Se di qualcosa dobbiamo ringraziare maggioranza e minoranza parlamentari nella loro tutt’altro che epica battaglia per i posti nel futuro consesso, è di aver dato al pubblico un’immagine ancora più chiara della commedia oscena in cui si risolvono gli eterni principi della democrazia. Nel gioco a scaricabarile attraverso il quale ognuna delle parti ha cercato di accusare l’altra di truffa e di lavare se stessa di ogni colpa, esse hanno, certo involontariamente, mostrato in luce meridiana di muoversi nell’ambito di un solo e comune imbroglio. Dalla singolar tenzone è uscita pesta non l’opposizione, non la maggioranza, ma tutta la classe dominante. Sia lodato Palazzo Madama!
Che, invero, sia truffaldina la legge con la quale una maggioranza spalleggiata da forze internazionali ha voluto assicurarsi contro i rischi del calcolo aritmetico, fingendo di credere che il destino dei regimi si giochi nelle calcolatrici elettroniche e nel «segreto dell’urne» invece che in rapporti di forza abbraccianti tutto il mondo e traducibili non in schede ma in corazzate e aerei e attrezzature produttive, ci vuol molto poco a capirlo. Ma che cos’ha fatto l’opposizione cosiddetta operaia e di sinistra se non accreditare presso la classe proletaria la convinzione non meno truffaldina che, ricondotto alla sua purezza, il voto riflette come la fotografia più fedele gli interessi, le aspirazioni profonde e le posizioni di forza dei lavoratori, che di fronte all’urna ― come di fronte al tribunale ― proletario e borghese sono uguali, che esiste una legge che non sia espressione delle esigenze di dominio e di sfruttamento della classe dominante e che la via del potere passa per le sedi elettorali? In verità, come la maggioranza governativa, l’opposizione ha lavorato accanitamente a ribadire nelle menti degli «uomini comuni» che le decisioni storiche si prendono al livello dell’alzata di mano. La truffa è di entrambe; l’imbroglio è comune.
Questa truffa concorde ha ben altre mire che quelle di una soluzione di problemi giuridici e di regolamento, così come la «cruenta» battaglia di palazzo Madama è stata recitata ad uso e consumo di ben altro pubblico che gli habitués delle sedute parlamentari. La truffa è giocata a danno dell’uomo della strada, dell’uomo che sarà presto chiamato a votare ancora. Bara la maggioranza quando pretende di aver salvato insieme con la sua legge, chissà quali tesori minacciati dalla protervia dell’opposizione; bara doppiamente l’opposizione quando fa della propria disperata difesa di un seggiolino più o di un seggiolino meno l’alfa e l’omega delle battaglie proletarie. Questi partiti autoproclamantesi socialisti e comunisti che hanno fatto dello sciopero nella vita quotidiana degli operai non il grido di battaglia di una classe oppressa e che tuttavia sa di avere in pugno il proprio destino, ma il singhiozzo del povero travet timoroso di scombinare l’attività della sua azienda e pronto a rifondere con ore straordinarie i danni delle piccole libertà che ha osato prendersi, questi partiti che nelle aziende singole e nella loro amministrazione collettiva hanno barattato la lotta di classe con la difesa della patria e della produzione, non esitano un minuto a proclamare scioperi per la difesa del proprio diritto ad essere presenti al baraccone delle due assemblee!
E, finita anche questa pagliacciata, bara la maggioranza vantando nel forte numero delle astensioni dallo sciopero la manifestazione di una precisa volontà popolare di difendere i sacri valori della repubblica; bara doppiamente l’opposizione preparandosi ad orchestrare la grancassa elettorale sul motivo dei templi violati della democrazia.
Poiché la battaglia ora chiusa dovrebbe servire, nelle intenzioni di entrambi le parti, a mobilitare le masse dei votanti il 7 giugno, traggano i proletari candidati al voto almeno la piccola lezione ch’essa dà. In definitiva, la maggioranza che si dispone a sciogliere il Senato perché un settore dei padri coscritti ne ha insozzato la vergine purezza e chiede a un falso in aritmetica il riconoscimento della sua superiorità materiale e morale, e la minoranza che minaccia al padre della Costituzione mille volte sbandierata e alle balie asciutte delle leggi «popolari» e del governo le sanzioni del Codice penale, hanno dato all’elettore un quadro relativamente fedele di se stessi, e della democrazia di cui sono stati, sono e saranno i ben pasciuti apostoli. La patria è in pericolo gridano entrambi: in pericolo è, in realtà, soltanto la professione di qualche giullare. L’elettore sa che, il 7 giugno. è chiamato ad eleggere la troupe del più gran baraccone da fiera che la «storia nazionale» abbia mai prodotto.
Grande scandalo, [parola illeggibile] noi, per la visita di Tito in Inghilterra e per l’esibizione di stretta amicizia che i governanti britannici hanno organizzato durante il fausto evento. Qualcuno ha sorriso o si è meravigliato dell’idillio fra conservatori e « comunisti »; ma Tito non è comunista, seppur dice di esserlo. Altri ha parlato, ancora una volta, di perfida Albione.
E tuttavia, che c’è di nuovo? In tutto il corso della II guerra mondiale, l’Inghilterra ha puntato sulla carta jugoslava, ed è arcinoto che Churchill preferì aiutare la gallina Tito, nonostante le presunzioni di profonde differenze ideologiche, piuttosto che il problematico uovo di re Pietro. Altrettanto noto è che la « strategia » britannica nel 1943-45 fece perno appunto sull’utilizzazione del trampolino italiano per una penetrazione nei Balcani, e che lo Stato Maggiore di Churchill insistette invano perché la guerra nella penisola fosse considerata solo come preludio ad una saldatura tra eserciti occidentali e guerriglieri titisti.
Questa direttiva rispondeva a linee d’interesse e di forza permanenti nella politica britannica, quelle stesse linee che avevano suggerito nella prima guerra mondiale l’impresa di Gallipoli, che nella seconda hanno spinto all’occupazione – militare prima, politica poi – della Grecia e al corteggiamento della Turchia, e che fanno dell’Italia, per Londra, un semplice punto di appoggio verso altri orizzonti.
Staccatosi Tito dal Cominform, era ovvio che la pedina jugoslava facesse gola all’Inghilterra, in parte d’accordo in parte in concorrenza con l’America, e assumesse valore ben più tangibile della pedina italica. Sulla bilancia dei « servizi », lo Stato italiano vale meno di quello jugoslavo: è questione di rapporti di forza, e non c’è barba di uomo di Stato che possa cambiarla.
Semmai, bisognerebbe dire: Lo sapevate fin dal principio; e aggiungere: Anche sapendolo, non potevate far diverso, perché siete semplici carte in un gioco condotto dai grandi e, non potendo (e non desiderando) altro che servire, dovete stare agli ordini del padrone. Inutile, per la borghesia italiana, piangere sul latte versato. Tanto più che, bene o male (e prestigio a parte), ci vive sopra.
La stampa d’informazione pubblica ora i dati complessivi del commercio estero degli Stati Uniti, confrontandoli con quelli relativi agli anni dell’anteguerra. Li riportiamo testualmente:
Anno 1952: le esportazioni sono ammontate a 14 miliardi e 865 milioni di dollari, e le importazioni a 10 miliardi 534 milioni di dollari, con un saldo attivo di 4 miliardi 331 milioni di dollari.
L’incremento delle esportazioni americane è coinciso con lo scoppio e lo sviluppo della guerra coreana. Ogni anno di guerra ha segnato un aumento dell’eccedenza attiva della bilancia commerciale americana, che ha registrato le successioni seguenti:
Anno 1950: 1416 milioni di dollari.
Anno 1951: 4056 milioni di dollari.
Anno 1952: 4331 milioni di dollari.
Se poi si confrontano i dati del periodo post-bellico e della guerra coreana con quelli dell’anteguerra, appare ancora più evidente la funzione di potente stimolo della produzione capitalista, e quindi di rafforzamento del capitale, che svolge la guerra imperialista. Nel triennio 1935-38, secondo la fonte che utilizziamo, la media annua delle esportazioni americane era stata di 2964 milioni di dollari e la media delle importazioni 2484 milioni di dollari, con un saldo attivo di soli 480 milioni di dollari.
Ma le guerre non servono solo a sgombrare il terreno al mai interrotto processo di concentrazione del capitale, su cui poggia la potenza dei centri mondiali dell’imperialismo. Conseguentemente all’inaudito espandersi della produzione e del commercio degli Stati Uniti, che dovevano fungere durante il secondo massacro mondiale da arsenale e dispensa dei popoli «combattenti per la libertà», e alle cui fonti di armi e di scatolette tutti i Governi del blocco cosiddetto antifascista attinsero, copiosamente, non esclusi i mangiamericani del Cremlino, doveva corrispondere il degradamento economico dei paesi dell’Occidente Europeo. L’incremento di nove volte dell’eccedenza attiva della bilancia commerciale americana corrisponde infatti a gravi insanabili deficit nelle bilance commerciali degli Stati Occidentali. Questi hanno bisogno di acquistare merci dagli Stati Uniti, ma non posseggono i mezzi finanziari (dollari) per pagarle. Si è assistito perciò, negli scorsi anni, al «controsenso economico» delle sovvenzioni in dollari concesse dagli Stati Uniti agli Stati dell’Europa Occidentale, tramite il Piano Marshall, i prestiti, il M.S.A., le commesse. L’unico mezzo possibile, in tempo di pace, per l’abolizione delle condizioni di asservimento economico dell’Occidente europeo è dato dalla vendita di merci europee sul mercato americano, ma ciò equivale a volere l’impossibile, dato che il consumo di prodotti europei porterebbe alla chiusura o all’indebolimento delle ditte americane produttrici di merci similari.
Il capitalismo non fa che applicare a mali incurabili rimedi temporanei che riescono solo a dilazionare nel tempo gli inevitabili conflitti sul terreno politico e militare. Le stesse cause che provocarono la supremazia americana nel mondo, preparano la rivolta contro l’America. Al punto cui è arrivata l’evoluzione storica due vie sono possibili: o essa sarà capitanata da Stati concorrenti, quali potrebbero essere la Russia o l’Inghilterra, o da ambedue coalizzate, o l’una essendo l’alleato «quisling» dell’altra (ogni previsione sicura in tale campo è oggi impossibile) ed allora si ripeterà ancora una volta la guerra imperialista per una nuova spartizione del mondo. Oppure la rivolta contro l’oppressione e lo sfruttamento sociale esercitato e garantito dal centro imperialista mondiale di Washington sarà guidata dal proletariato rivoluzionario, il cui campo di alleanza è limitato esclusivamente ai popoli coloniali lottanti per la liberazione dall’imperialismo bianco, e solo in questo caso si tratterà di una lotta per l’effettiva distruzione del baluardo reazionario rappresentato dall’imperialismo di Wall Street.
