Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Programma Comunista 1952/3

A ciascuno le sue elezioni

L’opposizione socialcomunista sta menando alla Camera e fuori vasto clamore sulla riforma elettorale predisposta dal Governo. Truffa elettorale! Con tale apprezzamento si vorrebbe bollare il governo degasperiano, quasi che i governi borghesi fossero accessibili alla vergogna, quasi che esistesse una legge elettorale che potesse definirsi non truffa, non inganno, non ciurmeria demagogica. Un governo borghese «onesto» sarebbe quello che promulgasse leggi utilizzabili dal proletariato per distruggere il suo nemico capitalista? Governi del genere mai se ne son visti, e giammai se ne vedranno, dato che la classe borghese di tutto può accusarsi tranne che di essere fessa.

La lotta tra governo ed opposizione social-stalinista non è affatto una manifestazione della lotta di classe tra proletariato e borghesia; le trascorse collaborazioni ministeriali dei deputati e senatori di Togliatti e Nenni al governo della borghesia italiana stanno li a dimostrare che la contrapposizione dei fronti non esce dal quadro della conservazione e dello schieramento politico borghese. Pure, la via del governo è sbarrata all’opposizione. Come? Con un atto di forza. La legge elettorale che il governo impone, chiamatela come volete, non deriva da inganno, raggiro, imbroglio, ma esprime brutalmente la posizione dominante delle forze governative, le quali, essendo padrone assolute delle forze armate dello Stato, impongono di votare secondo quanto a loro fa comodo. Allora è inutile prendersela con la lettera della legge: perde alle elezioni chi perde sul terreno della contrapposizione della forza materiale, della forza armata.

Esempi dall’estero non ne mancano.

Ai primi di ottobre si sono tenute in Giappone le elezioni politiche. Dalla battaglia di schede uscivano vincitori i liberali del partito di Yoshida, che detiene il governo, responsabile del trattato di pace e del Patto di alleanza con gli Stati Uniti stipulato a San Francisco. I seggi dei socialisti di sinistra, anti-comunisti ma contrari al riarmo e alla politica di alleanza con gli U.S.A. aumentavano da 16 a 54; socialisti di destra, favorevoli al riarmo a condizione, accrescevano anch’essi i seggi passando da 30 a 57. I comunisti incassavano una tremenda sconfitta. Nelle elezioni del 1949 lo stalinismo nipponico aveva totalizzato 22 seggi alla Camera, nella recente consultazione non riusciva ad acchiappare nemmeno un solo seggio. Seggi conquistati: zero.

Questi i risultati. L’Unità del 3- 10, commentandoli, rilevava che parte dei tre milioni di voti, andati al P.C. nelle elezioni del 1949, si sarebbero riversati sui candidati del socialismo di sinistra, e denunciava l’ondata di persecuzioni, di arresti che il governo di Yoshida aveva provocato ai danni dei candidati stalinisti. E’ proprio quello che dicevamo: il partito o la coalizione di partiti che dispone del controllo della forza armata dello Stato, vince le elezioni, ancor prima che le schede scendano nelle urne. Le oneste mammolette alla Concetto Marchesi definiscono ciò arbitrio, ingiustizia, ecc. Ma che succede là dove il potere politico e nelle mani dello stalinismo? Qui si da agli avversari del regime la facoltà legale di rovesciarlo?

Alla fine di ottobre, a meno di un mese dalle elezioni giapponesi, si sono svolte le elezioni politiche in Polonia. L’unica lista in lizza era quella del Fronte Nazionale, che raccoglieva candidati comunisti e paracomunisti. Al povero elettore nessuna possibilità di scelta: o votare la lista del governo o astenersi con tutte le conseguenze del caso. L’Unità annunziava trionfante che il 99 per cento dei voti erano andati ai candidati del Fronte Nazionale. Ci saremmo fatti frati, se fosse successo qualcosa di diverso. Lasciamo che della votazione monocolore si scandalizzino gli ipocriti imbroglioni delle redazioni borghesi. Per il fatto che in Giappone o in Italia si voti su due o cinquanta liste, nulla siamo autorizzati a togliere alla condanna del metodo elettorale come mezzo per impedire lo scontro violento delle classi. Quello che ripugna nelle elezioni-operetta montate dai cominformisti è che simili pagliacciate si fanno sotto il nome del marxismo. Che rivoluzionari sarebbero stati Marx e Lenin se avessero accettato di dare cittadinanza nello stato proletario alle ridicolaggini e alle furfanterie che rinfacciavano alla democrazia borghese?

Ognuno vince le elezioni che indice. Può accadere che il partito X autore della legge elettorale perda le elezioni, ma è provato che il potere passera al partito Y o Z, esponenti degli interessi della stessa classe dominante. E’ quello che è accaduto nelle elezioni americane, i cui risultati, noti mentre andavamo in macchina, ci riserviamo di commentare. Mai, comunque, accadrà che alle elezioni riuscirà perdente la classe dominante e vittoriosa la classe operaia, Ma non è raro che vincano i partiti che pretendono di essere del proletariato: come i laburisti inglesi o gli stalinisti di Polonia. Che è ciò, se non la conferma della legge?

Al traguardo del patriottismo primi gli staliniani

Aprendo a Livorno il Congresso della Fiom, Roveda ha esposto (vedi Unità del 2-11) l’ennesimo piano confederale per la rinascita della… benemerita siderurgia italiana. Il piano è degno delle tra- dizioni succhione ed autarchiche dei nostri baroni del ferro e dell’acciaio.

Questa che è stata sempre denunciata come una delle industrie nate e vissute sulle sovvenzioni e sulle commesse statali, responsabile del più esoso protezionismo ed inpinguatasi alla greppia delle guerre e degli scandali bancari, dovrebbe ora — per graziosa sollecitazione dei suoi salariati — premunirsi dalla sciagura di lasciar le penne nell’organizzazione del « pool » europeo del carbone e dell’acciaio, e ottenere — lei che non ne ha mai avuti abbastanza — dei «finanziamenti a lunga scadenza » atti « ad assicurare a questo settore vitale un pratico sviluppo». Inoltre, dovrebbe essere « nazionalizzato » I’IRI, e che cosa s’intenda per nazionalizzare, Roveda lo chiarisce subito: « i lavoratori vogliono che la direzione finanziaria e produttiva sia posta sotto il controllo dello Stato e del Parlamento, affinchè i criteri che la regolano siano pubblici e non privati ». In altre parole, non contenta di regalare finanziamenti ai siderurgici, la Fiom invoca il regalo allo Stato — rappresen- tante supremo degli interessi della borghesia (altro che criteri pubblici!) e oggi, in particolare, dei suoi interessi internazionali (o americani, che è lo stesso) — e, in subordinata, ad un Parlamento che magnificamente li esprime, le industrie che già succhiano, via IRI, alle mammelle dei contribuenti. Più patriottici di così non si potrebbe essere: gli stalinisti sono, in questo, sinceri.

* * *

Tanto più che, lo stesso giorno, e in vista del IV Novembre, la Federazione Giovanile Comunista (povera Federazione Giovanile, tradizionalmente alla testa del movimento rivoluzionario!) lanciava nella ricorrenza del fausto giorno un appello « per impedire nuovi disastri al nostro Paese, nuove offese all’onore della patria e al prestigio del nostro esercito » ed esaltare i fasti bellici della nazione e «l’unità fra popolo ed esercito ».

Ragione per cui anche l’Avanti! ha mille motivi di ospitare la prosa di Concetto Pettinato, missino intransigente, nostalgico di un’Italia fiera della sua indipendenza e ansioso del ritorno ad un « minimo di autorità nazionale » … A quest’ultimo proposito, d’altronde, val la pena di dire: e perchè no? Se la « colomba della pace » è stata affidata alle mani dell’ex-interventista ed ex-fascista della prima ora Nenni, perchè non darla per un po’ in condominio a Pettinato?

Che succede al P.C. Francese?

Il caso Marty minaccia di diventare un « mistero » storico del genere della Maschera di Ferro. L’accostamento non innalza certamente la figura del capoccia caduto nelle grinfie della Santa Inquisizione di partito, giacche pare che sotto la romanzesca maschera si celasse l’insignificante persona di un volgare avventuriero. Che si cela sotto la gesuitica prosa dei comunicati ufficiali della Direzione del P.C. francese? Mistero. Una cosa sola è certa, che Marty e il suo luogotenente Tillon sono in conflitto con la banda di fedelissimi a Mosca che detiene le leve di comando del P.C. Ignote permangono tuttora le cause del conflitto, dato che le motivazioni delle misure disciplinari prese contro Marty. ultima la sua espul- sione dalla Direzione del partito, perseguivano evidentemente lo scopo di confondere le idee degli estranei alla baruffa intestina e dissimulare le vere causali.

Non che ci interessi la figura di Andre Marty. Tutt’altro. Non abbiamo mai dato importanza alle persone fisiche, non cominceremmo certamente dal rinnegato capoccia staliniano, se per disgrazia intendessimo cambiare parere. Per rimanere coerenti non ci soffermeremo neppure un momento sulle illustri furfanterie da lui commesse in patria e all’estero. Quel che importa stabilire è se le persone fisiche di Marly e Tillon e le posizioni (quali?) che essi sostengono contro la Direzione del partito stanno ad indicare una corrente in seno al partitone d’oltr’Alpe. Difficile il dirlo. Però, si nota subito la diversità di atteggiamento osservato in Italia nei confronti di Cucchi e Magnani: la scomunica giunse qui perentoria a tagliare i membri infetti, che alla resa dei conti si sono rivelati una quantità trascurabile. Le gravi esitazioni, le reiterate diffide, le velate incriminazioni, che or- mai stanno diventando un luogo comune nei comunicati ufficiali del P.C.F. e nei discorsi dei grossi calibri della Direzione, ultimo quello di Lecoeur, autorizzano a congetturare che la piaga va oltre le persone dei due eretici? Mistero, Alla faccia delle famose « critica ed autocritica » nulla di preciso si ottiene leggendo la prosa criptografica dell’ Humanitè.

