Il « Capitalismo di Popolo » di America è giunto più presso alla meta socialista del pieno benessere per ognuno, che ogni sistema socialista oggi esistente (vero; non ve n’è alcuno).
Questa fu una delle conclusioni raggiunte da una commissione di dodici dirigenti americani che nel novembre scorso si riunirono all’Università di Yale. Le conclusioni sono state annunciate in un libretto pubblicato da quella Università e dal Consiglio pubblicitario (Advertising Council, Inc. Quando in America si scomodano gli accademici vi è una domanda di rigore: chi paga?).
La commissione era composta di uomini di affari (buoni), capi sindacali (labour leaders, migliori), un editore di giornali (ottimo) e sette professori di Yale (magnifici).
Il loro compito nel dibattito fu di « ripensare » e « chiarificare » la moderna economia degli Stati Uniti (mozzarelle di commissari! cominciate bene a guadagnarvi i gettoni di presenza di mille dollari almeno! Ignorate – in America non vi sono limiti ai primati di asineria – che la sola posizione di difesa del capitalismo è questa: l’economia « non si può pensare ». La scuola « classica » della rivoluzione borghese osò « pensarla », e dette le basi alla macchina comunista di Carlo Marx. Rinculaste poi con l’economia « volgare » e le vostre scienze universitarie, orripilanti dei teoremi del « red terror doctor ». Poi nel segreto dei comitati politici avete tremato vedendo che Marx aveva pensato bene, e che sono solo le rivoluzioni che si « pensano » in precedenza. Ora avete deciso di « ripensare » l’economia, che noi abbiamo, fuori di tutte le Yale e le Anonime, pensata da un secolo: avanti, che non vi sarà dato sganciarvi!).
Essi trovarono che l’economia nazionale è « dettata » dal popolo (già avete dato il naso nella dittatura e non nella libertà: la dittatura popolare emula la democrazia popolare di quell’altra schiuma orientale di ruffiani del « ripensare »!) il quale esterna voti coi dollari nelle piazze del mercato – « decidendo così per se stesso che cosa debba essere prodotto, invece di prendere ciò che il governo stabilisca di provvedere per esso popolo » (È virgolato nel testo un primo ripensamento che levati, quanto è nuovo: la « domanda » del consumatore pagante che « detta » il piano di produzione; e non la dittatura statale: lo dicono i vecchi e nuovi « mercantilisti libertari »; a che disturbare le prebende dello « Advertising Council, Inc. »? O pubblicità commerciale, o « dittatura del cliente », messeri!).
(Lasciamoli un poco dire loro). All’apertura delle discussioni il 16-17 novembre, Dean Edmund W. Sinnott (peccare non), censore della Scuola graduata di Yale, guidatore (moderator: americanizziamoci il vocabolario stile RAI-TV) della commissione, disse che il sistema economico americano è cambiato fin dal tempo del presidente McKinley. Egli disse che, sebbene esso sia un sistema capitalista (oh, thank you, Sinnott), caratterizzato dalla libertà di intrapresa, dalla concorrenza, e dal movente del profitto, « esso differisce in entrambe le cose: una bella (fair) partecipazione alla proprietà del popolo tutto, e la più grande efficienza con la quale esso adempie le più varie necessità ed aspirazioni del popolo stesso ».
Egli disse che il termine « People’s capitalism » è « un termine adatto e di richiamo (appealing: paga l’Advertising, ecc.) che ci verrà in aiuto nel presentare (undertaking, intraprendere; siete il dottorato dei commessi viaggiatori) una visione fresca e non stereotipata del nostro sistema » (passate anche voi, a bandiere spiegate, tra gli antidogmatici!).
La terminologia suddetta fu adottata dall’Advertising Council (ad uso del popolo pagante-dittante?! ammazzalo!).
(Viene il bello, e non interrompiamo più). La Commissione ha detto che lo stile di capitalismo americano non può nella sua integrità essere altrove copiato (duplicated), e che i capi della nazione non devono tentare di ottenere che altre nazioni lo adottino tal quale.
Tuttavia ci dobbiamo adoperare a presentare il nostro sistema con chiarezza, ed in termini che mostrino come altri possano trarre profitto da alcune parti di esso, per un uso che muterà in ciascuna istanza.
I Soviet hanno fatto un grande errore rifiutando di lasciare che gli altri popoli giungessero al socialismo (!) per la loro propria strada. Noi dobbiamo essere più flessibili dei russi nel riconoscere che i popoli di altri paesi possono giungere al « capitalismo di popolo » per vie loro proprie.
(Emulazione perfetta dunque, dalle due parti, nel fare largo alle « vie nazionali » per giungere al socialismo popolare dei russi o al capitalismo di popolo degli statunitensi. Accordo commovente nel passarsi i ritrovati reciproci sulla « scoperta degli errori », nonché sulle moderne visioni « fresche e non stereotipate »… Noi « stereotipisti », riaffermiamo che il capitalismo è lo stesso dappertutto, e che la via al socialismo è la stessa dappertutto. Se ce ne occorresse una prova, essa starebbe nel fatto che il « comunismo popolare » diffuso da Est, e il « capitalismo popolare » lanciato da Ovest, parlano la stessa lingua. Ed emanano pari fetore). Avviso a chi legge: le frasi tra parentesi ed in corsivo non sono contenute nel testo del comunicato Associated Press…
Il classismo, vale a dire il modo di interpretazione materialistico delle leggi dello sviluppo storico, è rimasto nel patrimonio dottrinale del Partito Comunista Cinese. E ciò parrebbe dimostrare che il PCC è in regola con il marxismo. Non basta forse, per potersi considerare dei marxisti, essere maneggiatori del classismo? Accade, invece, che lo speciale tipo di classismo adoperato dai teorici del PCC e da essi applicato allo studio della società cinese, dia dei risultati pratici completamente opposti a quelli che si ottengono applicando il classismo marxista. Ciò non deve stupire. Esiste, infatti, un genere di dottrine classiste che nulla hanno a che vedere col marxismo, e tale fenomeno fu denunciato dallo stesso Marx in una lettera a Wedemeyer del 1852, lettera cui Lenin diede ampio risalto nel suo «Stato e Rivoluzione». È tra i classisti non marxisti che dobbiamo annoverare i teorici del PCC. A tale conclusione non siamo certo giunti oggi. Le teorie pseudomarxiste che vengono spacciate dai capi del PCC sono vecchie di decenni. Solo che l’occasione di ritornarci sopra ci è offerta oggi dalla pubblicazione del discorso pronunciato il 25 febbraio 1957 da Mao-Tse-Tung dinanzi al Supremo Consiglio di Stato. Per il resto le disposizioni in esse contenute non sono certamente una novità.
