Il diavolo in corpo
I laici della variopinta ma non per questo meno squallida costellazione democratica, che hanno finto di scandalizzarsi per l’annunzio pontificio che il diavolo esiste davvero, con tanto di corna e piedi forcuti e membra villose, ragionano in pratica esattamente come il custode delle chiavi di San Pietro con l’aggravante di essere i lontani di scendenti dei borghesi rivoluzionari, fieri ai bei tempi di aver decapitato con Kant il re del cielo e con Robespierre il re della terra.
Posti di fronte alle catastrofi incalzanti da cui è deliziata l’umanità contemporanea, e che (presago cuore di Paolo VI!) hanno fatto con un loro piccolo campionario da lugubre accompagnamento ai tripudi e alle orge natalizie, essi, per nasconderne le cause materiali sociali, si rifugiano nella comoda ricerca del Maligno, il Ribaldo di turno, il Pirata in carne ed ossa, l’Assassino registrato all’anagrafe. Piovono bombe su Hanoi? Colpa di Nixon. Si uccide in Irlanda? Colpa di Heath. Minaccia un conflitto Siria-Israele? Colpa di Dayan. Un solo nubifragio fa a pezzi la Sicilia? Colpa di Andreotti. Gli operai di Marghera devono mettersi la maschera antigas, e i loro familiari, supponiamo, turarsi le narici? Colpa di Cefis.
Trovata la “causa” scoperto il “rimedio”: facciamo vibrare la corda segreta sonnecchiante nel cuore perfino del Malvagio, e che ne attesta, malgrado tutto, l’origine divina; se non basta ancora, appelliamoci agli “uomini di buona volontà” contro quelli di volontà cattiva; e sarà pace sulla terra…!
Come stupirsi che, “nemici” in parlamento o nei comizi, laici e preti, neri e “rossi”, democratici di destra e democratici di sinistra si ritrovino uniti in quelle edizioni profane dei riti religiosi che sono le “veglie” e “fiaccolate” per il Vietnam, in quelle varianti razionali e scientifiche delle preci al buon dio che sono telegrammi di protesta, in quelle imitazioni formato ridotto delle chiese che sono le tende dei licenziati di fronte alle fabbriche o dei baraccati nelle piazze, in quelle metamorfosi mondane dei rosario che sono gli elenchi di firme di intellettuali in calce “roventi” petizioni, in quelle specie di esercizi spirituali edificanti che sono i “capodanni di solidarietà” per gli operai della fabbrica X o per popoli oppressi del paese Y, in quelle processioni in miniatura che solo le marce della pace preludio alle marce per le riforme, per gli investimenti, per i diritti dell’uomo, per la tutela del cittadino, per la salvezza della patria? E l’oppio laico a sostegno dell’oppio religioso, l’uno indispensabile per puntellare l’altro come il braccio secolare per puntellare il braccio spirituale. Dietro le sue cortine di fumo, non solo il piccolo borghese dimentica i suoi guai struggendosi di mistiche speranze, ma (ed è questo che importa) il proletario dimentica di essere proletario, la vittima drogata non riesce più a distinguere il mostro, questo si agente “come se avesse il diavolo in corpo”, che si chiama capitale.
Dimentica che l’orribile mostro è “nato sudando sangue e sudiciume da ogni poro” e più vive, più ne trasuda; che il suo commercio ha sempre seguito la sua bandiera, cioè il suo cannone, e il suo cannone, cioè la sua bandiera, ha sempre seguito e sempre seguirà il suo commercio. Dimentica che i suoi primi trionfi sono legati all’oppio venduto in Cina e somministrato ai lattanti nei distretti industriali inglesi più di un secolo prima che avessero corso i moderni stupefacenti, e che le sue glorie mature sono state celebrate col duplice spettacolo dell’edificante moralità vittoriana e delle non meno edificanti “ossa dei tessitori che imbiancano le pianure del Bengala” Dimentica che, costruttore di “ben altre meraviglie che le piramidi di Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche esso ha sempre avuto ed ha sempre più bisogno di distruggerle periodicamente per ricostruirle ancora più grandi e distruggerle di nuovo, nutrendo il suo insaziabile ventre con la pala che accumula blocco su blocco non meno che col piccone che li abbatte, con la vita non meno che con la morte, con la miseria non meno che con la ricchezza, con la febbre della produzione non meno che con la l’epidemia della sovraproduzione”, con la fittizia pacce e con la realissima guerra, e che la sua marcia trionfale si è svolta e si svolge alla condizione di “preparare crisi sempre più estese e violente” e “ridurre sempre più mezzi per prevenire le crisi”. Dimentica che nella sua legge di vita è scritto: “la produzione capitalistica sviluppa la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio“.
Dimentica insomma che, per cospargere di bombe il pianeta per sconvolgere il secolare equilibrio dei fiumi dei boschi, delle pianure e dei rilievi, per appestare l’aria e avvelenare l’acqua, per celebrare in rima la maternità e danzare in prosa su montagne di cadaveri, il regime capitalista non ha dovuto aspettare la fine dell’anno 1972, Nixon, An- dreotti, Cefis o simili personaggi anagrafici, come non aveva dovuto aspettare il 1914 o il 1939, Guglielmone o Hitler, Poincaré o Nicola II, Rockefeller o Krupp; chi oggi “protesta” “veglia”, “marcia” e implora, è solo il pronipote degenere di chi si ribellava di fronte alle stesse sciagure, benché queste, “qualitativamente identiche, fossero quantitativamente minori così come erano minori gli anni del diabolico mostro, quegli splendori produttivi e quegli orrori sociali essendo il battito alterno – sistole e diastole – del suo cuore infame.
Viviamo nel modo di produzione più associato ma più antisociale che la storia abbia mai conosciuto: non si può avere insieme il regno dei commerci e quello della pace il regno del lavoro salariato e quello della fratellanza umana, il regno del pro fitto e quello delle bocche che non hanno fame, dei ponti tecnicamente più audaci che non crollano, degli argini più scientificamente calcolati che non si spezzano, dei fiumi secolarmente imbrigliati che non straripano, dell’acqua, del cibo e dell’aria che non ammorbano, del suolo che non inaridisce, dell’operaio che non crea ricchezze solo per esserne schiacciato del filisteo che non ci vive sopra nella nobile veste di intellettuale possibilmente progressista, o del prete preferibilmente del dissenso.
Il diavolo esiste, ed è in noi nel fondo del nostro cuore e della nostra coscienza – grida il filisteo: esorcizziamolo, esclama il prete; moralizziamolo, bela l’intellettuale democratico o fascista. Il mostro, anonimo, impersonale, storicamente determinato storicamente morituro, – diciamo noi -, è il modo di produzione capitalistico con tutto il suo armamentario di istituzioni sociali, giuridiche, politiche, tanto più solide e quindi tanto più micidiali, quanto più “riformiste”, “moralizzate”, “democratizzate”, insomma abbellite. Bisogna distruggerlo. È una forza di classe: solo una classe può ucciderlo, quella che lo mantiene con il suo sudore e con il suo sangue. È nato da una rivoluzione violenta: solo una violenza rivoluzionaria può abbatterlo. Ci ha dato e ci dà involontariamente le armi per affossarlo e organizzare sulle sue rovine una società senza classi in cui ciascuno dia secondo le sue possibilità e riceva secondo i suoi bisogni: ci ha lasciato e ci lascia un’immensa dotazione di forze produttive. Chi insegna alla prima di queste forze produttive, cioè alla classe operaia, che il suo compito è di prepararsi non a utilizzare le armi poderose e la forza gigantesca che il capitale le ha messo in mano per affossare il mostro, ma a fungere da pietosa crocerossina al suo capezzale, costui serve soltanto gli interessi della sua conservazione; è il suo estremo baluardo, il suo ultimo servo gallonato: deve perire nel crollo fragoroso del suo regno.
