A ciascuno le sue elezioni
L’opposizione socialcomunista sta menando alla Camera e fuori vasto clamore sulla riforma elettorale predisposta dal Governo. Truffa elettorale! Con tale apprezzamento si vorrebbe bollare il governo degasperiano, quasi che i governi borghesi fossero accessibili alla vergogna, quasi che esistesse una legge elettorale che potesse definirsi non truffa, non inganno, non ciurmeria demagogica. Un governo borghese «onesto» sarebbe quello che promulgasse leggi utilizzabili dal proletariato per distruggere il suo nemico capitalista? Governi del genere mai se ne son visti, e giammai se ne vedranno, dato che la classe borghese di tutto può accusarsi tranne che di essere fessa.
La lotta tra governo ed opposizione social-stalinista non è affatto una manifestazione della lotta di classe tra proletariato e borghesia; le trascorse collaborazioni ministeriali dei deputati e senatori di Togliatti e Nenni al governo della borghesia italiana stanno li a dimostrare che la contrapposizione dei fronti non esce dal quadro della conservazione e dello schieramento politico borghese. Pure, la via del governo è sbarrata all’opposizione. Come? Con un atto di forza. La legge elettorale che il governo impone, chiamatela come volete, non deriva da inganno, raggiro, imbroglio, ma esprime brutalmente la posizione dominante delle forze governative, le quali, essendo padrone assolute delle forze armate dello Stato, impongono di votare secondo quanto a loro fa comodo. Allora è inutile prendersela con la lettera della legge: perde alle elezioni chi perde sul terreno della contrapposizione della forza materiale, della forza armata.
Esempi dall’estero non ne mancano.
Ai primi di ottobre si sono tenute in Giappone le elezioni politiche. Dalla battaglia di schede uscivano vincitori i liberali del partito di Yoshida, che detiene il governo, responsabile del trattato di pace e del Patto di alleanza con gli Stati Uniti stipulato a San Francisco. I seggi dei socialisti di sinistra, anti-comunisti ma contrari al riarmo e alla politica di alleanza con gli U.S.A. aumentavano da 16 a 54; socialisti di destra, favorevoli al riarmo a condizione, accrescevano anch’essi i seggi passando da 30 a 57. I comunisti incassavano una tremenda sconfitta. Nelle elezioni del 1949 lo stalinismo nipponico aveva totalizzato 22 seggi alla Camera, nella recente consultazione non riusciva ad acchiappare nemmeno un solo seggio. Seggi conquistati: zero.
Questi i risultati. L’Unità del 3- 10, commentandoli, rilevava che parte dei tre milioni di voti, andati al P.C. nelle elezioni del 1949, si sarebbero riversati sui candidati del socialismo di sinistra, e denunciava l’ondata di persecuzioni, di arresti che il governo di Yoshida aveva provocato ai danni dei candidati stalinisti. E’ proprio quello che dicevamo: il partito o la coalizione di partiti che dispone del controllo della forza armata dello Stato, vince le elezioni, ancor prima che le schede scendano nelle urne. Le oneste mammolette alla Concetto Marchesi definiscono ciò arbitrio, ingiustizia, ecc. Ma che succede là dove il potere politico e nelle mani dello stalinismo? Qui si da agli avversari del regime la facoltà legale di rovesciarlo?
Alla fine di ottobre, a meno di un mese dalle elezioni giapponesi, si sono svolte le elezioni politiche in Polonia. L’unica lista in lizza era quella del Fronte Nazionale, che raccoglieva candidati comunisti e paracomunisti. Al povero elettore nessuna possibilità di scelta: o votare la lista del governo o astenersi con tutte le conseguenze del caso. L’Unità annunziava trionfante che il 99 per cento dei voti erano andati ai candidati del Fronte Nazionale. Ci saremmo fatti frati, se fosse successo qualcosa di diverso. Lasciamo che della votazione monocolore si scandalizzino gli ipocriti imbroglioni delle redazioni borghesi. Per il fatto che in Giappone o in Italia si voti su due o cinquanta liste, nulla siamo autorizzati a togliere alla condanna del metodo elettorale come mezzo per impedire lo scontro violento delle classi. Quello che ripugna nelle elezioni-operetta montate dai cominformisti è che simili pagliacciate si fanno sotto il nome del marxismo. Che rivoluzionari sarebbero stati Marx e Lenin se avessero accettato di dare cittadinanza nello stato proletario alle ridicolaggini e alle furfanterie che rinfacciavano alla democrazia borghese?
Ognuno vince le elezioni che indice. Può accadere che il partito X autore della legge elettorale perda le elezioni, ma è provato che il potere passera al partito Y o Z, esponenti degli interessi della stessa classe dominante. E’ quello che è accaduto nelle elezioni americane, i cui risultati, noti mentre andavamo in macchina, ci riserviamo di commentare. Mai, comunque, accadrà che alle elezioni riuscirà perdente la classe dominante e vittoriosa la classe operaia, Ma non è raro che vincano i partiti che pretendono di essere del proletariato: come i laburisti inglesi o gli stalinisti di Polonia. Che è ciò, se non la conferma della legge?
Al traguardo del patriottismo primi gli staliniani
Aprendo a Livorno il Congresso della Fiom, Roveda ha esposto (vedi Unità del 2-11) l’ennesimo piano confederale per la rinascita della… benemerita siderurgia italiana. Il piano è degno delle tra- dizioni succhione ed autarchiche dei nostri baroni del ferro e dell’acciaio.
Questa che è stata sempre denunciata come una delle industrie nate e vissute sulle sovvenzioni e sulle commesse statali, responsabile del più esoso protezionismo ed inpinguatasi alla greppia delle guerre e degli scandali bancari, dovrebbe ora – per graziosa sollecitazione dei suoi salariati – premunirsi dalla sciagura di lasciar le penne nell’organizzazione del « pool » europeo del carbone e dell’acciaio, e ottenere – lei che non ne ha mai avuti abbastanza – dei «finanziamenti a lunga scadenza » atti « ad assicurare a questo settore vitale un pratico sviluppo». Inoltre, dovrebbe essere « nazionalizzato » I’IRI, e che cosa s’intenda per nazionalizzare, Roveda lo chiarisce subito: « i lavoratori vogliono che la direzione finanziaria e produttiva sia posta sotto il controllo dello Stato e del Parlamento, affinchè i criteri che la regolano siano pubblici e non privati ». In altre parole, non contenta di regalare finanziamenti ai siderurgici, la Fiom invoca il regalo allo Stato – rappresen- tante supremo degli interessi della borghesia (altro che criteri pubblici!) e oggi, in particolare, dei suoi interessi internazionali (o americani, che è lo stesso) – e, in subordinata, ad un Parlamento che magnificamente li esprime, le industrie che già succhiano, via IRI, alle mammelle dei contribuenti. Più patriottici di così non si potrebbe essere: gli stalinisti sono, in questo, sinceri.
* * *
Tanto più che, lo stesso giorno, e in vista del IV Novembre, la Federazione Giovanile Comunista (povera Federazione Giovanile, tradizionalmente alla testa del movimento rivoluzionario!) lanciava nella ricorrenza del fausto giorno un appello « per impedire nuovi disastri al nostro Paese, nuove offese all’onore della patria e al prestigio del nostro esercito » ed esaltare i fasti bellici della nazione e «l’unità fra popolo ed esercito ».
Ragione per cui anche l’Avanti! ha mille motivi di ospitare la prosa di Concetto Pettinato, missino intransigente, nostalgico di un’Italia fiera della sua indipendenza e ansioso del ritorno ad un « minimo di autorità nazionale » … A quest’ultimo proposito, d’altronde, val la pena di dire: e perchè no? Se la « colomba della pace » è stata affidata alle mani dell’ex-interventista ed ex-fascista della prima ora Nenni, perchè non darla per un po’ in condominio a Pettinato?
Che succede al P.C. Francese?
Il caso Marty minaccia di diventare un « mistero » storico del genere della Maschera di Ferro. L’accostamento non innalza certamente la figura del capoccia caduto nelle grinfie della Santa Inquisizione di partito, giacche pare che sotto la romanzesca maschera si celasse l’insignificante persona di un volgare avventuriero. Che si cela sotto la gesuitica prosa dei comunicati ufficiali della Direzione del P.C. francese? Mistero. Una cosa sola è certa, che Marty e il suo luogotenente Tillon sono in conflitto con la banda di fedelissimi a Mosca che detiene le leve di comando del P.C. Ignote permangono tuttora le cause del conflitto, dato che le motivazioni delle misure disciplinari prese contro Marty. ultima la sua espul- sione dalla Direzione del partito, perseguivano evidentemente lo scopo di confondere le idee degli estranei alla baruffa intestina e dissimulare le vere causali.
