I tentacoli della maggioranza
Il congresso della democrazia cristiana si è concluso con l’affermazione del cosidetto « centro- sinistra » e dei rappresentanti sindacali; l’accordo quadripartito fra i partiti di maggioranza ha determinato nel partito socialdemocratico la reazione, appena appena deplorata, della frazione di sinistra. I due fatti convergono, hanno origini e obbediscono a finalità affini. Sono i tentacoli che la maggioranza, in vista delle elezioni, allunga verso gli strati insoddisfatti delle sue clientele tradizionali o potenziali.
Entrambi sono i sintomi di un malessere diffuso. Nonostante i piani, le promesse e i miliardi investiti, l’economia è in uno stato di cronica depressione (del resto non limitata all’Italia), interi settori industriali hanno visto ridurre gli indici della loro attività a un livello notevolmente più basso dell’anno scorso, i fallimenti si moltiplicano, la disoccupazione dilaga, l’insofferenza per il paternalismo statale e per la sua poliziesca ingerenza si accentua.
D’altra parte, gli sviluppi internazionali non sono fatti per incoraggiare l’elettorato: il blocco occidentale attraversa anch’esso un periodo di disagio o, quanto meno, di pesantezza, incerte sono le prospettive di sviluppo, i rapporti fra nazioni alleate sono tutt’altro che di reciproca integrazione, non si sa bene fino a che punto la bazza delle elemosine americane potrà continuare.
E allora, come gia tante volte (ma la memoria è debole in tempi di assordante propaganda e di girandole radiofoniche e giornalistiche), l’iniziativa della galvanizzazione (nei limiti in cui si possa galvanizzare una massa di elettori stanchi e delusi) passa alle cosidette ali progressive: nella democrazia cristiana, partito di governo, ai fautori delle riforme, della politica degli investimenti, della modernizzazione della società e dello Stato, e ai sindacalisti sensibili all’inquietudine delle masse, propugnatori del « sindacato autonomo » (figurarsi l’autonomia, con questi chiari di luna), contrari alla disciplina generale dello sciopero o alla limitazione delle «lotte rivendicative ». Non meravigliera quindi che i giornali « indipendenti » più vigili degli interessi generali di classe del capitalismo abbiano dato tanta pubblicità e mostrata tanta simpatia per questa graduale «evoluzione verso sinistra» del partito di governo, come garanzia di un maggior allacciamento di strati popolari alla politica ufficiale e alle future liste concordate.
In campo saragatiano, la regia dell’impennata della corrente di sinistra, abilmente mantenuta entro il partito, serve gli stessi scopi: crea negli strati popolari ancora vicini al minuscolo partito l’illusione o di futuri spostamenti o di un contrappeso alle invadenze più sfacciatamente conservatrici. E’ un vecchio gioco di manovra elettorale che non manca mai il suo effetto, anche se limitato, e consolida anziche incrinare il fronte dello status quo. Del resto, a parte le finalità elettorali, l’ossigeno del riformismo è necessario alla società capitalistica italiana come a tutte le sue consorelle. E’ un fattore di consolidamento, una garanzia di continuità, un tappabuchi.
Pirata il centro; due volte pirate le « sinistre » borghesi.
La settimana di grandi lutti
Al coro levatosi come di dovere per la morte di Croce, non aggiungeremo commenti. Solo questo: l’uomo che ha dedicato buona parte dei suoi sessantacinque anni di lavoro a combattere un marxismo di cui mal conosceva i testi e un leninismo i cui testi apertamente dichiarava di non aver mai letto (Croce, « maestro di serietà scientifica »!) ma nei quali, per una vigile coscienza di classe, riconosceva il nemico; un uomo che lunghi anni spese per rifare la storia d’Europa e d’Italia a maggior gloria della classe dominante e a beatificazione dello status quo, quest’uomo ben meritava l’assoluzione e i funerali religiosi da un lato, le condoglianze di Palmiro Togliatti dall’altro.
Sul fronte dell’antimarxismo, della negazione della lotta di classe, della « libertà » contrapposta alla dittatura del protetariato, tutte le sfumature della politica e della cultura ufficiale si danno la mano: tutte hanno tenuto i cordoni al carro funebre di don Benedetto. Non invitato ma presente, spirito alitante al di sopra dell’esarchia perenne dell’Italia capitalistica, braccio secolare dell’anticomunismo democratico di destra, centro e sinistra, era il fascismo.
Gli faranno il monumento.
* * *
Anche intorno al capezzale di Orlando si sono sentiti tutti uniti, |destra, centro e sinistra. Gli sta- liniani, anzi, in prima fila. E come no? Il presidente della Vittoria, l’ « umanizzatore » della guerra, il difensore del Parlamento: c’era di che sguazzare. Uno dei titoli di Orlando, secondo Terracini, è stato’ appunto quello di « riscoprire nel soldato l’uomo da comprendere, da confortare, da proteggere proprio perchè poi fosse un combattente devoto ed eroico »: il merito, insomma, di chi liscia la bestia prima del macello. Per Togliatti, il suo titolo maggiore è di aver difeso l’autonomia, la libertà, l’indipendenza dello Stato italiano; quello, insomma, di essere stato, prima di ogni cosa, un patriota. Per tutti, la benemerenza più alta la difesa della libertà: poco importa che, nel 1924, Orlando andasse in Parlamento col listone fascista, salvo ad impennarsi più tardi perche finito il gioco, non serviva più. In realtà, è morto con Orlando il vecchio mondo della democrazia tradizionale, quella contro la quale combatterono Internazionale e Partito Comunista d’Italia nel primo dopoguerra; quella che allevò nel suo seno il fascismo, e che era sopravvissuta a riceverne l’eredità. Logico che gli ex comunisti, divenuti affossatori del comunismo, chinino il loro vessillo su questo loro antenato riscoperto.
A Praga, autoprocesso dello stalinismo
Fra gli alti clamori pro e contro della stampa mondiale, si è svolto nei giorni scorsi, a Praga, capitale della democrazia popolare di Cecoslovacchia e capitale « morale » del satellitismo russo, il processone contro i « deviazionisti » cechi, in tutto quattordici imputati, tra cui Rudolf Slansky, ex segretario generale del P.C. cecoslovacco ed ex-vice primo ministro, Vladimir Clementis, ex-ministro degli esteri, Otto Sling, ex-segretario del P.C. nella provincia di Brno, Bedric Geminder, ex Segretario della sezione internazionale della segreteria del P.C. ceco ed altri ex illustri personaggi, tra cui decaduti Ministri della Difesa, delle Finanze, della Sicurezza nazionale, del Commercio estero, e altissimi funzionari del partito e del giornalismo di Cecoslovacchia. Il fior fiore dello stalinismo ceco cui fino al momento della sconfessione da parte della frazione ultra-moscovita del C.C. erano decretati onori divini, sedeva dunque sputacchiato e infamato sul banco degli accusati. Chi erano costoro prima della condanna? Stalinisti della più pura acqua, cioè sostenitori della guerra russa antinazista, del partigianismo, della democrazia universale, della collaborazione ed amicizia eterna tra Russia ed America, siccome stabilito a Yalta e Potsdam. Al momento della rottura della tresca russo-americana e dello scoppio della guerra fredda, si rimangiarono, in ossequio agli ordini di Mosca, come fecero da noi i Togliatti e i Nenni fino ad allora accaniti leccatori degli stivali dei generali anglo-americani, l’alleanza con il capitalismo occidentale e, più fortunati dei cominformisti nostrani, eseguirono la cattura del governo di Praga. Abituati ai capovolgimenti di fronte a considerare alleato il nemico di ieri e viceversa secondo la scuola di Mosca, costoro, stando ai capi di accusa preparati dai Viscinsky cechi, hanno tentato nė più né meno di ritornare alla prassi di politica estera anteriore al lancio del Piano Marshall, cioè all’intesa cordiale con Washington, Londra, Parigi. Tutto qui? Tutto qui. Le balle secondo cui la a banda » Slanskj lavorasse a « restaurare » il capitalismo in Cecoslovacchia è del tutto gratuita ed arbitraria, dato che niente prova che lassu il capitalismo sia stato soppresso.
I lupi hanno divorato i lupi. La sorte degli imputati non ci ha minimamente commosso, a parte l’istintivo ribrezzo per il sangue, nemmeno quando abbiamo appreso la sentenza che comminava la pena di morte a undici di loro, e l’ergastolo ai rimanenti. Hanno versato lacrime di commiserazione, orchestrando una colossale campagna della pietà, i giornali del campo anti-russo, ma noi sappiamo molto bene che sono gli stessi che fino a ieri speculavano proficuamente sul suicidio di Jan Masarik, Ministro degli Esteri di tendenze filo-occidentali, avvenuto proprio durante la permanenza al potere, nel governo e nel partito staliniano di Slanskj, Clementis, ecc. Ciò sia detto per distinguere ed opporre nettamente la nostra sia pure esile voce dalla nauseabonda ipocrita azione di solidarietà con i condannati e di esecrazione del totalitarismo di Mosca, cui si sono abbandonati la R.A.I. e la stampa governativa italiana, sulla falsariga di quella straniera.
