Partidul Comunist Internațional

Battaglia Comunista 1952/II/16

Il pool della carne da cannone europea

Quando fu decisa la creazione del « pool » del carbone e dell’acciaio si disse – e si aveva ragione di dirlo -, ch’essa segnava un passo avanti nel rafforzamento della comunità atlantica « di difesa » o, in altre parole, del blocco imperialista occidentale. Gli Stati europei avrebbero messo in comune le loro risorse di carbone e di acciaio sottoponendole ad una direzione unica ed organizzandone unitariamente la produzione e lo scambio. Non mettevano in comune le proprie risorse di beni di consumo; mettevano in comune le risorse delle materie prime fondamentali della guerra, il potenziale economico per il quale e con il quale si consuma il massacro, non fosse altro che perché è lo strumento del vorticoso moto di accumulazione capitalistica, del suo frenetico sviluppo e delle sue gigantesche crisi. E metterle in comune significava altresì, praticamente, costituire un enorme serbatoio a cui il grande centro imperialistico intorno al quale gira la « comunità » atlantica potesse attingere. Quello che non era riuscito alle assemblee politiche e nel campo degli spostamenti di beni e servizi pacifici e di forza-lavoro, sarebbe riuscito ad una specie di « comité des forges » europeo per lo spostamento delle materie prime dell’industria pesante: per esso sarebbero cadute barriere doganali e cortine di ferro di Stati nazionali e sovrani.

Venne poi l’unificazione, almeno tendenziale, degli eserciti europei: l’Assemblea federativa di Strasburgo si perdeva in logomachie; siderurgici e generali lavoravano sodo. Siamo, ora, ad un altro passo avanti; l’iniziativa e il compito fondamentale di spianare la via alla « federazione europea » passano direttamente all’Assemblea del pool carbone-acciaio; alla potenza delle materie prime essenziali del riarmo è affidata la missione di unificare o, almeno, di avvicinare gli uomini. L’Europa sarà federata dai magnati dell’acciaio.

Carbone ed acciaio sono la spina dorsale dell’imperialismo e della guerra; la federazione europea, quando e come nascerà, sarà al servizio del carbone e dell’acciaio. Un solo ente è chiamato a sovrintendere alla produzione e all’accantonamento delle materie prime dell’imperialismo; lo stesso ente provvederà alla « messa in comune » della forza-lavoro e della carne da cannone europea. Cadranno barriere doganali e forse anche politiche: l’imperialismo non conosce confini, né devono conoscerli i suoi strumenti di lotta.

A presiedere l’assemblea acciaio-carbone-carne umana, è stato chiamato il socialista Spaak. Nomina significativa: quando si tratta di collegare strettamente capitale e lavoro, capitale costante e capitale variabile, strumenti di produzione e forza-lavoro, quando urge mobilitare le braccia per far funzionare strutture metalliche e armi distruttive, la direzione e la regia di questa opera spetta di diritto ai traditori della classe operaia. La socialdemocrazia è partita dalla coalizione in regime di guerra, per finire nella sovraintendenza all’organizzazione preventiva, in tempo di « pace », degli strumenti del massacro. È il compito che essa si assume nel blocco ovest come se lo assume lo stalinismo nel blocco est e, attraverso le propaggini dei suoi partiti, in tutto il mondo.

Sollevate il sipario delle strombazzature propagandistiche, dietro l’assemblea di Lussemburgo e di Strasburgo non troverete che questa realtà cinica e brutale. Nasce l’Europa? Nascono gli strumenti coordinati e collettivi per l’ennesima sua trasformazione in un unico lago di sangue, all’insegna dell’acciaio e del carbone, sotto le bandiere spiegate dell’imperialismo.

Sempre in linea i Sindacati

Perché non rimanessero dubbi sulla loro posizione di fronte allo Stalin e alla guerra, l’Esecutivo della A.F.L. ha invocato la continuazione del riarmo occidentale e dell’invio di truppe americane in Europa. « Noi non possiamo che chiedere più insistentemente che mai maggiori sforzi di riarmo da parte delle democrazie europee fino al più alto livello che le loro economie possano sopportare », ha dichiarato, facendo così propria l’ideologia dello stakhanovismo riarmistico e soggiungendo che non per questo gli Stati Uniti devono ridurre i loro sforzi ed aiuti; anzi « proponiamo che l’aumento delle forze militari dell’Europa occidentale venga accompagnato da un aumento del numero degli effettivi combattenti americani nell’Europa libera ». Così, il riarmo e la trasformazione del « mondo libero » in un’enorme caserma portano la firma dei sindacati… operai.

Naguib il riformatore

Gli ultimi avvenimenti egiziani dimostrano come l’ala giovane ed avanzata di quella borghesia nazionale intenda procedere rapidamente in un compito che, fuori dagli sbraitamenti della propaganda, noi vorremmo così definire: Dare, anche a costo di momentanei sacrifici, un contentino alle masse dei paria rurali, per sventare la minaccia di un’inquietudine sociale cronica e generalizzata. Questo compito se lo sono assunto i militari, visto che esitavano ad assumerselo i civili; ma la finalità è unica. Non per nulla, mentre provvede a sciogliere i tradizionali e marci partiti politici e ad attuare riforme agrarie, Neguib batte il pugno di ferro sugli operai, colpevoli, sotto qualunque pretesto o bandiera, d’immobilizzare le macchine e d’inaridire le sorgenti fondamentali e più cospicue del profitto.

Menando lo staffile sulla «corruzione politica», Neguib distrae l’attenzione delle masse dalla ben più profonda «corruzione» che si esercita nei gangli dell’economia nazionale; proponendo una redistribuzione della terra, placa i fellah nel mito della «terra ad ognuno». Spariti i politicanti dilapidatori, saranno salvi industriali e commercianti; divisa la terra, il fellah dovrà lottare contro usurai e fisco. Ma, per qualche tempo, l’odio che fermenta nel sottosuolo sociale indigeno si sarà scaricato contro i mulini a vento. Viste in una prospettiva a lunga portata, le «riforme di Neguib» si risolvono in un ribadito sfruttamento delle masse indigene e in un ulteriore assoggettamento al capitale internazionale.

Quelle riforme non colpiscono il capitale industriale. Al contrario. Come è avvenuto per tutte le «riforme agrarie» che il mondo conosce da quarant’anni, quella egiziana renderà liquido attraverso le espropriazioni un capitale che potrà investirsi nelle attività industriali con molto maggior profitto che nella terra (a parte il fatto che gli 80 ettari fissati come massimo della proprietà terriera rappresentano pur sempre una proprietà media). Il fellah riceverà un lotto molto modesto di suolo: essendo uno dei contadini più miseri della terra (si calcola che il cosiddetto «reddito medio» non superasse, in lire italiane, le 40.000 all’anno), dovrà, per metterlo in valore prendere in prestito, ad interessi usurari, capitali e, per giunta pagare le annualità agli «espropriati». Inoltre, coltivatore soprattutto di piante industriali, affronterà sul mercato il monopolio ferreo degli industriali nel prezzo come nelle condizioni di vendita. Infine, l’espropriazione si tradurrà in un aumento del gravame fiscale e nell’indebitamento dello Stato verso il maledetto (a parole) capitale internazionale e quindi anche in un ulteriore assoggettamento politico. Il giogo economico e sociale che già grava sul proletariato e semiproletariato egiziano non ne uscirà alleviato, ma, al contrario, accresciuto. I capitali degli ex-proprietari terrieri affluiranno nel più redditizio giro della produzione industriale; la terra dei fellah indebitati passerà in altre mani, o magari in quelle stesse degli antichi proprietari o di loro uomini di paglia; il «reddito» delle grandi masse si ridurrà. È una vecchia esperienza balcanica ed italiana: l’Egitto non farà eccezione.

Non stupisce pertanto che quanto avviene in Egitto non preoccupi le grandi potenze capitalistiche e forse anzi le rallegri. Esse attendono: sanno che in definitiva, riforme di questo genere rafforzano il regime del profitto e creano nuove possibilità di influenza all’imperialismo. E, tuttavia, una potenzialità rivoluzionaria, sia pure a lunga scadenza, cova in questi Paesi. Nonostante il fiume di chiacchiere sparse ai quattro venti sulle «aree arretrate», il capitale internazionale se ne tiene tuttora prudentemente e scetticamente lontano; e le borghesie nazionali non hanno risorse proprie sufficienti per tirare avanti da sole in una situazione di cronico subbuglio.

Noi siamo convinti che le riforme di Neguib serviranno unicamente a mettere una provvisoria toppa alle molte falle della barcaccia egiziana e, alla lunga, il loro rimedio si rivelerà peggiore del male. La crisi dei Paesi semicoloniali ha bisogno di ben altro per essere risolta. Dal fallimento del riformismo nazionalista scoccherà la scintilla della rivolta.

[RG-6] Un importante convegno di Partito a Milano il 6 e 7 settembre

Il giorno 6 settembre ebbe luogo una riunione del Comitato Centrale con l’intervento di alcuni altri compagni delle varie zone, a fini principalmente organizzativi ed economici. Il rappresentante dell’Esecutivo svolse una dettagliata relazione sulla situazione del movimento, riferendo dei molti sopraluoghi fatti direttamente e a mezzo di altri compagni nelle sezioni e sul loro esito assai favorevole, soprattutto per la omogeneità completa dimostrata dalla organizzazione sul metodo di lavoro e di azione oltre che sulle direttive generali espresse regolarmente dalla nostra stampa e dai materiali trattati nelle riunioni nazionali.

Trattò poi anche a fondo della situazione finanziaria del partito, del giornale e della rivista e dopo diffuso esame di tutti i punti si formularono precise direttive che assicurano la permanenza e lo sviluppo della presente attività della stampa.