Come comincio l’« affaire »? Il Comitato Centrale, nella sessione del 3-4 settembre, emetteva un comunicato che resta un capolavoro di reticenza ipocrita. Andre Marty e Charles Tillon venivano colpiti da misure disciplinari (il primo era privato della carica in seno alla Segreteria, mentre restava nell’Ufficio politico; il secondo perdeva il posto nell’Ufficio politico, restando nel C.C.), ma dal testo del comunicato Tillon appariva il maggiore colpevole, mentre Marty veniva fatto figurare come l’eminenza grigia operante dietro le quinte, mediante convegni segreti con il complice. Quali le «deviazioni » di Tillon? E’ proprio quello che la Segreteria del P.C.F. intende avvolgere nell’ombra e nell’equivoco. Ad accuse generiche come quelle di avere concepito il movimento della pace come un’organizzazione strettamente di partito, non aperta cioè a gente di tutte le tinte e i credi politici e religiosi secondo le direttive odierne di Mosca, il che parrebbe autorizzare a congetturare che gli incriminati non nutrissero fiducia nel permanente tentativo dei partiti stalinisti di assorbire sempre più vasti strati del ceto medio, la bolla di scomunica della Segreteria faceva seguire altre più circostanziate, inframezzandole con rivelazioni da romanzo giallo circa misteriori conciliaboli, incontri, manovre di cui Marty e Tillon si sarebbero resi colpevoli, dando prova di doppiezza e di malafede. Ad un certo passaggio, il comunicato della Segreteria del P.C.F. diceva: « Charles Tillon era da tempo influenzato dalla propaganda del nemico e si trovava indotto a porsi sul suo stesso terreno, ad opporre l’azione del partito a quella dei F.T. (Franco Tiratori) e P.F. (Partigioni Fran- cesi), mentre gli F.T. e i P.F. sono stati creati su iniziativa del partito ». Seguiva nel testo una vivace puntata polemica intesa a rivendicare al Partito e in particolare alla Direzione capeggiata da Thorez cioé dal benemerito di Mosca, la paternità vera e la direzione della resistenza partigiana contro l’«occupante». Si ammetteva che tale lotta data da molto tempo prima della formazione dei F.T. e dei P.T. che sono riconosciuti apertamente come un’emanazione del partito, costituiti col dieci per centro dei membri del partito ma, vedi caso, pur di combattere i pareri contrari di Marty e Tillon, si faceva la preziosa ammissione che l’azione resistenziale del PCF iniziò fin dal 1939. Anno 1939! Ma in quel tempo con chi era in guerra la «Democrazia» di Francia? Trascriviamo il passaggio riportato dall’Unità (18 settembre 1952): «Charles Tillon sa tuttavia, meglio di chiunque altro che non vi sarebbe stato l’impulso dato dal partito alla lotta, armata o no, contro l’occupante, se, fin dal 1939, Maurice Thorez non fosse stato messo nella clandestinità alla testa del nostro partito». E’ noto che l’«occupante» del territorio francese fu, dal giugno 1940, l’esercito hitleriano, contro il quale il PCF, diretto da Thorz da Mosca ove s’era rigugiato per non combattere nell’armata francese, non aprì le ostilità se non all’indomani del 21 giugno 1941, allorché Hitler, stracciando il patto di alleanza con Stalin, invase il territorio russo. Fino a quella svolta fondamentale della seconda guerra mondiale, il PCF col pieno accordo di tutti coloro che ora si azzuffano, sostenne apertamente la guerra di Hitler contro le Democrazie occidentali, cui rinfacciavano il torto di schierarsi in un fronte che non era quello russo-tedesco. Quale meraviglia, se la prosa della Segreteria del PCF diventa così prudente allorché siffatti nodi vengono al pettine?

Da quanto precede si è autorizzati a trarre, con le dovute cautele la conclusione che il lavoro frazionistico, categoricamente imputato nel comunicato della Segreteria a Marty e Tillon, si orienterebbe verso la scissione delle forze della resistenza dal corpo del Partito e, quindi, dalla dirigenza fedele a Mosca. Ma quali risultati esso ha dato? Di sicuro c’e che la famosa ritrattazione, l’autocritica, che i due avevano promesso di fare al C.C. non è fino ad oggi pervenuta, nonostante le pressanti sollecitazioni e le velate minacce della Direzione del partito. Gia il 26 settembre, l’Ufficio politico diramava un comunicato nel quale, dopo essersi felicitato del « consenso unanime » dato dal partito alle sanzioni contro Marty e Tillon, dichiarava che non poteva essere tollerato più a lungo l’atteggiamento dilatorio dei silurati- Le lettere inviate da questi all’Ufficio politico venivano giudicate solo come « una premessa a procedere finalmente all’autocritica ». In realtà, Marty e Tillon fin dalla sessione del 3-4 settembre avevano recitato almeno formalmente il « mea culpa », dato che essi avevano riconosciute giuste, secondo il comunicato della Segreteria sopra accennato, le sanzioni prese contro le loro stesse persone. E allora? E’ chiaro che la Direzione temporeggiava e temporeggia tuttora, facendo lo stesso gioco della corrente, piccola o grande che sia rappresentata da Marty e Tillon, preferendo fronteggiare con mezzi sotterranei di cellule il lavoro frazionista di costoro. Se Marty e Tillon rappresentassero solo se stessi la Direzione del P.C.F. avrebbe offerto l’eccezionale spettacolo, di così lunga durata, di dissensi interni? La domanda viene spontanea. Che il lavoro frazionista di Marty duri tuttora l’ammetteva ancora una volta, il 23 ottobre, la Direzione del partito, in un comunicato in cui rifacendosi agli errori imputati a Marty, nella sessione del Comitato Centrale, e definendo la lettera inviata da lui all’Ufficio Politico, « un tentativo di creare una piattaforma antipartito, che travisa la politica del partito, viola la sua dottrina … e mira a minacciare l’unità del partito », veniva annunziata la sospensione di Marty dalla carica di membro della Direzione del P.C.F.

Ora Marty attende la convocazione del Comitato Centrale che dovrà pronunciarsi definitivamente sulla sua sorte. Riuscirà frattanto la Direzione del P.C.F. a mettere la museruola agli oppositori? E’ quello che staremo a vedere.

Internazionale socialdemocratica sottosezione dell’ONU

L’«Internazionale» socialdemocratica ha chiuso i battenti del suo Congresso milanese dopo una serie di riunioni che hanno brillantemente dimostrato, fra l’altro, l’imbarazzo di partiti socialisti che vorrebbero definire una linea internazionale comune difendendo nello stesso tempo interessi nazionali divergenti.

Le risoluzioni, vaghe quanto ampollose, hanno comunque riconfermato che una « linea internazionale » su cui tutti i partiti socialisti concordano esiste, ed è questa: fungere da sottosezione dell’UNO, portando a questa tipica organizzazione mondiale borghese una pennellata abbellitrice di «finalità sociali». Aiuti alle aree depresse secondo il punto 4 del presidente del massimo centro imperialistico del mondo? Ma certo; tuttavia, i socialisti porranno in primo piano «l’aiuto alimentare e sanitario » e le « realizzazioni sociali (servizi di sanità e di educazione, aiuto tecnico) ». Unione europea e Pool carbone e acciaio? Ma certo; solo che la maggior preoccupazione dovrà essere quella di «migliorare il tenore morale e materiale di vita delle classi lavoratrici, di rafforzare i loro diritti civili e politici, di creare la possibilità per il pieno impiego » ecc. Unione per la sicurezza, o, in altre parole, Patto Atlantico? Ma certo, niente guerra preventiva, difesa delle nazioni libere; però: « il riarmo non basta ad allontanare i rischi del conflitto. I partiti socialisti considerano dunque indispensabile svolgere nello stesso tempo una politica di conciliazione». E così via.

Riassumendo, dare una parvenza di contenuto sociale al processo di integrazione ed espansione dell’imperialismo. La sottosezione dell’ONU è indispensabile al suo funzionamento, è la sua agenzia di propaganda fra le masse popolari: altrimenti, chi crederebbe alla « difesa della civiltà »?

Tre modi di intendere la politica colchosiana

L’unità politica della classe dominante è data dalla unicità di reazioni che essa oppone, sul piano della discussione e della repressione violenta, alle rivendicazioni sovvertitrici della classe rivoluzionaria. Non cuò coincidere con l’unanimità dei consensi alle soluzioni possibili di determinate questioni poste dal complesso divenire delle situazioni. Ciò appare chiaramente nei regimi politici a tipo parlamentare, ove assistiamo al gioco contrastante dei vari partiti, esprimenti talora diverse soluzioni dei problemi del potere e della amministrazione economica, sebbene siano tutti d’accordo nel combattere ogni decisione che possa indebolire lo Stato di fronte alle minacce delle contraddizioni sociali. Ma nemmeno la ferrea prassi dei regimi di polizia, basati sul rigido monopartitismo, può evitare che gruppi della classe dominante si trovino in disaccordo su determinate questioni. E’ quanto avviene in Russia, tra l’altro, circa la politica dello Stato nei confronti dei kolkhos.

