Partidul Comunist Internațional

Il Sindacato Rosso (II) 1

« Coesistenza pacifica »

Capitant, ministro gollista della giustizia del passato e dell’attuale governo francese, ha varato la pretesa nuova formula reazionaria, presa in prestito dal fascismo italiano e tedesco, e codificata, nel linguaggio, veramente pregnante, dell’opportunismo internazionale, di origine staliniana: « coesistenza pacifica tra capitale e lavoro » che gli attuali apologeti chiamano anche, in modo molto significativo, « il socialismo nazionale francese » fatto dalla « democrazia repubblicana », come si definisce il partito fascista di De Gaulle. La tecnica di realizzazione della « coesistenza » di per sé non ha molta importanza, perché è un miscuglio di parole sintetizzato nella « cogestione ». Cogestione significa gestire l’economia dell’azienda e, per estensione, della nazione da parte delle due forze sociali il capitale e il lavoro salariato ai quali il fascismo gollista aggiunge una terza, la direzione dell’impresa: una cogestione a tre, dove il segreto della trappola sta proprio nella terza che dovrebbe essere l’ideale sintesi delle due forze reali, quella del capitale e quella del lavoro.

La Sinistra Comunista ha già affrontato questa bestia coesistenziale sin dalle sue lontane origini, sulla base della dottrina di Marx che riconduce la « cooperazione » tra capitalisti e proletari alle basse speculazioni piccolo-borghesi e anarchiche nelle note polemiche con Proudhon. Quando il piccolo movimento dell’Ordine Nuovo torinese esordì con i Consigli di fabbrica, affidando loro compiti di graduale appropriazione della gestione delle imprese, la Sinistra Comunista, che costituiva la sinistra del vecchio P.S.I., e che poi dirigerà il Partito Comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale, mise subito il dito sulla piaga dell’operaismo immediatista e indicò i pericoli che celava la formula tanto cara a Gramsci.

Per il marxismo rivoluzionario e per la sua organizzazione politica, il partito comunista, la questione del potere non si riduce alla gestione aziendale dell’economia e quindi non è affidabile a consigli di fabbrica, né tanto più prima ancora che l’insurrezione vittoriosa abbia distrutto il potere politico del capitalismo; ma riguarda lo Stato e quindi è di pertinenza del Partito e degli organi nemmeno di categoria degli operai ma politici su base territoriale e non produttiva, quindi implicitamente anticorporativi.

Erano i Soviet, allora espressi dall’Ottobre in Russia, gli organi del potere proletario, diretti esclusivamente dal Partito Comunista. I Consigli di fabbrica rappresentavano solo degli strumenti tecnici, periferici, buoni ultimi nella gerarchia del nuovo potere rivoluzionario.

Gramsci pretendeva, invece, in netto contrasto con gli insegnamenti della dottrina marxista e della Rivoluzione d’Ottobre, che fossero i pilastri del potere e che inoltre il potere di classe emanasse dalla periferia verso il centro. Hanno ragione le nuove leve dell’opportunismo, i « cinesi », i sinistroidi, ecc., a richiamarsi a Gramsci, come al loro maestro, e ad invocare quella « democrazia operaia » che nei fatti significa esattamente la morte del centralismo marxista e quindi la resurrezione, almeno letteraria, del federalismo anarchico. Nell’imbastardimento generale, poi, i consigli di fabbrica sono divenuti, sebbene solo sulla carta, i consigli di gestione fiancheggiatori della direzione aziendale, organi di collaborazione effettiva tra maestranze e aziende, cioè tra lavoro e capitale; e la collaborazione periferica, aziendale, attuata realmente durante la seconda guerra imperialistica, ha dato vita, prendendo le mosse dai rapporti interstatali, alla famigerata « coesistenza pacifica » tra opposti sistemi, secondo l’espressione di russi e di staliniani, che tradotta in politica sociale ha significato e significa convivenza tra proletari e padroni, tra classi sociali opposte, su un piede di parità, ovvero di democrazia, la cui camera di compensazione sarebbe il governo dello Stato centrale poggiante sul parlamento, inteso come libero organo di espressione e di emanazione degli interessi dei diversi strati sociali, tramite le loro formazioni politiche; dove – è ormai chiaro anche ai ciechi – lo Stato non è considerato quella macchina di repressione della classe che detiene la ricchezza sociale, ma falsamente, una macchina al di sopra delle classi, che chiunque può afferrare e mettere al proprio servizio.

De Gaulle, ovvero il fascismo internazionale, com’è facile notare, non ha avuto bisogno di dettare nuove dottrine e nuove teorie sociali; gli è bastato soltanto riprendere le ormai classiche armi della controrivoluzione, che i partiti traditori hanno da decenni, offerto al potere capitalistico, e ripresentarle alle classi sociali, sottolineando l’urgenza che la collaborazione di classe, la pace sociale è ora che escano dal vago e dall’instabile e siano veramente affermate attraverso l’altrettanto classico metodo dell’instaurazione di un « potere forte ». Ecco la chiave di tutti gli enigmi: quella del potere, quella dello Stato. È inutile elucubrare su formule, su dosaggi di maggioranze precostituite o meno, su accordi preventivi tra partiti e bande rivali. Senza un « potere forte », cioè apertamente dittatoriale, libero di manifestare e di « usare e abusare » della propria forza, non esiste né « cogestione », né « autogestione ». (Quel fanfarone di Tito, dopo oltre venti anni di « autogestione » delle imprese ha finto di accorgersi solo ora che le cose non vanno per il verso giusto, per quello capitalistico, ed invoca « ordine », « disciplina », con tutti gli annessi e connessi di una maggiore produzione, ecc.); senza la mano di ferro che obblighi gli operai a restare inchiodati nelle fabbriche alle condizioni dettate dalle esigenze di esistenza del capitalismo, non ci sono che frasi vuote. De Gaulle, come il fascismo in generale, ha questo merito, se di merito si può parlare, quello cioè di chiamare le cose col loro vero nome.

