The H-Bomb vs. the Revolution
Recently, as is well known, the U.S. government was detonating on Enewetak Atoll, the first hydrogen bomb, tens of times greater in destructive potential than the outdated uranium bomb that was dropped on Hiroshima in the summer of 1945. To impress us with the terrible power of the “super-bomb”, the world press has warned us that the uranium atomic bomb, already hideously outdated, can hardly be a primer for the apocalyptic H-bomb. To add insult to injury, an agency report put the world on notice that a single hydrogen bomb would be enough to wipe the entire city of London and its inhabitants off of the face of the earth.
But the real secret intentions of the White House regarding this diabolical weapon were revealed by the New York Times, which, immediately after the Enewetok blast, wrote thus, „We are going toward the supreme crisis of our generation and perhaps of all generations since man appeared on earth. This is as true for us Americans as it is for the Russians. What can the advent of Marx’s socialist gospel mean if they are to assert themselves on a scorched and destroyed earth?”
The blackmail is obvious. The supreme bodies of the bourgeois State, the General Staff of world counter-revolution sitting in Washington, delude themselves that the proletarian revolution, vainly derided with the epithet “Marx’s gospel” can be stopped and hijacked by classic “gangsterist” means. It is easily understood that the New York Times was a mauthpiece: those who write there know full well that the hypothetical Russian victory over America, in a likely future world war, would not mean the end of capitalism in the world and the establishment of a world revolutionary regime. That it’s true that they’ve known this for at least a decade, is easily deduced from the historical fact that American imperialism did not hesitate, in 1941, to ally itself with the “socialist” Stalin, against the fascist Hitler. The blackmail, the threat at gunpoint, it’s clear, has for its object, not the very problematic military victory of Russia, but the class revolution of the masses, first and foremost of the American masses, on whose submission stands the monstrous power of the government in Washington. But this itself shows how stupid, and at the same time hysterically fearful, the American leaders are.
Each ruling class, when faced with the oppressed classes, has possessed, over the passage of centuries, its own horrifying threat of destruction as alternative to the rise of its class enemies. Right in the middle of revolutionary Paris stood the Bastille, formidably fortified, militarily impregnable, armed with cannons and ammunition, enough to obliterate the populated urban sprawl, the homes of the sans-culottes. But the Bastille was not taken by the insurgent mob following regular military action, with a siege, etc. It fell from within, symbolizing the landslide that was occurring in the fabric of society: those who should have used the terrible weapon against the insurrectionary masses were themselves stricken by the far more terrible threat that the Revolution forced the stunned ruling class to face.
We’re sure that the same will happen with all the tremendous weapons that international capitalism, especially the United States, makes for its own protection against the threat, now unfortunately only potential, of the Proletarian Revolution. Revolution means the dismemberment of bourgeois society; now only the preservation of the existing social ordering, namely the subjugation of the proletariat to the bourgeois rule allows the bourgeoisie to find those who are willing to carry, against their own interest, “its” weapons.
But at the moment of reckoning, when the social earthquake is unleashed, whic will overwhelm the foundations of the bourgeois State, and the H-bomb will misfire just like the Bastille did in 1789.
I giovani del P.C. sono tutti Balilla
I gerarconi del M.S.I. stanno ancora sputando fiele e veleno per il magnifico tiro birbone loro giocato dai tremendi machiavelli di via delle Botteghe Oscure. La leggenda di Balilla, lo «scugnizzo» genovese che il 10 dicembre 1746 fu la causa occasionale dello scoppio della rivolta anti-austriaca, non era patrimonio ed appannaggio delle organizzazioni fasciste? Ebbene, i superpatrioti del P.C I. si sono accorti che il fascismo mussoliniano sfruttava a torto il nome del famoso emulo di Davide, dato che perfino Mameli si era ricordato di lui nel noto quanto noioso inno. Allora, hanno deciso di mettere sotto il patronato del P.C.I. la tradizione del « ragazzo di Portoria » (gli ex fascisti che dirigono i giornali stalinisti debbono conoscere tutti i versi e i motivi dello inno fascista dedicato appunto alle gloriose gesta di lui) e raggianti della gioia degli inventori geniali, hanno deciso di commemorare l’eroe.
La manifestazione è avvenuta il giorno 7 dicembre in Piazza Portoria a Genova. D’accordo, simili pagliacciate non cavano un ragno dal buco. Soprattutto non aumentano i voti elettorali (che poi, vista la legge, poco servono) del P.C.I… Ma il fatto ha un valore di sintomo. Sta a dimostrare che sotto l’ombrello della retorica patriottarda a risorgimentole stanno benissimo fascisti e stalinisti, e democristiani e liberali e qualunquisti. Per il fatto che ne proviamo ripugnanza, siamo ancora una volta convinti che siamo nel giusto; si intende, nel giusto cammino proletario e rivoluzionario.
Cose d’America e di tutto il mondo
Eisenhower = General Motors
E’ stato osservato che, fra i personaggi scelti da Eisenhower ai suoi futuri ministri, ben tre – Wilson prescelto alla difesa, McKay agli interni e Summerfield alle poste -, sono rispettivamente presidente e agenti di vendita della grande compagnia industriale General Motors, uno fra i giganteschi trusts che più si sono avvantaggiati durante la guerra delle commesse belliche passate dal governo democratico, e i cui profitti hanno raggiunto, durante e dopo il conflitto, i livelli più alti; mentre al Tesoro andrà un magnate dell’acciaio e del carbone, e all’ONU gli Stati Uniti saranno rappresentati da un banchiere. Il big business passa senza veli al comando.
Questo non per dire che non lo fosse sotto regime democratico; e basterebbe ricordare fra le tante figure rappresentative di quest’ultimo e postesi al suo servizio, gli Harrrimann del più grande trust ferroviario e gli Hoffman della Studebaker. E’ solo per dire che, chiuso il ciclo delle misure anticrisi con una facciata esterna di uomini “superiori alla mischia”, la classe dominante si è decisa ad amministrare senza finzioni le conquiste realizzate: che, insomma, i democratici, saliti e rimasti al potere quando era necessario rattoppare le falle e rimontare in una vigorosa espansione lo “slump” del 1932, cedono ora il seggio ai loro stessi mandanti, i grandi industriali e banchieri americani, perché “consolidino” i risultati raggiunti. La mano sinistra del capitalismo passa le redini alla mano destra: al potere era ed è lui. Il “New Deal” è arrivato in porto.
I sindacati al servizio di Ike
L’annuncio di Eisenhower, di accordo con le due massime organizzazioni sindacali statunitensi, ha deciso di nominare suo ministro del lavoro uno dei dirigenti dell’American Federation of Labor dimostra, da una parte, l’estrema labilità delle distinzioni fra partiti che servono entrambi gli interessi del capitalismo e, dall’altra, il ruolo che i sindacati sono chiamati a svolgere oggi dalla classe dominante, quel ruolo di conservazione e di agganciamento delle masse allo Stato, al quale ogni partito assurto al potere deve necessariamente rendere omaggio.
Così, i sindacati che invitarono gli elettori a schierarsi per Stevenson democratico contro Eisenhower repubblicano serviranno il presidente eletto come avevano servito il presidente decaduto. Anzi, meglio. Ricorda il Guérin che nel 1948 il senatore Humphrey, rappresentante dell’ala “liberale” del partito democratico chiese che gli Stati Uniti, “per provare la loro buona fede”, affidassero il posto di segretario di Stato aggiunto al dipartimento di Stato a un membro del movimento operaio. La rivendicazione non fu accettata né per quel ministro né per quello del lavoro. Eisenhower, il “reazionario”, farà quello che non aveva fatto il “progressista Truman”; risponderà al grido di Reuther: “ci diano il posto che ci compete nei consigli di Washington come già avevano fatto durante la guerra!”.
Meravigliarci? Lewis, il bollente fondatore del CIO e consigliere di Roosevelt, era stato nel 1920-30 un acceso sostenitore dei repubblicani. D’altra parte poco contano gli uomini e quel che resta è la funzione: il capitalismo americano ha bisogno dell’appoggio dei sindacati nelle sue imprese di espansione interna ed esterna; i sindacati opportunisti vivono solo come clienti del capitalismo; fra i due c’è simbiosi, non contrasto nè, tantomeno antitesi.
Per fare il presidente, Eisenhower deve obbedire alle esigenze profonde del capitalismo americano: all’estero come all’interno. Possano i proletari capirlo, e vedere nei loro sindacati ultra riformisti l’arma della conservazione, della difesa del loro sfruttamento.
La Pace onorevole
Eisenhower è un uomo di parola: come aveva promesso, a poca distanza dalla sua elezione a presidente è volato in Corea. Soltanto che, agli elettori, aveva fatto balenare la speranza di tornare con un grido di vittoria, torna invece con la dichiarazione che tutto è stato studiato per raggiungere presto una… pace onorevole.
E’ una conferma che, andando a combattere in Corea, né America né Russia pensavano seriamente di “liberare” i coreani, o, in altre parole, di vincere una guerra: quelli che hanno scorazzato nei cieli, sugli oceani, per i continenti del terzo macello mondiale, non saprebbero dunque conquistare militarmente una penisola ormai ridotta a terra bruciata, a cimitero di milioni di soldati e di civili? No, hanno voluto aprire una nuova valvola alla crisi economica, politica e morale, di una pace infeconda: questa valvola è costata sangue, sudore e cenere, ma ha fruttato miliardi all’industria e al commercio e ha ridato alimento alla psicologia del partigianesimo internazionale. Ha reso.
Ora è uno strumento logoro, fonte solo di delusione di sconforto. E’ una guerra vecchia e improduttiva: in attesa di una guerra fresca e produttiva, il problema è: chiuderla salvando la faccia. “Pace onorevole” questo significa. Per i milioni di proletari, una lacrima e un fiore.
Il cinismo della classe dominante internazionale ha davvero superato se stesso.
I fu Marty e Tillon
La faccenda di Marty e Tillon, deprecati ventitre ore su ventiquattro dagli organi direttivi del P.C. Francese e dalla stampa staliniana dell’intero mondo, volge fortunatamene alla fine. Con decisione naturalmente unanime il Comitato Centrale del P.C. francese procedeva, in data 7-12, ad espellere dal proprio seno i due reprobi. Con tipica ipocrisia democraticoide il supremo consesso devolveva alla cellula cui appartiene il neo-criminale (per noi lo era da oltre un venti-cinquennio) Andre Marty gli ulteriori provvedimenti a suo carico. Il che preludeva all’espulsione ormai inevitabile dal partito.