Certamente l’applicazione al processo di Praga, come a tutti i processi politici di oltre-cortina, del metodo inquisitorio inaugurato da Andrea Viscinsky contro la vecchia guardia leninista, nelle epurazioni degli anni 1936-38, che consiste nel trasformare gli imputati … in alleati e scrupolosi collaboratori dell’accusa, in minuziosi ed implacabili accusatori di se stessi, ha dato la misura del mostruoso potere di costrizione e di terrorismo che il regime staliniano ha conferito allo Stato. Ma lasciamo perdere il rompicapo psicologico di caratteri cosi infinitamente vigliacchi nel tradire, come la propaganda staliniana fa immancabilmente apparire gli imputati politici, e di contro, cosi sovrumanamente coraggiosi nell’addossarsi ogni sorta di delitti, sapendo di procurarsi il plotone di esecuzione o l’ergastolo. Che lo Stato accumuli tanta forza schiacciante da produrre simili fenomeni di completo disossamento morale di coloro che capitano nei suoi artigli, si spiega benissimo, senza scomodare astruse teorie, con i mezzi tradizionali di intimidazione e di repressione che sono comuni, per buona pace di liberali ed anarchici, agli Stati di tutti i paesi e di tutte le epoche. Ah, non lasciamoci impressionare dalle lacrime di coccodrillo della propaganda a sfondo liberaloide e umanitario dei governi di Occidente! Non dimentichiamo come questi fanno funzionare forche plotoni di esecuzione e sedie elettriche, quando si tratta di imporre il rispetto del prestigio del «loro» Stato. Tra non molto. negli Stati Uniti, saranno giustiziati, se prima non arriva la grazia, i coniugi Rosemberg, accusati di spionaggio atomico a favore della Russia. Evidentemente, ognuno liquida le proprie spie: che protestino la loro innocenza, come nel caso dei Rosemberg, o che si proclamino con religioso fervore colpevoli, come gli imputati di Praga, nulla cambia nella sostanza della cosa. Cio sia detto per non farci confondere con il gregge degli ipocriti e degli illusi schierati nel cam- po della democrazia. del « rispetto della personalità umana », della libertà.
In sostanza, noi marxisti rivoluzionari non siamo contro lo Stato borghese, sia esso di marca liberal-democratico che di quello autoritario mono-partitico, perchè organo erogatore di forza materiale repressiva, perchè base materiale dello esercizio della violenza politica. Lasciamo tali pregiudizi agli anarchici. Noi siamo contro lo Stato borghese, perchè il campo di applicazione del suo potere di repressione comprende le forze sociali e politiche che lavorano a rovesciare il modo di produzione capitalistico, il salariato, la divisione in classi. In particolare, noi siamo contro lo Stato russo (purtroppo solo sulla carta per ora) non perchè esso si erge gonfio di smisurato potere, ma solo perchè tale potere è diretto a fiancheggiare validamente la reazione mondiale contro il proletariato e la minaccia della rivoluzione. Lo Stato operaio di cui attendiamo l’avvento rivoluzionario, non sarà meno implacabile contro i propri nemici di quanto lo siano oggi i governi borghesi nei riguardi dei proletari rivoluzionari.
Se l’esecuzione degli imputati – a parte la ripugnante messa in scena che l’ha preceduta – al processo alla Viscinsky tenuto a Praga avesse realmente spianato dagli ostacoli la via della, « costruzione del socialismo » in Cecoslovacchia, quale proletario cosciente di ciò avrebbe deprecato la sentenza? Se l’imperialismo da cinquant’anni scanna milioni di proletari in guerre tremende ed inutili, la rivoluzione, che alla nostra epoca di efferatezze senza nome dovrà mettere fine, arretrerà di fronte alla soppressione fisica dei propri nemici? E’ puerile o proditorio il pensarlo. Ma a Praga le inondazioni di condanne capitali e di ergastoli non hanno servito affatto la rivoluzione proletaria, come pretendono i pennivendoli e le coscienze vendute della stampa cominformista. Forse lavoravano per una causa diversa dalla reazione, i condannati? L’abbiamo detto: No, essi lavoravano al servizio dell’imperialismo e della guerra, come i loro rivali e nemici. Nè servono a dimostrarlo le accuse di spionaggio e di intelligenza con le ambasciate anglo-americane le quali non hanno convinto nessuno nè sono indispensabili, per noi, al fine di caratterizzare la natura della loro azione politica. Non è necessario essere al soldo di Stati stranieri per svolgere lavoro reazionario, basta essere al soldo del proprio Stato, dello Stato nazionale. Slansky e soci sarebbero più traditori, perchè spie (ammettiamolo) di governi stranieri, che non Togliatti e Nenni, i quali dichiarano di essere pronti a servire (l’hanno già fatto all’epoca dell’Esarchia del Tripartito) lo stato borghese italiano, qualora il governo di Roma si sganciasse dal Patto Atlantico? Dal punto di vista proletario. sono traditori tutti insieme. Forse che il capitalismo italiano è meno capitalista di quello americano inglese?
Ciò che prova il tradimento demagogico dello stalinismo ceco, accusatore e giustiziere di Slansky, Clementis, Sling, ecc, come la natura capitalista dello Stato da loro amministrato, è dato appunto dalle accuse mosse a costoro. La principale, com’è noto, era di aver attentato all’indipendenza nazionale della Cecoslovacchia. Accusa ultra-borghese con la quale si sono giustiziate da tempo tutte le spie e i colpevoli di « alto tradimento ». Sicché, la democrazia popolare è uno Stato indipendente? Non crediate che facciamo le solite ironie, proprie dei gazzettieri filo-americani alludenti all’occupazione militare russa dei satelliti. Noi prendiamo sul serio le rivendicazioni di indipendenza nazionale dello stalinismo ceco.
Del resto lo stesso Stalin, nel suo discorso ai delegati al XIX Congresso del P.C. russo, rampognando la borghesia internazionale di avere gettato nel fango le bandiere della indipendenza nazionale e della democrazia, impegnava tutti i partiti ossequienti a Mosca a risollevarnele e a farle proprie. Ora se è vero che, per il fatto stesso che le economie nazionali tendono irresistibilmente a valicare i confini, la borghesia tende conseguentemente sul piano politico a forme di governi supernazionali, resta tuttavia il dato incontrovertibile che i governi locali, riassumendo gli interessi generali delle proprie aziende, si presentano sul mercato internazionale come agenti di particolari e spesso irreconciliabili interessi. Le accuse mosse a Slansky, Clementis e soci, consistono appunto nel sabotaggio dell’economia nazionale. Come veniva commesso? L’Unità (25-11-52) così elencava i reati commessi sul terreno della gestione del commercio estero: « Con 500 milioni si compra negli Stati Uniti una fabbrica di pneumatici, pur sapendo che, malgrado il pagamento, il governo americano non dara mai il permesso per la esportazione; viene sabotata la conclusione di un accordo commerciale con la U.R.S.S., si inviano in Cina vecchi macchinari, per far fallire un importante contratto; si disorganizza l’economia, aumentando sproporzionatamente l’industria leggera, specie nel campo in cui essa è legata all’occidente per le materie prime, ecc. ». Ebbene ?! Se ciò facevano i « deviazionisti » cechi, essi lavoravano scrupolosamente proprio per l’indipendenza nazionale della Cecoslovacchia, perche è chiaro che « fare gli interessi » della propria patria significa, finché esiste il commercio estero, esportare laddove più alti sono i profitti e, coerentemente, a imbrogliare » i clienti meno agguerriti. Che faranno i fedelissimi di Mosca, i seguaci di Gottwald? Ridurranno la produzione dell’industria leggera, che, come si sa, costituisce la fonte della gran parte delle esportazioni cecoslovacche? Se si, Praga si sottrarrà alla dipendenza dall’estero « capitalista » per le materie prime occorrenti, ma come potra mantenere in piedi le fabbriche lavoranti per lo estero? Chi ha una merce da esportare tende ad accordarsi col migliore offerente. Venderà Praga al cari compagni delle democrazia popolari, alla Bulgaria, alla Romania? Se offrirà prezzi minori non andrà contro gli interessi della Nazione, non « saboterà » l’economia nazionale, realizzando bassi profitti? Se tenderà a tosare, come si conviene ad ogni abile commerciante, i clienti-compagni, non andra contro gli interessi delle « democrazie popolari » sorelle, non sabotera la loro economia nazionale? In ogni caso si metterà contro il principio staliniano della indipendenza nazionale dei popoli. Se Salomone avesse seduto al tribunale di Praga avrebbe condannato alla forca non solo Slansky, ma anche Gottwald.
Indipendenza nazionale, cioè libertà dell’economia nazionale a tendere al massimo profitto sui mercati internazionali, e socialismo, cioè soppressione del commercio della concorrenza, sono irreconciliabili. A Praga, ancora una volta, lo stalinismo internazionale ha processato se stesso, mettendo a nudo le proprie contraddizioni, le proprie menzogne, le proprie infamie. Mosca non vieta affatto ai propri satelliti la partecipazione alla lotta commerciale internazionale, dato che essa stessa si prepara alla grande avventura della caccia ai mercati esteri. Solo esige che, le economie locali dei satelliti siano assoggettate dispoticamente al proprio controllo, e che il servilismo politico e militare dei governi demopopolari sia pieno ed assoluto, garantendo della dominazione economica. Purtroppo le « Sarre », non esistono nel campo occidentale, ma dovunque si produce per il mercato, per la pazzesca concorrenza, per il profitto aziendale e nazionale. Perciò ogni tanto succede che Mosca dia ordine di elevare le forche. E’ con le forche e le armate che si conquista l’egemonia economica, il primato imperialista.
Opportunismo made in USA
Dalla stampa. “I dirigenti sindacali americani hanno accolto favorevolmente la designazione del Presidente della “General Motors” (la più grande fabbrica automobilistica del mondo) Charles Wilson alla carica di Ministro della Difesa, poiché ciò indicherebbe la tendenza di Eisenhower ad un “liberalismo illuminato” nella scelta dei suoi collaboratori. Wilson è in buoni rapporti col Presidente dell’AFL (Federazione Americana del Lavoro) William Green, ed aveva avuto anche diversi colloqui con il presidente del CIO (associazione delle organizzazioni industriali), Philip Murray, morto tempo fa”.
“La scelta di Wilson”, continua la fonte, “sembra indicare che Eisenhower non tiene eccessivamente conto delle raccomandazioni del senatore Taft, i cui sostenitori attaccarono violentemente Wilson per le sue concessioni (!) ai lavoratori. Wilson insomma è considerato dai sindacalisti come un rappresentante del grande capitale americano ma anche come un uomo al quale si possono presentare delle rivendicazioni “ragionevoli”.
Quale commento? I dirigenti ultra-opportunisti dei sindacati americani, specie dei massimi organismi rappresentanti milioni di iscritti, quali le sopraccitate AFL e CIO, appoggiarono la candidatura del democratico Stevenson. Oggi, evidentemente, non è più igienico puntare sulla carta sconfitta. loro hanno sete di protezione dall’alto- C’è di più: il loro compito consiste appunto nel soggiogare le organizzazioni operaie legandole al carro dello Stato capitalista, perciò debbono operare la necessaria virata politica ed accodarsi al governo repubblicano. Quel che colpisce è l’estrema sfrontatezza e mancanza assoluta di finzioni con cui, forti della fiducia cieca o dell’indifferenza delle masse, pongono ai piedi dei rappresentanti attuali dello Stato i loro servigi.