Repubblica e la democrazia – ha commentato il nuovo duce – dovete realizzare nei fatti il contenuto della democrazia repubblicana, cioè la pacifica e civile convivenza di tutte le classi sociali, di conseguenza dovete assicurarne i mezzi: uno Stato forte, inflessibile. Il gioco è fatto, come tutti i proletari sanno. Lo Stato si è rafforzato nel solo modo possibile, con carri armati, poliziotti e la vigliaccheria dei partiti traditori e delle classi piccolo-borghesi, sempre pronte a prostituirsi al più forte per poi pugnalarlo alla schiena quando la fortuna gli volta le spalle.

Quando De Gaulle, per mezzo del suo ministro Capitant, ha lanciato il « nuovo » verbo sociale, la verità delle verità, i suoi avversari politici sono rimasti attoniti, non hanno avuto nulla da obiettare. La Confindustria francese, per bocca del suo segretario generale, ha addirittura esaltato la « cogestione » e il segretario generale, manager di un complesso industriale di 4000 operai ha esplicitamente dichiarato che nella sua azienda si pratica la « cogestione » da oltre un decennio con risultati strabilianti nel campo produttivo, dove la produzione è aumentata mediamente del 12%, non ci sono stati mai conflitti di lavoro, niente scioperi (è a questo, ovviamente, che si mira, come per Mussolini e Hitler), ecc. I Sindacati cosiddetti cristiani hanno plaudito, quelli gollisti pure, ed anche quelli cosiddetti socialisti di Force ouvrière. Al solito le obiezioni sono venute dalla CGT e dal PCF, in modo tale che il fascismo gollista non ha che da ringraziare questi fedeli servitori dello Stato del capitale. Le obiezioni mosse dalla CGT non sono rivolte alla « cogestione » in quanto tale, ma al fatto che alla « coesistenza pacifica » in fabbrica deve corrispondere la « coesistenza pacifica » nella società, che alla « cogestione » aziendale, deve corrispondere la « cogestione » statale. CGT e PCF, cioè, continuano ad ingannare i proletari facendo loro credere che sia possibile la convivenza tra padroni e operai, tra capitale e lavoro, alla condizione che anche loro siano chiamati al governo dello Stato.

Loro, la CGT e il PCF, sono già stati alla guida dello Stato nel 1936 con il solo e preciso compito di salvare l’economia nazionale dissestata per poi affidarla a nuovi governi di preparazione alla seconda carneficina capitalistica. Vorrebbero ripetere il giuoco, ma i tempi sono mutati e il capitalismo non intende correre rischi con finte manovre, preferendo, invece, instaurare, quando il pericolo incalza, – ed in Francia il maggio-giugno 1968 è stato un ammonimento storico – un regime apertamente dittatoriale fascista, senza copertine democratiche. Perché la storia della lotta di classe, dal 1919 fino al suo scioglimento rivoluzionario, presenta questa caratteristica: essa si svolge nell’era della rivoluzione proletaria e della parallela controrivoluzione capitalistica; o si afferma la dittatura fascista del capitale, o vince la dittatura comunista del proletariato. Ogni via di mezzo è ormai tramontata. La democrazia non può che trasformarsi in fascismo, ed il fascismo non può che essere definitivamente battuto dal proletariato armato sotto la guida del partito comunista internazionale.

Il Sindacato di classe e il partito politico di classe, il partito comunista, non gestiranno l’economia insieme ad altre forze sociali, ma solo come rappresentanti della classe operaia e nell’interesse esclusivo del proletariato, contro gli interessi di tutte le altre classi, comprese le vili mezze classi, i cosiddetti strati intermedi. Per esplicare questa funzione nella economia non potranno, quindi, gestire, manovrare la nuova macchina statale della dittatura proletaria in cooperazione con altre forze politiche, con altri partiti. La macchina dello Stato proletario sarà diretta dal solo ed unico partito comunista. Queste sono verità assolute, l’abaco del comunista, nozioni che si apprendono nella prima classe della milizia rivoluzionaria, che cinquant’anni fa sapeva a menadito il più analfabeta degli operai il quale risolveva, con il suo sindacato, i contrasti di classe in fabbrica non patteggiando con il padrone sulle lire e sui minuti, ma a suon di potenti legnate, a tal punto che lo Stato era costretto a stare sempre all’erta anche per il più piccolo degli scioperi. Se oggi la polizia non è sempre presente ovvero non è costretta a sparare e manganellare che saltuariamente, lo si deve al monopolio opportunista sui sindacati operai e alla loro politica debosciata, servile, da bottegai della forza-lavoro.

