La strada di sangue dell’imperialismo
Il tragico scontro di Khartum, i gravi incidenti in Siria, la sparatoria portoricana, sono venuti nel giro di pochi giorni a ricordare al mondo come il sottosuolo dei Paesi su cui è esercitata e si esercita la spinta dell’imperialismo sia scosso da incessanti convulsioni, e come la strada di sangue non abbia fine.
Non c’è bisogno di scomodare le streghe, per spiegare questi episodi di violenza. Non c’è bisogno di scoprire a Khartum o a Damasco l’oro di Londra, e a Portorico l’oro di Mosca. La verità è insieme più semplice e più profonda. Rapidamente entrati nel girone dell’economia capitalistica saltando con un brusco sbalzo gli anelli di un lungo processo economico e sociale, sottoposti a un grado elevatissimo di sfruttamento, contesi da forze internazionali che li hanno colonizzati sotto pretesto di civilizzarli, questi Paesi non trovano pace, sono teatro di tensioni rabbiose che si scaricano di volta in volta in uragani di una tropicale violenza. Essi ondeggiano fra un irrealizzabile sogno di autonomia e la ricaduta nell’appoggio diretto o indiretto alle grandi centrali imperialistiche, e nessuna delle soluzioni risolve i contrasti che il turbinoso processo di industrializzazione di alcuni settori economici in un ambiente generale semi-feudale provoca a getto continuo. Interessi internazionali e locali s’intrecciano: si vedono nel Medio Oriente i signorotti arabi trasformati in percettori di utili della grande industria petrolifera inglese o americana, e il sogno hashemita della Grande Siria sfruttato dall’Inghilterra contro gli impotenti conati di una fragile borghesia nazionale; si vede nel Sudan il Mahdi, discendente di un acerrimo nemico del colonialismo britannico, trasformato in grande cotoniero, interessato al commercio internazionale di questa fibra e renitente all’assorbimento nell’Egitto; si vedono i giovani «riformatori» del Cairo disfare il colpo di Stato appena fatto per evitare di perdere nel Sudan una popolarità appena conquistata. L’imperialismo britannico vive di compensi: si consola a Damasco di quello che perde al Cairo o a Khartum.
A loro volta, i colpi di pistola portoricani al Campidoglio di Washington hanno risollevato il velo su una sanguinosa e ipocrita storia di colonizzazione mascherata di… aiuto ad aree depresse. Portorico è stata ed è il grande pascolo delle gigantesche compagnie statunitensi dello zucchero, del rum, del caffè, del cotone. Le monocolture hanno rovinato le popolazioni indigene, sfruttate nelle grandi piantagioni e costrette a dividere una magrissima dieta alimentare fra un numero sempre crescente di bocche. L’autonomia politica non è stata e non è che l’espressione di una dipendenza economica, di una sudditanza al capitale americano e ai suoi traffici. L’ipocrisia dell’anticolonialismo degli Stati Uniti ha avuto la sua risposta nel tempio degli eterni principii a Washington. Il sangue ha chiamato il sangue. La catena non avrà fine finché dal suo grande piedestallo non sarà precipitato – come precipiterà – l’edificio della libertà di sfruttamento del lavoro.
Il vecchio e il nuovo
L’Inghilterra continua a vivere in regime di semi-austerità, e di vecchiume. Ma il Libro Bianco sul Bilancio della Difesa dimostra che non v’è né austerità né vecchiume nel campo dell’armamento. Il bilancio parte dal presupposto che non sia probabile a breve scadenza un conflitto mondiale e che invece continui a lungo la guerra fredda, e annuncia che il «respiro» così concesso sarà sfruttato per riattrezzare le forze armate britanniche di bombe atomiche, missili teleguidati, aerei a reazione e supersonici, insomma di armi nuove da sostituire alle armi convenzionali. Gradualmente, le spese in bilancio aumenteranno: intanto, da un preventivo di 1636 milioni di sterline nell’esercizio 1953-54 si passerà ad uno di 1639,90 nel 1954-55.
Governo ed opposizione fratelli siamesi
Le differenze sono fatte soltanto per ingannare i gonzi. Non abbiamo forse visto l’«opposizione» gridare assassino a Scelba quando era ministro di De Gasperi, gridargli buon democratico quando non lo era più, ed oggi di nuovo assassino perché non solo è tornato, ma è salito di grado?
In verità, lo spauracchio di Scelba ministro di polizia risospinge le masse sotto le ali staliniste, e queste ricambiano il favore presentandogli le masse ordinate in bell’ordine democratico e nel rispetto della legalità. Il servizio è reciproco, e alla greppia – in nome del servizio reso alla Patria comune – mangiano entrambi. Bastone e carota sono per gli operai: per gli altri c’è soltanto la torta.
Il ministero dell’interno è, nonostante le apparenze, bipartito: l’altro ministro è Di Vittorio, l’educatore delle masse al rispetto della legalità e della costituzione, l’organizzatore di scioperi per burla, il crociato dell’aumento della produttività e della difesa dell’industria nazionale.
Quanto ai socialdemocratici, essi non sono che i saltuari mezzani di un riformismo comune ai due grandi schieramenti parlamentari: sono in affitto a Scelba come Nenni è in affitto a Togliatti. Anche in questo le parti sono divise, e il compenso ai novelli o futuri gestori delle Finanze e del Lavoro non è che una briciola del profitto dell’imprenditore in grande stile, d.c. o p.c.
Dopo di che possiamo non scandalizzarci né del traffico degli stupefacenti né di quello delle «thrill-girls»: robetta da poco in confronto ai traffici di morfina ideologica e di grandi capi… progressisti; e, tutto sommato, meno dannosi!
La CED vale il piano Molotov
Le controversie suscitate dall’imperialismo non sono passibili di soluzioni. Se soluzioni sono suggerite e rivendicate dalle opposte parti in causa, in realtà si tratta di impostazioni diverse dello stesso problema, che rimane insolubile, focolaio di contrasti e rivalità infinite destinate a sfogarsi nella fornace della guerra. Esempio eloquente: l’unificazione politica e militare dell’Europa.
Fino alla conferenza di Berlino si conosceva soltanto la tesi occidentale-americana, divenuta ormai materia di prammatica di tutte le accademie dei convegni internazionali di parte democratico-atlantica. L’«Europa made in U.S.A.» ancor prima di nascere ha avuto il battesimo e il nome: C.E.D. l’han chiamata, alias Comunità Europea di Difesa. Gli Stati Uniti, nazionalisti inveterati in casa loro, propugnatori della dottrina di Monroe sintetizzabile nella formula «L’America agli americani», protezionisti al millesimo di dollaro in economia, dall’epoca della guerra di Corea hanno preso a sostenere il noto progetto di integrazione dell’Europa, di cui la questione basilare è la costituzione di un esercito a comando supernazionale. Mai progetto del genere fece infiammare il trigemino dei rissosi nazionalismi europei. Il lato comico degli sbraitamenti dei nazionalisti dei sei paesi della progettata «Comunità» è dato dal fatto che le forze armate rispettive sono al livello ormai, per la concentrazione del potenziale militare, di eserciti da operetta.
La Francia, che allo stato è la potenza militare più consistente della costituenda C.E.D., sta dimostrando in Indocina da tre anni quanto valga il suo esercito. I tronfi generali francesi, competenti più di traffici affaristici e di orgie notturne più o meno esistenzialistiche, fecero uno schifo da non dire di fronte alle armate di Hitler. Parve allora che la pretesa gloria militare gallica non potesse cadere più in basso. Invece i guerriglieri di Ho-chi-minh, contro i quali i generali francesi sanno solo usare l’arma della ritirata, dovevano mostrare che al confronto con le batoste subite nelle risaie indocinesi, le terribili calate di brache di fronte ai nazisti nella primavera del 1940 costituivano miracoli di valore e di potenza. Pure gli sciovinisti francesi, la sottospecie più ripugnante della fauna nazionalista del mondo, stanno in testa alla santa alleanza della paura europea verso la C.E.D. Trattenendoci sui numeri militari della Francia, ci siamo esentati dal compito ingrato di parlare delle restanti «forze armate» che gli Stati Uniti vorrebbero vedere integrarsi: Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo.
L’obiettivo che gli Stati Uniti si ripromettono di raggiungere con la costituzione della C.E.D. non ha bisogno di troppe delucidazioni. Centralizzando il comando degli eserciti nazionali dei paesi aderenti e collegando l’organismo supernazionale così costituito allo Stato Maggiore dell’Alleanza Atlantica, praticamente dominato dai generali americani, il famoso esercito europeo integrato verrebbe a dipendere indirettamente dal Dipartimento della Difesa di Washington. Molto si parla da parte dei generali europei favorevoli alla C.E.D. della necessità dell’impiego degli eserciti europei in una eventuale guerra contro la Russia, e molto si dice per sostenere che la resistenza dell’Europa cedizzata all’invasione russa costituirebbe una questione di vita o di morte per gli Stati Uniti. L’esempio citato della meschina prova data dalla Francia nei confronti della Germania nel 1940, sta a testimoniare delle capacità militari della futura C.E.D.
Gli Stati Uniti non pensano neppure di profondere denaro e armi per porre il progettato esercito europeo all’altezza del tremendo compito di fronteggiare un’eventuale invasione russa. Le commesse militari alle industrie europee, è chiaro, rispondono al solo scopo politico della lotta contro la disoccupazione e la crisi industriale. In realtà, la C.E.D., nei disegni del governo americano, rappresenta un’assicurazione contro il pericolo di radicali voltafaccia politici dei governi atlantici dell’Europa. Alla Casa Bianca sanno bene, e ne hanno isterica paura, che i governi dell’Europa Occidentale sentono con profondo allarme l’influenza dell’enorme potenza russa, accampata a Berlino e a Vienna, a poche centinaia di chilometri dall’Atlantico e dal Mediterraneo. Si figurano facilmente come i politicanti di Parigi, Roma, Bruxelles, Bonn, ecc., comprendano che una eventuale occupazione russa dell’Europa occidentale durerebbe lunghi anni, con tutte le conseguenze ben note dal tempo dell’occupazione tedesca. Ecco come il nazionalismo maccartista degli Stati Uniti riesce a figliare vangeli… internazionalisti.