Non mancò un utile scambio di idee su problemi più generali dell’azione di partito nella presente situazione, e fu ribadita e chiarita la nostra posizione su tale punto, in ordine al lavoro che si svolge come organizzazione interna; propaganda scritta ed orale; agitazione nelle file proletarie, – in relazione alle difficoltà ed agli ostacoli da un lato, ai nostri mezzi ed alla valida buona volontà delle nostre forze dall’altra, senza nulla nasconderci dei dati della realtà che si ricollegano a tutta la presente situazione storica generale.

Le due sedute del giorno sette, molto affollate di compagni di Milano e di ogni regione, ebbero un carattere di vero congresso sebbene indette con la formula delle « Riunioni di studio » già provata come di largo e vantaggioso effetto. Erano infatti presenti compagni delle organizzazioni di Torino, Asti, Casale, Genova, Parma, Forlì, Ravenna, Bologna, Firenze, Palmanova, Trieste, Milano, Luino, Napoli, Roma ecc., e compagni francesi.

La comune posizione democraticoide e filistea propria dei «corteggiatori» e corruttori della «base» negherà carattere di congresso ad una sessione dove prende la parola il solo relatore per una esposizione esauriente, e approfondita e l’adunanza manifesta il suo consenso partecipando al lavoro solo con una ininterrotta e seria attenzione e comprensione: talché la relazione nelle sue tesi si dimostra espressione effettiva del comune unanime pensiero. Manca, si suol dire più o meno ipocritamente, il dibattito contraddittorio. Si dimentica che in 48 ore di permanenza nella città di convegno i compagni, tutti o a gruppi, oltre le sei ore di seduta col relatore, svolgono uno scambio fervidissimo di opinioni, di notizie, di propositi e precisi programmi di lavoro; non dedicano le ore disponibili ai pettegolezzi e ai commenti sulla valentia dei capi, sui toni della loro voce o il colore delle loro chiome, ma ai seri problemi che possono interessare veri militanti. E tra questi ve ne erano di giovanissimi e di anziani, che incrociavano i quesiti dell’oggi colle soluzioni che detta l’esperienza di una lotta di oltre mezzo secolo.

Checché sia di democrazia formale e di voti sulle mozioni, storicamente gli effetti dei congressi sono stati determinati sempre fuori della sala della ufficiale recita a tipo parlamentare, cui è ora di volgere per sempre le spalle.

Il relatore, che aveva per tema il monolitismo e la simultanea nascita storica della teoria rivoluzionaria, divise in due punti la sua esposizione, che sarà opportunamente diffusa nelle file del partito. Il primo punto riprese in esame ancora una volta la validità della teoria marxista, non solo di fronte agli attacchi di quanti pretendono che gli eventi storici la abbiano smentita, ma soprattutto dinanzi ai dubbi di quelli che vorrebbero condurla in bacino di raddobbo e rifarne alcune parti, ripetendo il tentativo degli storici revisionismi che più e più volte corruppero l’azione del proletariato e lo trassero alla sconfitta. Impostando radicalmente la sua tesi il relatore dimostrò che il marxismo rivoluzionario non è una dottrina in corso di evoluzione che vada aggiornandosi ai pretesi nuovi dati degli avvenimenti. Contro la visione borghese di progresso e gradualità, sta nel marxismo quella delle successive e distanti grandi esplosioni, che non si applica solo alla economia sociale e alla politica ma anche alla dottrina e al programma. Sono date epoche quelle in cui la dottrina rivoluzionaria nuova può e deve formarsi, e per il proletariato fu quella del Manifesto dei Comunisti, sicché da un secolo possediamo una immutabile base che difendiamo sempre, ovunque e contro chiunque, mai pretendendo di avere alcunché aggiunto di nuovo, e fieramente battendo contro le tentate varianti.

Questo concetto delle grandi verità rivoluzionarie che ad un tratto appaiono e restano alla base di un lungo arco storico gettato tra due rivoluzioni di classe, mentre nel periodo successivo più che al perfezionamento si deve pensare a resistere allo sgretolamento corruttore, venne dal relatore applicato con un excursus storico a tutte le classi sociali che precedettero quelle oggi sulla scena, ricordando la interpretazione marxista e materialista di tutte le storiche «tavole» di sacerdoti e legislatori, e ben ponendo in luce che in tale valutazione si resta ben lontani da ogni concessione all’idealismo. Fu quindi ribadita l’ostilità implacabile del nostro movimento a qualunque intellettualistica velleità di pretesi e quasi sempre più che deboli innovatori o aggiornatori.

Il secondo punto riguardò il rapporto tra teoria ed azione e l’altra corrente istanza che si dovrebbe aver più riguardo alla pratica azione che la situazione di oggi consente che alla difesa e al confronto incessante coi principii e coi dettami delle lotte trascorse. Il relatore ricordò i termini del determinismo storico e trattò a fondo del quesito del compito degli uomini nel movimento, come gruppi e come singoli. Richiamò passi fondamentali di Marx e chiuse col leggere l’ultimo capitolo dell’ultimo volume del Capitale che ha per titolo « Le classi », e che si spezza dopo pochi periodi con la nota di Engels: qui il manoscritto è interrotto.

Il relatore si permise di leggere la parte non scritta o non trovata, e dimostrò la piena appartenenza a Marx della distinzione base della nostra lunga battaglia contro i falsi movimenti rivoluzionari. Le classi non si distinguono ed oppongono secondo una rassegna statistica contingente della posizione economica di ciascun singolo, ma secondo forze impersonali che coprono un largo campo e un lungo ciclo storico, e che col loro potenziale piegano gli individui ad agire e combattere spesso contro il programma della classe in cui sono nati e vivono. Il capitalismo che oggi sotto i nostri occhi si svolge è ben quello che Marx vide e descrisse in tanti che non sono accademismo scientifico ma programma di combattimento: come un secolo fa sul capitalismo la sentenza rivoluzionaria fu scritta, e non fu di emendamento ma di morte, così in avvenire prossimo o lontano, senza nulla mutare alla sua lettera per scrupolo sciocco di verità o obiettività, essa dovrà essere [testo illeggibile].

Non saremo soli

Di ritorno da Washington e dal Messico, Pella si è affrettato a dichiarare che l’Italia non sarà lasciata sola nei suoi sforzi.

Lo crediamo bene: l’Italia non sarà lasciata sola, continuerà ad essere – sarà anzi sempre più – trascinata dietro il carro sanguinante dell’imperialismo. Non sarà lasciata sola; sarà ben guardata e tutelata dai gendarmi internazionali della conservazione capitalistica, dai pianificatori di eserciti supernazionali, da amministratori di piani economici di difesa del traballante regime del profitto. Godrà della compagnia delle corazzate, delle fortezze volanti, degli aerei a reazione, e dei mille enti creati a delizia della comunità atlantica, e, in commovente anche se celato accordo, dei partiti stalinisti delegati a sviare le masse dalla via della battaglia di classe e della guerra civile e ad incanalarle su quella della guerra.

Ahinoi, non saremo soli.

I grandi liberati della democrazia internazionale

Molto scalpore ha fatto sulla stampa benpensante la reintegrazione di Krupp, già epurato e carcerato, al possesso e alla direzione del suo gigantesco complesso industriale. Non meno chiasso si fa sulle liberazioni di generali tedeschi o sulla sospensione dei decreti di smantellamento o di dislocazione dei cartelli della Ruhr.

Ma perché tanto baccano? Non è da oggi che gli alleati smantellano i loro piani di pastorizzazione della Germania, non da oggi hanno riposto nella rinascita dell’industria pesante tedesca le loro speranze di difesa del «mondo libero». Che interesse ha la liberazione e reintegrazione di personaggi tanto illustri quanto insignificanti, al cospetto del riarmo integrale dell’Occidente europeo? Quelli che sono rinati sono gli alti forni, i laminatoi, le fabbriche d’armi: non vi scandalizzate di questi e dovreste scandalizzarvi di un generale o di un industriale «richiamati in ruolo»? La Germania occidentale ha prodotto nel marzo 1952 1,3 milioni di tonnellate di acciaio e più di un milione di tonnellate di ferro greggio: due o tre anni fa produceva appena un terzo di quanto usciva dalle acciaierie inglesi; oggi produce più di queste (produzione inglese in marzo: 1,28 milioni di tonn. di acciaio, 807.000 tonn. di ferro greggio). Ferro e acciaio: ecco i grandi «liberati» della crociata mondiale democratica. Poco conta che Krupp o Kesserling siano in carcere o fuori, perché fuori è la potenza economica che sola serve di base e di strumento all’imperialismo. Il «maligno» non si annida in individui, per abili ed energici che siano: esso fa tutt’uno con le forze motrici dell’economia capitalistica. Non è tedesco o americano o russo: esso è il «diavolo nel corpo» del sistema di produzione borghese. L’acciaio si crea i suoi capitani d’industria e i suoi generali, poco conta che nome portino; potete distruggerne cento, e cento ed uno ne rinasceranno. I protagonisti dell’imperialismo non sono le marionette che la stampa e la storiografia borghesi mettono in primo piano, ma gli strumenti di produzione travolti in un frenetico moto di accumulazione. Possono scomparire i finti protagonisti – e infatti sono scomparsi i grandi «criminali di guerra» -; ma i protagonisti veri rimangono.

È lì che si fucina il terzo massacro mondiale.

Chissà perché

I due operai ritenuti responsabili di una sommossa negli stabilimenti tessili egiziani sono stati impiccati da Neguib come sabotatori della economia nazionale. Il regime progressista di Neguib può lasciar pacificamente andare in villeggiatura all’estero re, eredi presunti al trono ed altri personaggi; ma non tollera certo che gli operai attentino, per qualunque ragione, alle sorgenti del profitto.