La strapotenza economica dell’America non è opera dei soli Americani: vi hanno contribuito due guerre mondiali che sono costate un centinaio di milioni di morti appartenenti a tutte le razze della Terra. Nulla può, contro tale irrefutabile dato di fatto, la propaganda sciovinista sotto veste umanitaria della stampa dei capitalisti americani. Sarà dunque l’America, sottratta al dominio del capitalismo e controllata dal proletariato mondiale, a costituire il centro motore della produzione socialista mondiale. I prodotti dell’industria americana sono necessari al mondo, ma il mondo non possiede i mezzi di pagamento necessari. Il commercio e il denaro su cui si fonda la stessa potenza capitalistica vi si oppongono. Solo la rivoluzione proletaria, che cancellerà il mercantilismo e il dominio dell’oro, potrà spezzare l’assurda camicia di forza che l’imperialismo americano impone alle forze produttive, convogliandole verso il baratro della guerra.
A quanto pare, la presidenza del Senato non è di quelle nate, sotto una buona stella: chi ci arriva, o muore o si dimette. Ma, in questa giostra che va da Bonomi a De Nicola e a Paratore per finire con Ruini, la democrazia ha sempre modo di riaffermare i suoi « valori »: i prescelti sono i santi padri della repubblica democratica, i ponzatori delle sue leggi costituzionali, le sentinelle del diritto e dell’inviolabilità della legge. Ad ogni cambio della guardia, il discorso d’insediamento batte sulla « fede del popolo italiano nell’istituto parlamentare » (quando troppo se ne parla, segno è che non ci si crede affatto) e sulle virtù democratiche dell’insediato: è una buona occasione per batter la grancassa.
Meuccio Ruini ha tenuto a battesimo la costituzione della repubblica italiana: come questa ha promesso lavoro a tutti i cittadini (!), che cosa non può promettere il neo-presidente?
Andati a Washington (il pellegrinaggio alla Mecca d’Occidente è di rito per i vassalli, come quello alla Mecca d’Oriente per gli « uomini più amati » del rispettivo paese), Meyer e Bidault ne hanno riportato almeno un alloro (a parte la platonica laurea honoris causa assegnata alla « France éternelle »): la dichiarazione che la guerra in Indocina non è più una guerra coloniale, ma è divenuta d’interesse comune per tutto il « mondo libero ». Siamo dunque avvertiti: Syngman Rhee passa la metà del suo bastone di maresciallo a Bao Dai, e tutti e due proteggono la cristianissima civiltà di occidente. Quanto ad Ike, che si riprometteva di rimandare a casa « i suoi ragazzi », li dirotterà verso l’Indocina dopo aver perso altro terreno nella Corea che aveva semipromesso di « far fuori » nel giro di qualche fulmineo mese. La ruota delle guerre localizzate non si arresta mai…
Nello sconcio vezzo servile che comanda a federazioni e sezioni dei partiti pseudo-proletari di salutare l’onomastico di questo o quel « Capo amato » come la ricorrenza dell’arrivo del Messia c’è almeno questo di buono: che fa dire la verità. Abbiamo, per esempio, letto del sessantenne Palmiro Togliatti:
« campione della democrazia e della libertà nazionale ». Poiché democrazia e patria sono l’inverso di dittatura del proletariato e di internazionalismo operaio, siamo una volta tanto d’accordo: completeremo il manifesto con la necessaria aggiunta: « nemico acerrimo del socialismo ».
Con grandi sospiri di sollievo la stampa a grande tiratura salutò, nei giorni scorsi, i passi avanti compiuti dalla federazione europea in seguito alla decisione inglese di riaprire all’importazione alcune voci doganali interessanti fra l’altro l’agricoltura italiana.
Ma si sa come vanno a finire queste liete novelle: passato il can-can del primo annuncio, si scopre che il senso della notizia era l’opposto o, quanto meno, una sua sostanziale attenuazione. È così trapelato che l’Inghilterra abolisce o allenta alcune restrizioni solo perché il rifluire dell’ondata inflazionistica le garantisce che il pubblico non acquisterà le merci « liberalizzate ». In altre parole – ed è il sommo luminare dell’economia Bresciani-Turroni ad avvertirci -, si apre la porta a chi si è sicuri che non entrerà: gli esportatori agricoli italiani si ripagheranno dei mancati affari con le gioie spirituali (ma non è lo Spirito, primo di tutto, che conta?) della liberalizzazione lamalfiana…
Dal giorno che Malenkov ha assunto al Cremlino l’eredità di Stalin, è tutta una gragnuola di « prospettive di pace », e, in Corea come in Germania e nel palazzo di cristallo dell’U.N.O., gli schieramenti di guerra sembrano affrontarsi con le armi al piede, pronti – si direbbe – a smobilitare.
Ed è ben possibile che un regime di armistizio internazionale s’inauguri, punteggiato di guerriglie e colpi di mano, e che i due centri mondiali dell’imperialismo si accordino per uno sfruttamento congiunto e « pacifico » del mondo ma che non escluda, ai margini e nei debiti intervalli, lo sfogo di periodici massacri di uomini e di cose. In definitiva, che cos’è stato il dopoguerra, con variazioni in più e in meno, se non appunto questo?
Il dosaggio degli scontri militari e degli abbracci politici non obbedisce ad atti di volontà o a imperativi della coscienza di singoli, ma agli interessi obiettivi e ai rapporti di forza maturati nel sottosuolo dell’economia capitalistica. Non avrebbe senso distruggere se ciò non servisse di frusta alla ricostruzione; ma la ricostruzione genera problemi che solo ridistruggendo si possono temporaneamente risolvere. Comunque approdino le « mosse di pace », resta dunque ben fermo che si tratta di una tregua d’armi, di una battuta d’arresto nel ciclo infernale dell’imperialismo, di una sosta per raccogliere le forze e balzare di nuovo all’attacco. Da questo ciclo non si esce, in regime borghese; anzi, più ci si rappacifica, più aumenta la carica esplosiva del futuro sgozzarsi. Il premio capitalista della pace va agli incubatori della guerra.
Una volta si diceva che il ridicolo uccide; oggi si dovrebbe dire che il ridicolo allunga la vita. I due ministri francesi che, imbarcandosi per l’America in cerca di aiuti militari in Indocina e di soddisfazioni di prestigio in Europa, fanno perquisire sedi sindacali e arrestare organizzatori stalinisti, non credevano certo seriamente che misteriosi complotti mettessero in forse l’esistenza – stentata, per la verità – della IV Repubblica. Sapevano che gli stalinisti sono il baluardo della legge e le vestali del parlamento, e che singhiozzano, anche negli scioperi, ma non mordono. E tuttavia, hanno dovuto scegliere il ridicolo della persecuzione a vuoto, come moneta di scambio nelle trattative con Washington.
Ne risulta che, passato sulla memoria lo spolverino di qualche settimana, del tenebroso complotto non si parlerà più. Devono esserne convinti gli stessi « perseguitati », – loro, anzi, prima di chiunque – se non hanno reagito all’offensiva nemmeno con uno straccetto di manifestazione al cronometro. Segno di debolezza? Tanto quanto la mossa governativa. Coscientemente o no, i due « avversari » servono le esigenze di un gioco comune: sono i pagliacci nazionali e locali delle Corti mondiali d’Occidente e di Oriente. Si scambiano botte, ma sono botte di cartapesta. Alla classe dominante occidentale lo stalinismo è necessario: sono i « circenses » che condiscono il pane asciutto delle grandi masse. Guai se, un giorno, cessassero di svolgere la loro funzione.
Tornati carichi di doni e di allori, i due ministri potranno dare al mondo un esempio di longanimità, e archiviare il gesto della vigilia. Le farse hanno sempre due atti: uno tragico ed uno comico. Ed è al secondo che cala il sipario.
La situazione dei lavoratori di Piombino, sulla quale ci siamo lungamente intrattenuti nei numeri precedenti, va peggiorando di giorno in giorno: altri 150 operai della Magona sono stati licenziati ma continuano a recarsi al lavoro; l’Ilva ha fermato il nuovo forno col pretesto della crisi e degli scioperi a singhiozzo; corre voce che ordinazioni siano state dirottate su altri stabilimenti.
Situazione analoga nelle Acciaierie Terni e nei cantieri di Sestri Ponente. La repubblica è… fondata sul lavoro.
All’assemblea degli azionisti della società Montecatini, tenuta a Milano il 18 marzo u.s. si verificava un fatto « nuovo ». L’ing. Mazzini, presidente del Consiglio di Amministrazione, chiudeva la sua relazione con una presa di posizione polemica di carattere politico, condannando la proposta di legge presentata da alcuni deputati social-stalinisti al Parlamento, per la nazionalizzazione della Montecatini. Sino a quel momento, il ruolo di contraddittore di parte padronale era toccato, nella singolare tenzone tra privatisti e statalisti, alla stampa foraggiata appunto dalle Società industriali e dalla Confindustria. Il diretto intervento del presidente della Montecatini nella controversia doveva far venire il cardiopalma (per eccesso di gioia) al Politburo uno e bino che dirige l’orchestra social-stalinista. Costoro vanno a caccia di attestazioni di socialismo. Quale migliore occasione che la presa di posizione del Consiglio di Amministrazione della Montecatini, per sbandierare agli occhi delle masse il carattere e le finalità anticapitalistiche e para-socialistiche della strombazzata ipotetica nazionalizzazione del vasto complesso monopolistico? « La Confindustria intera è compattamente contro di noi! ». Ecco il grido di guerra del tradimento stalinista. Ma i riformisti sarebbero quei traditori che sono, se non fossero accreditati presso le masse dalle manifestazioni di odio della incarnazione attuale della classe dominante?
Che i padreterni del Consiglio di Amministrazione e i grandi azionisti della Montecatini si ribellino violentemente al solo parlare di nazionalizzazione, è un fatto insieme reale e comprensibile. Ma che proprio per le reazioni più o meno scomposte di codesti sfruttatori, degli azionisti che si minaccia di espropriare e degli amministratori cui si prepara l’espulsione dai posti di comando, si debba considerare la nazionalizzazione come un’arma contro il capitalismo, ciò – lo stiamo ripetendo da anni – costituisce o un marchiano errore di illusi oppure cosciente disfattismo controrivoluzionario, tentativo di passaggio nella piratesca classe degli affari che si mostra di combattere. Stanno a provarlo le induzioni che a rigore possono farsi in proposito.
Due sono le maniere di procedere alla statizzazione o nazionalizzazione delle imprese:
1) RISCATTO. Lo Stato rileva il pacchetto azionario della Società destinata alla nazionalizzazione, pagando un indennizzo agli azionisti. Nel caso della Montecatini, esistono 120 milioni di azioni del valore nominale di L. 700 ciascuna: il loro corso in Borsa si aggira sulle lire 1300 l’una. Se si prendesse a base della fissazione dell’indennizzo il valore nominale delle azioni, lo Stato dovrebbe pagare la somma di 84 miliardi di lire, esattamente quanto cifra, a seguito degli aumenti di capitale approvati nell’assemblea del 18 marzo c.a., il capitale sociale della Società. Non conosciamo il progetto di legge per la nazionalizzazione della Montecatini presentato dai deputati social-stalinisti, ma sappiamo che l’altro progetto di legge per la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica, presentato da deputati social-comunisti prevedeva la corresponsione dell’indennizzo agli azionisti sulla base delle quotazioni recenti dei titoli alla Borsa valori. Se i furiosi nemici della proprietà privata hanno riservato uguale trattamento agli azionisti della Montecatini, allora questi dovrebbero essere rimborsati, ammesso che la legge di nazionalizzazione fosse approvata dal Parlamento, in base al valore commerciale dei loro titoli. In tale caso, per quanto detto sopra, lo Stato dovrebbe sborsare la somma di L. 156 miliardi di lire.
