieme con molte altre, permetterà di sconvolgere l’economia capitalista, e costruire sulle sue macerie la produzione socialista. Potrà sembrare molto prosaico agli sfaccendati e agli elegantoni, ma il socialismo non sarà né l’effetto di grandiosi gesti né la meravigliosa metamorfosi delle coscienze: non avremo bisogno, una volta preso il potere e imposto la dittatura ferrea del proletariato armato, di plasmare uomini e donne « nuovi »; basterà organizzare i mezzi produttivi che ora il capitalismo sperpera nella orgia dell’affarismo, e indirizzarli verso l’obiettivo di ridurre la giornata di lavoro degli operai prima, mettiamo, di un decimo, poi di un terzo, e ancora della metà, dei due terzi… man mano che la massa di impianti e di forza lavoro saranno disinvestiti dai rami parassitari, cui il capitalismo li costringe, ed avviati verso i settori utili della produzione.

La « mungitura su giostra » come tante altre meravigliose invenzioni dell’ingegno umano, servono nelle mani rapaci del Capitale, a ridurre i costi, a pagare una minore massa di salari, ad aumentare il montante del profitto aziendale. Nelle mani della dittatura del proletariato, servirà a ridurre la giornata di lavoro dei singoli lavoratori. Se 14 uomini bastano a mungere oggi un intero armento di vacche, rifornendo di latte un’intera città, segno è che le premesse del socialismo esistono già, e che la emancipazione degli uomini dalla dura condanna del lavoro manuale, che il regime del salariato doveva trasformare in tormento fisico e mentale dei lavoratori introducendo la organizzazione « scientifica » (in russo: stakhanovista) del lavoro, le multe, le sospensioni, ecc., rappresenta una conquista possibile, non sogno, non fantasticheria, come il volgare scetticismo pretende. Ma le premesse del socialismo non esistono nelle coscienze o nelle volontà, al contrario si accumulano nella materiale base produttiva della stessa società borghese. Si tratterà di procedere ad una successiva suddivisione dello sforzo produttivo e della giornata di lavoro umana: i 14 operai addetti oggi alla mungitura rotante potranno diventare 140, sicché ogni lavoratore potrà lavorare dieci volte di meno. Ma se, a rigore di statistica, ognuno di noi dovrà contribuire alla produzione sociale, diciamo per un’ora al giorno, chi vorrà controllare con l’orologio alla mano se per caso non avrà lavorato per un’ora e cinque minuti? Perciò i marxisti sostengono che il socialismo trasformerà il lavoro da condanna in naturale bisogno fisico e mentale dell’uomo, in volontaria contribuzione…

La mungitura rotante, come i treni ultramoderni della siderurgia, le presse automatiche dei pastifici, le fabbriche di gomma artificiale, servono nell’economia capitalista, nell’economia del denaro, ad avilire ed affamare il « vivente lavoro », la massa dei lavoratori. La macchina schiaccia l’uomo. Il socialismo dovrà stabilire il dominio dei lavoratori sulla macchina. Ma per arrivare a ciò, per far partorire alla società capitalistica dello sfruttamento e della divisione tra gli uomini la produzione collettiva del socialismo, bisognerà operare il taglio cesareo della Rivoluzione, liquidatrice delle infamie sociali: il salariato, la divisione corporativa e sociale, il dominio del denaro.

L'hanno detto loro

Le promesse di Ike

« Pietà per i poveri contribuenti! È verosimile che il governo (Eisenhower) chieda al Congresso di aumentare le imposte ».

(New York Herald Tribune, 18-2).

Valore del patto atlantico

« Anche se i trattati verranno ratificati, ciò non significa che un milione di uomini si troveranno immediatamente sotto le armi. Le difficoltà tecnico militari dei trattati sono tali, che un’armata efficiente non ne uscirà mai ».

(New York Times, 17-2).

Le magnifiche sorti progressive

Riassunto dalla New York Herald Tribune del 9-10-13-19 febbraio: « La bomba a idrogeno recentemente collaudata a Eniwetok è 150-250 volte più potente dell’atomica di Hiroshima; essa distrugge ogni vita nel raggio di 12 Km. e ogni edificio su un’area di 175 Km². (L’area di una grande città come Parigi o Mosca) e causerebbe danni terribili in un’area di più di 300 kmq. (la superficie di una metropoli come Londra o New York).

Meriti laburisti

« Il nuovo programma di difesa presentato dal governo britannico è molto più modesto dell’originario piano triennale di Attlee ».

(Le Monde, 21-2)

Superman Deflate!

On the thread of time

There are two constructions before which the philistine prostrates himself: the State and the Ego.

If we fight a relentless battle against all cults that base themselves on these two objects of general veneration, we do not however assume that this boils down to simply manipulating the human imagination. They are real constructions that appeared in history, and they have had all kinds of important material effect. And this holds true as much for the various forms and types of State throughout history as it does for the great leaders and teachers thrown up by every people and in every epoch.

What we wish to assert is that just as the Marxist theory of the State, having resolved the enigma of how this formidable factor works, concludes by pensioning it off, so an analogous process happens with the ego, understood in the sense in which it has been understood by philosophers up to now, that is, not merely as the subject allegedly found eternal and absolute in every animal-person, but as the immaterial and imponderable entity that animates the Human being with a capital H, the great leader, the warlord, the innovator who appears in every page of official history.