Per radio si è sentito (i giornali non ne hanno parlato) che un grande proprietario fondiario, a capo di una banda di masnadieri, si è presentato ad un posto di polizia a dichiarare, dando in escandescenze, che non avrebbe in nessun caso riconosciuto la legge marziale emanata da Neguib a tutela della sua «opera di riforma». Le autorità di polizia non hanno sopravvalutato l’incidente, e il proprietario fondiario proclamato «ribelle» se ne è tornato a casa.

Fosse stato un operaio, penderebhe dalla forca. È un ricco proprietario terriero; torna ai suoi agi, circondato dalla sua guardia del corpo. 

Chissà perché…

I soliti indisciplinati

« John M. Lewis, presidente del sindacato dei minatori, ha inviato un telegramma agli operai di diverse miniere che si sono messi in sciopero senza autorizzazione, e ha ordinato loro di riprendere il lavoro immediatamente, rammaricandosi della loro indisciplina nel momento che il sindacato tratta coi padroni ». (Le Monde, 10-5).

Il congresso delle Trade Unions o i sindacati a difesa del regime salariale

L’atteggiamento delle correnti rivoluzionarie di fronte ai problemi sollevati dalla necessaria lotta economica considerata al suo livello più basso, e cioè quello salariale, non è stato mai compreso dagli opportunisti, perché costoro sono incapaci di avere una esatta cognizione della natura del salariato. Il salariato non è una categoria eterna dell’economia. Ha la sua storia, cioè il suo originarsi da determinate condizioni sociali e il suo prevedibile scomparire. Nasce con il capitalismo, si sviluppa quantitativamente con esso, dovrà scomparire nella misura in cui il tipo di produzione capitalista sarà strappato, brano a brano, dal corpo sociale per opera della dittatura del proletariato.

Da tale visione di principio, documentata da tutta quanta la storia delle società di classi, di cui si compone il periodo della civiltà, discende conseguentemente l’atteggiamento pratico delle forze politiche rivoluzionarie di fronte alle lotte a sfondo salariale. Quale? Vediamo, anzitutto, le conseguenze cui sono portati i partiti cosiddetti operai che guidano essi stessi le agitazioni operaie per il miglioramento dei salari, adeguandosi al principio della «difesa del salariato».

Due avvenimenti non troppo invecchiati: l’annuncio ufficiale della adesione dei sindacati americani alla campagna elettorale del partito democratico di Truman, e il congresso delle Trade Unions britanniche, serviranno benissimo allo scopo. Benché formalmente autonomi e indipendenti da partiti politici, il sindacalismo americano e britannico, si appoggiano apertamente a forze politiche, ben determinate o ipocritamente dissimulate, come nel caso americano. Questo è un dato di fatto visibile a tutti. Nessuno ignora che le Trade Unions sono la edizione sindacale del Labour Party, come il meno unificato. ma non meno accentrato sindacalismo statunitense rappresenta l’appendice e la riserva di caccia elettorale del partito democratico. Materialmente, la confluenza e la comunione delle organizzazioni politiche sindacali in parola (come succede del resto altrove) si concretizza nella coincidenza di attribuzioni di cariche di partito e confederali nelle persone fisiche dei funzionari. Ad esempio, in Italia, la burocrazia confederale, di destra o di sinistra, si inquadra contemporaneamente in apparati di partiti. Ma non deriva dal «cumulismo» cariche la soggezione del sindacato al potere politico, direttamente o indirettamente, al servizio del capitalismo. Tutto al contrario: ciò è effetto, non causa. Partito politico borghese e sindacato, operino in ambiente di democrazia formale o di rigido totalitarismo, sono organizzazioni che tendono necessariamente a confluire e fondersi, nel senso dell’azione pratica, non per volontà e determinazione dei capi, ma, al contrario, per effetto di una ferrea legge obiettiva ed impersonale. Quale? La difesa, cioè la conservazione dello istituto del salariato, ossia la compravendita della forza lavoro delle masse lavoratrici. Altro legame tra politica borghese e sindacalismo non può che considerarsi secondario e derivato.

Ciò è dimostrato dalle conseguenze innegabilmente politiche, le quali discendono propriamente dalla attuazione del principio della difesa del salariato. Coloro che si fanno paladini della conservazione del salariato, limitando la loro azione «anticapitalista» a limare il blocco dei profitti aziendali con agitazioni salariali concepite come fine a sé, non possono necessariamente che farsi parte integrante dell’apparato di conservazione del capitalismo. Coloro che difendono uno solo degli elementi del modo di produzione capitalista, cioè il salariato, difendono con ciò stesso tutta la restante macchina di sfruttamento e di oppressione. Ne vale la sofistica spiegazione che la difesa del salariato equivale a difesa della classe operaia e lotta contro il capitale, perché le lievi scalfitture che essi riescono ad operare sui profitti capitalistici le pagano, cioè le fanno pagare agli operai, con rafforzamento della presa dello Stato capitalista sulle masse.

Dicevamo degli ultimi clamorosi atti ufficiali dei sindacati americani e britannici, i più numerosi e potenti dell’intero mondo capitalista, entro e fuori il famoso sipario di ferro. Dell’avvenuto affitto dei sindacati americani (AFL, CIO ecc.) all’edificio elettorale del partito democratico, abbiamo già parlato nello scorso numero, allo scopo di dimostrare che il dissimulato totalitarismo americano appare alla luce del sole appena si considerino i rapporti di stretta dipendenza e di soggezione allo Stato capitalista dei sindacati. Ugualmente discorremmo a suo tempo, del valido appoggio dato dal governo di Truman al sindacato dei siderurgici, sceso in sciopero contro gli industriali dell’acciaio. L’azione del governo di Washington, che non si asteneva persino dal contrariare gli industriali, che stava a significare se non il supremo interesse della dominazione capitalista a che le masse lavoratrici non escano giammai dalle rivendicazioni di miglioramento, e per ciò stesso li conservazione, del salariato? D’altra parte è fin troppo chiaro per le burocrazie sindacali che il relativamente alto tenore di vita degli strati superiori del salariato americano dipende strettamente dal funzionamento della macchina statale di Washington, in quanto sentinella vegliante sulla conservazione dell’economia capitalista. Logicamente, poiché il salariato non si può concepire senza il capitalismo, chi si occupa esclusivamente della indefinita difesa del salariato, e stiamo parlando dei sindacati, non può che lavorare nello stesso tempo a spianare degli ostacoli la via della produzione capitalista. Come fu chiaro all’epoca della crisi 1929-32 quando il salariato languì e si riprese la produzione capitalista.

Che queste cose non siamo i soli a capirle, che esse siano comprese a fondo soprattutto dalle burocrazie sindacali e dalle dirigenze dei parti politici pseudo-proletari, fatto questo che prova da solo il loro carattere di forze reazionarie, sta a provarlo la risoluzione votata dal Congresso delle Trade Unions, tenuto ai primi del mese, con la quale si approvava il programma di riarmo del governo. Approvazione a grande maggioranza: cinque milioni e mezzo di voti favorevoli contro un milione e mezzo di voti contrari. Orbene, gli oratori laburisti, favorevoli al riarmo nonostante il fatto che al governo ci siano i conservatori, non ebbero ritegno di affermare che il riarmo una esigenza insopprimibile per la salvezza dell’economia britannica. Altrimenti detto, essi non esitavano, posti davanti al dilemma: riarmo o crisi dell’industria pesante e degli armamenti britannica, a votare per riarmo. Guerrafondaismo! si mise gridare la stampa stalinista. Le edizioni in lingua russa, polacca ecc. del verbo cominformista, non parlano un linguaggio diverso, postulando la necessità di armarsi per difendersi ecc., ma aveva ragione, tuttavia, l’Unità di accusare i dirigenti laburisti delle Trade Unions di guerrafondaismo. Ma il guerrafondaismo, l’adesione alla guerra imperialista, non casca dal cielo, meno che mai da odio per l’URSS. I dirigenti laburisti, riuniti a Congresso a Margate, non avevano altro da dire: il riarmo era, resta, lo sbocco necessario dell’industria inglese e non solo inglese. Loro che sono cani da guardia del salariato non potevano, non possono, che lavorare a salvare la industria degli armamenti, soprattutto ora che il capitalismo inglese sta puntando le sue migliori speranze sulla carta del potenziamento della produzione degli armamenti. Conclusione: ben venga il riarmo, se esso salva i salari.

Il voto delle Trade Unions a favore del riarmo è esempio eloquentissimo di come la difesa programmatica del salariato non possa effettuarsi che nella generale politica di difesa e conservazione del capitalismo, da cui il salariato è condizionato. La difesa del salariario non necessariamente, come sembrerebbe, lotta per liberare la classe operaia dallo sfruttamento del capitalismo, se, e i fatti stanno a provarlo, conduce alla collaborazione con i governi borghesi e alla adesione alla guerra. Capitale e salario sono le due facce, apparentemente opposte, di una stessa indivisibile realtà, gli elementi insostituibili di uno stesso tipo produzione. Chi accetta l’uno, accetta l’altro, e viceversa. Pura illusione è l’assenza del capitalismo in un’economia in cui sussiste il salariato.

Quando diciamo ciò, gli opportunisti e i falsi marxisti ne approfittano per accusarci di negare la lotta economica. Completamente falso. La lotta economica tra salariati e capitalisti, che si riduce in sostanza a spostare a vantaggio degli uni o degli altri i limiti del profitto, è fatto necessario quindi non negabile. Comunque il potere capitalista si configuri, tale lotta, aperta o sorda, si perpetua, ineliminabile. Ne consegue che un partito che pretende di essere del proletariato non può ignorare tale lotta e se ha un legame con le masse per ciò stesso è costretto a parteciparvi. Però, la differenza tra i marxisti e le varie sottospecie dell’opportunismo risiede in ciò: riformisti opportunisti si battono per difendere il salariato in quanto istituto economico e sociale: i marxisti tendono alla sua abolizione rivoluzionaria, possibile solo in forza di un gigantesco e radicale sconvolgimento dell’economia dello Stato, che strappi la produzione al carattere mercantile e monetario proprio del capitalismo.