In simili casi, lo Stato si limita a tramutare le azioni in obbligazioni, ai cui possessori paga annualmente un interesse. Se, come già proposto dai deputati social-comunisti per le modalità di pagamento dell’indennizzo agli azionisti espropriandi delle società siderurgiche e meccaniche, il tasso dell’interesse annuo pagato agli azionisti della Montecatini felicemente nazionalizzata fosse fissato al 5 per cento, allora l’utile oggi registrato nel bilancio della Società, a parte gli eventuali aumenti, servirebbe per una buona metà o tutto intero proprio al pagamento annuale degli indennizzi. Infatti, se la espropriazione venisse operata tenendo conto del valore nominale delle azioni (84 miliardi) l’interesse annuo ammonterebbe a oltre 4 miliardi di lire. Ma, poiché i social-stalinisti sono così generosi da concedere ai poveri azionisti da espropriare di farsi rimborsare in base al valore commerciale dei loro titoli (156 miliardi di lire), l’interesse annuo pagato agli azionisti trasformati in creditori si aggirerebbe sugli 8 miliardi.
Orbene, a quanto assomma l’utile dell’esercizio al 31 dicembre 1953 della Montecatini? A un po’ meno appunto di 8 miliardi di lire. Dunque se la nazionalizzata Montecatini, meglio dire il Consiglio di Amministrazione della nazionalizzata Montecatini, spartisse agli ex azionisti lo stesso utile che elargisce oggi come privata impresa, perché mai, qualcuno potrebbe domandare, l’ing. Mazzini, a nome dell’attuale Consiglio di Amministrazione, eleva così alte strida di raccapriccio e di odio al fantasma della nazionalizzazione? Evidentemente non solo dall’utile denunciato nel bilancio ufficiale, valido solo per i piccoli azionisti e pei gonzi, gli oligarchi onnipotenti del Consiglio di Amministrazione, i maneggioni, i mediatori procaccianti parlamentari, [parola illeggibile] che da essi prendono [parola illeggibile] staccano le maggiori fette di profitto destinate alle loro tasche. Un momento, e ci vedremo chiaro. Ora passiamo al secondo caso:
2) CONFISCA. Lo Stato avoca a sé la proprietà del patrimonio e del capitale sociale dell’impresa considerata, senza corrispondere indennizzi. Nemmeno il più arrabbiato nazionalizzatore che possa albergare nel seno della Direzione di Via Botteghe Oscure, oserebbe proporre una misura così « impopolare » e così scarsamente « tattica ». Ma noi vogliamo ammettere che si riuscisse ad espropriare senza indennità gli azionisti della Montecatini, cioè a tenere lo Stato e, per esso, la Società nazionalizzata, fuori dall’obbligo di corrispondere alcunché agli ex azionisti a titolo di indennizzo. In tale caso, l’utile di esercizio sarebbe interamente incamerato dall’Ente statale. Cesserebbe così lo sfruttamento da parte della Montecatini? Facciamo parlare le cifre, per quanto è possibile, visto che i bilanci delle società capitalistiche sono più impenetrabili che testi della diplomazia segreta.
Dal bilancio ufficiale risulta che il fatturato, cioè la registrazione dei prezzi delle merci vendute dalla Montecatini sorpassa la quota di 120 miliardi di lire (trascuriamo gli ammennicoli delle rimanenti voci). Ciò significa che i consumatori delle merci prodotte e vendute dalla Montecatini (pirite, zolfo, acido solforico, fertilizzanti, ecc.) hanno dovuto sborsare, per ottenerle, appunto quella somma. I teorici delle nazionalizzazioni pretendono che l’abolizione della distribuzione del dividendo determinerebbe un ribasso corrispondente dei prezzi, perciò dicono che l’utile dell’azienda nazionalizzata diventerebbe, per così dire, un dividendo di proprietà nazionale distribuito sotto forma di prezzi ribassati. Da ciò tutte le prediche sull’utilità, sull’interesse nazionale, ecc. Nel caso della Montecatini, si avrebbe, sempre in via di ipotesi, che per lo stesso contingente e valore di merci complessivamente alienate dall’azienda, i consumatori (che poi sono prevalentemente imprese industriali cui i prodotti della Montecatini servono da materie prime) pagherebbero in meno appunto la somma di 8 miliardi di lire che come dicevamo recentemente il Consiglio di Amministrazione ha distribuito agli azionisti sotto forma di utile.
Abbiamo già visto che, essendo certo che il Parlamento voterebbe solo un progetto di legge contemplante, come quello steso dai social-stalinisti, la espropriazione con indennizzi, la somma che oggi rappresenta l’utile di esercizio della Montecatini basterebbe appena per pagare gli interessi obbligazionari dovuti per legge agli ex azionisti. Ma ammettiamo, per ipotesi astratta, che il Governo e la Confindustria si lasciassero trascinare al gran passo della confisca. Facciamo, meglio ripeterlo, un’ipotesi del tutto irreale, dato che le misure di limitazione del diritto di proprietà non vanno, sotto i governi borghesi, oltre la espropriazione per causa di pubblica utilità, che prevede appunto il pagamento di un’indennità allo espropriato. Supponiamo, a rendere più verosimile l’ipotesi, che un governo social-comunista sedesse al posto di quello democristiano, e procedesse alla confisca dei beni dei capitalisti. Ammettiamo pure che, in conseguenza dell’incameramento dell’utile della società, i prezzi dei prodotti dell’azienda diminuiscano del 6 per cento (dato e non concesso che il Consiglio di Amministrazione dell’impresa nazionalizzata non troverebbe il modo di papparsi e far pappare abbondantemente larghe fette del profitto di « proprietà del popolo »). Sarebbero eliminate con ciò le cause obiettive del colossale sfruttamento operato ai danni dei consumatori (in ultima analisi delle masse lavoratrici) dalle oligarchie di affaristi pullulanti attorno al monopolio?
Quando si dice che grosse aliquote dei profitti delle società si « perdono nelle pieghe del bilancio », cioè vengono sottaciute, si intende alludere al fatto, non contabilmente provabile ma non meno effettivo, che il ricavo totale delle vendite di una qualunque società, specie dei monopoli, non corrisponde alle cifre del fatturato, cioè della registrazione di comodo delle vendite rese pubbliche dai Consigli di Amministrazione. Ciò si comprende se si tiene presente che accanto alla compravendita dei prodotti si svolge parallelamente il « mercato delle assegnazioni ». Ciò è particolarmente vero nel caso della Montecatini che monopolizza la produzione delle piriti per il 90 per cento, degli azotati per il 68-70 per cento, dei fosfati e degli anticrittogamici per il 75 per cento, dei coloranti organici per il 90 per cento, e di centinaia di altri prodotti chimici per l’industria per il 75-100 per cento. Questa situazione di monopolio permette agli amministratori di ripartire il mercato nazionale, influenzando la attività di un numero enorme di aziende. In altre parole, la Montecatini detta legge ai consumatori, soprattutto attraverso le organizzazioni commerciali cui vengono assegnate le concessioni di rivendita.
L’ing. Mazzini tentava di giustificarsi adducendo che a fissare i prezzi dei prodotti della Montecatini è delegato il Governo tramite il C.I.P. Ciò è vero. Ma, a parte il fatto che il Governo è strumento della Montecatini, chi controlla i non pubblicabili e non pubblicati accordi che intervengono tra gli amministratori della Montecatini e le bande innumeri di affaristi (con il loro codazzo di mediatori di rango parlamentare e giornalistico) che brigano per ottenere assegnazioni di merci, da rivendere e che solo a suon di quattrini riescono ad accaparrarsele? Nei ricavi ufficiali del bilancio fittizio che appare sui giornali, dopo che è stato ammannito ai piccoli azionisti, dovrebbe comparire, accanto alle cifre del fatturato, una grossa quantità di sopraprofitti. Non compare affatto. Non comparirà neppure nei bilanci delle imprese nazionalizzate. Continuerà però a scorrere nelle tasche degli amministratori elevati al rango di funzionari dello Stato. Queste cose sono note persino alla Pravda, che periodicamente denuncia appropriazioni indebite e saccheggi di « pubblico » denaro da parte degli amministratori delle « aziende socialistiche » made in U.R.S.S. Continuerà inevitabilmente a scorrere fin quando i prodotti dovranno scambiarsi tramite il denaro, cioè fin quando esisterà il commercio, che, se è nato storicamente prima del capitalismo, non potrà esistere dopo il capitalismo.
Allora diventa chiaro il movente della contesa tra privatisti e statalisti; per meglio dire, tra coloro che nel seno dei Consigli di Amministrazione delle aziende private detengono le leve del potere economico da un lato, e le affamate bande di politicanti e di sindacalisti che nulla chiedono di meglio che trasformare se stessi in amministratori e sindaci di aziende nazionalizzate dall’altro. Non a caso è successo che solo dopo la cacciata dal governo tripartito cattolico-socialcomunista, i partitoni pseudo-proletari abbiano mobilitato i teorici del tipo di Sereni o di Pesenti, i deputati alla Pajetta, le illustri firme del sindacalismo aziendista, a battere la grancassa delle nazionalizzazioni. Quando erano al governo, evidentemente non mancavano a codesti signori, « amministratori onesti del capitalismo », congrui posti in organismi economici. Scacciati, tendono disperatamente a ritornarci, ben sapendo che la via per arrivarci comodamente è una: la nazionalizzazione. A coloro che, come noi, pervengono a smascherare il profondo inganno delle nazionalizzazioni, codesti arruffapopoli per conto proprio non sanno rispondere che accusandoli di sostenere la proprietà privata. Eh, no! Nulla può questa accusa contro di noi, giacché siamo i soli a sostenere che la nazionalizzazione porta necessariamente ad accrescere le capacità di rapina e di saccheggio operati dall’affarismo, se insieme con l’espropriazione dei proprietari (che è fatto meramente giuridico) non mira ad estirpare il meccanismo della distribuzione mercantile e monetaria dei prodotti. Nazionalizzazione delle imprese e conservazione del commercio sono un modo di essere del capitalismo. Nazionalizzazione e avvio alla liquidazione del commercio sono, solo essi, l’inizio del passaggio dal capitalismo al socialismo. Inutile dire che il proletariato imboccherà questa strada solo dopo che avrà steso a terra i governi borghesi e i partiti pseudo proletari che ne assicurano la conservazione.