Nel suo recente saggio «Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S. » di cui il nostro « Filo del tempo » continua a discutere i punti essenziali, Stalin dedica l’ultima parte a rispondere a scritti di tali Sanina e Vengser concernenti appunto talune proposte circa la revisione della polititca ufficiale nei riguardi dei kolkhos. Nella « giornata seconda » del dialogato con Stalin, lo autore coglieva l’essenziale della questione. Sia concesso a noi fornire i particolari e i dettagli.

Sulla questione dei kolkhos, come su altre del resto, Stalin, il che equivale a dire la parte dominante che detiene il controllo dello Stato e del partito russo, si batte contro due posizioni ben definite: l’una che sostiene la nazionalizzazione dei kolkhos, l’altra che propende per l’allargamento della proprietà privata dei kolkhosiani singoli e collettivi.

Che significa la nazionalizzazione integrale dei kolkhos? La terra coltivabile e le macchine agricole, tranne il piccolo attrezzaggio, sono a norma di costituzione proprietà dello Stato, che cede gratuitamente la terra in usufrutto perpetuo alla ccoperativa kolkhosiana e fornisce, altrettano gratuitamente, le macchine agricole (trattori, mietotrebbiatrici, seminatrici, ecc.) le quali essendo prodotte nelle officine nazionalizzate appartengono allo Stato. Però, i prodotti della terra appartengono, a titolo di proprietà privata, ai contadini che se ne disfanno alla maniera classica, immettendoli cioè sul mercato o vendendoli allo Stato. Succede così che i kolkhos si servono gratuitamente delle macchine prodotte dagli operai industriali delle città, i quali sono costretti, se non vogliono morire di fame, a comprare, poco importa se tramite lo spaccio statale (simile ai nostri « Sali e Tabacchi ») o per privati intermediari commerciali, i prodotti della terra. La nazionalizzazione integrale dei kolkhos, proposta da « alcuni compagni» mirerebbe in sostanza a trasformare anche la proprietà dei prodotti attribuendola allo Stato.

Che oppone Stalin, cioè il nucleo dominante nello Stato? Poche parole di stroncatura, più che di motivata critica. In tale occasione, Stalin se la cava riprendendo la dottrina della estinzione dello Stato, che in altre occasioni fa comodo ai dirigenti russi prendere in giro, alla maniera borghese. Attribuire tutto in proprietà allo Stato? Ma non sapete, esclama Baffone sogghignando, che lo Stato non è eterno, che è destinato a scomparire? La verità è che nazionalizzare integralmente i kolkhos significherebbe espropriare i contadini con la violenza statale ed abolire il commercio dei prodotti agricoli. Il che secondo Stalin rappresenta un’utopia. Nè egli ha torto. La economia russa si basa sulla indefinita espansione del mercantilismo, anzi, progredisce e si abilita a conquistare zone arretrate appunto perchè marcia su tale direttrice. Invertire la marcia, ha l’aria di dire Stalin, significa voler l’impossibile. Infatti ci abbisogna uno sconvolgimento rivoluzionario, e non circoscritto alla Russia, ma di raggio mondiale.

Altra opposizione, ben più consistente, propone tout court la privatizzazione del macchinario statale ceduto gratuitamente in uso al kolkhos. Tale posizione Stalin non la giudica una fastidiosa manifestazione di utopismo, siccome fa con quella ora detta. Gli dedica invece un’ampia risposta: evidentemente la ritiene espressione di quella che nel linguaggio dei governi si chiama « critica costruttiva ».

« Che cosa si deve fare per elevare la proprietà kolkhosiana al livello di proprietà di tutto il popolo? » si chiede Stalin. Egli infatti riconosce più sopra che « la proprietà kolkhosiana non è proprietà di tutto il popolo », salvo ad appiopparle ciononostante l’etichetta di « proprietà socialista ». Esiste una proprietà socialista dunque, secondo Stalin e il Presidium del P.C. russo! Secondo Marx il socialismo consiste nell’abolizione di ogni proprietà, sia privata che statale. Chi dice balle allora? Ma andiamo avanti. Il testo così prosegue: « Come misura principale per elevare a questo livello la proprietà kolkhosiana, i compagni Sanina e Vengser propongono di vendere in proprietà ai kolkhos i principali strumenti di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori, sgravare così lo Stato degli investimenti di capitali nell’agricoltura e ottenere che i kolkhos stessi si assumano la. responsabilità di provvedere al mantenimento e allo sviluppo delle stazioni di macchine e trattori ».

Stalin prende in tale considerazione la proposta di Sanina e Vengser che si incarica addirittura di ripeterne gli argomenti da loro portati a sostegno, e che sono:

1) Lo Stato vende ai kolkhos l’attrezzamento agricolo minore che comprende i vari tipi di falci, i piccoli motori, ecc.

2) Tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, il’ Comitato Centrale del P.C. russo, sosteneva la necessità di trasferire le stazioni di macchine e trattori in proprietà ai kolkhos, chiedendo ai kolkhos di compensare il valore di esse entro un termine di tre anni.

A tali argomenti risponde Stalin nell’ordine:

1) Non si può mettere sullo stesso piano il piccolo attrezzaggio agricolo e i « mezzi essenziali in agricoltura », quali sono le macchine e i trattori.

2) L’esperimento della vendita delle macchine ai kolkhos si rivelò un fallimento, sicchè alla fine del 1930, la decisione del C.C. del P.C. russo fu abrogata.

Ma l’argomento capitale nelle mani di Stalin e ben diverso dalla non convincente discriminazione tra i mezzi di produzione agricoli, come dalla risorsa del riferimento storico. Egli, prendendo le mosse dal concetto esatto che la fonte dell’ascesa della produzione kolkhosiana sta nella tecnica moderna, e che la tecnica evolve continuamente esigendo la sostituzione dei mezzi vecchi con i nuovi, sostiene che, se si dessero i mezzi di produzione in proprietà ai kolkhos, questi non sarebbero in grado di sopportare le enormi spese del rinnovo dei mezzi tecnici. «Che significa -egli esclama — togliere dalla circolazione centinaia di migliaia di trattori a ruote e sostituirli con trattori a cingoli, sostituire diecine di migliaia di mietotrebbiatrici invecchiate cen mietotrebbiatrici nuove, creare nuove macchine, poniamo, per le culture tecniche? Significa sopportare spese di miliardi, che possono essere recuperati solo entro 0-8 anni. Possono sopportare queste spese i kolkhos, anche se sono milionari?». A tale quesito, Stalin risponde: No, non possono. E aggiunge che solo lo Stato può prendere su di sè queste spese. L’altra alternativa sarebbe la rovina dei kolkhos.

Chiunque ragioni nei termini dell’economia classica non può dare torto a Stalin, ma è proprio ciò che dimostra come l’economia russa giri nell’ambito del mercantilismo e non ne possa uscire in forza di interventi interni ad essa. Allora appare evidente quali cause siano all’origine del kolkhos. Il fallimento del tentativo di far comprare ai kolkhos le macchine agricole, fallimento dovuto all’enorme arretratezza dell’agricoltura russa, non poteva, nel 1930, che imporre la cessione gratuita ai kolkhos delle macchine e trattori. Ma poichè i prodotti agricoli non perdevano, perchè non potevano perdere nelle condizioni storiche attuali, il loro carattere di merci, acquistabili dagli operai contro denaro, è chiaro che gli odierni privilegi dei kolkhos si traducevano e si traducono in un equivalente espropriazione e sfruttamento delle masse lavoratrici delle città.

Ma ciò non’ significa che il Governo di Mosca, facciamo una ipotesi non astratta visto che di essa si discute negli ambienti dirigenti, cambierebbe la sorte del proletariato urbano, se accettasse la proposta dei controdittori di Stalin. Accadrebbe quello che tutti i governi, primo fra tutti quello degli Stati Uniti, si preoccupano di evitare concedendo sussidi e prezzi politici agli agricoltori, e cioè si assisterebbe all’inasprimento della concorrenza che il regime dello scambio impone ai kolkhos. Perchè in tale caso le macchine e i trattori andrebbero in maggiore. quantità ai kolkhos finanziariamente più forti, ai kolkhos milionari, come si compiace di dire lo stesso Stalin, il che apporterebbe gravi sconvolgimenti nelle campagne. In fondo, l’esonero dalle spese di manutenzione e di ammortamento del macchinario agricolo, di cui godono i kolkhos, ammesso che siano tutti a goderne, altro non è che una imposta che lo Stato di Mosca fa pagere alla « Nazione », leggi al proletariato delle città. Ma ciò torna a vantaggio della stabilità sociale. Già sappiamo da un secolo che la stabilità sociale che frega il proletariato viene fatta pagare a lui stesso.

Concludendo la disputa, Stalin dichiara che la questione non si risolve nè con la nazionalizzazione dei prodotti dei kolkhos, nè con la privatizzazione dei mezzi di produzione agricoli, e neppure, vedi caso, con la linea intermedia seguita dal Governo. Già, perchè Stalin si ricorda che il comunismo è incompatibile con la circolazione mercantile e monetaria, e profetizza che i kolkhos dovranno avviarsi (quando?) verso la soppressione dello scambio.