Ma le forze rivoluzionarie operano innanzitutto nel seno della società borghese, nel regime del salariato, non possono dunque che partecipare alle agitazioni a sfondo salariale, che sono, nonostante le limitazioni ad esse proprie, il grado più basso della lotta di classe. Per il fatto che diciamo che nella attuale situazione dei rapporti di forze tra le classi dello sviluppo del partito, la nostra attività deve essere convogliata per il 90 per cento verso il riordinamento teorico, non neghiamo affatto la lotta economica anzi, ribadiamo ad ogni occasione che, in mutate circostanze, il nostro intervento nelle agitazioni dovrà allargarsi e approfondirsi. Ma la nostra educazione ai principii marxisti ci impedirà sicuramente di cadere nello sciatto collaborazionismo e nel tradimento di classe, in cui incorrono incorreggibilmente i compilatori di mozioni per il riarmo o di piani di ricostruzione nazionale.

Lasciamo al capitalismo il compito di «difendere» il salariato. Nello stesso tempo in cui proclamiamo che gli operai hanno il diritto di strappare con mezzi di classe il massimo dei miglioramenti salariali, e mostriamo gli atti essere per questa lotta elementare, non ci esimiamo dal dire che la rivoluzione socialista ha per scopo l’abolizione del salariato. Diffondere tale principio al fine rafforzare il costruendo partito rivoluzionario, è l’obiettivo posto al nostro intervento nelle questioni sindacali.

La torre di Babele del federalismo europeo

Scrive il corrispondente del Corriere della Sera (14-9) dopo le « storiche riunioni di Strasburgo »:

« Oggi abbiamo: l’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa (A), l’Assemblea parlamentare della Comunità del carbone e dell’acciaio (B), abbiamo, allo stato di progetto, l’Assemblea della comunità europea di difesa (C), e, come se ciò non bastasse, abbiamo l’Assemblea che Spaak, a corto di vocaboli, ha chiamato Assemblea ad hoc (D). L’Assemblea D è formata da tutti i componenti dell’Assemblea B con l’aggiunta di nove membri della Assemblea A, per fare il numero che avrà, dopo la ratifica del patto difensivo, l’Assemblea C. Questa Assemblea D ha l’unico compito di preparare un abbozzo di trattato per la creazione dell’Autorità politica europea: è dunque una costituente. L’abbozzo in questione è il suo hoc ».

Immaginatevi il povero inviato speciale che ha dovuto spiegare l’altro giorno ai lettori – i quali leggono il giornale con la radio accesa, o nella ressa rumorosa di un tram, o in ufficio fra continue scampanellate dei telefoni – il seguente fatto, fondamentale per la nascita della federazione europea: « L’Assemblea della comunità carbone-acciaio, riunita a Strasburgo nell’aula dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, essendosi assunta il compito a cui avrebbe dovuto pensare l’Assemblea della futura comunità europea di difesa, ha deciso di formare un’Assemblea ad hoc, composta dai propri membri più nove membri della Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa … ».

Il povero inviato speciale ha sudato quattro camicie a spiegarci quello che neppure sudando quattrocento camicie capiremo. La ridda delle Assemblee non è fatta perché noi poveri mortali comprendiamo: è fatta, al contrario, perché comprendiamo sempre meno e, rinunciando a capire, deleghiamo affranti ai volponi dei cento parlamenti e sottoparlamenti e superparlamenti europei il grato compito di cucinarci a lento fuoco, e d’ingrassare se stessi e i loro padroni.

Torre di Babele per noi, la « Europa da federarsi » è un bell’albero di cuccagna per loro!

Al fondo dell'indifferentismo Pt.2

Dopo aver rievocato i tratti fondamentali della situazione in questo dopoguerra, la prima parte dell’articolo, pubblicata nel n. 15 di Battaglia Comunista, rileva che la pretesa «indifferenza» circa lo svolgersi della alternativa Mosca-Washington e il risultato della contesa fra i due grandi poli imperialistici cela in realtà l’accomodamento ad uno dei due.

Cerchiamo di spiegarci. Vi sono «vie nuove» tanto per Mosca che per Washington. Mosca dice: le condizionistoriche sono profondamente mutate; alla battaglia violenta per la distruzione dello stato capitalista e l’instaurazione della dittatura proletaria va sostituita l’altra battaglia per la penetrazione progressiva nel seno dello stato capitalista, e poiché – grazie all’esistenza del grande stato comunista russo che controlla il sesto del mondo – il proletariato è diventato di già classe predominante in tutti i paesi, esiste la possibilità di un progressivo adattamento di questo stato borghese alla struttura sociale della democrazia popolare, dove la condizione è infine realizzata perché lo Stato, divenuto organo di tutti, avvii la società verso il socialismo e il comunismo.

Washington dice: fin dalla sua nascita lo stato capitalista (si dice sempre più, per la necessità della propaganda, «lo Stato non comunista») ha solennemente affermato la possibilità della sua progressiva trasformazione; e non si dice nulla di nuovo oggi, poiché anche formalmente nessuna esclusiva è mai stata posta, affermando la possibilità di una progressiva trasformazione verso il socialismo. Si insiste d’altra parte sul fatto che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, il figurino su cui sono state modellate le costituzioni degli Stati borghesi di tutti i paesi, prevede il diritto all’insurrezione armata contro gli usurpatori che si opponessero a quelle costituzioni e quindi anche alla possibilità delle loro legali e democratiche trasformazioni.

Corollario di Mosca. Lo Stato e la sua metamorfosi sono divenuti il pernio della lotta per il socialismo; entriamovi, diamo ad esso supremazia totale in tutti i campi e facciamone lo Stato non più della minoranza dei grandi capitalisti, ma lo Stato di tutti.

Corollario di Washington. Lo Stato è già – come d’altronde lo è sempre stato – lo Stato di tutti, al contrario del «comunismo»che istituisce la dittatura e la tirannia; noi vi offriamo la libertà in tutti i campi e voi non avete che da usarne per giungere al socialismo; se manteniamo un apparato di repressione lo facciamo unicamente per preservare i diritti dell’ «uomo libero».

A queste due impostazioni, l’una centrata sullo Stato, l’altra sulla libertà – concetti non opposti ma che dialetticamente esprimono i termini inseparabili della costruzione di ogni società di classe – , si oppone quella marxista che, basata sui principi della lotta di classe, punta sulla distruzione dello Stato capitalista, il deperimento dello Stato proletario e la distruzione della stessa classe borghese.

Chi entra nell’orbita dell’impostazione statolatra (e non è da trascurare la sottospecie titista), anche se proclama la sua indifferenza quanto al risultato della contesa Mosca – Washington, ha in effetti rotto col movimento marxista ed entra nel girone del capitalismo via Mosca.

Chi non oppone all’impostazione della libertà i principii della divisione della società in classi, chi anche dicendo che si dovrà passare successivamente alla battaglia violenta per la distruzione dello Stato capitalista ovunque costituito e ovunque scopra un fianco debole – criterio giusto questo – proclama poi, senza saper valutare la grandezza delle forze in rapporto, che la ipotesi della esistenza del partito equivalga alla sua costituzione ed attività come forza indipendente, e fa assegnamento, per l’ulteriore sviluppo quantitativo fino alle possibilità di effettivi interventi storici, sull’impiego delle libertà esistenti, per il solo fatto di non conformare rigorosamente la sua attività ai principii della lotta delle classe, anche se afferma che gli è indifferente la vittoria di domani di Mosca o di Washington, ha in realtà già scelto oggi  ed è definitivamente entrato nel girone del capitalismo sotto quello dei due aspetti presentato nello slogan del mondo libero, cioè via Washington.

Alla formula marxista: il partito di classe è là perché si collega ad un movimento di classe dirigentesi verso la distruzione dello Stato borghese della libertà per tutti, egli ha sostituito l’altra formula: il partito di classe è fatto; la prova? lo affermo deducendolo dal fatto che la società è divisa in classi; la contro-prova? sono marxisti i testi che sbandiero. Infine le condizioni dello sviluppodel partito dipenderanno non più dall’evolvere delle situazioni ma dalla sicura influenza che avrà su questo evolvere il persistente impiego di tutte le armi della propaganda e dell’agitazione; in una parola, ed astraendo da quello che si dice e che serve unicamente ad ingannare, le classi non sono più generate dal fronte dei rapporti di produzione ma dall’altro opposto della libertà: tale la deformazione in cui sono caduti vari gruppi di dispersi in vari paesi, e proprio i più impotenti.

Un’ultima considerazione. Abbiamo già detto che cosa si possa pensare della indifferenza quanto al volgere e al risultato di un conflitto per militanti che pretendono battersi per obiettivi sociali. Dobbiamo soggiungere che, per motivi la cui giustezza elementare è impossibile contestare la battaglia rivoluzionaria del proletariato essendo di natura internazionale ad un titolo anche superiore che per le classi che lo precedettero al timone della società, è evidente che il suo trionfo non potrà risultare che dall’abbattimento del centro più potente dell’imperialismo, anche se le fasi di questo cammino passeranno ( come è quasi certo che avverrà) attraverso vittorie rivoluzionarie in altri paesi. Questa è la realtà dell’evoluzione della storia, e da essa dipende un’altra realtà per quanto concerne le situazioni attuali: per spostare i proletari sul fronte rivoluzionario, per ottenere che sfuggano dall’ermetismo dei due compartimenti stagni alla cui guardia si trovano possenti strumenti di dominio in tutti i campi: sindacale, politico, ideologico, e che tollerano solo spostamenti dall’uno all’altro, da Mosca a Washington e viceversa, la sola possibilità esistente è quella che corrisponde all’effettivo svolgersi degli avvenimenti e che solleva quale fortilizio essenziale del sistema capitalista mondiale attuale non quello che appare tale, ma quello che in forza di fattori economici, geografici, militari, lo è in realtà: e cioè Washington.