La « coesistenza pacifica » è una truffa … alla russa, imparata dal fascismo, instaurata dal capitalismo con la violenza diretta; è la realizzazione pratica del « socialismo in un solo paese », del « socialismo nazionale », di cui hanno ragione i gollisti di dichiararsi fieri. Gli opportunisti non hanno potuto attuarlo in Occidente perché lo Stato non era nelle loro mani. Nei paesi di « democrazia popolare » la « coesistenza » l’hanno imposta altri De Gaulle, i Tito, i Gomulka, i Dubcek, e chi più ne ha più ne metta. Solo chi manovra lo Stato può imporre la sua volontà. Ed anche in questo ad Est come ad Ovest se non è zuppa è pan molle. Quando il proletariato mondiale instaurerà la sua dittatura di classe, allora la « convivenza » sarà affare delle altre classi per organizzare la difesa dei loro interessi dall’assalto comunista. Il proletariato non solo non può pacificamente coesistere con le altre classi né prima né dopo la presa del potere, ma la sua funzione storica è quella di sopprimere tutte le classi, anche se stesso, perché gli uomini non siano più divisi.

Chi vuol « coesistere », « cogestire », « autogestire », e di riflesso chi vuol « dialogare », « integrare », in realtà vuol subordinare la classe operaia alle altre classi, è un nemico della rivoluzione proletaria. E questo è abbastanza per accomunare i fascisti ai democratici, gli opportunisti ai rinnovatori, i traditori agli « arricchitori ».

La lotta continua

Come è indicato nella testata, Spartaco non ha cessato le sue pubblicazioni. Continua ne Il Sindacato Rosso la tradizione che ci è stato possibile esprimere e impiantare nella classe operaia, quella tradizione di lotte che ha fatto della Sinistra Comunista la continuatrice, unica e sola, degli insegnamenti del comunismo rivoluzionario.

Il Sindacato Rosso è un obiettivo di lotta proletaria, è un traguardo nella via della lotta per la conquista del potere politico che i recenti e non del tutto sopiti moti operai di Francia hanno confermato essere indifferibile. Senza una direzione comunista dei sindacati operai è utopistico pensare alle battaglie per l’abbattimento del regime capitalistico. Così è utopia pericolosa ritenere inutili o dannosi i sindacati di classe, come postulano i mille gruppetti cosiddetti di sinistra.

La battaglia per raggiungere questo risultato è aspra. Noi la conduciamo dal giorno in cui è apparsa la nostra stampa. I frutti di questo tremendo e tenace lavoro tra le masse disorientate e deviate non sono ancora maturi. Ma non mancheranno nella misura in cui non si defletterà dai principi su cui si basa questa lotta storica e mondiale. Solo l’immediatismo piccolo-borghese può ritenere infecondo questo nostro sforzo perché non ha prodotto quella fioritura di proseliti che l’operaismo attivista si ripropone sempre di cogliere ogni volta che, sotto molteplici etichette, crede di aver trovato la formula buona, la „nuova” ricetta. Non esistono ricette, formule magiche, modelli precostruiti su cui ricalcare l’azione per la guida della classe operaia, da applicare con vari esorcismi al reale svolgimento della lotta di classe. Questi ingredienti sono il corredo di bande più o meno inconscie che si affidano al gesto clamoroso, alla frase rovente, ad atteggiamenti iconoclasti per spostare l’asse su cui poggiano i rapporti sociali. Tutti quanti negatori dell’organizzazione di classe, il sindacato unitario ed unico, e del partito politico di classe, sono votati ad alimentare tra le file proletarie il rigetto della preparazione rivoluzionaria, che i grandi partiti opportunisti, i partiti comunisti nazionali e socialdemocratici, hanno per decenni combattuta freneticamente in aperta unione con le classi privilegiate. Lo spettro della rivoluzione ha tolto il sonno ai traditori e ai padroni, ai leccapiedi e ai declassati.

I veri comunisti come non si abbattono per i mancati successi immediati, così non si fanno fuorviare dai facili e fasulli entusiasmi degli ammazzasette, dei contestatori, dei guerriglieri dei licei e delle università. Restano nelle organizzazioni di classe degli operai, anche se i bonzi li cacciano con provvedimenti amministrativi, per scavare la trincea della lotta rivoluzionaria di classe in cui avviare i lavoratori coscienti, per indicare a tutto il proletariato i termini della battaglia che riporti i sindacati alla loro storica funzione di palestre della rivoluzione, che faccia dei sindacati delle fucine di odio di classe contro il capitalismo, per la formazione di una avanguardia agguerrita dal programma del partito comunista internazionale.

Così Il Sindacato Rosso continua la battaglia iniziata da Spartaco e chiama alla riscossa proletaria tutti i reparti dell’armata operaia mondiale.

L’ "Articolazione" uccide la lotta di classe

I bonzi sindacali di tutte le risma, uniti in una nuova Santa Alleanza, ripetono a non finire, con toni di minaccia o di sufficienza, con argomenti «concreti» e miserabili giochi di parole, che lo sciopero generale è un «sogno», un «miraggio», una «calamità». Gli avvenimenti di Francia non li hanno scossi: essi continuano imperterriti nell’opera di sabotaggio e svilimento delle lotte operaie, togliendo al proletariato italiano ogni prospettiva di unità nell’azione, cercando di distruggere anche la semplice speranza che un giorno le cose dovranno cambiare, cercando di spegnere la disperazione e la ribellione degli operai nella palude della routine, nella melma dell’articolazione a maggior gloria del mito aziendale, della produttività e dello sfruttamento.