Il discorso di Mao è un lungo testo che ha per titolo «Sulle contraddizioni nel popolo» ed è diviso in 12 capitoli, troppi per permetterci di analizzarli in un solo articolo, data la ristrettezza di spazio di cui soffre questo foglio. D’altra parte non conviene occuparsene in maniera affrettata, perché nel documento sono contenute preziose ammissioni circa la realtà sociale della Cina odierna.
Il documento appare ispirato dalla profonda emozione che invase i regimi demopopolari d’Europa e d’Asia allo scoppio della rivolta di Ungheria dello scorso novembre. Infatti, numerosi sono i richiami e le allusioni all’esperienza ungherese che ricorrono nel testo. Veramente, importa relativamente poco il congetturare circa le cause occasionali che indussero le alte dirigenze del PCC a ricapitolare le note posizioni del movimento in una relazione affidata a Mao-Tse-Tung e — fatto che fa scervellare gli appassionati dei «misteri» politici — a renderla di pubblica ragione a distanza di cinque mesi. Quel che soprattutto interessa è che tutto il lungo esposto appare pervaso dalla intenzione di ribadire energicamente il principio fondamentale della «coesistenza pacifica» delle classi entro lo Stato popolare cinese. A leggere attentamente le argomentazioni di Mao si ricava, infatti, la netta impressione che massima preoccupazione dei capi del PCC è il consolidamento e la perpetuazione delle basi interclassiste del nuovo Stato popolare. Soprattutto appare chiaro che il pericolo che i capi del PCC paventano di più, è che le contraddizioni operanti all’interno della società cinese trovino la loro risoluzione mediante mezzi non pacifici, cioè appunto mediante il ricorso alla «via ungherese».
Perché diciamo che il PCC segue un metodo classista non marxista? Se non esistesse tutta l’esperienza trentennale del revisionismo cinese il discorso di Mao basterebbe da solo a fornircene il motivo. Ma Mao-Tse-Tung ammette che esistono «contraddizioni all’interno dello Stato popolare cinese, riconosce cioè che la società cinese attuale è divisa in classi sociali antagonistiche. In altre parole, riconosce che entro la società cinese si svolge una lotta di classe. Ma da tali premesse, egli non arriva — e con lui la dirigenza del PCC — a conclusioni marxiste.
Tutta la costruzione ideologica del PCC si fonda sulla tesi della duplicità dei «tipi di contraddizioni» operanti nella compagine sociale cinese. Avremmo, in Cina, due tipi differenti di contraddizioni sociali. Quindi: due tipi differenti di lotta di classe. E lasciamolo dire a Mao in persona:
«Guidato dalla classe lavoratrice e dal Partito Comunista, e unito come un uomo solo, il nostro popolo di 600 milioni di individui è impegnato nella grande opera di edificare il socialismo. L’unificazione del paese, l’unità del popolo e delle varie nazionalità: queste sono le garanzie fondamentali per il sicuro trionfo della nostra causa. Sarebbe ingenuo pensare che non ci sono più contraddizioni. Sarebbe come ribellarsi alla realtà oggettiva. Abbiamo di fronte due tipi di contraddizioni sociali: contraddizioni tra noi e l’avversario e contraddizioni nel popolo: questi due tipi di contraddizioni sono di natura totalmente differente».
A parte il fatto che si dice «unito come un uomo solo» un popolo che poi si riconosce essere diviso da contraddizioni sociali, è chiaro che Mao procede a suddividere la compagine sociale cinese nei due campi opposti del POPOLO e dell’ANTI-POPOLO, della Nazione e dell’anti-Nazione. Ed ecco il primo tipo di contraddizione sociale che Mao-Tse-Tung definisce «contraddizione tra noi (leggi: Repubblica Popolare) e l’avversario» (leggi: Kuomintang e governo di Ciang Kai-Scek). Poi, abbiamo il secondo tipo di «contraddizioni», cioè quelle che operano all’interno dello stesso «popolo». Naturalmente sia il «popolo» che l’«anti-popolo» sono visti come raggruppamenti, o per meglio dire, come coalizioni di classi sociali. A rigor di logica, si hanno due tipi differenti di lotta di classe: l’una che si svolge all’interno del popolo, l’altra che oppone il «popolo» al campo dei «nemici del popolo».
Vedremo in seguito come la realtà oggettiva alla quale Mao mostra di inchinarsi dimostri come le contraddizioni che esistono entro il popolo siano reali ed effettive, mentre le «contraddizioni» tra il campo dei «nemici del popolo» e certe classi che compongono il popolo stesso — come la borghesia «nazionale» — abbiano soltanto un valore polemico. Ma quello che importa ai capi del PCC è di mantenere in piedi la finzione dei «due tipi differenti di contraddizioni». Ciò serve a giustificare due tipi differenti di soluzione da apportare alle contraddizioni sociali. Il ragionamento scorre come l’olio: se esistono due tipi di lotta di classe nella società cinese, ne consegue che il PCC e lo Stato popolare debbono condurre in maniere differenti la lotta di classe. E come? Usando la maniera violenta e dittatoriale in un caso, percorrendo la «via pacifica» e democratica nell’altro. Così lo Stato popolare cinese diventa bifronte come Giano: da un lato esso mostra il volto terribile del terrore e della repressione incondizionata; dall’altro lato, sfoggia il sorriso della collaborazione e della discussione fraterna.
Su di chi lo Stato popolare esercita la dittatura e il terrore? Sui «nemici del popolo», cioè sui capitalisti burocratici e sugli agrari, di cui si attribuisce la rappresentanza politica al Kuomintang. Secondo Mao la contraddizione che oppone costoro allo Stato popolare ricade nella categoria delle «contraddizioni antagonistiche», e, in quanto tale, va risolta con i mezzi di repressione dello Stato.