Nulla vale l’obiezione che attendendosi come eventualità più favorevole lo sfasciamento dello Stato imperialista più forte si auspichi il successo di un imperialismo sia pure il più debole, in quanto non si tratta di ammettere comunque che il partito rivoluzionario storicamente svoltosi conceda minimamente quartiere a qualunque dei due, ma di considerare quale è la via più favorevole e breve che consentirebbe di pervenire alla distruzione successiva di tutti gli imperialismi. Chi a questo problema storico sostituisce una stupida formuletta come quella della rivoluzione è indipendente dall’ordine di caduta dei poteri capitalistici non ha, di Marx e di Lenin, digerito neppure il primo rigo.

Olimpiadi dell'amnesia

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Il precedente Filo, dal titolo Politique d’abord, prese avvio da un vero olimpionico dell’opportunismo e del versipellismo, Nenni, dimostrando che ogni volta che imperiosamente si chiedono soluzioni «veramente politiche», la bigoncia da cui si lancia il grido stentoreo si ascende mettendosi sotto i piedi il bagaglio dei principii, che cento volte si conobbero e riconobbero, si professarono e confessarono. Tale sconcio avviene… nelle migliori famiglie; e proprio quando Pietro apostolo fremeva di insofferenza per decisioni grandiose, Gesù di Nazareth gli disse a voce pacata: prima che canti il gallo mi avrai tre volte rinnegato.

Non esauriamo il tema di dimostrare come il pomposo e vuoto «indifferentismo» tra le immani forze che si scatenano nelle guerre è stato sempre e decisamente condannato e scartato dai marxisti dell’ala rivoluzionaria, da Marx ed Engels a Lenin e alla sinistra del comunismo italiano ed internazionale.

L’enunciazione della ricerca del «male minore» o del «migliore risultato» per la probabile, ma non certa, guerra tra America e Russia, non poteva recare sorpresa e riuscire nuova a chi fosse stato su quella linea; e se una improvvisa repulsa si leva, ciò non è che un ennesimo caso, dei mille e mille purtroppo noti, del guazzabugliamento dei principii e dei testi di base del partito, nelle svolte in cui si leva il famoso vessillo: «politique d’abord, politique surtout, rien que politique» traducibile come: anzitutto politica, soprattutto politica, null’altro che politica. Ed in questo senso spregiato ed antimarxista politica si riduce – mostrammo – a significare soltanto rivista di marionette-uomo, balletto degli alfieri che impugnano l’asta di quel vessillo nennifero, significa fare pipì sulle tradizioni del movimento e sui canoni della dottrina e della prassi edificati in una lotta secolare. Per gente di tal risma è follia guardarsi dietro; e il determinismo storico non ha maggior sugo di una partita alle carte in cui i rapporti di forze sorgono per la prima volta all’atto che i giocatori si spartiscono il mazzo. Le sfogliate precedenti non influiscono, e vanno totalmente dimenticate: l’amnesia è la dote suprema… a meno che addirittura taluno dei più sfrontati non si sia tenuto un asso nella manica.

È dunque il caso di ribattere con qualche altra citazione, voltando le vecchie carte che a tanti manigoldi impedimmo di rimescolare, negli anni degli anni.

IERI

Per una chiara visione di quello che un uomo pensa nulla di meglio che le referenze della moglie. Quando poi si tratta della moglie di Marx nessuno avrà tanto perduto la memoria da non sapere che devonsi abbassare tutte le creste. Ebbene, ecco che cosa scrive l’intelligente, valorosa Jenny, in una lettera del 21 gennaio 1877 a Sorge. Era il tempo della guerra in Oriente tra Turchia e Russia, culminata nella grande vittoria ottomana a Plevna, dopo la quale le potenze capitalistiche europee intervennero per liquidare il pericoloso conflitto, che aveva ributtato indietro gli slavi dalla tentata conquista degli stretti, col Congresso di Berlino che sistemò i Balcani incendiari fino alle due guerre del 1912. Ebbene, il grande Carlo «tifa» maledettamente per un contendente, esattamente per i Turchi. «Mio marito, anche lui, in questo momento è tuffato in pieno nella questione d’Oriente, è «higly elated» (Jenny scrive e sottolinea le due parole in inglese, nella lettera stesa in tedesco; il traduttore francese annota: molto esaltato; forse è poco, Marx era eccitatissimo, trascinato – lui, il freddo scienziato dei miei platoni!), higly elated, dunque, per il comportamento fermo e glorioso dei figli di Maometto di fronte a tutti i buffoni cristiani, e agli ipocriti denunziatori di atrocità – giusta i telegrammi di oggi i Russi (i civilizzatori, a dire di Gladstone, Bright e di tutti i Liberali, Pacifisti e Lealisti) sembra che vadano malamente volgendo le terga».

Chi potrà stupirsi che in una guerra del periodo moderno, dopo la Comune del 1871, Marx aspetti e invochi un rovescio della Russia zarista, ed esulti se le legnate le appioppa uno Stato poco avanzato socialmente e politicamente quanto il feudale Islam? Marx vedeva lontano, con buona pace dell’indifferentista, che non diagnostica nemmeno quanto ha rincagnato lo sprezzante naso.

Ammetteremo chi abbia ben costrutti timpani ad ascoltare questo brano, che è poco dir formidabile. Lettera del 1 settembre 1970: prima di Sédan «Il comportamento pietoso di Parigi nel corso della guerra – la città continua dopo le spaventevoli disfatte a lasciarsi dominare dai mammalucchi di Luigi Bonaparte e dell’avventuriera spagnola Eugenia – mostra a quale punto è necessaria una lezione tragica per rivirilizzare i Francesi. L’attuale guerra conduce, ciò che quegli asini dei prussiani non sanno vedere, ad una guerra tra Germania e Russia, tanto necessariamente quanto la guerra del 1866 conduceva alla guerra tra Prussia e Francia. D’altronde, tale guerra n. 2 agirà come levatrice della inevitabile rivoluzione sociale in Russia».

Vi sono qui le seguenti deduzioni di avvenimenti sicuri. 1. Ulteriore disastro militare francese, che si ebbe poco dopo con la giornata campale di Sédan, e la resa a Metz dell’intera armata di Bazaine. 2. Insurrezione del rivirilizzato proletariato di Parigi contro Bonaparte e contro la classe borghese, che si ebbe nel 1871. 3. Assoggettamento dell’intera Germania alla Prussia, che si ebbe dal 1871 in poi. 4. Guerra tra Germania e Russia che tanti altri passi precisano come guerra contro slavi e latini, che si ebbe nel 1914. 5. Rivoluzione russa, che si ebbe nel 1917.

Due rilievi: le date non sono state previste, se la distanza tra la guerra austro-prussiana e quella prusso-francese era stata di soli 4 anni, e la guerra russa venne solo 43 anni dopo. Il marxismo infatti dà le combinazioni dei numeri senza… la data della estrazione alla ruota della storia; sarebbe molto comodo per il gioco degli opportunisti e dei carrieristi, che amano puntare su chi vincerà prima che essi siano crepati o decrepiti; mentre il rivoluzionario non chiede per tessera un biglietto di lotteria.

L’ultima parola del passo è «sociale». Fin dal 1848 Marx «punta» disperatamente sulla rivoluzione in Russia, e in diecine di passi la prevede. Rivoluzione sociale, non dice socialista, ma anche democratica e borghese. Questa bastava a Marx per uccidere il feroce «gendarme» dell’Europa. Quella socialista non poteva a suo avviso che essere europea: ben vero egli attese che la rivoluzione proletaria europea scattasse da quella tedesca borghese del 1848, e altrettanto i marxisti hanno fatto dopo il febbraio 1917 per la Russia. Qui, se viene tra i piedi uno dei poverelli che osano trattare, non diciamo dottrina, ma fraseologia e terminologia di partito in istato di ubriachezza (non dà in questo campo la sbronza soltanto l’alcool, ma anche la fregola reclamistica e il prurito di elettorato passivo), sentiremo sballare che rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria è lo stesso. Vedendo doppio, egli crede che la rivoluzione capitalistica sia rivoluzione «politica», e non si avvede che il marxismo consistette tutto nel dimostrare che non vi è rivoluzione politica che non sia sociale, e se ne cade nel vaneggiare democratico o anarcoide senza avvedersene, come il vecchio sbornione bamboleggia in vagiti.

Ed infatti in Russia vi è stata e continua una rivoluzione sociale; solo che oggi continua solo come rivoluzione borghese, disfatta che fu la rivoluzione proletaria europea e russa insieme. Demmo a suo tempo altre citazioni sull’attesa che la Rivoluzione Russa scatenasse quella comunista europea; oggi rileviamo solo una feroce battuta contro i rivoluzionari verbali che professano nella comoda Ginevra le dottrine del fu Bakunin, cianciando di buttar giù, di un colpo solo e nello stesso istante, Iddio, il Padrone, e lo Stato. È del 5 novembre 1880: «Questi signori sono contro ogni azione politica rivoluzionaria. La Russia deve con un solo salto mortale balzare nel millennio Ateo- Comunista- Anarchico!».

Oggi, 1952, in Russia non sono antistatali ancora, e nemmeno comunisti, e tanto meno atei. Ma ciò non toglie, o vasta cerchia degli sgonfioni di tutti i settori, che i risultati storici di una «azione politica rivoluzionaria» stanno lì: oggi significano capitalismo avvampante in Moscovia e Mongolia, domani saranno piattaforma alla rivoluzione intercontinentale comunista.

