La "sottospecie”, donna
Non facciamo processi psicologici, né trattazioni sulla femminilità ed il femminismo. Osserviamo, invece, la nostra donna, quella che e una varietà più arretrata delle «sottospecie».
Essa è colpita da tutto il male che tiene il proletariato in schiavitù. E’ la schiava per eccellenza, Non è la schiava del maschio, come dicono le femministe, perché solo in rari casi patologici il maschio la offende con la forza e con la prepotenza, ma è la schiava di una situazione che il maschio proletario non è stato egli a creare, e della quale anche egli è vittima.
In che cosa consiste questa ”schiavitù”?
La bimba proletaria ha quasi sempre molti fratelli, e non riceve nascendo troppe attenzioni e cure particolari. Vive da sé, senza ”le amorevoli cure”.
A sette o otto anni è già utile alla casa, La sua opera viene messa a profitto del lavoro domestico, A quattordici anni va in filanda, nella risaia, in uno stabilimento qualsiasi, per guadagnare qualcosa per portare a casa qualcosa. Prende pochi soldi. Il lavoro delle donne è deprezzato, ma il lavoro delle fanciulle non val quasi niente, Essa, la fanciulla, è ignorante. Non va alla scuola perché va al lavoro. Qualche volta frequenta le a serali ma la sua educazione è assai limitata. Lasciamo andare i troppo frequenti casi nei quali la fanciulla uccide il suo organismo per la precoce applicazione al lavoro. Taluno potrebbe pensare al solito cliché sentimentale.
Lasciamo andare i mille e mille casi nei quali la figlia dell’operaio o del contadino si avvia alla città ad aumentare il numero delle donne di servizio tra le quali miete largamente la prostituzione
Consideriamo la giovane proletaria sana e robusta all’età da marito. Solo nei romanzi la figlia di un operaio o di un bifolco può sposarsi ad un principe. Nella vita reale, la giovane proletaria sposa un operaio od un contadino, L’uno o l’altro non hanno palazzi o altri patrimoni. Hanno ciascuno due braccia, Soro usciti da famiglie numerose anch’essi allevati a scapaccioni e gettati precocemente nell’officina o dietro i bovi od al pascolo.
Ma la fanciulla che da bimba ha sfacchinato ad aiutare la mamma. e poi si è levata di buon tempo per portare in casa un po’ di danaro, non ha raggiunto il momento di riposare.
E dire che la fanciulla vede il suo riposo nel matrimonio! Vengono i figli e la casa non li contiene; vengono le ansie di non poterli sufficientemente mantenere; qualche volta viene la guerra e se li porta via; quasi sempre giunge la disoccupazione a gettare il terrore.
Di una situazione simile chi soffre di più è la donna.
Se essa è madre, e deve sopperire alla disoccupazione del marito, la sua vita diventa un martirologio che solo lavoratori possono apprezzare.
Una somma di pregiudizi, poi, la incatenano. Essa sente di essere meno dell’uomo, ma non sa il perché ignora che in lei stessa v’è la potenza di uscire dalla scorza entro cui è chiusa da secoli di servaggio, dallo stato di incretinimento nel quale è stata gettata dai regimi iniqui, dalle sciocche religioni di cui si servirono intelligentemente i regimi.
I proletari hanno anch’essi posta in una nicchia ben chiusa la loro donne per aumentarne Ie sofferenze.
Essi non hanno colpa. Essi ereditano profondi stati di animo, radicati nelle stirpi secolari, i quali esigono che la donna sia piacente, si buchi le orecchie, si copra di amuleti e di acconciature come gli idoli, sia ignorante, creda in dio, faccia molti figli e non si occupi d’altro.
Ma essi i lavoratori non attendono pure una redenzione? Come potrebbero trarre le loro donne verso la luce? Si compia, dunque, parallelamente all’opera di educazione Rivoluzionaria del proletariato, un’opera di proselitismo fra le donne dei lavoratori. E’ certo che questo lavoro è estremamente difficile. Ma bisogna pure compierlo. La schiavitù delle donne proletarie è schiavitù morale e materiale. Essa non la si distrugge che distruggendo le ragioni stesse che la originano: la società capitalistica, i rapporti economici fra il capitalismo ed il proletariato, lo stato politico della classe borghese. Il compito nostro è quello di far comprendere alle nostre proletarie il perché del loro stato attuale. Molte di esse, che vivono in una tormentosa incoscienza, si sentiranno finalmente comprese.