Oggi come nel 1848, è questo il nostro messaggio di anno nuovo.
Il «mao-bordighismo» spauracchio per i gonzi
Commentando «Le contraddizioni di Avanguardia Operaia sul problema cinese», l’organo trotzkista Bandiera Rossa, n.11 (1972), pag.6, proclama “inevitabile che anche in A.O. – come in altri gruppi – si delineino, prima o poi, tendenze che potremmo definire neo-bordighiste anche a proposito della Cina” (visto che giò Corvisieri, ex-ferro di lancia «antibordighista» del gruppo Maitan, avrebbe «ingurgitato», passando alla direzione di A.O. – secondo precedenti critiche di Bandiera Rossa – «un “originale” intruglio mao-bordighista» sulla natura dell’URSS).
Non analizziamo qui anche noi le più che stridenti contraddizioni di A.O., che proclamava doversi bandire ogni critica di stampo «trotzkista o bordighista» alla Cina, poi pubblicava l’editoriale Si consolida in Cina la svolta moderata (15 sett. ‘72), e lo smentiva quindi proclamando che “la Cina è più rossa che mai” (no comment). E’ interessante però come trotzkisti ed ex-trotzkisti si rimandino l’accusa di «bordighismo».
Ma se Bandiera Rossa (cfr. pag.13 dello stesso numero) ci tiene a distinguere La rivoluzione tradita con relativa teoria della “casta burocratica bonapartista” quale “escrescenza parassitaria” dalle speculazioni grossolanamente antimarxiste della Burocratizzazione di Bruno Rizzi e successiva Rivoluzione manageriale di James Burnham, benché lo stesso Trotzky avesse ipotizzato che simili dottrine di «revisione globale» sarebbero state confermate ove la seconda guerra mondiale non avesse dato luogo ad una rivoluzione internazionale (assurda e liquidatoria supposizione che discendeva da un’interpretazione affatto distorta della fase inferiore del comunismo, ritenuta da Trotkzy compatibile con un’economia mercantile, almeno per quanto concerne le strutture essenziali di un modo di produzione “post-capitalistico”) noi dobbiamo a maggior ragione rilevare l’arbitrio dell’amalgama “bordighismo”-maoismo.
I trotzkisti ignorano o fingono di ignorare che, mentre Mao postyula una “restaurazione” del capitalismo in URSS (un po’ come gli staliniani, prima della svolta kruscioviana in Jugoslavia) e la struttura sociale russa viene desginata con la categoria politica di social-imperialismo o con simile assurda terminologia; per una rigorosa valutazione marxista la rivoluzione russa economicamente non oltrepassò mai la prima fase della doppia rivoluizione, quella dell’accumulazione originaria (chiamata da Preobragensky, contro l’ABC marxista, «socialista»), della cui preponderanza sulle obiettive possibilità di controllo della direzione comunista bolscevica la controrivoluzione politica staliniana fu l’espressione. Né Stalin, né… Krusciov hanno restaurato un capitalismo che non era stato, né poteva essere, distrutto: ma hanno puramente rappresentato l’adattamento della politica alle esigenze di un’economia in accumulazione primitiva e quindi in piena espansione capitalistica. Quanto alla rivoluzione borghese cinese, essa fu tale anche sul piano politico e Mao non dovette porsi alla testa di nessuna controrivoluzione politica che liquidasse un’inesistente avanguardia comunista locale e internazionale.
Bandiera Rossa afferma pure: «La sostanziale omogeneità strutturale (che non implica necessariamente omogeneità di orientamenti politici) tra URSS e Cina è rilevabile non solo e non tanto partendo dalla politica estera, ma anche e soprattutto analizzando le categorie economiche che operano e le stesse forme di gestione dell’economia e del potere politico». D’accordo: ma proprio l’esame di queste categorie, ben lungi dall’autorizzare la diagnosi di “società di transizione” e di “stato operaio degenerato”, impone – ove non si faccia gettito del marxismo gingillandosi col mercato ed il salario “socialista” come l’egregio Ernest Mandel, identificando il capitlaismo con un rapporto giuridico invece che di produzione – il riconoscimento che sia in URSS che in Cina (a diversi livelli di sviluppo storico) non si costruisce né si è costruito nient’altro che capitalismo. E lo statalismo russo e cinese non equivalse e non equivale al capitalismo di stato come fase terminale del modo di produzione capitalistico, ma al primitivo statalismo e protezionismo (dai Comuni medioevali a Colbert) che garantisce l’accumulazione originaria (fase ora in URSS complessivamente svolta, che non a caso cede il posto all’aziendalismo alla Liberman).
Se quindi A.O. venisse fuori a dire che la Cina non è più “rossa” (socialista) non farebbe nessun passo in direzione del marxismo: perché la Cina non lo è mai stata né in economia né in politica, laddove l’URSS lo era in politica con Lenin e Trotkzy.
Nessuna “nuova classe”, nessuna “casta parassitaria”, tanto meno “stato borghese senza borghesia” nel senso marxiano di “fase inferiore del comunismo (socialismo) a distribuzione non mercantile, ma contingentata (con lo scontrino)”. Capitalismo, giovane in Cina, ormai maturo in URSS: industrialismo di stato, oceano di piccola produzione (specie agricola) pre-o tutt’al più paleo-capitalista.
La questione dell’URSS, e della controrivoluzione staliniana, è per noi cruciale, ma non centrale, poiché essa non è se non un’ulteriore verifica delle prognosi di Marx e Lenin sulla rivoluzione doppia, e non apporta alcun elemento di revisione o correzione – bensì conferme supplementari – alla dottrina rivoluzionaria, che permane invariata. Chi dà corda alle speculazioni “antitotalitarie” ispirate da Hilferding e svolte dai teorici del “collettivismo burocratico” sono coloro che vedono in URSS ed in Cina “superato” il capitalismo: essi inoltre, contribuendo ad offuscare la chiara visione marxista e leniniana della doppia rivoluzione, appoggiano paradossalmente ma obiettivamente lo stesso estremismo infantile, che giunge a collusione con l’opportunismo socialdemocratico, dei vari Gorter e Pannekoek, per cui, non essendoi variata la natura economica dell’URSS da Lenin a Stalin, e supponendosi impossibile – come i trotzkisti – che una direzione politica comunista controlli (in condizioni favorevoli e nella prospettiva della rivoluzione nei paesi avanzati) una economia in sviluppo capitalistico, si riduce il bolscevismo a mero giacobinismo borghese. Trotzkisti e Linkskommunisten non hanno infatti mai compreso a fondo le Due Tattiche di Lenin del 1905, uno dei libri più citati e meno letti (ma non diciamo neanche studiati).
Come non esiste alcuna convergenza fra l’estremismo infantile e le nostre posizioni, così ogni assimilazione di queste ultime al neostalinismo cinese, ulteriore sviluppo revisionista, è solo prova di incapacità di discernamento da parte di coloro per i quali la definizione di “bordighismo” (settarismo, dogmatismo, ecc.) assume l’indeterminazione della «notte in cui tutte le vacche sono nere», ed un sapore di accusa generica quanto superstizione che ricorda l’uso del termine «trotzkismo» da parte dei discepoli di Stalin o della “edizione minore”, il pensieroso Presidente cinese.