Sarebbe un cretino inguaribile chi volesse spiegare le resistenze dei partiti cosiddetti di destra, come gli ex gollisti in Francia o il M.S.I. in Italia, con concezioni eroiche dell’onore nazionale e simili ribalderie. Come lo sarebbe a più forte ragione chi pretendesse di spiegare la rabbiosa opposizione delle sinistre stalinistiche o stalineggianti con argomenti classisti. Ma neppure è lecito ridurre ad un solo movente la generalizzata crociata contro il progetto della C.E.D., che nell’altra parte della barricata, nella parte anti-C.E.D. fa confluire partiti, associazioni, sodalizi dei più disparati colori.
L’Unità del 26 u.s. annunciava che per i giorni 20 e 21 marzo è indetta a Parigi una conferenza internazionale contro la C.E.D., su iniziativa di «alcuni deputati ed intellettuali francesi». A quali partiti appartengano costoro si ricava dalle firme con relative «qualificazioni» politiche apparse in calce all’appello-invito. Nomi di deputati democristiani, radicali, gollisti, comunisti, di direttori di giornali e riviste neutraliste e sinistreggianti, di ex Presidenti del Consiglio come Daladier, di esponenti della magistratura, della Sorbona, ecc. Né l’unione sacra, patriottica contro la C.E.D. si limita nel fatto all’ammasso di partiti, per altri versi nemici o sedicenti tali, rappresentati dai promotori della conferenza. In Francia generali e ministri in carica, e intere bande finanziarie spasimanti per la Saar, militano nell’esercito integrato alla rovescia che è il campo dell’anti-C.E.D. Né fuori dalla Francia mancano ostinati nemici della «Comunità». In Germania, l’intero potente partito socialdemocratico osteggia caparbiamente gli sforzi del governo di Adenauer intesi ad ottenere la ratifica dei patti stipulati con l’Occidente e l’approvazione della legge per la coscrizione obbligatoria. In Inghilterra, la sinistra del partito laburista è ugualmente contro, dividendo l’onere dell’opposizione con non pochi gruppi e giornali politici di tinta liberale o conservatrice. In tutti i paesi della costituenda comunità, i partiti stalinisti, inutile dirlo, sono all’avanguardia: urlano e strepitano più di tutti, offrendo a getto continuo contropartite politiche a nome proprio e del governo di Mosca in cambio della rinuncia a ratificare gli accordi C.E.D.
Se i partiti stalinisti, o stalineggianti, fossero veramente esponenti degli interessi proletari, l’opposizione internazionale alla C.E.D. costituirebbe la prova inoppugnabile della completa falsità della dottrina marxista, dato che i partiti sedicenti comunisti si trovano schierati nella stessa trincea con partiti e associazioni dichiaratamente borghesi e anticomuniste: gollisti, radicali, democristiani di destra, socialisti antiamericani in Francia; laburisti liberali e conservatori in Inghilterra; socialdemocratici in Germania; fascisti in Italia.
Nella lotta pro e contro la C.E.D. confluiscono disparati moventi, anche se tutti riflettono le esigenze della conservazione sociale e le segrete angosce della borghesia dell’Europa occidentale che è costretta dall’instabilità economica e sociale a tradurre in termini di politica estera le stridenti pericolose contraddizioni interne, ma deve fare i conti con i colossi statali che dominano il mondo. Se la lotta contro la C.E.D. fosse veramente un aspetto della lotta di classe, siccome pretende lo stalinismo, non assisteremmo alle divisioni interne della stessa borghesia. È vero invece che lo stalinismo spinge il proletariato ad accodarsi pecorescamente ai partiti borghesi predisponendo le condizioni dello scoppio futuro della guerra.
La Conferenza di Berlino doveva gettare altro olio sul fuoco dell’aspra contesa. Fino a quel momento, le forze politiche contrarie alla C.E.D. non possedevano un chiaro programma da opporre al progetto di unificazione militare dell’Europa propugnato dagli Stati Uniti o dai governi ad essi legati. Molotov doveva incaricarsi di metterlo al mondo. Alcuni l’hanno chiamato piano di Sicurezza Collettiva Europea, altri più sbrigativamente Piano Molotov. Si potrebbe intitolarlo più efficacemente l’Europa made in U.R.S.S., oppure «C.E.D. russa». Infatti, per bocca di Molotov, il governo di Mosca proponeva, dall’alto della tribuna della Conferenza a 4, né più né meno che una C.E.D. alla rovescia, e cioè l’unificazione degli Stati dell’Europa in una coalizione, aperta naturalmente alla Russia ma chiusa agli Stati Uniti, in quanto potenza non europea. Ciò significherebbe in pratica la distruzione del Patto Atlantico, la ricacciata dell’influenza imperialistica americana entro le frontiere del continente americano, e, naturalmente, la supremazia di Mosca in Europa, anzi nell’immenso spazio che va dal Pacifico all’Atlantico, da Vladivostok a Brest.
I partiti stalinisti si impadronivano subito del piano Molotov, sminuzzandolo coscienziosamente nelle pietanze quotidiane che offrono ai lettori della loro stampa. Non è escluso che lo tireranno in ballo alla prossima conferenza anti-C.E.D. di Parigi. È il loro compito. Se per ipotesi assurda la C.E.D. russa divenisse realtà, toccherebbe a loro recitare la parte di riformatori dei principi di nazionalità che oggi sopportano gli Adenauer, i Bidault, i De Gasperi, mentre costoro, ammesso che potessero fiatare, passerebbero probabilmente sulle posizioni di smaccato nazionalismo che ora caratterizza lo stalinismo. Per quali ragioni? Non certo per ripicco o ripugnanza estetica verso i russi, ma proprio perché la costituzione di organismi supernazionali sotto l’egida del governo di Mosca lascerebbe insoluti i problemi che scaturiscono dal diverso sviluppo storico e dalle diverse condizioni economiche degli stati dell’Europa. Gli stessi che il governo di Washington pretende di risolvere con la bacchetta magica della C.E.D.
Immaginatevi l’Europa occidentale centrale ed orientale unificata sotto lo scettro di Malenkov. Cesserebbero per questo le rivalità commerciali e i timori di aggressione di Londra verso Berlino, di Parigi verso Berlino, degli Stati orientali (Cecoslovacchia, Polonia, Romania, Ungheria, Bulgaria) che dietro la cortina di ferro, cioè al riparo della pesante tutela tedesca, stanno facendo i primi o i secondi passi sulla via dell’industrializzazione, verso Berlino? E, tagliati fuori dal flusso commerciale da e per l’America tutti insieme questi Stati non disputerebbero ferocemente a Mosca la supremazia commerciale? La risposta degli stalinisti è quella che risponde a tutti i quesiti: l’adeguamento della economia degli Stati europei sul «modello» russo eliminerebbe le rivalità internazionali. Già, ma è proprio il «modello» russo che sta imboccando sotto i nostri occhi la stessa via della espansione economica e politica che gli Stati che Molotov invita alla integrazione di marca russa hanno preso a percorrere da secoli. La C.E.D. russa vale a tutti gli effetti delle rivalità e della guerra la C.E.D. americana: altro giudizio non è possibile.
Purtroppo, la maggioranza del proletariato mondiale crede che i progetti di superamento degli Stati nazionali possano essere attuati, vuoi da Mosca vuoi da Washington, e che le cause delle guerre possano così sparire. In realtà la C.E.D. e il Piano Molotov non sono soluzioni delle contraddizioni nazionalistiche, sorgenti inarrestabilmente sul terreno della economia capitalistica. Al contrario, sono costruzioni ideologiche destinate ad avere in pratica soltanto applicazioni posticce, ma canagliescamente adatte ad ingannare gli operai conferendo alla guerra imperialistica falsi obiettivi interclassisti. Chi combatte la C.E.D. senza respingere le lusinghe sfacciate del Piano imperialistico di Molotov, non lavora per la rivoluzione, ma per la guerra.
L’azienda URSS vende e compera all’ingrosso
La Conferenza di Berlino non si limitò a dichiararsi incinta della conferenza sui problemi dell’Asia, che vedrà la luce il 26 del prossimo aprile. Anche quel giorno verrà, ed allora si vedrà se i problemi sorgenti dallo spaccamento in due zone di influenza della Corea e dell’Indocina, che ripetono in Asia le intricate situazioni della Germania e dell’Austria in Europa, subiranno nuove impostazioni. Di risultati concreti, a parte la impressione prodotta sul pubblico da un dibattito tra i quattro privo di risse verbali che servirà ad abituare la gente al nuovo clima di distensione, la Conferenza di Berlino non sortiva che la intensificazione degli scambi commerciali tra i blocchi.
La cosiddetta cortina di ferro non ha mai cessato di funzionare come un abbondantemente forato colabrodo, attraverso cui, guerra fredda o non, durante gli anni scorsi, è transitato il flusso del commercio internazionale. A parere degli affaristi americani ed inglesi, che sentono urgere alle spalle i pericoli di depressione economica negli Stati Uniti, e guardano con bramosia i ricchi pascoli del mercato russo-cinese; a concorde parere dei dirigenti del commercio estero russo (L’Unità in quei giorni osò addirittura chiamarli col nome che loro spetta di commercianti!) che sentono l’insufficienza della produzione industriale locale, la pace commerciale tra i blocchi si impone, e pace ci sarà. La parola è ai mercanti, agli affaristi, ai banchieri. Lo era anche prima, d’accordo, e i quattro Grandi eseguivano i loro ordini. Ma oggi fa più spicco.