Queste cose è meglio sentirle dalla bocca di Mao-Tse-Tung: «La nostra è una dittatura democratica del popolo, guidata dagli operai e basata sull’alleanza tra operai e contadini. Che scopo ha questa dittatura? La sua prima funzione è sopprimere le classi e gli elementi reazionari e quegli sfruttatori che si pongono contro la rivoluzione socialista, sopprimere tutti coloro che tentano di far naufragare la nostra costruzione socialista; e cioè, risolvere le contraddizioni tra noi e l’avversario all’interno del paese. Per esempio, arrestando, processando e condannando certi controrivoluzionari, privando per un certo periodo di tempo gli agrari e i capitalisti burocratici dei loro diritti di voto e di libertà di parola: tutte cose che rientrano nella portata della nostra dittatura.
«La seconda funzione di questa dittatura è di proteggere il nostro paese da attività sovversive e possibili aggressioni del nemico esterno. Se qualcosa di simile avviene, è compito di questa dittatura risolvere la contraddizione esterna tra noi e il nemico. Lo scopo di questa dittatura è di proteggere tutto il nostro popolo così che esso possa lavorare in pace e fare della Cina un paese socialista con un’industria, un’agricoltura, una scienza e una cultura moderna».
Ricapitolando, la dittatura democratica, ecc., ha da svolgere due funzioni: risolvere le contraddizioni tra lo Stato popolare e il nemico interno (capitalisti burocratici e agrari) e la contraddizione tra lo stesso e il nemico esterno (imperialisti americani e governo di Ciang Kai-Scek). Positivamente, lo scopo della dittatura è di proteggere tutto il popolo intento alla «costruzione del socialismo». Ma da quali classi è composto il tanto decantato popolo? La formula spacciata dal PCC è risaputa da decenni: proletariato, contadini, borghesia «nazionale» ed intellettuali; che all’interno del «popolo», di questo popolo quadriclassista, esistano delle contraddizioni è ammesso dai teorici del PCC. Nel suo discorso, Mao afferma: «Nel popolo le contraddizioni sono sempre esistite». E chi gli potrebbe dar torto, visto che il famoso «popolo» altro non è che un modo diverso di chiamare la società borghese partorita dalla rivoluzione antifeudale? Veramente una descrizione della società borghese non può dirsi completa se si omette di citare la classe dei proprietari fondiari. Va detto però che Mao-Tse-Tung non la perde di vista, soltanto che la pone, in compagnia dei capitalisti «burocratici», nel campo avverso a quello in cui milita la borghesia, sia pure «nazionale».
Ma torniamo alle «contraddizioni dentro il popolo». Con la stessa decisione con cui commina morte civile e morte fisica ai controrivoluzionari nemici del popolo, Mao afferma che le contraddizioni dentro il popolo sono «NON-ANTAGONISTICHE». E, in quanto tali, la loro risoluzione non richiede l’intervento della dittatura e del terrore.
Dice Mao-Tse-Tung: «Le contraddizioni tra noi e i nostri avversari sono antagonistiche. Nelle file del popolo le contraddizioni tra i lavoratori non sono antagonistiche, mentre quelle tra gli sfruttatori e le classi sfruttate hanno, a parte il loro aspetto antagonistico, anche un aspetto non antagonistico. Nel popolo le contraddizioni sono sempre esistite. Ma il loro contenuto è diverso in ogni periodo della rivoluzione e durante l’edificazione del socialismo. Nelle condizioni esistenti in Cina attualmente, quelle che chiamiamo contraddizioni nel popolo comprendono: le contraddizioni tra gli operai, quelle tra i contadini, quelle tra gli intellettuali, quelle tra gli operai e i contadini da una parte e gli intellettuali dall’altra, quelle tra gli operai e gli altri lavoratori da una parte e la borghesia dall’altra, quelle entro la borghesia nazionale, e così via».
Fermiamoci un momento. Verrebbe proprio la voglia di dire, con facile scherzo, che nulla è più contraddittorio e confuso del modo in cui Mao tratta le… contraddizioni sociali cinesi. Infatti, sotto la stessa denominazione di «contraddizione» vengono elencati i contrasti tra classe e classe e i contrasti di categoria entro le varie classi — purché i traduttori occidentali (abbiamo il testo del discorso nella versione pubblicata dal socialista «Mondo Operaio», n. 5, giugno 1957) non abbiano fatto un solo fascio degli ideogrammi! O forse, ipotesi più fondata, la confusione deriva dal classismo «sui generis» professato da Mao-Tse-Tung.
Dopo i provvedimenti di alta polizia inaugurati in Francia col pretesto della guerra in Algeria, ecco quelli di polizia economica: contingentamenti, premi all’esportazione, dazi all’importazione, limitazione dei consumi, svalutazione più o meno aperta del franco; insomma un’edizione francese dell’austerity britannica di buona e laburistica memoria, realizzata — inutile dirlo — sulla pelle dei lavoratori nazionali e stranieri (le cui rimesse alle famiglie risulteranno allegramente decurtate del 20%). Naturalmente, sono gli « interessi superiori della nazione » che la giustificano; gli interessi, cioè, dell’economia capitalistica metropolitana e della conservazione (fin che dura) dell’Impero. Ma, a proposito, che ne sarà del famoso Mercato Comune solennemente « inaugurato » sulla carta alcuni mesi addietro, e che, nella realtà, si inizia con questo episodio di guerra commerciale e finanziaria nei confronti dei « fratelli » europei? Ecco un bell’esempio della fine dei programmi di pacifica collaborazione fra strutture capitalistiche e, più ancora, delle zuccherine ideologie societarie sfornate a getto continuo dai cervelloni borghesi.
L’emorragia di intellettuali (diamo per buono questo titolo) dal PCI non poteva mancare di suscitare dal fertile suolo italico una fungaia di riviste giornali, bollettini, si chiamino essi «Corrispondenza socialista», «Tempi moderni» (accidenti alla modernità!), «Città aperta» o come altrimenti piaccia alla inesauribile fantasia degli «uomini di cultura». Sono i cento fiori di Mao in edizione nazionale; ma non hanno profumo, e semmai puzzano.