Like the State, this leader “form” has a material basis as well and manifests the action of physical forces, but we deny that it has an absolute and eternal function: we have established it is a historical product, which in a given period is absent; it arises under given conditions, and under other given conditions it disappears.

Marx announced to the modern State its destiny was to be smashed to pieces. Engels, and Marx, defined the fate of the revolutionary State, which would follow it, as a slow withering away. For the exceptional ego there awaits the same fate, of a fading away and emptying, a deflation and dissolution (sich auflosen), an extinction and switching off (sich ausloeschen) as per Engels. Lenin has another expressive term for it: assopirsi [a dozing off].

Let us look back at the previous Thread on “The Battilocchio in History” to set out and better clarify, with strictly deterministic motives, how the role of the Battilocchio (as we dubbed the superman, the super‑size ego, the “one off” individual) that up till now has had an actual role, will have to go rid of, along with the other characteristics of class society, by the communist revolution.

Dozing off of the great men! To the latest examples we therefore say: “off to bed” you battilocchi! We should nevertheless accept there is a difference. The proletarian revolution will have to use the harsh and cruel tool of the class State, and continue using it to the end, by means of a dictatorship whose usefulness is in proportion to its openly declared usage, unmasked by lies about tolerance and democracy, until the stage is reached when it will be consigned, as Engels said, to the scrap yard of history. But as regards the Battilocchio as a tool, become truly dirty and repugnant, it can be dispensed with before the fall of capitalism. As soon as the proletarian class appears on the stage of history, it can and must substitute the leadership “form” with one of its own: the class party. This is why Lenin so often quoted the phrase from the Manifesto: the theoretical conclusions of the Communists are in no way based on ideas and principles that have been discovered, by this or that would‑be universal reformer.

It was not Karl Marx’s manifesto, or his and Engels’ manifesto, it was The Manifesto of the Communist Party. It is from that point, without battilocchi, that we set out. Unfortunately they would rain down from every side, and it is due to them, unproductive from the start, that we owe the repeated setbacks; which are nevertheless inevitable, as every form has its social inertia, and the inertia of the battilocchi is more resistant than bugs are to DDT, adjusting with increasing virulence to the most drastic of disinfectants.

Yesterday

Naturalis Historia

How far does the practical functioning of groupings of human individuals, which have been forming since the appearance of the human species, revolve around the person of the leader, whose teachings or orders are accepted by all the other components? For the typical philistine this is a “natural” fact, a relationship that will emerge everywhere and at all times, because immediate and necessary, to the extent that if one day that group were deposited in some corner of the cosmos by an interplanetary space ship, and left to fend for itself, still leader would arise; and it would matter little if elected by God or by popular vote, if designated by a noble name or by an uprising of the masses, if favoured with physical presence and muscle power or with astuteness and brilliance of intellect; whether a David or a Gracchus, an Ivanhoe or a Masaniello, a Roland or a Richelieu…

We, as ever, look at the course of history and the bases of production, amongst which is included the type of sexual reproductive relations. These matters are dealt with best in Engels’ classic, and frequently recalled, text on the Origin of the Family, Private Property and the State. This text, let it be understood, is the party’s programme for ending the family, private property and the State, all of which is entirely predictable. So let us take a look at the doctrine of the beginning and end of the Battilocchio.

If we want to study the associations of living beings it is proper to go back beyond animals to plants. Modern science with its power to investigate, even if inexorably blinded by the division of labour and by specialization within artificially created disciplines, has already produced a lot of important research in these fields. The sociality of animals has already become a science, which through studying the relations between zoological species and between the species and the natural environment has become, as a logical consequence, an historical science, tracking the movement, spread and dispersion of the various types of animals in various regions. But the study of flora too, like that of fauna, with the simultaneous coexistence of millions of plants of given species in various places and at various times, has by now determined not only a history of the flora (tropical, temperate, arctic etc.) on the earth’s surface, but also a “phytosociology”, or the science of the effects of the “association” and “organization” of plants on the life of the individual phylum, and its evolving forms and internal processes. It is in fact noteworthy (but not a subject we can deal with here) that it is these sciences in particular that try to base themselves on mathematically based theories; which would introduce all orthodox thinkers to the criminal idea of using mathematical methods to predict human, spiritual and political events.

And now even inanimate nature has a history, and we allude not only to geology, which registers the transformations of minerals, rocks, magma and the earth’s crust over the course of the millennia, and for an incalculable period before organic life forms were present, or to the prestigious astrophysics which has dated the “fixed” stars. Radioactivity and the discovery of the components of the complex entity that is the atom, show that in a given sequence it, too, is “alive” and changes its species, from that of the heaviest metals to the most evanescent of gases. These transitions in turn contain inevitable laws of succession, and if in “philosophical” circles the reluctance of this kind of phenomena to “be predicted”, and their alleged rebellion against determinist causality, which is effective within the field of terrestrial and spatial mechanics (Cf. the article in Prometeo on “Marxism and the theory of consciousness”) has been amply speculated upon, we remark here only that Einstein (1) announced that he had found the unifying relationships behind all this – showing that he was as materialist as us Marxists – with the formula: God does not play dice. A formula which for historical materialists could be: Gods and supermen can still play dice if it amuses them, since even without them we will continue along the same road, and use the same methodology – difficult though it may be – to investigate the relations between electrons, atoms, material bodies, plants, animals and humans, and the immense process of life and history itself which brings everything together, and draw certain magnificent itineraries from it.