Siamo scivolati su altro punto, che pasteggiando con troppi bicchieri non si smaltisce: il risultato positivo del grande capitalismo in Russia, ed il passaggio del comando della gendarmeria mondiale dai cosacchi agli yankee.

Torniamo a Marx, tifoso inguaribile. Ne fece una tanto grossa che se possedessimo «sensibilità politica» ci stenderemmo un velo prudente. Ma data la nostra deficienza in questo, «sbrovigniamo» il nostro don Carlo con le sue stesse parole. Un’altra volta ci penserà prima di scrivere troppe lettere, o almeno ci penserà chi campa tuttora.

Data: 27 settembre 1877: «Ho intrattenuto, in incognito, un fuoco incrociato contro il russomane Gladstone nella stampa per bene (fashionable press) di Londra (Vanity Fair e White Hall Review – come chi dicesse Europeo ed Oggi) come nella stampa provinciale di Inghilterra, Scozia ed Irlanda, svelandone il civettare con l’agente russo Novikov, l’ambasciatore di Russia a Londra, ecc.; e lo stesso aizzando dei parlamentari inglesi della Camera Alta e della Bassa, i quali si batterebbero le mani sulla testa se sapessero che il Red Terror Doctor, come essi mi chiamano, fa da loro suggeritore nella crisi di Oriente».

L’amico Marx, mentre tramite un amico giornalista combina questo scherzetto, gode di essere chiamato Dottor Terrore Rosso; e vada anche questo a vergogna di chi lo pretende evoluto dal terrorismo giovanile al legalitarismo.

Il marxista si sollazza quando altri crede sfotterlo: udite quest’altro riferimento pieno di mordente bonomia, del 5 novembre 1880, a proposito del primo giornale marxista sorto finalmente in Francia (Egalité di Guesde): «Ad ogni modo, già gli anarchici denunziano i nostri collaboratori come agenti prussiani, sotto la dittatura del “notorio” agente prussiano, Carlo Marx».

Quando un corrispondente, cui Engels aveva dovuto somministrare il «cazziatone» del caso per certi giochetti di falso giornalistico, si permise di alzare il tono, il buon Engels scrisse questo solo (29 giugno 1883): «Sch… mi ha dedicata una risposta dignitosa deplorando la mia meschinità. La dignità gli è andata bene: non avrà da me altre risposte». Accantonato e via. Storia a ripetizione in tutti i tempi e in tutti i ranghi.

Tornando alla beffa giornalistica di Marx contro Gladstone e la sua sfacciata russofilia del 1877 (la borghesia inglese si rifarà con slancio nel 1914 e nel 1941; il grande capitale ha stomaco di bronzo e assimila i rospi di tutti i colori quando gli fa profitto), qualcuno troverà che non dovrebbe essere permesso. Oggi sarebbe roba da tirata di orecchi, certo; ma vi è stacco dal 1877 al 1952, e stacco da Carlo Marx a certa specie di fessi.

Per i loro loschi appetiti di affari i borghesi trovano utile sostenere la causa dello Zar assolutista, malgrado i loro ostentato liberalismo: ma naturalmente coprono i loro fini inconfessabili fabbricando una adatta retorica «crociatistica». Nulla di più facile in quella contingenza: la cristiana, civile Europa ripete dopo secoli ancora una volta la difesa contro l’assalto mussulmano del Sud-Est, e va magnificamente a cercare in discoteca l’inno di Stefano d’Ungheria santo e re, vincitore dei turchi. Tutta questa sporca retorica, del tutto analoga a quella che sarà spolverata per la sviolinata democratica contro Guglielmone e Adolfaccio, e domani contro Baffone, fa ribollire Marx come un vulcano, ed egli inchioda il ministro inglese alla sua contraddizione; non potendo dalla sua povera casetta fare partire crociate che facciano piazza pulita di zar, sultani e ministri malati di «idiotismo parlamentare», ad un colpo solo, non può che far voti ardenti perché le armate della mezzaluna facciano saltare la Santa Russia, e credendo di portare avanti il Corano combattano inconsce per il Manifesto dei comunisti. Qui la potenza del vero senso dialettico nel rapporto tra ideologia e forza materiale, che, girando milioni di volte attorno alla luce troppo splendente, una serie di farfalloni non è stata all’altezza di affissare.

Pur il piccolo trucco nella stampa ammodo esprime la potenza di visione del maestro del Terrore rivoluzionario, che segnò la strada all’incendio rosso di domani, e chiamò avanti tutti i Barbari, che rechino colpi al fortilizio della civiltà, cui si levò dinanzi come primo Nemico.

Nel dire ora, con altri riferimenti ben noti, ed evitando di ripetere quelli suggestivi di Engels negli studi sulle guerre del 1855, 1859, 1866, che lo stesso Lenin sta in pieno sul terreno di Marx, ci troveremo a ribadire un altro punto, che si sperde quando infierisce quella tale amnesia da eccesso di bevute. Esso è il punto della necessaria alleanza politica insurrezionale tra proletari e borghesi, quando si trattò di abbattere i regimi feudali o impedirne il ritorno, dottrina che sta alla radice – sempre nell’orizzonte della rivoluzione proletaria internazionale – delle tesi nazionali e coloniali di Lenin, e che forma patrimonio manifesto del nostro movimento, come ricordato tra l’altro nell’articolo Oriente, in Prometeo del febbraio 1951.

Lenin scrive nell’agosto del 1915 il suo classico opuscolo sui Socialisti e la guerra, che incardina tutta la battaglia contro i traditori sciovinisti. «La grande rivoluzione francese ha iniziato una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora fino alla Comune di Parigi, dal 1789 al 1871, uno dei tipi di guerra è stato quello delle guerre a carattere borghese progressivo, di liberazione nazionale. In altre parole, il significato storico e il principale contenuto di queste guerre è stato l’abbattimento e la distruzione del feudalesimo, l’abbattimento dell’oppressione straniera. Esse sono state perciò guerre progressive, e tutti i veri democratici rivoluzionari, nonché tutti i proletari socialisti, durante tali guerre, simpatizzarono sempre per il successo di quel paese (cioè di quella borghesia) che contribuiva ad abbattere o a minare i pilastri più pericolosi del feudalesimo, dell’assolutismo e della oppressione di popoli stranieri». E qui Lenin – si tratta di cose notissime, ma l’amnesia riduce il professore sbronzo a ricordarne meno dello scolaretto elementare – cita l’esempio delle guerre della Francia rivoluzionaria e napoleonica, e viene a quella del 1870: «Nella guerra franco-prussiana la Germania depredò la Francia, ma ciò non cambia il significato storico fondamentale di quella guerra che ha liberato il popolo tedesco, cioè un popolo di diecine di milioni di uomini, dal frazionamento feudale e dall’oppressione di due despoti: lo Zar russo e Napoleone Terzo».

Naturalmente allora gli opportunisti cercarono di barare su questo scambietto: risultati delle guerre, politica proletaria in guerra; e Lenin in questo e in molti altri scritti dimostra come dinanzi alla guerra imperialista del 1914, questa sia «una repugnante deformazione delle teorie di Marx e di Engels, a profitto della borghesia». Lenin sa benissimo che è «un fatto che Marx ed Engels, condannando le guerre, si posero nondimeno continuamente dal 1854-55 fino al 1870-71 e al 1876-77 dalla parte di un determinato belligerante una volta che la guerra era scoppiata». Tuttavia Lenin ricorda come fin da allora Bebel e Liebknecht su consiglio di Marx ed Engels votarono contro i crediti di guerra, a differenza dei loro successori del 1914 al Reichstag, che in piena epoca imperialistica bararono sul fatto che la Russia feudale era tuttavia ancora in piedi, e se ne doveva desiderare la caduta.

Se ne doveva infatti desiderare la caduta, ma non per questo far lega a Berlino col Kaiser, mentre il rinnegato Plechanov faceva lega a Pietrogrado con lo Zar. Solo un borghese e un cretino, dice Lenin, non capiscono che in ogni paese i rivoluzionari lavorino alla sconfitta del proprio governo. E la storia ha dimostrato che questi possono cadere «uno sull’altro».

Ed infatti è documentato anche che nella guerra imperialista del 1914 Lenin optò per una soluzione. Naturalmente quando egli, d’accordo con la legazione germanica, salì a Zurigo nel vagone piombato, per tutti era «il notorio agente prussiano Vladimiro Lenin». Poi si capì se avevano visto bene gli agenti prussiani o l’agente rivoluzionario, e lo stesso si vide a Brest Litowsk. Russia e Germania andarono a gambe per aria, entrambe.

Quando invece nella Seconda Guerra Mondiale gli stalinisti danno la sbalorditiva parola: questa è guerra di liberazione nazionale! e ordinano il disfattismo a semplice effetto, che accade? I due gruppi nemici evitano di cadere uno sull’altro, e quello vincitore mette così potenti radici sul suolo vinto che oggi vanamente gli stalinisti stessi strillano: è troppo forte! è troppo cattivo!

Dunque, come Marx coniò e noi, solito, copiammo soltanto, l’espressione di «miglior risultato» di una guerra, è Lenin che ci ha dettato quella di «minor male» nella soluzione delle guerre, ed anche si capisce di quelle moderne e squisitamente imperialiste, in cui è tradimento palese l’appoggio ad un qualunque governo belligerante. In un testo per il partito russo egli il 28 settembre 1914 dice: «Nella situazione attuale non si può stabilire, dal punto di vista del proletariato internazionale, di quale dei due gruppi di nazioni belligeranti sarebbe un minor male per il socialismo la sconfitta». Dunque già sepolto l’indifferentismo i due esiti della guerra, a cui da ambo i lati opponiamo disfattismo e rivoluzione, se restano in piedi i poteri attuali, avranno però diversi effetti sullo sviluppo storico ulteriore: quale la soluzione più sfavorevole dal punto di vista rivoluzionario?