Non v’è nulla di positivo in tutto ciò, per il proletariato rivoluzionario. I santoni dell’intellettualità che rompono con lo stalinismo si differenziano dal partito dal quale escono con pubblicitario clamore non già per aver ritrovato la strada maestra del marxismo, da quel partito da tempo abbandonata, ma per non averne potuto più di proclamarsi antimarxisti, ultrademocratici, ultrariformisti, come gli uomini delle Botteghe Oscure non sono ancora in grado di fare apertamente. Invano cerchereste, nella «tematica» e nella «problematica» di queste presunte anime in pena, anche la eco remota di una sana e giovanile rivolta comunista: vi ritroverete, al contrario, la voce del più vecchio e stantio democratismo. I loro santi sono Gomułka e Nagy, e da Kruscìov essi attendono, non senza ragione, che butti definitivamente a mare anche l’ultima particella di zavorra rivoluzionaria e marxista. Sul piano nazionale, sono tutti giolittiani (accomunando nello stesso aggettivo il nonno e il nipote) e tendenzialmente laburisti: anticipano le posizioni che, col tempo e con la paglia (molta paglia, trattandosi di quadrupedi), Togliatti e Longo saranno costretti a prendere, Cremlino ordinando. La loro Bibbia è il piatto ed ultraconformista zibaldone del XX Congresso. Il loro «antistalinismo» è stalinismo all’ennesima potenza. Finiranno nell’immancabile calderone socialista, parlamentare e democratico, che faticosamente matura.
Il PCI li ha allevati nel suo seno: sono i frutti della sua seminagione. A Giolitti esso può rimproverare di non essersi sottoposto «alla volontà della maggioranza» (che non è mai stato un criterio discriminante per i rivoluzionari: poveri Marx e poveri Lenin, se si fossero piegati a quella volontà, quando la maggioranza era controrivoluzionaria!) ma non può demolirne le tesi politiche, economiche e ideologiche, senza demolire se stesso, giacché sono, in fondo, le sue stesse tesi.
Il galeone stalin-poststaliniano va alla deriva; ma non è dai topi che fuggono la nave in tempesta che verrà la grande ripresa rivoluzionaria del proletariato. Meno che mai, se si tratta di topi… intellettuali.
Iniziamo la pubblicazione del testo sviluppato di quanto è stato esposto nelle riunioni del nostro movimento tenute a Cosenza nei giorni 8 e 9 settembre 1955 e a Ravenna nei giorni 8 e 9 gennaio 1957, sull’argomento dell’economia del capitalismo occidentale contemporaneo, argomento che sarà anche oggetto di altra prossima riunione di lavoro.
Resoconti brevi sono già apparsi, per la prima, nel n. 19 del 1955 di questo giornale, e per la seconda nei nn. 3 e 4 del 1957.
Nel presentare tali resoconti preliminari fu svolto come si sa, nel nostro lavoro, passato a questo studio fondamentale dopo uno svolgimento a fondo di quello sulla struttura economica e sociale russa, che anche ha occupato varie riunioni interfederali e che è stato pubblicato su queste colonne in una lunga e completa serie terminata da non molto – e dopo la quale si è avuto l’intermezzo del resoconto della riunione di «Pentecoste», dedicata all’esposizione sintetica del sistema dei nostri principii in materia sociale storica e politica sul piano generale della dottrina comunista e marxista.
Come altre volte notato, il presente argomento si collega a non pochi altri studi e lavori dell’ultimo settennio di riunioni e pubblicazioni, e specie ai temi trattati a Milano, Asti, Genova, Forlì ai cui resoconti rinviamo il lettore. Lo studio attuale si ricollegherà tra l’altro anche alla serie sugli « Elementi dell’Economia marxista » apparsa sulla Rivista Prometeo dal 1947 al 1950, e che ha trattato la materia del Primo Libro del Capitale.
È evidente il legame tra la trattazione russa e questa sul capitalismo in generale. La nostra tesi fondamentale sulla questione russa è che il problema storico va risolto con la decifrazione dei caratteri economici e sociali della struttura odierna di quel paese. Il nostro risultato è che si tratta di un meccanismo che nulla ha di comunismo o di socialismo, anche del primo stadio teorizzato da Marx nella « Glosse al programma di Gotha », nostro testo classico, prima e dopo l’uso che ne ha fatto Lenin, per la caratterizzazione della società socialista. Nella nostra lungamente motivata conclusione l’economia russa di oggi non è in nulla socialista; è in tutto capitalista (più rigorosamente anche l’in tutto viene circondato di limitazioni) e non costituisce nemmeno uno stadio di transizione dal capitalismo al socialismo; perché le condizioni di questo breve periodo, che hanno natura politica e di classe sono venute a mancare.
Non qui certo ripeteremo tutto questo, ma dobbiamo solo ricordare come una simile disamina, largamente riferita ai fatti storici, ai dati economici ed ai classici testi dottrinali – minacciati da nuove interpretazioni incredibilmente sconvolgenti e che si sono dovute affrontare nel modo più violento – abbia condotto al più generale quesito della sorte che i recenti fatti storici hanno riservato alla verifica della dottrina della nostra scuola. Troppo facile è, quando noi mostriamo che la rivoluzione proletaria e comunista, condotta dal marxistico partito di Lenin, è stata seguita da una fioritura della forma sociale capitalistica, risponderci che tanto è successo perché non può essere altrimenti, e le formule del comunismo, del marxismo e del leninismo per uscire dai limiti della forma capitalista si sono rivelate false alla scala storica generale.
Questa prova fallita della rivoluzione sarebbe dunque una garanzia generale che i limiti delle forme capitalistiche, mercantili e monetarie sono storicamente insormontabili, e chiuderanno nelle loro caratteristiche, che noi sosteniamo di avere tutte verificate nella reale odierna struttura russa, ogni economia sociale dell’avvenire.