Non che ci interessi la figura di Andre Marty. Tutt’altro. Non abbiamo mai dato importanza alle persone fisiche, non cominceremmo certamente dal rinnegato capoccia staliniano, se per disgrazia intendessimo cambiare parere. Per rimanere coerenti non ci soffermeremo neppure un momento sulle illustri furfanterie da lui commesse in patria e all’estero. Quel che importa stabilire è se le persone fisiche di Marly e Tillon e le posizioni (quali?) che essi sostengono contro la Direzione del partito stanno ad indicare una corrente in seno al partitone d’oltr’Alpe. Difficile il dirlo. Però, si nota subito la diversità di atteggiamento osservato in Italia nei confronti di Cucchi e Magnani: la scomunica giunse qui perentoria a tagliare i membri infetti, che alla resa dei conti si sono rivelati una quantità trascurabile. Le gravi esitazioni, le reiterate diffide, le velate incriminazioni, che or- mai stanno diventando un luogo comune nei comunicati ufficiali del P.C.F. e nei discorsi dei grossi calibri della Direzione, ultimo quello di Lecoeur, autorizzano a congetturare che la piaga va oltre le persone dei due eretici? Mistero, Alla faccia delle famose « critica ed autocritica » nulla di preciso si ottiene leggendo la prosa criptografica dell’ Humanitè.
Come comincio l’« affaire »? Il Comitato Centrale, nella sessione del 3-4 settembre, emetteva un comunicato che resta un capolavoro di reticenza ipocrita. Andre Marty e Charles Tillon venivano colpiti da misure disciplinari (il primo era privato della carica in seno alla Segreteria, mentre restava nell’Ufficio politico; il secondo perdeva il posto nell’Ufficio politico, restando nel C.C.), ma dal testo del comunicato Tillon appariva il maggiore colpevole, mentre Marty veniva fatto figurare come l’eminenza grigia operante dietro le quinte, mediante convegni segreti con il complice. Quali le «deviazioni » di Tillon? E’ proprio quello che la Segreteria del P.C.F. intende avvolgere nell’ombra e nell’equivoco. Ad accuse generiche come quelle di avere concepito il movimento della pace come un’organizzazione strettamente di partito, non aperta cioè a gente di tutte le tinte e i credi politici e religiosi secondo le direttive odierne di Mosca, il che parrebbe autorizzare a congetturare che gli incriminati non nutrissero fiducia nel permanente tentativo dei partiti stalinisti di assorbire sempre più vasti strati del ceto medio, la bolla di scomunica della Segreteria faceva seguire altre più circostanziate, inframezzandole con rivelazioni da romanzo giallo circa misteriori conciliaboli, incontri, manovre di cui Marty e Tillon si sarebbero resi colpevoli, dando prova di doppiezza e di malafede. Ad un certo passaggio, il comunicato della Segreteria del P.C.F. diceva: « Charles Tillon era da tempo influenzato dalla propaganda del nemico e si trovava indotto a porsi sul suo stesso terreno, ad opporre l’azione del partito a quella dei F.T. (Franco Tiratori) e P.F. (Partigioni Fran- cesi), mentre gli F.T. e i P.F. sono stati creati su iniziativa del partito ». Seguiva nel testo una vivace puntata polemica intesa a rivendicare al Partito e in particolare alla Direzione capeggiata da Thorez cioé dal benemerito di Mosca, la paternità vera e la direzione della resistenza partigiana contro l’«occupante». Si ammetteva che tale lotta data da molto tempo prima della formazione dei F.T. e dei P.T. che sono riconosciuti apertamente come un’emanazione del partito, costituiti col dieci per centro dei membri del partito ma, vedi caso, pur di combattere i pareri contrari di Marty e Tillon, si faceva la preziosa ammissione che l’azione resistenziale del PCF iniziò fin dal 1939. Anno 1939! Ma in quel tempo con chi era in guerra la «Democrazia» di Francia? Trascriviamo il passaggio riportato dall’Unità (18 settembre 1952): «Charles Tillon sa tuttavia, meglio di chiunque altro che non vi sarebbe stato l’impulso dato dal partito alla lotta, armata o no, contro l’occupante, se, fin dal 1939, Maurice Thorez non fosse stato messo nella clandestinità alla testa del nostro partito». E’ noto che l’«occupante» del territorio francese fu, dal giugno 1940, l’esercito hitleriano, contro il quale il PCF, diretto da Thorz da Mosca ove s’era rigugiato per non combattere nell’armata francese, non aprì le ostilità se non all’indomani del 21 giugno 1941, allorché Hitler, stracciando il patto di alleanza con Stalin, invase il territorio russo. Fino a quella svolta fondamentale della seconda guerra mondiale, il PCF col pieno accordo di tutti coloro che ora si azzuffano, sostenne apertamente la guerra di Hitler contro le Democrazie occidentali, cui rinfacciavano il torto di schierarsi in un fronte che non era quello russo-tedesco. Quale meraviglia, se la prosa della Segreteria del PCF diventa così prudente allorché siffatti nodi vengono al pettine?
Da quanto precede si è autorizzati a trarre, con le dovute cautele la conclusione che il lavoro frazionistico, categoricamente imputato nel comunicato della Segreteria a Marty e Tillon, si orienterebbe verso la scissione delle forze della resistenza dal corpo del Partito e, quindi, dalla dirigenza fedele a Mosca. Ma quali risultati esso ha dato? Di sicuro c’e che la famosa ritrattazione, l’autocritica, che i due avevano promesso di fare al C.C. non è fino ad oggi pervenuta, nonostante le pressanti sollecitazioni e le velate minacce della Direzione del partito. Gia il 26 settembre, l’Ufficio politico diramava un comunicato nel quale, dopo essersi felicitato del « consenso unanime » dato dal partito alle sanzioni contro Marty e Tillon, dichiarava che non poteva essere tollerato più a lungo l’atteggiamento dilatorio dei silurati- Le lettere inviate da questi all’Ufficio politico venivano giudicate solo come « una premessa a procedere finalmente all’autocritica ». In realtà, Marty e Tillon fin dalla sessione del 3-4 settembre avevano recitato almeno formalmente il « mea culpa », dato che essi avevano riconosciute giuste, secondo il comunicato della Segreteria sopra accennato, le sanzioni prese contro le loro stesse persone. E allora? E’ chiaro che la Direzione temporeggiava e temporeggia tuttora, facendo lo stesso gioco della corrente, piccola o grande che sia rappresentata da Marty e Tillon, preferendo fronteggiare con mezzi sotterranei di cellule il lavoro frazionista di costoro. Se Marty e Tillon rappresentassero solo se stessi la Direzione del P.C.F. avrebbe offerto l’eccezionale spettacolo, di così lunga durata, di dissensi interni? La domanda viene spontanea. Che il lavoro frazionista di Marty duri tuttora l’ammetteva ancora una volta, il 23 ottobre, la Direzione del partito, in un comunicato in cui rifacendosi agli errori imputati a Marty, nella sessione del Comitato Centrale, e definendo la lettera inviata da lui all’Ufficio Politico, « un tentativo di creare una piattaforma antipartito, che travisa la politica del partito, viola la sua dottrina … e mira a minacciare l’unità del partito », veniva annunziata la sospensione di Marty dalla carica di membro della Direzione del P.C.F.
Ora Marty attende la convocazione del Comitato Centrale che dovrà pronunciarsi definitivamente sulla sua sorte. Riuscirà frattanto la Direzione del P.C.F. a mettere la museruola agli oppositori? E’ quello che staremo a vedere.
Internazionale socialdemocratica sottosezione dell’ONU
L’«Internazionale» socialdemocratica ha chiuso i battenti del suo Congresso milanese dopo una serie di riunioni che hanno brillantemente dimostrato, fra l’altro, l’imbarazzo di partiti socialisti che vorrebbero definire una linea internazionale comune difendendo nello stesso tempo interessi nazionali divergenti.
Le risoluzioni, vaghe quanto ampollose, hanno comunque riconfermato che una « linea internazionale » su cui tutti i partiti socialisti concordano esiste, ed è questa: fungere da sottosezione dell’UNO, portando a questa tipica organizzazione mondiale borghese una pennellata abbellitrice di «finalità sociali». Aiuti alle aree depresse secondo il punto 4 del presidente del massimo centro imperialistico del mondo? Ma certo; tuttavia, i socialisti porranno in primo piano «l’aiuto alimentare e sanitario » e le « realizzazioni sociali (servizi di sanità e di educazione, aiuto tecnico) ». Unione europea e Pool carbone e acciaio? Ma certo; solo che la maggior preoccupazione dovrà essere quella di «migliorare il tenore morale e materiale di vita delle classi lavoratrici, di rafforzare i loro diritti civili e politici, di creare la possibilità per il pieno impiego » ecc. Unione per la sicurezza, o, in altre parole, Patto Atlantico? Ma certo, niente guerra preventiva, difesa delle nazioni libere; però: « il riarmo non basta ad allontanare i rischi del conflitto. I partiti socialisti considerano dunque indispensabile svolgere nello stesso tempo una politica di conciliazione». E così via.