«Per noi socialdemocratici russi (il nome del partito non era ancora stato mutato) non può esservi dubbio che dal punto di vista della classe operaia e delle masse lavoratrici di tutti i popoli della Russia il minor male sarebbe la sconfitta del governo zarista».

Il 4 marzo 1915, in una risoluzione, Lenin scrive infine: «In ogni paese la lotta non deve arrestarsi davanti alla possibilità che il governo del proprio paese sia sconfitto. Applicata alla Russia questa tesi è particolarmente vera. La vittoria della Russia porta con sé il rafforzamento della reazione mondiale, il rafforzamento all’interno del paese, ed è accompagnata dal completo asservimento dei popoli nelle regioni già conquistate. (1915: leggi Russia; 1952: leggi America!). Per conseguenza la sconfitta della Russia rappresenta, da tutti i punti di vista, il male minore».

Come Marx, vituperando il prussianesimo, vede una via alla rivoluzione nella vittoria tedesca sulla Russia zarista, così Lenin, schiacciando i servitori socialisti del Kaiser, ribadisce la medesima prospettiva. 

OGGI

Dicemmo nel precedente Filo che la conferma di questi punti centrali era stata ininterrotta nel lavoro della Sinistra comunista italiana, ed anzi era inequivocabilmente contenuta in testi del 1945 che non sollevarono alcuna contestazione ed obiezione.

Dopo aver ora ristabilita la posizione di Marx e di Lenin, diamo qualche altro elemento per mostrare che l’indifferentismo legnoso che oggi da qualche parte ritorna a galla, alla maniera serratiana del 1920, non può basarsi che su una totale ignoranza dei precedenti del movimento. Ignoranza o dimenticanza; ed abbiamo per questo parlato di amnesia. Questa si inserisce nella serie penosa delle amnesie che si sono succedute nel corso del crollo della Terza Internazionale, quando si è fatta mostra che non si era nella fase imperialista, e che di nuovo, russi e americani alleati, combattevano contro il feudalesimo e l’assolutismo risorti, per fondare o rifondare democrazia e libertà nazionali.

Resta in questi casi il solo dubbio: amnesie inconsce, o amnesie volute? Ma i marxisti non fanno processi alle intenzioni. Quanto rise Marx di un tal critico, che condannò le sue teorie, ma concesse che in un quarantennio di propaganda rovinosa le sue intenzioni erano però state buone!

Abbiamo soltanto potuto affermare che sono amnesie da ebbrezza: ebbrezza per volontà di successo, di notorietà, di potere, di quella forma passiva di esso che è la candidatura. Non discutiamo dunque di candore: dialetticamente possiamo porre a proposito degli amnetici il solo quesito: dimenticano per aver bevuto, o bevono per dimenticare? In tal caso è ancor più crudele il rinfrescare loro la memoria. Comunque la diagnosi di amnesia è provata, per tabulas.

Nella Piattaforma della sinistra del 1945 vi è (Prometeo n. 6, pag. 265) il capitolo sul Ciclo storico del movimento proletario. Eccone un brano. «I regimi dell’Asse… rivelarono la loro soggezione di classe e il loro timore reverenziale per il principio del capitalismo plutocratico e per le sue potenti cittadelle mondiali d’Inghilterra e di America, che avevano attraversato gli ultimi convulsi 150 anni di storia senza fratture nella continuità dei possenti apparati statali». «Il nazismo volle ricattare gli agglomerati statali nemici, perché scegliessero tra il disastro militare e la concessione all’odiato concorrente imperialista di una adeguata quota dello spazio sfruttabile del pianeta (parentesi: in Lenin questa stessa valutazione spiega la Prima Guerra, ed egli dice: gli imperialisti tedeschi avrebbero subito liberato il Belgio ecc., se gli inglesi ed i francesi avessero diviso con loro le proprie colonie, cristianamente). Ma i capitalismi di Inghilterra (soprattutto) e di America subirono impassibili i rovesci militari della guerra lampo, puntando con incredibile sicurezza e malgrado la gravità del rischio sulla lontana vittoria finale. Tale fatto storico rappresenta uno dei più mirabili impieghi di potenziale attuati nel cammino dell’umanità, ma nello stesso tempo il più grande trionfo del principio di conservazione dei rapporti esistenti, e la più grande vittoria storica della reazione. Gli Stati dell’Asse… non tentarono di sommergere neppure il fortilizio inglese nella secolare metropoli (posteriori pubblicazioni hanno ribadito che gli Stati Maggiori tedeschi volevano e potevano; la politica si oppose). Il crollo di questa, come sentiva la borghesia ultraindustriale governante il paese di Hitler, avrebbe sommerso il capitalismo mondiale, ovvero lo avrebbe travolto in una crisi spaventosa, mettendo in moto le forze di tutte le classi e di tutti i popoli straziati dall’imperialismo e dalla guerra, e forse invertendo tremendamente le direttive sociali e politiche del colosso russo, ancora inattivo».

La citazione è già lunga, ma altre se ne possono fare, ed esse svolgevano in modo così aperto la tesi della diversità di effetto dello scioglimento della guerra, che la cosa non poteva a nessuno sfuggire. Ponendo quanto abbiamo ora riportato in collegamento alla citazione data nel numero scorso da un documento non meno impegnativo (n. 3 di Prometeo: Le prospettive del dopoguerra) ricapitoliamo, dando per certa un momento la terza guerra.

Guerre 1, 2 e 3. Da ambo i lati del fronte la consegna dei partiti comunisti rivoluzionari è sempre: nessun appoggio ai governi, tutto il disfattismo praticamente possibile.

Guerra 1. Il migliore scioglimento per la rivoluzione è che vadano a gambe per aria la Russia e l’Inghilterra. Il primo punto andò bene, il secondo male; vittoria per il capitalismo. 

Guerra 2. Il migliore scioglimento è che vadano all’aria Inghilterra e America. Purtroppo non si è avuto: stravittoria per il capitalismo.

Guerra 3. Il migliore scioglimento è che vada gambe all’aria l’America. Taluno potrebbe allineare argomenti per la tesi opposta, che è meglio salti la Russia, dato che se l’America tiene il primato nel conservare capitalismo, Russai lo tiene nel distruggere comunismo rivoluzionario. La prima dà ossigeno al paziente, la seconda immobilizza il suo marxistico „affossatore”. 

La tesi evidentemente cretina è: non importa niente chi vince.

Ed in conclusione, per la riprova che solo una amnisia, spontanea o artefatta, ha potuto condurre a mettere in circolazione certe balle, ricordiamo senza citare il „Tracciato di impostazione”, dato nel n°1 di Prometeo. A pag 10 capoverso 4: tesi sul capitalismo di Stato come pura forma borghese. A pag. 11 capoverso 5 e seguenti: tesi sull’alleanza tra borghesia e proletariato nella prima fase della lotta antifeudale. Ed anche a pag. 14 capoverso 11. Ed infine, mentre per la Russia può confrontarsi tutto il capitolo apposito della „Piattaforma” 1945 che è nel n°1 stesso, il punto 2 finale del Tracciato dice: ” Dichiarazione che il regime attuale russo ha perduto i caratteri proletari, parallelamente all’abbandono della politica rivoluzionaria da parte della Terza Internazionale. Una progressiva involuzione ha condotto le forme economiche, sociali e politiche in Russia a riprendere strutture e caratteri borghesi. Questo processo non viene giudicato come un ritorno a forme pretoriane di tirannide autarchica e preborghese, ma come il raggiungimento per una diversa via storica dello stesso tipo di organizzazione sociale progredita presentato dal capitalismo di stato nei paesi a regime totalitario e in cui le grandi pianificazioni offrono la via di imponenti sviluppi e danno un potenziale imperialistico elevato”. 

Se certo gli studi ulteriori in ben sette anni han potuto meglio presentare tesi già evidenti, ecco che anche nella lettera già qui si trovano le due tendenze dello sviluppo russo, entrambe verso una forma modernissima di capitalismo, una che parte dalle realizzazioni socialiste dei primi anni, l’altra dal generale feudalesimo e asiatismo del paese immenso.

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A che insistere? Per la moda pubblicitaria d’oggi è pover’uomo chi muove tra le sue tesi con circospezione e prudenza, e pure in un duro, assiduo lavoro di anni ripete ad ogni passo: non mi fregate; nulla da innovare.

L’uomo politico invece non si imbarazza di cose lette, dette o scritte negli anni decorsi; è sempre lì pronto ad edificare un sistema. Quando la febbre politica urge ne sfornano anche uno alla settimana: articolisti e teorici arrivano a frotte ad esercitarsi sulla ” palestra” della stampa di partito, e a derisione di chi é rimasto al passo si esibiscono nel triplo salto mortale. Rendano questi disarticolati omaggio al vero loro caposcuola: il Pietrone.

Non conosciamo troppo Stalin in veste di ” sfruculiatore”. Sotto così folti baffi forse più che il ghigno del despota sta il sorriso dello sfottitore. Il Pietro di cui sopra ha raccontato lui stesso, alla fine dell’articolo sulla storica intervista: Stalin, mi congedò battendomi sulla spalla e disse: avete scelto una buona causa, compagno Nenni, la causa della pace.

Non sappiamo in quale lingua parlavano, ma, boja de signor in romagnolo significa questo. Siete, o compagno, uno dei più valenti sceglitori di cause, senza lasciarvi commuovere dalla cronaca di quelle che sceglieste ieri e ieri l’altro. Avete sempre scelto con gusto: la repubblica; l’agraria; il fascio; il partito socialista antimosca; la guerra numero uno; la guerra numero due. Adesso, da esperto piazzista, avete scelto un articolo di sicuro smercio: la pace. Congratulazioni a voi! Colpetto sulla spalla, ed assegno del premio della Pace.