Di reale ci sono solo fatti del genere di quelli emersi, ad esempio, dal rapporto del Ministro Mikoian al XIX Congresso del P.C. russo. Mentre ammetteva che la produzione di pane di segale dovrà continuare a tempo indeterminato, e doveva riconoscere che la produzione della carne, dello zucchero, del latte, rimane inferiore alla domanda (economica, si badi!) della popolazione, Mikoian annunciava giulivo e festoso che nel 1952 i risparmi depositati nelle banche russe sono complessivamente 4 volte superiori a quelli del 1940. Maresciallo Stalin, è questa la via che mena al comunismo?

La distribuzione del capitale azionario negli USA

Uno dei motivi ricorrenti della propaganda democratica, in specie americana, è l’affermazione che sarebbe in atto nel mondo capitalista una « democratizzazione della proprietà » attraverso la sempre più larga partecipazione di « strati popolari » al capitale azionario. A parte ogni considerazione sul significato e il valore di tale partecipazione, è, questa, una gigantesca balla. Il Brookings-Institute ha pubblicato recentemente un opuscolo statistico sulla « distribuzione della proprietà azionaria negli Stati Uniti », di cui informa la rivista socialista-indipendente tedesca « Pro und Contra ». Riassumiamo i dati essenziali. Anzitutto, i possessori di azioni sarebbero negli Stati Uniti 6 milioni e mezzo (l’orchestra propagandistica dei pennivendoli parlava di 20 milioni!), cioè il 6,4% della popolazione totale adulta: in altri termini, il 93,6 % di questa non ha nessuna partecipazione al capitale azionario statunitense. E’ una prima schiacciante considerazione, alla quale si deve aggiungere che, secondo la stessa fonte — che è delle più autorevoli, perchè emanante da un’organizzazione ufficiale borghese — il numero degli azionisti è in corso non di aumento ma di diminuzione: « nel 1937 si contavano da 8 a 9 milioni di azionisti, dei quali ognuno interessato ad una società »; tenuto conto dell’incremento demografico, la percentuale dei possessori di azioni sulla popolazione adulta è dun- que scesa in 15 anni dal 10-11 % a 6,4. La concentrazione del capitale è, conformemente alla tesi marxista, in processo di continuo sviluppo.

Ma ancor più interessanti sono i dati (d’altronde incompleti) sulla distribuzione del capitale azionario. I 6 milioni e mezzo di cui sopra detengono 20 milioni e un terzo di pacchetti di azioni, cioè poco più di 3 a testa in média ma il 20 %, rappresentante lo strato superiore degli azionisti, ne detiene 5 a testa e l’8 % dello stesso strato più di 10. D’altra parte, i pacchetti rappresentano un volume diverso di azioni, e quindi anche un diverso grade effettivo di proprietà azionaria: il 69% di tutti i pacchetti contengono da 1 a 99 azioni rappresentanti appena il 14 % del valore complessivo di mercato di tutte le azioni; il 34 % di tutti i pacchetti contengono da 100 a 1000 azioni rappresentan- ti l’86 % del valore complessivo; ora, l’enorme maggioranza degli azionisti posseggono appunto pacchetti da 1 a 99 azioni, e il loro peso sull’intera proprietà azionaria e quindi minimo. In media, si può dire che la grande maggioranza degli azionisti hanno in mano un valore medio di mercato di 41 dollari (25 mila lire circa) per azione, e un valore medio complessivo di 3.912 dollari: il frutto di questo « capitale azionario » medio non dà da vivere a nessuno di loro.

Per contro, il 56 % del valore di mercato delle azioni complessive è riunito nelle mani del 2 % degli azionisti, cioè di uno strato di circa 150.000 persone detentrici di più di 1.000 azioni in media a testa. E’ inoltre arcinoto che si tratta quasi sempre non di persone diverse, ma della stessa persona figurante sotto il nome di diverse teste di turco o, comunque, di persone della stessa famiglia a capitale indiviso; la enorme maggioranza del capitale azionario è dunque concentrata in pochissime mani, anzi in un numero sempre più ristretto di mani, ed è a favore di questi che gli altri possessori di azioni — l’enorme maggioranza — sono mobilitati a fornire capitale.

Infine, dalla stessa indagine risulta che solo 670.000 su 31 milioni di operai detengono azioni, appena il 2% (si badi che tale cifra è prevalentemente data da operai specializzati e qualificati), e che il capitale azionario rappresentato dalle azioni di questi 670.000 operai ammonta ad appena 31.610.000 dollari.

La società per azioni, vantata dagli apologeti del capitalismo come forma di democratizzazione delle proprietà capitalistica, è in realtà un meccanismo ipocrita (e spesso nemmeno tale) di drenag- gio dei soldini di piccolo-borghesi e di un esile strato di proletari (l’aristocrazia operaia) a favore di una cerchia sempre più limitata e concentrata di capitalisti. Wall Street — se vogliamo usare questo termine corrente — è sempre più la dominatrice della « repubblica stellata ».

La marcia sanguinosa del capitale in Africa

Nella seconda parte de “L’accumulazione del capitale”, Rosa Luxemburg tracciò, pochi anni prima della guerra mondiale 1914‑18, il quadro tragico dell’espansione del capitalismo nei continenti ad economia primitiva, in quelle che oggi si chiamano “aree depresse”: storia di sconvolgimenti violenti di economie e società naturali, di sfruttamento feroce della mano d’opera, di abbrutimento di masse cui si pretendeva di elargire i benefici della “civiltà moderna”, di creazione di gigantesche “riserve industriali” di spostati; insomma, un quadro simile, in ambienti e per motivi diversi, a quello dell’accumulazione primitiva in Inghilterra, rivissuto in pagine ardenti da Marx nel primo libro del “Capitale”.

Storia di ieri e storia di oggi, che gli ultimi avvenimenti nel Kenya e nel Sud Africa confermano. Nel Kenya, lo spostamento dell’asse imperiale britannico dall’India al continente nero ha provocato, da una parte, lo sviluppo intensivo di coltivazioni a tipo industriale in grandi fattorie bianche, dall’altra un processo di crescente industrializzazione nei centri abitati. I due processi hanno esercitato influenze parallele sulla popolazione indigena.

Il primo, riducendo il margine già ristretto di terre fertili a disposizione delle collettività negre, rivoluzionando i metodi di cultura, invadendo e spogliando zone vergini, ha rotto il tradizionale equilibrio di ambienti agrari chiusi e tendenzialmente autarchici e ha sradicato dalla terra un numero elevato o di coltivatori diretti o di indigeni viventi in regime di economia naturale (raccolglitori, cacciatori, ecc.).

Il secondo ha assorbito nelle “città” masse rurali che, bene o male, vivevano sulla terra e trovavano nella tribù appoggio e difesa, convertendole in masse di “liberi” venditori di forza-lavoro, di proletari inermi e indifesi.

In entrambi i casi, la “civiltà” capitalistica dei bianchi ha significato per gli indigeni sfruttamento intensivo, distruzione di legami che pur garantivano al singolo una relativa sicurezza, aleatorietà della vita, minor consumi in rapporto al più alto grado di logoramento delle energie fisiche.

Il contraccolpo a questa violenta erosione di forme di economia naturale e di società ad essa corrispondenti si ha nei moti avvenuti nel Kenya, ai quali i “civilizzatori” bianchi – il capitalismo – reagiscono con una forma ulteriore di violenza: la repressione armata, gli arresti in massa, le deportazioni. Ma non è la “proibizione delle danze magiche” l’origine dell’insofferenza indigena, e non sarà il bastone a curarla: il fenomeno è quello stesso che ha accompagnato gli albori della colonizzazione dell’Algeria e del Sud Africa, della Cina e dell’Egitto: è il rivoluzionamento, tanto più brutale quanto più rapido, provocato nelle strutture economiche e sociali primitive dalla espansione capitalistica, dalla sovrapposizione di una scientifica e cinica barbarie all’ingenua barbarie di economie statiche e di società ancestrali.

Nel Sud Africa, si è parecchi gradini più sù. Qui il moto di sconvolgimento delle economie primitive è più antico: la reazione indigena prende la forma dei grandi scioperi negli stabilimenti, delle grandi agitazioni nelle città e nelle fattorie. Ma ai normali riflessi di un regime industriale avanzato si allea anche qui, esaltandone la ferocia, il progredire del processo di erosione delle economie naturali, che trasforma sempre nuovi indigeni in proletari, sempre nuovi “primitivi” in modernissimi sfruttati del capitale, e, come non bastasse, tende ad isolarli secondo le linee di colore di un bestiale razzismo (alla faccia del razzismo tedesco, il Sud Africa fa parte del democraticissimo Commonwealth britannico!). E la situazione è tanto più destinata a peggiorare, per gli indigeni, in quanto il Sud Africa sta divenendo l’epicentro di una nuova febbre d’investimenti industriali – la febbre dell’uranio, che, scoperto nei filoni di oro del Rand, attira e sempre più attirerà nel Sud Africa capitale americano e britannico, provocherà la creazione di nuovi e giganteschi impianti industriali, ridarà vita a società minerarie decadute, spezzerà il cerchio di residue isole economiche e sociali primitive, il tutto in nome della nuova “era atomica”.

Un recente accordo fra i governi sud-africano, statunitense e inglese, prevede infatti la concessione di grandi prestiti americano-britannici alle compagnie minerarie locali per la costruzione di nuovi impianti di sfruttamento dei giacimenti d’uranio. Sarà il punto di partenza di un nuovo processo di erosione delle aree sopravvissute di economia primitiva e di ulteriore sfruttamento delle masse indigene già proletarizzate, ora chiamate a sudare nelle miniere e nelle fabbriche per assicurare profitti al capitale “nazionale” e a quello straniero.