La verifica andava quindi in tutto il nostro lavoro – e mai la nostra scuola, in fasi fiorenti o difficili che fosse, ha pensato desisterne – portata su tutti i paesi del mondo e in ispecie sui più avanzati dell’occidente, convenzionalmente contrapposto alla Russia da tutti quelli che in essa vedono il socialismo, sia che insanamente ve lo riconoscano e apologizzino, sia che lo maledicano esorcizzandolo.
La forma sociale russa ha rinculato?
Noi abbiamo sempre negato che vi sia stata una « prova » a fare del socialismo, e che poi forze politiche prevalenti per loro perfidia o viltà ne abbiano indietreggiato, invertendo la rotta. Si tratta di ben altro.
La chiave della nostra spiegazione al fatto che la struttura sociale russa si è limitata ad evolvere dalle forme feudali a quelle di un diffuso capitalismo soprattutto industriale – con una complessa serie di riserve sullo sviluppo agrario da noi studiato diffusamente – sta nella situazione internazionale. La base di un trapasso di struttura economica tra il modo capitalista e quello socialista non può per noi essere la conquista proletaria del potere in un solo paese, che non solo sia stato in grave ritardo all’uscita dalle forme sociali e statali del regime medioevale, ma che abbia un’agricoltura pesantemente arretrata e diretta da ritardate riforme a tipi proprietari e piccolo-borghesi affondati nel quadro religioso-superstizioso della minima azienda-famiglia, ostinato fortilizio della conservazione antirivoluzionaria, ovunque.
La premessa doveva essere una vittoria politica della dittatura del proletariato – per noi del partito comunista internazionale – almeno in un gruppo di paesi comprendenti alcuni dei più industrialmente progrediti e nei quali la rivoluzione marxista avesse potuto entrare nel vivo dello sconvolgimento delle forme primordiali di agricoltura, cui ovunque tende ad indulgere modernamente il grande capitale.
La prova, il tentativo, il modello, sono espressioni che da prima dell’Ottobre 1917 abbiamo rifiutate e denunziate come sospette – ed anche a tutto ciò dedicheremo in avvenire apposito studio -; e da allora la nostra strada non è stata una sciocca emulazione della Russia ma la vittoria nel mondo della Rivoluzione, la cui rossa bandiera era stata piantata, stracciando una pleiade di partiti borghesi e piccolo-borghesi, sulle aguzze cuspidi del Cremlino. Dopo avere ributtata la borghesia del mondo lanciatasi ad abbattere quel simbolo, non per salvare lo zarismo, ma per salvare se stessa, attendemmo ed invocammo che tutte le forze fossero dedicate, non ad impastare un ridicolo bozzetto dell’economia comunista, ma a rovesciare l’onda della rivoluzione sulle piatte idiote capitali della civiltà occidentale che tante volte definimmo, per misurare la nostra distanza da essa: cristiana, mercantile e parlamentare, e potremmo aggiungere: familiare, ricollegandoci ad un essenziale punto di arrivo di tutta la nostra ricerca.
E lunga fatica demmo e daremo a provare che questo criterio sta in ogni pagina di Marx e di Lenin, coi veri suoi straziati e dispersi in seguito, mentre tutto il resto non è che tradimento e menzogna.
Socialismo inferiore e comunismo di guerra
I lavori che andiamo svolgendo comportano una collaborazione di tutto il movimento, e certe svolte della trattazione sorgono assai spesso per questioni sollevate da compagni ascoltatori e lettori, o interpellati per indicare quali punti pensano che vadano più a fondo svolti. Troviamo ad esempio calzante rispondere qui ad una domanda di un gruppo sulla riunione di Pentecoste, proprio perché nello stesso tempo riguarda la trattazione russa e quella presente occidentale. L’argomento è quello del buono di lavoro e del livellamento del salario medio contenuto nel programma socialista dello stadio inferiore, e la domanda molto opportuna è questa: nella Russia dopo l’Ottobre si sono fatti dei tentativi in questa direzione, o piuttosto si è applicata come misura puramente borghese, e sia pure dal governo della dittatura operaia, quella del più alto compenso al lavoro differenziato, qualificato? Chi ha fatto la domanda aveva presente gli interventi di Lenin sulla assoluta necessità del lavoro di specialisti e di tecnici che non si poteva esitare a pagare anche molto alto davanti al pericolo della paralisi della produzione, argomentazione inoppugnabile, ma che in dottrina si spiegava colla constatazione di essere in una piena fase di capitalismo da industria statizzata, e di ordinaria economia salariale.
D’altra parte la domanda ci interessa perché si ricollega direttamente a quanto testé dicevamo sulla obiezione borghese che considera il passaggio dalla fase del «comunismo di guerra» a quella del mercantilismo della «NEP» come una confessione che la prova ad amministrare socialisticamente si era fatta, ed un Lenin dovette dire: smettiamo; è cosa impossibile.
Speriamo che la risposta che stiamo per dare non sorprenda i compagni: no, una fase di socialismo del lavoro egualitario di diritto non ha fatto a tempo a comparire in Russia, come oggi non vi esiste, palesemente, essendo la scala dei salari e stipendi peggio sproporzionata che nei paesi di occidente. Non si poteva neanche immaginare di arrivarvi prima di una rivoluzione, da Lenin sempre attesa, nella Europa Centrale almeno. Il tentativo, teoricamente impossibile, non fu fatto con nessun atto del potere bolscevico. Teoricamente impossibile, perché quel tentativo presuppone che già il movimento dei prodotti non avvenga come un movimento di mercato: Lenin col discorso del 1921 dimostrò che tanto era assurdo, non solo, ma che lui e il partito lo avevano stabilito nel 1918 e anche prima della presa del potere, sulla base del reale quadro sociale russo; non lo si scoprì certo nel 1921!
L’insieme di misure che si chiamarono di comunismo di guerra (e non in modo errato) si spiegano sotto il profilo storico, politico e insurrezionale militare; ma, volendole guardare sotto l’aspetto economico, tengono dello stadio del comunismo superiore – erano un «ponte aereo» lanciato verso l’onda, che poi si ritrasse, della rivoluzione da ovest, e verso un futuro che si allontanò.