Kautsky rimesso sugli altari dal XX Congresso del PC francese
Come osserva la stampa borghese, è la prima volta dopo il congresso di Tours (dicembre 1920) che i “socialisti” accettano di delegare un loro rappresentante a un congresso del PCF, e il rapporto di Marchais al recente XX congresso sottolinea l’importanza del programma comune stilato dai due partiti, fatto senza precedenti, “avvenimento storico” frutto di anni ed anni di sforzi laboriosi. Certo, esso prende atto delle differenze fra PCF e PS. Il partito “comunista”, si richiama sempre, a parole, alla dottrina marxista e pretende di difendere in primo luogo gli interessi della classe operaia, ma condivide con il PS la stessa concezione del socialismo che, per entrambi, non può andar scompagnato dalla democrazia, dalla libertà, dagli “eterni principi” dell’89. Il programma comune sul quale essi si sono accordati non è, certo, il programma del socialismo (al quale non potrebb’essere comparato senza “rendere insipido il socialismo stesso”) ma la “collaborazione” [degli altri partiti della cosiddetta sinistra] sarà egualmente necessaria alla tappa del socialismo”.
Come spiegare questa convergenza fra gli ex protagonisti della scissione di Tours? E’ vero che quest’ultima è stata sempre denunziata dalla nostra corrente come “troppo a destra”; è vero che noi abbiamo sempre denunziato come perlomeno sospetta l’adesione alla III Internazionale dei vecchi capi sciovinisti del Partito francese. Nondimeno, il fascino potente della rivoluzione d’Ottobre imponeva loro, se non altro, un’apparenza ed una fraseologia da partito proletario di fronte alla socialdemocrazia classica rappresentata dalla tradizionale SFIO.
Venne poi la controrivoluzione staliniana, di cui il partito francese fu il sostegno fedele. Ma il richiamo allo stalinismo rudemente dittatoriale “collettivizzatore” dava al PCF una patina di “radicalismo”. Oggi, rompendo ogni legame col “modello sovietico”, il PC si spoglia degli ultimi veli che gli impedivano di strusciarsi allegramente con il suo compare socialista: «Non v’è e non può esservi modello di socialismo», esso proclama. Le ultime reticenze socialiste, specialmente a proposito della Cecoslovacchia, nei confronti del socialismo “totalitario”, sono così quidate. Dopo tutto, ciascuno fa quel che vuole in casa sua; noi non approviamo, ma non sono faccende nostre, e in ogni caso la Francia non è la Cecoslovacchia, Parigi non è Praga, Giovanna non è San Venceslao!
Come si è detto, verbalmente il PCF si richiama sempre alla teoria marxista e a Lenin, il quale però scriveva: «Non sono certi aspetti, ma tutti gli aspetti essenziali e molti tratti secondari della nostra rivoluzione che hanno una portata internazionale»! Ed è vero che la stampa di destra non manca di denunziare, come sempre, la zampa del lupo dietro la “mano tesa”, spiegando come, grazie al meccanismo della proporzionale, il PCF (avendo voti) schiaccerebbe i suoi alleati la falce comunista taglierebbe brutalmente sul suo stelo la rosa socialista. Ma questa stessa stampa riconosce che il cambio di orientamento del PC, sebbene in parte dettato da considerazioni tattiche, è un fatto reale, che si traduce sia nell’abbandono del “modello russo”, sia nell’appello non più soltanto alla classe operaia ma alla massa immensa dei lavoratori manuali e intellettuali delle città e delle campagne, di tutte le vittime monopoli capitalistici, della grande maggioranza francesi“, insomma alle classi medie; evoluzione che trarrebbe origine dal mutamento di composizione sociologica del PC e dal ringiovanimento dei suoi quadri. Lo stesso Marchais, d’altronde, proclama: «Il Programma comune non è un accordo tattico limitato all’epoca di una elezione»!
In realtà, l’avvicinamento fra i due partiti, la “mano tesa” del PCF al PSF, si spiega perfettamente se si considera che quest’ultimo, completamente debilitato, non è più nemmeno in grado di sostenere la parte della socialdemocrazia classica, parte che l’opportunismo staliniano recita sempre meglio ed ancor più ansioso di recitare in avvenire.
Vediamo infatti come esso analizza la situazione economica e politica, e le conclusioni che ne trae.
Secondo Marchais, le “200 famiglie” sono state sostituite da un piccolo numero di gruppi finanziari che realizzano grandi profitti e cercano di aumentarli al massimo; cosa che, d’altra parte, spinge i monopoli a scavalcare i confini nazionali mettendo così in pericolo l’indipendenza della Francia (da buon social sciovinista, Marchais difende il capitalismo francese contro l’ingerenza degli interessi stranieri e dei trust internazionali). I magnati della finanza sperperano i profitti estorti in orgie pantagrueliche; cosa che a sua volta porta con sé un rallentamento dello sviluppo economico, mentre l’affannosa ricerca un “profitto massimo” ha per conseguenza l’inflazione e la crisi monetaria.
Per Marchais, non è dunque in ”causa il capitale, ma la cattiva gestione dei monopoli. La sua proposta è di prendere, d’accordo con tutti i ceti sociali danneggiati da questi monopoli, “la direzione degli affari del paese” per una gestione sana e giusta dell’economia capitalistica, per un più regolare e sostanzioso aumento della produzione, per un’efficace lubrificazione degli ingranaggi più o meno arrugginiti della gigantesca macchina per fabbricare plusvalore.
E, poiché l’aristocrazia del denaro si è sottomesso l’apparato statale, rendendolo burocratico e ipercentralizzato, bisogna rimediarvi con “la partecipazione attiva dei cittadini, la democratizzazione di tutti i meccanismi dello Stato a tutti i livelli, il decentramento delle decisioni, delle competenze e dei mezzi”.
La soluzione della crisi attuale del capitalismo risiede insomma nell’attuazione, mediante un’”alleanza di forze politiche e sociali”, di un “programma di profonde riforme democratiche nel politico ed economico”. Certo, si dice, questa “democrazia avanzata” non è il socialismo; essa costituisce (almeno in Francia) una tappa di transizione verso quest’ultimo, al quale non si rinunzierà mai: non fatevi illusioni, giacché “lo sviluppo continuo della democrazia politica ed economica che noi vogliamo per il nostro paese favorirà il consolidamento delle funzioni della classe operaia nella società e l’indebolimento di quelle del grande capitale; in tal modo saranno create le condizioni migliori affinché la maggioranza del nostro popolo si proclami favorevole alla trasformazione socialista della società”! Ecco dunque le mirabolanti proposte del Programma comune: controllo da parte dello Stato dei prezzi fissati dalle aziende pubbliche e private, e ruolo centrale dei sindacati delle organizzazioni operaie in genere nella lotta contro l’inflazione; convenzioni fra Stato e grandi imprese affinché il progresso tecnico e lo sviluppo della produttività vadano a vantaggio degli operai e dei consumatori sotto forma di ribasso dei costi di produzione; sgravi fiscali, riorganizzazione dei mercati pubblici, riduzione delle spese parassitarie, lotta contro la speculazione monetaria, fondiaria e immobiliare, politica del credito; scala mobile per garantire l’aumento del potere d’acquisto dei salari, pensioni, assegni familiari ecc. ecc.
