Partidul Comunist Internațional

Compagna 1922/9

PER LA DIFESA DEI DIRITTI del proletariato femminile

Al Congresso dell’Internazionale di Amsterdam il Comitato Esecutivo propose che le operaie fossero organizzate separatamente dagli operai.

Tra l’ilarità generale e la indifferenza dei congressisti, che ritenevano cosa superflua occuparsi e perdere tempo a discutere ciò che può interessare le donne operaie, la discussione di tale proposta e dei problemi femminili fu rimandata al prossimo congresso.

Noi sosteniamo che solo l’unione di tutte le forze operaie, che solo il fronte unico di tutti i proletari potrà impedire la distruzione della classe operaia come classe, e solo la lotta generale di tutte queste forze riuscirà a frenare lo scatenarsi della reazione fascista ed industriale. Appunto perché noi crediamo solo nella forza del proletariato unito, siamo contrari alla costituzione di organismi sindacali femminili.

Quale utilità ne ricaverebbero le donne lavoratrici, dalla creazione di questi organismi? Essi servirebbero soltanto a far rimanere sempre più in una condizione di inferiorità l’operaia in confronto dell’operaio, tanto nella differenza delle paghe che nei miglioramenti morali.

Le donne coi bassi salari fanno una larga concorrenza alla mano d’opera maschile, colla crisi e la disoccupazione che imperversa, questa concorrenza si accresce creando una lotta continua tra sfruttati di diverso sesso. Colla divisione delle forze proletarie, creando organismi sindacali femminili, questa lotta fra operai ed operaie si accentuerà ottenendo cosi i risultati desiderati dagli industriali: non più lotta di una classe contro il capitale, ma lotta fra sfruttati di diverso sesso.

Cosa ha fatto e cosa intende di fare l’Internazionale di Amsterdam per eliminare questa situazione? Nella realtà, noi constatiamo che nulla essi hanno fatto in favore delle condizioni del proletariato femminile.

Nessuna lotta è stata ingaggiata perché le paghe delle operaie fossero uguali a quelle degli operai. Dopo la guerra le operaie furono licenziate in massa per far posto agli smobilitati. In certi casi esse vennero poi riprese con le paghe diminuite.

Le organizzazioni sindacali della F. S. I. di Amsterdam nulla hanno fatto per difendere i diritti più elementari delle operaie; nulla contro l’inferiorità dei salari femminili e contro la soppressione delle otto ore, poiché dobbiamo riconoscerlo nelle industrie e nei laboratori dove la maestranza è in maggioranza formata dal proletariato femminile si verificarono i primi casi di soppressione delle otto ore.

Dovunque le organizzazioni aderenti ad Amsterdam ammettono i salari inferiori per le operaie tollerando per queste – dopo averle durante la guerra spinte nei laboratori e negli stabilimenti a fabbricare gli strumenti fratricidi – i loro licenziamenti come la cosa più naturale di questo mondo.

Quale opera va invece svolgendo l’Internazionale dei Sindacati Rossi? Il Congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi ha votato la seguente risoluzione sulla partecipazione dell’operaia al movimento sindacale rivoluzionario:

„Gli aderenti all’Internazionale dei Sindacati Rossi devono sforzarsi di guadagnare le operaie al loro movimento. La creazione di organizzazioni sindacali speciali per le operaie non può essere ammessa.”

Il proletariato è uno. Le sue organizzazioni devono essere formate per branca di industria e non per il sesso dei lavoratori.

L’Ufficio Esecutivo dell’Internazionale dei Sindacati Rossi invita i compagni ad applicare questa risoluzione iniziando energicamente una campagna:

1. Contro la costituzione di speciali sindacati per le operaie;

2. Per l’ammissione delle donne nei sindacati che non l’acconsentono ancora;

3. Per principio: Uguale salario per uguale lavoro.

4. Contro tutte le restrizioni alla protezione legale del lavoro femminile;

5. Per l’efficace protezione della madre e del fanciullo.

E’ necessario quindi di far conoscere alle salariate a tutte le sfruttate del capitalismo queste rivendicazioni e conquistarle al nostro movimento.

I sindacati rivoluzionari e gli aderenti all’Internazionale dei Sindacati Rossi devono prestare alla loro azione fra le operaie una maggior cura che per il passato. E’ ormai tempo di mettersi all’organizzazione metodica delle operaie e di affidare tale compito a dei militanti dotati di un profondo senso di responsabilità. E’ necessario che le organizzazioni sindacali che seguono le direttive comuniste si occupino seriamente di queste questioni. Le compagne ed i compagni lavorino assiduamente in quelle organizzazioni dirette da riformisti per far conoscere alle masse operaie che cosa intendono fare i comunisti per tutelare gli interessi delle lavoratrici.