Riassumendo, dare una parvenza di contenuto sociale al processo di integrazione ed espansione dell’imperialismo. La sottosezione dell’ONU è indispensabile al suo funzionamento, è la sua agenzia di propaganda fra le masse popolari: altrimenti, chi crederebbe alla « difesa della civiltà »?
Tre modi di intendere la politica colchosiana
L’unità politica della classe dominante è data dalla unicità di reazioni che essa oppone, sul piano della discussione e della repressione violenta, alle rivendicazioni sovvertitrici della classe rivoluzionaria. Non cuò coincidere con l’unanimità dei consensi alle soluzioni possibili di determinate questioni poste dal complesso divenire delle situazioni. Ciò appare chiaramente nei regimi politici a tipo parlamentare, ove assistiamo al gioco contrastante dei vari partiti, esprimenti talora diverse soluzioni dei problemi del potere e della amministrazione economica, sebbene siano tutti d’accordo nel combattere ogni decisione che possa indebolire lo Stato di fronte alle minacce delle contraddizioni sociali. Ma nemmeno la ferrea prassi dei regimi di polizia, basati sul rigido monopartitismo, può evitare che gruppi della classe dominante si trovino in disaccordo su determinate questioni. E’ quanto avviene in Russia, tra l’altro, circa la politica dello Stato nei confronti dei kolkhos.
Nel suo recente saggio «Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S. » di cui il nostro « Filo del tempo » continua a discutere i punti essenziali, Stalin dedica l’ultima parte a rispondere a scritti di tali Sanina e Vengser concernenti appunto talune proposte circa la revisione della polititca ufficiale nei riguardi dei kolkhos. Nella « giornata seconda » del dialogato con Stalin, lo autore coglieva l’essenziale della questione. Sia concesso a noi fornire i particolari e i dettagli.
Sulla questione dei kolkhos, come su altre del resto, Stalin, il che equivale a dire la parte dominante che detiene il controllo dello Stato e del partito russo, si batte contro due posizioni ben definite: l’una che sostiene la nazionalizzazione dei kolkhos, l’altra che propende per l’allargamento della proprietà privata dei kolkhosiani singoli e collettivi.
Che significa la nazionalizzazione integrale dei kolkhos? La terra coltivabile e le macchine agricole, tranne il piccolo attrezzaggio, sono a norma di costituzione proprietà dello Stato, che cede gratuitamente la terra in usufrutto perpetuo alla ccoperativa kolkhosiana e fornisce, altrettano gratuitamente, le macchine agricole (trattori, mietotrebbiatrici, seminatrici, ecc.) le quali essendo prodotte nelle officine nazionalizzate appartengono allo Stato. Però, i prodotti della terra appartengono, a titolo di proprietà privata, ai contadini che se ne disfanno alla maniera classica, immettendoli cioè sul mercato o vendendoli allo Stato. Succede così che i kolkhos si servono gratuitamente delle macchine prodotte dagli operai industriali delle città, i quali sono costretti, se non vogliono morire di fame, a comprare, poco importa se tramite lo spaccio statale (simile ai nostri « Sali e Tabacchi ») o per privati intermediari commerciali, i prodotti della terra. La nazionalizzazione integrale dei kolkhos, proposta da « alcuni compagni» mirerebbe in sostanza a trasformare anche la proprietà dei prodotti attribuendola allo Stato.
Che oppone Stalin, cioè il nucleo dominante nello Stato? Poche parole di stroncatura, più che di motivata critica. In tale occasione, Stalin se la cava riprendendo la dottrina della estinzione dello Stato, che in altre occasioni fa comodo ai dirigenti russi prendere in giro, alla maniera borghese. Attribuire tutto in proprietà allo Stato? Ma non sapete, esclama Baffone sogghignando, che lo Stato non è eterno, che è destinato a scomparire? La verità è che nazionalizzare integralmente i kolkhos significherebbe espropriare i contadini con la violenza statale ed abolire il commercio dei prodotti agricoli. Il che secondo Stalin rappresenta un’utopia. Nè egli ha torto. La economia russa si basa sulla indefinita espansione del mercantilismo, anzi, progredisce e si abilita a conquistare zone arretrate appunto perchè marcia su tale direttrice. Invertire la marcia, ha l’aria di dire Stalin, significa voler l’impossibile. Infatti ci abbisogna uno sconvolgimento rivoluzionario, e non circoscritto alla Russia, ma di raggio mondiale.
Altra opposizione, ben più consistente, propone tout court la privatizzazione del macchinario statale ceduto gratuitamente in uso al kolkhos. Tale posizione Stalin non la giudica una fastidiosa manifestazione di utopismo, siccome fa con quella ora detta. Gli dedica invece un’ampia risposta: evidentemente la ritiene espressione di quella che nel linguaggio dei governi si chiama « critica costruttiva ».
« Che cosa si deve fare per elevare la proprietà kolkhosiana al livello di proprietà di tutto il popolo? » si chiede Stalin. Egli infatti riconosce più sopra che « la proprietà kolkhosiana non è proprietà di tutto il popolo », salvo ad appiopparle ciononostante l’etichetta di « proprietà socialista ». Esiste una proprietà socialista dunque, secondo Stalin e il Presidium del P.C. russo! Secondo Marx il socialismo consiste nell’abolizione di ogni proprietà, sia privata che statale. Chi dice balle allora? Ma andiamo avanti. Il testo così prosegue: « Come misura principale per elevare a questo livello la proprietà kolkhosiana, i compagni Sanina e Vengser propongono di vendere in proprietà ai kolkhos i principali strumenti di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori, sgravare così lo Stato degli investimenti di capitali nell’agricoltura e ottenere che i kolkhos stessi si assumano la. responsabilità di provvedere al mantenimento e allo sviluppo delle stazioni di macchine e trattori ».
Stalin prende in tale considerazione la proposta di Sanina e Vengser che si incarica addirittura di ripeterne gli argomenti da loro portati a sostegno, e che sono:
1) Lo Stato vende ai kolkhos l’attrezzamento agricolo minore che comprende i vari tipi di falci, i piccoli motori, ecc.
2) Tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, il’ Comitato Centrale del P.C. russo, sosteneva la necessità di trasferire le stazioni di macchine e trattori in proprietà ai kolkhos, chiedendo ai kolkhos di compensare il valore di esse entro un termine di tre anni.
A tali argomenti risponde Stalin nell’ordine:
1) Non si può mettere sullo stesso piano il piccolo attrezzaggio agricolo e i « mezzi essenziali in agricoltura », quali sono le macchine e i trattori.
2) L’esperimento della vendita delle macchine ai kolkhos si rivelò un fallimento, sicchè alla fine del 1930, la decisione del C.C. del P.C. russo fu abrogata.
Ma l’argomento capitale nelle mani di Stalin e ben diverso dalla non convincente discriminazione tra i mezzi di produzione agricoli, come dalla risorsa del riferimento storico. Egli, prendendo le mosse dal concetto esatto che la fonte dell’ascesa della produzione kolkhosiana sta nella tecnica moderna, e che la tecnica evolve continuamente esigendo la sostituzione dei mezzi vecchi con i nuovi, sostiene che, se si dessero i mezzi di produzione in proprietà ai kolkhos, questi non sarebbero in grado di sopportare le enormi spese del rinnovo dei mezzi tecnici. «Che significa -egli esclama – togliere dalla circolazione centinaia di migliaia di trattori a ruote e sostituirli con trattori a cingoli, sostituire diecine di migliaia di mietotrebbiatrici invecchiate cen mietotrebbiatrici nuove, creare nuove macchine, poniamo, per le culture tecniche? Significa sopportare spese di miliardi, che possono essere recuperati solo entro 0-8 anni. Possono sopportare queste spese i kolkhos, anche se sono milionari?». A tale quesito, Stalin risponde: No, non possono. E aggiunge che solo lo Stato può prendere su di sè queste spese. L’altra alternativa sarebbe la rovina dei kolkhos.
Chiunque ragioni nei termini dell’economia classica non può dare torto a Stalin, ma è proprio ciò che dimostra come l’economia russa giri nell’ambito del mercantilismo e non ne possa uscire in forza di interventi interni ad essa. Allora appare evidente quali cause siano all’origine del kolkhos. Il fallimento del tentativo di far comprare ai kolkhos le macchine agricole, fallimento dovuto all’enorme arretratezza dell’agricoltura russa, non poteva, nel 1930, che imporre la cessione gratuita ai kolkhos delle macchine e trattori. Ma poichè i prodotti agricoli non perdevano, perchè non potevano perdere nelle condizioni storiche attuali, il loro carattere di merci, acquistabili dagli operai contro denaro, è chiaro che gli odierni privilegi dei kolkhos si traducevano e si traducono in un equivalente espropriazione e sfruttamento delle masse lavoratrici delle città.