Forse per dire “parole vere” alle donne, cioè sentite e capaci di penetrare l’animo, bisogna rivolgersi più alle nostre compagne che ai compagni. Ma questi debbono fare DI TUTTO per contribuire alla buona opera di propaganda fra le donne. E’ un loro dovere di cui debbono sentire il valore. Cose semplici, bisogna dire alle lavoratrici, le quali non comprenderebbero, diversamente.
Evitare di ripetere certe formule vuote del femminismo, ricordando che la società umana può raggrupparsi intorno a due classi che non sono quella dei maschi e quella delle femmine, ma quella borghese e quella dei proletari che vogliono, uniti, giovani e vecchi, uomini e donne, combattere e vincere i loro naturali nemici.
La sottospecie donna, creata dai regimi economici e politici del passato, sarà elevata e fusa alla specie umana dei lavoratori redenti, allorché il proletariato avrà abbattuto e distrutto il potere del capitalismo ed innalzato, formidabile, il suo stato.
R. G.
La propaganda fra le lavoratrici della terra
L’unione sempre più effettiva e cosciente di tutte le forze proletarie preoccupa la borghesia che tenta con tanti i mezzi di suscitare equivoci e discordie fra le diverse categorie di lavoratori, sfruttando le debolezze degli uni e degli altri e fomentando meschine rivalità o basse passioni.
Cosi, ad esempio, coi mezzi insidiosi che le son abituali, cerca di dividere i contadini dagli operai e di aizzarli gli uni contro gli altri.
Dice ai contadini che mentre i lavoratori dei campi furono mandati in massa alla guerra, gli operai delle città guadagnarono degli alti salari nelle fabbriche di munizioni e di armi, e che oggi gli operai continuano a percepire paghe favolose lavorando otto ore al giorno, mentre i contadini sono all’opera dalla mattina alla sera, guadagnando meno
Agli operai poi si svelano i ricchi risparmi che i contadini accumulano di anno in anno alle spese dei cittadini, tacendo, naturalmente, dei salari agricoli, miserrimi quasi sempre, e dei grandi proprietari terrieri i qui ammassano ricchezze veramente favolose, non meno dei grandi sfruttatori industriali.
I tentativi capitalisti per dividere il proletariato della campagna da quello delle città fallisce di fronte alla chiara coscienza politica che sempre più vanno acquistando i lavoratori.
Ad ogni modo devono essere combattuti con una attiva propaganda tra i proletari rurali, e specialmente fra le donne della campagna che non sono ancora sufficientemente difese dalle insidie borghesi, mediante una efficace educazione.
L’organizzazione e l’educazione politica dalle contadine presenta naturalmente delle difficoltà speciali; poiché, mentre le lavoratrici delle officine, per effetto dell’opera educatrice della fabbrica stessa, sentono ormai la necessità dell’unione proletaria e della lotta di casse, quelle dei campi sono ancora, in gran parte, refrattarie a qualsiasi organizzazione, a qualsiasi forma di interessamento e di partecipazione alla vita politica. Molte di esse subiscono l’influenza di coloro che suggeriscono come fatalmente necessarie la rassegnazione ai mali della terra e la sottomissione ai potenti, promettendo tutte le gioie desiderabile in un mondo migliore, e favorendo così gli sfruttatori.
Le donne della campagna, dominate da questi pregiudizi, profondamente radicati nella loro mente da secoli, partecipano difficilmente alle riunioni di propaganda organizzate nei loro paesi e non hanno perciò nessuna occasione di essere illuminate e persuase.
E’ necessario quindi esercitare fra di esse una propaganda privata per mezzo di conversazioni famigliari, con una opera di persuasione continua che le compagne comuniste non debbono assolutamente trascurare, servendosi dei loro giornali, sfruttando gli avvenimenti quotidiani che possono sempre divenire argomenti di critica al regime attuale, mostrando le colpe? ed i delitti compiuti dal capitalismo a danno dei lavoratori, cercando in tutti i modi di far penetrare le loro convinzioni, la loro fede comunista nella coscienza delle donne ancora arretrate, di far conoscere alle contadine, e particolarmente alle salariate dei campi, la loro vera posizione sociale, la forza dei loro diritti calpestati. che dovrà essere pure utilizzata nella prossima rivoluzione sociale. Gioverà far loro considerare le difficili penose condizioni in cui vivono le donne della campagna; le quali compiono quasi sempre dei lavori troppo gravosi per le loro forze e con orari eccessivamente lunghi, e si attribuiscono in una esistenza fatta solo di fatiche e di stenti, priva di qualsiasi forma di sollievo, di qualsiasi mezzo di elevazione.