Lasciamo agli avvocati delle cause perse del genere del trotzkysmo di Bandiera Rossa, elevare indignate proteste contro il Governo francese, il quale sta meditando di sottoporre a giudizio in blocco e Duclos (costui morirà certamente di « cacarella » vista la tremenda paura provata al suo recente arresto) e Marty ed altri illustrissimi campioni dello stalinismo sartriano di Francia. Se dipendesse da noi, non muoveremmo un solo peluzzo per salvare costoro. Chi sono? L’atto di accusa redatto contro Marty si è arricchito, in occasione della seduta del C.C., di altre onorevoli imputazioni: i degni compari che oggi lo disconoscono gli rinfacciano nientemeno che di essere in relazione con elementi della polizia. Per gli stalinisti è dunque reato collaborare con la polizia? Loro che in Francia hanno fatto i ministri sotto il comando del gen. De Gaulle? Loro che hanno usato i partigiani, subito dopo l’occupazione anglo-americana dell’Europa, a sostituzione degli sbandati inquadramenti polizieschi, mandati alla malora dal flusso e riflusso della guerra? E che forse le polizie partigiane svolgevano funzioni di « guardie rosse », di giustizieri e tutori dell’ordine rivoluzionario? Non assolvevano invece il compito di assicurare la delicata fase di trapasso dal convulsionario dopoguerra borghese alla pace borghese? E quando Tillon comandava i « maquis », cioè, i partigiani francesi, armati e finanziati dagli aerei degli imperialisti anglo-americani, allora alleati del Cremlino, non era egli in strettissime relazioni con generali, i gendarmi e poliziotti dei governi di Washington e Londra? Marty, spione di polizia! Solo lui? Tutto quanto lo stalinismo è un’organizzazione terroristica al soldo della controrivoluzione. Credete che abbiamo dimenticato Palmiro Togliatti seduto sulla poltrona di Guardasigilli del Governo De Gasperi, di tripartitica memoria? Che faceva cola il capo dello stalinismo italiano se non essere in strette relazioni con la magistratura e la polizia, cioè carabinieri, pubblica sicurezza ecc .. dello Stato barghese italiano?
André Marty ha fatto la fine che meritano i traditori: schifato da tutti, dagli ex amici e dagli avversari. Ma coloro che lo buttano fuori dai piedi non sono diversi da lui. Sono il materiale umano degli affitti e prestiti che i governi dell’imperialismo e della guerra effettuano diuturnamente nel pantano dell’opportunismo. Marty esce dalla sudditanza allo stalinismo; Sartre, se pure indirettamente vi rientra. I conti di Duclos quadrano: l’uscita equivale esattamente all’entrata, a parte il fatto che di Marty tutte le infamie si potevano dire tranne che era un esistenzialista debosciato.
Neguib inedito
Si comincia a capire qualcosa di più, nella « riforma » o « rivoluzione » operata o ancor da operare da Neguib in Egitto?
Si parlo di movimento popolare, di regime progressista, di trasformazioni profonde della struttura sociale. Ora un’inchiesta giornalistica benpensante ha raccolto, senza trarne le conclusioni più elementari alcuni dati significativi. Il più interessante è questo: la grande aspirazione dei « riformatori » è la creazione di una grande industria pesante in Egitto; la grande speranza della « riforma agraria » è che il capitale reso libero dallo sfruttamento della proprietà terriera si investa insieme con capitale straniero, nella più produttiva e fertile industria pesante.
Moto popolare … a favore della grande industria? Diremo: lotta dalla nascente borghesia industriale contro l’arretratezza della borghesia terriera. Moto anti-imperialista… a favore di maggiori investimenti di capitale americano ed europeo? Diremo: nuova offerta di condominio sulla forza-lavoro locale in rami produttori di più alti profitti dell’economia « nazionale » (del resto, il « nazionalista » Neguib non ha forse fatto suo il piano inglese per il Sudan?).
Che era anche la nostra caula ma immediata interpretazione dei fatti. Gli avvenimenti futuri non verranno che a confermarla.
Lo stalinismo anticlericale a Roma e baciapile a Mosca
Nei giorni scorsi, gli onorevoli senatori social-comunisti con relativo codazzo dei cosidetti indipendenti di sinistra, fecero un baccano del diavolo, nella fabbrica di chiacchiere di Montecitorio e fuori, per un progetto di legge, certamente ispirato al Governo dallo Spirito Santo, che mirava, nella impossibilità di dare case e latrine agli italiani, ad aprire altre vie per il Paradiso d’oltretomba. Fuori di metafora, si trattava di discutere la legge che prevedeva, se non erriamo, lo stanziamento di nove miliardi di lire per la costruzione di nuove chiese. Si sa, le chiese sono le trattorie e gli alberghi delle anime, il luogo ove i credenti possono, nell’impossibilita di riempire lo stomaco. nutrire e addormentare dolcemente le anime. Bene faceva dunque il Governo, dal punto di vista dei suoi interessi, a difendere a spada tratta, tramite i deputati democristi, monarchici e missini, nonché repubblicani (finalmente uniti) la legge in parola. Ma facevano altrettanto bene, dal punto di vista dell’onestà politica, coloro che, vestendo le insegne dell’anticlericalismo, facevano mostra di avversarlo?
Innanzi tutto, l’opposizione social-stalinista non fu nè ferma nè intransigente. Come al solito, i feroci mangiapreti tentarono di giungere ad un compromesso, alla solita pastetta. Facciamo un solo esempio: l’emendamento dell’on. Banfi (P.C. I.). L’illustre senatore proponeva « che il contributo statale fosse accordato solo per le località ove non esistono altri edifici adibiti al culto ». Il suo collega Spano, cioè Velio lo sgonfione, facendo inorridire nessuno si confessava coraggiosamente «ateo militante», però però … nsomma il solito stomachevole commercio di principii, i soliti colpi alternati al cerchio e alla botte che, conosciamo agli esimii trombettoni dell’opposizione.
Da solo, il loro comportamento a Palazzo Madama basterebbe a dare il voltastomaco, specie se confrontato al tempo della passata politica di arruffianamento e di intima complicità con la Chiesa Cattolica, allorche gli « atei militanti » del P.C.I. sedevano nel governo esarchico e tripartitico accanto a De Gasperi e votavano l’art. 7 della Costituzione, che, come è noto, ratificava i Patti Lateranensi stipulati da Mussolini con la Santa Sede. Accorgimento tattico, furbizia diplomatica esclamano i fessi. Perchè non potrebbe essere invece proprio il presente anticlericalismo dei togliattiani una mera mossa ricattatoria nei confronti del partito del Governo? Quando i tipi del genere Velio Spano erano sinceri: ieri che erano papalini e clericali, oppure oggi che si proclamano atei? Recentemente, un intellettuale, un tipico intellettuale del P.C.I., della stessa pasta di Ingrao, Lajolo, ecc .. intendiamo dire Agostino degli Espinosa, un giorno fascista, poi liberale monarchico, quindi togliattiano, stimava opportuno togliersi la vita e si sparava un colpo al cuore. Prima di spirare, esprimeva il desiderio di confessarsi, ritornando in extremis nel seno di Santa Romana Chiesa. Togliatti inviava le condoglianze alla famiglia! Del resto, l’on. Concetto Marchesi, latinista emerito del P.C.L., non confessava, parlando alla Camera contro la riforma elettorale, di essere un devoto … di Sant’Ambrogio? Tuttavia la « linea » 1952 del P.C.I. è ufficialmente anticlericale, e tale resterà finchè i democristiani terranno gli onorevoli stalinisti alla porta dei ministeri.
Ma se si confronta per un attimo la politica anticlericale odierna del fronte comun-nenniano, con la politica religiosa del Governo incomparabile, del mai visto al mondo gabinetto di ministri che ha sede nel Cremlino, la nausea si trasforma in nausea elevata al quadrato. Non passa giorno infatti senza che I’Unità dia notizia di congressi, di riunioni, di pellegrinaggi di religiosi abitanti nel « Paese del Socialismo ». Vescovi, diaconi e sacrestani vanno e vengono da Mosca, accolti con tutti gli onori. Al Congresso dei Popoli di Vienna il Governo russo ha inviato una delegazione in cui spiccava il Patriarca Alessio, il papa delle Chiese di tutte le Russie. Costui non mancò a suo tempo di inviare la sua benedizione al Congresso del P.C. russo. Non basta. Per restare al tema del finanziamento statale della costruzione di chiese, vale la pena di citare un passo, che a suo tempo commentammo su Battaglia Comunista, del libro di P. Robotti: « In Russia si vive cosi », edito dal P.C.I. Diceva il degno compare di Velia Spano: « Secondo la legge (russa) basta che un numero superiore: 20 persone faccia domanda di locali, dichiarandosi costituito in gruppo religioso, perché il Soviet locale sia obbligato a concedere i locali richiesti. Se tali locali non esistono il Soviet deve farli costruire a proprie spese » (pag. 98-106). Dunque, in Russia, il governo degli operai e dei contadini costruisce a proprie spese chiese e canoniche. E in Ungheria come si e visto in un precedente numero idem come sopra. Sono anticlericali a Roma baciapile a Mosca e Budapest.
Quando il chierico De Gasperi osò commentare la parole ineguagliabil- pronunciate da Peppone Stalin al Congresso del suo putrefatto partito, Ottavio Pastore o non so chi altro istrione grido allo scandalo negando che De Gasperi potesse rivedere le bucce dell’onnipotente iddio mortale del Cremlino. Perche mai tanta scalmana? Un tratto comune in De Gasperi e Stalin esiste; sono en- trambi costruttori di chiese, alla faccia dell’ateismo militante.
Casablanca
Di fronte alle violente dimostrazioni delle popolazioni arabe contro l’autorità coloniale – che sono servite di pretesto a una repressione poliziesca veramente degna della tradizione democratica in Tunisia e Marocco, la stampa borghese non ha trovato di meglio che di cader dalle nuvole e stupirsi che l’« opera di civiltà » svolta dalla Francia in quei Paesi riscuotesse una così patente « ingratitudine » o di tirare in ballo la subdola azione della Russia sovietica.
La verità è che, se si può dar credito al capitalismo francese di aver strappato il Nord Africa al suo secolare letargo e di averlo immesso nel circolo del commercio internazionale e della vita moderna, non si può dimenticare nè che quest’opera di « civilizzazione » si è tradotta nel violento e spesso sanguinoso assoggettamento e sfruttamento delle popolazioni locali in tutto l’arcobaleno di episodi di violenza sfrenata di cui la storia del colonialismo è punteggiata – né che, dopo di aver dato un iniziale impulso alla vita economica per quel tanto che serviva ai suoi interessi di potenza colonizzatrice, l’amministrazione francese ha servito in questi paesi non da matore ma da freno, allo stesso modo che, in India. L’amministrazione britannica, dopo esser stata il veicolo dell’apertura del subcontinente al commercio e all’industria capitalistiche, divenne la cappa di piombo, la camicia di forza al fiorire delle energie locali. Il Nord Africa cela nel sottosuolo enormi ricchezze minerarie non sfruttate, manca o quasi di un’industria di trasformazione sul posto, giacchè la sua esistenza danneggerebbe gli interessi dell’industria di trasformazione francese, l’enorme miseria della popolazione araba cittadina e rurale non trova sollievo nè in un’industria fiorente, nè in un’agricoltura che non esprima il monopolio della « madrepatria ». E’ il fenomeno generale, con le varianti relative alle situazioni locali, dell’Africa « civilizzata » dal capitalismo. E la causa provoca dovunque gli stessi effetti,
Non c’è quindi nessun bisogno di scomodare Mosca, per spiegarli. Caso mai, è da dire che i partiti staliniani, trasportando sul terreno nazionalistico lotte originate dal sottosuolo economico e sociale e facendo leva su di esse nel gioco mondiale delle competizioni imperialistiche, agiscono non da fermento rivoluzionario, ma da arma di conservazione. La Francia non na ragione di temerli: in definitiva, servono il suo gioco.