Se lavoreremo bene, e con volontà non tarderemo ad ottenere anche in questo campo ottimi risultati.

Tutti al lavoro dunque per attrarre nelle nostre file le grandi falangi delle lavoratrici, oggi più che mai infamemente angariate e sottoposte nelle fabbriche ad un regime di schiavitù.

PICCOLATO RINA

Alle lavoratrici

Voi che maggiormente siete le vittime della miseria, perché su di voi pesa la responsabilità di tutta la famiglia, voi che logorate la vostra vita nelle officine e dovete poi ancora sbrigare il lavoro della casa, voi donne tutte, eterne schiave, avete mai pensato ad una possibile vostra liberazione?

Voi pensate con rancore a tutti quelli che godono delle bellezze della vita, ma ai vostri occhi pare impossibile che si possano limitare le ricchezze degli altri, per lenire un poco le vostre miserie. Io vi dico, donne. che sbagliate pensando cosi.

Tutto è possibile a noi, purché noi ne abbiamo il coraggio. E’ tempo che la nostra situazione cambi, Abbiamo sofferto troppo, ed oggi soffriamo più che mai.

Ora che ci sentiamo più oppresse, dobbiamo comprendere come soltanto il Partito comunista combatte per redimere il proletariato. Stringiamoci attorno a questo partito; se dapprima saremo poche, se la nostra via sarà piena di ostacoli, pure non retrocedere. mai di un passo, e vedremo che a noi si aggiungeranno altre schiere di sfruttate così che formata una grande colonna, ci uniremo a quella dei nostri compagni per marciare assieme impavide e risolute fino a che non avremo raggiunto il nostro scopo, il comunismo.

GIORGIA FONDA (Pola)

Femminilità

Sono molti coloro che paventano l’emancipazione della donna nella tema che questa venga a perdere la sua femminilità. 

Non la femminilità intesa nel senso fisico, perché è ormai assurdo parlare di grazia femminile quando sono a migliaia e migliaia le donne che la necessità spinge ai più duri lavori, lavori che vanno dall’aspra fatica dei campi che indurisce i lineamenti, all’atmosfera malsana e pesante delle filande ove ogni grazia sfiorisce in breve volger di tempo. Ma della femminilità che si compendia nella dolcezza, nella remissività, nello spirito di sacrificio che sono innati nell’animo di ogni donna ancora ligia ai pregiudizi dell’educazione borghese. Qualità che si riducono poi alla più assoluta mancanza di volontà, all’abdicazione completa della propria personalità.

Questa femminilità, che si potrebbe piuttosto chiamare schiavitù morale ed intellettuale, tanto cara agli egoisti incoscienti, tanto sostenuta dai difensori della borghesia, è un buon puntello, anzi, una necessità della società capitalista.

La maggioranza delle donne pensa ancora che sia suo dovere quello di eternamente obbedire, di sempre piegare dinanzi alla volontà di quelli che ella ritiene autorità superiori. In conseguenza di questo, la loro vita non è che una serie di sacrifici, di fatiche, di abnegazioni sopportate con santa rassegnazione, perché d’altronde esse pensano che quella era pure la croce della loro madre, della loro nonna, sanno che per tutte le altre donne è pure così e nella convinzione che debba essere eternamente così si prestano alla perpetuazione di questa mentalità educando le loro figlie pure così.

Questa falsa mentalità è il primo ostacolo della marcia verso l’emancipazione femminile, ed in essa hanno origine tutti i mali che pesano sulle spalle delle donne lavoratrici.

Lo spirito di adattabilità, tanto innato nel temperamento femminile, se fra le pareti domestiche può qualche volta essere un merito, trasportato nella fabbrica e nel laboratorio è pericoloso poiché diventa un’arma potentissima nelle mani del capitalista per sottoporre le donne ad un maggior sfruttamento.

Difatti è in grazia della remissività, della debolezza, chiamiamola pure femminilità, della maggioranza delle donne lavoratrici, se queste sono ancora in condizioni di sotto-salariate.

Le donne lavoratrici danno alla collettività il loro contributo di lavoro e sacrificio e per questo hanno diritto a migliori condizioni di vita, ma ogni miglioramento non si ottiene che attraverso alla lotta e coll’unione delle forze proletarie.