Il sindacalismo e gli organismi dello stalinismo, pur essendo non meno infetti di opportunismo e di tradimento, non osano tanto. Segno questo della loro relativa debolezza di fronte ai capoccioni dell’opportunismo statunitense.
Conferme: Se cadesse...
Chi non ha la fregola del successo immediato e delle risonanze strepitose ma pazientemente si affida al maturare degli avvenimenti per ottenere le conferme delle tesi marxiste, in realtà non deve neanche aspettare. Gli basta guardarsi attorno per raccoglierne larga messe in ogni istante. Fin dal 1944, per restare alla data di fondazione del nostro partito, dato che si può risalire tramite Lenin, fino alle origini del movimento marxista, abbiamo sostenuto su Prometeo e su Battaglia Comunista di cui il presente foglio assicura la continuità, la tesi del «centro» mondiale del capitalismo, specificando che il tremendo avvenimento della seconda guerra mondiale determinava l’emigrazione della dirigenza internazionale capitalistica da Londra a Washington. Orbene, recentemente un giornale romano ultraborghese, Il Tempo scriveva testualmente: «Quel cronista medievale che scrisse «Se cadrà il Colosseo cadrà il mondo» intendeva certo dire che se fosse finita la civiltà greco-romana-cristiana, con la quale ancora vive gran parte del mondo, sarebbe stata molto penosa la convivenza umana. Alla vigilia del 1953 potremmo aggiungere: «Se cade Wall Street cadrà il mondo ancora libero», intendendo per Wall Street non la piccola via dove c’è la Borsa di New York, ma tutto il complesso della gigantesca produzione, sempre in aumento, degli Stati Uniti».
Ovviamente il cronista del Tempo non poteva dire di più, ma nemmeno esprimeva con insufficiente chiarezza quella che è la consapevole certezza dei governi borghesi e della classe capitalistica mondiale. Tutti i reazionari, i forcaioli, i nemici del proletariato e della rivoluzione [alcune parole incomprensibili] sonni tranquilli finché la borghesia degli Stati Uniti riesce, disponendo del controllo di una macchina produttiva e militare di formidabile potenziale, a montare la guardia alla reazione capitalistica, a svolgere la funzione di guida delle armate bianche della borghesia internazionale. Da Wall Street non provengono solo i dollari che rinsanguinano le stremate finanze degli stati satelliti e le armi che ne rafforzano il potere di repressione ma trae il suo alimento, nonostante le rivalità nazionalistiche, tutta la venduta internazionale dell’opportunismo operaio che tiene nelle grinfie, nonostante le bravate propagandistiche del Cominform, l’enorme maggioranza del proletariato dei Paesi industrialmente più potenti della terra. Ma soprattutto Il Tempo come tutti i suoi confratelli di destra o di sinistra non può assolutamente dire che è grazie a Wall Street, ai suoi prestiti e alle ecatombi di morti della seconda guerra mondiale, che lo Stato russo riuscì a emergere dalla carneficina. I cominformisti, è noto, sostengono la tesi opposta, e cioè che si dovette alle vittorie delle armate rosse la sconfitta della coalizione dell’Asse, e quindi, si conclude, anche la vittoria degli imperialistici Stati Uniti. Uno stato proletario, dunque, avrebbe operato il salvataggio del massimo potenziale capitalistico, dello Stato-guida della reazione mondiale?! Per poi procurarne la distruzione, sussurra la sirena demagogica che si lavora le cellule. Intanto, il fatto del salvataggio dell’America dei banchieri e dei linciaggi rimane mentre nulla, proprio nulla, succede nel pseudo campo del socialismo che possa additarsi come preparazione della lotta rivoluzionaria contro l’America. Anzi, se qualcosa ha significato la vittoria delle potenze anglo-sassoni, nella seconda guerra mondiale, e il fallimento del piano tedesco di ridurre a colonia di sfruttamento la Russia, è proprio che il sacrificarsi di tale alternativa ha permesso quel gigantesco sviluppo del capitalismo nazionale russo, che l’imposizione della «pax germanica» al mondo e la conseguente occupazione del territorio russo avrebbe certamente frenato e compromesso.
Guardando poi all’avvenire la previsione del Tempo rimane più che mai valida, ma a condizione che si allarghi il suo campo di applicazione. Così «Se cade Wall Street cadrà il regno del capitalismo che da Washington, attraverso Londra, Parigi, Berlino, si collega a Mosca». Ma né il Tempo né tantomeno figuratevi L’Unità , possono fare altrimenti che maledire chi sostenesse ciò. Il crollo del bastione reazionario americano porterà conseguentemente allo svincolamento delle masse proletarie del mondo intero dalla galera della demagogia e del tradimento opportunista. E tale prospettiva non può non spaventare anche i dirigenti dello Stato di Mosca, oltre che la borghesia mondiale. Perché il maremoto sociale che ne scaturirebbe non mancherebbe di scagliare una immensa ondata contro le feroci impalcature statali che schiacciano, sotto l’usurpato nome di comunismo, i proletari soggetti al Cominform.
Se cadesse…
Chi non ha la fregola del successo immediato e delle risonanze strepitose, ma pazientemente si affida al maturare degli avvenimenti per ottenere le conferme delle tesi marxiste, in realtà non deve neanche aspettare. Gli basta guardarsi attorno per raccoglierne larga messe in ogni istante. Fin dal 1944, per restare alla data di fondazione del nostro partito, dato che si può risalire, tramite Lenin, fino alle origini del movimento marxista, abbiamo sostenuto, su Prometeo e su Battaglia Comunista di cui il presente foglio assicura la continuità, la tesi del « centro » mondiale del capitalismo, specificando che il tremendo avvenimento della seconda guerra mondiale determinava l’emigrazione della dirigenza internazionale capitalistica da Londra a Washington. Orbene, recentemente un giornale romano ultraborghese, Il Tempo, scriveva testualmente:
« Quel cronista medievale che scrisse: « Se cadrà il Colosseo cadrà il mondo » intendeva certo dire che se fosse finita la civiltà greco-romana-cristiana, con la quale ancora vive gran parte del mondo, sarebbe stata molto penosa la convivenza umana, Alla vigilia del 1953 potremmo aggiungere: « Se cade Wall Street cadrà il mondo ancora libero », intendendo per Wall Street non la piccola via dove c’è la Borsa di New York, ma tutto li complesso della gigantesca produzione, sempre in aumento, degli Stati Uniti ».
Ovviamente, il cronista del Tempo non poteva dire di più, ma nemmeno esprimeva con insufficiente chiarezza quella che è la consapevole certezza dei governi borghesi e della classe capitalistica mondiale. Tutti i reazionari, i forcaioli, i nemici del proletariato e della rivoluzione, sanno di poter dormire sonni tranquilli finche la borghesia degli Stati Uniti riesce, disponendo del controllo di una macchina produttiva e militare di formidabile potenziale, a montare la guardia alla reazione capitalistica, a svolgere la funzione di guida delle armate bianche della borghesia internazionale. Da Wall Street non provengono solo i dollari che rinsanguano le stremate finanze degli Stati satelliti e le armi che ne rafforzano il potere di repressione. ma trae il suo alimento, nonostante le rivalita nazionalistiche, tutta la venduta internazionale dell’opportunismo operaio che tiene nelle grinfie, nonostante le bravate propagandistiche del Cominform, l’enorme maggioranza del proletariato dei Paesi industrialmente più potenti della terra. Ma soprattutto Il Tempo. come tutti i suoi confratelli di destra o di sinistra, non può assolutamente dire che è grazie a Wall Street, ai suoi prestiti e alle ecatombi di morti della seconda guerra mondiale, che lo Stato russo riuscì a emergere dalla carneficina. I cominformisti, è noto, sostengono la tesi opposta, e cioè che si dovette alle vittorie delle armate rosse la sconfitta della coalizione dell’Asse, e quindi, si conclude, anche la vittoria degli imperialistici Stati Uniti. Uno stato proletario, dunque, avrebbe operato il salvataggio del massimo potenziale capitalistico, dello Stato-guida della reazione mondiale?! Per poi procurarne la distruzione, sussurra la sirena demagogica che si lavora le cellule. Intanto, il fatto del salvataggio dell’America dei banchieri e dei linciaggi rimane, mentre nulla, proprio nulla, succede nel pseudo campo del socialismo che possa additarsi come preparazione della lotta rivoluzionaria contro l’America. Anzi, se qualcosa ha significato la vittoria delle potenze anglo-sassoni, nella seconda guerra mondiale, e il fallimento del piano tedesco di ridurre a colonia di sfruttamento la Russia, è proprio che il sacrificarsi di tale alternativa ha permesso quel gigantesco sviluppo del capitalismo nazionale russo, che l’imposizione della « pax germanica » al mondo e la conseguente occupazione del territorio russo avrebbe certamente frenato e compresso.
Guardando poi all’avvenire, la previsione del Tempo rimane più che mai valida, ma a condizione che si allarghi il suo campo di applicazione. Cosi: « Se cade Wall Street cadrà il regno del capitalismo che da Washington, attraverso Londra, Parigi, Berlino, si collega a Mosca ». Ma nè il Tempo, nè tantomeno, figuratevi l’Unità, possono fare altrimenti che maledire chi sostenesse ciò. Il crollo del bastione reazionario americano porterà conseguentemente allo svincolamento delle masse proletarie del mondo intero daila galera della demagogia e del tradimento opportunista. E tale prospettiva non può non spaventare anche i dirigenti dello Stato di Mosca, oltre che la borghesia mondiale. Perchè il maremoto sociale che ne scaturirebbe non mancherebbe di scagliare una immensa ondata contro le feroci in palcature statali che schiacciano, sotto l’usurpato nome del comunismo. i proletari soggetti al Cominform.