C’è un elemento di ironia, in questa situazione. I moti più violenti si sono scatenati a Casablanca, la culla della carta Atlantica e delle sue quattro libertà. La libertà di lanciare i Senegalesi armati contro gli arabi, africani contro africani, a maggior gloria della potenza dominatrice.
Sua maestà imperiale l’acciaio
La parodia di marxismo, di cui si alimentano coloro che pretendono di rappresentare nel Cominform gli eredi di Marx, spaccia quotidianamente la noiosa e insipida ricetta seconde cui la produzione dell’acciaio sarebbe in diretta correlazione con la fame di profitti dei « gruppi » siderurgici. Sicuramente la pazzesca corsa al primato siderurgico giova personalmente a ristrette oligarchie della classe dominante, arroccate nelle piazzeforti dei colossali cartelli, delle gigantesche banche. Che è una scoperta? Tanto acciaio, tanto profitto per le compagnie siderurgiche. Ma, al di sopra delle stomachevoli insufficienze, è vero che gli interessi legati alla produzione di acciaio superano le secondarie persone fisiche degli illustri personaggi iscritti nel Libro dei Soci dei trusts siderurgici, essendo l’acciaio la materia prima dell’espansione imperialista, della furiosa lotta a coltello per la spartizione delle ricchezze del pianeta. Ciò significa che l’industria dell’acciaio lanciata a folle ritmo di produzione in vista del primato mondiale, deve considerarsi in stretta connessione con i generali interessi della conservazione capitalista, dell’imperialismo, del massacro bellico.
Il marxismo non conosce « gruppi », si fonda il concetto fondamentale delle « classi », soprattutto sulle forze materiali obiettive del sistema di produzione, di cui le classi sono effetto e riflesso. La sostituzione degli interessi di « gruppi », si spiega con le necessità demagogiche della stampa staliniana, bramosa di mascherare il carattere capitalista della produzione russa. Il gioco è facile, quanto cretino: niente « gruppi monopolisti », niente capitalismo. Ah, no! I famosi gruppi possono anche non vedersi, anche non esistere localmente in determinati casi, ma non per questo si può camuffare la sostanza capitalista di un sistema di produzione, che si denuncia da sè per mille indizi. Uno, importantissimo, è appunto la febbre dell’acciaio. Quale Stato del mondo non è impegnato nella lotta per la supremazia dell’acciaio?
Abbiamo sotto gli occhi notizie di forti guadagni in U.S.A. nell’industria siderurgica. Vasti piani di espansione sono in corso negli stabilimenti siderurgici degli Stati Uniti, accompagnati da una riduzione dei costi di produzione e dal miglioramento delle leghe. Ciò lascia prevedere che nei mesi prossimi i profitti aziendali godranno di sensibili aumenti. La « Pittsburg Steel » una delle più grandi società americane del ramo, informa Il Globo, ha già dato notizia di forti guadagni realizzati con l’attività iniziale di produzione avutasi in nuovi stabilimenti recentemente costruiti in base ad un programma che sara completato l’anno prossimo. Nei primi trimestri del 1952 la Società ha registrato guadagni per 7,2 milioni di dollari, contro 7,1 milioni di dollari realizzati in tutti i dodici mesi dei 1951. Analoghe prospettive di miglioramento dei profitti vengono segnalate anche dalle altre principali società siderurgiche che in questi ultimi anni hanno ingrandito il loro apparato produttivo.
Più forti guadagni significano più forti investimenti, più accanita lotta per il predominio siderurgico. Nè l’ossessionante frenesia produttiva mostra minimamente di doversi placare. Nel 1951 la produzione complessiva di acciaio greggio realizzata dei paesi aderenti al Piano Schuman (Francia, Germania, Belgio, Italia, Lussemburgo, Olanda) assommava a 33,030 milioni di tonnellate, vale a dire il 15,5% della produzione mondiale. L’In hilterra, la quale, com’è noto, rifiuta di far parte della comunità carbo-siderurgica, produceva nelle stesso anno, acciaio pre 16,5000 milioni di tonnellate. Ciò significa che la produzione dei maggiori paesi europei del Patto Atlantico assomma complessivamente a la produzione della Sarre. La cifra supera da sola quella registrata dalla siderurgia russa. Malenkov dichiarava, nel suo rappoorto al recente Congresso del P.C. russo, che nell’anno in corso la produzione russa di acciaio « dovrà » raggiungere i 33 milioni di tonnellate. Ammesso che le « norme » del piano saranno raggiunte, la Russia ciò nonostante persisterà nella sua inferiorità siderurgica di fronte ai rivali occidentali, appena riuscirà a pareggiare gli indici della sola comunità carbo-siderurgica. Non basta. Neppure se si verificasse il sogno della diplomazia del Cremlino, e cioè l’assoggettamento dell’intera Europa al Governo di Mosca, decadrebbe con questo la supremazia del colosso americano che troneggia sulla montagna dei suoi 95,400 milioni di tonnellate. Il rapporto di Malenkov si svolgeva tutto sul principio della superiorità della economia russa, da lui definita socialista, sul resto del mondo, e sosteneva la tesi della immancabile vittoria della Russia nella competizione commerciale mondiale, fornendo i dati comprovanti la spasmodica febbre del “produrre di più”, che tormenta tutti i rami della produzione russa. Disgraziatamente per i dirigenti russi la stessa identica febbre possiede i meccanismi produttivi rivali, come dimostrano le surriportate cifre inerenti agli incrementi produttivi delle principali compagnie siderurgiche americane. Altra prova che le economie, russe e non russe, soffrono degli stessi mali, e quindi della stessa struttura.
I rapporti di forza sul piano produttivo sono spietatamente sfavorevoli per Mosca. Su una produzione mondiale totale (anno 1951) di 222 milioni di tonnellate di acciaio, il blocco americano-anglo-francese dispone di 146,930 milioni di tonnellate, esclusa la Sarre, il Canada, il Giappone, la Svezia ecc. Perchè allora si ingannano i proletari diffondendo le rocambolesche storie di una Russia che è destinata a piegare ai suoi voleri il resto del mondo adoperando le sue armi economiche, oltre che belliche? Perchè dovrebbe riuscire alla Russia, ciò che per due volte non è riuscito alla Germania? La verità è che il colosso americano non si può combattere sul suo stesso terreno, cioè sul piano della concorrenza commerciale e della guerra guerreggiata, ma solo mediante la rivoluzione del proletariato mondiale, soprattutto di quello americano, che schiacciando la potenza della borghesia statunitense, assicurerà alla rivoluzione il pieno trionfo.
Pur tuttavia la « febbre dello acciaio » come altrove, imperversa ferocemente in Russia, nonostante che i famosi « gruppi monopolistici » siano scomparsi almeno nella carta della Costituzione staliniana. E’ la marcia cieca del capitalismo universale.
“Tedesca è la Saar” parola d’ordine staliniana
La grossa questione della Saar costituisce un esempio eloquente della impossibilità per un partito che lavori per gli interessi della classe operaia di intervenire con una [parola illeggibile] soluzione nei problemi posti dall’imperialismo. Ai problemi borghesi non possono darsi che soluzioni borghesi. Che le elezioni nel territorio autonomo della Saar (o Sarre secondo la grafia francese) rappresentassero al più alto grado un problema posto da mere contraddizioni imperialistiche sta a dimostrarlo la storia recente del territorio.
Alla conferenza di Mosca del 1947 la Francia si impossessò del ricco bacino carbo-siderurgico. Gli appetiti irresistibili del Governo di Parigi comandato a bacchetta dai maggiori trusts, e cioè Schneider, produttore gigante di armamenti, « Sidelor », il maggiore trust francese dell’acciaio, la Banca di Parigi e dei Paesi Bassi si spiegano con la favolosa consistenza del patrimonio minerario e siderurgico del conteso territorio. Chi ha in mano le miniere di carbone e le acciaierie della Saar, la cui produzione raggiunge, per il carbone, il 7 per cento e, per l’acciaio il 6 per cento della produzione carbo-siderurgica totale degli Stati sindacati nel Piano Schuman possiede le migliori carte da giocare nella furiosa lotta tra i trusts nazionali confederati. In mano alla Germania porterebbe dal 51 al 58 per cento la produzione del carbone, dal 38 al 44 quella dell’acciaio, col risultato che la Germania conquisterebbe la predominanza incontrastata all’interno degli organi del Piano Schuman. Se conservata dalla Francia, che ad una ipocrita concessione di autonomia politica regionale ha appaiato una unione doganale monetaria, funzionante da strumento per l’asservimento delle miniere e delle acciaierie ai trusts di Parigi, la produzione sarrese servirebbe a controbilanciare la supremazia germanica. Infatti, da sola la Francia produce, per il carbone, il 23 per cento, e per l’acciaio, il 27 per cento, sulla produzione totale del Pool carbo-siderurgico: annettendosi la produzione della Saar, la quota francese sale rispettivamente al 30 e al 33 per cento. Quanto basta appunto, se non addirittura a superare la potenza carbo-siderurgica tedesca, almeno a fronteggiare validamente gli impulsi formidabili alla espansione ed alla supremazia.
Tale la questione della Sarre vista con i raggi X della critica economica. Più di tanto, a chi vuole seguire il metodo marxista, serve solo come fenomeno riflesso e secondario. Bene serve agli scopi di Parigi la propaganda della « europeizzazione » del territorio, formula quanto mai incomprensibile e comunque mal conciliabile con l’annessione di fatto della regione alla Francia, ai suoi trusts, alle sue banche. Bene serve agli scopi di Bonn la spendita dei classici articoli della propaganda nazionalistica e razzista fabbricati con soliti ingredienti della comunità di lingua e di sangue dei sarresi o dei tedeschi. Quel che importa ai trusts tedeschi, schierati dietro il Governo di Bonn, non è non è l’uno nè l’altro ma le miniere, le acciaierie, le Banche sarresi, che con il sangue agli occhi debbono vedere in mano agli odiati rivali di Parigi. Come si vede, uno scontro di colossi bramosi di schiacciarsi a vicenda, già pronti ieri e per ben tre volte, nel 1870, nel 1914, nel 1939 a ricorrere alla guerra degli eserciti, allorché risultò che la guerra dei diplomatici non rendeva. Né i protagonisti del conflitto sono soli. Alle loro spalle, nell’ombra, si muovono ben altri dinosauri del grande capitale. Secondo l’Unità (2-12-52) la « Betlehem Steel », grande trust siderurgico degli Stati Uniti, dipendente dai gruppi Morgan e Mellon, detiene il 40 per cento delle partecipazioni azionarie alle grandi officine Stumm di Halberger Huette, e la maggioranza azionaria delle immense acciaierie di Voelklingen.