Spieghiamo dunque la cosa economicamente, considerato che un modo economico può nella storia apparire prima e dopo il suo tempo, in fasi precarie, come oggi un regime schiavista ad opera di una banda di fuorilegge, o un regime di matematico razionamento socialista in una città medioevale o borghese assediata: Arras o Parigi.
Consideriamo il pane distribuito senza denaro in cambio a Mosca, o il biglietto del tram abolito in modo che sale e scende sulla vettura chiunque vuole. Nel dare nei rioni la razione di pane non viene chiesto a chi la ritira – anche se ha una tessera, il che nei momenti più duri non era possibile – se ha lavorato, e se ne ha la prova. Si vede che ha fame e gli si dà la pagnotta, come al soldato in servizio; ma poi è libero di allontanarsi. La consegna del pane è un atto che procede tra la società e il singolo, non diversamente dall’uso dell’energia motrice della vettura tramviaria, senza contare nemmeno le corse che ciascuno fa nella giornata o chiederne il motivo, organizzazione troppo difficile per una situazione acuta all’estremo.
Il singolo trasportato e sfamato può in genere lui decidere, senza legame con quanto ha conseguito, se andrà a lavorare, a scavare una trincea alla periferia della città, o brandendo l’arma di un caduto a battersi contro i bianchi.
Tuttavia questo sistema che ha superato ogni misura mercantile sia individuale che di masse se economicamente risponde alla formula superiore: a ciascuno secondo il suo bisogno, da ciascuno secondo la sua capacità, non è possibile se non attraverso un meccanismo di coazioni e sopraffazioni cruente alla cui testa è la dittatura, il terrore rosso, la guerra civile in permanenza, organizzate dagli operai avanzati, dal partito comunista. La farina per il pane c’è perché le squadre armate dei lavoratori della città sono andate fuori a prenderlo per forza nelle campagne ai contadini che ne hanno di troppo, relativamente alla penuria dell’esercito e della metropoli. È possibile evitare che uno sciacallo incetti razioni di pane o comunque abusi dei servizi sociali non pagati né controllati, perché la prima pattuglia di operai armati può prenderlo, sommariamente giudicarlo, e giustiziarlo sul posto senza forme di diritto. Non è una assuefazione storica (che si suole chiamare coscienza) formata in generazioni, che limita i bisogni ed esalta le capacità; ma è la forza rivoluzionaria in immediata esplosione che non ha tempo di far calcolo di percentuali di errore, di lesioni al fantasma della persona umana.
Socialismo inferiore e diritto borghese
Il sistema dello scontrino di lavoro è molto più complesso quanto alla organizzazione sociale che esige, soprattutto perché, come Marx spiegò, deve svolgersi, pure in una società appena uscita dal grembo di quella capitalista, in modo incruento e pacifico. Questo vuol dire che occorre un’ultima applicazione di diritto ripartitivo, ossia di diritto borghese (Gotha). Esso però è molto più avanti delle possibilità di una società come la russa, in cui ancora forme sociali prevalenti sono a scalini più bassi non solo del capitalismo di Stato, ma dello stesso capitalismo privato, e perfino della piccola produzione mercantile, come era nel 1921; e lo stesso controllo statistico è un sogno.
Tutti i prodotti, nel sistema «dello scontrino», passano direttamente alla società e non sono oggetto di scambio tra i produttori, né singoli né associati. Ma la società calcola quanto tempo-lavoro essi rappresentano (ciò non importerà nulla nello stadio superiore, né importava nulla nelle fiamme del periodo russo glorioso delle comuni assediate di Leningrado-Mosca, serrate alla gola) e ne fa un totale che mette a riscontro del totale delle ore di lavoro da ciascuno date nella produzione. Per ogni ora di lavoro il singolo potrà ritirare una parte equivalente del prodotto sociale, depurato delle note aliquote di extravalenze (vedi finale trattazione russa e resoconto Pentecoste).
Lo scontrino è dunque nato da quando muore la accumulabile moneta. Ma al momento dell’imposta in natura erano il mercato, lo scambio dei prodotti posseduti da singoli e la moneta che apparivano – e come forme progressive! – mentre le prime forme di comunismo superiore chiudevano la loro lucente comparsa, in quanto la produzione sarebbe morta se non si fosse chiusa la fase storica della guerra civile locale guerreggiata e permanente, le requisizioni, le messe al muro degli speculanti a furore di popolo; e con ciò, come Lenin tratteggiò da insuperato maestro, la scala delle forme economiche era salita, e non discesa, nel solo modo possibile alla storia, salvo l’incendio che non appiccammo all’Europa.
Supponiamo che si voglia dare il pane a tutti senza violare il principio del lavoro uguale secondo il tempo. Si potrà stabilire che nella giornata, poniamo di sei ore, il pane sia un’ora. Se lo scontrino è di sei bolli si ha la razione di pane di quel dato giorno con quel dato bollo. L’organizzazione di un tale servizio suppone che «la società sappia» quanti sono i chilogrammi di pane e quante le ore di lavoro, e quale il rapporto tra le due quantità, fatti i molti accantonamenti che entrano in gioco. Suppone cioè che non esista più mercato del pane, pane rinvenibile come merce, moneta data contro tempo di lavoro, ossia salario.
Questo in Russia non si è mai visto, e meno ancora si sta per vederlo, essendo tutto il lavoro espresso in moneta, e tutta questa moneta espressa in forma capitale. Ma (ecco la risposta alla domanda) nemmeno negli anni in cui la banda traditrice di Stalin e degli altri sgherri non comandava, il problema dello stadio inferiore, ossia il pari consumo a pari tempo di lavoro, non fu nemmeno messo in cantiere, perché si era dei marxisti e non dei pazzi ubriacati dal fuoco e dalle fiamme della fremente scena storica. Come porre il rapporto di «tanto diritto a pane per tanto dovere di lavoro» – rapporto che sancirà uno stato comunista, ma facendo per una volta ancora irrogazione borghese di diritto e di dovere (e fu Engels che tenne nei programmi a porre al posto del diritto all’integrale frutto del proprio lavoro, che è Lassalliana sciocchezza, la parità del dovere insieme ad ogni parità del diritto) – quando la maggioranza della popolazione, per tacere di tutto il resto, produce pane e lo mangia prima che sia stato pesato? Questa è tuttora la chiave dell’agricoltura russa nella famiglia colcosiana, e nel privatismo cooperativo del colcos-azienda, cui ogni giorno si slacciano di più le cinghie al gonfio ventre, nel tempo che volge.