Ci si meraviglierà, dopo tutto questo, del fermento e dei sussulti del Continente Nero?

"Libertà di spostamento"

Una delle famose «libertà» di cui i liberatori avrebbero dovuto farci dono era quella di spostarci dove vogliamo, lungo tutti i meridiani e paralleli del globo. E De Gasperi l’ha esaltata al Congresso del Turismo, come se esistessero impedimenti a spostarsi per coloro che hanno soldi in tasca per girare il mondo da turisti, avendo praticato il nobile mestiere di sfruttatori del lavoro altrui, o per esercitare lo stesso mestiere come maneggioni politici o trafficanti in merci e capitali.

Ma per gli altri, per quelli che non possedendo nulla all’infuori della loro forza di lavoro e cercano disperatamente d’impiegarla (di venderla), dov’è questa libertà? Non solo essi non sono in grado di spostarsi perché non hanno quattrini — e anche la «libertà» è un «bene» negoziato sul mercato — ma, se mai capita loro di cadere negli artigli velutati delle organizzazioni internazionali che «caritatevolmente» curano e disciplinano l’emigrazione delle braccia inerti, accade loro, sì, di spostarsi, ma di rimetterci le penne e, magari, di finire in una nuova edizione dei campi di concentramento.

Capita loro — come già in Inghilterra e ora in Australia — di partire con un contratto di lavoro in mano, e di arrivare a destinazione — «liberi di essersi spostati» — per sentirsi dire che le condizioni di lavoro sono completamente diverse, che anzi, da lavorare non ce n’è affatto e che, comunque, devono passare una quarantena di un anno o due in un «campo» per… imparare la lingua e l’uso del sapone.

Soldi per tornare indietro, zero; autorità che li rimpatrino con la stessa caritatevole premura, nessuna.

Si sono «spostati liberamente»: ora finiranno disoccupati, liberi accattoni e liberi abitatori di campi cintati di filo spinato. Sulle loro teste passeranno gli aerei di quelli che liberamente circolano perché hanno sfruttato e si dispongono a sfruttare loro stessi o i loro fratelli. La «libertà» è quella!

Диалог со Сталиным (Ч. 3)

ДЕНЬ ТРЕТИЙ (утро)

В ходе дискуссии предыдущего дня основное внимание было уделено тому факту, что любая система товарного производства является капиталистической системой, начиная с момента массового производства, предполагающего труд масс людей над массами товаров. Капитализм и меркантилизм в современном мире будут совместно уходить из последовательных сфер деятельности или сфер влияния.

Дискуссия возобновилась на второй день, перейдя от общего процесса к процессу современной российской экономики. Принимая во внимание критикуемые законы её структуры, было высказано предположение, что это приводит к полной диагностике капитализма на стадии «государственно-ориентированного крупномасштабного индустриализма».

По мнению Сталина, этот достаточно чётко определённый и конкретный процесс, применённый к обширной территории и населению, может привести к беспрецедентному накоплению и концентрации тяжёлого производства, не обязательно повторяя фазы жестокого обнищания бедных слоёв населения, запертых в локальных экономических кругах и раздробленных трудовых технологиях — как в Англии, Франции и т. д. — и исключительно на основе очевидной (с 1917 года) ликвидации крупных помещиков.

Если бы этот второй пункт свести к тезису о том, что столетия спустя глубокое внедрение крупномасштабных трудовых технологий и ресурсов прикладной науки представлено в совершенно иных универсальных рамках, это могло бы стать предметом отдельного исследования, особенно в контексте «аграрного вопроса». Противоречивому можно позволить доказать, что он добьётся полного капитализма не с помощью повозок, а с помощью самолётов; но в свою очередь, он должен признать «направление движения». Мы, бедные пешеходы, передаём ему точные данные с земли на ряде баз — но даже радар может дать сбой.

И теперь третий шаг: рамки мировых отношений на всем сложном горизонте производства, потребления и обмена; баланс государственной и военной мощи.

Эти три аспекта являются частью одной большой проблемы. Первый можно назвать историческим, второй — экономическим, а третий и последний — политическим. Направление и конечная точка исследования могут только едиными.

ТОВАРЫ И ТОРГОВЛЯ

Совершенно очевидно, что главе российского государства и партии приходится переключать фокус своих доктринальных поправок и резких упреков на возражения своих «товарищей» всякий раз, когда он переходит от экономического оборота внутри своего круга к обороту через него. Мы уже отмечали, как читатель помнит, что эта точка отсчета привлекла внимание западных наблюдателей. Вместо того чтобы снова петь гимн тысячелетней автаркии, человек в Кремле спокойно направил свой телескоп — завтра, как его нарочито спрашивали, дальномер? — на пространство за железным занавесом; и вновь всплыли старые истории о разделении зон влияния как альтернатива попыткам отделения. Однако тема была менее резкой и глупой, чем тема преступления геноцида или безумия агрессии.

Метод доставки промышленных товаров крестьянам и товаров для сельского хозяйства гражданам внутри России — и смежных стран — путем подавления таких авторов, как Маркс и Энгельс, и, при необходимости, официального исправления их терминов, фраз и формул, был полностью утвержден при социализме. Колхозы продают свою продукцию «свободно», и другого способа ее получить нет; следовательно, рыночное право, да, но со специальными правилами: государственные цены (новинка! исключительная специализация!), и даже специальные «пакты» коммерциализации, в которых деньги не даются, но «учитываются» контр-поставки с отечественных заводов (высшая оригинальность! Провал углового мясника, американского моряка, устанавливающего эквивалент между объятиями и вагинами, банальных полян западных стран!). Поистине, говорит Мастер, я бы назвал не коммерциализацией, а обменом товарами. Мы бы не хотели, чтобы в этом были виноваты переводы; Короче говоря, любая система эквивалентов, более или менее условная, от бартера дикарей до денег, как единого эквивалента для всех, до сотен тысяч систем учета контрэквивалентных записей, начиная от книжки слуги и заканчивая сложными банковскими файлами, где дополнения вносятся атомными мозгами, и тысячи новобранцев ежедневно пополняют удушающий флот продавцов рабочей силы, стремящихся к процветанию, — зачем они родились и существуют, если не для обмена товарами, и только для этого?

Но Сталин хочет заткнуть рты о том, что частное накопление возникает из «балансов» эквивалентных обменов, и он говорит, что гарантии есть.

Даже генералиссимусам трудно твердо стоять на таком тезисе и попеременно уклоняться в двух направлениях: удар по доктринальной жесткости, удар по ревизионистским уступкам. Гибкость истинного большевика-ленинца? Нет, эклектизм, — таков был наш ответ; и тогда большевики пришли в ярость.

В любом случае, что касается внутренних отношений, рассмотрение которых, как уже упоминалось, не заканчивается здесь и здесь, сам Сталин высказывает широкие оговорки, обсуждая внешние отношения. Товарищ Ноткин чувствует себя виноватым за то, что утверждал, будто различные машины и инструменты, производимые на государственных заводах, тоже являются товарами. Они имеют ценность, их цена зафиксирована, но они не товары: мы видим, как Ноткин чешет затылок. «Это необходимо, во-вторых, для осуществления продажи средств производства иностранным государствам в интересах внешней торговли. Здесь, в сфере внешней торговли, но только в этой сфере (курсив в оригинале), наша продукция фактически является товаром и фактически продается (без кавычек).

В тексте, имеющем официальное одобрение, появляется эта последняя скобка: мы полагаем, что небрежный Ноткин взял слово «продается» в кавычки, что плохо пахнет для марксиста и большевика. Видите, это не из курсов для молодежи.

Через пару лет нам понадобятся эти данные: количество, пожалуйста. Относительная доля зарубежных и внутренних поставок. И еще одна информация: считается ли полезным, чтобы эта доля росла или падала? Мы знаем, что совокупный продукт должен расти до головокружительных высот по закону «пропорциональной» плановой экономики. Не зная русского языка, мы предполагаем, что правильное значение таково: планы производственных квот таковы, что рост происходит с постоянной годовой скоростью, в форме закона роста населения». или сложные проценты. Правильный термин, который мы предлагаем, — геометрически спланированное развитие. Правильно нарисовав таким образом «кривую», с нашей ограниченной мудростью мы бы написали такой «закон»: социализм начинается там, где эта кривая ломается.

Сегодня мы отмечаем: все товары, даже капитальные, которые вывозятся за границу, являются товарами не только в «форме» учета, но и по «сущности».

Вот и все. Просто обсудите что-нибудь за несколько тысяч километров, и вы в конце концов придете к соглашению.

ПРИБЫЛЬ И ПРИБАВОЧНАЯ СТОИМОСТЬ

Еще немного терпения, и мы будем говорить о высокой политике и высокой стратегии: хмурые лица рассеются, поскольку все быстро поймут эти вопросы: Цезарь атакует? Помпей бежит? Встретимся ли мы снова у Филипп? Перейдем ли мы Рубикон? Это усваиваемая, «вкусная» мелочь.

Нам все еще нужен пункт о марксистской экономике. Сила событий приводит маршала к взрывоопасной проблеме мирового рынка. Он говорит, что СССР оказывает своим ассоциированным странам экономическую помощь, которая способствует их индустриализации. Относится ли это к Китаю и Чехословакии? Давайте. «Благодаря таким темпам промышленного развития эти страны быстро не только избавятся от необходимости импортировать товары из капиталистических стран, но и сами почувствуют необходимость экспортировать свои излишки товаров». Обычное замечание, или даже добавление: если они производят и экспортируют на Запад, то это товары. Если в России, то что это?