Winston Churchill, intervenendo il 25 u. s. sul dibattito che si svolgeva ai Comuni sui risultati della Conferenza di Berlino, affermava che «l’aumento del commercio è un mezzo per rafforzare i legami tra l’URSS e l’Occidente» e auspicava un «considerevole alleggerimento» delle restrizioni commerciali attualmente in vigore nei confronti con l’URSS specialmente per quanto riguarda i manufatti e le materie prime. Aggiungeva che il suo governo riesaminerebbe la lista dei prodotti «strategici» la cui esportazione nei paesi orientali è vietata da un provvedimento imposto dagli Stati Uniti. Con ammirevole parallelismo, Scelba auspicava intanto a Palazzo Madama un’intensificazione degli scambi con l’Oriente.
Mentre il premier Churchill parlava ai Comuni, le delegazioni degli industriali inglesi facevano affari d’oro a Mosca. Il tempo è moneta.
Tra dicembre e gennaio l’Unione Sovietica ha trattato accordi commerciali con la Finlandia, con l’India, l’Afghanistan, la Norvegia, l’Unione economica belga-lussemburghese, la Svezia, la Cina, l’Egitto, l’Argentina, l’Inghilterra, il Pakistan, la Francia, il Brasile. Ma particolarmente importanti dovevano riuscire gli incontri tra i dirigenti del commercio e dell’industria russi e gli industriali inglesi che arrivarono a Mosca il 29 gennaio, cioè quattro giorni dopo l’inizio della Conferenza di Berlino.
Il viaggio a Mosca della delegazione affaristica britannica, composta di 33 industriali inglesi, rappresentanti di grosse ditte (ahimè, dove finisce la lotta del PCI contro i «monopolisti»!) fabbricanti macchinari per industrie tessili, di cantieri navali e di fabbriche di materiale elettrico, fu compiuto su invito del Ministero sovietico del commercio estero (L’Unità 19-1-54). In quel torno di tempo l’Ufficio di Statistica di Mosca pubblicava un comunicato sullo sviluppo dell’economia russa nel 1953, nel corso del quale si annunciava che il commercio estero russo «è giunto complessivamente, nel 1953, ad un livello 4 volte superiore a quello prebellico» e si sottolineava che le «aperture più significative si sono registrate proprio nei rapporti con l’Ovest» (L’Unità, 22-2-54). Evidentemente, la guerra guerreggiata e la guerra fredda, se hanno provocato la morte di milioni di uomini, hanno in compenso favorito il commercio russo. Uno schiaffo ai Partigiani della Pace!
In un articolo pubblicato sul moscovita «Tempi nuovi» durante la permanenza degli industriali inglesi, il presidente della Camera di commercio dell’URSS (sissignori, il socialismo di Malenkov anche di questo è attrezzato) Nesterov, dichiarava: «L’Unione Sovietica potrebbe nei prossimi due o tre anni commerciare con l’Europa Occidentale, le Americhe, l’Asia sud-orientale, il Medio Oriente, l’Africa e l’Australia per un valore variante dai 30 ai 40 miliardi di rubli, ossia dai 10 ai 15 miliardi di rubli all’anno, contro il massimo prebellico di 5 miliardi di rubli registrati nel 1948» (L’Unità, 9-2-54). La politica di riarmo eseguita per le esigenze della guerra fredda e la guerra di Corea, ebbero l’effetto, lo sanno tutti, di una salutare frustata alle economie occidentali, soprattutto a quella americana. Ma, a stare a sentire il presidente della Camera di Commercio dell’URSS, neppure l’economia russa si lasciava sfuggire la felice congiuntura. Un buon affare doveva condurre pure Mosca se dal 1948 ad oggi i 5 miliardi di merci esportabili son saliti a 15 miliardi. Ma di ciò nell’Unità non si trova cenno, siatene sicuri.
La notizia, vera o falsa che sia poco importa, su cui la stampa stalinista ha lavorato di lena, è che le commesse sovietiche all’Inghilterra, se raggiungeranno il livello annuale di 300 milioni di sterline, daranno lavoro a oltre 200.000 operai inglesi. Non dicono lo stesso i ministri americani quando assegnano commesse alla Fiat o altre industrie italiane? Forse che le fabbriche non lavorano per la felicità degli operai? Il fatto si è che pure gli industriali inglesi ebbero parole di elogio per i negoziatori sovietici e uno di loro (che in altra occasione la stampa stalinista chiamerà un «monopolista») si fece un dovere di dichiarare alla stampa londinese: «La nostra visita a Mosca è stato un pieno successo» (L’Unità, 18-2-54). Evidentemente, dove nessuno finora ci è riuscito, ci riesce il governo di Mosca: ordinazioni di merci diventano un lauto affare per operai e industriali, per sfruttati e padroni. Ma allora il marxismo che figura ci fa, signor ministro del commercio estero dell’URSS? Siamo sempre lì, alla forcaiola adulazione degli interessi aziendali ove è possibile conciliare la paura della disoccupazione e la sete del profitto dell’imprenditore. Ma se l’offensiva commerciale russa dovesse avere successo, non provocherebbe la chiusura delle ditte concorrenti? Due guerre mondiali provano che lo scontro degli eserciti ha fatto invariabilmente seguito alle ostilità aperte in campo commerciale.
Fino a qualche anno fa, lo stalinismo ha sostenuto che la Russia andava esclusa dalle cause della guerra, perché non soggetta alle spinte espansionistiche e alla lotta per la conquista dei mercati. Poi, poco prima della sua morte, si alzò Stalin ad annunciare la imminente offensiva commerciale russa nel mondo. Da allora la stampa stalinista ritiene che il primo comandamento di ogni Stato sia quello di aprire le porte alle merci made in URSS. Ciò significa che l’industria russa è arrivata alla stessa fase raggiunta al principio del secolo dall’industria tedesca: il suo sguardo è puntato oltre le frontiere, invidia i mercati altrui, brama crearsi una rete di clienti. L’argomento più pacchiano che la stampa stalinista possa sostenere è che, come pretende L’Unità, gli altri paesi del mondo sarebbero costretti, pena il dissesto, a trafficare con la Russia, mentre questa acconsentirebbe solo per amore della pace internazionale. Se fosse vero, la Russia terrebbe in pugno il mondo intero e sarebbe lei a cingere d’assedio le cittadelle dell’imperialismo occidentale, che potrebbe prendere per fame.
Ciò che rimane assolutamente incomprensibile è come mai la Russia che nel 1941 non esitò a lanciarsi nel vortice della seconda guerra mondiale per sopravvivere, faccia a meno, potendolo, di conquistare il mondo senza colpo ferire. Misteri della stampa stalinista! Quel che rimane incontrovertibile è che affaristi inglesi, francesi, belgi, olandesi, e in seguito forse americani, trafficano redditiziamente con i commercianti russi, dal che il capitalismo mondiale trae novello vigore.
Questioni storiche dell'Internazionale comunista (Pt.3)
III
Le massime esplosioni sociali del primo dopoguerra in Europa si verificarono – a parte naturalmente la Russia sovietica – in Italia e in Germania, Stati che rappresentavano gli anelli più deboli dello schieramento borghese. Qui, il movimento comunista registrò al suo attivo il raggiungimento di tappe di grande importanza, segnatamente per opera della Sinistra Comunista Italiana, che andò immune dalle evidenti tare teoriche che inficiarono il lavoro dottrinario e l’azione politica del comunismo in Germania.
Partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale sorsero nel 1920, sulla base delle 21 condizioni di ammissione votate dal Secondo Congresso dell’I.C, in Francia ed in Inghilterra, per rimanere nel campo delle grandi Potenze capitalistiche. Ma la loro azione politica si esaurì col tempo in una consuetudinaria prassi di agitazione e di propaganda che doveva afflosciarsi addirittura, a processo involutivo compiuto, nel politicantismo parlamentare del Fronte Popolare. Solo a distanza di due decenni, il conformismo politico doveva cedere il posto – in Francia – all’esperimento di azioni di guerra civile, non però volte verso obiettivi rivoluzionari, ma sibbene rispondente alle ferree esigenze della guerra imperialistica e della scoperta involuzione borghese dello Stato di Mosca. Nelle isole britanniche, il partito comunista che pure era affondato in pieno nel bellicismo, non doveva fare, per ovvie ragioni, l’esperienza della guerriglia partigiana imperialistica. Così, al momento dello scioglimento di ufficio della Terza Internazionale (15 maggio 1943) la storia della rivoluzione proletaria era ferma in Francia al periodo marzo-maggio 1871, epoca della Comune di Parigi; e in Inghilterra addirittura al biennio 1838-40, in cui si situò il movimento dei Cartisti. Ma nella storia della guerra imperialista avvenivano radicali mutamenti dei rapporti di forza: i massimi puntelli dell’imperialismo che erano usciti indenni dall’incendio rivoluzionario che aveva lambito l’Europa, non sfuggivano alle leggi della accumulazione e concentrazione del capitale che dovevano causare lo spostamento del centro mondiale imperialistico a Washington.
In Germania, la rivoluzione proletaria scaturì direttamente dalla guerra, o meglio dal disfacimento statale e sociale provocato dalla sconfitta militare e dalla caduta della monarchia degli Hohenzollern. Sfruttamento delle condizioni di caos tramandate dalla guerra e lotta a morte contro il governo socialdemocratico Ebert – Scheidemann, rimasto a tentare l’estrema difesa del capitalismo tedesco, furono i due tratti fondamentali che la rivoluzione della Lega di Spartaco ebbe in comune con la battaglia vittoriosa del bolscevismo. Ma il parallelismo non andò oltre questo ristretto campo, e ciò non solo in riguardo al diverso corso storico che in Germania aveva oltrepassato di molto l’avvento del capitalismo e la formazione di forti tradizioni opportunistiche, ma soprattutto in riguardo al deficiente sviluppo teorico del comunismo tedesco. Il proletariato rivoluzionario, cadendo gloriosamente sulle barricate di Berlino, nelle sanguinose giornate del gennaio 1919, perdeva la battaglia non solo per la preponderanza degli sgherri del socialdemocratico Noske, ministro degli interni della repubblica borghese, ma per l’intima debolezza del movimento rivoluzionario, che, nonostante la guida di capi di primo ordine quali furono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, non aveva saputo elaborare una esatta piattaforma teorica e programmatica. Nel movimento rivoluzionario, tale è l’unità tra teoria e pratica che gli errori nel campo dottrinario si pagano col sangue e la sconfitta sul terreno della dichiarata guerra di classe. Dove il filisteo o il fanatico dell’attivismo crede di vedere vane accademie o bizantinismi di sette marxistiche, lì si difende invece la carne e il sangue delle future formazioni di combattenti rivoluzionari.