A parte la probabile inesattezza dei dati, i quali sono manipolati a seconda degli interessi di parte, da quanto detto scaturisce inequivocabilmente la natura ed il contenuto dell’aspra contesa. Si tratta di un ennesimo esempio di lotta per la spartizione di bottini di materie prime e di impianti industriali, beni che per la plutocrazia imperialista non hanno nè patria nè razza, ma rappresentano l’incarnazione del solo dio che il capitale veneri: il profitto. Cosi stando le cose, si svolsero le elezioni politiche del 30 novembre. Il governo di Parigi, come si sa, aveva messo nell’impossibilità di muoversi i partiti sarresi filo-tedeschi finanziati ed apertamente appoggiati dal Governo di Bonn. Consci di buscarsi solo legnate allo spoglio delle schede, questi suscitarono una vasta azione di propaganda astensionista, riuscita solo in parte. Risultava nettamente vincitore il partito democristiano asservito al Governo di Parigi, che totalizzava il 55 per cento dei voti, la maggioranza assoluta nel Landtag. Come era nelle previsioni.
Ma a noi interessa, giusta l’assunto che alla questione della Saar è possibile solo una soluzione borghese, esaminare il comportamento del Partito Comunista, cioè della formazione che pretende di librarsi al di sopra e contro le rivalità imperialistiche, autodefinendosi portatore delle «istanze » proletarie. Come sempre, l’azione del P.C. sarrese applicava localmente, con ormai non più sorprendente pedissequità, gli orientamenti attuali di politica estera del Governo di Mosca dimostrando ancora una volta come gli interessi di questi differiscano e contrastino gli interessi proletari. Secondo il Cominform, la tesi della « europeizzazione » della Sarre costituisce la piattaforma di lancio per la espansione finanziaria degli Stati Uniti nella regione. Abbiamo riportato perciò più sopra un brano dell’Unità. Da siffatta analisi della situazione gli strateghi del Cominform hanno tratto la «linea» da seguire: contro l’europeizzazione, contro la dissimulata annessione alla Francia per il ritorno della Saar alla Germania. La propaganda elettorale dei comunisti sarresi si è svolta appunto sullo slogans: « Tedesca è la Saar ». Gli stalinisti sceglievano, ma come?
L’Unità del 30 novembre, il giorno delle elezioni sarresi, dopo aver illustrate le opposte soluzioni proposte da Parigi e Bonn, definendole giustamente entrambe imperialistiche e guerrafondaie, concludeva poi cosi: « La strada della salvezza esiste: i comunisti la indicano. Alle pretese delle oligarchie finanziarie francesi, essi oppongono la difesa coraggiosa (!) del carattere tedesco della Saar: questa è e deve restare tedesca, perchè così vogliono la sua lingua, la sua storia, le sue tradizioni (la lingua, ecc. della Prussia Orientale tolta alla Germania e annessa alla Russia, erano russe?). Ma nello stesso tempo (udite!) essi oppongono alle campagne aggressive dei dirigenti di Bonn, la forza della solidarietà internazionale dei proletari e dell’amicizia tra i papoli che lottano per la pace: essi fanno propria la promessa di Wilheim Pieck (presidente della Germania filo-russa) secondo cui il popolo tedesco non dovrà mai fare più guerra alla Francia ». Significa che essendo la « forza » della solidarietà internazionale dei proletari ugualmente consistente (almeno oggi) quanto le promesse di pace di un fesso qualsiasi, sia esso il presidente di uno Stato o l’ultimo attivista scemo, lo stalinismo internazionale parteggia, nella contesa, puramente e semplicemente per la riconsegna al capitalismo tedesco del bacino della Sarre. Promesse di pace? Forse che bastano per impedire la guerra? E il conflitto stesso, sin pure in forme non militari, che contrappone sul suolo sarrese le opposte influenze tedesche e francesi non è forse una prova schiacciante, che la guerra non scaturisce dalla volontà, o peggio, dagli istinti criminali, dei dirigenti dei governi, ma fermenta ogni momento nel seno del capitalismo lanciato nella mai interrotta feroce lotta per la conquista dei mercati e delle fonti di materie prime? D’altra parte, le dichiarazioni di volontà di pace dei dirigenti della Germania « unita democratica, smilitarizzata », di cui sogna lo stalinismo, toglierebbero qualcosa al fatto che il ritorno della Sarre alla Germania significherebbe trionfo del pan-germanesimo, della grande industria, dell imperialismo prussiano? Ancora. Ammesso che si mandasse Krupp a coltivare patate e che la siderurgia germanica diventasse sul modello russo, un’industria di Stato, ammesso che, diciamola la gran parola magica, fosse nazionalizzata, essa cesserebbe di appetire spasmodicamente gli altrui mercati? In base a quanto fa o si appresta a fare l’antemarcia dell’industria statale, quella russa cioè, nulla autorizza a credere che perderebbe il brutto « vizio ». Allora a che servono le buffonesche promesse di pace di tutti i Wilhelm Pieck del mondo? Evidentemente a mascherare l’ennesima collisione tra stalinismo e imperialismo tedesco, a preparare la guerra invocando la pace e la militarizzazione.
Se caso mai lo stalinismo mondiale avesse seguito la tesi francese sulla Saar, opponendo quella tedesca, le conclusioni non sarebbero potute essere diverse. Nelle rivalità, e chissà quante altre dovranno scoppiare finchè sarà in vita l’imperialismo, che dividono e oppongono politicamente e militarmente gli Stati borghesi, lo stalinismo, smanioso di offrire la «sua» soluzione, smercia inevitabilmente una soluzione arci-borghese. Non può fare diversamente.
Nelle contraddizioni imperialistiche non è possibile, tale è l’insegnamento che si ricava dalle elezioni della Saar, non parteggiare per uno dei contendenti, in ogni caso per l’imperialismo, allorché il pregiudizio attivista, fonte di ogni opportunismo e tradimento, spinge ad « intervenire », a « lavorarci dentro ». Le elezioni della Sarre dimostrano lampantemente che un partito veramente proletario non può, in determinate situazioni (e al presente in quasi tutte), non può gire che sul piano delle enunciazioni programmatiche di principio. L’accusa degli opportunisti è nota; immobilismo meccanicista, fatalismo, passivismo, ecc. Ma intanto proprio coloro che pretendono di « muoversi » si impantanano nelle opportunismo nazionalista. A tali condizioni, meglio « non muoversi » affatto. Verrà fortunatamente il tempo di passare alla « critica colle armi » e spingere la lotta per affossare l’imperialismo, unitario e compatto socialmente, nonostante le rivalità egemoniche. Ma cinquanta anni di storia dell’opportunismo stanno a dimostrare che allora proprio coloro che ora si dimenano epiletticamente in affannosa ricerca di ricette politiche machiavelliche, e rinfacciano a noi di stare a contemplarci l’ombelico, militeranno proprio essi nel campo della conservazione e della controriviluzione.
Stalinismo, strumento di Wall Street
Oggi gli staliniani non trovano mai parole abbastanza roventi per bollare « l’imperialismo fascista » degli Stati Uniti. Lo fanno con la stessa demagogia e virulenza con cui, un tempo, salutarono i « liberatori ».
Resta il fatto che, se la strapotenza americana ha avuto la sua base nella seconda guerra mondiale, uno dei pilastri di questa strapotenza sono stati appunto gli staliniani. Non alludiamo tanto al volontario scioglimento del partito dopo l’entrata nel conflitto della repubblica stellata: il Partito « comunista » – contava ben poco. Alludiamo al contegno tenuto dagli staliniani nelle lotte operaie durante la guerra e di fronte alla guerra, nei sindacati nei quali esercitavano una certa influenza.
L’indomani di Pearl Harbour, Roosevelt impone ai dirigenti sindacali la rinuncia « volontaria » al diritto di sciopero e la accettazione dell’arbitrato obbligatorio. Gli staliniani non solo l’appoggiano, ma quando, nel marzo 1944, i dipendenti del grande magazzino Montgomery Ward di Chicago abbandonano solidali il lavoro, il dirigente sindacale staliniano Harry Bridges telegrafa a Roosevelt che i suoi organizzati non parteciperanno allo sciopero. Nel 1945, il presidente staliniano degli operai elettrotecnici dichiara: « Il non-strike pledge (impegno a non scioperare) non è stato dichiarato »; soltanto per il periodo di guerra: l’urto America-Russia non era ancora cominciato.
La guerra è sacra. Il segretario del partito staliniano Foster dichiara nel 1942: – I lavoratori devono dare l’esempio accettando volontariamente ogni sacrificio necessario alla continuazione della guerra; devono fare della difesa della nazione in questa crisi l’obiettivo supremo di tutta la loro attività ».
Bisogna produrre di più. Bridges nel 1942: « Penso che i nostri sindacati devono divenire oggi gli strumenti dello speed-up (intensificazione dello sforzo di lavoro) della classe operaia americana ». Nel sindacato dell’automobile, gli staliniani svolgono una campagna a favore del lavoro a cottimo e del blocco dei salari; di fronte a Roosevelt appoggiano le misure di « coscrizione operaia » nel momento stesso in cui tutti i lavoratori vi si oppongono; perfino un riformista per la pelle come Philip Murray e costretto a protestare per la loro opera di « eccessivo rappacificamento della classe operaia », e un giornalista al soldo della Camera di Commercio dichiara che certi imprenditori orientavano i loro operai verso un sindacato controllato dai “comunisti” perché questi si mostravano più ragionevoli in materia di salari e di condizioni di lavoro e mantenevano la « disciplina » fra i loro membri (le fonti sono citate per esteso dal Guerin nell’opera ricordata in altra parte del giornale).
Insomma, gli staliniani sono stati gli agenti più attivi, in seno alla classe operaia, della politica di « pace sociale » e di appoggio allo sforzo di guerra – quello sforzo sul quale si è fondata la gigantesca espansione industriale degli Stati Uniti dal 1940 in avanti. Si dirà che oggi, passati all’« opposizione », non sono più un sostegno ma, anzi, un fattore di erosione dell’economia statunitense? Affatto: predicando la collaborazione, il pacifismo e la « coesistenza fra i due mondi », svolgono la stessa opera di narcotizzazione del proletariato di fronte al gigante di creta del capitalismo, e tanto meglio la svolgono quanto più si travestono da « oppositori » e da « nemici dell’imperialismo ».