Важный факт в этом демонстративном возвращении к меркантилизму, идентичному по форме и содержанию капитализму (если верить экономическим лицам!), заключается в том, что оно основано на императиве: экспорт для производства большего количества продукции! И этот же императив по существу верен в так называемой «социалистической стране», где вместо этого происходит настоящий импортно-экспортный процесс между городом и деревней, между знаменитыми союзными классами, потому что и там мы видим, что закон геометрической прогрессии соблюдается, и производство большего количества продукции продолжается! Производства больше и больше!

Вот сколько марксизма осталось! Потому что, поскольку «рабочие у власти», оскорбительные формулы, различающие необходимый труд и прибавочный; оплачиваемый и неоплачиваемый труд, больше не должны использоваться! И поскольку, как мы увидим, делая некоторые уступки закону прибавочной стоимости (который, по словам второго дня, является теорией, зоологически, а не законом), отныне: «Неверно, что фундаментальным экономическим законом современного капитализма является закон тенденции снижения нормы прибыли». «Монополистический капитализм (вот опять: что ты знал, бедный Карл?) не может довольствоваться средней прибылью (которая, к тому же, имеет тенденцию к снижению по мере увеличения органического состава капитала), а стремится к максимальной прибыли». Хотя ск обка в официальном тексте на мгновение кажется возрождающей исчезнувший закон Маркса, затем провозглашается новый: «Стремление к максимальной прибыли — это фундаментальный экономический закон современного капитализма».

Если огнемёт в книжном магазине зайдёт ещё дальше, от оператора не останется даже усов.

Эти контргвозди, застрявшие, кривые со всех сторон, невыносимы. Они утверждают, что экономические законы монополистического капитализма оказались совершенно иными, чем законы капитализма Маркса. Затем они заявляют, что экономические законы социализма вполне могут остаться такими же, как и законы капитализма.

Витрина, сейчас!

Давайте начнем с нуля. Мы должны помнить разницу между массой прибыли и массой прибавочной стоимости, нормой прибыли и нормой прибавочной стоимости, а также важность закона Маркса, тщательно объясненного в начале третьей книги, относительно тенденции к снижению средней нормы прибыли. Поймите, читайте! Не капиталист стремится к снижению прибыли! Снижается не прибыль (масса прибыли), а норма прибыли! Не норма какой-либо прибыли, а средняя норма общественной прибыли. Не каждую неделю или с каждым номером Financial Times, а исторически, в развитии, которое Маркс прослеживает до «общественной монополии на средства производства» в руках Капитала, определение, рождение, жизнь и смерть которого описаны.

Если это понять, станет ясно, как именно стремление — не отдельного корпоративного капиталиста, второстепенной фигуры в работах Маркса, а исторической машины капитала, этого corpus, наделенного vis vitalis и душой, — тщетно бороться с законом понижения нормы приводит нас к выводу, который Сталин, в условиях растерянности Запада, заслуживает вновь принять. Во-первых: неизбежность войны между капиталистическими государствами. Вовторых: неизбежность революционного краха капитализма повсюду.

Это гигантское усилие выражено в приказе: производить нарастающим образом! Не только не останавливаться, но и отмечать увеличение роста каждый час. В математике: кривая геометрической прогрессии; в симфонии: крещендо Россини. И для этого, когда вся родина механизирована, экспортировать. И хорошо усвоить урок пяти веков: торговля должна следовать за флагом.

Но это, Джугашвили, ваш приказ.

ЭНГЕЛЬС И МАРКС

В качестве доказательства мы должны снова обратиться к Марксу и Энгельсу. Но не к органичным, цельным и спонтанным текстам, каждый из которых был вылеплен с величайшей энергией и непосредственным рвением тех, кто не имеет сомнений и пробелов и сметает препятствия со своего пути, не поддаваясь влиянию. Это тот Маркс, о котором рассказывает душеприказчик его завещания в почти драматических предисловиях ко второму тому «Капитала» (5 мая 1885 г.) и третьему тому (4 октября 1894 г.). Во-первых, речь идёт об оправдании состояния огромного массива материалов и рукописей (от глав в их окончательной форме до обрывков заметок, выдержек, неразборчивых сокращений, обещаний будущих исследований и даже страниц с неопределённым и колеблющимся стилем) в связи с ухудшением здоровья Маркса, с неизбежным воздействием различных рецидивов болезни, которые вынуждали его делать перерывы, во время которых тревога истощала его печень и мощный мозг гораздо сильнее, чем отдых мог их исцелить. В период с 1863 по 1867 год работа, проделанная этим человеческим механизмом, была неисчислимой, включая отливку первой книги того периода в виде цельной стальной отливки. Уже к 1864-1865 годам болезнь вызвала первые потрясения, и безошибочный взгляд великого помощника прослеживает её разрушительные последствия в неопубликованных архивах. Но затем та же изнурительная работа — расшифровка, перечитывание, переработка, перестановка продиктованного текста, организация материала, а также упрямое стремление не писать собственные черновики — преодолели даже сопротивление весьма крепкого Энгельса: его великодушный взгляд слишком долго следил за страницами друга, а тревожная слабость зрения на несколько лет вынудила его ограничить личную работу, не позволяя писать при искусственном освещении. Не сломленный, не обескураженный, он принес свои смиренные и искренние извинения Делу. Ему больше нечего было делать. Со скромностью он вспомнил обо всех других областях, в которых он «один» нес бремя. И его смерть наступила год спустя.

Это не должно служить фоном или эффектом. Все это призвано подчеркнуть, что требование технической точности, которое доминировало над составителем, лишило обе книги тех глав периодического синтеза и обзора, которые так ярко проявляются в книге, написанной при жизни Маркса. Перо Энгельса породило множество подобных прозрений, некоторые из которых носят менее значительный характер: но он отказался развивать их под именем Маркса и ограничился анализом. Если бы это было не так, некоторые двойственные интерпретации (как сегодня, так и на протяжении полувека) были бы пустой тратой времени, например, печальная легенда о том, что Маркс отказался от чего-то в своей последней книге; и некоторые утверждают это в философии, некоторые в экономике, некоторые в политике, в зависимости от их личных, неоднозначных вкусов. Эти отсылки и выраженные связи существуют между Книгой I и его ранними работами или Манифестом, и многие между его более поздними сочинениями и тем; и тысячи отрывков в его письмах подтверждают это.

Это менее значимое место для анализа, чем у Энгельса. Отметим лишь, что в одном отрывке Маркс, с одним из своих прозрений, объясняет, почему он так усердно работает над законом понижения нормы прибыли. Энгельс колеблется, прежде чем привести этот отрывок, он заключает его в скобки и примечания: эта часть заключена в квадратные скобки, потому что, хотя она и написана согласно примечанию в оригинальной рукописи, в некоторых моментах она превосходит материалы, найденные в оригинале.

Таким образом, для капитала закон повышающейся производительной силы труда имеет не безусловное значение. Для капитала эта производительная сила повышается не тогда, когда этим вообще сберегается живой труд, но лишь в том случае, если на оплачиваемой части живого труда сберегается больше, чем прибавится прошлого труда, как это вкратце было уже указано в «Капитале», кн. I, гл. XIII, 2, стр. 356–357(стоимость, передаваемая от машины к продукту: в тему, не правда ли?). При этом капиталистический способ производства впадает в новое противоречие. Его историческое призвание — безудержное, измеряемое в геометрической прогрессии развитие производительности человеческого труда. Он изменяет этому призванию, поскольку он, как в приведённом случае (сопротивление капиталиста внедрению более эффективных машин), препятствует развитию производительности труда. Этим он только снова доказывает, что он дряхлеет и всё более и более изживает себя.

Равнодушные к фарисейскому возражению о том, что после еще шестидесяти лет (хотя и вонючего) капитализма, вместо его устранения, квадратную скобку следовало бы утроить, как считал неразумный Маркс, мы…………… обычные программные тезисы, которые Маркс любил регулярно перемежать своими острыми и глубокими анализами. Капитализм……………. А пост-капитализм? …………… учитывая, что производительная сила каждой единицы труда возрастает, мы не увеличиваем производимую массу, а вместо этого сокращаем рабочее время живых существ…………… Запад этого не хочет. Потому что единственный способ избежать «понижения нормы» — это перепроизводство. А что насчет Востока? …………… справедливость требует сказать, что …………… это молодой капитализм.

«НОРМА» И «МАССА»

Будет уместно возобновить, избегая как числовых обозначений, так и алгебраической символики, вывод закона, который, еще не дошедший до наших глаз, мы не хотим откладывать на потом; сохраняя краткость и легкость, насколько это возможно, в тоне басни. «Если бы товары обладали даром слова, — писал гигантский Карл в этом замечательном абзаце, — они сказали бы: наша потребительная стоимость, может быть, интересует людей. Нас, как вещей, она не касается. Но что касается нашей вещественной природы, так это стоимость. Наше собственное обращение в качестве вещей-товаров служит тому лучшим доказательством. Мы относимся друг к другу лишь как меновые стоимости.».

Мы принесли сюда микрофон, на площадь, где встречаются товары, поступающие из России с одной стороны и из Америки с другой. Сверху было признано, что они говорят на общем экономическом языке. Для обеих сторон священно — и без этого они бы далеко не продвинулись — что рыночная цена, к которой они стремятся, должна быть выше себестоимости производства. В обеих странах-производителях цель состоит в том, чтобы производить товары с низкими затратами и продавать их по высокой цене.