The Earliest Communities

In the old polemic in defence of monogamy – which Engels demonstrated to be only one type of familial bonding, not just contingent and transitory like the others, but peculiar to today’s capitalist “civilization”, founded on the exploitation of the working masses – with the aim of exalting it as the only ideal and natural type of relationship between a man and a woman, while also invoking (certain) religions and the law (ubi tu Caius…) it was claimed that even animals, or at least those closest to us, were monogamous. This prompts the question as to whether among the various types of organization of animal societies the family could be said to exist, and if there could be a more extended version, with a leader or leaders. The first Battilocchi had horns then? So it appears.

The most advanced form of animal society is the horde. A few species appear as isolated individuals, copulating after lengthy intervals with members of the opposite sex. But even then for viviparous species, or at least for mammals, the first simple form of collective to take shape is the nest, in which the mother raises and instructs the offspring during the period they are unable to defend or provide food for themselves. Afterwards they all go off to live on their own. Given, however, that in many species the male also stays in the nest or den to participate in the raising and protection of the offspring, some people wanted to provide a naturalistic basis to the axiomatic rhetoric of the family being the basis of society.

Without doubt, most animals live together in herds, flocks, groups and bands, the most advanced of which is the horde.

So in the horde are sexual transactions free, or do families, even monogamous ones, exist within it, that is, does each adult male have his own female? Even the supporters of this thesis in Engels’ time admitted there were differences in the way the family and the horde had developed. As soon as we get on to the human species, we come across Morgan’s thesis that the first historical form is the gens, that is to say, a horde without families, and with free sexual relations. As we proceed from the stage of savagery to barbarism and on to civilization, successive limitations on sexual bonding are imposed. As the family gets gradually stronger, the community gets weaker, torn apart by competition, rivalry and disputes; egoism and individualism start to gain the upper hand, and start to conceal themselves under endless civil frills and epithets.

Returning to the animal horde, elephants, antelopes and llamas for example, it is plausible that there exists among them a fraternity and equality in feeding and defence which is naturally accompanied by free intercourse between individuals of the two sexes, and a common protection of the juveniles in the group. Is there a leader? There are instances of particularly vigorous adult males, and also of old males whose long life has turned them into “experts” in dealing with dangerous situations and searching for food and water etc., who act as guides, as a vanguard and who sometimes use their horns to settle fights between females or younger members. We can find no reason to deny that natural gifts mark out the president of the horde, who takes on a heavy burden and perhaps does not grab the best bits at feeding time or the best looking females for himself. There are types of animal society in which the reproductive function selects the leader: the female among bees, a male in groups in which he is the only one, as among poultry, and the basic social type is polygamy.

The problem of the assumption of a special leadership role in the group is therefore not resolved by invoking the principle of authority, religion, or ethics, which even our idealistic contradictors would not introduce into the field of zoology, but by registering the facts pertaining to the matter: food supply, protection of the members of the group from dangers apart from death from hunger or thirst, and perpetuation of the species. Even in the simplest forms of association among living beings, minimal though the organizational and leadership role may be, it has to be passed on from one generation to the next. There is no library, archive, school or press, and not even a language, but this “hand over” somehow takes place.

This tradition (which literally means transport from here to there, transmission, delivery in fact) starts out as a physical fact and underlies natural selection, leaving aside here the physiological problems and the slow modification of the individual organism of that given species. If you sit down to eat with a wise shepherd and you do not know what to choose from the common platter, he will say: front of the sheep, back of the goat. What does he mean? Do not take fright when a wise shepherd or a great philosopher is quoted… and things are left hanging in the air.

The sheep grazes on the grass on the ground and puts all its weight on its front legs, which are meatier and more muscular. The cunning gluttonous goat prefers the tops of bushes and clambers up to get at them on its hind legs, so it is lean at the front and fat behind. Without needing to flick through any instruction manuals, or go on any courses, the goat knows it needs to graze on the higher branches, and the sheep on the grass under its feet. In the Marxist construction of the theory of knowledge, analogous functions are performed by the goat’s backside, and consulting the Prolegomena to any Future Metaphysics by Emanuel Kant. It is a matter of knowing how to read one or the other text, and avoiding captious remarks. Probably, just as the lamb and the kid would not be able to enunciate the applied laws of gravity and natural selection, the great Kant knew how to syllogise on pure reason but not what cut of a spring lamb or castrated goat to choose: leg or shoulder?

Homage to the Mater

Let us pass now to the story of the human animal. The first phratries, which on other occasions we have joined in praising (in contrast to bourgeois Christian society) those non battilocchi authors who were Fourier, Morgan and Engels (not to mention Rousseau), were not divided into families, and they held everything in common. They had no conception of subjection of man by man to the extent that in the case of war between gentes the losers were all killed, it being inconceivable that they could be enslaved or admitted into the tribe without the mingling of bloodlines. It is only at the end of the great journey, when all moralists will be six feet under along with the battilocchi, that we will attain humanity, one communist gens. For now our job is to frayer le chemin, to open a path through rough terrain, without making a big fuss about it. Where we need to pass we need to cut our way through. There is no living proof of a tribe with indiscriminate sexual transactions that include those between successive generations, but it is clear that the existence of such a very early horde stage among people is confirmed both by analogy with animals, amongst which there is no barrier to the practice, and by the traces of it left in mythology and literature. But Morgan did track down among the American Indians (today, unfortunately, infested with syphilis, whisky, democracy and television) all the other types of cohabitation, or at least derived a brilliant outline of their structure from the curious terminology used to describe the relations of Kinship: all the men in the tribe are fathers, but there is just one mother, and her sisters are all aunts.