Livellamento del consumo
Sappiamo che in tutti i testi nostri si deride la concezione ugualitaria del socialismo e l’idea ingenua che esso farà bancarotta ogni volta che uno solo di quattro commensali avrà mangiato due zampe del capretto. Ma sappiamo non meno che alla grande scala l’organizzazione della produzione traverserà, dopo la vittoria proletaria, una fase in cui con mezzi prima drastici e poi amministrativi si colpiranno a fondo le sproporzioni individuali tra i consumi. E sappiamo che prima Marx e poi sulla sua guida Lenin hanno dato stragrande importanza al decreto della Comune di Parigi del 1871 che stabiliva per i funzionari della Comune stessa di qualunque funzione una paga pari al medio salario dell’operaio di fabbrica.
È indiscutibile che, sia pure come affermazione rimasta gloriosa di principio, quello era un passo verso la prima forma di socialismo in cui si tende a porre in equilibrio la media del consumo sociale e quella del tempo sociale di lavoro per tutti. La Comune, primo stato dittatoriale della classe operaia, non lo poteva porre per tutta la produzione francese e per una economia integrale, in quanto i federati mangiavano più topi delle fogne di Parigi che grano delle ubertose valli di Francia, e l’amministrazione delle sezioni e dei distretti della città dirigeva non tanto operai delle fabbriche, in larga parte inattive, quanto lavoratori che combattevano sulle barricate e sui bastioni di allora, trasformati in granatieri e cannonieri della rivoluzione. Ma con il minimo di gestione amministrativa che la tragedia consentiva la Comune doveva assumere degli impiegati e pagarli. Non osò, e Marx la rimproverò gravemente, prendere per la guerra l’oro dai sotterranei colmi della Banca di Francia, che sarebbe poi andato a Berlino; ma avvertì i suoi epici « burocrati » che non sarebbero stati pagati più di un lavoratore delle officine. Quando non pagò né gli uni né gli altri, i primi restarono alle loro scrivanie e gli altri ai loro cannoni, serrando le cinture ed i denti.
Questo principio fu ricordato da Lenin a proposito dei sabati comunisti, in cui gli iscritti al partito comunista, ed essi soli, davano ore e lavoro materiale senza compenso, ossia offrivano alla società sopralavoro e plusvalore, mettendo sotto i piedi interi brandelli del loro « diritto ».
La gestione economica, non più mercantile né monetaria né salariale, dello stadio più basso del socialismo, è fondata sulla calcolazione pianificata di grandezze fisiche fondamentali per la società: il tempo di lavoro e la massa dei generi di consumo, la cui applicazione è in teoria possibile rapidamente per una società tutta già condotta in forma industriale capitalista anche per i settori agricoli, e in cui sia decisamente superata ogni economia molecolare di produzione, e si potrà cominciare con disposizioni semplici ed ovvie. Alcune riguarderanno i componenti del partito comunista; a qualunque funzione adibiti essi fino a che non si calcoli il consumo sociale saranno remunerati in ragione della media operaia. Per quanto riguarda il lavoro manuale e quello intellettuale una norma sicura potrà essere che per il secondo è possibile che sia prescritta una dieta diversa, ma sarà anche prescritta l’abolizione di ogni droga, come alcool e tabacco, e ogni forma di svago notturno, atta a far rimbecillire i cerebrali prima del tempo.
Il riattacco alla trattazione russa
Chiuso questo passaggio, molto meno incidentale che non possa parere, ricordiamo in breve quale è stato il ponte di passaggio dalla discussione russa a questa sulla economia dell’ovest.
Per distrarre il mondo dai caratteri essenziali che impediscono anche ad un ippopotamo di equivocare tra capitalismo e socialismo – mercato, moneta, salario, bilancio aziendale e familiare, reddito, risparmio, imposta, previdenza sociale, diritto ereditario, proprietà della casa abitata, e così via – si è barato su di un concetto del marxismo che è esattamente citato: una forma sociale di produzione ne surroga un’altra, attraverso lotte e rivoluzioni, solo quando essa garantisce un minore sforzo umano contro una produzione maggiore, un più alto rendimento.
Si è cercata la prova della forma socialista nella pretesa maggiore produzione ottenuta in Russia, confondendo la massa bruta del prodotto col rapporto tra la quantità sociale ottenuta e lo sforzo sociale impegnato, e confondendo con questo concetto – la cui unità di misura marxista è una sola: il tempo; ossia nel capitalismo al lavoratore resta un quarto della sua giornata, nel socialismo una proporzione drasticamente maggiore, almeno del doppio, e ciò a pari «produttività tecnica», che è altro paio di maniche – il ritmo di aumento della produzione annua.
Si affermò che in questo confronto la Russia batteva l’Occidente. A questa fondamentale menzogna base di tutta la propaganda staliniana e dei vari discendenti, rispondemmo anche negli scritti detti «Dialogato con Stalin» e «Dialogato coi Morti» – apparsi qui e in volume – che era falso il fatto, e la sua spiegazione.
Che il capitalismo in generale accelera rapidamente di anno in anno la sua produzione bruta quando è «giovane», quando esce da una guerra, specie se perduta, quando esce da una crisi, ed in generale quando ha l’agio di maciullare di più la forza operaia sotto la macchina salariale della produzione annua. Si è provato questo guardando verso est, si tratta di provarlo guardando verso Ovest. L’avversario è diverso, ma dice la stessa cosa: il modo di produzione capitalista è in grado di accrescere il benessere sociale illimitatamente, diminuendo lo sforzo medio, evitando le guerre e le crisi, e quella che da esse aspettiamo, la Rivoluzione.