Lo sciopero generale scatenato dai proletari francesi ha distrutto il comodo paravento delle «differenze» e delle «particolarità» aziendali, regionali o nazionali che siano, riaffermando che lo sciopero generale non solamente è possibile ma è assolutamente necessario al proletariato non solo per le implicazioni politiche da esso messe subito in primo piano, ma anche per superare di slancio l’impasse in cui fatalmente cade la lotta articolata. Basta dare un’occhiata alle lotte più importanti di questi ultimi giorni per accorgersi immediatamente che anche in Italia la situazione operaia è matura per una prova di forza, risultando ormai chiaramente preclusa ogni altra strada che non sia quella della lotta generale ad oltranza, come unica efficace risposta all’attacco aperto del capitale, ai continui licenziamenti, alle paghe di fame ferme da anni.

Tutti gli sforzi dei burocrati sindacali e politici sono indirizzati all’opera di scoraggiamento e di tradimento di ogni moto di rivolta proletaria. I fatti di Valdagno, di Trieste, di Palermo e di mille altre zone dove da tempo divampa la rivolta operaia, insegnano che lo svolgersi delle lotte proletarie porta ormai inevitabilmente allo scontro diretto e violento contro tutte le difese dello Stato nazionale, dello Stato della borghesia. I fatti parlano di continui tentativi generosi di estensione delle lotte nel tempo e nello spazio dimostrando nel vivo dell’azione che solo nella generalizzazione delle stesse lotte si può vedere uno spiraglio di vittoria e che continuare la pratica infame delle inutili lotte articolate significa andare incontro ad una disfatta e ad un peggioramento delle condizioni operaie quali da tempo non si vedevano. L’«armonico edificio» della produttività e del commercio che la borghesia si era illusa di aver costruito e che i traditori di tutti i partiti e sindacati avevano presentato agli operai come qualche cosa di nuovo e, in fondo, di utile, sta andando inesorabilmente in pezzi mentre si preparano per questo nuovi giri di vite sulla pelle degli operai. Di tutto ciò niente deve trapelare nella classe; i proletari devono, secondo gli intenti degli opportunisti, aspettare, credere, obbedire e non combattere, dare la colpa volta a volta a questo o a quel padrone «cattivo», a questo o a quel ministro «reazionario» senza mai superare i limiti che i bonzi hanno posto a salvaguardia dei loro stipendi, senza mai scatenare la loro violenza rivoluzionaria anche nelle lotte rivendicative come preludio a lotte ben più risolutive e generali.

Guardiamo alla realtà delle lotte in Italia durante il mese di maggio: noi vediamo lo scendere in lotta di tutte le più importanti categorie di lavoratori, l’estendersi degli scioperi, la tendenza a sorpassare i limiti imposti dai sindacati in un disperato tentativo di coinvolgere nella battaglia quanti più operai possibili sulla base di rivendicazioni che sono comuni a tutti i proletari e che solo il continuo spezzettamento voluto e imposto dai sindacalisti, può far apparire come «particolari» di una categoria, di una regione o di una fabbrica.

I metallurgici, con in testa gli operai delle Fucine Meridionali, sono stati tra i principali protagonisti. Tutto il complesso Italsider, Falk, Ignis, Alfa Romeo, Breda, Bosco, Dalmine, Fiat, e cento altre fabbriche con centinaia di migliaia di proletari contemporaneamente in lotta. OMC di Livorno, OMFP di Pistoia, Pischiutti di Roma, CMI di Napoli, Tagliaferri, ecc. ecc.

I cantieri Piaggio di Palermo, i cantieri di Trieste, i Navalmeccanici di Ancona, altre migliaia di operai in lotta da mesi, lotta violenta con scontri con le «Forze dell’ordine», arresti, processi e di contro non una parola e un’azione di solidarietà attiva da parte dei sindacati che ostinatamente si rifiutano di unificare tutto il settore in una lotta generale.

I chimici, con il complesso Sclavio, la Litopone di Livorno e tutto il complesso Montedison, la Solvay di Monfalcone, Pirelli, ABCD di Ragusa, il colorificio Boero di Genova, il complesso Chatillon, la Rhodiatoce di Casoria; gli elettromeccanici con la Elsi di Palermo, la Ocren di Napoli, la Superpila di Firenze, la Siemens, Lagomarsino, ecc. ecc.; i tessili con le magnifiche lotte degli operai di Marzotto di Valdagno e di Pisa, con la Lanerossi, Franco Tosi, Riva, tutto il settore delle confezioni in serie dei grandi magazzini, dei mercati, ecc.

I cementieri, da mesi in agitazione all’Eternit, Cementir, Calcestruzzo, Italcementi, Isastrade, Sacci, gli edili romani e di cento altre località, i minatori di Enna e di Agrigento, dell’Isola d’Elba, del Grossetano e dell’AMNI della Sardegna.

Le lotte dei braccianti che interessano ormai tutta l’Italia; e le migliaia e migliaia di fabbriche in sciopero, occupate, al centro di problemi che richiedono una soluzione globale e che invece si votano alla sconfitta certa con il metodo delle lotte articolate, per settore, per categoria, per reparto.