La retorica borghese assegna ad ogni nazione una particolare mentalità e psicologia, un peculiare modo di intendere l’amministrazione dei beni economici e di organizzare le istituzioni sociali. Non tocca certo a noi ripetere le solite melensaggini sul « genio nazionale » di questo o quel « popolo », per cui la politica internazionale viene spacciata come risultante del contraddittorio affrontarsi di Coscienze e di Volontà collettive. Per noi, pur essendo ovvio che le particolarità dell’evoluzione storica degli Stati influenzano conseguentemente la politica e l’ideologia delle classi dominanti, e anche delle classi soggette (ad esempio, la mentalità piccolo borghese della cosiddetta aristocrazia operaia è fenomeno prevalente nei grandi paesi imperialisti sfruttanti milioni di lavoratori delle colonie) in ben diversa sede si pongono le forze motrici della politica internazionale. A dispetto dei feticisti della Volontà creatrice, sul piano della competizione mondiale non esiste libertà cioè facoltà di libera determinazione della politica estera di qualsivoglia potenza. La politica internazionale esprime le ferree necessità del mercato mondiale.
In una recente nota, in vista di corroborare di prove di fatto il nostro assunto, che poi è tradizionale del marxismo, svolgemmo la tesi che i paesi coloniali o semplicemente arretrati esercitano una notevolissima influenza, sia pure passiva sia pure indiretta, sulla politica a raggio mondiale delle grandi concentrazioni di potere statale ed economico dell’Occidente imperialista. Apparentemente, i colossi dell’imperialismo, disponenti di un meccanismo produttivo immenso e della secolare esperienza di governo di una borghesia culturalmente agguerrita, appaiono come obbedienti solo alle proprie determinazioni volontarie. Esiste, invece, una dipendenza dei grandi centri imperialisti d’Occidente dai paesi coloniali o arretrati, specialmente di Asia: la dipendenza economica rappresentata dalla deficienza o assoluta mancanza nei territori metropolitani di determinate preziose materie prime.
Fornimmo, nella precedente nota, alcuni dati in proposito, mostrando ad esempio come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Germania dipendono dall’Asia e dall’America del Sud per il caucciù (Indonesia, Malesia, Ceylon, Thailandia, Indocina, Borneo britannico, Brasile, Liberia, Nigeria, ecc.); dall’Asia e dall’America del Sud per il petrolio (Venezuela, Persia, Arabia Saudita, Indonesia, Iraq, Kuwait, ecc.). Aggiungasi l’antimonio e il tungsteno della Cina, che costituiscono rispettivamente il 60 per cento e quasi il 50 per cento della produzione mondiale; il bismuto di cui la Bolivia è il massimo fornitore mondiale; il manganese e la mica dell’India che costituiscono rispettivamente un quinto e i due terzi della produzione mondiale, ecc.
L’imperialismo non sarebbe quello che è se, per ipotesi, l’evoluzione geologica del pianeta avesse determinato una diversa distribuzione continentale delle materie prime. Ciò sembra puerilmente semplicistico ai borghesi colti, ma quanti di essi sarebbero disposti ad ammettere ad esempio che il « bellicismo innato » dei tedeschi sarebbe un’attribuzione dei francesi se a questi avesse arrise, anziché ai primi, la dialettica storica non avesse impedito il controllo dell’Alsazia-Lorena? Prendiamo ad esaminare uno dei costituenti essenziali del potere economico e militare dell’imperialismo, vale a dire la flotta marittima nel suo duplice aspetto mercantile e militare. Nella polemica giornalistica il termine di imperialismo diventa sinonimo di spirito di annessione; esiste perciò l’« imperialismo » di Tito o, dall’altra parte della barricata, l’« imperialismo » di De Gasperi. Ognuno è padrone di attribuire alle parole il significato che vuole. Per i marxisti, l’imperialismo è la fase del capitalismo la quale oltre che dai noti fenomeni sul piano sociale (concentrazione della produzione, predominio del capitale finanziario e dell’oligarchia finanziaria) è caratterizzata dall’esportazione dei capitali e dalla spartizione del mondo tra le grandi potenze (Lenin). Imperialista deve definirsi dunque la Potenza che disponeva ieri del predominio navale, oggi di quello aereo-navale; i rapporti di forza tra le potenze imperialiste vanno misurati appunto su questo piano, come dimostra l’esito di due guerre mondiali che hanno visto due volte soccombenti le coalizioni di Stati afflitti da inferiorità aero-navale. La flotta costituisce una forza fondamentale dell’imperialismo. Ma i due rami mercantile e militare del potere marittimo stanno ambedue in stretti rapporti con il commercio mondiale. Costituiscono rispettivamente il mezzo di comunicazione e di trasporto che assicura l’approvvigionamento di materie prime di oltremare per le industrie metropolitane, come pure permettono l’incetta e la rivendita speculativa delle materie prime sul mercato internazionale, e l’arma terribile con cui l’imperialismo fonda il diritto di rapina a danno dei paesi coloniali o arretrati.
La storia dell’imperialismo — alla faccia dei genii della politica e delle trascinanti ideologie — ancora prima della lotta di classe che rappresenta del resto un urto di potenze materiali e non certamente ideali, subisce le imprescindibili costrizioni che derivano dal fattore puramente naturale della distribuzione geografica delle materie prime. Non è possibile occuparsi qui della fondamentale importanza della flotta mercantile e militare che ha rappresentato fin dal basso Medioevo, dall’epoca delle grandi scoperte geografiche, il principale mezzo di diffusione del commercio internazionale, base della sorgente potenza del capitalismo. Ad esempio della stretta dipendenza della politica mondiale dell’imperialismo dal commercio delle materie prime, vogliamo citare le perturbazioni provocate nel mercato dei noli marittimi internazionali dallo sblocco di Formosa. All’annuncio dello sblocco di Formosa da parte del governo americano, che lasciava congetturare la possibilità di un blocco navale delle coste cinesi, gli armatori che hanno le loro navi sui mercati orientali si astenevano dall’impegnarsi per trasporti dai porti della Cina, nonostante che in questi ultimi tempi, come riferisce la stampa specializzata, fosse notevolmente aumentata la richiesta di naviglio con cereali misti per il Mar Nero, il Mediterraneo e il Nord Europa, e con riso per l’India e Ceylon. La paralisi dei traffici con la Cina, motivata dal timore di fermi in mare delle navi da parte della marina da guerra americana o cino-nazionalista doveva provocare l’aumento dell’offerta di tonnellaggio sul mercato australiano con conseguente ribasso dei noli. Il rifiuto degli armatori, cioè dei capitalisti europei, di rassegnarsi a subire uguali perdite nei traffici indiani e di cedere alle pressioni dei caricatori locali tendenti a sfruttare come nel caso degli australiani, l’aumento dell’offerta, doveva provocare la sospensione degli affari sul mercato indiano. In altre parole, tutto il mercato dei noli marittimi dell’Asia Orientale veniva a subire vaste oscillazioni, rese ancora più ostiche agli armatori europei dalla incertezza regnante circa le intenzioni dei governanti americani riguardo alla loro politica verso la Cina. Da ciò, l’unanime riprovazione, espressa in termini più o meno aperti, che i Governi, i Parlamenti, la stampa dell’Europa Occidentale si sentirono in obbligo di formulare, zelantemente sostenuti dallo stalinismo locale, nei riguardi della sensazionale mossa diplomatico-militare del governo americano. Ma le deprecazioni e le polemiche giornalistiche non fanno né politica né tanto meno storia. E si comprende ciò, se si tiene presente lo stato della correlazione delle forze delle marine mercantili internazionali, come appare dalla seguente tabella, valevole per l’anno 1951:
Navi*
In migliaia di tonn.
Stati Uniti
4.909
27.332
Gran Bretagna
5.983
18.551
Norvegia
2.199
5.816
Panama
607
3.609
Francia
1.246
3.367
Paesi Bassi
1.595
3.235
Italia
1.071
2.917
URSS
989
2.232
Giappone
1.529
2.182
Svezia
1.247
2.113
Danimarca
715
1.341
Grecia
373
1.277
Spagna
1.153
1.216
Germania
1.440
1.031
*non sono comprese le navi di stazza inferiore alle 1000 tonn.
Alla fine del 1952 il tonnellaggio complessivo delle flotte mercantili del mondo era, secondo le statistiche del Lloyd’s, di 90,18 milioni di tonnellate, con un aumento di quasi 3 milioni di tonnellate nei confronti della situazione delle flotte stesse alla fine del 1951, che presentava una stazza complessiva di 87,24 milioni di tonnellate. L’incremento (l’Italia segnava un aumento di 372.000 tonnellate, registrando un totale di 3.289 tonn.) non mutava praticamente i rapporti di forze tra le marine mercantili del mondo. In queste cifre sono contenuti il passato, il presente e il futuro della storia dell’imperialismo. Quantità e costi di produzione delle merci, ferrovie, flotta mercantile e militare, aviazione e non certamente i « sistemi » produttivi (capitalismo di Stato, capitalismo privato, forme miste) decidono nelle contese sanguinose dell’imperialismo.
Solo il partito che ha saputo vedere chiaramente nel gioco segreto delle forze reali dell’imperialismo sarà abilitato a dirigere, quando essa scoppierà, la rivoluzione internazionale della classe operaia contro il capitalismo. Non per pure esercitazioni statistiche, ma in vista del quotidiano arricchimento delle nozioni utili del movimento, abbiamo compilato le presenti note.
Poiché i fatti stanno a dimostrare che la mania di identificare il socialismo con quel complesso di norme istituzionali adottate dai governi sul terreno dei rapporti tra produzione e potere statale, che si è voluto chiamare «capitalismo di Stato», è una manifestazione comune a tutte le ideologie germinate dalla corruzione dei partiti comunisti, nostro dovere di militanti è di apportare documentazione di fatti storici, atta a combattere la pericolosa infezione. Che le formidabili cantonate prese in sede teorica siano da considerarsi gravide di disastrose conseguenze sul terreno pratico della lotta di classe, sta a dimostrarlo, da una parte, il crociatismo filo-russo dei partiti stalinisti irregimentanti a obiettivi di guerra partigiana vaste masse di lavoratori; dall’altra parte, la nefasta opera di disfattismo che conducono sbandate aggregazioni di «filosofi del dubbio» sotto veste marxista. Agli uni, assai numerosi e predominanti, e agli altri, molto insignificanti per numero ma altrettanto pericolosi in quanto impediscono o ostacolano lo sviluppo del movimento rivoluzionario, va addossata la responsabilità comune della presentazione del «capitalismo dì Stato» come qualcosa di diverso dal capitalismo, dal capitalismo senza apposizioni sviscerato da Marx. Quindi tale da giustificare radicali cambiamenti nel programma e nella politica del comunismo rivoluzionario.
Ci sembra opportuno, al fine di corroborare di dati di fatto la nostra tesi che la gestione statale della produzione è fenomeno permanente, non evolutivo, non nuovo, nella lunga epoca storica della dominazione della borghesia, riportare qualche notizia circa i piani statali di industrializzazione che ai nostri giorni stanno svolgendo governi di paesi arretrati, come l’Argentina, o che oggi appena si volgono al modo di produzione capitalistico, come l’India o Israele.