Gli errori dottrinari di Rosa Luxemburg non erano di quelli marginali che non intaccano la sostanza vitale del marxismo. Negli anni precedenti e durante la guerra mondiale, le sue posizioni incerte sui fondamentali problemi della interpretazione del corso storico dell’imperialismo e sulla teoria della questione nazionale avevano costretto Lenin ad ingaggiare una polemica serrata, e non sempre castigata, che non si arrestò neanche davanti al formidabile argomento della Rivoluzione d’Ottobre. L’instaurazione della dittatura sovietica in Russia non ebbe effetto sui gravi smarrimenti della Luxemburg nel campo del programma e della tattica rivoluzionaria. È nota la sua opposizione al principio della dittatura del proletariato, nella accezione bolscevica e marxista. La assunzione e l’esercizio totalitario del potere politico da parte del partito bolscevico la trovò dissenziente, così come lo era stata negli anni della guerra e ancora prima nelle discussioni di corrente con Lenin. Sarebbe interessante mostrare come le posizioni programmatiche della Luxemburg collimassero con la sua concezione del corso storico capitalistico, ma al nostro compito non compete.
Le conseguenze che derivavano potrebbero essere espresse meglio dalle teorie della Luxemburg non che dal programma, da lei formulato, che fu accettato dal Congresso della Lega di Spartaco, riunito a Berlino il 30 dicembre 1918. Ragioni di spazio vietano di citarne larghi estratti, ma sarà sufficiente trascriverne i passi seguenti:
«La Lega di Spartaco non assumerà le redini del governo se non per la chiara, indubbia volontà della grande maggioranza delle masse proletarie tedesche e con il cosciente consenso di esse alle opinioni, ai fini ed ai metodi di lotta della Lega di Spartaco.
«La rivoluzione proletaria può’ solo gradualmente, passo per passo, attraverso il golgota delle proprie amare esperienze, attraverso sconfitte e vittorie, giungere alla piena chiarezza e maturità. La vittoria della Lega di Spartaco non sta al principio ma alla fine della rivoluzione. Essa si identifica con la vittoria delle grandi masse dei milioni di proletari socialisti».
Come si vede, il programma della Luxemburg e degli altri capi del Partito Comunista di Germania era chiaramente diretto a fronteggiare l’ondata prorompente dell’estremismo istintivo regnante negli iscritti ma oltrepassava lo scopo, trascurando, anzi rifiutando, di riconoscere al partito di classe le funzioni di organo indispensabile della guerra di classe e della dittatura rivoluzionaria. La conquista del potere politico non può essere, senza dubbio, opera del solo partito, ma presuppone il distacco di larghe masse dai partiti opportunisti in periodo di grave decadimento dell’impalcatura statale borghese. Ma è proprio la conquista del potere che determina il definitivo spostamento della grande maggioranza delle masse verso il partito rivoluzionario. Ad esempio, all’epoca del Secondo Congresso dei Soviet, tenuto il 28 ottobre 1917, i bolscevichi detenevano la stentata maggioranza del 51 per cento dei mandati; bisogna arrivare al quinto Congresso, tenuto il 4 luglio 1918, cioè sette mesi dopo la conquista del potere, perché la maggioranza salisse al 66 per cento. È chiaro dunque che contrariamente a quanto sosteneva la Luxemburg, per la Lega di Spartaco, la vittoria del bolscevismo in Russia segnò l’inizio, non la fine della Rivoluzione.
L’errore capitale dello spartachismo, che doveva condurlo alla catastrofe, consistette nella falsa concezione dei rapporti tra partito e classe, nella incapacità di comprendere che la «coscienza» della classe è condizionata dall’azione del partito rivoluzionario. Il partito rivoluzionario trova la sua guida solo nella teoria, che non è scienza infusa ma «bilancio della esperienza» delle lotte secolari della classe: agendo, trascina seco le masse, e le rende consapevoli dei loro interessi fondamentali di classe. Chi ha compreso ciò, chi intende in tale senso l’interpretazione marxista del capovolgimento della praxis, coerentemente accetta il principio dell’indispensabilità del partito di classe centralizzato e la posizione programmatica della dittatura rivoluzionaria. Ogni altra diversa concezione dei rapporti tra classe e partito non può condurre che alle deviazioni democraticoidi dell’operaismo, per cui la elaborazione della teoria rivoluzionaria e le decisioni di azione diventa, grazie ad ipotesi intellettualistiche che non trovano conferma nella realtà, capacità di ogni individuo che socialmente fa parte della classe dei lavoratori. Al contrario le orgie elettorali stanno lì a provare che se consultata democraticamente la massa propende sempre per soluzioni contrarie ai propri interessi di classe. Una «democrazia operaia», cioè una forma di governo democratica senza la borghesia, che dai rivoluzionari anti-dittatoriali viene non da oggi invocata, non cambierebbe i risultati.
Da ciò non si deve dedurre che pensiamo che un diverso orientamento teorico dei capi dello spartachismo, i quali furono, specialmente nella persona di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, teorici geniali e combattenti eroici del comunismo degni dell’imperitura memoria del proletariato, avrebbe avuto l’effetto, nelle cupe giornate del gennaio 1919, di permettere la conquista del potere al proletariato. Ma certamente una concezione meno operaistica della dirigenza del partito e dei rapporti tra il partito rivoluzionario e gli schieramenti politici equivoci che parvero volere attaccare risolutamente il governo Ebert-Scheidemann, ma poi lasciarono praticamente soli gli spartachisti a fronteggiare la scatenata feroce controrivoluzione militare, avrebbe attenuato le proporzioni del disastro e impedito il brutale assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht.
Il comunismo in Italia nacque adulto
Il breve, troppo coinciso, richiamo alle vicende dello spartachismo di Germania non lo si deve considerare una inutile digressione, come non lo è stata, nella prima puntata, la individuazione dell’inconciliabile contrasto tra marxismo e sindacalismo rivoluzionario di tinta soreliana. Troppi cretinoidi o avventurieri della politica sono interessati a spacciare la moneta falsa dell’«infantilismo» della Sinistra Comunista Italiana, del conflitto insanabile tra questa e il bolscevismo, tra Bordiga e Lenin. Ora è vero proprio il contrario. È vero, fra tante balle e diffamazioni, un solo dato di fatto, e cioè che di tutti i partiti e correnti comunisti aderenti alla Terza Internazionale, quelli che contarono minori contrasti furono proprio il partito comunista di Russia e il partito comunista d’Italia. Non basta. Almeno fino alla morte di Lenin, le divergenze di vedute registrate nei rapporti tra il «leninismo» e il «bordighismo» puntarono esclusivamente su questioni tattiche.
Sul terreno teorico e programmatico la fusione dei comunisti di Russia e d’Italia, che veramente ne faceva sezioni indissolubili del partito internazionale della rivoluzione, è fatto storico inoppugnabile che risulta dal processo di formazione del partito comunista in Italia. Dal Congresso di Bologna del P.S.I. (ottobre 1919) e ancora prima, dalla pubblicazione sull’«Avanti» nell’inverno 1914-15 degli articoli di Amadeo Bordiga sulle fondamentali questioni sollevate dalla guerra imperialista e dal disfacimento della Seconda Internazionale, per quanti sforzi possano fare i falsificatori di professione, in nulla l’elaborazione teorica e la lotta politica della Frazione Comunista Astensionista si diversificò – fatte le dovute distinzioni delle differenti fasi storiche locali – dall’evoluzione del partito comunista bolscevico. Ma non deve ritenersi che il comunismo in Italia abbia seguito pedissequamente lo sviluppo del bolscevismo russo. I due movimenti ebbero un corso parallelo ed il loro incontro, nelle file della Terza Internazionale ne sanzionò la perfetta sostanziale unità teorica e programmatica. La Sinistra Italiana contribuì decisivamente, l’abbiamo visto, alla stesura delle 21 condizioni di ammissione, che non fu atto di ordine organizzativo, ma una svolta politica nel cammino della Rivoluzione, operata senza lotte. Il principio stesso della fondazione della Terza Internazionale aveva suscitato profondi contrasti nel campo rivoluzionario. È noto che Rosa Luxemburg era contraria alla costituzione della nuova associazione internazionale. Ma gli avvenimenti dovevano confutare i suoi argomenti. Fondata nel marzo 1919, la Terza Internazionale riunì al suo congresso di costituzione piccoli gruppi rivoluzionari: un anno dopo, al secondo congresso, la maggioranza del proletariato socialista europeo ne era l’entusiasta sostenitore.
La Frazione Comunista Astensionista fu immune fin dal suo sorgere nel seno del vecchio P.S.I. dalle «malattie infantile» che colpirono le principali correnti di pensiero politico, che diedero vita ai partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale. Fin dalle origini il comunismo marxista italiano non ebbe alcuna esitazione teorica, ma sostenne intransigentemente, di fronte all’opportunismo, il principio del partito di classe e la sua organizzazione centralizzata, in quanto strumento della conquista del potere e dello esercizio della dittatura rivoluzionaria. La curiosa ricorrente accusa che, da parte stalinista e antistalinista, si muove alla Sinistra Italiana e, in genere, al «bordighismo», è di tenere in conto esagerato il lavoro teorico e di essere inetto all’azione.