Le donne dei campi sono anche maggiormente sfruttate sacrificate dei lavoratori agricoli, poiché ad esse si concedono dei salari inferiori a quelli concessi agli uomini. anche dove il lavoro compiuto è uguale; e come le proletarie di città, sono inoltre gravate di tutti i lavori di casa; che sono talora anche più numerosi, poiché le donne di campagna fanno il pane, il bucato e la tela e una infinità di altre faccende che alle cittadine sono risparmiate.
In tutti i modi, con tutti gli argomenti si deve cercare di preparare le donne del campi alla comprensione di questa fondamentale verità: che le loro, dolorose condizioni e quelle ugualmente tristi dei loro compagni condannati per tutta la vita a faticare per il vantaggio dei borghesi, e, per gli interessi dei borghesi, costretti magari a combattere ed a morire: che tutte le odiose servitù a cui sono condannati i proletari e le proletarie dei campi come quelli delle città cesseranno quando ne saranno eliminate le cause; quando cioè sarà distrutto il regime capitalista e sarà instaurato un ordine nuovo il quale assicuri alla collettività dei produttori i frutti della fatica e della terra, si proponga di rendere
più libera, più Intensa è più alta la vita di tutti gli uomini, e si preoccupi pure di facilitare, di migliorare tutti i lavori, anche quello gravoso dei campi, con macchine e strumenti e mezzi sempre più perfezionati, in modo che le lavoratrici ed i lavoratori agricoli siano fatti partecipi anch’essi di una vita materialmente meno misera, e spiritualmente migliore.
CAMILLA RAVERA
Sorella, ascolta!
Ascolta la nostra voce che è la voce degli sfruttati, dei diseredati, degli oppressi; di tutte le vittime dell’ingiustizia sociale.
Essa viene dalle officine assordanti, dai campi infuocati, dalle miniere tenebrose, dai tuguri tristi ed oscuri. Essa è l’anelito delle moltitudini ribelli, che stanche di soffrire lottano per un po’ di luce e di sole per un po’ di vita.
Noi vogliamo, o sorella, che questa voce giunga fino a te, che superi tutti gli ostacoli, e giunga nella filanda polverosa ove la tua giovinezza sfiorisce, nel campo ove la grave fatica troppo presto ti curva, nella solitudine oscura del tuo focolare ove la tua anima s’inaridisce, che essa scenda nel più profondo del tuo cuore ad apportarvi la fede e la speranza.
Noi sappiamo la tua vita perché essa è la nostra, noi sappiamo il tuo dolore perché esso è il nostro, e vogliamo che la nostra fede sia la tua.
Tu aspiri ad una sorte migliore, tu domandi alla vita un po’ di gioia. Non sperar la gioia nelle vie facili, esse celano l’abisso.
Tu domandi un po’ di sollievo alle tue sofferenze, non cercar questo sollievo in una fede vana, non cercare di mitigare il tuo dolore nell’ascetismo; il tuo dolore è santo, non offuscarlo, non soffocarlo nella menzogna; vivilo interamente in tutta la sua grandezza, misurane tutta la sua intensità ma non lasciarti accasciare dalla sua potenza.
Esso è la fonte di una vita novella. Dai dolore che mina le anime di tutti gli oppressi, le di cui sofferenze hanno origine nelle ingiustizie sociali è nato il sentimento di ribellione contro la società che genera queste ingiustizie, un sentimento che avvicina, affratella i lavoratori di tutti i paesi, che non è l’aspirazione dei singoli ma l’aspirazione delle masse proletarie che lottano contro il potere borghese per la loro redenzione.
Unisciti, o sorella, a queste masse; il loro destino di miseria è pure il tuo, fai che le loro lotte e le loro speranze siano pure le tue.
La strada da percorrere è tortuosa, ed irta di spini, ti costerà molti sacrifici.
Non indietreggiare dinanzi al sacrificio che t’attende.
La tua vita di proletaria è e sarà sempre una vita di sacrificio, sacrificio doppiamente penoso perché imposto dalle dure necessità della vita; mentre il nostro sacrificio è volontario, cosciente suggerito dalla fede, dalla passione, dall’entusiasmo; non vano perché è un esempio, un incitamento, è una particella dell’immensa opera rivoluzionaria.
Quanti sono caduti affermando la nostra fede!
Sono caduti lanciando una parola d’incitamento a coloro che son rimasti.
Ascolta quella parola, sorella, ascolta..
F. F.