I negri assaggiano la libertà
Uno dei cosiddetti pezzi forti della propaganda democratica di guerra e della crociata antifascista fu quello della bestiale politica di trasferimento in massa di popolazioni non gradite al regime, condotta dal nazismo. Già allora, il virtuoso scandalo della democrazia occidentale appariva quanto mai ipocrita: bastava ricordare quanto avevano fatto gli inglesi nel corso della loro storia coloniale o gli americani nei confronti dei pellerossa.
Il dopoguerra ha dimostrato – per chi ne aveva bisogno – che la violenza brutale non è appannaggio di determinate forme politiche borghesi, perché ha una lunga tradizione nel corso di sviluppo di tutto il regime capitalista, dall’accumulazione primitiva in poi. I liberatori dal nazismo fecero, tale quale, quello che il fascismo aveva fatto: popolazioni “trapiantate” dalla sera alla mattina e, dove si aveva più fretta, massacri generali. Le democrazie occidentali si scandalizzarono, allora, di quel che avveniva oltre la cortina di ferro, sebbene, firmando gli accordi per la spartizione del mondo, dovessero pur immaginare che fatti del genere si sarebbero verificati.
Non si scandalizzano ora, se non con qualche voce di circostanza alla Camera dei Comuni, per l’espulsione di tutta la popolazione indigena da una provincia del Kenya dove si trovavano venti famiglie bianche in tutto, né per l’internamento di duecento negri ribelli. Il provvedimento sarà indubbiamente giustificato coi superiori interessi della civiltà e della cristianità, non ne dubitiamo!
Un giornalista de “La Stampa” (28-11) così descrive un rastrellamento:
«L’ultimo trasporto forzato ha avuto luogo ieri, e ha definitivamente riempito sia il recinto dell’ippodromo, dove le donne e i bambini sono stati ammassati nelle scuderie, sia il terreno circostante alla prigione locale, dove, sotto la sinistra sagoma di una forca si sono raccolti gli uomini, vigilati dietro il filo spinato da poliziotti indigeni e da militari bianchi.
«Con la riserva di Leshau, dove i Kikuyu erano stabiliti da tre generazioni, il villaggio di Kampi Ya Simba, a venti chilometri da Thompson Falls, è stato il principale teatro dell’operazione. Anche Kampi Ya Simba è ora un mucchio di rovine. Ieri nel pomeriggio mentre sull’abitato sonante delle gutturali voci dei negri splendeva il tremendo sole dei tropici, arrivarono in jeep grossi reparti di polizia seguiti da numerosi autocarri. Le molte centinaia di indigeni ebbero su due piedi l’ordine di raccogliere le loro poche robe e furono caricati sui camions che li trasportarono a Thompson Falls. Ai tetti di paglia delle capanne Kikuyu vennero attaccate delle corde fissate alle jeeps, e in pochi minuti l’intero villaggio era ridotto a un mucchio di rovine».
E poi si meravigliano che mettano in libertà gli ordinatori dei massacri o gli organizzatori dei campi di concentramento durante la guerra! O si dirà che i massacratori e internati erano, allora, di pelle bianca, e adesso sono di pelle nera? Infatti, è questo ritornello che, nella liberatrice America, giustifica il linciaggio. In Russia, la giustificazione è un’altra – sono trotzkysti! – e la coscienza è a posto. La famosa coscienza di cui tutti gli altoparlanti riempiono le orecchie ai milioni di rincitrulliti in ascolto.
L’impresa di Stato favorisce la speculazione
« Proprietà statale! Gestione statale delle imprese!» Ormai il falsissimo principio che la espropriazione dei proprietari privati e l’assunzione delle imprese da parte dello Stato realizzi la rivendicazione socialista dell’abolizione del profitto, entra facilmente nel bagaglio ideologico di tutte le correnti e partiti borghesi. Recentemente, lo stesso on. Gronchi, presidente della Camera dei Deputati, ebbe ad esclamare, in sede di Congresso del Partito della Democrazia Cristiana, parole che siamo abituati a sentire uscire dalla bocca di tutti i capoccicni, grossi e piccini, dei partiti pseudo-proletari. « … Il fine delle industrie private », disse Gronchi. « è quello di realizzare un guadagno, mentre il fine delle industrie statizzate è di realizzare la piena occupazione ed altri fini sociali…» Non sostengono la stessa esatta tesi gli onorevoli del campo opposto del socialcomunismo? Per loro non esiste il socialismo in Russia, non comincia a realizzarsi nelle cosidette democrazie popolari, proprio perchè, almeno nel campo della grande industria, la proprie- tà dei mezzi di produzione è passata allo Stato? Se tanto mi da tanto, Gronchi e, per esso, la sinistra democristiana, marciano sulle direttrici… del socialismo. Ciò spiega esaurientemente le passate collusioni ministeriali e politiche e la mai cessata politica di corteggiamento, al di sotto dei ricatti e delle vendette da ex-amanti, che la cosidetta estrema sinistra e il variopinto mondo delle « sinistre » dei partiti di centro, reciprocamente alimentano.
Ma il socialismo sarebbe proprio ciò che lor signori pretendono, e cioè una sola immensa caserma prussiana delle industrie di Stato? Si verrebbe in tal caso ad abolire la pirateria della speculazione privata, dello sfruttamento del lavoro sociale a vantaggio della sempre più mostruosa concentrazione del capitale di un pugno di avventurieri di alto bordo della finanza? Abbiamo sotto gli occhi una prova materiale di come la famosa proprietà e gestione statale sia perfettamente compatibile con la speculazione privata. Di che si tratta? Del recente mutuo che la amministrazione delle Ferrovie dello Stato ha contrattato ed ottenuto dal Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche. In tale caso, siamo in presenza di una Impresa di Stato e d’un Istituto di credito costituito con apposito decreto legge fin dal 1919, e il cui capitale risulta costituito da partecipazioni della Cassa depositi e prestiti (dipendente com’è noto dal Ministero delle Finanze), dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, dell’Istituto Nazionale delle Previdenza Sociale, dello Istituto di Credito delle Casse di Risparmio italiane.
La somma mutuata è di 40 miliardi di lire. Ma non è da credersi che il denaro uscirà, direttamente od indirettamente, dalle casse dello Stato. Su tutti i cantoni delle vie potete leggere manifesti reclamistici a vivaci colori che invitano ad acquistare le obbligazioni per 40 miliardi di lire emesse dal Consorzio di Credito, ecc. Obbligazioni 5.50 % a premi « Serie speciale – Ferrovie dello Stato » annunciano gli affissi. Chiunque può sottoscrivere agli sportelli di diecine di banche (Banca d’Italia, Banco di Napoli, Banco di Roma, ecc.) che hanno « assunte a fermo » le obbligazioni. Sottoscriveremo noialtri operai e impiegatucci? Matematicamente sicuro che lo faranno coloro che non vivono col salario, col misero stipendio. Lo Stato, impersonato dall’amministrazione delle Ferrovie, garantisce le obbligazioni emesse dal Consorzio di Credito per le Opere pubbliche e le esonera da qualsiasi tassa od imposta presente e futura non solo, ma si impegna a pagare gli interessi ai sottoscrittori, oltre l’ammortamento e i premi, i quali ultimi da soli ammontano alla cifra di 200 milioni annui ripartiti in otto premi da L. 500.000 e di ottanta premi di L. 1.000.000. Serviranno infatti all’uopo le annualità dovute dalla mutuaria amministrazione delle Ferrovie dello Stato al Consorzio di Credito per le Opere pubbliche. Il momento del rimborso delle obbligazioni dovrebbe scadere tra venti anni, e precisamente al 1º gennaio 1973. Noi speriamo che molto prima di quella data lo sporco regime borghese sia crollato in Italia. Nel frattempo lo Stato di Roma, cioè il proprietario ed il gestore delle Ferrovie nazionali, farà onorevelmente fronte ai suoi infiniti debiti, pagando tra l’altro, ogni anno, la somma di oltre 2 miliardi e mezzo di lire ai titolari delle obbligazioni « Ferrovie dello Stato », il cui rendimento è appunto del 6,45 % circa. Vi pare poco? Certamente, dato che si tratta solo di una piccola parte dei profitti pagati dalle imprese statali italiane a privati capitalisti e alle banche. Costoro non hanno titoli di proprietà da far valere, non sono giuridicamente i proprietari delle imprese che erogano grosse fette di profitti, i loro nomi non figurano necessariamente nei consigli di amministrazione, nelle statistiche del censimento non è improbabile che siano catalogati sotto la voce di « libero professionista » o che so io, tuttavia nulla può dimostrare che essi non siano commercianti di denaro, investitori per interposta persona in una parola, divoratori di profitti, sfruttatori. Allora come si concilia con ciò la tesi di tutti gli statalisti, che dalla sinistra democristiana vanno fino a stalinisti, trotzkysti e fascisti, secondo cui la gestione statale non perseguirebbe, siccome le imprese private, il realizzo del profitto?
Le ovvie obiezioni dei fanatici dell’industrialismo di Stato di Russia non azzeccano proprio un bel nulla. Non passano ormai sei mesi senza che il Governo di Mosca non si faccia prestare da privati miliardi e miliardi di rubli su cui paga regolarmente, come avviene a Roma, interessi e premi. In altra parte del giornale pubblichiamo estratti della Unità molto eloquenti in materia. Gli sfruttatori soppressi nella forma di proprietari dei mezzi di produzione, risorgono nella forma di possessori di cartelle dei prestiti statali, di titoli garantiti dallo Stato e liberamente negoziabili.