Orbene, negli anni 1919-20, la condizione indispensabile dell’azione rivoluzionaria era data dalla formazione di saldi partiti comunisti a fermo programma dittatoriale. Ebbene, tra tutte le correnti marxiste soltanto la Sinistra Italiana puntò risolutamente sulla costituzione del partito di classe mentre altre formazioni si baloccavano con elucubrazioni intellettualistiche, che inceppavano lo sviluppo della nuova internazionale rivoluzionaria. Cosa che i detrattori non ricordano mai, è che a fare «meno teoria» fu proprio la Sinistra Italiana, non perché incapace, ma per il semplice fatto che fin dalle sue origini afferrò in blocco e interpretò senza deviazioni ed esitazioni la teoria marxista. La successiva miseranda fine di coloro che posano a confutatori del «bordighismo» sta a provare quanto siano state valide le loro invenzioni dottrinarie di 30 anni fa.
Il comunismo in Italia nacque adulto. Non attraversò le crisi infantili cui andarono soggetti, l’abbiamo visto, i reduci dal sindacalismo rivoluzionario in Francia, gli spartachisti in Germania, i tribunisti in Olanda, e, dulcis in fundo, gli ordinovisti in Italia. Se ben si legge, il tanto famoso testo di Lenin su «L’estremismo, malattia infantile del comunismo», ci si avvede che il «morbo» contro cui maggiormente si accanisce il medico Lenin è proprio la insufficiente concezione del ruolo del partito di classe, comune a tutti quanti i movimenti che abbiamo nominato. La cosa divenne chiara allorché si trattò per questo di passare alla azione. Allora scomparvero senza lasciare tracce oppure – è il caso dell’ordinovismo – caddero nel pantano del bloccardismo antifascista passando al servizio della controrivoluzione stalinista. La Sinistra Italiana rimasta fedele alle sue origini, non ha dovuto mutare, né nel complesso né nei dettagli, il corpo della dottrine e delle norme tattiche elaborato fin dal 1914. Le future lotte rivoluzionarie, la nuova associazione internazionale comunista, la conquista del potere e la instaurazione della dittatura del proletariato non potranno diventare viva materia di storia che a condizione di richiamarsi ai principi fissati nei testi fondamentali della Sinistra Italiana, del nostro movimento comunista internazionalista. Le «Tesi della Sinistra», «Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe», «Proprietà e Capitale», la battaglia di restaurazione teorica dei «Fili del tempo» non sono fatica letteraria, sono tappe della Rivoluzione.
Le sorti del conflitto sorto all’interno del Partito Comunista d’Italia non furono decise, contrariamente a quanto afferma il togliattismo, dal sopravvento dell’ordinovismo gramsciano. La ideologia ordinovista, cui i togliattiani pretendono di richiamare le origini del comunismo in Italia, non ebbe mai partita vinta, in sede teorica ed organizzativa, su ciò che si pretende di chiamare «bordighismo» e che invece fu e resta l’interpretazione autentica rivoluzionaria del marxismo operata con duro lavoro dalla Sinistra Comunista Italiana. L’ordinovismo, dal 1919 al 1923, anno in cui, con la complicità del potere statale di Mosca, già incombente sinistramente sulla Terza Internazionale, si impossessò con prassi burocratica delle redini del Partito, non seppe fare altro che accodarsi alla Sinistra, mai osando rivelare divergenze di principio.
In realtà, la Sinistra Italiana perse la sua battaglia non contro l’ordinovismo resuscitato da morte di Gramsci e Togliatti, che non ebbe mai cittadinanza nel partito, ma sibbene contro la forza bruta dello Stato di Mosca, passato al servizio del capitalismo avanzante in Russia.
La descrizione della lotta della Sinistra contro le aberrazioni di Mosca e i tirapiedi ordinovisti dello stalinismo trionfante merita successiva puntata.
Specchi locali di una situazione generale
Da una lettera dalla Toscana: «Situazione sempre più incancrenita. Nelle fabbriche, nelle aziende, nei luoghi di lavoro in genere si sta impiantando una disciplina poliziesca, subita sotto l’incubo dei licenziamenti e della chiusura di aziende. La Richard Ginori ha chiuso lo stabilimento di Doccia mettendo sul lastrico 600 operai; nelle campagne regna una situazione di indigenza causata in parte da pesanti aggravi ipotecari sulla piccola proprietà contadina, in parte dal fenomeno sempre crescente degli espropri da parte di Comuni e Province per la costruzione di strade e opere a vantaggio della grande proprietà che cerca più sicuri e spediti collegamenti coi mercati. A volte si assiste a fatti paurosi: un esproprio con indennizzo di 500 mila lire; sul lastrico una famiglia di 5 persone che sul pezzo di terra viveva…».
In seconda pagina del Giornale del Mezzogiorno del 22 febbraio si legge la seguente illustrazione in cifre dell’edilizia scolastica nel Meridione: Puglie, alunni 343.500, scuole 1103 (Piemonte, alunni 262.000, scuole 3626); Basilicata, alunni 67.000, scuole 551; Calabria alunni 241 mila, scuole 1896, ecc. E questo non dice ancora nulla sulla situazione, giacché il termine pomposo di scuola si riferisce in gran parte dei casi a baracche, catapecchie, spelonche. Per contro, in prima pagina si legge un elenco di opere… importantissime compiute dalla famosa Cassa del Mezzogiorno: sistemazione della reggia e del parco di Capodimonte, idem della reggia e del parco di Caserta, ripristino del Palazzo dei congressi alla Mostra d’Oltremare…
Alla gogna
Dal discorso del rappresentante… «comunista» al Senato, 20-2-54:
«SERENI – Quando si tratta dell’indipendenza nazionale noi siamo con chiunque, siano essi democristiani, missini o monarchici».
Grandiosa, non commestibile civiltà
Imbandigione e convitati terrestri
Nell’opinione volgare il capitale non è originato dal lavoro accumulato dei morti, impiegato ad investire e saccheggiare lavoro di una massa di viventi, ma tutto è capitale; la terra agraria, la terra incolta, l’acqua, i giacimenti del sottosuolo, gli animali e i vegetali allo stato di natura. A Manila nelle Filippine riferiscono si sia tenuto l’ottavo congresso scientifico internazionale del Pacifico, ove ecologi, botanici, faunologi, idrologi, pedologi (non sono costoro né i pedanti né i pedestri né i pediatri – o i pedicuri – ma gli studiosi del terreno, del suolo) si sarebbero occupati del fatto che l’umanità moderna si avvia alla ”dilapidazione del globo” non badando che esso è un ”capitale vistoso sì ma non eterno”.
Quanto alla eternità, lasciamo stare il fatto che non è eterno nel senso cosmico sicuramente, e non è eterna nessuna delle specie che su di esso allignano e neppure la umana. Si tratta di vedere se il ciclo degli scambi tra l’ambiente naturale con le sue riserve di materia-energia e la specie vivente tende a raggiungere un’armonia di equilibrio dinamico (teoricamente indefinita), o tende a cadere in un progressivo sbilancio e quindi a divenire insostenibile, in tempo storico, determinando regressione e fine della specie.
Questa è una grande questione a cui i dati effettivi di quelle discipline possono indubbiamente recare tributi, ma poco si caverà da congressi tanto ”scientifici” da cadere in abbagli di calibro e tipo superstizioso, come può essere in economia quello di trattare il globo come ”capitale” , o anche come bene fondiario della società Humanitas, anonima per azioni – in filosofia quello di attendere il rimedio dalla via morale e conoscitiva, ossia dalla esortazione agli uomini ”a pensarci” , come se si trattasse del classico figliolo dedito a mangiarsi gli ultimi avanzi del patrimonio di papà.
Un biologo francese, che naturalmente non abbiamo mai conosciuto e che ci limitiamo al solito ad immaginarci, a tale filantropico scopo descrive una tragedia della specie per poter concludere: pensi l’uomo al destino delle cavallette! Che dunque accade alle folli cavallette? Un’onda di caldo in una zona di savana, o palude tropicale, provoca ad un tempo un pullulare di cavallette ed una fioritura di piante effimere (di pronta crescita e vita breve). Che sarà di questo inaspettato potenziale di vita, o trasformazione di energia irradiata dal sole in energia organica? Le innumeri cavallette divorano rapidamente tutte le piante e poi muoiono di fame sul posto. E che devono riflettere, su questo, gli uomini? Grati alla divinità, che li dotò di scienza e coscienza, dovrebbero pensare che se le cavallette avessero ragionato avrebbero stabilito un razionamento delle piante effimere, ed avrebbero inoltre inventata la sensata risorsa di mangiarsi tra di loro.
Abbiamo ricordato questo problema spesso ammannito agli uomini cosiddetti di mezza cultura, per riconoscere importanza alla questione di una immaginaria mensa estesa a tutto il pianeta attorno alla quale siedano i formicolanti convitati uomini-cavallette, e del rapporto tra il numero delle bocche e le pietanze imbandite, e dire, riprendendo, che lo studio non sempre agevole della questione della produzione agraria in tempo capitalista, colle sue analisi ragionate, poste in quadri numerici, ridotte in formule algebriche, non deve essere preso per un lusso dell’intelletto, ma per una esigenza imprescindibile del ventricolo di specie.
Nello stesso tempo quelle banali presentazioni sono utili per mostrare quanto se ne distacchi in semplicità e allo stesso tempo in potenza e ricchezza di sviluppi, l’impostazione marxista. Il ciclo non si svolge fino ad un tornante in cui gli uomini, percossi da rivelazione o investiti di sapienza, si diano da fare per non avere la fine delle cavallette, coltivando meglio piante effimere o tenendo i cavalletti lontani dalla coniugale alcova. Per lunghe fasi del ciclo, gruppi contro gruppi della specie (essendo il numero di individui già alto, ma lontanissimo da quello odierno, in rapporto alla terra nota e percorsa) imparano a distruggersi, depredarsi e opprimersi: lo studio delle grandi tappe di queste inevitabili lotte deve stabilire se come e dopo quali stadi la specie perverrà ad un utile bilancio stabile dei suoi rapporti con la natura fisica, tale che sola via per ottenere alimenti non sia la guerra e la servitù di classe. In questo studio l’oggetto sono le forze produttive e i loro rapporti e non le loro caricature sotto forma di moniti amministrativi o predicozzi moralistici.