Resta soltanto un’ombra a questo quadro idilliaco, degno in tutto e per tutto della più codina delle piccole borghesie di questa terra: risolte, grazie ai buoni uffici della democrazia avanzata, tutte le contraddizioni del capitale, perché diavolo sarebbe necessario il socialismo? È vero che, se per socialismo si intende “la proprietà collettiva dei grandi mezzi di produzione e di scambio” (il che, verosimilmente, significa la nazionalizzazione delle grandi imprese industriali e commerciali) e l’esercizio del potere politico della classe operaia in alleanza con con gli altri strati della popolazione lavoratrice”, la differenza fra le due “tappe” si riduce a così poco, è d’ordine così quantitativo, che basta nazionalizzare qualche tra azienda e guadagnare qualche seggio in più alla Camera, perché gioco sia fatto. Ma dir questo è dire che, se PCF (come PCI) non ammette chiaro e tondo di aver rinunciato al socialismo, il suo programma politico è in realtà quello del riformismo: un riformismo “sottile” sia pure; un riformismo che finge di non aver buttato apertamente a mare lo scopo finale: un riformismo che tiene in riserva (o meglio in soffitta) la… rivoluzione. Ma nella storia del movimento operaio, queste esercitazioni di “sottigliezza” giuridica non rappresentano per nulla un fatto nuovo. Sono, al contrario, vecchie quanto il capitalismo!
Se, per Marchais, il socialismo è la democrazia “fino in fondo” già Lenin scriveva che la “democrazia pura” di cui Kautsky si riempiva la bocca non era che la frase menzognera del liberale che cerca di imbrogliare gli operai. Contro lo stesso Kautsky, Lenin ricordava la frase di Marx: «Tra la società capitalistica e la società comunista v’è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde un periodo di transizione politica, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato». E Lenin aggiungeva che la formula “dittatura rivoluzionaria del proletariato” era solo una enunciazione più esatta del compito del proletariato consistente nello “spezzare” nel “distruggere” la macchina statale borghese
Se quindi v’è una tradizione politica alla quale il partito del signor Marchais (o del signor Berlinguer) può richiamarsi, non è certo quella di Marx di Lenin, ma quella di Kautsky, il padre delle vie pacifiche, democratiche e nazionali al socialismo, di cui il marxismo aveva fatto giustizia solo nel 1918 ma nel 1850 per non dire poi all’epoca del “Programma Gotha”.
Di un Kautsky, anzi, all’ennesima potenza, come vuole per le sue necessità di sopravvivenza l’”imperialismo, ultima fase del capitalismo”!
In margine alla liquidazione del PSIUP
Non esistono rivoluzionari a metà
Sono passati mesi da quando quel che rimaneva del PSIUP è stato definitivamente sepolto dai suoi stessi capi con la proclamazione che il ruolo del partito doveva considerarsi esaurito e quindi occorreva passare armi e bagagli al PCI, «unico reale punto di riferimento [manco dirlo!] per tutte forze autenticamente rivoluzionarie». Qualche annotazione sulla squallida vicenda psiuppina crediamo possa venire anche da parte nostra, in quanto presenta dei caratteri di opportunismo per così dire esemplari, che possono dar luogo utili indicazioni su tutta una serie di fenomeni analoghi di forze «che aspirano ad una rivoluzione fino a un certo punto», ingombrando «la chiara impostazione definitiva della lotta rivoluzionaria» con la propaganda di progetti che, alla luce della critica comunista, si rivelano altrettanti «piani per la migliore difesa e conservazione delle istituzioni presenti, introducendo in esse modifiche esteriori, per lasciarne sussistere il contenuto essenziale: il sistema di economia privata e libera, ossia il capitalismo, ed il meccanismo democratico dello Stato, ossia il parlamentarismo». (Il valore dell’isolamento ne Il Comunista” 24 e 31-7-1921),
Si tratta proprio di definire il significato del cosiddetto “ruolo” rivestito dal PSIUP, tuttora ascrittogli a merito (relativamente agli anni di “grassa”) non solo dai suoi ex-leaders o dagli affittapoltrone del PCI e del PSI che oggi li ospitano, ma persino (e la cosa non ci stupisce) dall’estremismo extra parlamentare da operetta e dai superstiti propugnatori (alla Foa) del «rilancio organizzativo e politico», del PSIUP che si apprestano a varare un «nuovo» (e genuino, perbacco!) PSIUPissimo.
Si veda l’amletico dubbio di Pio Marconi (che all’argomento PSIUP ha dedicato un saggio su «Il Manifesto» del 19-20 maggio 1972): «L’esperienza del PSIUP dimostra che è impossibile una alternativa ai grandi partiti riformisti tradizionali? O piuttosto da questa esperienza, anche negativa, si ricava la conclusione che l’unica alternativa può trovarsi in un modo radicalmente diverso di concepire la pratica politica, in un’azione politica che rompa tutti i vecchi schemi, in una collocazione rinnovata rispetto alla classe?». Il «Manifesto» opta, naturalmente, per la seconda ipotesi, data la sua ambizione di presentarsi quale incarnazione del «Nuovo» in tutti i campi, e considera negativa l’esperienza del PSIUP proprio perché non avrebbe avuto il coraggio di portare sino in fondo un processo di rinnovamento interno, ovvero la sua “rivoluzione culturale” organizzativa. Per il «Manifesto», al pari di tutto il cosidetto ultrasinistrismo corrente, il problema dei problemi consiste nel cercare una serie di nuove ricette organizzative alla sclerosi dei partiti riformisti.
Ad ogni, più o meno occasionale, risveglio delle masse, costoro plaudono allo «spostamento (automatico) a sinistra» e si fanno in quattro per rinnovare le vecchie pratiche organizzative: questo perché concepiscono l’azione di massa come fattore di per sé determinante, e il Partito come semplice struttura organizzativa chiamata a modellarsi su tale azione, recependone la spinta “autonoma” in forme sempre nuove, e tanto meglio quanto più passivamente ed «elasticamente». Per essi, il pericolo è che al momento buono il “contenuto politico”, già tutto presente nelle masse in movimento, trovi la sua espressione organizzativa derivata. A questo si riduce il ruolo politico del Partito e il suo rapporto dialettico con le masse! Non stupisce, perciò, il mito, agitato da questi “neo-marxisti”, delle giornate del luglio ’60 o dell’autunno caldo del ’69 quali espressioni di forze spontaneamente emergenti dal tessuto sociale che sarebbe bastato travasare nelle capaci tinozze dei partitoni riformisti per compiere il miracolo della creazione del “vero”, “nuovo” Partito, voce delle masse, del proletariato, o del popolo, … tanto non fa differenza,
Lo spazio a sinistra
Se ciò non è avvenuto, non per questo si passa a un’analisi critica dell’insufficienza degli errori di formulazione politica offerta alle masse, ma si accusa – al massimo – il riformismo di aver lasciato sussistere un “vuoto d’organizzazione” o, come per il PSIUP, si parla di “occasione mancata”. Non si capisce, tanto per incominciare, che il fatto stesso del declino e della scomparsa di una siffatta organizzazione politica non significa, di per sé, che essa non abbia assolto pienamente le sue finalità proprio in quanto finalità opportuniste; che, semmai, il fallimento, in questo caso, non è stato tanto del PSIUP, ma di chi, nel mento in cui esso svolgeva la sua tale funzione di confusionismo tra la classe, l’ha scambiato per forza «potenzialmente (!) rivoluzionaria (!!)». Il Marconi parla, ancor oggi, con nostalgia delle “pure origini” e delle susseguenti occasioni perdute, del PSIUP: all’inizio della sua esistenza, esso rappresentava, egli scrive, «una presa di posizione antisocialdemocratica» e tutto questo rappresenta, per il «Manifesto», «molto di più di quanto in quel periodo faccia e dica il PCI sempre diviso [?!] sin dalle origini del centrosinistra tra le esigenze di una battaglia di opposizione e quelle del contatto con una porzione della maggioranza di governo». Ma per spezzare veramente i legami con la socialdemocrazia occorre ben altro che un atto di rottura su un singolo momento derivato di tutta la politica socialdemocratica; parimenti, per “fare’ concretamente molto di più (e di diverso) di quanto non faccia il PCI non basta collocarsi verbalmente alla sua sinistra, od anche prendere singole posizioni ‘più dure’ rispetto a certi fenomeni accidentali (come quello del centro-sinistra) dell’impostazione politica generale: occorre stabilire una linea di demarcazione precisa sui temi fondamentali del potere e della dittatura, dei rapporti con le altre forze politiche e sociali; bisogna dividersi sulle finalità dell’azione politica e non illudersi, o illudere, che si possa seguire una strada comune ad altre forze, prendendosi il lusso, di tanto in tanto, di imboccare una laterale prima di reimmettersi nella principale a fianco dei riformisti. Guarda caso, sui temi di fondo del programma di classe non è mai esistita divisione alcuna tra la triade PCI-PSI-PSIUP e potremmo allungare l’elenco con le sigle «extra parlamentari». Ma questo, evidentemente, è di poco conto per gli apprendisti stregoni del socialismo a sorpresa del «Manifesto»! L’importante è che, per tutti sulla stessa via, si possa scantonare di tanto in tanto a sinistra: il resto verrà da sé. Si parte, in questo caso, da un modo di intendere la collocazione di classe delle forze politiche che si limita a fotografare le posizioni di schieramento, ed a farne, in senso del tutto riformista, una classifica di merito: più a sinistra l’un partito, meno l’altro. Si giunge, da questa geniale applicazione dell’analisi… marxista, a sperare che dalla diversità di collocazione di per sé stessa si possano originare spostamenti di forze tali da da dar luogo alla nascita del Partito, che sarebbe il primo della classe di questa bella compagnia (non a caso il “Manifesto” e gli altri gruppetti parlano di forze della sinistra extraparlamentare e della sinistra “tradizionale”, come di schieramenti aventi uno stesso punto di riferimento: le masse, perbacco!).