Товары, поступающие из страны с капиталистической теорией, говорят сами за себя: я сделан из двух частей, и виден только один шов. Стоимость производства, живой и жгучий аванс того, кто меня произвел, и прибыль, которая, если добавить ее к первой, дает точную сумму, за меньшую, чем я, не сомневайтесь, я не нарушу своих принципов. Я доволен скромной прибылью, чтобы привлечь покупателя; вы можете проверить ее размер простым делением: прибыль, деленная на себестоимость производства. Если я стою десять, а продаю всего за одиннадцать, будете ли вы настолько скупы, чтобы считать десятипроцентную ставку завышенной? Ну же, господа, и так далее.

Давайте передадим микрофон другим товарам. В нашей стране мы обычно верим в марксистскую экономику. Во мне вы видите (у меня нет причин это скрывать) два соединения; на самом деле их три, а не две части. В другом товаре подвох есть, но он не виден. Для моего производства требуются расходы двух типов: сырье, расход инструментов и тому подобное, которые мы называем постоянным капиталом (вложенным в меня), и заработная плата за человеческий труд, которую мы называем переменным капиталом. Эта сумма составляет себестоимость производства, о которой вы упоминали ранее. Для меня также добавляется баланс, выгода, прибыль, которая является моей третьей и последней частью и называется прибавочной стоимостью. Что касается постоянной части аванса, мы ничего больше не просим, ​​потому что знаем, что она бесплодна и не обладает репродуктивной способностью большей ценности: она полностью заключена в труде, или переменной части аванса. Поэтому вам следует проверить норму не прибыли, а прибавочной стоимости, разделив эту прибавочную стоимость только на вторую часть капитала, вложенного в меня, а именно на заработную плату.

Обычный покупатель отвечает: идите и скажите швейцару: для меня важна общая стоимость для моего кошелька вас обоих, то есть объем продаж для вас обоих.

Между двумя товарными группами возникает спор, каждая из которых утверждает, что стремится к менее выгодной сделке, довольствуясь мизерной нормой прибыли. Поскольку ни одна из них не может свести её к нулю, побеждает та, у которой самые низкие производственные издержки, как постоянно настаивает сам Сталин. Для постоянной составляющей необходимо обеспечить надлежащее количество и качество сырья. В двух экспортёрских лагерях спор сосредоточится на переменной составляющей. Есть очевидный способ платить рабочим меньше и заставлять их работать усерднее, но прежде всего на кону стоит производительность труда, связанная с технологическим прогрессом, использованием более эффективного оборудования и более рациональной организацией производства. И поэтому обе стороны демонстрируют впечатляющие фотографии крупных заводов, хвастающихся всё большим сокращением числа рабочих, занятых на тот же объём производства. Ещё меньшее значение для покупателя на этом конкурентном рынке имеет вопрос о том, в каком случае рабочие получают более высокую зарплату и лучшие условия труда.

Мы считаем, что читателю не составит труда заметить разницу между двумя методами анализа стоимости. Норма прибавочной стоимости всегда намного выше нормы прибыли, и это особенно верно в тех случаях, когда постоянный капитал преобладает над переменным капиталом.

Закон Маркса о падающей средней норме прибыли учитывает всю прибыль, то есть общую выгоду от рассматриваемого производства, прежде чем определить, кто получит эту прибыль (банкир, промышленник или землевладелец). В главе XIII второго ьлма Маркс повторяет, что он рассматривал этот закон «по замыслу», прежде чем перейти к распределению прибыли (или прибавочной стоимости) между различными социальными типами, поскольку закон остается верным независимо от такого распределения. Следовательно, он верен даже тогда, когда государство выступает в роли землевладельца, банкира и предпринимателя.

Закон основан на общем историческом процессе — никто этого не отрицает, но все его поддерживают — что с применением все более сложных инструментов, приспособлений, машин, устройств и многочисленных технических и научных ресурсов к ручному труду производительность постоянно возрастает. Для данной массы продукции требуется все меньше и меньше рабочих. Капитал, который пришлось потратить, инвестировать для получения данной массы продукции, постоянно меняет то, что Маркс называет органическим составом: он содержит все больше материального капитала и все меньше наемного капитала. Небольшого количества рабочих достаточно, чтобы добавить огромную «ценность» к переработанным материалам, поскольку их можно переработать гораздо больше, чем раньше. Это тоже общепринятое мнение. И что с того? Даже если предположить, что капитал, как это часто бывает (хотя марксистский закон здесь не нужен, как в случае с революционной опереттой), увеличивает эксплуатацию и повышает норму прибавочной стоимости, платя рабочим меньше, результирующая прибавочная стоимость и прибыль будут расти. Но учитывая гораздо большее увеличение массы материалов, закупленных и переработанных за счет этого единственного использования труда, норма прибыли всегда будет снижаться, поскольку она определяется отношением прибыли, несколько возросшей, к общему авансу на заработную плату и материалы, который по второму пункту значительно увеличился.

Стремится ли капитал к максимальной прибыли? Конечно, он стремится и находит ее, но он не может предотвратить понижение нормы прибыли в это время. Масса прибыли увеличивается, потому что растет население, пролетариат еще больше, переработанные материалы становятся все более массивными, а масса производства — все больше. Небольшой капитал, первоначально инвестированный по выгодной ставке, распределяется между многими, затем, по мере поступления, огромный капитал распределяется между очень немногими (далее – эффект концентрации, параллельный накоплению), инвестируется по убывающей ставке, но приводит к непрерывному росту общественного капитала, общественной прибыли, капитала и средней прибыли предприятий до головокружительных высот.

Таким образом, нет противоречия закону Маркса о понижении нормы прибыли, которое можно было остановить только снижением производительности труда и деградацией органического состава капитала, с которыми Сталин боролся всеми силами и которые он отчаянно стремился преодолеть.

ДЕВЯТНАДЦАТЫЙ И ДВАДЦАТЫЙ ВЕК

В последнем номере этой газеты были опубликованы некоторые из вышеупомянутых данных из жен источников об американской экономике. Давайте обратимся к подтверждению закона, установленного Марксом и отрицаемого Сталиным. В 1848 году, согласно статистике, на заре промышленного капитализма в Соединенных Штатах из каждой тысячи добавленной стоимости в производстве, стоимость добавленного сырья, 510 доставалась рабочим в виде заработной платы и окладов, а 490 — работодателям в виде прибыли. Опуская детали о труде, накладных расходах и т. д., эти две цифры фактически представляют собой переменный капитал плюс стоимость; их соотношение, норма прибавочной стоимости, составляет 95 процентов.

Какова была бы норма прибыли согласно буржуазной логике? Нам следует знать стоимость переработанных материалов. Мы можем подтвердить это, только предположив, что в зарождающейся отрасли каждый рабочий в среднем перерабатывает стоимость, примерно в четыре раза превышающую его заработную плату. Материалы составят 2000, тогда как заработная плата — 510, а прибыль — 490. Общие производственные затраты — 2510. Высокая норма прибыли: 19,6%. Следует, однако, отметить, что она всегда ниже нормы прибавочной стоимости. После великого цикла галлюцинаторного роста, в 1929 году, на каждые 1000 добавленной стоимости к продукту рабочие получали всего 362, а капиталисты — 648. (Не стоит заблуждаться: до «Черной пятницы» заработная плата росла, и уровень жизни рабочих резко повышался, это не противоречие.) Таким образом, норма прибавочной стоимости или эксплуатации резко возросла: с 95 до 180%. (Если после целой жизни, проведенной за изнурительными тренировками голосовых связок, все еще найдутся те, кто не понимает, что их эксплуатируют еще больше, когда у них больше денег и лучше питание, отправьте его спать: они не понимают эффекта повышения производительности труда, который заключен в теле рабочего и в конечном итоге оказывается в кошельке обманутого буржуа.)

Теперь давайте попробуем оценить все производство. Я признаю (с уверенностью, что любой, кто хоть немного знаком с синтезом, всегда будет осторожен с его тезисом, отдавая предпочтение какой-нибудь пятнадцатичеловековой придирке, которая любит себя проверять), что благодаря машинам, при том же количестве рабочей силы, производительность обработки материалов увеличилась в десять раз с 1848 по 1929 год. Так, если бы рабочим было дано 362 человека вместо 510, 2000 фунтов материалов сократились бы до 1440, то теперь они увеличиваются до 14 000. При общих вложенных средствах в размере 14 762 лир, известная прибыль в 648 лир составляет 4,2 процента. Это снижение нормы прибыли! Не надо снимать шляпу перед Марксом, и не стоит вытирать платком слезы капиталистов дяди Сэма! Вы, наверное, поняли, что мы искали показатели, а не массы. Чтобы получить представление об общих объемах производства, пусть и не в фактическом значении, а в образном соотношении между двумя эпохами, отметим, что два блока, которые в 1848 году дали валовой продукт в 3000, а в 1929 году — в 15 400, относятся к группам, не сильно отличающимся по численности производителей. Но за восемьдесят лет численность работающего населения увеличилась как минимум в десять раз, если придерживаться округленных цифр, и поэтому общий продукт вполне можно оценить в 154 000, что примерно в 50 раз больше, чем в 1848 году. Хотя норма прибыли работодателей снизилась в среднем на 4%, масса прибыли увеличилась с 490 до 6840: в тринадцать раз больше. Совершенно верно, что наши цифры слишком умеренны; суть заключалась в том, чтобы возразить, что американский капитализм подчиняется закону нормы и стремится к максимальной прибыли. Сталин не может открыть для него новые законы. Мы также не учли концентрацию; давайте дадим этому десятибалльный индекс, и средняя прибыль американского бизнеса (в виде массы) увеличится в 130 раз. Вот вам и спешка к кризису, вот вам подтверждение Маркса.