Il capitalismo, pessimo vivandiere
Tutta la fondamentale dimostrazione di Marx, che occupa la parte finale di quanto del terzo libro del Capitale ci è stato trasmesso, tende alla tesi nettamente rivoluzionaria: il modo di produzione capitalistico, grandissimo propulsore del crescere assoluto e relativo delle forze di produzione, tappa indispensabile e decisiva di un tale accrescimento, non può far tenere il passo all’aumento di numero e di potenza tecnica delle collettività umane colla produzione di alimenti. Da questo noi non concludiamo al calcolo del tempo entro il quale si morrà tutti di fame, ma a quello del cammino che ci separa dalla catastrofe, in cui questa inevitabile contraddizione farà saltare in aria la struttura capitalista. Ed infatti il pigro lettore che salta le pagine ove gli sembra si allinei un freddo dedurre economico, una serie poco divertente di dati numerici, un intrico di simboli e formulette (oggi direbbero che tutto questo fa venir la barba, non fa fumetto, non fa rotocalco, soprattutto non fa cassetta) non si avvede dei tratti del duro cammino in cui il traguardo dello scontro rivoluzionario appare in tutta la sua suggestione e si lascia imbonire facilmente alla corrente conclusione: eh, quel vecchio Marx, se non avesse lasciato di fare l’agitatore per mettersi a fare il teorico dipingitore dell’economia capitalista…! Si era ormai disinteressato della politica rivoluzionaria, la sola che conti; altro che teoria della rendita fondiaria…
Marx ricorda che già i primi economisti moderni rilevano il contrasto tra il progresso tecnico in agricoltura e le forme sociali. La produzione di un terreno può essere accresciuta con buoni drenaggi, concimazioni abbondanti, buona lavorazione, estirpazione delle erbe dannose e pulizia del terreno, ecc.:
”Ma tutto ciò richiede spese considerevoli e gli affittuari sanno altrettanto bene che, per quanto essi possano migliorare la terra o accrescerne il valore, sarà sempre il proprietario della terra che, alla lunga, ne trarrà il vantaggio principale con l’aumento delle rendite e con l’accresciuto valore del terreno”.
”Tutti gli sforzi [di miglioramento] (…) non possono portare risultati molto considerevoli (…), fino a che tali miglioramenti continueranno a far aumentare molto più il valore della proprietà fondiaria (…) di quanto non migliorino la posizione dell’affittuario o del lavoratore agricolo”.
L’ingranaggio del sistema capitalistico è tale che tanto il capitale quanto il lavoro umano sono incessantemente sospinti verso l’industria e non verso l’agricoltura, cosicché alle incredibili velocità di trasformazione dei procedimenti della prima, corrisponde una enorme lentezza di evoluzione nella seconda: nei campi anche dei paesi più sviluppati si adottano oggi per la maggior parte gli stessi procedimenti agrari che si usavano da secoli e da millenni.
Marx rapporta questa riluttanza del capitale alla terra alla composizione tecnologica ed organica di esso, che è più favorevole nell’industria che non nell’agricoltura. Ricordiamo ancora un tale concetto:
”La parte di valore del capitale [anticipato nella produzione] che consta di macchinario, ecc., e materia prima, viene solo semplicemente riprodotta nel prodotto, appare nuovamente, resta immutata. Il capitalista deve pagare questa componente del capitale al suo valore (…). Solo il lavoro impiegato dal capitalista entra per intero nel valore del prodotto e viene comprato per intero da lui, benché egli lo paghi solo in parte [col salario]. Supposto il suddetto saggio di sfruttamento del lavoro [qui supposto da Marx del 50%: ossia l’operaio lavora 8 ore su 12 producendo valore per sé, e altre 4 per il capitalista], la grandezza del plusvalore per un capitale della stessa grandezza dipenderà dunque [si guardi: a pari saggio del plusvalore] dalla sua composizione organica”.
Se il capitale si compone di 80 di capitale costante e 20 di capitale salari (di massima, per il suo tempo e l’industria, Marx ritiene di 4 questo grado tecnologico: l’operaio in media trasforma materie di costo quadruplo del salario), altri 10 si aggiungeranno di sopravalore (ossia il 50 per cento del 20 di salario) il valore del prodotto sarà 80+20+10=110; il profitto sarà 10, il suo saggio 10 per cento. Ma se avessimo invece all’opposto 60 di capitale costante e 40 di salari (Marx suppone che ciò fosse, un secolo fa, la grossa media nell’agricoltura: e in questa non siamo oggi probabilmente molto più oltre), allora il sopralavoro sarà metà di 40 e quindi 20, il prodotto 120, il saggio di profitto non più 10 come prima, ma 20 per cento.
”Noi supponiamo che quella [la composizione] del capitale agricolo sia = 60c + 40v, ossia che nella sua composizione venga speso in salario – immediate labour – più che nella somma complessiva del capitale speso nelle restanti branche d’industria. Ciò indica uno sviluppo relativamente più basso della produttività del lavoro in questa branca”.
Grano e capitalismo
Non occorre confondere la questione che fa Marx per spiegare la lentezza dell’aumento di produttività nell’agricoltura rispetto all’industria, ostacolo alla riduzione del tempo di lavoro a parità di prodotti e di consumi medi, ostacolo insormontabile per le classi i cui consumi sono soprattutto alimentari, colla preferenza del capitale per gli altri prodotti, confusione fatta (vedi Dialogato) da Stalin teorico. Il capitale ”sa” che raggiunge una sempre più alta massa di profitto seguendo la legge della discesa del saggio medio e preferisce produrre ad alto grado tecnologico (molte tonnellate-anno di acciaio per operaio impiegato), grado circa 15 o 20 invece del 4 di Marx; preferisce come dice il dott. Costa avere molti operai ad alto salario e pagare alto salario, ma avere moltissimo prodotto. Con l’acciaio è facile ”all’offerta forzare la domanda” facendo armi e guerre, anche diminuendo il numero di bocche che domandano inutilmente grano.
Le tonnellate-anno di grano che produce ogni operaio agricolo nel corso di un secolo non sono probabilmente cresciute del 50 per cento, mentre quelle di acciaio divenivano decine di volte di più, dal puddellaggio a mano al Martin-Siemens…
Continuando in quel passo Marx aggiunge:
”Del resto in alcuni tipi di agricoltura, per esempio l’allevamento di bestiame, la composizione può essere 90 costante e 10 variabile, quindi il rapporto v:c può essere minore che nel capitale complessivo industriale” (qui nota a pie’ di pagina su un punto ”chiodato” : va da sé che quando parliamo di composizione del capitale agricolo, il valore del suolo, o il prezzo del suolo, non vi è compreso. Quest’ultimo non è che rendita fondiaria capitalizzata).
”Ma non è questa branca a determinare la rendita, bensì l’agricoltura vera e propria e precisamente la parte di essa che produce i principali mezzi di sussistenza, come frumento ecc. Nelle altre branche la rendita non è determinata dalla composizione del capitale in esse stesse investito, ma dalla composizione del capitale che viene impiegato nella produzione dei mezzi di sussistenza principali”. E qui una recisa assertiva: ”La semplice esistenza della produzione capitalistica presuppone come elemento principale dei mezzi di sussistenza l’alimento vegetale anziché l’alimento animale”.
Qui potrebbero saltare su gli aggiornatori a considerare superata una tale posizione in quanto il proletariato ormai non si nutre più di solo pane.
La statistica di oggi ci dice che ogni abitante del globo dispone di 77 kg di pane all’anno. E’ curioso che dispone dello stesso peso di acciaio! E di più di 568 chili di carbone e 215 di petrolio e già 75 mc. di metano. Si intende che oltre al frumento vi sono altri cereali e altre derrate: 55 chili di riso (citato da Marx più volte), 55 di granoturco, 93 di patate. Il resto dei prodotti agricoli è trascurabile, come quantità se non come valori. Non certo trascurabile per i paesi sviluppati il quantitativo di zucchero, carne, latte e grassi. Queste ultime cifre sono derisorie per l’Asia, notevoli per l’Europa centro-occidentale, forti per l’America, mentre pareggiano per Canada, Stati Uniti e superano per l’Australia-Nuova Zelanda, quelle del consumo dei cereali. Nella stessa Inghilterra non si hanno che 51 di carne contro 103 di cereali. In Italia 17 contro 153! In Italia la somma di alimenti darebbe 2.370 calorie per abitante al giorno, in Inghilterra e Stati Uniti oltre 3 mila. Il minimo è in India con 1.620. Dubbi dati per Russia e Cina.
Secondo altri dati la terra produrrebbe un miliardo e mezzo di quintali di frumento per due miliardi e quattrocento milioni di abitanti: 60 kg. a testa. Manca del tutto l’URSS e quindi vi è concordanza col dato di prima. Il riso un poco di più, il granoturco poco meno, le patate più del riso. Le statistiche degli animali allevati darebbero per ogni uomo, grosso modo, un terzo di bovino, un terzo di ovino, un ottavo di suino (a molti sarebbe il caso di dare del porco per intero). Non è facile calcolare da questi dati di consistenza quelli di accrescimento annuo e dedurne la parte di bestie da carne. Ad esempio gli Stati Uniti, con 150 milioni di uomini, 84 di bovini, 33 di ovini, 24 di suini (ehi, McCarthy!) producono 10 milioni di tonnellate di carne. Sarebbero 66 kg. per abitante e va d’accordo coi dati prima usati sul consumo di 70 kg. per abitante. Dall’elaborazione a braccio di questi dati l’allevamento statunitense sarebbe un decimo di quello della terra intera, e questa disporrebbe di 100 milioni di tonnellate di carne da alimentazione all’anno. La conclusione sarebbe che ogni terrestre, mentre mangia 270 kg. di cereali e patate all’anno, ne mangia di carne solo 4 o 5 (i minimi sono per Giappone e India: 2).