Queste posizioni vengono espresse ancor più chiaramente nel volumetto Storia del Movimento Studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia (titolo che è tutto un programma!)1: «Proprio la formazione del PSIUP – vi si legge, ad un certo punto – rompe, in modo netto, i tradizionali equilibri della sinistra italiana. Il nuovo partito deve cercare, per sopravvivere [bella lezione di darwinismo politico!] uno spazio politico: e lo trova, ponendosi, di fatto, alla sinistra dei comunisti, con atteggiamenti più rigidi, più classisti,meno compiacenti ». Ebbene, mancando la discriminante sul problema stesso della politica governativa, s’è visto come il PSIUP, dopo la sua breve scantonata, sia necessariamente rientrato nel comune ovile di tutti i riformisti. Certo, il PSIUP è stato, per un certo periodo, più aspro del PCI nella polemica col PSI, più “aperto” del PCI nei confronti delle “nuove forme organizzative’ operaie e soprattutto studentesche (assemblee, consigli fabbrica, esperienze di base…); ma non è casuale che queste differenze, lungi dall’aver sconvolto i tradizionali equilibri, abbiano portato a risultati identici nei due partiti, cioè all’ingabbiamento del proletariato nella politica riformista, e perfino al travaso del PSIUP al gran completo nel partitone picista. Come si spiega tutto questo?
L’opportunismo ha, giusta la critica marxista, una funzione invariante, che consiste nel legare il proletariato alle sorti del capitalismo impedendogli di essere “classe rivoluzionaria per se”; e ciò in nome del passaggio graduale pacifico, per le vie delle riforme, alla gestione “democratica” dell’economia della società (mercantile). Detto questo, non bisogna immaginarsi che, rispondendo ad una funzione unica nelle sue conseguenze ultime, l’opportunismo rappresenti un blocco informe, che si comporta sempre e dovunque allo stesso modo. Proprio perché esso compie storicamente la sua funzione, deve modellare la sua azione politica su una varietà di situazioni sì da dar luogo a diverse “tendenze”: diverse in quanto legate a strati sociali, forze ed umori politici diversi. Negli dal ‘64 ad oggi (con epicentro il ’69) non è stato né casuale né inutile o dannoso per il capitalismo che, sullo scacchiere dei partiti, il pedone PSIUP muovesse in maniera diversa da quella del re-PCI. Il compito del pedone era, in questo caso, proprio quello di distrarre le esili avanguardie operaie a risvegliarsi con un «punto di riferimento» bell’e pronto alle loro esigenze di “lotta dura” contro il sistema capitalista. Conclusione entrambi i pezzi, PSIUP e PCI, hano portato allo stesso risultato: fregatura solenne la classe operaia! Ecco, in poche parole, la realtà della “diversità” tra il PSIUP e il PCI; ecco il senso meschino della presunta “rottura di equilibri”!
«Crisi di equilibrio» e funzione del partito
Chi non comprende queste elementari conclusioni del marxismo può benissimo fare come i “teorici’ di Lotta Continua, Potere Operaio e soci che cianciano di un PCI-1945 diverso da quello attuale, allora sì in grado di essere un partito rivoluzionario, e non vedono come proprio in quegli anni, e in forza di una risposta apparentemente “più dura” alle esigenze della massa operaia (le famose “armi in pugno” dei partigiani tanto vagheggiate al presente dai signorini da salotto extraparlamentare) esso abbia compiuto, nel migliore dei modi possibile, la sua funzione di puntello indispensabile del capitale. Non essendo in grado di intendere la natura e l’azione dialettica dell’opportunismo per rapporto alle situazioni, questi bei tomi vedono tutta la storia dei partiti (naturalmente… “di sinistra”) come un’altalena continua ed indecifrabile: un PCI duro nel ‘45, già più molle nel ‘46, di nuovo duriccio nel ’48, poi sonnacchioso sino al ’53 per impennarsi ancora nel ’60, e via dicendo, e, accanto ad esso, un PSI meno duro, ma pur sempre più a sinistra del PSDI, ed un PSIUP che, a sinistra, sorpassa tutti prima di scomparire dalla scena. Se ne parla sempre, è d’obbligo, come di partiti “revisionisti”, ma qualcuno… è più revisionista degli altri, per cui sarà bene tenerlo d’occhio per “recuperarlo” ad una azione di massa “più incisiva”. Nell’articolo del 1921, citato, scrivevamo: «L’impazienza rivoluzionaria, la mania di battere in un senso quasi sportivo il record dell’estremismo, giocano una parte pericolosa, generando il confusionismo rivoluzionario, la tesi semplicistica e facilona, che pur che si cominci ad agire bisogna accettare tutte le alleanze, senza guardare troppo per il sottile alla finalità diversa dalla nostra che muoverà gli alleati in un primo momento». Perciò: alleanza “antisocialdemocratica” col PSIUP nel ’64 e suo corteggiamento nel ’69 per un autunno più caldo, così come oggi si arriva all’alleanza antifascista generalizzata per cui in una stessa manifestazione ritrovi il liberale “gobettiano” ed il democristiano onesto a fianco di “Lotta Continua”…
Ma, ci si obbietta, è pur vero che certe necessità di differenziazione, sia pure a scopo demagogico e mistificatorio, all’interno dell’opportunismo, una volta venute a coincidere con una fase di surriscaldamento del tessuto sociale, possono introdurre nel seno dell’opportunismo stesso delle contraddizioni capaci, in teoria, di debordare dai limiti prefissati dai dirigenti, ripetendo alla scala dei pasticcioni della grande Luxemburg. In certe situazioni, la differenziazione originariamente occasionale può trasformarsi in rottura di fondo. E non poteva essere questo anche il destino (potenziale) del PSIUP? Ammettiamo pure l’ipotesi di partenza: ma per arrivare a tanto occorre una coincidenza di due fattori, quello oggettivo, del movimento generalizzato di massa (cosa ben difficilmente visibile nel ’69), e la presenza di un partito capace di inquadrare tale movimento (quindi non un Partito qualsiasi, e neppure il Partito a un grado di sviluppo organizzativo qualsiasi, ma il Partito a un certo livello di sviluppo). Partiti “intermedi”, come il PSIUP, potrebbero, in questo quadro, fungere da momentaneo approdo per quanti, spinti dalla situazione, non hanno ancora la capacità e la forza di pervenire d’un balzo al programma comunista; niente di più che un punto di riferimento da abbandonare al più presto, pena il pericolo dello svolgimento delle posizioni opportuniste di queste forze. In nessun caso si può ipotizzare una soluzione “rivoluzionaria” concludentesi entro l’ambito del partito opportunista in cui si è, accidentalmente, manifestata la crisi di “equilibrio”.