Ma insistere sul concetto del privato speculatore può dare adito all’equivoco pericolosissimo, che sta alla base di tutte le menzogne e le mitologie sulla gestione statale, e cioè che la rivendicazione massima del socialismo sia l’espropriazione della quota di plusvalore. cioè di prodotti estorti alle masse lavoratrici, che normalmente serve ad assicurare l’alto livello di vita dei borghesi sfruttatori. In teoria nazionalizzare le imprese significa togliere ai proprietari privati il diritto di appropriarsi i dividendi, i profitti, i quali, sempre teoricamente, andrebbero versati nelle casse dello Stato. In pratica abbiamo visto come l’impresa statale genera profitti privati. Ma nemmeno nel campo della gestione privata l’imprenditore può, come suol dirsi, « mangiarsi » tutto quanto il profitto tratto dallo sfruttamento della mano d’opera salariata. Una quota di esso, di gran lunga maggiore di quanto il capitalista possa sperperare in auto, ville, pelliccie, mantenute, deve, per le inviolabili leggi della accumulazione capitalista, essere destinata sia alle spese di ammortamento, sia agli investimenti. La rivendicazione fondamentale del socialismo propugna non solo la socializzazione dei beni di consumo estorta dalla classe dominante per il suo piacere, ma prevede il controllo da parte delle masse lavoratrici della più enorme massa di beni che l’impresa destina agli investimenti, seguendo la pazzesca corsa dell’accumulazione capitalistica. Tale controllo delle masse sarà possibile, non attraverso le menzogne della rappresentanza democratica, ma nella misura in cui, scomparendo il mercantilismo ed il monetarismo, le masse potranno veramente disporre dei prodotti del loro lavoro.
L’impresa di Stato, come dimostra il caso delle Ferrovie dello Stato, libera i privati imprenditori dalle preoccupazioni inerenti alla incessante necessità degli investimenti, di cui si occupano funzionari e le casse dello Stato divenuti più che mai impiegati e servi del capitale, ma, nello stesso tempo, assicura un più libero campo all’arrembaggio delle ristrette bande di speculatori e di avventurieri della finanza, i quali, di fronte al proletariato, possono giovarsi dell’anonimato e della comoda mimetizzazione di « prestatori allo Stato ».
Il capitalismo di Stato attraversa i secoli Pt.2
All’esempio di Roma ne aggiungiamo ora un altro. Il Giornale di Napoli, pubblicava recentemente brani di una lettera di Magno Aurelio Cassiodoro, ministro di Teodorico re degli Ostrogoti, scritta ed inviata alla Repubblica di Venezia nell’anno 523. Il famoso storico e statista forniva nel suo scritto preziose documentazioni che possiamo prendere a testimonianza dell’esistenza di tipi di economia quasi collettiva nelle piccole repubbliche civiche sorgenti dalle tenebre del Medio Evo. « L’illustre provincia di Venezia – scriveva Cassiodoro da gran tempo copiosa di rinomati cittadini, si stende dalla parte di Mezzodi fino al Po e a Ravenna, e gode dalla parte di oriente la giocondità del lido adriatico. Solo di una cosa abbondano gli abitatori, i quali si nutrono solo di pesce. Un medesimo cibo sazia la fame di tutti; la casa di ciascuno è uguale a quella d’ogni altro; non è un palazzo che faccia invidia al tugurio, o insuperbisca sui tuguri. Tale uguaglianza vi salva dal vizio che dovunque tormenta l’umanità ».
Coloro che sognano in piena fase imperialista di costringere la borghesia all’eguaglianza democratica, sono serviti. L’adolescente Repubblica di Venezia, rinserrante un tipo di economia e di società borghesi, poteva darsi ordinamenti ugualitari, perchè era abbastanza potente per difendersi dai poteri feudali, anzi, come vedremo, lo stesso Re degli Ostrogoti doveva inchinarsi alla potenza marinara della « Serenissima », nè aveva da temere contrasti interni, dato che il proletariato industriale era ancora di la da venire. Ma ai demagoghi della democrazia a ciò sembra niente. Tuttavia ad ordinamenti democratici corrispondevano forme di gestione statale della produzione, dimostrando l’enorme falsità della tesi che pretende di far coincidere dovunque e sempre il capitalismo di Stato con il totalitarismo.
Per tornare alla lettera di Cassiodoro ai « tribuni marittimi » di Venezia, contrariamente a quanto era successo in quel lontano anno nei dominii peninsulari del Regno Ostrogoto, l’Istria, provincia ad esso tributaria, aveva goduto di un abbondante raccolto di vino, di olio e di grano. Per procacciarsi tali derrate, il Governo di Teodorico aveva deliberato di invitare gli Istriani a pagare i tributi dovuti a Ravenna coi generi alimentari ora detti, anziche col denaro. D’altra parte poiché l’equivalente in derrate delle masse di tributi era insufficiente al fabbisogno, il governo di Teodorico aveva deciso di inviare quanto denaro delle casse statali bastasse a pagare la differenza. Ma il Regno Ostrogoto, pure per altri aspetti forte e potente, non possedeva la flotta mercantile necessaria al trasporto delle merci comprate in Istria. Perciò Cassiodoro scriveva alla Repubblica di Venezia:
« Abbiamo dato ordine di recente che siano felicemente condotti a Ravenna dall’Istria i vini e gli olii che in quest’anno vi abbondano. Voi che avete sui confini dell’Istria gran numero di navi, provvedete perché con la diligenza con cui l’Istria si apparecchia a dare l’olio e il vino, voi abbiate cura di celermente trasportarlo. Ad entrambi sarà dovuta uguale riconoscenza, perche inutilmente gli Istriani darebbero vino ed olio se voi non li trasportaste, e inutilmente voi sareste pronti a trasportarli, se gli Istriani non li dessero ».
E’ chiaro. Il governo del Regno degli Ostrogoti, precedendo di 15 secoli le esperienze di monopolio statale del commercio estero dei lontanissimi discendenti sedenti al Cremlino, associava ad un gigantesco affare la flotta mercantile di Venezia, addossandosi il peso del finanziamento. Cassiodoro, imbevuto di cultura classica com’era, non conosceva nemmeno il brutto termine di capitalismo di Stato, ma è inoppugnabile che, trattando con i veneziani, dirigeva proprio quella che oggi si chiama una gestione statale.
E allora. Qualcuno, colpito da amnesia inguaribile, pretende che per la giusta interpretazione del capitalismo di Stato non basti quanto detto da Marx, e consiglia di leggere altri autori meglio in- formati. Si vede che la sua cultura comincia proprio dall’anno 1900…
Il regno del denaro
Tradizionalmente, la Borsa, con reazioni più immediate che non la cosidetta volontà popolare, serve da termometro dello stato d’animo dei contribuenti nei riguardi dei governi. Alla stampa staliniana servono invece, il che poi non è molto diverso, i risultati delle campagne per le sottoscrizioni ai prestiti chiesti dalle « democrazie popolari ». Così l’Unità (18-11-52) scrive: « I risultati dei due prestiti (lanciati in Bulgaria e Ungheria) hanno dimostrato la grande fiducia riposta dai contribuenti bulgari e ungheresi nei rispettivi governi e nella loro politica finanziaria » E come i possessori di cartelle dei prestiti statali potrebbero non essere soddisfatti? Lo avvento dei regimi a « democrazia popolare », ha significato per loro maggior possibilità di spillare interessi e premi. In pochi giorni sono stati sottoscritti, informa il giornale staliniano, quasi 530 milioni di leva superando la cifra prevista di 400 milioni. Ciò in Bulgaria, In Ungheria idem: sottoscritti 1 miliardo e 700 milioni di fiorini, con una somma di 400 milioni in più di quella prevista.
Come sono solleciti i cittadini delle democrazie popolari possessori di denaro nel prestarlo allo Stato! E si capisce! Lo Stato assicura, proprio perchè demopopolare e non proletario, forti interessi. In Bulgaria paga, cioè fa pagare alle masse lavoratrici, interessi al 5 per cento, più un profitto sul 35 per cento delle obbligazioni, e premi. Un buon affare prestare allo Stato demopopolare, non è vero?
Sullo stesso numero dell’Unità si apprende pure che in Albania, la cenerentola dei satelliti di Mosca le somme depositate nelle casse di risparmio sono aumentate del 40 per cento rispetto all anno scorso.
Mammone, dio potente della ricchezza affaristica, non conosce sipari di ferro e altre cretinerie del genere: il suo impero si stende onnipotente da San Francisco a Vladivostok, da Arcangelo a Città del Capo.
La Saar, buon diversivo
Qualcuno ha paragonato la Saar a Danzica. Ma, se è chiaro che la Saar non può essere oggi una riserva di pretesti in vista di una guerra fra una « potenza centrale » che non esiste più e lo Occidente, assolve però egregiamente da diversivo di politica interna tanto per la Germania di Bonn quanto per la Francia. E’ una valvola aperta a scarico del malessere e dei fermenti della situazione economica, una facile esca a passioni più « sane » di quelle che potrebbero germogliare sul tronco del conflitto di classe. E potrebbe anche rappresentare, nel quadro dell’alleanza atlantica, il serbatoio nel quale le due tradizionali « potenze nemiche » riversino – mentre collaborano sul più vasto piano economico e militare – le ricorrenti ruggini e gli orgogli repressi.
Il capitalismo ha bisogno di queste aree neutre o addirittura internazionalizzate, che servono a volta a volta da scarico dei suoi travasi circolatori e da terreno d’incontro fra concorrenti e avversari. Entità artificiali, ma create con scopi precisi. Si poteva dubitare che l’esito delle elezioni riuscisse diverso da quel che è stato? Esso garantisce lo status quo, eccitando nello stesso tempo i fervori nazionalistici che estreme destre ed estreme sinistre alimentano in Germania e in Francia e coi quali accalappiano strati piccolo-borghesi e, ahimè, anche proletari.
Democratiche o no, le elezioni sarresi accontentano tutti.
Pubblica utilità, cuccagna privata
Viene ad ogni momento sulla scena avanzata dell’attuale vita economica – convenientemente inquadrata nel fascio di luce dei riflettori della politica e della stampa – l’opera di pubblica utilità. E si presenta come capolavoro della civiltà contemporanea e del progresso sociale che da ogni parte incalza l’espropriazione di privati possessi e privati diritti, necessaria perché il piano della nuova opera, più o meno grandiosa ed estesa, possa aver luogo e corso, conducendo ai magnifici benefizi, ai decantati innovamenti e miglioramenti.