Come possono impunemente giustificare a questo punto i sindacati la loro avversione al metodo dello sciopero generale e senza limiti di tempo, senza palesare a tutti gli operai la loro vera natura di dirigenze controrivoluzionarie? Come possono atteggiarsi a difensori degli interessi operai, interessi contingenti e interessi generali, se quale risultato della pratica infame dell’articolazione, in tutte queste lotte non si combatte per raggiungere risultati nuovi e più avanzati ma semplicemente per tentare, nel migliore dei casi, di contrastare l’attacco padronale e per far rispettare gli accordi sindacali passati ormai da anni nel dimenticatoio, già vecchi prima ancora di averli visti applicati, totalmente al di fuori della realtà della situazione presente? La realtà dell’attuale situazione operaia è un’altra: se i sindacalisti si erano illusi di aver dilazionato lo scontro rivendicativo con la firma degli ultimi contratti da burla, con aumenti del 2 o 5%, miserie che non hanno nemmeno permesso di tenere il passo con l’aumento del costo della vita, con l’intensificazione dello sfruttamento, con la caterva di licenziamenti a cui si assiste da anni e che i sindacati, fin che possono, passano sotto silenzio, se il loro disegno era di rimandare tutto al 1970 ed oltre, secondo il loro metodo preferito di far cominciare una lotta per il rinnovo di un contratto almeno sei mesi dopo che è scaduto il vecchio, ebbene anche questa prospettiva, come tutte quelle della borghesia e dei suoi tirapiedi, è completamente saltata. Se un insegnamento scaturisce dalle lotte di questi ultimi tempi in Italia come nel resto del mondo, è un insegnamento di lotta che non ammette più nessun sotterfugio; gli operai non possono più aspettare né il 1970 né un’altra data fissata dai padroni e dai loro amici sindacalisti, la lotta si ripropone oggi, domani e sempre con violenza ed urgenza estrema (ben lo sanno i proletari tutti) e le prospettive di sviluppo «armonico» vagheggiate, coccolate, coltivate dai mestieranti della politica e del sindacalismo saranno sconfitte nel fuoco delle lotte operaie. Se questa è la prospettiva, e lo è senza dubbio, un dovere urgente si pone ai proletari tutti: prepararsi alla lotta consapevoli delle difficoltà e delle prospettive che ne sono alla base, aprire gli occhi sulla reale portata e sulle reali intenzioni della politica opportunista, prepararsi con fermezza e decisione allo scatenamento della lotta generale.

Gli avvenimenti a cui abbiamo assistito in Francia ed altrove ci devono aver insegnato che, aldilà delle chiacchiere e dei discorsi, una sola è la strada dalla quale, lo si voglia o no, si deve e si può passare. Questo insegnamento, che il nostro Partito ha difeso da anni di fronte alle incredulità e ai dileggi delle canaglie borghesi ed opportuniste, questa prospettiva magnifica di salutare lotta, di volontà estrema, di decisione ferma che da sempre il Partito ha additato ai proletari, è ormai nella realtà delle cose; gli esorcismi degli stregoni opportunisti non la sconfiggeranno, essa è finalmente ineludibile e vicina. Il dovere dei proletari tutti, dei comunisti in primo luogo, è di adoperarsi affinché la necessità impellente della lotta generale non trovi la classe operaia priva di strumenti adatti a condurla, come si è verificato in Francia, e che una parte piccola o grande che sia, ma sempre estremamente decisa, di operai più coscienti e avanzati prenda sulle spalle il compito grandioso di avanguardia delle lotte, degli scontri, delle battaglie proletarie, ricostruendo in questa maniera l’ossatura dello strumento principale della emancipazione proletaria: il Partito Comunista Internazionale, il Partito comunista rivoluzionario.

Le "squadre comandate" organi di crumiraggio legale

Porto Marghera, giugno.

I proletari di Porto Marghera si trovano in questi giorni a combattere su due fronti. Da un lato il Capitale e dall’altro l’opportunismo delle centrali sindacali spalleggiate dai partitacci falsamente proletari. Due fronti per modo di dire, in quanto sappiamo bene a quale carro siano attaccati questi ultimi.

I tre grandi scioperi dei chimici, che hanno interessato la Petrolchimica, l’Azotati e la Fertilizzanti, hanno registrato una percentuale altissima di astensioni, nonostante e contro l’azione dei sindacati, desiderosi come sempre di sedere a trattare.

Nello stesso tempo alla Châtillon la percentuale degli scioperanti ha sfiorato il cento per cento.

La lotta riguarda soprattutto i premi di produzione, ma si estende, come sempre una lotta di classe, alle condizioni generali dei lavoratori, prime fra tutte quelle riguardanti lo sfruttamento del lavoro con ritmi di produzione bestiali e il mantenimento del posto.

Ne deriva una atmosfera generale di collera che invano i reggicoda sindacali del Capitale cercano di dissolvere. Non a caso, nelle assemblee operaie si è gridato, con grande scandalo dei bonzi « FRANCIA! FRANCIA! ».

E con la necessaria premessa che non da noi può essere tollerata una visione spontaneistica delle lotte di classe, che anzi l’abbiamo sempre combattuta come non marxista, non possiamo non sottolineare come la massa, per forza di cose, al momento presente tragga insegnamenti validissimi anche e soprattutto senza la guida dei partiti. Cosicché pur prevedendo sterile di frutti immediati questa eroica lotta proletaria, condotta senza la guida del partito di classe, salutiamo con gioia gli avvenimenti che portano gli operai nelle assemblee a scavalcare e denunciare le direttive forcaiole del bonzume venduto.