Ma ciò non’ significa che il Governo di Mosca, facciamo una ipotesi non astratta visto che di essa si discute negli ambienti dirigenti, cambierebbe la sorte del proletariato urbano, se accettasse la proposta dei controdittori di Stalin. Accadrebbe quello che tutti i governi, primo fra tutti quello degli Stati Uniti, si preoccupano di evitare concedendo sussidi e prezzi politici agli agricoltori, e cioè si assisterebbe all’inasprimento della concorrenza che il regime dello scambio impone ai kolkhos. Perchè in tale caso le macchine e i trattori andrebbero in maggiore. quantità ai kolkhos finanziariamente più forti, ai kolkhos milionari, come si compiace di dire lo stesso Stalin, il che apporterebbe gravi sconvolgimenti nelle campagne. In fondo, l’esonero dalle spese di manutenzione e di ammortamento del macchinario agricolo, di cui godono i kolkhos, ammesso che siano tutti a goderne, altro non è che una imposta che lo Stato di Mosca fa pagere alla « Nazione », leggi al proletariato delle città. Ma ciò torna a vantaggio della stabilità sociale. Già sappiamo da un secolo che la stabilità sociale che frega il proletariato viene fatta pagare a lui stesso.
Concludendo la disputa, Stalin dichiara che la questione non si risolve nè con la nazionalizzazione dei prodotti dei kolkhos, nè con la privatizzazione dei mezzi di produzione agricoli, e neppure, vedi caso, con la linea intermedia seguita dal Governo. Già, perchè Stalin si ricorda che il comunismo è incompatibile con la circolazione mercantile e monetaria, e profetizza che i kolkhos dovranno avviarsi (quando?) verso la soppressione dello scambio.
Di reale ci sono solo fatti del genere di quelli emersi, ad esempio, dal rapporto del Ministro Mikoian al XIX Congresso del P.C. russo. Mentre ammetteva che la produzione di pane di segale dovrà continuare a tempo indeterminato, e doveva riconoscere che la produzione della carne, dello zucchero, del latte, rimane inferiore alla domanda (economica, si badi!) della popolazione, Mikoian annunciava giulivo e festoso che nel 1952 i risparmi depositati nelle banche russe sono complessivamente 4 volte superiori a quelli del 1940. Maresciallo Stalin, è questa la via che mena al comunismo?
La distribuzione del capitale azionario negli USA
Uno dei motivi ricorrenti della propaganda democratica, in specie americana, è l’affermazione che sarebbe in atto nel mondo capitalista una « democratizzazione della proprietà » attraverso la sempre più larga partecipazione di « strati popolari » al capitale azionario. A parte ogni considerazione sul significato e il valore di tale partecipazione, è, questa, una gigantesca balla. Il Brookings-Institute ha pubblicato recentemente un opuscolo statistico sulla « distribuzione della proprietà azionaria negli Stati Uniti », di cui informa la rivista socialista-indipendente tedesca « Pro und Contra ». Riassumiamo i dati essenziali. Anzitutto, i possessori di azioni sarebbero negli Stati Uniti 6 milioni e mezzo (l’orchestra propagandistica dei pennivendoli parlava di 20 milioni!), cioè il 6,4% della popolazione totale adulta: in altri termini, il 93,6 % di questa non ha nessuna partecipazione al capitale azionario statunitense. E’ una prima schiacciante considerazione, alla quale si deve aggiungere che, secondo la stessa fonte – che è delle più autorevoli, perchè emanante da un’organizzazione ufficiale borghese – il numero degli azionisti è in corso non di aumento ma di diminuzione: « nel 1937 si contavano da 8 a 9 milioni di azionisti, dei quali ognuno interessato ad una società »; tenuto conto dell’incremento demografico, la percentuale dei possessori di azioni sulla popolazione adulta è dun- que scesa in 15 anni dal 10-11 % a 6,4. La concentrazione del capitale è, conformemente alla tesi marxista, in processo di continuo sviluppo.
Ma ancor più interessanti sono i dati (d’altronde incompleti) sulla distribuzione del capitale azionario. I 6 milioni e mezzo di cui sopra detengono 20 milioni e un terzo di pacchetti di azioni, cioè poco più di 3 a testa in média ma il 20 %, rappresentante lo strato superiore degli azionisti, ne detiene 5 a testa e l’8 % dello stesso strato più di 10. D’altra parte, i pacchetti rappresentano un volume diverso di azioni, e quindi anche un diverso grade effettivo di proprietà azionaria: il 69% di tutti i pacchetti contengono da 1 a 99 azioni rappresentanti appena il 14 % del valore complessivo di mercato di tutte le azioni; il 34 % di tutti i pacchetti contengono da 100 a 1000 azioni rappresentan- ti l’86 % del valore complessivo; ora, l’enorme maggioranza degli azionisti posseggono appunto pacchetti da 1 a 99 azioni, e il loro peso sull’intera proprietà azionaria e quindi minimo. In media, si può dire che la grande maggioranza degli azionisti hanno in mano un valore medio di mercato di 41 dollari (25 mila lire circa) per azione, e un valore medio complessivo di 3.912 dollari: il frutto di questo « capitale azionario » medio non dà da vivere a nessuno di loro.
Per contro, il 56 % del valore di mercato delle azioni complessive è riunito nelle mani del 2 % degli azionisti, cioè di uno strato di circa 150.000 persone detentrici di più di 1.000 azioni in media a testa. E’ inoltre arcinoto che si tratta quasi sempre non di persone diverse, ma della stessa persona figurante sotto il nome di diverse teste di turco o, comunque, di persone della stessa famiglia a capitale indiviso; la enorme maggioranza del capitale azionario è dunque concentrata in pochissime mani, anzi in un numero sempre più ristretto di mani, ed è a favore di questi che gli altri possessori di azioni – l’enorme maggioranza – sono mobilitati a fornire capitale.
Infine, dalla stessa indagine risulta che solo 670.000 su 31 milioni di operai detengono azioni, appena il 2% (si badi che tale cifra è prevalentemente data da operai specializzati e qualificati), e che il capitale azionario rappresentato dalle azioni di questi 670.000 operai ammonta ad appena 31.610.000 dollari.
La società per azioni, vantata dagli apologeti del capitalismo come forma di democratizzazione delle proprietà capitalistica, è in realtà un meccanismo ipocrita (e spesso nemmeno tale) di drenag- gio dei soldini di piccolo-borghesi e di un esile strato di proletari (l’aristocrazia operaia) a favore di una cerchia sempre più limitata e concentrata di capitalisti. Wall Street – se vogliamo usare questo termine corrente – è sempre più la dominatrice della « repubblica stellata ».
La marcia sanguinosa del capitale in Africa
Nella seconda parte de “L’accumulazione del capitale”, Rosa Luxemburg tracciò, pochi anni prima della guerra mondiale 1914‑18, il quadro tragico dell’espansione del capitalismo nei continenti ad economia primitiva, in quelle che oggi si chiamano “aree depresse”: storia di sconvolgimenti violenti di economie e società naturali, di sfruttamento feroce della mano d’opera, di abbrutimento di masse cui si pretendeva di elargire i benefici della “civiltà moderna”, di creazione di gigantesche “riserve industriali” di spostati; insomma, un quadro simile, in ambienti e per motivi diversi, a quello dell’accumulazione primitiva in Inghilterra, rivissuto in pagine ardenti da Marx nel primo libro del “Capitale”.
Storia di ieri e storia di oggi, che gli ultimi avvenimenti nel Kenya e nel Sud Africa confermano. Nel Kenya, lo spostamento dell’asse imperiale britannico dall’India al continente nero ha provocato, da una parte, lo sviluppo intensivo di coltivazioni a tipo industriale in grandi fattorie bianche, dall’altra un processo di crescente industrializzazione nei centri abitati. I due processi hanno esercitato influenze parallele sulla popolazione indigena.
Il primo, riducendo il margine già ristretto di terre fertili a disposizione delle collettività negre, rivoluzionando i metodi di cultura, invadendo e spogliando zone vergini, ha rotto il tradizionale equilibrio di ambienti agrari chiusi e tendenzialmente autarchici e ha sradicato dalla terra un numero elevato o di coltivatori diretti o di indigeni viventi in regime di economia naturale (raccolglitori, cacciatori, ecc.).
Il secondo ha assorbito nelle “città” masse rurali che, bene o male, vivevano sulla terra e trovavano nella tribù appoggio e difesa, convertendole in masse di “liberi” venditori di forza-lavoro, di proletari inermi e indifesi.