Che la classe borghese dominante, coi suoi partiti e la sua stampa, batta la grancassa intorno a queste «realizzazioni», e gareggi da paese a paese nel presentare le più sensazionali e colossali, è perfettamente comprensibile. Non che i regimi precapitalistici, anche antichissimi, non abbiano lasciato opere giganti, che solo i grandi poteri potevano condurre, e tali da costituire, ben più che monumenti di propaganda e di prestigio e di esaltazione commemorativa, apporti decisivi allo sviluppo della produzione – strade, canali, porti, opere idrauliche per riserva ed impiego dell’acqua dei fiumi e la bonifica di aree malsane, e via di seguito – ma è nell’epoca borghese che tale attività dilaga e predomina, con le applicazioni delle nuove forme di energia termica ed elettrica sempre più complesse e diffuse, e sempre più tali da esigere per territori immensi una direzione unitaria dal centro, in modo che all’arbitrio dei privati si impone ogni giorno più di sottrarle.
Ciò che invece è illogico è l’esaltarsi nell’apologia e nella pubblicità per tali opere, anche per quelle divenute ormai di meccanica corrente e banale, come se esse fossero anticipazioni, nel seno di questa, di una società futura quali le classi non profittatrici od imprenditrici rivendicano; è la corrente valutazione di ogni atto, che subordini a tali fini generali i privati diritti, come una piccola «anteprima» di comunismo.
Nell’opinione e nel discorso corrente si pensa che il borghese e il proletario, il conservatore e il rivoluzionario, debbano incontrarsi nell’elogio del solenne ragionamento sulla «moderna concezione» del diritto di proprietà. Una volta questo, come nel diritto romano (Roma però lascia non esempi, ma una rete mondiale di imponenti opere di Stato), significava illimitato diritto di usare ed abusare della cosa propria senza che potesse intervenire non solo altro privato, ma nemmeno il pubblico potere. Oggi invece con grande passo in avanti si ammette che quel diritto debba sottostare a tutta una serie di limitazioni, e in casi di saliente necessità generale anche all’annullamento, verificandosi per ordine dei pubblici poteri la perdita della proprietà.
In tutti gli Stati esiste quindi una legge di espropriazione per pubblica utilità, tra le quali quella italiana del 1865 viene definita monumento di giuridica sapienza, e infatti, sebbene mai seguita dall’annunziato regolamento, contiene un ben disegnato congegno. Non meno evidente è che nello sviluppo del tempo sono sempre più frequenti i casi di applicazione di tali leggi, non solo da parte dello Stato e di altri enti pubblici, ma di enti di ogni genere e, come oggi tutta una serie di leggi speciali prevede, anche da parte di altro privato, purché questi provi che la sua impresa (oggi anche la sua azienda di produzione, fabbrica o stabilimento) risponda al concetto piuttosto difficile a circoscrivere di «pubblico interesse».
Un’ovvia osservazione è che con tali trapassi nessuna privata ricchezza viene convertita in ricchezza pubblica, in quanto il rapporto è di espropriazione contro indennità, e salvo casi eccezionali si deve dall’espropriante, come nella legge italiana, pagare «il giusto prezzo di una libera contrattazione di compra-vendita». Tutta una procedura consente all’espropriato, prima, di contestare che di pubblico interesse si tratti, e poi di discutere la giusta cifra di indennità in confronto a quella che gli viene offerta, se troppo bassa.
Non si tratta dunque di avere infranto il principio che lo Stato non può confiscare private ricchezze (diritto che infinite volte i pubblici poteri nel corso della storia si arrogano, senza sognarsi di essere socialisti), ma di avere limitato il principio che in ogni compra-vendita ambo le parti decidono come credono, secondo la visuale, ciascuna, della propria convenienza economica. Non si tratta di un’espropriazione nel senso sociale, ma di una costrizione a vendere in determinati casi, anche se il possessore non ne ha intenzione o desiderio alcuni. Ed allora ognuno vede come il rapporto non si limiti alla proprietà immobiliare del suolo o di costruzioni, ma si applichi spessissimo, e sempre più, a tutti i rapporti di scambio mercantile, quando motivi di guerra o di altra natura fanno sì che lo Stato e altri poteri rendano obbligatori dati prezzi (perfino non corrispondenti a quelli di mercato libero), requisiscano merci presso i produttori e venditori, le razionino per i consumatori, e così via in cento casi ormai a tutti ben familiari.
L’errore dal punto di vista marxista è di ammettere, dalla parte proletaria, che in dette operazioni, e sia pure in certi limiti di tempo e di luogo, lo Stato operi davvero come se rappresentasse tutta la società, e nell’interesse di tutti gli strati della popolazione, migliorando condizioni di cui si giovano tutte le classi, abbienti e lavoratrici.
Non solo in questo è un grave errore di principio, ma lo svolgersi più recente del capitalismo permette di stabilire che l’iniziativa da parte del pubblico ente è pura mascheratura ed apparenza: in effetti vi è sempre un’iniziativa di persone e gruppi profittatori, e quindi un movente capitalistico.
Ma non è certo di oggi la banale confusione tra il socialismo come portato della rivoluzione che travolgerà il sistema capitalistico in ogni forma, e il semplice agire, nell’economia, dell’attuale Stato, con la socializzazione o nazionalizzazione anche di private aziende produttive, oltre che di privati diritti sul suolo e gli edifici. L’odierno esempio inglese dimostra come è semplice d’altro canto snazionalizzare le industrie nazionalizzate. Solo che lo Stato può nazionalizzare d’autorità, ma potrebbe anche darsi che l’espropriato risarcito rifiuti di restituire la ricevuta indennità. La legge garantisce il privato del «giusto prezzo», ma non garantisce affatto lo Stato-gestore dal doverci rimettere ricchezza sua quando si sia stancato di gestire. I due trapassi sono avvenuti solo in quanto, nelle due fasi, per grosse bande dell’affarismo capitalistico si sono resi possibili lucri colossali, e nelle due operazioni, al solito, vi è un solo vero espropriato, quello che non ha niente da calcolare «secondo la libera contrattazione mercantile»; abbiamo detto: il proletariato.
Quella banale confusione fu cento volte definita e colpita da Marx perfino al tempo del «Manifesto». Ne troviamo altra formulazione di prima grandezza nel testo sulle «Lotte di classe in Francia». Come tante volte ricordato, l’ambiente sociale e la storia sociale francese sono un vero «campionario» dei complessi stadi dello sviluppo capitalistico, che talvolta e in dato luogo si concentrano in due anni, tal’altra e altrove si diluiscono in un secolo, e dai quali il nostro movimento dovrebbe essere catafratto e non lasciarsi gabbare:
«Abolizione dei dazi protettivi: socialismo! perché intacca il monopolio della frazione industriale del partito dell’ordine. Regolamento del bilancio dello Stato: socialismo! perché intacca il monopolio della frazione finanziaria del partito dell’ordine. Libera importazione di carni e cereali esteri: socialismo! perché intacca il monopolio della terza frazione del partito dell’ordine, della grande proprietà fondiaria (…). Volterrianismo: socialismo! perché intacca una quarta frazione del partito dell’ordine, la cattolica. Libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale: socialismo! Essi intaccano il monopolio complessivo del partito dell’ordine».
Avrete inteso come quello che Marx prende a pedate nel 1848 è proprio il programma elettorale che vedremo sbandierato in Italia nel 1953 (attento proto agli otto e ai nove: in ballo è un secoluccio). Contro i monopoli dell’industria, della finanza e della terra! Contro il governo prete e per la libera stampa, scuola e associazione! Programma di chi? Dei partitissimi cominformisti, libera associazione di milioni di militanti per la fessificazione di sé e d’altrui.
Marx chiama tutto ciò addirittura socialismo borghese: socialismo piccolo-borghese è per lui poi a quel tempo il movimento demo-utopistico e socialpacifista che chiede riforme ben note e non ancora liquidate dopo un secolo:
«istituti di credito (…), imposte progressive, limitazioni del diritto ereditario, assunzione dei grandi lavori da parte dello Stato, e altre misure che [diciamo noi in parentesi: se mai fossero possibili nel senso dei proponenti di empiastri riformisti] frenano forzatamente lo sviluppo del capitale».
Vedremo come ciò sia vero nel campo dei lavori pubblici come per tutto il resto: talché i piagnucolosi progressisti non sono che reazionari. È qui che Marx chiude (gennaio 1850) col passo non citato (certo non sfuggito) in Lenin, che parte per il concetto di dittatura dalla lettera del 1852:
«Il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la borghesia stessa ha inventato il nome di Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali» .
Come sempre, Marx «descrive» le vicende della storia di Francia e nello stesso tempo proclama, a lettere di fiamma, il programma della rivoluzione.
IERI
Per bene intendere quale sia stata la classica valutazione marxista dell’attività economica dello Stato nel campo delle opere pubbliche (a poco a poco tutti i rami di produzione industriale assumono il carattere di opera «pubblica») e come lo Stato con questo non abbia messo in pensione o in letargo il capitale, ma gli abbia messo a disposizione le condizioni migliori della sua più alta virulenza, ci fermeremo soprattutto sulla costruzione delle grandi città e sulla loro impressionante espansione – mentre le stesse considerazioni si estendono ad ogni altro settore di lavori generali per ferrovie, strade, opere idrauliche e marittime, ecc. Qui la pratica dell’espropriazione per pubblica utilità, decantata vittoria del principio sociale su quello privato a dir degli ingenui, si applica in pieno.
Non si tratta infatti solo di sforbiciare una striscia dalla mappa delle private proprietà per farvi passare una via di terra o di acqua, di ferro o di asfalto, serpeggiando per evitare le più gravi ferite. Si tratta di occupare e regolare intere estensioni di territorio che dall’economia e sistemazione agraria passano all’attrezzatura come sedi di soggiorno delle popolazioni urbane addensate. Qui l’ente pubblico ha dovuto assumere una direzione centrale, che del resto sempre più si allarga all’intero territorio per le esigenze degli innumeri impianti che stendono le loro reti da centro a centro e servono anche i minimi nuclei rurali nei paesi sviluppati.
Su queste basi si fonda una scienza, trattata con troppo entusiasmo dai partiti operai, e piena di insidie di classe: l’Urbanistica. Non solo il pubblico potere ostenta di attingere ai canoni di questa scienza, piuttosto chiassosa, e con ciò di essere in tutta regola con l’interesse generale, quando fa ed attua progetti di sventramento e di ricostruzione di interi quartieri, espellendo i proprietari delle vecchie case, ma coi Piani regolatori prende a controllare con fortissime limitazioni (ecco il vanto fanfaronesco di aver mortificata l’iniziativa privata per fini collettivi) le facoltà di modificare e costruire dei proprietari degli immobili e suoli.