La nota odierna si ricollega alle altre che su «Battaglia Comunista» e sul presente foglio abbiamo dedicato all’argomento della persistenza storica della gestione di Stato nel corso dell’epoca capitalistica («Battaglia Comunista» n. 17 del 1951, nn. 5 e 15 del 1952).
Il materiale storico addotto fin qui potrebbe bastare se non avessimo a che fare con accaniti pregiudizi, allignanti nel campo generico dell’opposizione da sinistra, allo stalinismo. Il luogo comune dello schema evolutivo di un ipotetico capitalismo che nasce liberista e finisce statalista va in frantumi se si riesce ad afferrare il significato del rapporto non meccanico, ma dialettico, tra il reale corso storico del capitalismo e l’ideologia della classe borghese, che si colora delle tinte del liberalismo all’inizio rivoluzionario del suo ciclo, quando cioè la nascente borghesia ha bisogno di procurarsi l’alleanza insurrezionale delle masse, e si piega flessibilmente a inneggiare alle agghiaccianti dottrine totalitarie, allorché è sola, alla fine del ciclo, di fronte alla minaccia mortale della Rivoluzione. Non muta però durante tutta quanta la traiettoria, il rapporto di concomitanza e di interferenza tra il potere dello Stato e l’impianto e lo sviluppo dell’economia capitalista.
Osserviamo quanto accade in paesi che oggi nascono al capitalismo, come gli Stati asiatici e, esempio di gran lunga più eloquente, nello Stato di Israele. Vedremo come quanto diciamo è vero: l’economia di questi paesi, che fortunatamente nessuna contaminazione ideologica spaccia per qualcosa di diverso dal capitalismo, si svolge, oltre naturalmente che in conformità alle particolarità dell’evoluzione storica dei fattori fisici ambientali, secondo un piano imposto dal potere centrale dello Stato. Capitalismo di Stato? Sicuramente, anche se un’evidente differenza quantitativa corre, in riguardo alle dimensioni delle zone di applicazione del potere statale e dell’attrezzatura tecnica impiegata, tra i neonati e i mostri decrepiti del capitalismo.
Abbiamo, nominato 1’Argentina. Qui, il capitalismo, se pena a tradursi nelle città in forme industriali, come dimostra il II Piano Quinquennale, non è certamente di recente introduzione nelle campagne, i cui prodotti corrono da tempo sui mercati mondiali. Ma recente è lo sforzo, che ora deve registrare un umiliante scacco, di portare la produzione al livello industriale, e tale sforzo non viene lasciato esperire esclusivamente a privati, ma costituisce parte importante della politica dello Stato. Con parte del ricavato del gigantesco affare della vendita di derrate alimelatari ai governi anglo-americani,
impegnati nella seconda guerra mondiale, si tentò, alla fine della guerra, di finanziare un esperimento di industrializzazione che fallì in gran parte. Per mesi, macchinari modernissimi comprati con valuta pregiata all’estero, giacquero ad arrugginire sugli scali ferroviari di Buenos Aires per deficienza di preparazione materiale. Il deficit della bilancia dei pagamenti salì da 239 milioni di pesetas nel 1946, a 1500 milioni di pesetas nel 1952. Il I Piano quinquennale mirante ad un ambizioso sviluppo dell’industrializzazione, mancava il bersaglio. Il II piano, più realisticamente impostato, ripiega sul potenziamento dell’economia agraria, l’allevamento del bestiame, lo sfruttamento delle risorse naturali; seguono nell’ordine degli obiettivi i trasporti, le vie di comunicazione, le opere idrauliche, i ponti, infine l’industria manifatturiera e meccanica. Qui non interessa svolgere la disamina del piano, ma solo mostrarne l’esistenza, al fine di corroborare di dati di fatto la tesi che respinge come proprio ed esclusivo della fase finale del corso storico capitalistico il fenomeno del capitalismo di Stato. Che sia un piano statale sta a dimostrarlo il fatto che il Governo, oltre a coordinare l’impiego dei capitali investiti, si attribuisce il diritto di disporre per lo stesso scopo di una notevole quota del risparmio nazionale.
Ma è nel campo di capitalismi di più giovane età che si osserva più chiaramente la concomitanza di una indiscutibile pratica di capitalismo di Stato con la fioritura di temi ideologici improntati ad un rimasticato liberalismo democratico e, nel caso del regime del Pandhit Nehru, ad una sorta di messianesimo umanitario a sfondo mistico, che testimonia della psicologia della nascente borghesia che si sente guida, in. realtà lo è, del passaggio dalle arcaiche incrostazioni sociali semifeudali, o addirittura nomadi, alle forme indiscutibilmente di gran lunga più evolute del modo di produzione capitalista, ma non ancora sente il morso della rivolta della massa proletaria, tuttora in gestazione.
Anche l’India, che solo oggi si avvia verso la costruzione di una grande industria nazionale, sistematicamente impedita dall’occupante inglese, che pure dotò il vasto territorio di una importante rete ferroviaria, possiede il Suo bravo Piano statale. Non si tratta di misure nazionalizzatrici, che sono ufficialmente ripudiate, ma di un complesso organico di norme legali che mirano ad accelerare la riforma agraria (primo passo verso la creazione di disponibilità di mano d’opera per l’industria e del mercato interno dei prodotti industriali) e a coordinare l’impiego degli investimenti statali e dei capitali acquistati all’estero. Qui siamo in presenza di un ben più gigantesco sforzo, reso possibile dalla ricchezza dell’India in materie prime (juta, carbone, ferro, manganese, mica, bauxite, rame, ecc.) e, come già detto, del vasto sviluppo delle ferrovie. La previsione di spesa relativa al piano raggiunge un importo di oltre 20 miliardi di rupie, equivalenti ad oltre 2500 miliardi di lire, così ripartiti: all’agricoltura il 17,4 per cento, alle irrigazioni ed energia elettrica il 27 per cento, ai trasporti e comunicazioni il 24 per cento, all’industria l’8 per cento, all’assistenza sociale, alla riabilitazione, a varie il rimanente. Si comprende il perché della priorità degli stanziamenti per la produzione di fertilizzanti, per opere di irrigazione, per i trasporti e il potenziamento minerario. La marcia dell’industrializzazione non può che effettuarsi sulle macerie dei tipi di produzione preborghese esistenti nelle campagne. Secondo i rapporti ufficiali, il fabbisogno del piano verrebbe finanziato come segue: 1) Normale gettito di Stato 12.580 milioni di rupie; 2) prestiti interni ed esteri: 1580 milioni di rupie; 3) aggravi fiscali: 6550 milioni di rupie. Piano statale, dunque!Capitalismo di Stato! Età del capitalismo indiano: infanzia.
Di gran lunga più impressionante è l’irrompente straripare dell’agricoltura e dell’industria capitalistica nello Stato d’Israele. Nel suo caso, il corso storico capitalistico non segue la successione: stadio feudale – rivoluzione agraria – industrialismo. L’economia israeliana è un esempio più unico che raro di trapianto di capitalismo su una tabula rasa economica e sociale. La successione originale delle tappe del suo sviluppo storico è questa: deserto – agricoltura cooperativistica capitalista – industrialismo. Nelle stesse zone in cui oggi sorgono le famose fattorie collettive, i kibbutz, qualche hanno fa si stendeva arido e improduttivo il deserto pietroso che da millenni i cambiamenti di clima avevano disteso sulle antiche fiorenti terre di Re Salomone. Il compito gigantesco che si è parato di fronte allo stato israeliano non è stato quello normale di tutti i governi borghesi nascenti, e cioè di estirpare il dominio del latifondo feudalistico, ma quello ben più arduo di creare, è proprio la parola adatta, la materia prima dell’agricoltura, la terra coltivabile. E ciò il governo di Gerusalemme sta facendo. Un gigantesco sistema di irrigazione sta sorgendo: fino ad oggi sono state collocate grosse tubature (di due metri di diametro) per 350 chilometri e costruiti 41 serbatoi; si sta conducendo a
termine proprio ora la posa di una mastodontica tubatura che andrà dal fiume Yaarkon, presso Tel Aviv, fino nel cuore del desertico Neguev, su un itinerario lungo 140 chilometri. Terre prive di acqua dai tempi biblici saranno richiamate all’agricoltura; vaste zone fino a qualche anno fa sterili producono derrate di frutta, destinate anche all’esportazione. Siamo in presenza di un esempio chiarissimo di capitalismo di Stato, forse più totalitario ed accentratore che non lo stesso modello russo; economia e politica, sviluppo delle forze e delle forme di produzione capitaliste e azione militare e politica dello Stato marciano indissolubilmente legati: i coloni delle fattorie collettive sono agricoltori e soldati dell’esercito israeliano, in guerra con il circostante mondo arabo; si può dire che con una mano pilotano il trattore e con l’altra il mitra.
Allo Stato d’Israele compete non solo di conquistare il deserto, ma di disporre dei mezzi produttivi atti a fondare i kibbutz (altro nome comunque si voglia speculate dei colcos sovietici), di fondare degli istituti culturali (scuole agricole, industriali, artigiane, università, politecnici) da cui debbono uscire i tecnici e i dirigenti delle imprese; di costruire dal nulla intere città, come Tel Aviv; di operare dispoticamente la divisione sociale del lavoro, che altrove si è sviluppata spontaneamente, smistando nelle fattorie e nelle fabbriche le masse di immigrati, provenienti soprattutto dall’Oriente e sprovveduti di ogni preparazione professionale. Lo Stato d’Israele ha imposto persino l’uso di una lingua ufficiale, l’antico ebraico dei tempi di Davide e Salomone, lingua morta come il latino, o il sanscrito, che oggi i bambini nati in Israele parlano naturalmente, e gli adulti rapidamente stanno assimilando, mentre le diecine di lingue e dialetti degli immigrati da tutti i paesi del mondo decadono al rango di lingue straniere! Capitalismo di Stato, dunque… chimicamente puro. Anno di nascita del capitalismo israeliano maggio 1948.
Occorrono altri esempi? Ne esistono a josa, e non mancheremo a volta a volta di citarli. Eppure, sagrestie di volgari politicanti caparbiamente decidono che ci si debba stupire di fronte alla edizione russa del capitalismo di Stato, e gridare al miracolo, cioè ad una economia che socialismo non si può definire, ma che capitalismo «classico» neppure sarebbe. Esemplari non rari di «marxisti» che nascono revisionisti.
Quoting from Engels recently, apropos the Marxist evaluation of the Russian revolution, we highlighted the following phrase: «the era of chosen people is over». The opposite thesis is unlikely to attract many defenders. Not after the disaster of German Nazism; not after the fate of the Jews who would pay the terrible price of thousands of years of incredibly entrenched racism by being ground down first of all by Hitler’s Arian mania, then by British imperial wheeler-dealing, now by the inexorable soviet apparatus – and tomorrow, most probably, by cosmopolitan, „happy to chat”, American politics, which has already cut its teeth on black flesh.