Nella sua Storia della Rivoluzione Russa, Trotsky descrive il fenomeno del trapasso dalla stasi sociale alla rivoluzione in atto: «Il processo fondamentale di una rivoluzione consiste […] nella comprensione da parte della classe dei compiti che nascono dalla crisi sociale, nell’orientamento fattivo delle masse secondo il metodo degli avvicinamenti successivi. Le singole tappe del processo rivoluzionario consolidate dal succedersi di certi partiti ad altri, sempre più estremi, esprimono la spinta crescente delle masse verso sinistra […]». Ovviamente, in linea di principio non esiste affatto continuità di posizioni tra le «varie forze (sempre più radicali) della sinistra» e il Partito, correndoci in mezzo la barricata vera e propria del programma marxista, che è uno e vive in una organizzazione unica, per cui è legittimo dire: «Chi non è con noi è contro di noi»; ma è anche vero che le masse si avvicinano al Partito, nella fase di surriscaldamento, bruciando una gamma di esperienze che le portano sempre più a sinistra, nel senso di avvicinarle al riconoscimento che nessuno dei tanti partitoni e partitini del riformismo è in grado di prospettare una soluzione adeguatamente rivoluzionaria ai «compiti che nascono dalla crisi sociale», e che questa capacità è solo del Partito coerentemente marxista. Il riconoscimento del ruolo unico ed insostituibile, inconfondibile, del Partito rivoluzionario è certamente per le masse operaie il punto non di partenza, ma di approdo. Ma questa constatazione, invocata da tanti ultrasinistri per giustificare l’”intermedismo” conciliatore tra partiti riformisti di massa e movimento rivoluzionario, sta nel sottolineare tutt’altra cosa: la necessità che allo svolgimento storico della crisi sociale il Partito arrivi con la sua precisa fisionomia, tale da poter fungere da forza centralizzatrice rivoluzionaria. Solo a patto di non aver precedentemente confuso il proprio programma e la propria organizzazione con le altre forze, peggio se “affini”, il Partito può giovarsi del dinamismo in atto nelle masse per imprimergli la giusta velocità e la giusta direzione. Al contrario, tale dinamismo non si inventa o si crea con alcuna intesa organizzativa: non si tratta di originare il moto, ma di guidarlo. «Si potrebbe pensare che questi movimenti [gli “affini”], una volta iniziati, creerebbero una situazione di instabilità del potere statale in cui l’assalto a fondo del proletariato potrebbe inserirsi efficacemente, e ciò è anche possibile; ma non bisogna dimenticare che in questa seconda fase i peggiori nemici sarebbero i rivoluzionari del movimento precedente […]. Nessuno nega che il divenire della storia può allacciare e sciogliere coincidenze di sforzo e di obiettivo, ma è buona tattica solo quella che prepara tali forze e tale organizzazione di forze materiali e spirituali che si possa superare il momento più critico; quello cioè in cui si deve lottare da soli», il pericolo più grave consistendo nella rinunzia, attraverso gli ibridismi, «al nostro specifico compito di Partito, consistente nel dare alle masse la coscienza delle situazioni che si prepareranno nel corso della lotta». Le soluzioni scoperte ed agitate dai mille gruppetti confusionisti «possono classificarsi in due grandi categorie: in quella dell’insidia e in quella dell’errore», scrivevamo ancora nell’articolo citato, e se quest’ultima ci può essere più simpatica e prossima, non per questo deve cessare, anzi deve potenziarsi «il compito specifico del partito comunista di agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti “rivoluzionarie” che esibiscono i loro programmi e i loro metodi». Sostenendo tutto ciò, oltre cinquant’anni fa, in un momento in cui era legittimo parlare di masse in azione, e i movimenti “affini” non erano certamente le squallide pagliacciate tipo PSIUP- anni sessanta, «Manifesto» e «Avanguardia operaia», noi marxisti rivoluzionari affermavamo «il valore dell’isolamento» e della critica di tutti gli altri raggruppamenti politici, e lo facevamo (come lo facciamo, in ben più dure condizioni generali, oggi) non per lusso teorico, ma per la necessità, eminentemente pratica, di salvare il destino stesso del movimento rivoluzionario. A chi sogna il socialismo in Italia, sull’onda dell’antifascismo democratico, dell’aggregazione di gruppi multicolori, a chi sperava ieri nell’aiuto delle spuntate baionette psiuppine ed oggi – pur deluso – si rivolge ad altri consimili miti, noi ripetiamo le parole ammonitrici di allora: «Altri potrà credere di avere una via più breve. Ma non sempre la via che pare più facile è la più breve, è per ben meritare dalla rivoluzione è troppo poco avere soltanto “fretta” di “farla”».
Nota integrativa
Come è risaputo, il “Nuovo PSIUP” si è fuso con la “sinistra” del MPL (Alternativa socialista), il cui “teorico” Antonio Carlo – che al convegno di unificazione (Bologna, 4-5 novembre ‘72) ha riferito sul processo di “decapitalizzazione” della nostra economia» che tende a trasformare irreversibilmente il nostro paese in un paese sottoindustrializzato subalterno del tipo dell’Argentina e del Messsico», nonché sul “separatismo rivoluzionario” del Mezzogiorno – è quello stesso Antonio Carlo autore del libello Lenin sul partito (De Donato ed., Bari 1970), che si conclude con le seguenti memorabili parole:
«Il problema attuale non è quello di sottrarre il proletariato al dominio del capitale per sottoporlo a quello di una élite esterna e perciò burocratica (sappiamo bene che tipo di socialismo può nascere da ciò) ma è quello di studiare gli embrioni di organizzazione politica autonoma del proletariato sorti nell’ultimo secolo e poi scomparsi, per ricercarne le cause e le possibilità di ripetizione e di generalizzazione nel capitalismo avanzato, nonché i rapporti che queste forme di organizzazione (soviet ed esperimenti similari) debbono instaurare col partito, visto anche esso come elemento interno alla classe. In questo contesto ritorno al Che fare? non serve nulla, o meglio serve solo a dare per risolto un problema che in realtà è all’ordine del giorno da oltre un secolo e che permane tutt’ora irrisolto».
Come si vede, gli elementi labor-laburisti del Nuovo PSIUP ripetevano pappagallescamente i più banali motivi luxemburghianeggianti già illustrati dal solito Lelio Basso, con in più la punterella pannekoekiana (Pannekoek, avendo proclamata l’inutilità, inopportunità ed assurdità della polemica materialistica, antifideistica ed antireligiosa nel “civile” Occidente, si è assicurato l’eterna riconoscenza dei consiglisti da sagrestia). Naturalmente chiede in che cosa queste divagazioni codiste sul ruolo del “partito” (o meglio “antipartito”) si distinguano dai famosi “dieci punti” di Libertini, dalle interviste rilasciate alla stampa borghese da L. Basso, et similia.