In guerra o in pace, lo stalinismo è la grande leva di conservazione del regime capitalista. Se il centro mondiale imperialistico a Washington schiaccia e soffoca, oggi, tutto il mondo, il « merito » e per buona parte del Cremlino. Rinfrescate la memoria, proletari!
Specie umana e crosta terrestre
L’argomento del precedente «filo del tempo»: «Pubblica utilità, privata cuccagna» era inteso a rendere chiaro come, nella presente economia sociale, l’iniziativa e la scelta restano sempre ai cacciatori di profitto speculativo, non solo quando con propri mezzi e in propria sede realizzano la loro privata impresa, ma anche nel caso delle cosiddette opere pubbliche, la cui sede viene di autorità occupata «per motivi di utilità generale» rimuovendone l’antico singolo possessore.
L’iniziativa, la scelta, la decisione sulla opportunità di questa o quella attuazione (strada, ferrovia, opera idraulica, opera edilizia pubblica, bonifica di zone della città o della campagna, lavoro marittimo e via via) e la priorità dell’una rispetto all’altra sembrano, ma non sono, dettate da un centro che abbia quella suprema visione del pubblico interesse. Sono invece, sempre, ideate, immaginate, lanciate, sospinte, fatte passare innanzi e condotte in porto, o come oggi suol dirsi senza eufemismo «varate» – si varano in senso proprio le navi, e in senso economico i classici «carrozzoni» – da un gruppo privato che ha fatto i suoi calcoli e ha preveduto un altissimo lucro.
Anzi, mentre per l’impresa in senso assoluto privata è oneroso il finanziamento ed elevato il rischio che sorta effetto sfavorevole, la probabilità che al posto dell’utile sorga una perdita; nel caso delle opere ed imprese che recano le sacre stimmate del pubblico bene, è molto più agevole ottenere a buone condizioni la finanza da anticipare, è quasi matematicamente escluso che vi sia rischio di benefizio, non diciamo negativo, ma limitato. Interessi passivi ed eventuali aumenti della spesa prevista vi è infatti, in tali casi, mezzo di riversarli sul bilancio del non meno classico Pantalone: andrebbe dunque bene la dizione: opera di privata utilità e pubblica fregatura.
La questione non vale solo ad intendere recenti processi dell’economia capitalistica, volgarmente detta economia controllata o diretta, e che qualitativamente nulla presenta di nuovo, quantitativamente (per quanto dilaghi ogni giorno di più) nulla di impreveduto, ma conduce alla generale impostazione marxistica del processo sociale e alla dimostrazione ad effetto universale, che di tutte le grandezze che vanta il presente periodo capitalista, nessuna ha avuto come causa prima e spinta motrice altro fine che quello dell’interesse della classe dominante, dei suoi membri o dei suoi gruppi, mai del benessere sociale generale.
La questione di cui dicevamo, anche trattata limitatamente alle opere di trasformazione edilizia delle grandi città, sempre più vaste e clamorose nell’epoca contemporanea, sempre più esaltate e stamburate come capolavori di civiltà e di saggia amministrazione, si connette a quella dello allogamento degli animali-uomini sulla terra, e alla soluzione non civile e perfetta, ma insensata e deforme, che ce ne presenta il modo capitalistico di produzione. Siamo in pieno nel quadro delle atroci contraddizioni che il marxismo rivoluzionario denunzia come proprie dell’odierna società borghese, e che non si limitano alla spartizione dei prodotti del lavoro e ai conseguenti rapporti tra i produttori, ma – inseparabilmente – si estendono alla dislocazione geografica e territoriale degli strumenti ed impianti di produzione e di trasporto, e quindi degli uomini stessi, che forse in nessun’altra epoca storica presentò caratteri così disastrosi e raccapriccianti.
IERI
Non è senza sommamente crogiolarci che citiamo passi in cui Marx condanna e deride le concezioni di Giorgio Hegel; mentre a detta dei soliti dilettanti e faciloni avrebbe sempre manifestato per il suo «maestro» il massimo timor reverenziale.
La strigliata di cui andiamo ad occuparci tra breve è fra le tante che valgono a ribadire che le sovvertitrici e radicali interpretazioni marxiste del mondo umano, se per la stessa loro struttura hanno fatto tesoro di tutti i vastissimi risultati di epoche precedenti (non tralasciando di spiegare nessuna enunciazione e costruzione tramandata, anche quella di cui la «cultura» borghese con aria sufficiente e presuntuosa scioccamente rideva), una schiera di professanti soprattutto hanno sgominata e dispersa: i filosofi del diritto e gli ideologi della persona umana.
Nel procedere grandioso della sua dimostrazione che ogni valore – nell’economia privatistica e mercantile – va misurato dal lavoro umano sociale investito nei «beni» di ogni struttura, e quindi ogni accumulo e riserva di nuovo valore e di nuova ricchezza deve corrispondere a lavoro erogato e «non consumato», ossia ad una differenza mercantile tra il lavoro ottenuto ed il quantum di sussistenze lasciato consumare al lavoratore, Marx deve al giusto punto mostrare che la ricchezza consumata, oltre che dal proletario e dal capitalista, dal proprietario fondiario, non deriva che da quella origine. In termini economici: la rendita fondiaria non è che una parte del plusvalore, trattenuto al valore generato dalla somma degli sforzi sociali dei lavoratori.
Tale tesi deve eliminare una delle opposte (originata dalla scuola fisiocratica) affermante che ricchezza e valore potevano sorgere dalla terra, prima ancora dell’apporto del lavoro umano.
All’attuale stadio storico, e date le misure della terra, delle popolazioni e degli alimenti, occorre fare giustizia di ogni visione «arcadica» che presenti una piccola, serena e ingenua umanità vivente di frutti cadutile in grembo dalle chiome di alberi a vegetazione spontanea, sotto i quali giace cantando e baciandosi. Tanto si dice accadesse a Tahiti e nelle altre collane di isole del Pacifico, nel clima di permanente primavera: ma a tempo vi sono giunte le colonie del moderno capitalismo, e al posto dell’amore all’aperto e gratuito hanno importato amore mercantile e case chiuse. Come ben dicono i Francesi (il gioco di parole sta nella pronunzia): Civilisation et siphilisation (sivilisasion e sifilisasion) – carta moneta e spirocheta pallido.
Marx tratteggia quindi il rapporto tra l’uomo e la terra. Per noi l’uomo è Specie, per lor signori è Persona.
Marx premette – e lo abbiamo saldamente imparato – che egli tratta della proprietà della terra quale si presenta allorché il modo di produzione capitalistico è pienamente sviluppato. Egli sa bene che in quasi tutti i paesi sono superstiti altre forme della proprietà della terra: quella feudale, che
«presuppone (…) che il produttore diretto sia (…) un semplice accessorio del suolo (sotto forma di servo della gleba, di contadino asservito, schiavo, ecc.)»;
e quindi ha il carattere di signoria su masse di uomini – quella della proprietà parcellare, che suppone che
«i lavoratori agricoli non siano stati espropriati delle loro condizioni di lavoro»
ossia della terra e degli arnesi e scorte.
Interessa quindi a Marx astrarre da tali forme precapitaliste e considerare l’agricoltura organizzata con la presenza di questi elementi: il proprietario fondiario, che riceve un canone periodico dall’affittuario capitalista; questo affittuario che apporta il capitale di esercizio e paga salario; la massa di operai agricoli. Marx dice che a tal fine gli basta per la sua ricerca considerare assolutamente analoga l’azienda capitalistica manifatturiera e quella agraria, il capitalista che produce manufatti e quello che produce alimenti: anzi per chiarezza riduce questi al grano, nutrimento essenziale dei popoli moderni. Si deve solo spiegare la funzione di un terzo personaggio, che manca nella manifattura (in generale), ma è sempre presente nell’agricoltura capitalistica: il proprietario; e indagare la fonte del suo benefizio, o rendita fondiaria.
Anche qui viene mostrato come, se lo sviluppo del capitalismo impone che si faccia piazza pulita delle forme agrarie feudali e della piccola proprietà, che si svincolino tutti i servi dalla terra e si rovinino al massimo i coltivatori diretti, rovesciando tutti nel proletariato senza terra né riserva (riserva è una provvista di oggetti di consumo, o di valuta sufficiente ad acquistarli quando non vi sia altro introito), tuttavia quella sola forma di proprietà del suolo compatibile col pieno capitalismo non è però per lo stesso una condizione necessaria. In altre parole: la proprietà fondiaria sparirà prima del capitalismo industriale, ed anche, come magnificamente illustrato in passi che vanno dall’Antiproudhon del 1847 ad una delle ultime lettere di Marx (letta nella riunione di Milano, in settembre, del nostro movimento): la soppressione della proprietà privata del suolo non significa passaggio al socialismo:
«Certo, come vedremo più avanti, la proprietà fondiaria si distingue dalle altre forme della proprietà per il fatto che, ad un certo grado di sviluppo, essa appare superflua e dannosa, anche dal punto di vista del modo di produzione capitalistico»
Come a Milano fu detto, il «più avanti» viene dopo la drammatica parentesi quadra di Engels che chiude quanto abbiamo del terzo libro (al capitolo 52°, mentre qui siamo al 37°): «Qui il manoscritto si interrompe…». E noi sosteniamo che il coronamento dell’opera doveva essere il capitolo-programma sul trapasso sociale dalla produzione capitalistica al comunismo.