In questo nulla vi è di nuovo, e tanto meno di anticipato socialismo! Storicamente di nuovo e di esclusivo del capitalismo vi è l’immensità delle metropoli che mai prima dell’era borghese ammassarono gli uomini a milioni nella loro cerchia, nemmeno nelle versioni leggendarie su Tebe o Babilonia.
Ma sempre le città furono ordinate dai pubblici poteri e non nacquero per casuale incontro di singoli iniziatori di costruzioni. Nei periodi di più vasto sparpagliamento e molecolarizzazione dei rapporti sociali, come il Medioevo, il sempre calunniato Medioevo, ogni signore teneva ad allontanare il castello, la villa e il villaggio o i villaggi dei suoi servi, da quelli dei prossimi feudatari, e il trapasso tra regolazione agraria e urbana del suolo seguiva legge centrifuga e non centripeta.
Il villaggio dei popoli selvaggi o addirittura nomadi (gruppo di tende o magari di carri senza sede fissa, che precorrevano le ubbie degli urbanisti moderni sulle case prefabbricate o sulla casa a ruote) stava unito, in un primitivo comunismo, per le semplici esigenze della difesa da tutti i pericoli esterni (belve, popoli nemici, predoni, fatti naturali, ecc.) che avrebbero impedito una forma più sparpagliata di soggiorno.
Ma (non per nulla polis vale città e vale Stato) quando sorge la divisione della società in classi rispetto all’attività produttiva e sociale, e con essa (nel ciclo tante volte richiamato in queste trattazioni) sorge un’organizzazione di potere, vengono «fondate» le città. Uno dei primi piani regolatori (che risalgono alla stessa mitologia) lo fece dunque Romolo, che non avendo squadre e compassi si servì di una pelle di bue. Siccome l’urbanistica è nata litigiosa al massimo, Remo fece le spese della faccenda.
Le antiche e le medievali città ebbero una stretta regolazione, non potendo uscire dalle cinte delle mura, ognuna legata al nome di un condottiero o statista. La borghesia ruppe tutte le cinte ed ora corre dietro alla pressione edilizia debordante da tutti i lati, per mettere ordine alla correlativa orgia di profitti che si è scatenata.
Noi vediamo questa faccenda, senza lasciarci incantare dalle descrizioni basate su risibili trucchi tecnici, dei milioni di metri quadrati e dei miliardi di quelli cubici di costruzioni, e delle tante cifre a molti zeri di case, di vani, di giornate lavorative, di tonnellate di cemento, ferro, ecc., in modo tutto diverso; e con le abituali citazioni ancora una volta e fino alla noia ci difenderemo dalla supposizione di avere scoperto cose nuove.
La borghesia, come concentrò gli uomini nelle fabbriche, dovette lavorare a concentrare i mille poteri feudali periferici nell’unico potere statale, e gli infiniti villaggi nelle grandissime capitali nazionali e nei capoluoghi per le sue prefetture di polizia. Lo Stato moderno dunque sorse nei tempi del regime feudale, e la borghesia lo ereditò da quelli, ma sorse come creatura borghese che con una lunghissima lotta concentrò in sé mansioni e poteri degli ordini come la nobiltà e il clero, accampati su castelli, feudi, parrocchie e conventi. Di qui il sorgere delle città.
Non è stata molto corretta la breve risposta di Stalin sulla questione della coercizione extraeconomica nel regime feudale:
«Naturalmente, la coercizione extraeconomica ha avuto la sua funzione nel consolidamento del potere economico dei grandi proprietari feudali, ma non fu essa la base del feudalesimo, bensì la proprietà feudale della terra» .
In una corretta risposta andava detto, anzitutto, che l’espressione di coercizione extraeconomica non è marxista, ma ha senso solo nell’economia liberale borghese, per cui la legge del valore e dell’atto economico spontaneo è una «eterna legge di natura», sicché i borghesi rovesciarono il regime medievale perché era contronatura.
Nel marxismo la coercizione e la violenza sono fatti economici quanto il libero scambio; meglio, non vi è rapporto economico «libero» da forza di classe. Quella feudale non era una proprietà nel senso borghese, ma una signoria personale sulla massa dei servi. Questi erano legati alla terra, e la terra al signore, ma con un vincolo di natura amministrativa e politica. Tuttavia, la parte di prodotto e di lavoro che il servo della gleba deve al signore o al prete è base di un rapporto economico come ogni altro, e all’inizio è una corresponsione che aveva contropartita nella difesa, che il signore coi suoi armati faceva delle povere scorte dei servi e del loro misero «investimento» di lavoro nella terra, contro esterni predatori. Anche negli Stati moderni, le tasse che i cittadini pagano allo Stato in corresponsione di tanti servizi (birri compresi) non hanno evidente contropartita secondo la legge del valore che il manchesteriano Stalin vuole dovunque dominante…: sono dunque coercizione extra-economica?! Purtroppo sono l’acme della «coercizione economica» impersonata dall’agente delle tasse e dall’ufficiale esecutore.
Fu la borghesia che spogliando il signore delle sue prerogative con la forza centrale dello Stato, e liberando il servo (vedi in «Prometeo» la serie su «Proprietà e capitale») fece della terra «articolo di commercio» e oggetto di proprietà privata nel senso pieno.
Ma tale proprietà può sopprimersi, e con essa la classe dei proprietari immobiliari, senza che il capitale sia debellato (Marx, Engels, citazioni nostre innumerevoli e incontroverse). Se anche quindi venisse dimostrato che dopo la distruzione del feudalesimo in nessuna parte della Russia la terra è divenuta proprietà privata alienabile contro moneta, ma è stata sempre distribuita in gestione con disposizioni del centro statale, questo non dimostrerebbe l’uscita dai rapporti capitalistici.
Il punto trattato qui è che lo Stato, resa la terra commerciabile a piacere, contro denaro, non ha potuto lasciare avvenire, secondo tale processo teoricamente e giuridicamente instaurato, il trapasso di vaste zone coltivate a zone attrezzate per il soggiorno urbano. Con ciò non ha fatto passi avanti verso il socialismo, ma caso mai passi indietro verso i tipi di attribuzione imperiale o regale di aree del territorio nazionale per questo o quell’uso militare o civile, cittadino o rurale.
Marx dice nell’«Indirizzo» sulla Comune (1871):
«Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo il piano di una divisione del lavoro sistematica e gerarchica – trae la sua origine dai giorni della monarchia assoluta, quando servì alla nascente società delle classi medie come arma potente nella sua lotta contro il feudalesimo».
E di qui partono Marx e Lenin nella dimostrazione che ben presto tale apparato, tale «edificio dello Stato», si svela come la macchina per l’oppressione del capitale contro i lavoratori.
Insieme a tale macchina dello Stato, delle monarchie assolute, la borghesia trovò per conseguenza accentrata già molta popolazione non rurale nelle capitali storiche. Ma non era che una concentrazione iniziale rispetto a quella che seguì alla trasformazione industriale, specie quando le grandi fabbriche si affollarono alla periferia delle città per evidenti ragioni di «basso costo dei prodotti», per risparmio di trasporti da e per i mercati.
Si iniziò l’era delle grandi costruzioni edilizie. Non potendo utilizzare per queste subito grandi spazi liberi, il nuovo regime ricorse al sistema di sventrare i quartieri vecchi delle città tradizionali per farvi sorgere nuove fabbriche e grandi strade. Non si può in breve spazio fare la storia di questa immane trasformazione; si tratta di mostrare che essa non raccoglie gli entusiasmi marxisti.
Allorché nella citata opera, Marx difende in pagine vibranti i comunardi dall’accusa di avere cercato di bruciare Parigi piuttosto che riconsegnarla agli sgherri di Thiers e di Bismarck, egli fa un parallelo tra questa distruzione – che rivendica come legittimo mezzo bellico nella contesa civile quanto la dichiarano gli ortodossi per quella militare – e quelle operate sotto il piccolo Napoleone dal capitalista Haussmann: meno ancora fu giustificato (rispetto a quello dei cristiani contro i monumenti classici) il vandalismo di Haussmann, che spazzò la Parigi storica, per dar posto alla Parigi di chi va a spasso.
Già prima del Secondo Impero, Marx mostra a più riprese, nella società francese, la speculazione sfacciata che si annida dietro i grandi lavori statali e l’equivoca politica che dice:
«Si deve dare lavoro al popolo. Si ordinano quindi dei lavori pubblici».
Su questo punto del moderno urbanesimo sventratone si diffonde poi Engels sia nella classica «Questione delle abitazioni», sia (richiamandolo in questo suo studio) nel giovanile lavoro sulle classi lavoratrici in Inghilterra:
«L’estendersi delle grandi città moderne conferisce al suolo situato in alcune zone, e soprattutto in prossimità del centro, un valore artificiale, che spesso cresce enormemente; gli edifici che vi sono costruiti, anziché contribuire ad innalzare il valore stesso, piuttosto lo diminuiscono, dato che non corrispondono più alle mutate condizioni; allora si abbattono e si rimpiazzano con dei nuovi. Questo succede prima di tutto con le abitazioni operaie situate al centro, le cui pigioni, anche col massimo sovrappopolamento, non possono mai superare un certo massimo che può eventualmente spostarsi solo molto lentamente (…). A Parigi il bonapartismo, utilizzando un suo uomo, Haussmann, ha sfruttato su scala colossale questa tendenza alla truffa e all’arricchimento privato; ma lo spirito di Haussmann è passato anche per Londra, Manchester, Liverpool, e sembra altrettanto ambientato anche a Vienna e Berlino [1872]. Il risultato è che i lavoratori vengono respinti dal centro della città alla periferia; le case operaie, e comunque i piccoli appartamenti, diventano rari e cari, e spesso non si trovano affatto; infatti, in queste condizioni le imprese edili, a cui le abitazioni più care offrono un campo di speculazione molto migliore, soltanto in via eccezionale costruiscono case operaie» .