Le donne proletarie devono dare il loro contributo alla lotta che il proletariato conduce per la sua emancipazione, ma per dare un contributo di lotta devono trovare in sé stesse il coraggio d’affermare le proprie aspirazioni e la propria personalità liberandosi da una femminilità stupida e nociva.

Per l'organizzazione delle donne di servizio

Abbiamo già rilevato il fatto che le donne di servizio, le quali, specialmente nelle grandi città, costituiscono una categoria di lavoratrici abbastanza numerosa, non posseggono ancora una propria organizzazione economica, che ne tuteli almeno diritti e gli interessi immediati. Le donne di servizio per quanto numerose lavorano isolatamente nelle case borghesi e piccolo-borghesi, senza avere fra di loro alcun rapporto: per questo non è sorta ancora una loro organizzazione di classe che ponga un qualche limite all’indegno sfruttamento di queste lavoratrici della casa.

Il lavoro delle donne di servizio è particolarmente mal retribuito per il modo speciale con cui esso viene offerto e per la concorrenza che esiste fra le stesse offerenti, le quali, pur di essere assunte in servizio, non si preoccupano del danno cagionato a tutta la categoria dall’accettazione di una diminuzione del salario o della tariffa oraria. Questa assoluta mancanza del più elementare senso di solidarietà e di ogni consapevolezza dei propri diritti e dei propri interessi si spiega considerando, oltre che il modo particolare con cui si svolge l’attività di queste lavoratrici salariate, separate dal resto dell’esercito proletario con cui non possono avere che scarsi rapporti, il fatto che esse provengano in massima parte dalla campagna e sono assolutamente impreparate all’esame ed alla comprensione della loro situazione di sfruttate, predisposte a riconoscere passivamente e fatalisticamente il diritto del padrone ed a sottomettervisi.

Quando la famiglia del piccolo proprietario di campagna è molto numerosa e la scarsa proprietà terriera non basta a provvedere il pane ed il lavoro a tutti i suoi membri, le figlie vanno a cercare lavoro nella città; e poiché non hanno imparato alcun mestiere particolare s’impegnano in qualità di donne di servizio. Quasi sempre le signore piccolo-borghesi cercano le loro domestiche in campagna durante i mesi della villeggiatura, sapendo che le giovani inesperte campagnole facilmente ed inconsapevolmente si adattano al grado ed alle forme peggiori di sfruttamento. Nessun orario, infatti, stabilisce, fino ad oggi, un limite alla molteplice attività loro richiesta: esse debbono ripulire la casa, lucidare i pavimenti, fare la spesa, preparare il pranzo, lavare, stirare, rattoppare senza che sia loro concessa nella giornata un’ora in cui riposare, od uscire libera- mente, od occuparsi in un modo indipendente. E questo loro incessante lavoro è compensate con un salario che varia dalle 50 alle 100 lire mensili; col mantenimento consistente nel vitto concesso nei modi e con le forme più grossolane ed umiliante; alle donne di servizio si mandano in cucina gli avanzi del pasto, perché esse li consumino frettolosamente fra un servizio e l’altro: la donna di servizio non deve sentire il bisogno o il desiderio della tavola apparecchiata che l’uso ha consacrato anche nelle masse più modeste, e di cui sono privi soltanto i vagabondi, gli accattoni, i quali mangiano sulle soglie delle case il boccone loro concesso in elemosina. A ciò si aggiunge l’odiosa, umiliante vigilanza della padrona la quale specialmente nelle conversazioni che si ripetono a giorni fissi durante l’ora delle visite, lamentano sempre la voracità delle donne di servizio che mangiano troppo e che si rifiutano di finire i pezzi di pane avanzati da un giorno all’altro, le creme andate a male ed altri simili scarti di tavola, e che aumentano ogni giorno le loro pretese.

Odioso è il modo con cui si provvede al mantenimento di queste maltrattate lavoratrici; ma non meno odioso è il modo con cui esse sono alloggiate, e specialmente nelle case piccolo-borghesi. In generale, come non si riconosce alle donne di servizio il diritto di avere una tavola, non si riconosce loro quello di avere una camera propria: le donne di servizio dormono quasi sempre in letti improvvisati preparati la sera in un angolo della cucina, impregnato dell’odore dei cibi, e, nei casi più fortunati, separato dal resto della cucina mediante una tenda od un paravento; oppure dormono nella stanza d’ingresso, per cui, costrette il mattino ad alzarsi prestissimo, debbono la sera tardare a coricarsi fino a quando è cessato il passaggio dei membri della famiglia nell’ingresso della casa.