Tornando, dopo queste delucidazioni, sempre necessarie anche se ripetute, giusta il metodo che deliberatamente applichiamo, alla definizione marxista della proprietà sulla terra, contrapposta a quella fasulla della filosofia idealista, riportata in nota, non resta che trascriverla:
«La proprietà fondiaria presuppone il diritto monopolistico, da parte di certi individui, di disporre di determinate porzioni del globo come di sfere riservate alla loro volontà privata, con esclusione di tutti gli altri»
Ed ora la nota:
«Nulla di più comico del modo in cui Hegel spiega la proprietà privata della terra. L’uomo in quanto individuo deve dare realtà alla sua volontà come anima della natura esterna [facendo di essa volontà personale l’anima della natura esterna], e prendere quindi possesso di questa natura come sua proprietà privata. Se tale è il destino dell’individuo, dell’uomo in quanto individuo, la conseguenza sarebbe che ogni essere umano deve essere un proprietario fondiario, per potersi attuare in quanto individuo. La libera proprietà privata del suolo – un prodotto molto moderno – non è un definito rapporto sociale, secondo Hegel, ma un rapporto fra l’uomo, considerato come individuo, e la natura, 'il diritto assoluto dell’uomo di appropriarsi tutte le cose’ (Hegel, «Filosofia del diritto», Berlino 1840, p. 79). È, innanzi tutto evidente che il singolo individuo non può, con la sua 'volontà’, affermarsi come proprietario contro la volontà altrui che voglia parimenti prender corpo nello stesso brandello di terra. Per far questo occorre ben altro che la buona volontà [ci vuole, intende dire Marx, nell’impiegare con finissima ironia il gergo hegeliano di cui dal 1840 è perfettamente padrone, un buon fracco di legnate]. Non si può inoltre assolutamente calcolare dove 'l’individuo’ porrà i limiti alla realizzazione della propria volontà, se l’esistenza della sua volontà si realizzerà in un paese intero o se avrà bisogno di tutto un gruppo di paesi per 'manifestare’, appropriandoseli, 'la supremazia della mia volontà nei confronti dell’oggetto’ (p. 80). Qui Hegel fa pieno fallimento. 'La presa di possesso è di natura del tutto individuale; io non prendo possesso che di quanto si trova a contatto con il mio corpo, ma il secondo punto è al tempo stesso che le cose esterne hanno una estensione maggiore di quella che io posso abbracciare. Quando io posseggo una cosa, vi è anche un’altra cosa che le è collegata. Io prendo possesso con la mano, ma il raggio d’azione della stessa mano può essere ampliato’ (p. 90). Ma questa altra cosa è di nuovo collegata ad un’altra, e scompare così il limite entro il quale la mia volontà si può effondere come anima nella terra. 'Se io posseggo qualche cosa, la mia ragione trae subito la deduzione che è mio non soltanto ciò che costituisce possesso immediato, ma anche ciò che vi si trova collegato. Qui deve affermare i suoi principi il diritto positivo, perché niente altro può essere dedotto dal concetto’ (p. 91). Ciò costituisce una confessione estremamente ingenua del 'concetto’ [Marx continua] e dimostra che il concetto, il quale commette in partenza l’errore di considerare una concezione giuridica della proprietà fondiaria ben definita e appartenente alla società borghese come una concezione assoluta, non comprende nulla delle effettive forme di questa proprietà fondiaria. Vi si trova al tempo stesso contenuta la confessione che i bisogni mutevoli dello sviluppo sociale, ossia economico, possono e devono portare il 'diritto positivo’ a modificare i suoi principi».
Fin qui l’importantissima nota di Marx.
La speculazione idealistica cerca il vano rapporto tra la persona e la cosa-terra, e lo descrive come una proiezione dalla prima di misteriosi fluidi volitivo-magnetici. Il marxismo mette fuori prima il feticcio persona, e cerca il procedere storico, grandemente variabile, dei rapporti tra l’uomo, come specie e come società, e la produzione agraria, ed alla fine lo stabilisce positivamente nella sua realtà di rapporto tra classi di uomini, che nella produzione rurale hanno diversi compiti e si ripartiscono variamente il prodotto e i benefizi. O super-impotenza del filosofare e del filosofame borghesi!
Questi passi di Hegel, e la rude messa a punto dello scolaro Carlo, vengono bene per mostrare quanto puzzo di hegelianismo viene dall’ingombrante vociare degli stalintorinmarxisti. Quando un sedicente marxista ha sacrificato a queste due pestifere tesi: la dignità della Persona umana, da un canto, e la spartizione della terra ai contadini dall’altro, non attendetelo alla terza fregnaccia: si è tagliato già tutto.
Nel capitolo studiato, Marx dunque non fa che accenni alla precedente storia dell’occupazione, della organizzazione della terra da parte dell’uomo, prima della presente fase capitalistica. Egli tuttavia chiarisce all’inizio che non si tratta di un semplice «diritto di superficie», in ciò che l’odierno diritto positivo stabilisce come proprietà del suolo, trasmissibile con scambio contro denaro. Si tratta di uno stadio dell’allogamento degli impianti umani nella «crosta» terrestre, ossia in uno strato che si stende nel sottosuolo e nel soprasuolo. Marx, infatti, avverte non solo che nella dizione terra egli comprende anche le acque in quanto economicamente utilizzate, ma tratta, svolgendo la teoria della rendita fondiaria, non di quella sola che si ricava dalla coltivazione dei campi, ma anche delle miniere, dei suoli edificatori, delle costruzioni edilizie e di ogni altro impianto fisso al suolo, e che gli sovrasti o sottostia.
L’utilizzazione di tutte queste forme esige l’apporto di un capitale finanziario per seminare, lavorare, raccogliere, costruire, scavare, edificare, ecc. Il diritto «catastale» che inscrive ogni appezzamento ad un padrone, stabilisce che l’intraprenditore che ha raccolto il capitale non può iniziare l’impresa se non ottiene il permesso di varcare il confine perimetrale e mettersi all’opera, adducendovi i suoi salariati e stipendiati. Egli apre così una breccia di tempo nel monopolio del possessore, a cui il «diritto positivo» – salvo quella suprema finezza dell’espropriazione forzata – non potrebbe vietare di mettersi nel bel mezzo con una sedia a sdraio e la pancia al sole, o luna che sia, sotto la protezione di una cinta o di una serie di cartelli: «vietato l’ingresso».
Un monopolio, dunque, e non una proprietà come quella degli oggetti di consumo. Ora, il permesso di rompere o interrompere il monopolio va pagato: e il capitalista imprenditore versa l’annuo affitto. Guadagnerà tanto di meno, togliendo la detta somma dal profitto totale che avrà avuto, quando avrà pagato 1.000 di zappatura e venduto 2.000 di grano. Dunque la terra, per sé, e perfino le calorie che il sole vi irradia, non rendono nulla a quello della sedia a sdraio; e intanto egli si pappa la rendita, in quanto la stessa è stata detratta dal valore-lavoro, venuto fuori da quelli che danno la schiena e non la pancia al dardeggiante sole e squarciano, grondanti sudore, il ventre fecondabile della terra vergine e non madre.
Marx dimostra che la stessa legge della discesa del tasso di profitto del capitale, oltre a tutti gli altri fattori, esalta al massimo il valore del monopolio fondiario, e che l’esaltazione è stata massima per le forme non puramente agrarie, come la miniera e il suolo edificatorio, soprattutto presso le grandi città.
Siamo noi che, avanti di proseguire e di giungere con Marx alla dimostrazione che il moderno rapporto tra uomini e terra è il peggiore, quanto a tipi di utilizzazione, ossia di «attrezzamento» a mezzo dei più vari impianti, della scorza terrestre, percorriamo con scarni ricordi la storia umana della conquista della crosta, cercando in essa non la medianica impronta degli atti di volontà, ma gli effetti fisici del lavoro e dello sforzo delle generazioni, compiuto non perché in principio fosse la ragione o la coscienza, ma perché in principio era il bisogno, e nei vari stadi dello svolgimento variamente si provvide dalla collettività umana alla propria sicurezza, vita e moltiplicazione, e con varia vicenda di successi o di catastrofi.
Non è l’uomo il solo animale che lascia traccia nella crosta della terra, e non si limita a percorrerla con passo lieve che ne lambisca appena la superficie limite, lasciandovi tracce non molto maggiori del nuoto del pesce nell’acqua o del volo dell’uccello nell’aria. In certo senso l’uomo è inferiore, e il sogno di Leonardo non è ancora riuscito a staccarlo dal suolo, con la sua forza muscolare e non con veicoli, che del resto lasciò inaugurare ad una pecora. Nell’acqua i suoi migliori acciai non hanno consentito a Piccard che qualche cento metri, mentre la vita pulsa nella batisfera e forse vi si originò. Nella crosta solida, se forse gli spetta il primato tra le specie zoologiche, non fu tuttavia il primo a lasciare impronte di vuoto o di sopralevato, perché molti animali percorrono con gallerie il sottosuolo, e la misteriosa pianta-colonia animale, il corallo, costruì coi suoi cadaveri calcarei, più che i nostri edifizi, vere isole che consideriamo parte integrale dello scheletro geofisico.
Se dunque l’uomo primo fu nomade al pari delle bestie e quindi non ebbe alcun interesse a fare «impianti fissi», in modo che i suoi primi atti di volontà – come avrebbe detto Hegel – non dettero anima al suolo, alla zolla o alla roccia, ma solo ad un ramo strappato come clava o a una pietra tagliata per ascia, era stato già preceduto da altri esseri «colonizzatori» della crosta ed autori di «opere stabili», e non solo da esseri fissi, ma da esseri semoventi in qualche caso, se è vero che il castoro ha un’abitazione e l’elefante un cimitero.
Lasciamo il nomade che sulla crosta terrestre lascia solo labile traccia tosto dispersa, e veniamo alle prime società fisse. Lungi l’idea di tracciarne la storia; accorsero millenni perché sotto la pressione dell’aumentato numero e per l’effetto delle prime risorse tecniche di lavoro, si iniziassero le costruzioni vere e proprie che andavano al di là della tenda del beduino o della capanna di ghiaccio del Lappone. L’uomo prese a scavare entro terra, anzitutto, le pietre e i cementi che gli servirono ad erigere sotto terra le prime case ed edifici diversi, ed impresse nella crosta selvaggia le prime strade, i canali, le tante altre postazioni e piste che superarono secoli e secoli o furono dal tempo cancellate ed avulse.
Finché la produzione prevalente fu quella agraria, la densità di popolazione bassa, i bisogni limitati, e tuttavia era già affermata l’esigenza delle sedi territoriali fisse e della loro stabilità, non solo contro le calamità naturali ma altresì contro l’offesa e l’invasione o distruzione di altri gruppi umani, e fu appena embrionale lo scambio di prodotti fra terra e terra, il tipo di «attrezzatura della crosta terrestre» da parte delle società umane ebbe il marchio di un poco profondo intervento. La parte di gran lunga maggiore dello spazio necessario ai popoli non ebbe altro intervento che la coltivazione, che comporta lo scasso per pochi palmi, convenendo senz’altro trascurare i terreni poco fertili o insidiati da pericolo di allagamenti, malsanía paludosa, imperversare di venti, di maree, scarsi di pioggia, di altimetria impervia e così via.
Tra i campi coltivati, poche rudimentali abitazioni degli agricoltori, una modesta rete di strade pedonali o da percorrersi con cavalcature, scarse opere idrauliche di sussidio alla tecnica rurale… Ogni tanto un castello, nel quale risiedeva un signore o un capitano di armati, e mano mano attorno ad esso le case borghigiane dei primi artieri. Nel Medioevo, più ancora che nei tempi classici, poche, poco popolate, distanti tra loro le città, collegate da vie maestre insicure e percorse da lenti mezzi a traino animale – poco importanti fino almeno al dodicesimo secolo le città marittime e portuali per la scarsa incidenza sulla generale economia del traffico di navigazione, per antiche che siano le imprese anche stupefacenti di taluni popoli rivieraschi.
Decisamente la popolazione sparsa prevaleva sulla popolazione agglomerata.
Conosciamo questa sonata della sinfonia illuminista – una delle più balorde: è l’agglomerazione cittadina che ha sviluppato la scuola, la cultura, la civilizzazione, la partecipazione di tutto il popolo alla vita politica, alla libertà, alla dignità della persona umana! Siamo sempre lì. Più si vedono individui ammassati a migliaia e a milioni in tane fetenti, in scannatoi militari, in caserme e galere, più se ne vedono per l’assembramento ridotti in poltiglia dalle bombe non atomiche e atomiche, più la farisaica adorazione dell’Individuo dilaga ed ammorba!