It is much harder to show that the era of chosen individuals, of „Men of destiny” (as Shaw called Napoleon, but mainly to ridicule him by showing him in his nightdress) is also over; in a word, the era of great men, warlords, historical leaders and condottieri.
In all groups, and echoed in every faith, be it catholic or freemason, fascist or democrat, liberal or pseudo socialist, it seems, and much more so than in the past, there is this need to worship and grovel in admiration before the name of some personage, to whom at every step is attributed the entire merit for the success of the „cause” in question.
They all agree that the decisive influence on past events, and those yet to come, is to be attributed to the work, and therefore to the personal qualities, of the leaders sat on high: they argue ad nauseam about whether they should be chosen by electoral or democratic procedures, by the party, or even by an individual who just seizes power, but they are all agreed that everything hangs on the outcome of this process, both in the friendly and in the enemy camp.
Now, if this general criterion were true, if we didn’t have the power to reject it and ward it off, we would have to confess that the Marxist doctrine had suffered the worst of all possible bankruptcies. We on the other hand continue, as before, to entrench around two positions: that all great men, without exception, have already been pensioned off by classical Marxism; and that the track record of the latest great men, who have passed into, or been removed from, circulation, confirms the theory that all of them are on a hide into nothing.
YESTERDAY
QUESTIONS AND ANSWERS
Of interest here are the answers Frederick Engels’ gave to queries he received on this theme. In his letter [to W. Borgius] dated January 25, 1894 he replies to two questions, both of which are very apt, and he refers to great men in the second paragraph of his answer to the second question. The questions are: 1. To what extent do economic conditions have a causal (note: not casual) effect. 2. What part is played by the moment (a word that I believe, had we the original text, we might have translated as factor) a) of race; b) of individuality in Marx and Engels’ materialist conception of history.
But of equal interest is a question he responded to in an earlier letter [to Joseph Bloch] dated September 21, 1890: What was the fundamental principle of historical materialism as understood by Marx and Engels themselves: that is, according to them, was the production and reproduction of daily life the only determining factor or was it merely the fundamental basis of all the other conditions?
The connection between the two points – the function of the great individual in history, and the precise link between economic conditions and human activity, is clearly explained by Engels in the two replies, which he modestly states were private and off the cuff and not drafted with the „necessary precision” he used when writing for the public. In fact he is making reference to the general treatment of the Marxist conception of history he gave in the Anti-Dühring (Part 1, chaps. 9 and 11, Part 2 chaps. 2 and 4, part 3, chap. 1) and above all in the crystal clear work of 1888 on Feuerbach [Ludwig Feuerbach and the End of Classical German Philosophy]. And as for a brilliant example of the specific application of the method, he quotes The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte by Marx, which casts in a particularly gaudy light the man who can be considered as the prototype of the battilocchio, a term we shall explain shortly.
CONTINUITY OF LIFE
Although it will cost us a digression, which also anticipates a Filo whose „central keel has been languishing in the dock” for some time, we would like to commend the unknown student who asked the question in the first letter. Usually those who have understood nothing are the self same who pretend to have understood and absorbed everything, and who then claim to be able to regurgitate and pontificate about it all. Simpler people with a more serious approach are instead eternally convinced that they should try to understand things even better, even if they already have a master touch. Indeed, instead of the usual expression „economic conditions”, the young, and luckily not „honourable”, questioner uses a phrase that is its exact equivalent: „production and reproduction of physical life”. As pupils of a later class, we change „real” to „physical”. The adjective „real” does not have the same weight in the Germanic and Romance languages.
On another occasion we highlighted passages from the masters in which production and reproduction appear together, quoting Engels where he defines reproduction, that is, the sexual and generative part of life, as the „production of producers”.
It would be useless to draw up an economic science, even a metaphysical one, i.e., with unchanging laws, but particularly a dialectical, i.e., which aimed to draw up a theory of a succession of phases and cycles, if the group or society of producers we were examining was dedicated, certainly, to work and economic activities aimed at satisfying their needs and maintaining their existence and productive force within the bounds of physiological time limits, but was nevertheless forced (let’s say by a racist chief!) to operate in such a way as to be unable to reproduce and have biological descendents.
Such a condition would completely change all the production and distribution relations within this rather hypothetical community – as the followers of any economic school would admit.
This suffices to remind us that, within the overall network of economic relations, biological reproduction, which prepares, via a major use of resources and productive effort, future replacements for the worker himself, is just as important as the production that provides food (and other things) in order to maintain the physical life of the worker.
As we shall see later on, when we join with Marx and Engels against Feuerbach, human beings are neither all love nor all struggle. However, the complete vision of the twin economic pedestal of society is this: materialism is victorious in the field of production; no one disputes that the criterion of the material sum of results is what counts there; but on this it is easy to base a theory of the workings of the struggle by passing from the molecular disputes of an alleged homo oeconomicus, with an accountancy office in place of a heart, to the battle of classes, within which is summed up, along with the economy, all other forms of human activity. But it is in the field of genetics and sexuality that we should place the central columns of the revolutionary doctrine of socialism; an area where greenhorns find it particularly difficult to put transcendent and mystical reasoning to flight, and to translate the attraction between man and woman (precisely in order to raise it above the filth of modern civilization) into the terms of economic causality.
To ask why the individual, „big” or „small” according to banal common sense, tends to profit economically and conceive erotically is to pose the problem in a narrow and vacuous way. We transpose the dynamic of the process to the development of the species, and we support efforts made to keep its active elements alive and healthy through their multiplication and continuation, both of which cycles are much more wide ranging than those to which the idiotic fear of death and the stupid belief in the eternity of the individual subject get attached: for they are the products and characteristic features of societies which are infested by ruling, exploiter classes, parasitical both in labour and in love.
The damnation of sweat and toil; the ideology that defines a society of class domination, that is, one based on the monopolizing of laziness and pleasure, will be swept away by socialism.
NATURE AND THOUGHT
The reduction of the problem we have directly targeted here, namely, the problem of historical personalities, to the general one of the materialist conception, appears immediate. Let us accept, just for a moment, that the flow, development and future of a given society, or even of humanity, depend in a decisive way on the presence, appearance and behaviour of a single person. It would no longer be possible to maintain that the primal origin of all social life is to sought within the features of given conditions and economic situations analogous for the great mass of „other” individuals; of normal people, of „ordinary” people.
If in fact that long hard road, which we would never presume to reduce to a simple automaticity, which leads from parallelism between work situation and level of consumption to the final great affair of the social revolutions, of the transfer of power from one class to another, of the breaking up of the forms that determine that parallelism of productive relations; were it to pass through the head (critique, consciousness, will, action) of a single person, that is, in the sense that the person is a necessary element, such that in the person’s absence nothing would take place to cause that movement, then it would be impossible to deny that at a certain moment all history could hang on „a thought” and on an act deriving from it. Here lies an insuperable contradiction, since conceding this would mean surrendering to a view that is contrary to our own which states that there is no causality in history, that there are no laws, that everything is an entirely random and unforeseeable „accident” that can be studied after it happens, but never before. That’s the way it is, no more no less, hats off to the hangman.
How do we deny that the birth of such a colossus is a fortuity, how do we avoid reducing the entire field of reproduction to… a chance spermatozoid?
An idea which is more rational and modern conception than the „great-manistic” one characteristic of the enlightenment bourgeoisie, and against which we have fought a hard battle, would have the historical event pass pre-emptively through not just one but all brains; putting universal education and consciousness ahead of the revolutionary struggle. But even more unsatisfactory than this incomplete and partial conception is the one that concentrates everything in the single cranium, which we can only see becoming so well endowed by means of intercourse, as so often recalled in tradition, between a divine and a human being.
Because marxistically it is so pathetic and pitiable, stupider even than the notion of a universal popular consciousness, we have also pulled to pieces the theory based on the idea of a half of all brains, plus one piloting history; are we then to allow the theory of the single brain to survive? Is the idea of a single reproducer, the human stallion, really any less stupid?
Let us return to our question: what comes first, thought or nature? Is the history of the human species an aspect of nature, or „parthenogenesis” of thought?
The short work by Engels on Feuerbach, or rather against an apologia by Starcke (which he typically refers to as just a general outline, at best a few illustrations of the materialist conception of history) comprises both a summary of the history of philosophy on the one hand and a history of the class struggle on the other. It is magnificent both in its conciseness and its comprehensiveness.
PAPERS PLEASE!
There is contained within it enough material for an „exposition-stream” which, with a suitable commentary, could take up a couple of mornings (given that our party meetings now take several days). But let us limit ourselves to registering just the key identifying features.
The author notes that, historically, Feuerbach was not only influenced by materialism and the French revolution, but by Hegel, whose philosophy was able to provide a basis for the conservative and reactionary German right. In a certain sense the subsequent and very different ideas of Marx and Engels were derived From Feuerbach, during the wave of enthusiasm which followed the publication of The Essence of Christianity around 1840, and after a critique which was no less radical than the one Feuerbach made of Hegel, as summed up in the Marx’s famous 1845 theses, buried for over 40 years and concluding with the eleventh: The philosophers have only interpreted the world in various ways; the point is to change it.
Hegel put human activity to the fore, but this premise could not lead to a revolutionary development in the historical field because of the absolute nature of his idealism. The design and model of his future society were already contained ab aeterno within his Absolute Idea: this development, this discovery having been made in the mind of a philosopher, according to the norms of pure thought, and with the results transmitted to the legal system and the state organism, the full realization of the Idea was thus completed. And why is this unacceptable for us? On two points, which are the two sides of the dialectic itself. We reject the possibility of a point of arrival, of a definite and unsurpassable destination. We reject the possibility that the properties and laws of thought were already in place prior to the opening of the cycle of nature and of the species.
But let’s get on with the quotations! «Just as knowledge is unable to reach a complete conclusion in a perfect, ideal condition of humanity, so is history unable to do so; a perfect society, a perfect „State”, are things which can only exist in the imagination. On the contrary, all successive historical systems are only transitory stages in the endless course of development of human society from the lower to the higher».
Hegel had gone beyond all previous philosophers by giving priority to the dynamics of the contradictions that make up the long road to the present. Unfortunately, like all other philosophers, and every potential philosopher, he ossifies this vigorously bubbling set of contradictions within the narrow confines of his „system”. «But if all contradictions are once for all disposed of, we shall have arrived at so-called absolute truth – world history will be at an end. And yet it has to continue, although there is nothing left for it to do – hence, a new, insoluble contradiction».
In this passage, Engels demolishes the old objection, revived by Croce just before his death (see the confutation in Prometeo no. 4, Series 2 [„Comunismo e conoscenza umana”, 1952] that it is only Marxist materialism that brings history to a close by stating that the last class struggle will be between the proletariat and the bourgeoisie. Every idealist, in his insuperable anthropomorphism, mistakes the end of the struggle between economic classes for the end of all contradiction and further development in the world, in nature and in history; and nor can he see, closed within the limits which for him are light and for us darkness, of one cranium, that communism will be, in its turn, an intense and unpredictable struggle by the species for life, a stage no one has so far reached, seeing that one can hardly call life the sterile and pathological solitude of the Ego, just as the miser’s hoard is not wealth, not even of the personal variety.