Non abbiamo dunque sgarrato da Marx. Ma i paesi più sviluppati? Non bisogna farsi corbellare dalle medie. In questi il rapporto carni-cereali varia enormemente da classe a classe e da regione a regione. Ad esempio in Italia la macellazione in kg. per abitante è in media 14,2 (terza fonte che collima quasi coi 17 dati sopra). Ma va da 27 in Emilia a 5,3 in Sicilia. Il siciliano è tanto carnivoro quanto il terrestre medio. E con ciò non abbiamo ancora confrontato Mario Scelba col caruso della zolfara. Il capitalismo è dunque l’epoca dell’alimentazione cerealicola, come la ”barbarie superiore” (guerra di Troia) era il tempo dell’alimentazione esclusivamente carnea. Comunque Marx ha sempre ragione di calcolare quella parte di profitto che va a rendita sulla produzione granaria. In America quella del porco (bonny soit…) è industria: sapete delle grandi fabbriche di Chicago in cui entra in macchina il maiale vivo ed esce la salsiccia e di quel giorno in cui le macchine girarono all’incontrario ed entrarono salsiccia uscendo maiali vivi. Qui non meno alta è la composizione tecnologica: un bravo lavoratore per dieci maiali borghesi.
Rubriche sulla rendita
Sono ben undici capitoli del terzo libro che Marx dedica alla rendita fondiaria, cui direttamente poi si riferisce nei cinque successivi capitoli; gli ultimi che possediamo. Neppure l’ordine di ricomposizione è forse sicuro. Ad un certo punto l’autore sembra sostare e ricapitolare la dottrina che sta svolgendo.
”Le voci, sotto cui la rendita deve essere analizzata, sono le seguenti:
A) Rendita differenziale.
1) Concetto della rendita differenziale. Illustrazione sull’energia idrica. Passaggio alla rendita agricola vera e propria.
2) Rendita differenziale I, derivante dalla diversa fertilità dei diversi appezzamenti di terreno.
3) Rendita differenziale II, derivante da successivi investimenti di capitale nel medesimo terreno. La rendita differenziale II deve essere analizzata:
a) con un prezzo di produzione stazionario;
b) con un prezzo di produzione in diminuzione;
c) con un prezzo di produzione crescente.
[ricordare: prezzo di produzione uguale capitale costante, più capitale variabile, più profitto al saggio medio generale dell’industria – rendita fondiaria data dal premio del prezzo medio di mercato sul prezzo di produzione così stabilito].
E ancora:
d) trasformazione del plusprofitto in rendita.
4) Influenza di questa rendita sul saggio del profitto.
B) Rendita assoluta.
C) Il prezzo della terra.
D) Considerazioni finali sulla rendita fondiaria”.
A nostra volta diamo questa chiara sinopsi dopo avere anticipato parte della materia con vari commenti e sviluppi. Ma occorre pure ritornare sulla deduzione quantitativa, per ribadire le conclusioni.
La complessa deduzione sulla rendita differenziale perviene a questa tesi:
”Dal punto di vista del modo di produzione capitalistico vi è sempre un relativo rincaro dei prodotti se per ottenere lo stesso prodotto si deve fare una spesa”.
Questo vale dire che se la terra da porre a coltura è stata tutta occupata e intanto per aumento ad esempio della popolazione occorre più prodotto (più grano) investendo nello stesso terreno già coltivato altra spesa in concimi e impianti vari di miglioramento agrario, si aumenta il prodotto (sarà vero che in cinque anni l’Italia arriverà a 90 milioni di quintali di grano, da 79 nel 1952), ma inevitabilmente il prezzo unitario deve crescere. Una faccia della verità generale che con l’aumento di produttività del lavoro dovuto al capitalismo sono disponibili a minor prezzo i prodotti manufatti, ma raggiungono prezzi più alti i prodotti alimentari. Questa corsa non va a sboccare in altra soluzione che nella rivoluzione, che distrugga il modo capitalista di produzione, ovvero, che è lo stesso, la distribuzione di mercato: unico dato necessario a costruire tutta la deduzione di Marx.
Rivoluzione antitrinitaria
Allorché, alla fine della dottrina sulla rendita, Marx affronta il problema di insieme delle tre fonti di entrata economica e delle tre classi, egli sembra allineare gli eserciti per una giornata decisiva di cui lo spezzato capitolo Le classi non potrà dare la descrizione. Egli potrà allora trattare a fondo la critica della formula trinitaria: capitale-profitto (o meglio come egli mostra capitale-interesse); terra-rendita; lavoro-salario. Nella mentalità sovrastrutturale che si forma nell’ambiente borghese, sembrano queste tre effettive autonome fonti di tre frazioni in cui si spartisce la ricchezza prodotta, l’aggiunta di valore in ogni campagna di lavorazione. Nella critica rivoluzionaria il solo fattore reale del valore è il lavoro: è solo ad aggiungere; sono in tre a sottrarre.
”(…) in questa trinità economica collegante le parti costitutive del valore e della ricchezza in generale con le sue fonti, la mistificazione del modo di produzione capitalistico, la materializzazione dei rapporti sociali, la diretta fusione dei rapporti di produzione materiali con la loro forma storico-sociale è completa [ il testo vuol dire che non sono fonti di valore, ma rapporti di forza tra uomini: diritto di possesso per la Terra, appropriazione di merci per il Capitale]: il mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme direttamente come pure e semplici cose”.
L’economia classica sgombrò tali fantasmagorie e mise in evidenza che il solo Lavoro – senza prefissi signorili – generava il Valore. Ma la moderna economia ricade in quella insulsa personificazione e come vedemmo in partenza fa del Globo stesso un Capitale limitato. Quella formula
”corrisponde al tempo stesso all’interesse delle classi dominanti, in quanto essa proclama la necessità naturale e l’eterna giustezza delle loro fonti di entrata e la eleva a dogma”.
E qui, ancora una volta, per i tanti, anche grandi, che non hanno voluto intendere il rapporto tra il capitalismo descritto da Marx e le mille accidentalità della corsa storica e per i curiosi di testi moderni di economia, un passo esauriente:
In tutta questa discussione ”non indaghiamo il modo in cui le connessioni per mezzo del mercato mondiale, le sue congiunture, il movimento dei prezzi di mercato, i periodi del credito, i cicli dell’industria e del commercio, l’alternarsi di prosperità e crisi, appaiono a questi agenti come leggi naturali onnipotenti che li dominano riducendoli all’impotenza e che operano nei loro confronti come cieca necessità. E ciò perché il movimento effettivo della concorrenza non rientra nel nostro piano, e dobbiamo esaminare soltanto l’organizzazione interna del modo di produzione capitalistico, per così dire nella sua MEDIA IDEALE”.
Segue uno scorcio storico che prova che quelle relazioni: terra-rendita e soprattutto denaro-interesse (capitale-profitto), lungi dall’essere naturali ed eterne, erano estranee ad antichi modi di produzione: produzione diretta di beni d’uso – schiavitù e servaggio – sistema corporativo medievale:
”Nelle comunità primitive, in cui predomina il comunismo naturale, e perfino nelle antiche comunità cittadine è la comunità stessa con le sue condizioni che si presenta come base della produzione, così come la sua riproduzione si presenta come suo fine ultimo”.
Come sempre il metodo coerente: confronto del passato per dimostrare transeunti e non immanenti le leggi economiche del capitalismo e soprattutto la legge del valore (che vorrebbero porre come cappa comune su capitalismo e comunismo e Stalin e i risibili aggiornatori di Marx, che gli vogliono apprendere come tutto cambia nel suo piano, dato che cambia il gioco della concorrenza, allora che questo non rientrava affatto nel piano; spassosi topolini seriamente intenti a mettere ”’o campaniello ncanna ’a gatta” ). E dopo questo confronto un lancio nel futuro e uno scorcio della grande comunità, che riunendo tutti i ”terrestri” si porrà come scopo finale ”la sua stessa riproduzione” e non un corno la rendita, non un corno l’interesse, ed in primis ed ante omnia, non un corno il salario, fosse quello del presidente Ike, recordman mondiale degli affittati a tempo.
Anche per la fine di questo capitolo qualche stupido incidente spezzò la penna tra le mani del gigante: ”soltanto nel modo di produzione capitalista…”. E noi leggeremo il resto senza esitare: è soltanto in esso e non già era prima di esso e non sarà dopo che sarà travolto, che tutto si misura col vostro lurido, puzzolente denaro, col calcolo del reddito personale e del bilancio di azienda, con la schiavitù della natura umana alle lancette dell’orologio di fabbrica e di ufficio.
Scarto dei casi impuri
Ritornando dunque alla lettera A della rubrica sulla rendita differenziale sarà certo bene ribadire ancora che tutto lo studio è impostato sui dati di una media ideale, che non solo (come Marx dice mille volte) non sono quelli di nessun paese del suo tempo (e nemmeno di oggi) ma differiscono di assai dalle condizioni della stessa Inghilterra. Le condizioni ideali (dopo tanto discorrere si saprà prendere questo termine cum grano salis e non confonderlo con immaginarie, fantasticate; sono le condizioni limite che ogni scienza pone in ipotesi come condizioni reali: il campo gravitazionale costante e vuoto di mezzo materiale, mentre in natura è sempre variabile e occupato da qualcosa anche tenue, ecc.), le condizioni ideali, dunque, corrispondono all’ipotesi che il lavoratore della terra sia salariato, il suo salario sia a livello medio di tutta l’industria, che tra lui e il proprietario giuridico, che ha per ordine della polizia la ”chiave” del fondo, sia interposto ovunque un fittavolo imprenditore e che il guadagno di questo sia al livello medio sociale del profitto di tutti gli imprenditori industriali.