Ma l’agglomerazione urbana, anzitutto, sviluppò epidemie e pestilenze, superstizione e fanatismo, degenerazione fisica e criminale, formazione del Lumpenproletariat e di strati di malavita deteriori rispetto a quelli del banditismo da strada maestra di un secolo addietro, salita paurosa di tutte le statistiche della delinquenza, e ciò più nei paesi progrediti e ricchi che negli arretrati, e soprattutto in quelli con le unità urbane più grandi.
Non si tratta qui di fare l’apologia dell’attuale situazione delle masse nelle campagne, rari essendo gli esempi di un vero proletariato agricolo che sia bene alloggiato in abitazioni moderne sparse sul territorio e non a sua volta agglomerato in centri grossi, di oltre 50 mila abitanti. Per ciò che poi riflette il piccolo coltivatore diretto, abitante in una casa-capanna sul suo pezzetto di terra, meno che mai questo ci offre il tipo auspicabile. Di questo strato di popolazione, cui oggi vanno al tempo stesso gli osanna di fascisti, centrocattolici e falsi sinistri sia democratoidi che stalinisti, ecco che dice Marx:
«La piccola proprietà fondiaria crea una classe di barbari che è per la metà al di fuori della società, che unisce tutta la rozzezza delle forme sociali primitive con tutti i dolori e tutta la misère dei paesi civilizzati».
Ma (e si potrà a suo tempo meglio completare lo sviluppo di questo quadro), (6) non avviene di meglio per la grande proprietà rurale e per l’industria moderna. La prima conduce al progressivo ridursi della popolazione agricola e della fertilità del suolo, la seconda distrugge «la forza lavoro e quindi la forza naturale dell’uomo». In ciò si danno la mano, Marx aggiunge. E per lui, come per noi, peggiore della rozzezza sana e vigorosa dei popoli barbari è la degenerazione delle masse nell’epoca capitalistica, che i nemici nostri chiamano col vocabolo di civiltà; applicato bene e in senso proprio perché vuol dire modo urbano di vivere, modo proprio dei grandi mostri agglomerati che sono le metropoli borghesi.
OGGI
Qui non tratteggiamo l’urbanesimo e i suoi effetti in tutto lo sviluppo sociale, ma nella base «tecnica» del modo di organizzare il suolo terrestre, perché, cessando di essere uno spazio appena grattato per la coltivazione, sia attrezzato nell’intimo con tutti i completi impianti generali che servono a creare la piattaforma dei complessi edilizi; ed abbia strade, fogne, distribuzione di acqua, elettricità, gas, per luce, calore e comunicazione d’ogni genere, trasporti pubblici di ogni tipo. Fino dai tempi antichi, gli spazi relitti di città decadute o rase al suolo da devastazioni, malgrado la minore fittezza ed intimità degli impianti col sottosuolo, restano aridi e inadatti ad ogni coltura, oasi di deserto in mezzo ai campi coltivati. Quindi il dilagare della città a danno della campagna, che accompagna l’affluire con moto inverso degli uomini nella prima, comporta una diversissima e più profonda maniera di trasformare la «crosta terrestre» da parte dell’uomo, e da questo diverso fatto tecnico sorgono i nuovi rapporti economici di valore e rendita che Marx ed Engels definiscono, e ne sorgono i rapporti sociali – ed i programmi di rivoluzione sociale.
A sentire la tecnica moderna, il sistema dei grossi concentramenti è «economico» quanto a spesa che occorre, in tutti i sensi, per «sistemare la popolazione nel territorio sua sede». Ma economico per essa significa adatto al profitto e al monopolio della classe dominante. Essa riderebbe a veder proporre come migliore una sistemazione sparsa e più uniforme, e pretende che sarebbe «falsa spesa» la ramificazione in tal caso ben diversa di tutti i sistemi adduttori e scaricatori di case e di persone. Ma il nec plus ultra della prosopopea è nella scienza applicata, che vanta un incessante progresso, ma tende sempre di più ad un mucchio di bugie, di calcoli e deduzioni coscientemente sbagliati, e ad un groviglio tremendo di superstizioni e luoghi comuni, sotto la pressione dell’affarismo.
L’Italia, paese affollatissimo, ha oltre 150 abitanti in media per chilometro quadrato. Ma nelle città, almeno nei nuclei di esse, e senza considerare le più disgraziate, vi sono 400 abitanti in un ettaro, ossia 40 mila in un chilometro quadro: dunque la densità è oltre 250 volte maggiore della media, e in rapporto ancora più elevato sta la densità cittadina media con quella rurale media. Mentre la «politica economica» del capitale tende ad esasperare ancora il tremendo contrasto, la politica rivoluzionaria lo prenderà di fronte con radicali misure.
La moderna ingegneria pretende avere realizzato capolavori con i massicci impianti unitari per abbeverare una città, illuminarla, muovere i suoi congestionati trasporti, manutenere le strade e il resto, asportare i rifiuti distruggendoli per renderli innocui, ossia mineralizzando la parte organica o portandoli lontano, nei grandi fiumi o nel mare, e naturalmente disprezza il tipo di organizzazione rurale in cui in ogni fattoria, o in gruppi limitati, si risolve con mezzi pressoché «naturali», ad esempio, la provvista di acqua o il servizio di smaltimento dei rifiuti.
Il giovanotto fresco di laurea e lettore di riviste aggiornate torcerebbe dunque il muso se leggesse il passo di Engels che segue («Questione delle abitazioni», 1872) e lo condannerebbe come arretrato e «superato» dai tempi e dalle geniali moderne applicazioni. Engels ribatte a chi aveva detto che è una utopia l’abolizione del contrasto tra città e campagna, perché è naturale, o per meglio dire fattosi storicamente…:
«L’abolizione dell’antitesi tra città e campagna non è un’utopia, né più né meno di quanto lo sia l’abolizione della antitesi fra capitalisti e salariati. Essa diventa ogni giorno di più una esigenza pratica della produzione agricola e industriale. Nessuno l’ha sollecitata più di Liebig nei suoi scritti sulla chimica applicata all’agricoltura, nei quali egli affaccia continuamente l’esigenza che l’uomo restituisca alla terra ciò che le prende, e nei quali dimostra che l’unico ostacolo a far ciò è dato dall’esistenza delle città, e specialmente delle grandi città».
Liebig! dirà il solito giovincello, ma che vecchiume! Quanti dati gli mancavano, che noi oggi abbiamo dopo un secolo o quasi di ricerche in tutti i campi, chimici, biologici ed agronomici! Liebig viene citato anche da Marx, e se ancora oggi merita più fede dei moderni universitari, è perché oltre alle tante esperienze moderne gliene mancava una notevole: quella dei premi o stipendi… da parte della Montecatini o dell’Agfa:
«Si consideri che soltanto qui a Londra si produce una quantità di concime animale più grande di quel che produca tutto il regno di Sassonia, concime che giorno per giorno viene immesso nel mare e questo costa somme favolose; si pensi ai giganteschi impianti che si rendono necessari per impedire che questo concime appesti tutta Londra, e si vedrà che questa utopia dell’abolizione dell’antitesi fra città e campagna assume una notevole pratica. Ed anche Berlino, che in confronto è piccola [non certo oggi, 1952], da almeno trent’anni è soffocata dal puzzo dei suoi stessi rifiuti. D’altra parte, è invece una pura utopia pretendere, come fa Proudhon, di riformare l’attuale società borghese e di mantenere il contadino come è oggi. Soltanto una distribuzione il più possibile uniforme della popolazione su tutto il territorio, soltanto un intimo coordinamento della produzione industriale e di quella agricola, accompagnati dall’estensione della rete di comunicazioni che così si rende necessaria – presupponendo effettuata l’abolizione del modo di produzione capitalistico – sono in grado di strappare la popolazione agricola dall’isolamento e dall’abbrutimento in cui essa vegeta quasi senza cambiamenti da migliaia di anni».
Non deve credersi che sia superata la tesi di Liebig per cui il ciclo di rotazione della materia organica necessaria alla vita cade in passivo se si rinunzia alla deiezione umana e in parte animale. La rinunzia è stata fatta e passata in giudicato secondo una artificiosa igiene edilizia, che andrebbe contro i dettami del profitto speculativo se revocasse in dubbio che masse immense di uomini devono essere asserragliate entro le zone arredate nel sottosuolo dalla maglia dei servizi urbani e passate ad una respirazione da «polmoni d’acciaio».
Tutte le ricerche moderne sulle prospettive di produrre alimenti in ragione della crescente popolazione, tenuto conto della terra coltivabile e del calcolo energetico di calore e di chimismo disponibile, concludono per la prossima deficienza di alimenti. Si pensi che un compenso si potrà solo trovare con adatti mezzi estrattivi nel «plankton» delle acque marine, ossia nei corpuscoli di animaletti acquatici diffusi nei mari, da cui si ricaverebbe una specie di conserva in iscatola. Si può anche prevedere che, grazie anche a trasformazioni infratomiche, la chimica riesca nella sintesi di pillolette nutritive. Ma il fatto è che a parte queste visioni futuriste (esse richiamano la risposta della signora cui spiegavano che in avvenire i bambini si faranno in laboratorio: sono ammirata, ma penso che si tornerà sempre con piacere all’antico sistema!), oggi la circolazione tra terra agraria, animali ed uomo cade in difetto soprattutto di sostanze azotate.
Perché dunque tenere in non cale la perdita enorme degli attuali sistemi sterilizzanti di fognatura (alla sterilità basta la forte diluizione e un tempo di poche ore), dato anche che le scorte minerarie di concimi sono per alcuni tipi in via di esaurimento? La specie umana distrugge così masse innumerevoli di calorie del settore vitale, così come fa con la conservazione dei morti. Non si tema che, come i nazisti, vogliamo industrializzare i cadaveri: tanto la somma delle deiezioni di un uomo nella vita media è un 300 volte il peso del suo corpo. Ma sostituendo i cimiteri con altro dispositivo, anche mineralizzante, si guadagna terreno coltivabile: oggi poi sarebbe per i costruttori ghiotto terreno edificabile, ma non si illudano, non spezziamo tale lancia per essi.
Siamo dunque, con Marx ed Engels, in tema non di utopia, non di vaga ipotesi, ma di preciso programma sociale post-rivoluzionario e post-capitalistico, nel prevedere i primi «progetti» unitari per arrivare alla rete uniforme di attrezzatura della crosta terrestre, nei cui nodi l’uomo non sarà più né villano né cittadino. La democrazia borghese inorridisca, che alle tante libertà del cittadino vogliamo aggiungere la libertà… di concimare. Essa lo ha ridotto a rinunziare alla libertà di respirare. Il nebbione nero sceso sulla grande Londra ha arrestato, per settimane, ogni attività, poiché depositava nei polmoni di chi si avventurava per le vie il pulviscolo di carbone delle mille e mille ciminiere concentrate attorno alla metropoli, e rendeva perfettamente inutili i magnifici sistemi di illuminazione, di trasporto, ed ogni impianto di lavoro; tanto che i ladri e teppisti ne hanno largamente profittato.