SPIRIT AND BEING
Feuerbach arrives and eliminates the antithesis. No more is Nature the manifestation of the Idea (reader, hold on tightly to the Thread. It hasn’t snapped. We are finally getting to the thesis that history is not a manifestation of the Battilocchio!), it isn’t true that thought is the originator and nature the derivative. Amidst much youthful enthusiasm, and also that of the young Marx, Materialism is placed back on its throne. «Nature exists independently of all philosophy. It is the foundation upon which we human beings, ourselves products of nature, have grown up. Nothing exists outside nature and man, and the higher being our religious fantasies have created are only the fantastic reflection of our own essence». And, up to this point, even old Engels agrees, stopping only to mock the antithesis which, as practical activity, the author deploys against Kant’s moral imperative: Love. He is not talking about sex but about solidarity, that „innate” fellowship which links people together. This formed the basis for contemporary bourgeois and Prussian „true socialism”, impotent because unable to see that revolutionary activity, the struggle between the classes and the subversion of bourgeois forms, is required.
It is at this point that Engels sums up the construction that preserves the materialist foundation by freeing it from its metaphysical fetters and from dialectical impotence, which had immobilized it, in a different way, in the same „historical glaciation” as idealism, albeit made to resemble will and practical activity.
Engels clarifies the problem by going back to the formation of patterns of thinking from the time of the primitive peoples onwards. While it would be most useful for our movement to add to and broaden the issue (as undoubtedly we shall do in the future), particularly where Engels compares his deduction with the contributions of various positive sciences, we will glean what we can in order to bring our viewpoint into sharper focus.
«Thus the question of the relation of thinking to being, the relation of the spirit to nature (…) could for the first time be put forward in its full acuteness, could achieve its full significance, only after humanity in Europe had awakened from the long hibernation of the Christian Middle Ages. The question of the position of thinking in relation to being (…) in relation to the Church, was sharpened into this: Did God create the world or has the world been in existence eternally?».
«This question, which at various times was posed in different ways, separates the two camps: materialism and idealism. Materialists assert the primacy of nature (being); idealists the primacy of mind (thought). But the creative act is therefore required, and it is worthwhile to highlight here the Marxist evaluation of idealism contained in this forthright observation: «and among the philosophers, for example, Hegel, this creation often becomes still more intricate and impossible than in Christianity».
Even if the division between the two groups of philosophers has been clarified, the question of the relation between thinking and being remains. Are they extraneous to one another or inter-penetrable? Can human thinking grasp and fully describe the essence of nature? There are philosophers who have counterpoised and separated the two elements into object and subject, as with Kant and his ungraspable „thing-in-itself”. Hegel overcomes this obstacle, but as an idealist, that is, he absorbs the thing and nature into the Idea, which is therefore able to identify and understand what is, after all, its own emanation. Against this Feuerbach poses the criticism that: «the Hegelian premundane existence of the „absolute idea”, the „pre-existence of the logical categories” before the world existed, is nothing more than a fantastic survival of the belief in the existence of an extramundane creator». But this merely suffices for a critical demolition.
Engels gives a clear explanation, reproaching German culture for a stance it had been unable to move beyond: its inability to understand the life of human society as a movement and an incessant process, a view for which Hegel had in fact laid the basis. This anti-historical conception would condemn the Middle Ages as a kind of useless and obscurantist parenthesis (an analogous critique by Marxists should be made of the nonsensical approach to the antifascist and anti-nazi struggle and its critique) and it was therefore unable to correctly link causes to effects, to see the great advances which had occurred during this period and the immense contributions it had made in terms of future developments.
«All the advances of natural science (…) served them only as new proofs against the existence of a creator of the world». They are far more deserving of the comment which the French reformist socialists used to address to Marx and Engels „Well, then atheism is your religion!”».
DRAMA AND ACTORS
There follows an organic presentation of the historical materialist doctrine, perhaps the best ever written. The step that Feuerbach did not take is here taken, by replacing: „the cult of abstract man” by „the science of real men and of their historical development”.
We return briefly to Hegel. He reintroduced (he did no invent) dialectics, but for him it was „the self-development of the concept”. In Marx it becomes „the conscious reflex of the dialectical motion of the real world”. As in the famous phrase, it is stood on its feet, not on its head.
To begin with the science of society and history is treated using the same method as applied in the science of nature. But no one can ignore the specific characteristics of that „field” of nature that constitutes the life of the human species. Hurrying along to Engels’ „answers” as quickly as possible, we will just quote a few essential passages. «In nature (…) there are only blind, unconscious agencies (…) In the history of society, on the contrary, the actors are all endowed with consciousness, are men acting with deliberation or passion, working towards definite goals (…) But this distinction, important as it is for historical investigation, particularly of single epochs and events, cannot alter the fact that the course of history is governed by inner general laws (…) That which is willed happens but rarely (…) Thus the conflicts of innumerable individual wills and individual actions (…) produce a state of affairs entirely analogous to that prevailing in the realm of unconscious nature. The ends of the actions are intended, but the results which actually follow from these actions are not those intended; or when they do seem to correspond to the end intended (…) they ultimately have consequences quite other than those intended. Men make their own history, whatever its outcome may be, in that each person follows his own consciously desired end, and it is precisely the resultant of these many wills operating in different directions and of their manifold effects upon the outer world that constitutes history (…) When, therefore, it is a question of investigating the driving powers which – consciously or unconsciously, and indeed very often unconsciously – lie behind the motives of men who act in history and which constitute the real ultimate driving forces of history, then it is not a question so much of the motives of single individuals, however eminent, as of those motives which set in motion great masses, whole peoples, and again whole classes of the people in each people; and this, too, not momentarily for the transient flaring up of a straw-fire, which quickly dies down, but for a lasting action resulting in great historical transformation».
This philosophical part is now followed by the historical part, leading up to the great proletarian movement of modern times. At this point philosophy is expelled from the field of history as was the case in the field of nature. «It is no longer a question anywhere of inventing interconnections from out of our brains, but of discovering them in the facts».
LUCID ORACLES
We recalled the questions, and heard the answers, which unlike those given by the ancient oracle are not obscure and ambiguous, but clear, and in confirmation of our positions.
To the second of the questions, asked back in 1890: «The determining element in history is ultimately the production and reproduction of real life». «The economic situation is the basis, but the various elements of the superstructure – political forms of the class struggle and its consequences, constitutions set up by the ruling class after a victorious battle, etc. – forms of law – and then even the reflexes of all these actual struggles in the brains of the combatants: political, philosophical and legal theories, religious ideas and their further development into systems of dogma – also exercise their influence upon the course of the historical struggles and in many cases preponderate in determining their form. There is an interaction of all these elements (=factors), in which, amid all the endless host of accidents (…) the economic movement finally asserts itself as necessary».
To the first question, in the letter from 1894 on the causal influence of economic conditions: «What we understand by the economic conditions which we regard as the determining basis of the history of society are the methods by which human beings in a given society produce their means of subsistence and exchange the products among themselves (in so far as division of labour exists). Thus the entire technique of production and transport is here included (…) This also determines (…) the division into classes, and hence the relations of lordship and servitude and with them the State, politics, law, etc.». «If, as you say, technique largely depends on the state of science, science depends far more still on the state and the requirements of technique (…) The whole of hydrostatics (Torricelli, etc.) was called forth by the necessity for regulating the mountain streams of Italy in the sixteenth and seventeenth centuries» (cf., Various articles in our press on the precocious nature of the capitalist agricultural enterprise in Italy and on the technical degeneration of modern hydraulic defence works in the Polesine floods) [See Communist Left, no 17].
As to paragraph a) of the second question – the factor of race – we quote just one scathing, and very pithy, apophthegm: „Race is itself an economic factor”. Got it? Production and reproduction? The race is a material chain of reproductive acts.
Finally, paragraph b), which concerns the battilocchio, after which we take our leave of the great Frederick. «Men make their history themselves, but not as yet with a collective will or according to a collective plan or even in a definitely defined, given society. Their efforts clash, and for that very reason all such societies are governed by necessity, which is supplemented by and appears under the forms of accident. The necessity which here asserts itself amidst all accident is again ultimately economic necessity. This is where the so-called great men come in for treatment. That such and such a man and precisely that man arises at that particular time in that given country is of course pure accident. But cut him out and there will be a demand for a substitute, and this substitute will be found, good or bad, but in the long run he will be found. That Napoleon, just that particular Corsican, should have been the military dictator whom the French Republic, exhausted by its own war, had rendered necessary, was an accident; but that, if a Napoleon had been lacking, another would have filled the place, is proved by the fact that the man has always been found as soon as he becomes necessary: Caesar, Augustus, Cromwell, etc.».
And Marx! Engels clearly hears shouted from the gallery: give him the same treatment: Thierry, Mignet and Guizot wrote histories of England leaning towards historical materialism, Morgan got there under his own steam, «the time was ripe for it, and indeed it had (not our italics this time) to be discovered».
And yet in a footnote to his work on Feuerbach, Engels states that «Marx was a genius; we others were at best talented». And it would indeed be a great shame, if, after the demonstration, anyone failed to understand that enormous differences do exist between people, both in terms of muscle power and the potential for brainwork.
But the fact remains that even if we have disposed of the most glaring example in Shaw’s „man of destiny”, we cannot kid ourselves we have done away with the „idiots of destiny” as well; miserable self-proclaimed candidates for filling the space that history has supposedly allotted them; worried sick they will miss their summons… and their chance to bask in glory.
TODAY
RECENT POST
The subject is clearly dealt with in a letter to a worker comrade who, wrongly apologizing for her imperfect presentation, was able to pose the question in rather an expressive way. Here is a part of the reply.
You wrote: «You are right to say a Marxist must look to principles, not people (…) we say people do not count and let’s leave them out of it, but to what extent do you take that? If in part it is men who determine events? If in part it is men who are the cause of the whole mess then we cannot totally ignore them». There is nothing shaky about this way of getting to the question; in fact it offers a very useful way of dealing with it.
The social facts and acts we are interested in, as Marxists, are carried out by people and have people as their actors. Indisputable truth: and without the human element our construction would not hold up. But this element was traditionally considered in a very different way from the one Marxism introduced.
Your simple statement can be enunciated in three different ways; then we can see the true dimensions of the problem which, to your credit, you almost did. Actions are carried out by men. Actions are carried out by the men. Actions are carried out by the man Tom, the man Dick, the man Harry.
Given that a person is on the one hand animal and on „the other” a thinking being, the notion that distinguishes us from „the others” is not that they say that a person thinks first, and then the effect of this thinking is to clear up problems related to his material and animal existence, whilst we say that the basis of everything is to be found in physical, animal, nutritional, etc., relations.
The question shouldn’t in fact be posed person by person, but within the reality of the social systems and their related phenomena.
Now, if you’ll excuse the long words, those three formulations of the way people participate in history are as follows.
Traditional religious or authoritarian systems say: a Great Man, or someone Illuminated by the divinity, thinks and speaks: everybody else learns and acts.