In entrambi i casi, la “civiltà” capitalistica dei bianchi ha significato per gli indigeni sfruttamento intensivo, distruzione di legami che pur garantivano al singolo una relativa sicurezza, aleatorietà della vita, minor consumi in rapporto al più alto grado di logoramento delle energie fisiche.
Il contraccolpo a questa violenta erosione di forme di economia naturale e di società ad essa corrispondenti si ha nei moti avvenuti nel Kenya, ai quali i “civilizzatori” bianchi – il capitalismo – reagiscono con una forma ulteriore di violenza: la repressione armata, gli arresti in massa, le deportazioni. Ma non è la “proibizione delle danze magiche” l’origine dell’insofferenza indigena, e non sarà il bastone a curarla: il fenomeno è quello stesso che ha accompagnato gli albori della colonizzazione dell’Algeria e del Sud Africa, della Cina e dell’Egitto: è il rivoluzionamento, tanto più brutale quanto più rapido, provocato nelle strutture economiche e sociali primitive dalla espansione capitalistica, dalla sovrapposizione di una scientifica e cinica barbarie all’ingenua barbarie di economie statiche e di società ancestrali.
Nel Sud Africa, si è parecchi gradini più sù. Qui il moto di sconvolgimento delle economie primitive è più antico: la reazione indigena prende la forma dei grandi scioperi negli stabilimenti, delle grandi agitazioni nelle città e nelle fattorie. Ma ai normali riflessi di un regime industriale avanzato si allea anche qui, esaltandone la ferocia, il progredire del processo di erosione delle economie naturali, che trasforma sempre nuovi indigeni in proletari, sempre nuovi “primitivi” in modernissimi sfruttati del capitale, e, come non bastasse, tende ad isolarli secondo le linee di colore di un bestiale razzismo (alla faccia del razzismo tedesco, il Sud Africa fa parte del democraticissimo Commonwealth britannico!). E la situazione è tanto più destinata a peggiorare, per gli indigeni, in quanto il Sud Africa sta divenendo l’epicentro di una nuova febbre d’investimenti industriali – la febbre dell’uranio, che, scoperto nei filoni di oro del Rand, attira e sempre più attirerà nel Sud Africa capitale americano e britannico, provocherà la creazione di nuovi e giganteschi impianti industriali, ridarà vita a società minerarie decadute, spezzerà il cerchio di residue isole economiche e sociali primitive, il tutto in nome della nuova “era atomica”.
Un recente accordo fra i governi sud-africano, statunitense e inglese, prevede infatti la concessione di grandi prestiti americano-britannici alle compagnie minerarie locali per la costruzione di nuovi impianti di sfruttamento dei giacimenti d’uranio. Sarà il punto di partenza di un nuovo processo di erosione delle aree sopravvissute di economia primitiva e di ulteriore sfruttamento delle masse indigene già proletarizzate, ora chiamate a sudare nelle miniere e nelle fabbriche per assicurare profitti al capitale “nazionale” e a quello straniero.
Ci si meraviglierà, dopo tutto questo, del fermento e dei sussulti del Continente Nero?
"Libertà di spostamento"
Una delle famose «libertà» di cui i liberatori avrebbero dovuto farci dono era quella di spostarci dove vogliamo, lungo tutti i meridiani e paralleli del globo. E De Gasperi l’ha esaltata al Congresso del Turismo, come se esistessero impedimenti a spostarsi per coloro che hanno soldi in tasca per girare il mondo da turisti, avendo praticato il nobile mestiere di sfruttatori del lavoro altrui, o per esercitare lo stesso mestiere come maneggioni politici o trafficanti in merci e capitali.
Ma per gli altri, per quelli che non possedendo nulla all’infuori della loro forza di lavoro e cercano disperatamente d’impiegarla (di venderla), dov’è questa libertà? Non solo essi non sono in grado di spostarsi perché non hanno quattrini — e anche la «libertà» è un «bene» negoziato sul mercato — ma, se mai capita loro di cadere negli artigli velutati delle organizzazioni internazionali che «caritatevolmente» curano e disciplinano l’emigrazione delle braccia inerti, accade loro, sì, di spostarsi, ma di rimetterci le penne e, magari, di finire in una nuova edizione dei campi di concentramento.
Capita loro — come già in Inghilterra e ora in Australia — di partire con un contratto di lavoro in mano, e di arrivare a destinazione — «liberi di essersi spostati» — per sentirsi dire che le condizioni di lavoro sono completamente diverse, che anzi, da lavorare non ce n’è affatto e che, comunque, devono passare una quarantena di un anno o due in un «campo» per… imparare la lingua e l’uso del sapone.
Soldi per tornare indietro, zero; autorità che li rimpatrino con la stessa caritatevole premura, nessuna.
Si sono «spostati liberamente»: ora finiranno disoccupati, liberi accattoni e liberi abitatori di campi cintati di filo spinato. Sulle loro teste passeranno gli aerei di quelli che liberamente circolano perché hanno sfruttato e si dispongono a sfruttare loro stessi o i loro fratelli. La «libertà» è quella!
Dialogue with Stalin (Pt. 3)
THIRD DAY (Morning)
On the first day, a debate was held on the point that every system of commodity production is a capitalist system, since mass production by masses of men results in masses of commodities. Capitalism and mercantilism will retreat together from their subsequent fields of action or spheres of influence in the modern world.
It was resumed on the second, moving from the general process to that of the present Russian economy and, holding the denounced laws of its structure as correct, it was affirmed that from them resulted the full diagnosis of capitalism, at the stage of “State grand-industrialism.”
According to our interlocutor, Stalin, this rather defined and concrete process, applied to an immense area and population, can lead to an accumulation and concentration of heavy production, second to none, without necessarily having to repeat the phases of fierce reduction to propertylessness of the poor classes enclosed in local economic circles and in the small-scale technique of labor – as in England, France, etc. – and based solely on the foregone (since 1917) liquidation of large landowners.
If this second point were reduced to the thesis that, centuries later, the in-depth introduction of the large-scale labor technique with the resources of applied science arises, in such a different universal framework, this could be a subject of separate study, in the “agrarian question” especially. The opponent may be allowed to prove that he will reach full capitalism not by carriage but by airplane; but in turn, let him confess the “direction of the motion.” We are passing to him from the ground, we poor pedestrians, the exact data of a series of bases – but even radar can go crazy.
And now a third step: the framework of world relations across the complex horizon of production, consumption, exchange; State and military power relations.
The three are aspects of one single and great problem. The first could be called the historical aspect, the second, the economic aspect, the third and concluding, the political aspect. The direction and endpoint of the research cannot but be unitary.
Products and Exchanges
It happens, self-evidently, to the head of the Russian State and party that he has to change the front of his doctrinal corrections, and of the corresponding dry reprimands to the objections of the “comrades,” whenever he passes from the economic circulation within his own circle to circulation through it. We have already noted, the reader may recall, that this point of arrival had made the vigilant ears of the West perk up. Far from singing once again the hymn to a millennial autarky, the man of the Kremlin had calmly braqué (aimed) the telescope – tomorrow, those with a studied air wondered, the rangefinder? – toward the spaces beyond the curtain; and old tales of partitioning spheres of influence, as an alternative to breakout sorties, resurfaced. A key, however, less shrill and foolish than than that of the crime of genocide or the delusion of aggression.
The manner of getting industrial goods within Russia – and connected countries – to the farmers, and rural goods to the city dwellers, crushing with passages from Marx and Engels the John Does, and when necessary, rectifying ex officio, terms, phrases, and formulas of the authors, was asserted in full accordance with Socialism. The kolkhozy sell their products “freely,” and there is no other means of obtaining them; thus, via the market, yes, but with special rules: State prices (a novelty! an exclusive specialty!), and even special “pacts” of decommodification, in that no money is given but is “carried on account” against supplies from national factories (supreme originality! downfall of the corner grocer, of the American marine who establishes the equivalence between sexual favors and packs of cigarettes, and the banal clearings of Western countries!). Actually, the Master says, I wouldn’t say de-commodification but exchange of products. We wouldn’t want it to be the translations’ fault; in short, every system of equivalents, more or less conventional, from the barter of savages to money as the universal equivalent for all, to the hundred thousand systems of bookeeping for balanced accounts, ranging from the maid’s little notebook to the complicated bank filing systems, where additions are made by atomic brains, and thousands of recruits daily swell the suffocating fleet of sellers of navel-scratching-labor-power – why were they born and why do they exist, if not for the exchange of products, and for that alone?
But Stalin wants to silence the worm that from the “balances” of equivalent exchanges comes private accumulation, and says that the guarantees are there.