Bestia nera è Che fare?, dunque il bolscevismo, visto come generatore dello stalinismo, la dittatura proletaria in quanto non può essere esercitata che dal partito comunista – in altri termini si butta a mare l’abbecedario marxista in omaggio alle rancide cantilene antiautoritarie ed autogestionarie. Questo sarebbe, naturalmente, “far politica dal basso”, giusta l’antico slogan ka-a-pe-dista. In più, un pizzico di maospontaneismo, populismo dichiarato, anzi di aperto socialsciovinismo (salvare il capitalismo patrio dalla “decapitalizzazione”) e di meridionalismo sbracato.
Non da ieri il PSIUP, o meglio i gruppi che in esso sono confluiti e da esso si sono riversati o nel materno grembo delle Botteghe Oscure, nelle fraterne braccia dei Carlo & Co., sostengono una versione locale dell’operaismo consiliare, illustrata da un lato da Raniero Panzieri, dall’altra da Lelio Basso: una specie di luxemburghismo-KAPDismo dei poveri, all’italiana, con aromi gramsciani provenienti dalle oscure botteghe del partito nazionale degli épiciers. Morto un Panzieri, pensionato un Basso, se ne fanno altri a volontà, sono buoni anche i residui del MPL, e i “teorici” analfabeti. Quattro fregnacce sul giacobinismo blanquista, la scappellata di rito a Rosa Luxemburg e Trotsky 1903- 1904, l’insinuazione che il Che fare? sarebbe un sottoprodotto… kautskyano, l’impudente quanto spropositata – ma sacramentale – evocazione della Guerra civile in Francia e di Stato e Rivoluzione (scritto per far piacere agli anarchici – ed al “marxismo occidentale”): et voilà!
Nel casi di A. Carlo, l’ignoranza ed il pressapochismo sono anch’essi un ingrediente essenziale. Il tapino arriva a scrivere: «nel corso del II Congresso […] si fa largo una tendenza burocratica, che tende a rappresentare l’esperienza russa come modello da imitare, almeno nelle linee di fondo, da parte degli altri partiti delle altre correnti comuniste, le cui riserve so messe a tacere con uno stile apodittico ed autoritario che già anticipa l’èra di Stalin. Ciò avvenne anche nei confronti della sinistra italiana (Bordiga), che non era certo contraria al l’ultracentralismo, ma era contraria al parlamentarismo (ancorché “rivoluzionario”)».
Del resto, lo stesso A. Carlo insegna che «i maoisti francesi hanno avuto il grosso [?!] merito di capire che la “teoria” leninista del Che fare? è superata». Che dire della… teoria (e scriviamo pure senza virgolette) “embriologica” del Nostro, che ripete le formulazioni ordinoviste sulle “velleità” e “timidezze” di “organizzazione autonoma della classe operaia” e simili banalità? Noi non eravamo e non siamo certo contrari all’ultracentralismo, cioé al centralismo rivoluzionario! Proprio per questo abbiamo sempre denunziato come reazionario lo sport di retrodatare la degenerazione della III Internazionale: sport – o forse hobby?- cui si dedica tutta la gamma di dilettanti, che dai pretesi difensori dell’invarianza di un marxismo di fatto sofisticato con additivi proudhon-bakuniniani, fino ai “maoisti francesi”, i quali non possono peraltro “condannare” Il Che fare? in quanto anticipazione del corso staliniano, in quanto codificazione di populismo orientale (intelligenti accuse di origine tribunista), ma vi denunziano come “sorpassata” proprio la confutazione anticipata del democratismo borghese stalino-maoista…
Gli eredi del PSIUP, come pure il PSU francese, solidarizzeranno sempre con l’economicismo spontaneista, anche e specialmente quand’esso riveli più chiaramente la sua natura populista esaltando l’«autosufficienza» rivoluzionaria della spontaneità non solo operaia, ma piccolo-borghese, studentesca, sottoproletaria. Dal loro punto di vista, più che comprensibile di inguaribili centristi, pallide derivazioni dell’ILP, della SAP e simili spettri del Bureau di Londra, ed essendo quindi loro funzione – non importa quanto consaputa – quella di impedire il superamento, da parte delle avanguardie ricongiungentisi al programma importato dal partito rivoluzionario, del carattere trade-unionista, quindi borghese del movimento operaio come tale, interno cioè al sistema mercantile e salariale. Di fatto, questa gente – con i compari antiautoritari ed operaisti pretesi ultrasinistri – va alla ricerca della “prefigurazione del socialismo” nella lotta economica operaia (consigli, controllo di fabbrica, ecc.), così come in quella politica (partito che-non-è-più-un-partito-nel-senso-tradizionale-del-termine, ecc. ecc.). Che le rivendicazioni economiche di per sé non vadano oltre il quadro capitalistico, che il partito debba conformarsi alle esigenze di una lotta sempre più dura e “totale”, che l’unica via al socialismo sia la dittatura del proletariato, classe diretta dal suo partito…: tutto ciò per i centristi cosl come per gli estremisti infatili che fanno loro da servi sciocchi è Cabala e Talmud. Il loro compito è di far balenare agli occhi degli operai le “concrete realizzazioni di autoemancipazione… in fabbrica o nel quartiere (con le mitraglia borghesi alle costole, ma che importa? Il popolo è forte: vincerà!) Mentre il riformista opta per le riforme come alternativa alla rivoluzione, il centrista chiama rivoluzionarie le riforme. Questa è l’opera pretesa “anti- socialdemocratica” del PSIUP e dei suoi discendenti: opera profondamente, globalmente anticomunista!
Note
L'"articolazione": bilancio di un tradimento
Ritorniamo, dopo un decennio dalla sua ufficializzazione, sull’argomento della “contrattazione articolata” o aziendale, oggi che è ancora più chiaro quanto fruttuosa sia stata per la borghesia l’applicazione di questo metodo, per le sue implicazioni economiche e politiche. Infatti, accanto alla contrattazione integrativa aziendale, si varava la lotta articolata o a singhiozzo; stillicidio atto soltanto a funzionare da valvola di sfogo per tutta la durata del contratto. Noi demmo già il nostro giudizio in merito, in quanto era chiaro che si sanciva con accordi ufficiali la collaborazione fra sindacato e imprese capitalistiche, fra opportunismo ed esigenze economiche e politiche della classe capitalista.
L’importanza dell’instaurazione di questo metodo fu ben compresa dalla classe capitalistica, e lo dimostrarono i suoi uomini più oculati che all’epoca si adoperarono perché esso fosse assunto a metodo generale nelle contrattazioni. Non per niente la CISL, portavoce padronale, fu la prima negli anni ’50 a formulare tale politica, rifacendosi agli analoghi sistemi di contrattazione già “positivamente” adottati in altri paesi altamente industrializzati come la Germania, l’America, la Francia. Dopo una esangue opposizione “di principio” da parte della CGIL, opposizione già abbandonata nel ’55, le organizzazioni sindacali dichiararono infatti che si dovevano adattare i principi alla realtà, si doveva cioè tener conto della «evoluzione economica del paese, che accentuava la disparità di sviluppo delle varie unità produttive nell’ambito di una stessa categoria, tanto è vero» (esse rilevavano) «che gli stessi salari fissati dai contratti collettivi nelle zone economicamente più sviluppate si trovavano notevolmente al di sotto dei guadagni percepiti dai lavoratori». L’altra “realtà” a cui i sindacati dovevano adattare i loro elastici principi, fu la considerazione degli «effetti di processo di razionalizzazione e di rinnovamento tecnologico, svoltosi a tappe accelerate dopo il ’50, che aveva portato con se anche l’adozione di nuove tecniche retributive o di sistemi di gestione del personale di cui il contratto nazionale, per il suo troppo vasto campo di applicazione e la sua funzione livellatrice non poteva ovviamente tener conto».