The most recent bourgeois idealists say: the realm of ideas, even though common to all civilized peoples, determines certain laws according to which people are led to act. Here too certain special people will stand out as thinkers, agitators and leaders of the people, and it is they who give the vital impulse to everything.
Marxists then say: the common action of the people or, if you prefer, what is common and non-accidental and peculiar in the people’s action, arises from material forces. Consciousness and thought come later and determine the ideology of their time.
And what then? We, same as everybody else, believe that it is the acts of human beings that become historical and social factors. Who makes revolutions? Men, of course.
But in the first category it was the enlightened man, the priest or king who was fundamental.
In the second, it was consciousness, and the Ideal, that won minds.
For us: the ensemble of economic facts and community of interest.
We, too, don’t reduce men, from being leading actors, creating or making speeches, to mere puppets, whose strings are pulled by… their appetites. On the basis of common class objectives there are various levels and strata and complex degrees of readiness to act, and hence of the capacity to sense and express a common theory.
The news is that, unlike previous revolutions, particular men, characterized by a peculiar individuality and a name, are not indispensable for us, not even as symbols.
INERTIA OF TRADITION
The fact is, just as traditions are the last thing to disappear, so are people frequently spurred on under the evocative impulse of passion for their Leader. So, since we know it won’t change the course of the class struggle but it could favour the mustering of forces and bring things to a speedier conclusion, why not „utilize” this element?
Now it seems to me the main thing many decades of hard lessons have taught is this: we can’t stop spurring men on and winning through men, but what we on the left have actually maintained is that the collectivity of people in struggle can never be the masses as a whole, or even a majority of it; it must be a party that is not too big, with the vanguard circles organized within it. However inspirational names inspire in tens, but ruin by the thousand. Let us put a stop to this tendency right now and, as far as is practically possible do away, not with men, but with the Man with such and such a Name, with such and such a Curriculum vitae…
I know the easy riposte that ingenuous comrades will come up with. Lenin. All right, it is indisputable that after 1917 we won many militants to the revolutionary struggle because they were convinced that Lenin had known how to fight and win the revolution. They came, fought and later deepened their understanding of our programme. By this expedient proletarians and entire masses who might otherwise have remained dormant were awoken. I admit it. But later on? The same name is used to support the total opportunist corruption of the proletariat: we are reduced to a situation where the class vanguard is much weaker than before 1917, when few had heard that name.
So I say that in the theses and directives established by Lenin is summed up the best of the collective proletarian doctrine, of the political class reality, but that the name, as such, presents a debit balance. Evidently it has gone too far. Lenin himself was fed up to the back teeth with his personal importance being inflated. It is only insignificant little people who believe they are historically indispensable. He used to laugh whole-heartedly when he heard such nonsense. He was followed, adored and misunderstood.
Have I managed to give you an idea of the problem with these few words? A time is bound to come when there will be a strong class movement with the correct theory and practice but without any need to exploit a fondness for names. I believe it will come. Whoever does not believe this must lack confidence in the new Marxist vision of history, or even worse, be a leader of the oppressed who has sold out to the enemy.
As you can see, I haven’t weighed the historical effect of enthusiasm for Lenin against the evil effect of a thousand renegade leaders, but against the negative effects of the name itself, and nor have I stepped into the quicksand of asking: what if Lenin hadn’t died? Even Stalin was a Marxist with his papers completely in order and a first class activist too. The error of the trotskites is seeking the key to this great rolling back of the revolutionary forces in the wisdom or temperament of particular men.
CONTEMPORARY SHADY CHARACTERS
Why have we called the theory of the great man the theory of the battilocchio?
The battilocchio is the kind of person who seeks attention whilst at the same time revealing his absolute vacuity. Tall, shambling, a stoop to conceal a lolling head and dazed expression, a swaying, uncertain gait. In Naples someone who constantly blinks his eyes in philistine wonderment is called a battilocchio, whilst in Bologna – I say this in order to avoid accusations of localism – they would shout at him: di ben sò fantesma (a real ghost).
History and contemporary politics in 1953 (when everything is affected by the general and far from accidental fact that a semi-putrefied form of society, capitalism, won’t just roll over and die) is encircled by a galaxy of battilocchios. In the marasmus that characterizes this phase there spreads throughout the admiring and bright-eyed masses the utter conviction that it is to them, and to them alone, that we must look for answers, that it is ever a case of battilocchios of destiny, and that the historically decisive moment (have pity on us Frederick!) is above all marked by the changing of the guard in the battilocchial corps.
The ineffable trio of Franco, Tito and Peron, by virtue of their total lack of any new message or even original posturing, stand out amongst the heads of state. These champions, these Oscar winners for historical beauty, have taken the supreme art of removing all personal characteristics to the nec plus ultra. Apart from their aristocratic noses and eagle eyes!
As for the late lamented Hitler and Mussolini, the former makes you think of the formidable general staff of non-battilocchios gathered around him, drawn from the upper criminal classes, who not only made history but also used it to satisfy their own violent whims. The latter can be excused because it was the ineffable layer of sub-battilocchios who got him into trouble, and because the clique he handed power over to in 1944-45 – who are our daily delight today – are just as bad.
Another splendid threesome, aligned not in space but in time, who offer demonstrable proof that every succession, whether through death or election, produces the net historical result, i.e. nothing emerging from nothing, is that of Delano, Harry and Ike. The American forces occupying the world fully justify the definition of this period as that of the invasion of the battilochios.
SLAV DIADOCHI
A no less representative galaxy of battilocchios is offered by recent and current, and frequently brutally replaced, national heads of those countries and parties which are linked to Russia, and there is no better place to find them than in the Balkans or under Marianne’s skirts. When Alexander the Great died, the Macedonian Empire, stretching over two continents, was carved up into smaller states entrusted to his various generals (diadochi), who soon enough disappeared without a trace. Whoever remembers their names would be sure to get top marks in a history exam.
So when history issues its summons, the great man arrives. And it could well happen that the one who answers the call isn’t that brainy. It could also happen that when there is a vacancy for a battilocchio, a person of a certain stature may fill the post. Here we are not calling anyone an idiot.
The fact is, in Italy for example, the open competition „to be a great person” relates to posts previously occupied by historical colossi. It becomes a matter of acting in a parody of a tragedy that has already been solemnly performed. On the occasion of Togliatti’s 60th birthday, with a tackily outdated ceremony, and endless screeds quoted from his curriculum vitae and his writings, they summed him up in one word: a great patriot.
Only empty stand-in roles have been on offer for over a century now, offering little hope of any non-battilocchesque grandeur. History has already found its heroes without looking too hard. Mazzini, Garibaldi, Cavour and many others are still refusing to budge. To tell the truth, there is little left of the fatherland, but there are still certainly plenty of patriots. There is no room to spare on the bus of revolutionary glory. That is not to slander the qualities of today’s subject. The writings of his they’ve dug up from 1919 (when one wrongly didn’t pay enough attention to them) do him credit: he never abandoned Marxism because he was never a Marxist in the first place. What he talked about then is what he talks about now: the country’s mission. A very great, if you like, patriot, just like a great stage-coach in the epoch of electric trains and jet aircraft.
If, having discussed Lenin, we have made no allusion to Stalin, recently deceased, it is not because we are worried that after a punitive expedition our scalp might adorn his mausoleum, a practice there is a good chance of seeing. Stalin is still the side-shoot of a rigid and anonymous party structure, the which, propelled by non-accidental historical impulses, constructed a collective, anonymous and deeply entrenched movement. It is the reactions which arose from the historical base, not fortuitous cases in the shabby race for success, which determined the change in direction, which, in a flaming Thermidor, led the revolutionary elite to burn itself out; and since a name can still be a symbol even when a person counts for nothing in history, Stalin’s name remains the symbol of this extraordinary process: amongst the ruins of a backward and inert world, the most powerful of proletarian forces was made to slavishly bow to the revolutionary construction of modern capitalism.
Certainly the bourgeois revolution has to have a symbol and a name even though, in the final instance, it too is made up of anonymous forces and material relations. It is the last revolution to be unaware of its anonymity: thus we think of it as a romantic revolution.
Our revolution will appear when there is no more kow-towing to individuals, cowardly and confused for the most part, and when as the instrument of its own class power it has a party which has melded together all its doctrinal, organizational and militant characteristics; a party within which names and individual merit count for nothing; a party which denies that the individual possesses consciousness, will, initiative, merit or blame, in order to fuse everyone together into its unified and sharply defined whole.
MORPHINE AND COCAINE
Lenin took from Marx the definition, rejected by many as banal, of religion as the opium of the people. The cult of the divine entity is thus the morphine of the revolution, lulling its active forces to sleep, and it is no coincidence that prayers were said in churches across the U.S.S.R. during the recent bereavement.
The cult of the leader, gathered around a personal entity who is no longer divine but human, is an even worse social drug, which we will call „the cocaine of the proletariat”. The expectation of the hero who will ignite and carry along the struggle is like a simpamina injection. Pharmacologists have found a good word for it – heroin. After a brief pathological outburst of energy, chronic lethargy sets in leading to collapse. No injection exists for a revolution that hesitates, for a society that is horribly 18 months pregnant and yet still infertile.
Let us throw out the vulgar expedient of deriving success from the name of exceptional persons and shout out another formula for communism: a society that does without battilocchios.
Il turno dei comizi italo-stalinisti ha nome: « l’Italia è in pericolo! ». Così, almeno, si legge nei manifesti per le vie di Torino.
In pericolo! Mentre a Porta Nuova la Celere caricava e disperdeva gruppi di dimostranti, in Piazza Castello la direzione della Fiat faceva la sua « dimostrazione di forza » con la sfilata e la consegna in gran pompa di cento macchine 1100 nuovo tipo, alla presenza delle autorità.
A Ravenna, il 27 u.s., si è tenuta una conferenza pubblica nella quale sono stati illustrati i caratteri fondamentali del ciclo storico di spietata controrivoluzione che la classe operaia internazionale attraversa, le cause storiche che sono state alla sua origine e le ragioni che ne indicano e ne condizionano il capovolgimento nella futura ripresa del ciclo rivoluzionario, e sono stati ribaditi i compiti permanenti del partito di classe, oggi e domani. Era presente un notevole numero di proletari.
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A Firenze, il 28, in riunione di sezione, sono stati passati in rassegna i problemi · fondamentali della nostra attività, inquadrati nella valutazione del corso storico attuale e dell’immancabile ripresa avvenire. Sono state inoltre prese disposizioni per un migliore e più omogeneo sviluppo della propaganda e della diffusione delle nostre pubblicazioni.
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Una riunione di compagni e simpatizzanti si è tenuta a S. Maria Maddalena, nel Polesine, Per desiderio dei partecipanti, l’esposto si è aggirato intorno alla storia della costituzione della III Internazionale e al processo della sua degenerazione, e si è concluso nell’illustrazione dei compiti del partito di classe nella situazione presente. L’incontro ha dato origine a larghe e approfondite discussioni e si è svolto in un’atmosfera di calda fraternità proletaria.