Позвольте себе еще один, еще более гипотетический, расчет. Американский рабочий класс приходит к власти в ситуации, подобной 1929 году; повторим: 14 400 материалов в работе, 362 труда, 648 пособий, 15 400 общей продукции.

И вот рабочие читают Маркса и используют «производительную силу, увеличенную капиталом при простом сокращении живого труда». Указом революционного комитета производство было сокращено до 10 000 (где сократить… посмотрим, только представьте, что больше не будет никаких президентских выборов или чего-то подобного…). К этой сумме рабочий будет доволен, если добавит свою заработную плату в размере 362 — не всю прибыль (которая до вычета налогов и общих услуг), но пока очень небольшую, — и мы получим 500. На общий налог на содержание общественных объектов и государственного управления мы фактически вычитаем из пенсионеров более 648, но 700. После подсчетов получается всего 8800 материалов для обработки вместо 14400, и, если количество рабочих останется тем же, рабочий день каждого работника сократится на 62%, примерно с 8 до 5,5 часов. Хороший первый шаг. Если бы мы подсчитали почасовую заработную плату, мы бы увидели, что повысили её на 120%: с 45 до 100.

Это все ещё не социализм. Но если Сталин, видя в социализме новый закон, пытался отождествить его с капиталистическим, утверждая, что с повышением производительности труда увеличивается и производство, то мы противостоим этому обратным законом: с повышением производительности труда усилия уменьшаются, и производство либо остаётся на постоянном уровне, либо, после устранения капиталистических крупиц яда и крови, начинает снова расти по плавной кривой, в гармонии с людьми.

Пока звучит призыв к лихорадочному производству, он не может иметь иного смысла, кроме как отчаянного сопротивления марксистскому закону нормы. Чтобы гарантировать снижение нормы отдачи, но не массы прибавочной стоимости и прибыли, мы должны работать усерднее, производить больше, и, если, учитывая их оплату, отечественные рабочие не являются предсказуемыми покупателями прибавочной продукции, мы должны найти способ экспортировать, завоевывая зарубежные рынки для нашего потребления. Это адский круг империализма, который нашел свое неизбежное решение в войне и в восстановлении всего, разрушенной веками человеческой инфраструктуры, как выход из высшего кризиса.

Всеми этими путями следовал и Сталин: восстановление опустошенных территорий, сначала строительство капиталистической мебели в огромных странах, а сегодня – движение к рынкам. Это движение, кем бы оно ни было предпринято, идет двумя путями: низкие производственные издержки и война.

Завершим это изложение основного закона Маркса новой формулировкой капитализма, которую он помещает в Приложение — и которая, как всегда, служит коммунистической социальной программой (конец главы XV, том III).

«Тремя главными фактами капиталистического производства являются следующие:

1) Концентрация средств производства в немногих руках, вследствие чего они перестают быть собственностью непосредственных работников, а, напротив, превращаются в общественные силы производства. Хотя сначала таковыми они становятся, будучи ещё частной собственностью капиталистов. Последние — опекуны буржуазного общества, но они прикарманивают все плоды этой опеки.»

Затем… Маркс об этом не пишет, но он подразумевает, что эти второстепенные личностные фигуры могут исчезнуть, и Капитал останется общественной властью.

«2. Организация труда как общественного труда, посредством сотрудничества (ассоциативного труда), разделения труда и связи труда с естественными науками.

3. Формирование мирового рынка.»

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Как обычно, Нить привела туда, куда и должна была привести. Читатель должен знать, что день ещё не закончился, а только достиг полудня. Возможно, суровое, тяжёлое утро, подобное вагнеровской симфонии.

Будет ли заключительный полдень более лёгкой песней на суровом пути? Возможно, «L’après-midi d’un faune» («Послеполуденный отдых фавна»)? Фавн мог обладать лишь грубыми формами и угрожающими движениями, как у сангвинического Марса.

Il compito del Partito di classe

Il partito proletario, in Italia come in tutto il mondo, deve distinguersi dalla congerie di tutti gli altri movimenti politici e, meglio, pseudo-partiti di oggi, nella fondamentale impostazione storica, per l’originale valutazione dell’antitesi tra fascismo e democrazia come tipi di organizzazione del mondo moderno. Il movimento comunista alla sua origine (circa cento anni addietro) doveva e poteva, per accelerare ogni moto contro le condizioni sociali esistenti, ammettere l’alleanza coi partiti democratici, perché essi allora avevano un compito storico rivoluzionario. Oggi tale compito è da lungo tempo esaurito e quegli stessi partiti hanno una funzione contro-rivoluzionaria. Il comunismo, malgrado le sconfitte del proletariato in battaglie decisive, ha compiuto come movimento passi giganteschi.

La sua caratteristica di oggi è di avere storicamente rotta e denunziata, da quando il capitalismo è diventato imperialistico, da quando la Prima Guerra Mondiale ha rivelato la funzione anti-rivoluzionaria di democratici e socialdemocratici, ogni politica di azione parallela anche transitoria con le democrazie. Nella situazione succeduta a questa crisi, il comunismo o si ritirerà dalla storia, inghiottito nelle sabbie mobili della democrazia progressiva, o agirà e combatterà da solo.

Nella tattica politica, il partito proletario rivoluzionario, in Italia come in tutto il mondo, risorgerà solo in quanto si distinguerà da tutti gli altri e soprattutto dal falso comunismo che si richiama al regime di Mosca di oggi, per avere spietatamente svelato il disfattismo di tutte le pretese manovre di penetrazione e di aggiramento presentate come transitoria adesione ad obiettivi comuni ad altri partiti e movimenti, e giustificate col promettere in segreto o nella cerchia interna degli aderenti che tale manovra serve solo ad indebolire ed irretire l’avversario per rompere ad un certo momento le intese e le alleanze, passando all’offensiva di classe. Tale metodo si è dimostrato suscettibile di condurre al disfacimento del partito rivoluzionario, alla incapacità della classe operaia di lottare per i suoi propri fini, al disperdimento delle sue migliori energie nell’assicurare risultati e conquiste che avvantaggiano solo i suoi nemici.

Come nel Manifesto di un secolo fa, i comunisti disdegnano di nascondere i loro principii ed i loro scopi, e dichiarano apertamente che il loro scopo non potrà essere raggiunto che con la caduta violenta di tutti gli ordinamenti sociali finora esistiti. Nel quadro della presente storia mondiale, se per avventura una residua funzione competesse a gruppi borghesi democratici per la parziale ed eventuale sopravvivenza di esigenze di liberazione nazionale, di liquidazione di isolotti arretrati di feudalesimo, e di simili relitti della storia, tale compito sarebbe svolto in maniera più decisa e conclusiva, per dare luogo all’ulteriore ciclo della crisi borghese, non con un accomodamento passivo ed abdicante del movimento comunista a quei postulati non suoi, ma in virtù di una implacabile sferzante opposizione dei proletari comunisti alla inguaribile fiacchezza ed infingardaggine dei gruppi piccolo-borghesi e dei partiti borghesi di sinistra.

In corrispondenza a queste direttive, che hanno validità completa in tutto il campo mondiale, un movimento comunista in Italia deve significare, nella paurosa situazione di dissolvimento di tutte le inquadrature sociali e di tutti gli orientamenti dottrinali e pratici di classi e partiti, un violento richiamo alla spietata chiarificazione della situazione. Fascisti ed antifascisti, monarchici e repubblicani, liberali e socialisti, democratici e cattolici, che di ora in ora più si isteriliscono in dibattiti vuoti di ogni senso teorico, in rivalità spregevoli, in manovre e mercati ripugnanti, dovrebbero ricevere una sfida spietata, che costringesse tutti a denudare le posizioni reali degli interessi di classe, nazionali e stranieri, che di fatto rispecchiano, e ad espletare, se per avventura lo avessero, il loro compito storico.

Se, nella disgregazione e nella frammentazione di tutti gli interessi collettivi e di gruppi, è ancora possibile in Italia una nuova cristallizzazione di aperte forze politiche combattenti, il risorgere del partito proletario rivoluzionario potrà determinare una situazione nuova.

Quando questo movimento, che sarà il solo a proclamare i suoi fini massimi di classe, il suo totalitarismo di partito, la crudezza dei limiti che lo separano dagli altri, avrà messo la bussola politica nella direzione del Nord rivoluzionario, tutti gli altri saranno cimentati a confessare la loro lotta.

La battaglia politica potrà essere schiodata dalle influenze delle mascherature retoriche e demagogiche, liberata dall’infezione del professionismo affaristico politicante, da cui nella sua storia è stata progressivamente affetta la classe dominante italiana.

Se questo patologico dissolvimento fu denunciato come acuto durante il periodo fascista, oggi le masse proletarie constatano ogni giorno meglio del precedente, che nessuno ha arrestato né invertito quel processo, che esso anzi continua inesorabile malgrado la vantata profilassi dei ciarlatani della democrazia, e sentono che sarà chiuso soltanto dalla radicale chirurgia della rivoluzione.

Dalla Piattaforma politica del PC Internazionalista, 1945.