Even for the most general of generals, it’s hard to stay in the saddle on such a thesis, and to parry alternately in two directions, a blow to doctrinal rigidity, a blow to revisionist concession. Elasticity of the true Leninist Bolshevik? No, eclecticism, was our answer; and then the Bolsheviks would fly into a rage.
Be that as it may, for domestic relations (whose examination does not end today nor here, as already stated), Stalin himself makes a wide reservation when he speaks of foreign relations. Comrade Notkin gets quite an earful for having maintained that the various machines and instruments built in State workshops are also commodities. They have value, their price is recorded, but they are not commodities: we see Notkin scratching his head. “This is necessary, secondly, to realize the sale of means of production to foreign States, in the interest of foreign trade. Here, in the field of foreign trade, but only in this field (italics in original), our products are indeed commodities and are actually sold (without quotation marks).”
In the text bearing the formal imprimatur, this last parenthesis appears: we think the incautious Notkin put the word “sold” in quotation marks, which to a Marxist and Bolshevik smells quite a bit. He must not have graduated from the youth classes, clearly.
In a couple of years, we will need this data: the quantum, please. The relative share of what is placed abroad and domestically. And another piece of information: is it considered desirable for this share to rise or fall? That the total product must rise to the point of vertigo, we already know from the law of “proportional” planned economy. Not knowing Russian, we suppose that the correct meaning is: production plans that increase production at a constant annual rate, in the form of the law of population growth or compound interest. The correct term we propose is this: planned development at a geometric rate. Having correctly traced the “curve,” with our little wisdom we would write this “law”: socialism begins where this curve breaks.
Today we note: that amount of even capital goods that go abroad are commodities, not only in the “form” of accounting but also in the “substance.”
There’s one. Argue for long enough, even across a thousand kilometers, and eventually you end up agreeing on something.
Profit and Surplus Value
A little more patience, and we will come to talk about high politics and high strategy: we will see furrowed brows relax, given that in those matters everyone understands instantly: is Caesar attacking? Is Pompey fleeing? Will we meet again at Philippi? Will we cross the Rubicon? Now that’s digestible stuff, because it’s “tasty.”
Another point of Marxist economics is necessary. The force of circumstances leads the marshal to the explosive problem of the world market. He says that the U.S.S.R. supports the associated countries with economic aid that enhances their industrialization. Does this apply to China and Czechoslovakia? Let’s go on. “Thanks to such rates of industrial development, we shall rapidly arrive at ensuring that these countries not only no longer need to import goods from capitalist countries but will themselves feel the necessity to export the surplus goods of their production.” The usual aside, or inclusion: if they produce and export to the West, then they are commodities. If in Russia, what are they?
The important fact, in this return with banners unfurled to mercantilism in form and substance identical to that of capitalism (if one were really to believe in the makeover of economic faces!), is that it is based on the imperative: export in order to produce more! And it is the same imperative that essentially prevails within the domestic sphere of the so-called “socialist country,” where instead it is a real import-export affair between town and country, between the famous allied classes, because even there we have seen that it arrives at the law of geometric rate, and at: Produce more! Produce more!
Here’s how much of Marxism remains standing! Because since “the workers are in power,” we must no longer – Stalin insists – use offensive formulas that distinguish between necessary and surplus labor; paid and unpaid labor! And because, as we will see, having made some concessions to the law of surplus value (which is then zoologically a theory, according to the Second Day’s terms, and not a law), from now on: “It is not true that the fundamental economic law of contemporary capitalism is the law of the fall in the average rate of profit.” “Monopoly capitalism (here we go: what did you know about this, poor Karl?) cannot content itself with average profit (which, moreover, as a result of the increase in the organic composition of capital, has a tendency to decrease) but seeks maximum profit.” While the parenthesis of the official text seems for a moment to revive the extinct law of Marx, the new one is then proclaimed: “The pursuit of maximum profit is the fundamental economic law of contemporary capitalism.”
If the flamethrower in the library goes a little further, not even the operator’s mustache will be left.
These counter-nails that are being hammered in, crooked as they are, from all sides, are intolerable. They claim that the economic laws of monopoly capitalism have proved vastly different from those of the capitalism of Marx. Then the same people claim that the economic laws of socialism can very well remain the same as those of capitalism.
The window, now!
Heroically, let’s start again ab ovo. We must remember the difference between mass of profit and mass of surplus value, rate of profit and rate of surplus value, and what the importance is of Marx’s law, meticulously exposed at the beginning of Volume III, concerning the tendency of the average rate of profit to fall. Understand, read! It is not the capitalist who tends to the fall of profit! It is not the profit (mass of profit) that falls, but the rate of profit! Not the rate of every profit, but the average rate of social profit. Not every week or with each issue of the Financial Times, but historically, in the development traced by Marx up to the “social monopoly of the means of production” in the claws of Capital, whose definition, birth, life, and death are written.
If this much is grasped, it will be possible to see how the effort, not of the individual corporate capitalist, a secondary figure in Marx, but of the historical machine of capital, of this corpus endowed with vis vitalis and soul, to struggle in vain against the law of the falling rate, is precisely what makes us conclude on the classical theses that Stalin, amid Western bewilderment, deigns once again to embrace. First: the inevitability of war between capitalist States. Second: the inevitability of the revolutionary fall of capitalism everywhere.
This gigantic effort, with which the capitalist system struggles not to sink, is expressed in the slogan: produce in crescendo! Not only not to pause but to mark every hour the increase of the increase. In mathematics: curve of geometric progression; in symphony: Rossinian crescendo. And to that end, when the entire fatherland is mechanized, export. And know well the lesson of five centuries: trade follows the flag.
But this, Dzhugashvili, is your slogan.
Engels and Marx
For the demonstration, once again, we must return to Marx and Engels. Not, however, to organic, complete texts, written in one go, which each of them carved in the fullest vigor and direct impetus of one who has no doubts or gaps and sweeps obstacles from their path without any collision being felt. It is a question of the Marx, whom the testamentary executor gives an account in the almost dramatic prefaces to the second volume of Capital (May 5, 1885) and the third (October 4, 1894). First, it is a matter of justifying the state of the immense mass of materials and manuscripts (ranging from chapters in their final form to scraps of notes, notebooks, sketches, illegible abbreviations, promises of future research, and even pages uncertain and faltering in style) with Marx’s declining health, with the inexorable effect of repeated relapses of illness that forced him into pauses in which anxiety devoured his liver and powerful brain far more than the rest could heal them. Between 1863 and 1867, the labor furnished by that human machine was incalculable, and among it, the casting in a single fusion of steel the first volume of the greatest work. Already in 1864‑65, the illness had given the first troubles, and of its devastations, the unerring eye of the great helper marks the traces in the unpublished fascicles. But then the same exhausting work: deciphering, rereading, re-dictating, reordering the dictated text, giving order to the material, with the stubborn decision not to compose anything of his own, even overcame the resistance of the robust Engels himself: his generous eyes had watched too long over the pages of his friend, and a worrying weakness of eyesight condemned him for several years to reduce his personal work, forbidding him to write by artificial light. Not defeated, not discouraged, he offers his humble and loyal apologies to the Cause. Nothing else had been given him to do. With modesty, he recalls all the other sectors in which he “alone” has borne on himself all the weight. And his death follows a year later.
This is not for embellishment or effect. It is meant to highlight that the demand for technical fidelity, which dominates the compiler, has almost entirely deprived the two books those chapters of periodic synthesis and overall vision, which blaze forth in the one written in Marx’s lifetime. To Engels’s pen are owed, such overviews, neither few nor of little worth: but under Marx’s name, he did not want to extend them, and limited himself to analysis. Had it not been so, certain dual readings (today and for half a century) would be a vain effort, and for example, the sad legend that in the last book Marx had retracted something; and some want this in philosophy, some in economic science, some in politics, according to their personally confused tastes. As many explicit references and connections exist between the first volume and the early works or the Manifesto, so too between it and the later writings; and a thousand passages from the letters reaffirm it.
Less than that of Engels is this a place for analysis. We only note that in one passage Marx says, with one such overview, why he works so much on that law of the falling rate. Well, Engels hesitates to reproduce the passage, he frames it in square brackets because, although it was drafted according to a note in the original manuscript, it surpasses, in some developments, the materials found in the original…
[“The law of the increase in the productive power of labor does not, therefore, hold in an absolute way for Capital. This productive power is increased by capital NOT BY MEANS OF A SIMPLE REDUCTION OF LIVING LABOR IN GENERAL, but only when it saves, on the paid part of living labor, more than has been added to it of past labor, as we have briefly hinted in Volume I, XII, 2 (value transmitted from the machine to the product: quite topical, isn’t it?). Here the capitalist mode of production falls into a new contradiction. Its historical mission is to develop in an absolute geometric progression (sic!) the productivity of human labor. Now, it fails in this mission when it places, as in the present case (resistance of the capitalist to introduce higher-yielding machines), obstacles to the flourishing of productivity. It thus provides fresh evidence of its senility and shows that it is truly no longer of our time”]
Indifferent to the Pharisaical objection that after another sixty years of (stinking yet strong) capitalism, instead of removing it, the square bracket should have been tripled for the usual imprudent Marx, we note the usual programmatic theses that Marx loved to regularly intersperse with acute and profound analyses. Capitalism will collapse. And post-capitalism? Here it is: given that the productive power of each unit of labor increases, let us not increase the mass produced, instead, let us decrease the labor time of the living. Why does the West not want this? Because the only way to escape the “law of the falling rate” is that one (to overproduce). And as for the East? Ditto. But justice demands it be said that over there, it is youthful capitalism.