Engels illustra questo quadro, molto attuale nell’Italia odierna e non solo in essa, con l’esempio da lui lungamente studiato di Manchester. La città aveva un quartiere orribile che era detto «piccola Irlanda», e fu verso il 1840 abbattuto per riordinamento urbanistico e la costruzione della ferrovia. Ma i miseri lavoratori sloggiati non furono albergati in quartieri migliori; si riversarono in altro vecchio quartiere a sud della strada per Oxford, e nel 1872 un’inondazione del fiume Medlock costrinse la stampa ad occuparsi di questo quartiere di cui si fecero descrizioni raccapriccianti.
Oggi
Errerebbe chi credesse che oggi, dopo il gran cianciare di edilizia popolare ed operaia, di risanamenti e bonifiche edilizie, le cose procedano diversamente.
Nei paesi ove, come in Italia, all’aumento della popolazione non ha corrisposto un incremento del numero di abitazioni, anzi la vetustà e le guerre ne hanno provocato una diminuzione, malgrado ogni tentativo di disciplina con i piani regolatori e di zona, con i piani INA-Case e simili, in effetti la speculazione controlla il campo, e le cattive condizioni di alloggio delle classi operaie non sono che un pretesto per demolire nei centri urbani «vecchie topaie», con gran lusso di retorica demagogica. Per tal via si ottiene che i suoli resi liberi presentino un enorme valore, a condizione che vi si costruisca non per lo stesso strato sociale, ma per quelli più ricchi.
La legge di espropriazione per pubblica utilità non serve, come si vorrebbe far credere, ad evitare la speculazione degli antichi proprietari rurali sui suoli periferici che occorrono per l’espansione delle città. Tali suoli si espropriano valutandoli secondo la loro economia e reddito agrario, quindi a prezzo ridotto rispetto a quello che occorrerebbe per acquistarli consensualmente, si dice. Ma il maggior valore di un suolo «edificatorio» rispetto a quello agrario primitivo, se dipende dalla «attrazione» creata dal sistema capitalistico verso i grandi agglomerati, sorge in effetti dall’attrezzamento di tali aree nude, con strade, fogne, elettricità, acqua, gas, trasporti, ecc. Siccome l’industria costruttrice dovrà farvi case operaie, ossia a basso reddito, o se ne ritira, o pretende che i comuni o lo Stato facciano a loro spese quelle opere ed impianti generali: oggi addirittura lo Stato spesso fa tutto questo (spesso poi la sua burocrazia se ne dimentica del tutto) e perfino i fabbricati per case.
Tale produzione edilizia non raggiunge il fabbisogno necessario ad accogliere il semplice aumento della popolazione e gli sloggiati da edifici antichi, sparpagliati per le città, che vanno in disuso e rovina.
Frattanto lo speculatore edilizio pone i suoi occhi sul centro, e impugna la comoda arma della legge espropriatrice. Si tratta di bicocche, in date zone dei vecchi quartieri storici, ed allora l’edificio, valutato sia pure come in una libera compra-vendita secondo il suo reddito, viene pagato quattro soldi. Tanto si chiama far soccombere il privato interesse del proprietario di case, di fronte a quello generale della radiosa trasformazione delle città moderne.
Il suolo viene così a costare poco non al pubblico ente, ma al privato speculatore, che con le sue insistenza assidue ha saputo far girare la rugginosa macchina burocratica (non deve credersi che sia tutta corruzione: in massima parte si tratta di sveglia a un ceto, che altrimenti dorme, e di gioco, soprattutto favorito dal regime parlamentare, di pressioni di partito). Ed allora, sulla nuova costruzione sorge un margine enorme tra quello che è costata e quello che può rendere se venduta o affittata.
Se tutto questo nascesse da una semplice fregatura ai proprietari di case, grandi o piccoli, e determinasse passaggio di ricchezza da questi agli industriali costruttori, quale, si dice subdolamente, il danno sociale?
Il danno sta tutto nell’avere diminuito il numero disponibile di case e di vani per le classi inferiori.
È ammesso dalle cifre ufficiali che quanto si costruisce in Italia non giunge ancora a diminuire l’affollamento medio delle persone nelle case. Ma il medio sta tra gli estremi della casa di trenta camere per un gran signore, e della stanza ove vegetano dieci componenti (vi sono nel sud casi peggiori) delle classi lavoratrici. Se la statistica consentisse di seguire gli estremi, si vedrebbe che, essendo per il comodo della speculazione aumentati i vani di lusso, sono di altrettanto diminuiti quelli «popolari», ove si sappia tenere conto delle demolizioni cui si dà corso per «abbellire» le città. Quindi, l’addensamento della classe operaia (in parte minima in nuove case, che finiscono sempre a mezzi borghesi, in parte massima nei nove decimi di topaie che resteranno in piedi – ne abbiamo per secoli) progressivamente peggiora.
Il meccanismo della pubblica utilità e della regola urbanistica che doveva, nel campo edilizio ma anche in tutti gli altri, limare le punte dei privati benefizi contro il fantomatico «interesse generale», è in regime capitalistico operante in senso opposto e non è che una delle impalcature di tale regime.
Né lo Stato nel suo mostruoso complesso, né uno dei tanti suoi organi ed uffici si «mette in moto» di sua volontà per sanare uno sconcio, né potrebbe farlo. È sempre un privato imprenditore e un privato gruppo affarista (che per la meccanica moderna di altri settori smunge quasi sempre allo stesso Stato il capitale liquido da anticipare) che sceglie dove il piccone deve attaccare.
Più che mai questi pretesi meccanismi «pubblici» e «sociali» danno il capo in mano alla prepotente iniziativa del capitale.
Alla retorica ammirazione per il leggendario «piccone risanatore» non deve dunque associarsi il proletariato rivoluzionario, né commuoversi alle vanterie di tipi di Stati per le loro magnificate trasformazioni urbanistiche.
Un solo piccone sarà utilmente brandito, quello che morderà nelle pietre sanguinose del marxisticamente definito edificio dello Stato capitalista.
Esportazioni di capitali ed esportazioni di merci
Un comunicato di fonte governativa, emesso recentemente a Buenos Aires, rendeva noto che tecnici e macchinari italiani saranno trasferiti quanto prima in Argentina allo scopo di impiantarvi la prima fabbrica di trattori. A tale scopo è stato stipulato un contratto con la Fiat. Per le crocerossine dell’industria italiana, nobilmente votate alla sacrosanta missione di tutelare gli interessi della «produzione nazionale», siano essi dei partiti governativi o delle opposizioni di destra e di sinistra, l’avvenimento non potrà non essere fonte di giubilo. Grazie al buon dio, anche la Fiat, il galletto privilegiato del pollaio industriale della misera Italietta, avrà la possibilità, poveretta, di esportare capitali.
Secondo l’accordo, in un primo tempo verrebbero importati dalla Italia parti di macchine per la produzione iniziale di trattori, ma via via che lo stabilimento argentino sara completato, tutte le parti del macchinario, compresi i motori, verranno prodotti a Buenos Aires.
Qualcuno potra stupire che l’industria italiana, tradizionalmente descritta dai sicofanti del capitale come bisognosa di aiuti di fronte alle pretese degli operai, possa permettersi simili sforzi. Innanzi tutto, il caso della Fiat non è isolato. La C.I.S.A. e la SNIA Viscosa, ad esempio, hanno potuto finanziare la costruzione di impianti industriali oltre i confini d’Italia, installandosi in Spagna, Argentina, Messico, Sud Africa. Nè mancano altri esempi. Anzi, sulla stampa nazionalista sono apparsi forti critiche al « disfattismo » degli esportatori di capitali, bramosi di procacciarsi le migliori condizioni di mercato e la relativa tranquillità politica delle Repubbliche sud-americane. Il fenomeno si spiega proprio con lo squilibrio tra produzione e consumo, tra l’offerta dell’industria e il ridottissimo potere di acquisto del mercato indigeno: l’esportazione non basta a sanare il male, dato che il mercato internazionale, per l’accresciuta produzione estera, finisce col restringere vieppiù le possibilità di esportare i prodotti finiti dell’industria nazionale. E allora si esportano macchine e tecnici.
Frattanto fiorisce su tutta la stampa ufficiale, governativa o di opposizione che sia, la ciarlatanesca propaganda che presenta l’accrescimento dei traffici internazionali come la panacea di tutti i mali sociali.
Fra non molto i commessi viaggiatori delle ditte russe, che fanno i redattori dei giornali stalinisti, riempiranno di felicità i lettori, pubblicando statistiche e diagrammi del commercio estero russo. Ma noi sappiamo molto bene, per il semplice fatto di vivere in Italia, che gli aumenti delle masse e del valore delle merci esportate da una nazione non debbono coincidere necessariamente con il miglioramento del tenore di vita delle masse. Lo esempio della Fiat insegni. All’epoca della conferenza economica di Mosca si fece un gran baccano sulla tesi che l’incremento dei traffici dall’Italia con i paesi cominformisti sanerebbe ipso facto le condizioni di miseria dell’enorme maggioranza della popolazione italiana. Ai fini della contabilità aziendale, nulla importa se le merci prodotte dalla Fiat siano comprate a Mosca o a Buenos Aires: essenziale è il profitto realizzato. In ambo i casi nulla muta nelle sorti del proletariato che ha prodotto le merci, ma sono assicurate e conservate le condizioni per l’inarrestabile flusso di profitti aziendali.
Tutto ciò, senza contare il fatto che l’incremento delle esportazioni di un paese significa la riduzione delle esportazioni del paese concorrente, con conseguente ristagno della produzione, crisi, chiusura delle aziende, come avviene per le industrie tessili italiane nel momento attuale.
Le industrie del conte Marzotto esportano in Russia. Sorriso pieno dei Di Vittorio di tutto il mondo. La Fiat esporta in Argentina, il cui governo, per motivi politici tenta di ridurre al minimo la dipendenza dagli Stati Uniti. Mezzo sorriso dei detti signori. Loro hanno motivo di rallegrarsi. Quel che non si comprende è perche gli operai dovrebbero rallegrarsi dei traffici dei loro padroni.