With the introduction of the single prohibition of the union of ascendant with descendent, there remained free intercourse of all men with all women and therefore (even under strict Roman law mater certa, pater autem incertus [mother known, father uncertain], good Latin even for Renzo) the only family relationship that is certain is that between the children and the mother, from whom all authority issues. The woman of the older generation stands above all of the progeny. It seems logical that since the children of both sexes live with the mother, it is she who is the “depositary” of the traditions passed on from one generation to the next. This was so for animals too, but a powerful means of transmission has been added: articulated language (q.v. Prometeo no. 2, first series: “The Genesis of Ideas”). Perhaps the most eloquent mother or grandmother, with a deeper or more persuasive voice, was everybody’s teacher and counsellor. All literatures contain traces of this social stage, called matriarchy or gynocracy, when everything, we believe, was better. This system of reproductive relationships and of spontaneous and communal social organization, with no trace of property or labour rights, also existed among the ancient Germans and the peoples of the north. Marx criticized Richard Wagner for a major historical error in having the characters in the Nibelungen proclaim their horror of incest between brother and sister, whereas in fact it was not considered immoral by the earliest races. In any case, in classical mythology Jupiter marries his sister, nor could things have gone otherwise for us lot descended from Adam and Eve.

We won’t trace out the series of family types here, in which a positive custom progressively prohibits marriage between close relatives, although there is marriage between one group of men and one group of women, non‑consanguineous beyond the second grade.

We are concerned here with how human organizations are managed and we cannot hide our broad sympathy for the matriarchal stage. Hear this description of the customs of the Seneca Iroquois by the missionary Arthur Wright, who associated with them in modern times, and have a laugh at the expense of the barbaresque bourgeois family head. On les aura’ again!

«The women took husbands from other clans. Usually the female portion ruled the house. The stores were in common; but woe to the luckless husband or lover who was too shiftless to do his share of the providing. No matter how many children, or whatever goods he might have in the house, he might at any time be ordered to pick up his blanket and budge. After such orders it would not be healthful for him to attempt to disobey. The house would be too hot for him; and he had to retreat to his own clan or start a new matrimonial alliance in some other. The women were the great power among the clans, as everywhere else. They did not hesitate, when occasion required, “to knock off the horns”, as it was technically called, from the head of a chief, and send him back to the ranks of the warriors».

In this society it is the woman that gives her name to the gens and to the offspring, and it is only the woman who can found a new gens.

Here we still do not encounter the species battilocchius clarissimus. Here we do not yet cross paths with superman. At most with superwoman, and she is much less of a nuisance because she provides material and tangible results, namely the generation and raising of producers. She could never have a default action for non‑compliance brought against her, that much is clear.

Today

A Sop to Refined Persons

The scientific verification of these first stages of human society, without families, without private property, without a State, and, we have added without discovering anything new, without great leaders, immediately caused much consternation to bourgeois science, worried about the formidable materialist construction that had arisen on these foundations. After having analysed, from that original point of departure in the higher state of savagery, the appearance at the same time of the polygamous then monogamous patriarchal family, basis of private property in land, of slavery, and then of serfdom and wage‑labour; and at the point of the passage from the state of barbarism to the first civilizations, the appearance of the political State, we had the premises to calculate, within a historical compass, and thanks to the theory of economic determinism and class struggles, the collapse of these forms, which the current regime continues to eulogize.

And Engels showed that, even then «it had become fashionable to deny the initial stage of the sexual life of human beings». This is no less fashionable today, to the extent that enormous efforts have been made to subject the science of social processes back to the old creationist and idealist leading ideas and to harness it to the immanent forms of rules of behaviour (law, morals, personal human attributes and so forth).

So superficial observers, in this field as well, shrug their shoulders at the information set out in Engels’ short text covering the fundamental discoveries made among various semi‑barbarous and half savage people in Polynesia, Central Asia, in the Arctic, etc. Such people crave news that is “up to date” So let us look at some results obtained since Engels’s time, despite the question having been clearly settled, like all Marxism’s other questions, and needing no further material confirmation.

In the news a few weeks ago it came out that a people had recently been discovered in the heart of the USSR which had been cut off for centuries from the rest of the world, shut off between the Elbruz and the Kasbek mountain chains in the Caucasus. The Russians are apparently building a road to reach it and “civilize” it (that network of the internal market, which from the very beginning changes everything). They live in tall houses without stairs and climb up a pole to get into them (Le Corbusier would hate it!), they have no writing, but obviously the old teach the young; but they are not the leaders. «The authority of the women, who often have more than one husband, counts for much more, as in certain regions of Tibet, for example, where polyandry and matriarchy are still practised and where jealousy is unheard of. (cf., Engels: if one thing is certain it is that jealousy is a relatively recent sentiment: response to the argument that male animals are jealous whereas in fact they only struggle to copulate with the one female sought, at that specific moment, by several males, the female only accepting one, which in the gens was ended by the ordered community). It sometimes happens that travellers to that country receive, as in Kipling’s Kim, offers of marriage or concubinage…». This people who are not led by battilocchi may have had contact with the crusaders in the Middles Ages: it intelligently respects the condition of living labour: it celebrates, although idolatrous themselves, Allah on Friday, Jehovah on Saturday and Christ on Sunday. But don’t worry, soon they will be Stakhanovized!