Le basi tattiche del Partito rivoluzionario di classe

Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunistici.

    Similmente, ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica.

    Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti.

    Questa posizione del partito ha un valore essenzialmente storico, e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica.

    Il partito rivoluzionario di classe è solo ad intendere che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista.

    Nel periodo, invece, in cui la classe capitalistica non aveva ancora iniziato il suo ciclo liberale, doveva ancora rovesciare il vecchio potere feudalistico, od anche doveva ancora in paesi importanti percorrere tappe e fasi notevoli della sua espansione, ancora liberistica nei processi economici e democratica nella funzione statale, era comprensibile ed ammissibile una alleanza transitoria dei comunisti con quei partiti che, nel primo caso, erano apertamente rivoluzionari, antilegalitari ed organizzati per la lotta armata, nel secondo caso assolvevano ancora un compito che assicurava condizioni utili e realmente «progressive» perché il regime capitalistico affrettasse il ciclo che deve condurre alla sua caduta.

    Il passaggio tra le due epoche storiche della tattica comunista non può essere sminuzzato in una casistica locale e nazionale, né andarsi a disperdere nell’analisi delle complesse incertezze, che indubbiamente presenta il ciclo del divenire capitalistico, senza sfociare nella prassi deprecata da Lenin di Un passo avanti e due indietro.

    La politica del partito proletario è anzitutto internazionale (e ciò lo distingue da tutti gli altri) fin dalla prima enunciazione del suo programma e dal primo presentarsi della esigenza storica della effettiva sua organizzazione. Come dice il Manifesto, i comunisti, appoggiando dappertutto ogni movimento rivoluzionario che sia diretto contro il presente stato di cose, politico e sociale, mettono in rilievo e fanno valere, insieme alla questione della proprietà, quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono indipendenti dalla nazionalità.

    E la concezione della strategia rivoluzionaria comunista, fin quando non fu traviata dallo stalinismo, è che la tattica internazionale dei comunisti si ispira allo scopo di determinare lo sfondamento del fronte borghese nel paese in cui ne appaiono le maggiori possibilità, indirizzando a questo fine tutte le risorse del movimento.

    Per conseguenza, la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi storicamente si chiude col grande fatto della Rivoluzione in Russia, che eliminò l’ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico.

    Dopo tale fase, la possibilità anche teorica della tattica dei blocchi deve considerarsi formalmente e centralmente denunziata dal movimento internazionale rivoluzionario.

    L’eccessiva importanza data, nei primi anni di vita della III Internazionale, alla applicazione delle posizioni tattiche russe ai paesi di stabile regime borghese, ed anche a quelli extra-europei e coloniali, fu la prima manifestazione del ricomparire del pericolo revisionistico.

    La caratteristica della seconda guerra imperialistica e delle sue conseguenze già evidenti è la sicura influenza in ogni angolo del mondo, anche quello più arretrato nei tipi di società indigena, non tanto delle prepotenti forme economiche capitalistiche, quanto dell’inesorabile controllo politico e militare da parte delle grandi centrali imperiali del capitalismo; e per ora della loro gigantesca coalizione, che include lo Stato russo.

    Per conseguenza, le tattiche locali non possono essere che aspetti della strategia generale rivoluzionaria, il cui primo compito è la restaurazione della chiarezza programmatica del partito proletario mondiale, seguito dal ritessersi della rete della sua organizzazione in ogni paese.

    Questa lotta si svolge in un quadro di massima influenza degli inganni e delle seduzioni dell’opportunismo che si riassumono ideologicamente nella propaganda della riscossa per la libertà contro il fascismo, e, con immediata aderenza, nella pratica politica delle coalizioni, dei blocchi, delle fusioni e delle rivendicazioni illusorie presentate dalle colludenti gerarchie di innumeri partiti, gruppi e movimenti.

    In un solo modo sarà possibile che le masse proletarie intendano l’esigenza della ricostituzione del partito rivoluzionario, diverso sostanzialmente da tutti gli altri, ossia proclamando non come contingente reazione ai saturnali opportunistici ed alle acrobazie delle combinazioni dei politicanti, ma come direttiva fondamentale e centrale, il ripudio storicamente irrevocabile della pratica degli accordi tra partiti.

    Nessuno dei movimenti, a cui il partito partecipa, deve essere diretto da un sopra-partito o organo superiore e sovrastante ad un gruppo di partiti affiliati, nemmeno in fasi transitorie.

    Nella moderna fase storica della politica mondiale, le masse proletarie potranno di nuovo mobilitarsi rivoluzionariamente soltanto attuando la loro unità di classe nella azione di un partito unico e compatto nella teoria, nella azione, nella preparazione dell’attacco insurrezionale, nella gestione del potere.

    Tale soluzione storica deve in ogni manifestazione, anche circoscritta, del partito, apparire alle masse come l’unica possibile alternativa contro il consolidamento internazionale del dominio economico e politico della borghesia e della sua capacità non definitiva, ma tuttavia oggi grandeggiante, di controllare formidabilmente i contrasti e le convulsioni che minacciano l’esistenza del suo regime.

(Dalle «Tesi della Sinistra», Natura, funzione e tattica del Partito di classe)

Il regno della dissipazione

Come certe dimensioni e numerazioni in uso negli studi astronomici, la traduzione in cifre dell’enorme sperpero di forza lavoro imposto dal capitalismo provoca una sensazione di istintiva incredulità. Pare incredibile mentre i nove decimi dell’umanità consumano l’esistenza nella miserabile ricerca del tozzo di pane o addirittura soffre la fame che un sistema di produzione così altamente produttivo, di fronte ai sistemi trascorsi, si regga su una dilapidazione mai vista al mondo, sullo sperpero pazzesco, anzi, sulla fabbricazione di prodotti espressamente destinati allo impiego improduttivo.

Un esempio tra mille. Un apposito sottocomitato senatoriale degli Stari Uniti sta svolgendo una inchiesta per assodare le responsabilità dei danni subiti da 106 bombardieri atomici B-36, i quali. nonostante le precauzioni prese dalle autorità del campo di aviazione di Carswell (Texas), hanno riportato avarie durante l’imperversare di un violentissimo ciclone. Un’apposita commissione per una questione di danni facilmente riparabili? Già, perché i graziosi B-36, capaci di trasportare per migliaia di chilometri le bombe atomiche, solo se si guastano provocano perdite di decine e decine di milioni di dollari. Secondo un calcolo fatto dagli esperti aeronautici, i danni provocati dal ciclone ai mastodonti dell’aviazione ascendevano a 18 milioni di dollari, alias oltre 3 miliardi di lire italiane. Uno degli aggressivi apparecchi è andato distrutto. Poco male: 3 milioni e mezzo di dollari circa, ché tanto costa uno di tali mostri di distruzione. E se l’anti-atomico ciclone ci avesse reso il servigio di scassare tutti i 106 B-36, a quale cifra sarebbe asceso il danno? Fatto il facile calcoletto ed espresso in lire italiane il risultato, avremo la modesta cifra di 250 miliardi di lire circa.

Con una spesa di forza lavoro capace di produrre merci per un valore di 250 miliardi di lire che cosa di utile si potrebbe costruire? I teorici da strapazza della CGIL sono lì pronti a dirlo a chiunque abbia voglia di ascoltarli. Ma noi non li seguiamo affatto su tale via, non fosse altro che per il fatto che le spese di armamento degli Stati Uniti, che fino a pochi anni fa, e cioè al tempo dell’alleanza russo-americana e degli affitti e prestiti erano una manna caduta dal cielo, solo oggi sono scoperte per quello che sono. I milioni di dollari spesi per i 106 bombardieri atomici sono solo una goccia nel mare magnum della produzione di guerra passata, presente e futura. Ma, e qui appare il vero volto dello stalinismo e del pacifismo di tutti i colori, il carattere sperperativo del capitalismo non si appalesa solo nella produzione degli armamenti. Provatevi a fare un elenco delle cose che quotidianamente capitano sotto gli occhi, dalle lambrette agli spaghetti in scatola, cose inutili o dannose, in ogni modo prodotte solo in vista del profitto,e vi convincerete come è immenso lo stuolo delle produzioni in cui si sperpera, senza utilità sociale, la forza lavoro delle masse. E immaginate quale enorme sollievo si arrecherebbe allo sforzo di lavoro sociale, e di quanto salirebbe il montante dei beni di consumo e dei servizi utili, se la gigantesca macchina di produzione posseduta dal capitalismo fosse convogliata verso obiettivi sociali e non di dominazione di classe.

A fare ciò basterebbe, secondo i teorici pacchiani del pacifismo, abolire la produzione delle armi! Intanto loro stessi, e basta leggere un qualsiasi foglio cominformista, propongono di incrementare rami di produzione completamente estranei ai reali interessi delle masse lavoratrici, come le automobili utilitarie, le motoleggere, i transatlantici di lusso, gli alberghi alla moda, le sigarette, le cravatte policromatiche, i films di gangsters ed altre diecimila voci di prodotti inutili o idioti, creati dalle necessità della concorrenza capitalistica. Ammessa per un attimo la inverosimile ipotesi di un capitalismo senza eserciti e guerre, esso non sarebbe meno sciupone, dilapidativo, distruggitore di forza lavoro di quello reale, e purtroppo incorreggibile, in cui viviamo.

Se un colpo di vento, sia pure ciclonico, può mettere a repentaglio e distruggere in un battibaleno un prodotto del lavoro sociale equivalente a centinaia di miliardi di lire, che forse è danno accostabile a quello prodotto a suo tempo dal diluvio universale inflitto da Domineddio all’umanità peccatrice, il sostanziale fondamento di pazzesco marasma della produzione capitalista non ha bisogno di altra dimostrazione, ma solo di un più possente ciclone, non atmosferico ma sociale e politico che scalzi alle fondamenta la dominazione borghese.