Questo per noi significa che la storia torna a far incrociare la strada del proletariato con quella del suo partito comunista e rivoluzionario.

Quello che è accaduto in questi giorni a Porto Marghera è significativo. Alla proclamazione degli scioperi, i sindacati, d’accordo col padrone, cercarono di far accettare alle maestranze della Edison una squadra « comandata » composta da 700 persone. Era chiaro che in questo modo il normale ritmo produttivo sarebbe stato garantito, annullando l’efficacia dello sciopero. In blocco gli operai hanno rifiutato, e con durissimi picchettagi hanno mandato a vuoto la manovra.

In una successiva riunione tenuta in un cinema di Mestre si è poi avuta la conferma del programma di scioperi stabilito in precedenza.

Inutile sottolineare che questo fermo comportamento dei proletari di Porto Marghera ci fa piacere e per la riconfermata volontà di lotta espressa con i fatti dagli operai e per la conferma delle nostre tesi, ormai classiche sul putrido opportunismo delle centrali sindacali.

Nel contesto di questi avvenimenti s’è poi gettato di mezzo il cadavere del movimento studentesco, chiamando a banchetto gli sciacalli de l’Unità e le iene del Gazzettino. Studenti di Venezia sono infatti venuti a Marghera per dar man forte nei picchettagi, ma soprattutto per convincere i proletari a salvare i « valori della cultura ». Cultura borghese, naturalmente. Del fatto, i pennivendoli dell’una e dell’altra parte, hanno tratto gran rumore. I comunisti sedicenti, soprattutto, sono molto occupati a far credere agli operai esasperati che gli studenti, quelli cioè che domani saranno i nuovi aguzzini, i nuovi dirigenti, i nuovi birri del Capitale, sono « amici » e che essi possono procedere assieme nella « protesta » e nella « contestazione ». Esempio funesto sia quello giapponese, che ha tratto proprio dallo studentume comunistoide degli anni cinquanta, i più duri neo-capitalisti degli anni sessanta.

Altra farsaccia intrecciantesi a quella degli studenti, è stata la faccenda della Biennale. Non ne parleremmo, se non fosse per un certo legame poliziesco che la mette in relazione con l’esplosione di collera proletaria che incombe su Porto Marghera. Un battaglione Celere della P.S. occupa Venezia a un tiro di schioppo dalla Zona Industriale della Terraferma. Non ci vengano a dire che tanti sbirri strafottenti, armati fino ai denti pullulano solo per quattro fottuti pittori che vogliono far la loro personale contestazione in questa mostra biennale della prostituzione dell’arte borghese!

Lo stato borghese con la sua sbirraglia aspetta invece al varco il proletario che si sognasse di « fare come in Francia ». Quando le sporche manovre del bonzume fallissero, quando la loro tattica a tre livelli (aziendale, provinciale, nazionale) non riuscisse a imbrigliare la possente spinta rivoluzionaria degli operai, quando il « valore democratico delle lotte rivendicative articolate unitarie (!) » che tanto sta a cuore ai collitorti che guidano la CGIL dovesse dichiarare fallimento, ecco che entrerebbe in azione la macchina repressiva dello Stato, proprio come in Francia. E allora addio alla cultura ed ai suoi valori, addio al dialogo fra studentume e operai.

Questo gli operai di Porto Marghera l’hanno capito bene e sono anche pronti a sostenere il peso della lotta, ed in tal senso si sono espressi nelle infuocate assemblee operaie, mentre bonzi e tirapiedi vari si affannavano in tutti i modi a calmare le acque.

La beffa della "settimana corta"

La FIAT ha adottato la «settimana corta», di cinque giornate con il sabato «libero» per le solite 45 ore. Nel n. 7 di Spartaco avevamo già affrontato la questione e dimostrato che la rivendicazione utile per i salariati non è quella di concentrare lo sforzo lavorativo, ma invece quella della riduzione effettiva della giornata di lavoro a parità di salario e della riduzione effettiva dello spasimo di lavoro.

Dimostrammo anche succintamente che in questo modo la FIAT poteva disporre di una mezza giornata in più per prolungare la produzione e per giocare con cottimi e straordinari, e per ridurre i carichi previdenziali. In sostanza, dicevamo che la «settimana corta» non apportava alcun vantaggio agli operai, ma solo agli strati impiegatizi e aristocratici, che, tra l’altro, non hanno nemmeno scioperato!, e soprattutto all’azienda.

Ora che la «settimana corta» è stata varata, col consenso dei sindacati, dopo una complessa elaborazione di fitti calcoli, in cui nessuno ci capisce nulla, ma che quadrano alla perfezione con gli interessi aziendali, gli operai della FIAT si trovano nella posizione di non sapere come stiano le cose e quale sarà effettivamente il loro orario di lavoro. Ma anche tutto questo è relativamente poco importante dinnanzi al problema centrale, che tutti quanti, sia sindacati, partiti e aziende scansano, cioè quello della riduzione della giornata di lavoro. Qui è il punto e non ci sono elucubrazioni matematiche che spostino il problema.