La donna di servizio si ritiene fortunata quando può dormire nel gabinetto da bagno, o in uno di quei vani terribilmente malsani, dove non entra mai la luce e dove non è mai possibile ricambiare sufficientemente l’aria; che, nelle case moderne sono appositamente costruiti in ogni appartamento, nei ritagli di spazio non altrimenti utilizzabili, per le donne di servizio.

Tali sono le condizioni materiali di vita offerte alle donne di servizio in compenso del loro lavoro incessante ed opprimente: a cui si deve aggiungere il pessimo trattamento morale a cui sono sottoposte, I maltrattamenti, le umiliazioni, le ridicole insensate esigenze a cui debbono adattarsi, il modo crudele con cui è loro vietata qualsiasi possibilità di vivere, di sapere, di leggere.

Sappiamo di certe donne di servizio che non volendo rinunziare al piacere di leggere qualche volta un libro od un giornale sono costrette a tenerlo nascosto ed a leggerlo durante la notte, avendo anche dura di nascondere ai padroni l’uso di un’ora di luce; di altre a cui è rimproverata, ad esempio, la cura anche minima dell’acconciatura e della toeletta, di altre condannate a sopportare le più ridicole e deplorevoli manifestazioni della “nervosità” e della originalità dei padroni stupidi e presuntuosi. Oppresse dall’eccesso di lavoro, umiliate, maltrattate, passano di casa in casa, cercando sempre qualche lira di più al mese, o un po’ meno di dura fatica; cercando almeno la casa in cui non si debba ogni settimana lavare tutto il bucato, o lucidare troppi pavimenti, o logorarsi in qualche altra insopportabile fatica.

Vi sono poi le donne che vanno a servire ad ore, meno felici di quelle che vivono nelle case dei padroni, ma retribuite o trattate peggio di tutte le altre categorie di lavoratrici, Durante la guerra, poiché le proletarie trovavano più facilmente lavoro nelle fabbriche, e in campagna tutte le donne erano occupate a coltivare la terra abbandonata dagli uomini, si era prodotta una vera crisi delle donne di servizio ed un conseguente aumento della loro paga oraria,

Oggi quanto più la disoccupazione cresce e s’allarga, tanto maggiore diventa l’offerta della mano d’opera anche in questo campo di attività; per cui crescono le esigenze dei padroni e diminuiscono i salari. Strette dal bisogno, molte proletarie accettano queste condizioni, tanto più che ciascuna di esse si trova sola ad affrontare la situazione, a combattere coi padroni che speculano sulla disoccupazione e sulla miseria della classe lavoratrice; ma quelle che già lavorano nelle fabbriche ed acquistarono una prima consapevolezza dei loro diritti si rendono conto della loro situazione e della ingiustizia di cui soffrono. Noi vorremmo che in questo giornale, il quale raccoglie la voce e la volontà di tutti gli sfruttati, fossero espresse le loro proteste; fossero dette le miserie, le amarezze i maltrattamenti a cui esse sono condannate; fossero dette dalle interessate e da quei compagni e da quelle compagne che sono in grado di comunicare delle notizie delle informazioni riguardanti le condizioni di queste lavoratrici della casa, le loro aspirazioni, i loro bisogni più urgenti. Dall’esame della loro situazione attuale si potrebbe dedurre un programma di richieste, di rivendicazioni immediate riguardanti i salari, gli orari di lavoro, le condizioni di mantenimento, di alloggio, di trattamento da presentare alle donne di servizio, che potrebbero proporsene la realizzazione. Un primo gruppo di lavoratrici della casa che formulasse queste prime elementari richieste, potrebbe diventare il nucleo di una nuova organizzazione di classe, la quale ha ragione di essere non meno delle altre organizzazioni di lavoratori, che tutelano gli interessi dei loro aderenti, e che rappresentano la volontà e la forza. 

Noi vogliamo iniziare quest’opera di organizzazione; radunare in quest’opera di organizzazione; radunare un primo gruppo di queste lavoratrici maltrattate e indifese. E invitiamo i compagni e le compagne, oltre che le lavoratrici salariate della casa, ad interessarsi di questa questione, ad esprimere attraverso al nostro giornale i loro pensieri ed i loro giudizi in proposito.

CAMILLA RAVERA