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Prospetto I – Sviluppo storico del capitalismo: produzione industriale annua in Inghilterra, Francia, Germania, USA dal 1761 al 1955 (indici 1913 = 100)
La fonte principale dei dati raccolti nel presente quadro che copre il più lungo periodo storico sono i lavori del Kuscinsky (Jurgen), economista che si dichiara di scuola marxista, ed è filosovietico; autore come altra volta accennammo di ampie ricerche storiche sulla produzione, la produttività, il commercio mondiale, la storia del capitalismo industriale e la situazione delle classi operaie. Il presente quadro ha però potuto utilizzare i dati del detto autore fino al 1933 soltanto, pur sottoponendoli a talune elaborazioni di calcolo che indichiamo.
Si tratta di solo quattro tipici paesi del capitalismo: Inghilterra, Francia, Germania e Stati Uniti d’America. I dati anno per anno sono dati solo a partire dal 1789, mentre per i periodi anteriori (tolta la Francia) si sono elaborati gli anni estremi di una serie di cicli che l’autore ci dà in altro lavoro. L’anno di riferimento è sempre il 1913 per cui egli assume l’indice 100 (salvo che per gli Stati Uniti in cui è usato il 1909 nei cicli anteriori al 1859, che abbiamo pure riferito con opportune trasformazioni al 1913).
Per integrare il quadro dal 1933 al 1955 (esso sarà ben definito dal 1757 per l’Inghilterra, dal 1787 per gli Stati Uniti, dal 1801 per la Germania e solo dal 1839 per la Francia) si sono dovuti usare di dati di altra provenienza, indicata nel testo. Ad eccezione dell’URSS, dei paesi dell’Europa orientale e della Cina, i dati più recenti, quelli della Rivista inglese The Economist, e qualche altro di fonte.
Ci siamo sempre assicurati che non vi era contrasto tra le varie fonti e le collimazioni ovunque sono state possibili sono risultate accettabili, con scarti che si potevano trascurare.
Ripetiamo un rilievo importante sui dati del Kuscinsky che incide specialmente sui primi periodi storici del capitalismo. Mentre le fonti moderne per lo più si riferiscono al complesso della produzione industriale, quasi sempre precisando che sono incluse tutte le industrie manifatturiere, quelle estrattive e quelle dei trasporti e pubblici servizi (salvo rare eccezioni), il Kuscinsky avverte quando dà i suoi quadri per anni e per cicli che si tratta della sola produzione delle “industriewaren” o “merci industriali”, volendo per esse intendere i prodotti di quelle industrie che lavorano su materie prime di origine non agraria, ma a loro volta industriale, o almeno minerale. Egli indica che andrebbe quindi esclusa l’industria del legno in quanto lavora il prodotto forestale, e l’industria tessile. Andrebbe con tale criterio esclusa la sola filatura, ma non la tessitura la cui materia prima sono i filati, e certamente non vanno escluse le industrie estrattive.
Questo va tenuto presente nello studio del quadro, che però non perde come si vedrà nel seguito il suo significato e il suo valore di base alle deduzioni che se ne dovranno trarre.
Sviluppo storico del capitalismo: produzione industriale annua in Inghilterra, Francia, Germania, USA dal 1761 al 1955 (indici 1913 = 100).
Prospetto II – Recente svolgimento del capitalismo mondiale
Il presente quadro si riferisce al più recente periodo storico, ossia a quello che ha seguito la seconda guerra mondiale. Infatti anno per anno figurano solo i dieci dal 1946 al 1955, e si è aggiunto ora il 1956. Per semplice riferimento sono poi riportati gli anni 1932 e 1937.
Infatti gli indici della produzione industriale totale sono tutti riferiti alla base 1932 = 100. Il quadro abbraccia, oltre ai quattro paesi del primo prospetto, anche la Russia, il Giappone e l’Italia.
Le cifre presentate in questo quadro, almeno fino al 1955, sono state tutte tratte da fonti russe: discorsi al XX Congresso e precedenti relazioni ai congressi sui piani quinquennali. Le altre fonti non russe sono state impiegate solo per raffronti e conferme, che in genere sono positive, per integrare il quadro con l’ultima annata 1956, per qualche indice di anni intermedi.
Paese per paese ed anno per anno la colonna a destra di quella degli indici segna l’incremento annuale percentuale, positivo o negativo.
Sono poi indicati in apposite orizzontali gli incrementi relativi di interi periodi, come quello 1932-1946 e quello 1946-1955.
Altra orizzontale mette in evidenza la velocità di ripresa della produzione a seguito della seconda guerra mondiale, in cui tutti i detti paesi vennero coinvolti.
Per questo periodo più importante è stato fatto, a migliore chiarimento, il calcolo dell’incremento annuo medio nel considerato novennio di pace, in cui la produzione è stata ovunque in incremento, per tutti e sette i paesi e per quasi tutti, se non tutti, gli scatti annui.
Note – (1) Produzione del 1938.
Esempio pratico elementare
Il presente piccolo grafico, costruito secondo un esempio numerico semplice scelto ad arbitrio, serve a sciogliere il dubbio che è spesso sollevato da vari compagni, che hanno il torto di spaventarsi della «matematica», e la consolazione di apprendere che la stessa svista è comune in certi casi al grande economista ufficiale sovietico Varga.
Se in un piano quinquennale si è avuto che la produzione dell’ultimo anno è di circa il 150 per cento cresciuta rispetto a quella dell’anno zero (ossia non il primo del quinquennio, ma l’ultimo del quinquennio precedente), alla domanda: quanto è stato l’incremento annuo, in media?, non bisogna rispondere frettolosamente: il 30 per cento ogni anno, come fa chi divide 150 di aumento finale per cinque anni.
Chi fa così esagera (del 50 per cento) perché il vero incremento annuo non è circa trenta, ma solo venti per cento.
Da qui una prima tara da fare alla propaganda fatta a braccia.
Nel calcoletto non si tratta dell’indice che va da 100 a 250 ma da 100 a 248,8, come avviene esattamente aggiungendo per ogni anno il 20 per cento alla cifra dell’anno prima. Il quadretto mostra come si fa per tornare correttamente dall’aumento del quinquennio a quello annuo. Venti per cento annuo non significa 100 per cento nel quinquennio, ma 148,8 (che vale 150) per cento. E la corsa dall’indice 100 a quello circa 250 non si fa al passo del trenta per cento annuo, ma solo a quello, meno elevato di molto, del 20 per cento.