Siamo quindi ben oltre dall’equilibrio tra gli «interessi» dell’uomo della città e di quello della campagna, di cui nelle ultime dichiarazioni di Stalin. Questo è un postulato vanamente inseguito dal capitalismo, mentre quello della rivoluzione socialista è nel superare le classi sociali, e quindi la possibilità che gruppi sociali si assicurino miglioramenti e benessere a detrimento dell’altro gruppo.
Non si tratta più di una questione di ripartizione dei frutti di un’azienda così irrazionale, come è la crosta del nostro pianeta quale è voluta dal sistema capitalistico e dai suoi effetti di preteso modernamento dei sistemi più antichi. Non si tratta più di economia intesa come litigio intorno alla ricchezza di merci o di moneta; si tratta fisicamente di introdurre un tutto diverso modo di attrezzatura tecnica del suolo, del sottosuolo e del soprasuolo, ove forse a fini archeologici si lascerà ogni tanto in piedi uno dei capolavori del tempo borghese, a ricordo per quelli che la secolare opera, partita dalla esplosione rivoluzionaria mondiale, avranno compiuta.
Gli anarchici santificano Croce Pt.1
Al cordoglio unanime della cultura e del politicantismo per la morte di Benedetto Croce, pianto indifferentemente da uomini e partiti della borghesia e dai ciarlatanı che si atteggiano a eredi del marxismo, non poteva non aderire la voce singhiozzante degli anarchici. I furiosi nemici dell’autorità si sono dunque commossi davanti alla salma di un uomo, che nonostante tutte le egemonie intellettuali sortite da madre natura, era nel campo della dottrina, il massimo rappresentante, l’incarnazione anzi, della più antica, dispotica, settaria autorità ideologica che da millenni tiranneggia ed oscura la mente degli uomini: l’idealismo. Gli impazienti predicatori di una società senza Stato, fabbricabile dall’oggi al domani, non si sono peritati di abbrunare le loro bandiere libertarie davanti alla salma di un pensatore ultra-borghese, propugnatore instancabile di concetti fondamentali che, nel volgere dei secoli, sono serviti di base dottrinaria alle giustificazioni di tutti i regimi di classe, di tutte le tirannie dei governi, dagli imperi asiatici a Roma, dalle aristicrazie feudali ai moderni moloch statali dell’imperialismo. Che cosa è infatti la idealistica concezione della supremazia di Dio sul mondo materiale, dello Spirito sulla Materia, se non la legittimazione teorica della supremazia e dello spietato sfruttamento esercitato fin da quando esiste la civiltà dalle classi dominanti, depositarie della cultura e dell’arte, sulle misse di bestie da fatica delle classi sfruttate, cui si è permesso da millenni solo di soddisfare, e a mala pena e a costo di due fatiche, le disprezzate necessità della nutrizione e della riproduzione? Pure, gli anarchici hanno recitato la loro « requiem aeternam » per l’anima del filosofo idealista.
Sapevamo che gli anarchici sono da tempo le mogli morganatiche della cultura borghese ma che si arrivasse a tanto non lo avevamo previsto. Che si arrivasse, come fa un anonimo su Umanità Nova (30- 11-52), ad inneggiare entusiasticamente alle opere di Croce, esclamando ad ogni passo che certi libri del defunto filosofo « sembrano scritti appositamente per noi (anarchici ) », che in sostanza liberalismo ed anarchismo confluiscono fraternamente, via ci pare eccessivo. Forse di questo avviso deve essere stato anche il veterano Gigi Damiani, se ha creduto suo dovere intervenire a moderare i furori dell’anonimo collaboratore in un corsivo apparso nel numero successivo. Egli, dopo aver stigmatizzato l’indegna gazzarra di politicanti di tutte le risme, dai clericali ai falsi marxisti, inscenata sconciamente presso la bara del filosofo, si domandava se toccava agli anarchici frammischiarsi ai commedianti, e rispondeva con un inequivocabile: No. Polemica interna? Non ci stupiamo. E’ costume della famiglia anarchica ammettere, con le note conseguenze, assoluta libertà di confessioni filosofiche. Tuttavia, lo stesso Damiani non poteva esimersi dal tributare la gratitudine degli anarchici, pur ammonendo che essa non si poteva dimostrare con una adesione alle manifestazioni ufficiali di cordoglio per la morte di Croce, « per quanto dobbiamo alla critica liberale della prima ora e alla difesa dei diritti dello spirito ». Evi- dentemente Damiani intendeva solo purgare dalla troppo compromettente corteccia di enfatiche esagerazioni il nocciolo idealista dello scritto apologetico, di cui ci stiamo occupando. Ad un certo punto aggiunge di non amare le confusioni. Non le amiamo neppure noi, perciò non ci sentiamo autorizzati a ritirare quanto detto sopra, neppure alla luce dell’intervento suo, che appunto accresce la confusione. Non si capisce infatti perchè gli anarchici debbano negare il loro plauso a Croce quando hanno in comune col pensiero crociano la negazione e la assoluta incomprensione del materialismo, in particolare la furiosa questa si inquisitoriale, per- secuzione al materialismo storico di Marx. Rifiutate di stare con Marx? Perche allora tante ritrosie a riconoscervi seguaci di Croce? Il rimedio di Damiani era peggiore del male.
Ci colpisse il fulmine, se scrivessimo «dal punto di vista filosofico»! Se ci saltasse il ghiribizzo, ci dilungheremmo a rammentare agli smemorati di Umanità Nova, che la « critica liberale della prima ora » siccome dice Damiani, fu non solo anticlericale, cioè antifeudale, ma atea e materialistica: che dal Diderot della « prima ora » liberale, al Croce dell’ultimissima ora, ci corre un abisso, cioé il secolare travaglio della dottrina borghese che, nata iconoclasta e rivoluzionaria, muore codina e conservatrice, ultra-reazionaria. Ma forse i liberali della « prima ora » di Damiani comincit- no da Gladstone!
Quel che ci interessa, in quanto giornale di battaglia politica, è dimostrare a quali conseguenze mena l’ostentato disprezzo del metodo marxista materialista, la vantata ignoranza a leggere nel sottosuolo sociale, la snobistica mania di alambiccare concetti avulsi dalla realtà economica-sociale. In una parola ci interessa mostrare come l’idealismo degli anarchici si trasformi sul terreno pratico politico in posizioni reazionarie. Una prova ci è offerta, guarda caso, proprio da un articolo del giornale anarchico messicano Tierra y Libertad riprodotto sullo stesso numero di Umanità Nova che pubblica la presa di posizione di Damiani. L’articolo era intitolato: « Il Grande errore » e tale sarebbe stato la partecipaziane degli anarchici spagnoli al governo democratico-staliniano di Madrid. Errore? Troppo poco. Ma come non vedete che si trattò della conclusione (e liquidazione) del vostro putrefatto idealismo? Che cosa di più metafisico, di più artificioso, di più idealista, della pretesa antinomia democrazia-fascismo, libertà-dittatura? Di più crociano, potremmo dire, dato che Croce fu appunto una bandiera dell’antifascismo? Eppure la fissazione antifascista anarchica non è digerita.
La situazione a Trieste
Trieste, dicembre
Ogni fatto, anche se in apparenza insignificante, non fa che avvalorare, confermare, ed affermare la giustezza delle nostre tesi nelle situazioni che più impegnano il proletariato, in situazioni che lo mettono – come nel caso nostro – di fronte a problemi di tattica e di principio. In realtà, le stesse agitazioni, la stessa arma dello sciopero vengono, in mano agli odierni sindacati di ogni colore e tendenza politica, nessuna esclusa, fatte servire da punti d’appoggio e da trait- d’union tra organizzazione sindacale e classe dirigente, tra ingenui sfruttati e classe padronale.
La storia – ed è storia di ogni giorno – si ripete stucchevolmente e pare incredibile come possa attecchire ancora tra la massa operaia, che, pur delusa, non ha e non trova la forza di reagire ad una situazione tragica ed umiliante come quella dell’operaio che per disciplina di partito o per quieto vivere abbocca (ma sino a quando?) all’amo delle diverse sirene politiche e sindacali. La miseria, il salario insufficiente, le condizioni economiche, spingono l’operaio – anche quello uso a ragionare con la propria testa – a dare la propria solidarietà a forze politiche ed organizzazioni « sindacali » che lo truffano, in attesa e col miraggio di chissà quali vantaggi che i dirigenti regolarmente promettono, e ancor più regolarmente non mantengono.
Però, la situazione particolare venuta a crearsi a Trieste, ha procurato qualche voltafaccia e proteste più o meno rumorose.
Tipico il caso dell’ultimo sciopero di un quarto d’ora proclamato dai Sindacati Unici di parte staliniana e dalla Camera del Lavoro di parte democristiana, a proposito delle elezioni in zona « B » del territorio cosidetto libero di Trieste – zona notoriamente in mano al governo di Tito, che, ad onta dei trattati, vi spadroneggia come se tutta la zona fosse annessa alla Jugoslavia, con un regime poliziesco particolarmente ottuso e feroce. E’ notorio come tutto cio che si svolge nella zona « B» sia dominato da un sistema di coercizione e di terrore che non trova riscontro nei pur feroci regimi di fascista e nazista memoria, ma è altrettanto noto che la fittizia spartizione del territorio libero in due zone, l’eccessivo rimpicciolimento del territorio e l’infelice situazione economico-geografica sono dovuti particolarmente ai Sindacati Unici di marca staliniana e al partito cosidetto comunista della Venezia Giulia i quali, fino al momento della rottura tra Tito ed il Cominform, asserivano che le condizioni delle popolazioni della zona « B » erano migliori di quelle di molti paesi d’Europa, che la libertà, ecc. e che la stessa Trieste etnicamente, geograficamente e politicamente jugoslava, doveva essere annessa alla federativa repubblica titina.
Come si vede, da qualche anno Mosca ha mutato parere e, per bocca degli esponenti staliniani del partito cosidetto comunista della Venezia Giulia, propugna e caldeggia l’attuazione del territorio libero di tutte e due le zone, cercando adesso di smorzare le velleità titine, di frenare le ambizioni, di stroncare ogni illusione jugoslava sul territorio libero.
Da ciò lo sciopero di protesta proclamato dai sindacati, e svoltosi nella totale o quasi indifferenze delle masse operaie delle fabbriche, stanche di servire di strumento a rivendicazioni di marca irredentista e borghese e di sacrificare ad esse la difesa dei propri, autentici interessi di classe. Sarà questa protesta un inizio di ripresa proletaria in lotte non fra Stati o fra gruppi politici contendentisi il controllo dell’apparato statale borghese, ma fra le classi?