Gaia Versus Uranus

This article from the cultural pages might not seem that serious, so we will cite a piece of really outstanding research from 1953 by Professor K. Numazawa of the Nanzan University of Nagoya in Japan. He takes into consideration a whole series of myths with a common content: the separation of the sky from the earth, on which in the beginning it pressed down. These myths contain interesting common elements, which appear in the biblical version and in Greco-Roman mythology, but above all which run parallel through various zones and peoples in Central Asia. After raising the sky, the light of the sun begins to shine. In most cases it is a woman who achieves this liberation, a woman who grinds rice with a pestle or works a spinning wheel, which she had been prevented from doing, just as the herds of cattle and pigs had been crushed to the ground. Numazawa, who perhaps does not call himself a Marxist, although he is hundred times more Marxist than many who declare themselves as such, uses these detailed references to provide an interpretation of the myth in the two (inseparable) fields of production and social reproduction. The myth expresses the custom of the “visiting marriage” in which the man would visit the woman, and spend the night with her, and then having lost any rights at dawn, he would leave. The woman is the earth who alone removes the sky at the appearance of the sun and the light. In terms of production, we find ourselves at the stage in which cattle herding prevails, and the first type of arable agriculture consists of the cultivation of rice. «The myths have simply transferred what happens in the morning of every working day to the morning of the universe, to its creation». «The myths examined are products of the spheres of matriarchal culture». Lastly the author demonstrates the major geographical coincidence of the many myths studied with the heartland of matriarchal culture, which lay originally on the eastern slopes of the Himalayas, drained by the Ganges, Bramaputra and Irrawaddy rivers. We could find no better an example of a materialist study, a doctrine the author does not specifically mention, restricting himself to discussing his subject with scientific rigour and solid knowledge, which he indicates as the Background, that is the underlying structure, the substructure of the myths of the separation of heaven from earth.

Uranus, the god of the sky, forced his wife Gaia, the earth, to keep their offspring suffocated within her womb. Gaia gave birth to Saturn, or Cronos (Time), who got into his rhythm by striking his father with a sharpened scythe. Labour, as when Eve bit into the apple, and love, had been born, and Cronos can mark the moment when the new Gaia, the Revolution, will raise the dark sky of the class oppressors, the thieves of labour and of love.

Safeguarding Life

The procession of Battilocchi sets out from amidst the wreckage of primitive communism and matriarchy, when a complicated nexus of estates, groups of slaves and armed bodies of men needs to transfer its mechanism from one generation to the next, and to do so needs a centre, a vertex, a chain of command, a sanhedrin within which the keys and secrets of domination can be passed on. This is when the exceptional person appears on the scene and starts to perform his role, without doubt irreplaceable from the start.

For as long as defence and the material struggle against danger and attack is the main function of the leader, it is clear that being the biggest, with an exceptionally solid build and displaying considerable bravery is enough to qualify as leader; and all he has to do is choose a young successor to whom he can pass on the art of combat, archery and swordsmanship. When faced with Penelope’s deluded battilocchio‑like suitors, the Proci, Ulysses proved who he was, without saying a word, by arrogantly drawing back his huge bow as though it were just a twig. The same test was passed by his son Telemarchus, and instead of standing firm the pretenders made a hasty departure.

But nowadays we have writing, the press, the registry office and police files – i.e., the State – and any pettyfogger can pick a wallet and pinch an identity card, with absolutely no need to pit themselves against the powerful Ulysses, not even against his proverbial cunning.

Ulysses did not say, anticipating Louis XIV: the state is my triceps. The State appeared, according to Engels, among the Athenians, when power was passed from the agora, the assembly of the whole population (excluding slaves), to the military leader, the basileus, meaning king. We are nevertheless dealing not with a hereditary king and commander-in-chief, but an elected one. Only later did oligarchies and aristocracies appear. Little by little the machine becomes more powerful, but it also becomes easier to control, to find someone to be the engine-driver. With writing and schools there arises science, including the science of government: the means and the methods are contained in the laws and constitutions. Solon and Lycurgus are still just as famous as the great heads of State and military commanders.

It is clearly impossible here to trace out the whole of this process, which bit by bit made this formidable task of “changing the guard” no longer the responsibility of just one person, who would have required a really exceptionally powerful memory. Nowadays a government minister can be replaced in ten minutes, and any battilocchio whosoever can confidently nip across from, let’s say, the Ministry of Agriculture to the Navy, as though there were nothing to it. There are archives, secretaries, experts and so on right down to the typists and the calculating machines.

The same holds true in the field of culture and science. Pythagoras passed for one who was divinely inspired and today any five-year-old knows about his multiplication tables, and any ten-year-old about his theorem. So all of these children know about it. Galileo went crazy unravelling Aristotle’s writings which stated that weights fall with a velocity proportional to their mass, and today the law that they all fall at the same velocity is learned in the first year of high school. And so on and so forth.