Rate and Mass
It will be appropriate to resume, avoiding both numerical examples and algebraic symbolism, the deduction of the law, which, not yet having lost the light of our eyes, we are not inclined to retire; maintaining brevity and lightness, as much as possible, in the tone of an apologue. “If commodities could speak,” says the immense Karl in that jewel of a paragraph, “they would say: our use-value may certainly interest men; we, insofar as we are objects, laugh at it. What interests us is our value. This is proved by our mutual relation as things of sale and of purchase. We mutually regard each other only as exchange-values.”
We have therefore brought for you the microphone to the square where commodities meet, coming from Russia on one side, and from America on the other. From above, it has been admitted that they speak a common economic language. For both, it is sacrosanct – and if not, they would not have come so far – that the market price they aspire to must prevail over the cost of production. In both countries, they aspire to produce them at low cost and sell them at a high price.
The commodity that comes from the country with a capitalist theory speaks: I am made of two parts, and you can see only one joint. The cost of production, the living and burning advance of the one who produced me, and the profit, which added to the first gives exactly the figure below which, don’t delude yourselves, I will not betray my principles. I settle with a modest profit to encourage the buyer; you can verify the rate of it with a little division: product divided by cost of production. If I cost ten and for just eleven I let myself be possessed, will you be so stingy as to find the ten percent rate exaggerated? Come on, gentlemen, etc.
We pass the microphone to the other commodity. Thus it speaks: Among us, we follow Marxist economics. In me, you see (I have no reason to hide it) two joints; I am made of three and not two parts. In the other, the trick is there but not visible. To produce me, the expenses made are of two kinds: raw materials, consumption of instruments, and the like, which we call constant capital (invested in me) – wages of human labor, which we call variable capital. The sum forms the cost of production of the other young lady who spoke first. Also for me, add a balance, benefit, profit, which is my third and last piece, and which is called surplus value. For the constant part of the advance, we ask nothing in addition because we know that it is incapable of producing any additional value: this is all in labor, or the variable part of the advance: you will therefore want to verify then, the rate, not of profit, but of surplus value, with the simple division of that surplus value by only the second part of the capital spent on me, that on wages.
The common buyer responds: go tell it to the doorman: what matters here is the total cost to my purse of both of you, that is, your respective selling prices.
A squabble arises between the two commodities, each claiming to want to make a less lucrative deal, contenting itself with a derisory rate of profit. Since neither can reduce it to zero, the one that really has the lower cost of production wins, as even Stalin invokes at every turn. For the constant part, the raw materials must be present in the necessary quantity and quality. The dispute will, in the two exporting camps, revolve around the variable part. There is the obvious method of paying the worker less and making them work more, but above all, there is productivity of labor, linked to technological improvements, the use of more profitable machines, the more rational organization of the factories; and here both sides show off flashy photos of vast installations, boasting of having increasingly lowered, for the same mass produced, the number of workers employed. One thing that matters even less to the purchasing agent on the contested market, is knowing in which case the workers are better paid and treated.
We do not believe it will be painful for the reader to note the difference between the two methods of value analysis. The rate of surplus value is always much higher than the rate of profit, and this all the more as constant capital prevails over variable capital.
Now, Marx’s law on the fall of the average rate of profit considers all profit, that is, the overall benefit on the production in question, before establishing to whom such profit will go (banker, industrialist, landowner). Marx in Chapter 13 of Volume III reiterates having treated the law “by design” before moving on to the distribution of profit (or surplus value) among the various social types, because the law is true independently of such distribution. It is therefore true even when the State acts as landowner, banker, and entrepreneur.
The law is founded on the general historical process, denied by none, apologized for by all, that with the application of increasingly complex instruments, tools, machines, devices, technical and scientific resources to human labor, its productivity grows unceasingly. For a given mass of products, fewer and fewer workers are needed. The capital that had to be put out, invested, in order to have that given mass of products in hand, continuously changes what Marx calls its organic composition: it contains more and more material capital and less and less wage capital. Few workers suffice to give an enormous “added value” to the materials worked, as they can work much more of them than in the past. This is also agreed upon. And then? Even assuming that capital, as is often the case (though this is not a necessary Marxist law, as it is for the operetta revolutionary), increases exploitation, increases the rate of surplus value by paying workers less, the surplus value and profit obtained will rise, but given the much greater increase in the mass of materials purchased and worked through that employment of labor alone, the rate of profit will always fall, as the rate is given by the ratio of profit, grown somewhat, to the entire advance for wages and materials, grown, for the second part, enormously.
Does capital seek maximum profit? Certainly, it seeks and finds it, but it cannot prevent the rate of profit from falling in the meantime. The mass of profit increases, since the mass of the population is larger, the proletariat more still, the materials worked more and more, the mass of production greater and greater. Small capitals divided among many at the beginning and invested at a good rate, in the end, very large capitals, divided among very few (and here the effect of concentration parallel to accumulation), invested yes at a fallen rate, but with the result of the incessant rise of social capital, social profit, average enterprise capital and profit, up to dizzying heights.
Therefore, there is no contradiction to Marx’s law on the falling rate, which could only be stopped by decreased labor productivity or a degenerated organic composition of capital, things against which Stalin fires with the heaviest artillery, things upon whose ground he desperately aims to surpass the adversary.
Nineteenth and Twentieth Centuries
In the last issue of this paper, some sobering figures from a capitalist source on the American economy appeared. Let us take from them the confirmation of the law established by Marx and denied by Stalin. In 1848, says the statistics, at the birth of industrial capitalism in the United States, out of 1000 units of value that were added in production to the raw material, 510 went to workers as wages and salaries, 490 to the bosses as profits. Avoiding details on depreciation, general expenses, etc., the two figures precisely give variable capital and surplus value: their ratio, or rate of surplus value, is 96 percent.
What would have been, according to bourgeois reasoning, the rate of profit? We should know the value of the materials transformed. We can only surmise it, assuming that in an infant industry, each worker on average transforms a value about four times the wage. The material will represent 2000 against 510 of wages and 490 of profits. Total production cost 2510. High profit rate: 19.5%. Note, however, that it is always below the rate of surplus value.
After the great cycle of hallucinatory ascent, in 1929, out of 1000 units of value added to the product, workers receive no more than 362, and capitalists 638. (Do not start equivocating: up until Black Friday, wages had risen and the workers’ standard of living had also risen significantly, this does not contradict). Here then, the rate of surplus value or of exploitation has greatly increased: from 96% to 176%. (If after using the vocal cords for a lifetime, there is still someone who does not understand that one is more exploited even while having more money and eating better, let him go to bed: he does not understand the effect of the increased productivity of labor power that resides in the worker’s carcass and ends up in the purse of the cuckolded bourgeois).
Now let’s try to evaluate the entire production. I admit (with the certainty that comes to those with some familiarity in constructing syntheses, always being cautious against their own thesis, for the benefit of some hair-splitter in fifteen who amuses himself checking things over) that the ability to process materials has, thanks to machinery, increased tenfold, with equal employment of labor, from 1848 to 1929. So, if with 362 given to workers instead of 510, the two thousand units of materials would have dropped to 1440, here they rise instead to 14,400. With the total invested expenditure at 14,762 lire, the known profit of 638 is 4.2%. Here is the fall in the rate of profit! Don’t just tip your hat to Marx, avoid pulling out your handkerchief to dry Uncle Sam’s capitalist tears! You may have guessed that we were looking for the rates, not the masses. To get an idea of the overall production figures, albeit not with the actual value but with a figurative comparison between the two eras, we’ll note that the two blocks that for 1848 give a gross product 3000 and for 1929 a gross of 15,400 refer to groups not very dissimilar in the number of producers. But in the eighty-year period, the worker population has at least increased tenfold, always using round figures, and therefore the total product can well be valued at 154,000, about 50 times that of 1848. Although the average profit rate of capitalists has fallen to 4%, the mass of profit has increased from 490 to 6380: thirteen times as much. It is quite certain that our figures are too conservative; the essential point was to reiterate that American capitalism obeyed the law of the falling rate and ran the race for maximum profit. Stalin cannot discover new laws for it. Nor have we accounted for concentration; let’s give this an index of ten, and the average profit of American industry will have (as mass) multiplied by 130. Here is the rush towards crisis, here are the confirmations of Marx.
