Partito Comunista Internazionale

Nel focolaio di guerra mediorientale

Categorie: Middle East and North Africa

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La fase di relativa stabilizzazione della Siria in seguito alla riconquista di molto del territorio nazionale da parte del regime di Damasco, ottenuta grazie all’appoggio delle forze russe e delle milizie sciite legate all’Iran, ha comportato un temporaneo spostamento lungo altri segmenti della linea di faglia che separa le sfere di influenza nella regione mediorientale. Se ormai al di fuori del controllo del governo siriano restano soltanto la provincia nordoccidentale di Idlib, in parte “pacificata” dal predominio delle milizie filo-turche, a discapito di quelle jihadiste filo-saudite, e la regione curda del Rojawa, dove si sono registrati scontri con le forze armate della Turchia, è attualmente nello Yemen che si scarica la massima energia delle frizioni inter-imperialistiche.

Epicentro di una furiosa battaglia (che nel momento in cui scriviamo non si è ancora conclusa), che ha provocato oltre 500 morti, è la strategica città di Hodeida sul Mar Rosso, a 200 miglia dallo stretto di Bab el-Mandeb per il quale transitano giornalmente 5 milioni di barili di petrolio. La feroce battaglia vede scontrarsi le milizie sciite Huthi, appoggiate dall’Iran, che controllano la parte occidentale del paese, con le forze yemenite alleate all’Arabia Saudita, che ricevono l’appoggio militare di Riad e di Abu Dhabi.

Si tratta di un urto fra Arabia Saudita ed Iran per il controllo dell’accesso al Mar Rosso, di vitale importanza, mentre le forze yemenite sul campo sono costrette a una partigianeria, come sempre accade, subalterna alle potenze maggiori. Per sfatare la leggendaria rappresentazione giornalistica del conflitto yemenita come guerra di religione che contrapporrebbe sciiti e sunniti, appoggiati questi dai campioni dell’ortodossia sauditi, vale la pena di ricordare che a guidare l’offensiva di terra contro gli Huthi è lo sciita Tareq Saleh, nipote del defunto presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, eliminato dagli stessi Huthi dopo avere rotto la loro alleanza e avere cambiato schieramento. Segno questo che gli interessi in gioco sono assai diversi da quanto vorrebbero le divisioni etniche e religiose, mentre il clan dei Saleh, di religione sciita zaidita e al centro della vita politica dello Yemen da 40 anni, oscilla fra i due campi in lotta per l’egemonia sulla regione.

L’impegno dell’Arabia Saudita nella lotta contro gli Huthi non sembra godere del sostegno deciso da parte degli Stati Uniti. Probabilmente a raffreddare gli entusiasmi statunitensi per i successi militari dei tradizionali alleati sauditi, penetrati in profondità nel centro urbano di Hodeida, è la pretesa di Riyadh di giocare un ruolo di primo piano nella determinazione del prezzo del greggio. La contesa per appropriarsi di porzioni della rendita petrolifera, sempre oggetto degli appetiti imperialistici, acquisisce un ruolo centrale nei momenti in cui l’acuirsi della crisi di sovrapproduzione dissuade i grandi gruppi del capitale dall’investire nella produzione manifatturiera.

In questa chiave va vista la decisione statunitense di annullare l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, al fine di ridimensionare il peso di Teheran nella spartizione della rendita petrolifera. Sempre in questa luce va vista la decisione dell’Arabia Saudita di tagliare la produzione petrolifera di 500.000 barili al giorno al fine di evitare un calo del prezzo del greggio. Ma a questo reagiva Trump il 12 novembre intimando di fatto a Riyadh di astenersi da ogni tentativo di inseguire una politica di rialzo del prezzo del barile, il quale avrebbe come effetto quello di fermare o rallentare una crescita economica troppo asfittica.

Il ripristino delle sanzioni contro l’Iran da parte degli Stati Uniti diventa un modo di promuovere il commercio statunitense per altre vie. L’Italia viene esentata per un periodo di sei mesi dalle sanzioni comminate a chi acquista petrolio iraniano: questo forse in cambio dell’acquisto miliardario della nutrita pattuglia di F-35 ordinata di recente? Inoltre l’amministrazione statunitense preme perché l’Italia completi il Gasdotto Trans-Adriatico, TAP, avversato a chiacchiere nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle. Il TAP consentirebbe l’approvvigionamento di gas mediorientale, diminuendo la dipendenza dell’Italia da quello russo. Un discorso analogo vale per lo sviluppo del Muos, il sistema satellitare avanzato per le comunicazioni militari nel Mediterraneo installato in Sicilia. L’esenzione dalle sanzioni contro l’Iran riguarda anche altri sette paesi: Cina, India, Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Grecia e Turchia; certo ci intercorrono analoghe contropartite nella guerra commerciale americana sui mercati mondiali.

La vicenda di Jamal Khashoggi, il giornalista selvaggiamente ucciso all’interno del consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre, ha fornito un pretesto per la Turchia ed altri antichi e stabili alleati dell’Arabia Saudita per esprimere i loro contrasti e diffidenza nei confronti del giovane e megalomane principe ereditario Muhammad Bin Salman, MBS, espressione di una fazione borghese particolarmente dinamica e agguerrita, la cui politica potrebbe nuocere agli interessi degli Stati Uniti nella regione. In particolare non può piacere a Washington la volontà di Riyadh di isolare il Qatar e addirittura, come minaccia MBS, trasformarlo in un’isola scavando un canale in territorio saudita lungo 60 chilometri e largo 200 metri. Occorre ricordare infatti che gli Usa in Qatar, nei pressi della capitale Doha, hanno l’importante base militare di Al Udeid.

Un altro focolaio di conflitto si è avuto agli inizi della seconda decade di novembre fra Gaza e Israele. Una operazione israeliana nella Striscia con l’obiettivo, raggiunto, dell’uccisione di un capo militare di Hamas, ha provocato la morte anche di altri sei palestinesi e di un ufficiale dell’esercito israeliano. Ne sono seguiti lanci di missili nel Negev e la ritorsione israeliana con raid aerei che hanno colpito 150 obiettivi nella Striscia. Una tregua, che ha posto fine alla ennesima scaramuccia a intensità controllata, consentirà l’arrivo a Gaza di aiuti provenienti dal Qatar. Questa concessione del governo Netanyahu ha provocato le dimissioni del ministro della difesa Avigdor Liberman, il quale avrebbe voluto una reazione militare “più dura”, segno di frizioni interne alla classe dominante israeliana sulle modalità e i tempi della inevitabile guerra ai fini economici capitalistici e di conservazione sociale nella regione.