Non dimentichiamo che quanto fedelmente riportiamo è tratto da un articolo apparso nel ’62 sulla Rivista Italsider, che esprime il giudizio dell’azienda e che commenta più oltre: «È noto come la siderurgia, soprattutto quella a prevalente partecipazione statale, fu uno dei primi settori dell’industria metalmeccanica dove venne de facto ammessa la contrattazione aziendale, e qui il tempestivo adeguamento della politica sindacale delle aziende alle nuove esigenze maturate nel mondo del lavoro prevenne lo sviluppo di agitazioni considerevoli che investirono invece gli altri settori». Ricorderemo infatti che le aziende a partecipazione statale aprirono nel ’62 i negoziati prima della scadenza formale del contratto, e chiusero la vertenza separatamente ed in anticipo sul rimanente della categoria, consentendo così la eliminazione dalle lotte contrattuali di migliaia di lavoratori. In perfetto accordo il connubio fra vertici sindacali e associazioni rappresentative padronali, aveva sancito un ulteriore sistema per l’indebolimento del fronte proletario attraverso la sua divisione, la sterilizzazione delle sue lotte, la chiusura di queste nei limiti aziendali. L’articolo termina con un commento significativo: «Tale accordo, che ha permesso di sdrammatizzare i termini della controversia, ha costituito una prova di sensibilità sindacale da ambo le parti».
Tutto questo esige ulteriori considerazioni, e noi, che sempre ripartiamo da lontano, citando Engels ricordiamo che «la concorrenza tra gli operai è l’aspetto peggiore della situazione odierna per l’operaio, l’arma più affilata contro il proletariato nelle mani della borghesia. Di qui deriva lo sforzo degli operai per sopprimere questa concorrenza mediante associazioni, di qui il furore della borghesia contro queste associazioni ed il suo tripudio per ogni sconfitta inflitta ad esse».
Ma per i sindacati attuali, che tante “prove di sensibilità” danno alla borghesia, sì da non suscitarne più il furore, bensì continui riconoscimenti e plausi, questa è roba di un secolo fa, quindi non più attendibile; è… archeologia!
Il capitalismo accumula per aziende, siano queste private o statali, e non accumula prodotti, ma profitti che ogni azienda tende a rendere massimi, in concorrenza con altre. Ed è a questa struttura per aziende, indissolubilmente legata al modo di produzione capitalistico, è a questa “realtà” che i sindacati si adeguano perfezionando il loro modo di aderirvi anche strutturalmente.
Se, fino al ’50, dovendo la produzione ripartire da zero, era interesse e necessità capitalistica il trattamento indiscriminato, livellato, dei lavoratori, in quanto si dovevano ricostituire le basi della produzione, con la ripresa produttiva ed il boom economico fu necessario favorire questo processo. La contrattazione articolata permise, d’altra parte, il ricrearsi di trattamenti privilegiati nei settori più importanti per l’economia e non in altri secondari; permise l’introduzione degli incentivi che, legati alla produttività del lavoro, non potevano essere corrisposti che in modo differenziato tra azienda e azienda, fra aziende altamente meccanizzate e piccole e medie aziende favorendo così l’agganciamento degli operai all’interesse e al buon andamento della fabbrica, fino ad esprimere un vero e proprio attaccamento ad essa considerata come fonte di vita. Permise poi la instaurazione del metodo del cottimo collettivo legato alla grande azienda ad alto sviluppo tecnologico, consentendo parallelamente il permanere del cottimo individuale nelle piccole e medie aziende, situazione che ha finito per riprodursi anche all’interno di una stessa grande fabbrica fra “tipi di lavorazione” diversi (vedi paghe di posto, ecc.); tutte forme di retribuzione discriminatissime a cui provvede la “contrattazione a tutti i livelli”. In sintesi, ha permesso il riaffilarsi dell’arma più efficace nelle mani della borghesia contro il proletariato: la concorrenza fra gli operai.
Fu facile, in quel momento, far leva sui sentimenti più egoistici delle retrive aristocrazie del lavoro: la contrattazione aziendale consentiva in molti casi una briciola in più, una qualifica superiore che significava qualche migliaio di lire supplementari sulla busta paga, quanto bastava per frenare ogni slancio operaio ed impedire ai lavoratori delle industrie, o zone, o reparti cosiddetti privilegiati di ricevere lo stimolo a lottare, invece, contro queste effimere e false conquiste, e a solidarizzare con i peggio pagati (tutti ricordiamo la pace sociale regnata per anni alla Fiat, o nelle aziende tramviarie, la prolungata assenza di lotte fra i ferrovieri, ecc.). Gli operai furono i soli a non accorgersi che quel sistema, – valvola di sfogo per lotte che non si potevano evitare – preparava anche il terreno per quando la successiva fase discendente dell’economia e la crisi li avrebbe costretti non a contrattare qualcosa in più, ma a difendersi – chiusi e isolati nelle singole aziende – dall’eccessivo carico di lavoro, per giunta con l’abitudine acquisita di identificare il responsabile di tutti i mali nel singolo padrone, nella singola direzione aziendale. E tanto agisce ancora sugli operai questa politica devastatrice, che essi, come ieri erano portati ad illudersi di partecipare al banchetto della propria azienda marciante a gonfie vele, oggi sono portati a farsi paladini della “salvezza” della propria azienda in via di smantellamento, e non riescono a portare la loro lotta fuori dalle muraglie aziendali non certo per l’esistenza dei cancelli e non tanto per la forza pubblica che le circonda, ma per il nodo scorsoio stretto interno a loro in modo capillare, fabbrica per fabbrica, fuori della quale hanno disimparato a lottare, in virtù di questa politica che ha cancellato perfino il principio dell’associazionismo operaio; politica con la quale si è teorizzato e si pretende sostenere ancora che la classe operaia abbia raggiunto una forma “superiore” di difesa e di lotta: la contrattazione aziendale e la lotta articolata, attraverso le quali, eliminata “l’anarchia contrattuale” e il “polverone” dello sciopero generale, si realizzerebbero maggiori conquiste e miglioramenti economici con minore dispendio di energie e minori perdite economiche (ogni operaio sa oggi a sue spese quanto sia falsa perfino questa “geniale” teoria del risparmio di energie).
Per gli attuali traditori della classe operaia la dottrina rivoluzionaria marxista non può più essere attendibile, in perfetta coerenza con l’opposto fine che si sono dati: la perpetuazione del modo capitalistico di produzione. Essi devono quindi condurre il proletariato a condividere fino in fondo le sorti dell’economia nazionale, passando attraverso la identificazione dei suoi interessi con le sorti dell’azienda in cui esso è spezzettato, diviso, imprigionato.
Noi sappiamo che le condizioni del proletariato sono generali, superano i limiti della azienda e dell’insieme delle aziende, «l’economia nazionale», perché internazionale è il sistema del salario. Si tratta quindi di lottare non solo per un maggior livello salariale, ma per l’unificazione del proletariato – guidato dai suoi strati più combattivi – e l’abolizione di questo sistema – lotta che non potrà mai esaurirsi nell’azienda, in quanto si tratta di combattere il capitalismo come classe e Stato e non solo i capitalisti come singoli. Questo indica la dottrina rivoluzionaria del proletariato, da più di un secolo durante il quale, è vero, sono successe tante cose, ma queste hanno reso ancora più chiara la sua necessità storica e più nette e dure la dottrina e l’organizzazione del partito destinato a realizzarla.