La FIAT vanta di aver prodotto nei primi sei mesi del ’68 41 mila veicoli in più dello stesso periodo del ’67, di aver aumentato i dipendenti di 5, 6 mila unità e di conseguenza di aver aumentato proporzionalmente i profitti, che il fatturato sia passato da 635 miliardi a 707, ecc.; mentre i salari individuali oscillano in media sulle 90 mila lire mensili. Le cose stanno così e è inutile girare attorno con la panacea dei minuti e dei secondi in cui va divisa la giornata lavorativa per acquetare i lavoratori che si stanno accorgendo della estrema buffonata di cui sono restati vittime per intercessione benevola proprio dei loro stessi bonzi sindacali.

La Stampa, organo della FIAT, esalta la «settimana corta» perché consente agli operai di fare gli acquisti necessari alla loro vita (con quali soldi?). I Sindacati hanno dato un gran sospiro per non essere stati scottati dalla «Francia», che se la sentono ancora bruciare sulla loro pelle. Ora al problema della distribuzione dell’orario di lavoro si è aggiunto quello dei trasferimenti d’ufficio degli operai destinati al nuovo stabilimento di Rivalta, a 25 Km. da Torino, nel quale dovrebbero essere intruppati circa 40 mila dipendenti per le lavorazioni meccaniche FIAT, e quello dei trasporti. È evidente che questi non nuovi ma eterni problemi sono risolvibili solo con una trasformazione razionale della produzione basata non sulla ricerca del profitto d’impresa e dell’accumulazione del capitale ma sui bisogni sociali.

Al potere rivoluzionario sarà relativamente facile risolverli, perché dovrà tener conto solo delle necessità inerenti ai proletari, e salvaguardare innanzitutto la loro integrità fisica. Il capitalismo, da un lato spreme al massimo le energie lavorative per spremere il massimo di lavoro non pagato, generando malattie di ogni tipo; dall’altro ricerca affannosamente i farmaci e i palliativi con cui contenere le conseguenze di questo sfruttamento inaudito. È schiacciato in contraddizioni irrisolvibili.

Il potere rivoluzionario dei proletari, diretto dal partito di classe alla guida dei sindacati operai, potrà effettivamente ridurre in maniera drastica la durata della giornata di lavoro senza intaccare i prelevamenti da parte dei salariati sulla produzione netta, perché non avrà problemi di costi aziendali da affrontare. Ma la riduzione della giornata di lavoro a 36 ore settimanali è un obiettivo che può essere affrontato già in regime capitalista, nella misura in cui le dirigenze sindacali si faranno guidare, sotto la spinta radicale delle masse proletarie, dal partito comunista rivoluzionario. Non esistono alternative o soluzioni succedanee, né «studentesche», né «cinesi» né operaiste in genere. Il proletariato ha la forza fisica di contrapporsi in blocco al padronato, sia privato che statale, presentandosi sotto la bandiera della lotta rivoluzionaria di classe, cioè del programma comunista, e non abbandonando i sindacati operai alla mercé dei burocrati, dei carrieristi e dei traditori di professione.

I Sindacati di classe non sono organi di partito né strumenti dei bonzi, ma organizzazioni sorte storicamente per volontà dei proletari durante un secolo di lotte anche sanguinose e le masse devono riscattarne la direzione indirizzandosi verso il loro unico ed unitario partito che possiede il programma politico, e non ascoltando stonate voci promananti da promiscui raggruppamenti che hanno la pretesa di legare puri salariati con mezze classi senza coscienza e programma, i cui rappresentanti più in vista sono oggi proprio quegli studenti che hanno la prosopopea di possedere un nuovo verbo che alla prova dei fatti è vecchio e fradicio, come appunto questa società in putrefazione.

La riduzione reale dell’orario di lavoro, la riduzione effettiva dello spasimo del lavoro, quindi, non sono un problema che riguardi i soli operai della FIAT e delle grandi fabbriche, ma interessa tutta la massa proletaria, ugualmente schiacciata dall’affannosa ricerca del capitalismo della massima produttività del lavoro. Tutti i proletari, di tutti i paesi, di tutte le categorie, hanno questo comune interesse di classe, indipendentemente dalle loro idee politiche e religiose. Tutti i proletari, allora, sulla base di questo comune interesse possono essere organizzati adeguatamente per una lotta unitaria e coordinata, generale e internazionale, durante la quale è indubbio che lo slancio amalgamerà ancor più tutti i reparti proletari per fare di tutte le rivendicazioni un’unica rivendicazione: quella del potere.

È una prova di più, questa, a favore della nostra critica spietata contro l’articolazione e la polverizzazione delle rivendicazioni e delle lotte operaie. È una prova di più della giustezza del nostro indirizzo in seno alla CGIL, quello di assegnare ai sindacati la funzione di organizzare l’armata proletaria nell’esercizio delle lotte rivendicative quotidiane. Ma per ridare ai sindacati la loro originaria funzione è indispensabile cacciare i capi infedeli, cambiare radicalmente la loro guida, invertire totalmente l’indirizzo di lotta, scavare quella trincea di classe per impedire che le organizzazioni economiche della classe operaia restino al servizio dello Stato, del padronato, dell’opportunismo traditore, degli interessi aziendali e nazionali, della pace tra lavoro e capitale.