Now we have calculators that have not only replaced Pythagoras’s tables and arithmetical operations but which can do integrations and differentiations which three centuries ago the brains of only two people in Europe could cope with: Newton and Leibniz. Now any idiot can do them. Discoveries too are no longer made by individuals, but by complex organizations dedicated to study, research and experimentation; the means for which can only be provided by capitalists or governments, even if they are total jackasses who know nothing about what they’re funding.

If the monk Schwarz – maybe he never even existed – was on his own when the mortar with nitrate, sulphur and carbon in it exploded, and gunpowder was discovered, it was not the same with the atomic bomb, whose active mechanism is not based on a single principle discovered by a single scientist. We could say the discovery that parts of the atom can be split off and manipulated goes back fifty years to Crooke’s tubes and to the earlier observation that electrical sparks can pass through extremely low‑density gases and produce various types of radioactivity, among which X‑rays, which were discovered in the previous century. And we could say that all this research into the complex constitution of the atom, before the Curie’s discovery of radium, is based on Mendeleev’s system, which established the idea that the atoms of the various elements were composed of some common ingredients in progressive concentrations; a hypothesis that goes back to Proust at the beginning of the eighteen hundreds, when Lavoisier set out the atomic hypothesis to explain chemical phenomena. The Greek atomists, such as Democritus, Leucippus and Epicurus, all had a premonition of this. In the history of invention it will eventually be shown that in ninety percent of cases the connection to named individuals, rather than to the process of technology prompted by productive requirements, is a myth.

Atomic Fission

Let us return to heads of State, politicians and warlords, and, if you like, revolutionary leaders. Up to now they had a part to play in events, even though always referred to in a very distorted and hyperbolic way. This role though is not that of a primary cause, a prime mover; and it does not constitute a necessary condition, though maybe it was when barbarian hordes were led across entire continents, their motion though time and space within the historical cycle dictated by the search not for glory, but for riches and food.

Such a role, which is becoming ever more constrained within a different scale of values, in which pugilists can be grouped alongside professors of the history of philosophy; with extremes of efficiency constantly converging on a common average, apart from the former having a submachine gun placed at his disposal, and the latter a good library.

It is no different for the political leader: we have in fact arrived at the point where those who want to improve their career prospects play down any outstanding qualities they may have and do not make use of them. Nevertheless, sometimes history shows it has a main actor, and sometimes that person’s name even becomes known throughout the world, although such an identification changes nothing, and in certain cases creates a major obstacle and a whole load of trouble, as in the case of the revolutionary movements we have discussed.

For a start, this single individual chosen within the general body of the species can be anyone.

Priming an atomic bomb happens like this. We have seen that an atom, extremely small though it is, is not indivisible, but is made up of even smaller particles. When activated, put simply, by an extremely powerful electric charge, in which it is possible to concentrate an amount of energy valued at millions of lire on your electric meter, a small particle (a proton or neutron in the simplest case of hydrogen, the smallest atom) is detached, and collides with another atom within the electrical field, causing it to split, violently and suddenly. The splitting means the particles of this atom in turn shoot out at an incredible velocity and collide with other atoms, which in their turn split as well, breaking into their component parts: this then produces so much energy (held prisoner in the seemingly inert atoms) that the electric meter would now read billions. The bomb has gone off. Practically at the same instant a chain reaction has taken place, through which each split atom splits the adjacent ones as well.

The battilocchio‑atom, from which other atoms receive the freed nucleus, after it was activated by a discharge of millions of volts, a higher electrical potential than a lightning bolt, could have been any one of them.

Do we mean to say that, just as all atoms are identical in the same chemical element, so too all individuals of the human species are exactly the same? Clearly not, rather we wanted to make the comparison to emphasize that, in the present historical stage, the leader’s job is such that it is increasingly possible to find someone to perform it by, as in the cyclotron, choosing any atom at all to be the first atom in the chain.

So, when the cyclotron is charged up in its state of perfect isolation (today the potential is earthed due to several instances of opportunist corruption leaking through the class insulator – the real technical problem of the cyclotron is not the enormous mass of energy, but precisely the insulation) and history issues its invitation to mankind, to find out who wants to be the fission atom, an anxious response will come from all those who would be do fine as fixed atoms.

A settant’anni dalla morte di Marx

Dalla lettera di Engels a Sorge

Londra, 15 marzo 1883

Non ho potuto informarti regolarmente intorno alla salute di Marx. I continui miglioramenti e peggioramenti mi hanno messo nell’impossibilità di farlo. Ma ecco i fatti salienti.