We will indulge in another, even more hypothetical calculation. The American working class takes power with a situation similar to that of 1929: we repeat: 14,400 materials in work, 362 labor, 638 profits, 15,400 total product.
And then the workers read Marx and use “the increased productive power of capital by the simple reduction of living labor.” A decree of the revolutionary committee crushes production to 10,000 (where to cut… we’ll see then, just think that we will no longer have any more presidential elections or the like…). On this lot, the worker will be content to add to his 362 wages not the whole profit (which is gross of taxes and general services) but only a little, for now, bringing it to 500. For the general maintenance of public facilities and State administration, we even deduct more than the 638 of the former capitalists, namely, 700. Doing the math, there are only 8800 materials worked instead of 14,400, and if the number of workers is the same, each one’s working day drops by 62%, roughly from 8 to 5 hours. A nice first step. If we calculated hourly remuneration, we would see we have raised it by 120%: from 45 to 100.
It still wouldn’t be socialism. But while Stalin, where he sees in socialism a new law, purports to identify it with the capitalist one, that with increased labor productivity, production increases, we oppose him with the inverse law: with increased labor productivity, effort decreases, and production either remains constant or, after having crushed its capitalist branches of poison and blood, begins to regrow along a gentle curve, with human harmony.
As long as the call for the frenzied effort to produce, echoes, it can have no other meaning than that of exasperated resistance to the Marxist law of the fall in the rate of profit. Because for the rate to fall, but the mass of surplus value and profit not to begin to fall as well, the progressive-hangman rhetoric intervenes and cries out to a lost humanity: work more, produce more, and if, given their remuneration, the domestic workers would not be predictable buyers of the surplus product, find ways to export by conquering foreign markets for our consumption! This is the circle of hell of imperialism, which has found its inevitable solution in war, and its provisional way out from the supreme crisis in the reconstruction of an entire centuries-old apparatus of human labor destroyed.
All these same paths are followed by Stalin: reconstruction of the devastated areas, construction first of capitalist equipment in vast countries, and today the march towards markets. Such a march, whoever undertakes it, is done in two ways: low cost of production – war.
We shall close this exposition of Marx’s basic law with a new statement on capitalism that he presents in the Appendix – and which, as always, serves as a communist social program (end of Chapter 15, Volume III).
“Three cardinal facts of capitalist production:
“1. Concentration of the means of production in the hands of a few individuals. These means of production thus cease to appear as the property of the immediate producer and are transformed into social powers of production. At first, these powers are, it is true, private property of the capitalists who pocket all the benefits.”
Then… Marx does not write this, but it means that such secondary personal figures can disappear, and Capital remains a Social Power.
“2. Organization of labor as social labor, by means of cooperation (associated labor), division of labor, and the link between labor and natural science.
“In these two senses, the capitalist mode of production suppresses, albeit in different forms, private property and private labor.
“3. Formation of the World Market.”
As usual, the Thread has led where it was meant to lead. Let the reader know that the day has not passed but only reached noon. A morning perhaps harsh, heavy, like a Wagnerian symphony.
Will the closing afternoon be an easier song along the rugged path? Perhaps. “L’après-midi d’un faune” (“The Afternoon of a Faun”)? The Faun could only bear the coarse features and menacing movements of the sanguine Mars.
Il compito del Partito di classe
Il partito proletario, in Italia come in tutto il mondo, deve distinguersi dalla congerie di tutti gli altri movimenti politici e, meglio, pseudo-partiti di oggi, nella fondamentale impostazione storica, per l’originale valutazione dell’antitesi tra fascismo e democrazia come tipi di organizzazione del mondo moderno. Il movimento comunista alla sua origine (circa cento anni addietro) doveva e poteva, per accelerare ogni moto contro le condizioni sociali esistenti, ammettere l’alleanza coi partiti democratici, perché essi allora avevano un compito storico rivoluzionario. Oggi tale compito è da lungo tempo esaurito e quegli stessi partiti hanno una funzione contro-rivoluzionaria. Il comunismo, malgrado le sconfitte del proletariato in battaglie decisive, ha compiuto come movimento passi giganteschi.
La sua caratteristica di oggi è di avere storicamente rotta e denunziata, da quando il capitalismo è diventato imperialistico, da quando la Prima Guerra Mondiale ha rivelato la funzione anti-rivoluzionaria di democratici e socialdemocratici, ogni politica di azione parallela anche transitoria con le democrazie. Nella situazione succeduta a questa crisi, il comunismo o si ritirerà dalla storia, inghiottito nelle sabbie mobili della democrazia progressiva, o agirà e combatterà da solo.
Nella tattica politica, il partito proletario rivoluzionario, in Italia come in tutto il mondo, risorgerà solo in quanto si distinguerà da tutti gli altri e soprattutto dal falso comunismo che si richiama al regime di Mosca di oggi, per avere spietatamente svelato il disfattismo di tutte le pretese manovre di penetrazione e di aggiramento presentate come transitoria adesione ad obiettivi comuni ad altri partiti e movimenti, e giustificate col promettere in segreto o nella cerchia interna degli aderenti che tale manovra serve solo ad indebolire ed irretire l’avversario per rompere ad un certo momento le intese e le alleanze, passando all’offensiva di classe. Tale metodo si è dimostrato suscettibile di condurre al disfacimento del partito rivoluzionario, alla incapacità della classe operaia di lottare per i suoi propri fini, al disperdimento delle sue migliori energie nell’assicurare risultati e conquiste che avvantaggiano solo i suoi nemici.
Come nel Manifesto di un secolo fa, i comunisti disdegnano di nascondere i loro principii ed i loro scopi, e dichiarano apertamente che il loro scopo non potrà essere raggiunto che con la caduta violenta di tutti gli ordinamenti sociali finora esistiti. Nel quadro della presente storia mondiale, se per avventura una residua funzione competesse a gruppi borghesi democratici per la parziale ed eventuale sopravvivenza di esigenze di liberazione nazionale, di liquidazione di isolotti arretrati di feudalesimo, e di simili relitti della storia, tale compito sarebbe svolto in maniera più decisa e conclusiva, per dare luogo all’ulteriore ciclo della crisi borghese, non con un accomodamento passivo ed abdicante del movimento comunista a quei postulati non suoi, ma in virtù di una implacabile sferzante opposizione dei proletari comunisti alla inguaribile fiacchezza ed infingardaggine dei gruppi piccolo-borghesi e dei partiti borghesi di sinistra.
In corrispondenza a queste direttive, che hanno validità completa in tutto il campo mondiale, un movimento comunista in Italia deve significare, nella paurosa situazione di dissolvimento di tutte le inquadrature sociali e di tutti gli orientamenti dottrinali e pratici di classi e partiti, un violento richiamo alla spietata chiarificazione della situazione. Fascisti ed antifascisti, monarchici e repubblicani, liberali e socialisti, democratici e cattolici, che di ora in ora più si isteriliscono in dibattiti vuoti di ogni senso teorico, in rivalità spregevoli, in manovre e mercati ripugnanti, dovrebbero ricevere una sfida spietata, che costringesse tutti a denudare le posizioni reali degli interessi di classe, nazionali e stranieri, che di fatto rispecchiano, e ad espletare, se per avventura lo avessero, il loro compito storico.
Se, nella disgregazione e nella frammentazione di tutti gli interessi collettivi e di gruppi, è ancora possibile in Italia una nuova cristallizzazione di aperte forze politiche combattenti, il risorgere del partito proletario rivoluzionario potrà determinare una situazione nuova.
Quando questo movimento, che sarà il solo a proclamare i suoi fini massimi di classe, il suo totalitarismo di partito, la crudezza dei limiti che lo separano dagli altri, avrà messo la bussola politica nella direzione del Nord rivoluzionario, tutti gli altri saranno cimentati a confessare la loro lotta.
La battaglia politica potrà essere schiodata dalle influenze delle mascherature retoriche e demagogiche, liberata dall’infezione del professionismo affaristico politicante, da cui nella sua storia è stata progressivamente affetta la classe dominante italiana.
Se questo patologico dissolvimento fu denunciato come acuto durante il periodo fascista, oggi le masse proletarie constatano ogni giorno meglio del precedente, che nessuno ha arrestato né invertito quel processo, che esso anzi continua inesorabile malgrado la vantata profilassi dei ciarlatani della democrazia, e sentono che sarà chiuso soltanto dalla radicale chirurgia della rivoluzione.
Dalla Piattaforma politica del PC Internazionalista, 1945.