I forti reparti proletari delle grandi concentrazioni aziendali possono vantare un solo privilegio: quello di dare il segnale della lotta a tutta la classe, di propagare l’incendio sociale a tutti i lavoratori, in ogni località, in ogni azienda. È in queste aziende che va moltiplicato lo sforzo del partito per organizzare con i suoi gruppi di fabbrica e sindacali la trasformazione dei sindacati operai in Sindacati Rossi al servizio diretto della Rivoluzione comunista.

Rivoluzionari da operetta

D’accordo con l’opportunismo del P.C.I. e dei partiti socialisti, il calderone denominato «Potere Operaio» ripete sino alla nausea che il marxismo ortodosso è superato, è vecchio, e che occorrono nuove formule. Le nuove ricette dei partiti opportunisti sono quelle vecchie ammuffite socialdemocratiche; e quelle nuove degli operaisti sono le altrettanto vecchie e stantie dell’anarchismo, del sindacalismo e addirittura del premarxismo. Cosicché obiettivamente essi sono sostegni di «sinistra» dei malvagi partiti traditori della classe operaia, perché contribuiscono ad importare tra le masse concezioni, metodi e pratiche ormai storicamente battuti.

Primo punto: il partito.

Per Marx e per noi non si tratta di conquistare «un giusto salario per un giusto lavoro», ma di lanciare il grido rivoluzionario «abolizione del lavoro salariato». Quindi prospettare alle masse proletarie una eterna lotta per i miglioramenti salariali ed economici in genere, e peggio per riforme impossibili in regime capitalistico, come fanno i partiti opportunisti, significa rompere il legame tra lotta economica e lotta politica, cioè uccidere il partito politico di classe, soltanto per mezzo del quale il proletariato esiste come classe storica.

I «potereoperaisti», dal canto loro, non possono uccidere il partito che, anche per essi, non esiste, ma ne impediscono il risorgere contribuendo a mantenere la separazione artificiosa tra le lotte operaie immediate e la direzione del programma comunista che essi negano. Essi sostengono di dover svolgere l’essenziale compito di «stimolare» le lotte economiche, facendo credere che gli operai non potrebbero lottare senza il loro immarcescibile stimolo. La balla è grossa, tant’è che si differenziano dai bonzi della C.G.I.L. solo perché gridano più forte e infiltrano tra i proletari i loro adepti, studenti soprattutto; non potendo dare un indirizzo programmatico di rivendicazioni e di lotte contingenti, che si leghi ad una visione generale. In tal modo, ritenendo costoro che l’essenziale sia l’azione immediata, ripetono la trita giaculatoria socialdemocratica che «il fine è nulla, il movimento è tutto», e che il partito sorgerà – se dovrà sorgere – dal movimento spontaneo degli operai. Lenin spiegava nel Che fare? che coloro che seguono la spontaneità operaia sono dei «codini», perché il limite massimo della lotta spontanea degli operai è quello sindacale, rivendicativo. Ma per Lenin e per noi questo non basta, e ritenerlo sufficiente e peggio essenziale è addirittura controrivoluzionario, perché ogni lotta degli operai è storicamente efficace alla sola condizione di essere diretta ed inquadrata dal partito comunista. Elevare cioè la coscienza spontanea degli operai alla coscienza generale del partito, e non degradare il partito allo spontaneismo, all’immediatismo.

Quindi quello che è urgentemente necessario agli operai è il programma storico, l’indirizzo politico, cioè il partito di classe, il partito comunista rivoluzionario, e non rifritti stimolanti, chiacchiere all’infinito, surrogati piccolo-borghesi che proprio il «Potere Operaio» tenta di importare per mezzo di studenti sfaccendati in cerca proprio loro di eccitazioni, tra le file proletarie.

Non a caso il P.C.I., il P.S.U., il P.S.I.U.P., si fanno in quattro per dialogare con il movimento studentesco, e di riflesso con gli operaisti e gruppi simili. Gli operai devono respingere le pretese di questi scansafatiche e ributtarli da dove sono venuti: dalla fogna dell’opportunismo.

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In queste ultime settimane si sono tenute conferenze tra studenti e operai, organizzate dagli aspiranti ducetti di un vagheggiato domani, e con la partecipazione immancabile dei bonzi sindacali, per tentare di dare una vernice di dialogo a quello che anche esteticamente è apparso come un guazzabuglio di farneticazioni, un oceano di parole, un imbroglio pietoso, al quale, per fortuna, gli operai autentici si contavano sulle dita di una mano. Ma anche qui è apparsa chiara la congiunzione tra l’opportunismo ufficiale e i gruppetti piccolo-borghesi inglobati nel cosiddetto movimento studentesco. Questi falsi rappresentanti operai hanno tentato la critica democratica alle posizioni sedicenti estremiste, ma non hanno osato – e non lo potevano – attaccare violentemente la montagna di sciocchezze e di schifezze che uscivano a valanga contro le concezioni fondamentali di partito e di sindacato.

Ecco una viva dimostrazione che il dialogo può esistere soltanto tra parenti ed amici e non tra classi sociali. Piccolo-borghesi, studenti, intellettuali etc. possono essere oggetto soltanto di educazione rivoluzionaria, cioè di feroce disciplina proletaria gestita dal partito di classe. Costoro devono essere respinti, quando si presentano con pretese di movimento, di gruppo, di formazione pseudo-politica. La classe operaia non ha bisogno di rivoluzionari da operetta.