Nell’ottobre del 1881, poco prima della morte di sua moglie, egli ebbe un attacco di pleurite. Entrato in convalescenza venne mandato, nel febbraio del 1882, ad Algeri. Durante il viaggio il tempo fu freddo e umido, tanto che, giunto a destinazione, Marx si ammalò nuovamente di pleurite. Il tempo rimase pessimo. Tuttavia, per un certo periodo, Marx migliorò e, all’avvicinarsi della stagione calda, fu mandato a Montecarlo. Vi giunse con un terzo attacco di pleurite, relativamente lieve. Tempo orribile come prima. Quando finalmente ebbe superato questa ricaduta, si recò ad Argenteuil, presso Parigi, per stare con sua figlia, la signora Longuet. Nelle vicinanze si trovavano le sorgenti solfuree di Enghien, ed egli ne fece una cura per guarire la sua bronchite di vecchia data, con buoni risultati, nonostante il cattivo tempo. Infine soggiornò per sei settimane a Vevey, e al suo ritorno a Londra, avvenuto in settembre, sembrò ancora quello di una volta. Quando a Londra cominciarono le nebbie autunnali, venne mandato nell’isola di Wight. Quivi, a causa delle continue piogge, egli prese un nuovo raffreddore. Agli inizi del nuovo anno, mentre Schorlemmer ed io stavamo progettando di andarlo a trovare, giunsero notizie tali che Tussy (Eleanor Marx) dovette raggiungerlo immediatamente. Poco dopo Jenny (altra figlia di Marx – n.d.r.) morì ed egli ebbe un nuovo attacco di bronchite. Alla sua età e, dopo tutto ciò che era accaduto questo era pericoloso.

Nelle ultime sei settimane, quando ogni mattina giravo l’angolo della strada, avevo il terrore di vedere abbassate le persiane dell’appartamento. Ieri nel pomeriggio (le ore del pomeriggio erano le migliori per andarlo a trovare) quando arrivai, alle due e mezza, trovai tutti in lacrime poiché sembrava che la fine fosse imminente. Chiesi che cosa fosse accaduto, e cercai di infondere loro un poco di speranza. Aveva avuto solo una leggera emorragia, ma era sopravvenuto un grave collasso. La nostra cara vecchia Lenchen, che l’aveva curato con l’assiduità con cui una madre avrebbe curato il suo bambino, salì al piano superiore e tornò dicendomi che era assopito, ma che potevo salire. Lo trovai sdraiato, e infatti dormiva, ma di un sonno dal quale non c’è risveglio. Qualunque cosa avvenga per necessità naturale, per quanto terribile possa essere, reca in se stessa la consolazione. Così fu in questa circostanza. Forse la scienza medica gli avrebbe potuto assicurare ancora qualche anno di vita vegetativa, avrebbe potuto fare di lui, a maggior gloria dei dottori, un uomo che, invece di sfuggir loro di mano, sarebbe morto a poco a poco. Ma il nostro Marx non avrebbe mai potuto sopportare questo. Continuare a vivere con tante opere incompiute, essere vanamente tentato di completarle, sarebbe stato per lui cosa molto più amara di una rapida e facile morte. Egli ammirava Epicuro e diceva: « La morte non è una disgrazia per chi muore, ma per chi sopravvive ». Come potremmo desiderare che quest’uomo così vigoroso, quest’uomo di genio, continuasse a vivere come un relitto, a onore della scienza medica, ma disprezzato dai filistei che, nei giorni in cui era nel pieno possesso delle sue forze, aveva così spesso sferzato? No, mille volte meglio che gli avvenimenti si siano svolti così, mille volte meglio doverlo portare fra due giorni nella tomba, ove riposa sua moglie.

Discorso di:Engels dinanzi alla fossa di Marz (dalla.biografia di Carlo Marx scritta da Franz Mehring):

Cimitero di Highgate, 17 marzo 1883

Sabato, 17 marzo, Marx è stato sepolto nel cimitero di Highgate, accanto alla salma di sua moglie, sepolta quindici mesi prima.

Dinanzi alla fossa, il compagno Lemke ha deposto sul feretro due corone ornate di nastri rossi, una a nome della redazione del Sozialdemokrat di Zurigo, l’altra a nome della Società operaia di educazione comunista di Londra. Il compagno Engels ha pronunciato il seguente discorso.

« Il 14 marzo alle tre meno un quarto pomeridiane, il più grande dei pensatori viventi ha cessato di pensare. Era stato lasciato solo soltanto per due minuti, ma, entrati nella sua camera, abbiamo constatato che egli, sulla sua poltrona, si era serenamente addormentato per sempre.

« La perdita provocata dalla sua morte al proletariato combattente di Europa e d’America e alla scienza storica, è incommensurabile. Il vuoto lasciato dalla morte di questo titano verrà presto avvertito.

« Come Darwin ha scoperto la legge di evoluzione della natura organica, così Marx ha scoperto la legge di evoluzione della storia umana. Egli ha rivelato la semplice verità (finora nascosta sotto parvenze ideologiche) che l’uomo deve innanzitutto mangiare e bere, vestirsi e avere un’abitazione, prima di potersi dedicare alla politica, alla scienza, all’arte, alla religione e così via. Questo implica che la produzione dei mezzi di sussistenza strettamente necessari alla vita, e quindi il grado di sviluppo economico di una nazione o di un’epoca, costituiscono il substrato sul quale sorgono le istituzioni dello Stato, gli ordinamenti giuridici, le correnti artistiche e persino religiose. Da ciò deriva che queste ultime manifestazioni devono essere spiegate mediante le prime, mentre in passato avveniva il contrario.

« Né questo è tutto. Marx ha rivelato anche la caratteristica legge di movimento a cui obbediscono il sistema produttivo capitalista contemporaneo e la società borghese che tale sistema produttivo ha creato. La scoperta del plusvalore ha improvvisamente gettato luce là dove tutti i precedenti investigatori (i critici socialisti non meno degli economisti borghesi) avevano brancolato nel buio.

« Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire tutta una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui Marx ha svolto le sue ricerche – e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale – in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

« Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell’elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.

« Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione; questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima Rheinische Zeitung nel 1842, il Vorwärts di Parigi nel 1844, la Deutsche Brüsseler Zeitung nel 1847, la Neue Rheinische Zeitung nel 1848-49, la New York Tribune dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro, a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione Internazionale degli Operai. Ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe essere fiero anche se non avesse fatto nient’altro.

« Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.

« Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera! ».

Due grandi scioperi

Nel giro di sei mesi, Giappone e Germania, gangli vitali del capitalismo mondiale, sono stati teatro di grandi scioperi, mirabili per compattezza e spirito di battaglia, anche se – come da prevedere – sabotati dall’organizzazione sindacale a fondo riformista. Sono due Paesi che l’onda della ricostruzione postbellica ha “risanato” fruttando alla classe capitalista utili di eccezione e costringendo la classe operaia a stringere ancor più la cinghia. Beniamini del capitalismo occidentale, non sembra che lo siano agli occhi dei rispettivi lavoratori.

Lo sciopero giapponese, durato dal 17 ottobre al 17 dicembre e interessante l’industria mineraria ed elettrica, coinvolse 400.000 operai e, sebbene la situazione fosse estremamente critica per gli scioperanti (fattori stagionali, difficoltà di approvvigionamento, ecc.), riuscì assolutamente compatto, paralizzando non soltanto le industrie direttamente colpite ma l’insieme dell’apparato produttivo.

Preso dal panico, il governo non poté attuare né la minaccia di mobilitare mano d’opera ausiliaria straniera, né quella della proclamazione dello stato di emergenza, e neppure riuscì a far accettare il principio di un arbitrato obbligatorio. Infine, proposte di conciliazione nel senso di un aumento del 7% dei salari e di una gratifica natalizia di 5000 yen furono sottoposte ai sindacati, i quali, per timore di complicazioni sociali maggiori, accettarono e imposero la ripresa del lavoro. Inutile dire che il risultato non compensa i sacrifici sopportati dagli scioperanti in due mesi di lotta eroica.

La gigantesca battaglia soffrì della titubanza della direzione sindacale. Non solo nei mesi precedenti, quando i sintomi di una ripresa delle agitazioni erano ormai chiari, non fu presa nessuna misura precauzionale, ma durante lo sciopero mancò ogni coordinamento fra categoria e categoria. La sospensione del rifornimento della corrente durante il giorno, mentre colpì le piccole industrie e le aziende artigiane, non danneggiò minimamente le grandi aziende che si misero a lavorare di notte, e dove si formò una specie di fronte unico fra maestranze e padroni; la classe operaia fu così divisa in due masse in concorrenza. Infine, la decisione precipitata di accettare le proposte governative fu chiaramente ispirata alla paura che il moto dilagasse oltre i confini della legalità.

In Germania, lo sciopero da poco finito degli operai tessili interessò invece una massa di circa 21.000 operai della Germania sud-occidentale e, per quanto conclusosi con risultati solo in parte soddisfacenti dal punto di vista salariale, è il primo grande esempio di azione operaia compatta nella Germania post-bellica. Questa compattezza è sottolineata dal fatto che, per quanto lo sciopero investisse regioni dove i sindacati cristiani hanno enorme influenza, le defezioni furono limitatissime. La classe padronale reagì sia con la corruzione sia col ricorso alla violenza poliziesca, mentre si costituiva un fondo di resistenza fra industriali: tuttavia lo sciopero è continuato per alcune settimane con grande vigoria.

Anche qui, il risultato parziale va imputato alla direzione riformista dei sindacati. Lo sciopero fu circoscritto ad alcuni “Laender”, e i sindacati di altri iniziarono trattative per il rinnovo dei contratti di categoria – più sfavorevoli di quelli richiesti dagli scioperanti – mentre l’agitazione nel sud-ovest era in corso, determinando così un indebolimento della resistenza operaia. Né si ebbe un coordinamento con l’agitazione di altre categorie.

Vita del Partito

Si è tenuta a Cesenatico, il 27 marzo, la riunione regionale dei gruppi della Romagna, presente un compagno del C.C. Nella mattinata sono stati esauriti gli argomenti di ordine organizzativo (sempre più estesa diffusione della nostra stampa, distribuzione del « Dialogato », propaganda orale, riunioni allargate e conferenze, raccolta fondi, ecc); nel pomeriggio, la relazione politica è servita di punto di partenza a una animata discussione cui tutti i compagni hanno partecipato. Sono stati ribaditi i seguenti punti: posizione del partito nei confronti delle agitazioni economiche operaie e alle questioni di fabbrica; questione del capitalismo di Stato a conferma della critica marxista e ad illustrazione dell’evoluzione economica russa; Partito e dittatura proletaria. La riunione è stata efficacissima ai fini del maggior inquadramento ideologico e politico, oltre che ai fini del coordinamento del lavoro organizzativo.

Va segnalato in quasi tutte le sezioni l’attività che è stata data nell’ultimo semestre alla diffusione non solo del giornale ma delle pubblicazioni del Partito (ABC, collezioni di Prometeo, ed ora Dialogato) fra simpatizzanti e proletari.