Appena troviamo contadini proprietari diretti coltivatori o anche fittavoli diretti coltivatori usciamo di netto da queste ipotesi.
”Non parliamo qui di certe condizioni in cui esiste formalmente la rendita fondiaria, la forma della proprietà fondiaria corrispondente al modo di produzione capitalistico, senza che vi sia il modo di produzione capitalistico stesso, senza che l’affittuario stesso sia un capitalista industriale oppure sia capitalistico il tipo della sua gestione. Questo caso si verifica ad es. in Irlanda. In questo paese l’affittuario è in genere un piccolo contadino. Ciò che egli paga come affitto [fermage, uguale canone, estaglio] al proprietario fondiario assorbe spesso non soltanto una parte del suo profitto, ossia del suo proprio pluslavoro, sul quale egli ha dei diritti [borghesi], quale proprietario dei suoi strumenti di lavoro, ma anche una parte del normale salario, che egli in altre condizioni [bracciantato] riceverebbe per la stessa quantità [tempo] di lavoro. Inoltre il proprietario fondiario, che qui non fa assolutamente nulla per il miglioramento del suolo, lo espropria del suo piccolo capitale, che egli ha per la massima parte incorporato nel suolo con il suo proprio lavoro [dissodamento, livellamento, piantagione, ecc.] (…). Questa spoliazione continua costituisce l’oggetto della disputa sulla legislazione agraria irlandese, essenzialmente rivolta ad ottenere che il proprietario fondiario, che dà la disdetta all’affittuario, sia obbligato ad indennizzarlo per i miglioramenti da lui apportati al suolo o per il capitale incorporato nel suolo. Palmerston era solito rispondere a questo proposito cinicamente: ’La Camera dei Comuni è una Camera di proprietari fondiari’ ”.
In altra sede ricordammo che quando Marx, all’epoca 1860-70, si batteva e questa volta non come scrittore soltanto ma come capo politico della Prima Internazionale, per la rivoluzione indipendentista irlandese, dichiarava necessaria per l’Irlanda una rivoluzione agraria. Questa rivoluzione agraria, non meno che la sua forma nazionale, erano rivoluzioni capitaliste, borghesi. Ma rivoluzioni: come quella che Lenin diresse nelle steppe di Russia, ponendo alla sua testa il proletariato industriale ed agrario del mondo.
Ma è cosa pietosa la disperata difesa che fanno i comunisti d’Italia del colono e mezzadro (esso è il più gonzo degli elettori: il cinismo vale quanto quello di Palmerston: il corpo elettorale è fatto a milioni di contadini e coloni) che essi sfacciatamente proclamano estesa alla difesa del grande affittaiuolo capitalista contro il proprietario fondiario, e ciò quando la disciplina dei prezzi e dei fitti ha reso poco velenosa la rendita dominicale, scandaloso il sopraprofitto delle imprese agrarie. E’ questa una decisa, aperta posizione da partito borghese, in un paese in cui esiste un bracciantato agrario, un proletariato della terra a connotati inconfondibili, meno appestato di quello delle industrie urbane, che, in potenza statistica, pareggia un passato semplicemente glorioso di guerre di classe contro gli agrari fondiari e imprenditori, contro i gialli della losca borghesia fittatrice e mezzadrile non meno che contro le sbirraglie dello Stato capitalista. Lenin a una simile massa avrebbe consegnata la repubblica dando nel Soviet una delega a cento braccianti, una a diecimila coloni.
Non meno fuori del calcolo che segue, Marx mette i fenomeni ibridi della storica lotta inglese fra le tre forze: proprietà fondiaria borghese (landlords), capitalisti agrari (farmers) e lavoratori agricoli. Traverso questa lotta, che culminò nei dazi protettivi sul grano, quando i prezzi dello stesso scendevano con sollievo di tutto il proletariato, i proprietari fondiari tendevano a impinguare le proprie rendite aumentando gli affitti ai capitalisti agrari e quindi abbassando i loro profitti; a loro volta i capitalisti reagivano al diminuito profitto comprimendo i salari del lavoratore delle campagne. A questa fase storica ed economica, da lui studiata profondamente, Marx dà la interpretazione rigorosa e limpida di una aggiunta alla rendita, per fattore politico e di forza, di una frazione del profitto di impresa e del salario, che arrotonda artificialmente la rendita vera e propria, la rendita media ideale.
Il punto cruciale infatti si porta a sua volta dalla scienza pura sul terreno della lotta sociale e politica. Trattasi di ribattere ricardiani ed economisti volgari dimostrando che anche contenendo la rendita nei suoi limiti teorici, ed anche eventualmente destinandola allo stato come copertura delle spese ossia liberando da imposte l’impresa capitalista dell’industria e della terra, non si raggiunge l’illusoria armonia nella ricchezza della nazione e nel trinitario benessere a tutte le classi, ma si ribadisce la prospettiva degli antagonismi rivoluzionari. Nulla ha del resto a che fare con rivoluzioni nemmeno borghesi il convertire le rendite della terra peggiore in interessi di titoli di Stato; il che salva il privilegio redditiero e aggrava il bilancio pubblico per miglioramenti fondiari fasulli, in cui la tecnica agraria diviene asinità, l’amministrazione statale ladreria aperta alla trionfante speculazione imprenditrice.
Il salto idraulico
Sfogliamo tranquillamente la nostra rubrica (direbbero oggi agenda) e veniamo all’immagine (ci sfottereste poco parlando di parabola sul tipo delle sacre scritture: se vi mettete ad aggiornare quelle, ne ridurrete il testo storicamente grandioso al livello di una delle tante vostre tipografiche diarree, o rimodernatori: il vostro posto è ”Shanghai” , ossia il mercato in cui si appioppano al consumatore italiano i rimasugli ridipinti degli indumenti americani ai margini delle nostre città sventrate dalle bombe) del salto idraulico, che preferiremo a quella della miniera (trattata nella Storia delle dottrine).
Supporremo che le fabbriche di un paese siano nella grande maggioranza azionate da motrici a vapore (elettriche? vada; nucleari magari: bravi, bravissimi!) e che solo poche fabbriche dispongano invece di una caduta di acqua che loro fornisce la necessaria forza motrice. Questa non costi per il momento nulla, come se vi fosse ancora in qualche angolo ”acqua libera” non accaparrata da proprietari giuridici, non dallo Stato. Per chiarezza delle idee supporremo ora che la sola economia sia il carbone annualmente consumato, pareggiando per i due tipi di motrice il personale occorrente e l’incidenza di manutenzione e logorio.
Avverrà che per le poche fabbriche privilegiate il costo di produzione ed il prezzo di produzione scendono di un tanto, che è la spesa carbone, ossia una parte di quello che noi marxisti chiamiamo capitale costante.
Passiamo dunque a poche cifre e siano quelle stesse di Marx in questo caso. Ammettiamo con lui che per le fabbriche che usano motrici a vapore il capitale sia 100 e se volete consti di 80 di materie prime e 20 di salari (capitale variabile) il che per questa trattazione non è di prima importanza. Sia il profitto, trascurando al solito tutte le fluttuazioni contingenti di tempo e luogo, del 15 per cento. La merce prodotta avrà il costo di produzione o prezzo di costo (prix de revient) di 100. Come prezzo di produzione (prix de production) Marx intende il complesso del capitale anticipato, o spesa viva e del margine di profitto al saggio medio: dunque il prezzo di produzione è 115. Questo prezzo determina il prezzo di vendita del prodotto; il prezzo di mercato, a parte i soliti scarti: quindi il prodotto di quelle fabbriche (poniamo sia la carta) si vende a 115.
Non vi è ragione che il compratore domandi se la motrice era vapore o idraulica: quindi anche la cartiera ad acqua venderà 115: questo è chiaro.
Ora in che cosa il conteggio per questa sola o queste poche cartiere ad acqua varia da quello generale? Questo era: capitale costante 80, capitale salario 20, costo o spesa di produzione 100, profitto 15, prezzo di produzione 115, prezzo di vendita 115. Profitto col saggio del 15 per cento. Plusvalore col saggio del 15 su 20 ovvero 75 per cento.
Marx non dà qui tale rapporto: ma notate che in tutta la trattazione è supposto che il saggio medio sociale del plusvalore industriale sia unico, almeno per un ramo d’industria con la stessa composizione organica, con la stessa produttività del lavoro. Proseguiamo passando alla cartiera ad acqua. Sia 10 la risparmiata spesa carbone. Il capitale costante scenderà da 80 a 70, il capitale salari resta 20, il costo di produzione diviene 90 soltanto. Ma abbiamo visto che il prezzo di vendita è 115. Resta un margine di 25 e non più di 15. Questo ”sovraprofitto” di 10 come lo mettiamo, come lo definiamo?
Come non vi è ragione che un compratore domandi se la carta viene da questa o da quella fabbrica, non ve ne è perché il capitale da investire domandi altro che il grado della sua remunerazione: si troverà dunque chi è disposto ad anticipare 90 al saggio sociale del 15 per cento che ricavano gli altri (dopo tutte le oscillazioni di adeguamento concorrenziali che sono fuori del nostro piano). Allora il prezzo di produzione sarà 90 più il 15 per cento, ossia 90 più 13 e mezzo e quindi 103 e mezzo.
Resta fuori un ulteriore guadagno di 11 e mezzo per arrivare a 115 ricavati al mercato della carta. Ora è questo sopraprofitto che si denomina rendita differenziale, in quanto deriva, a parità di soddisfazione del consumatore nel suo valore d’uso e quindi di valore di scambio del prodotto, da una situazione differente nel meccanismo produttivo dovuta alla presenza del naturale elemento della caduta di acqua. Ma quel margine di 11 e mezzo non lo ha prodotto la caduta, alla quale si può attingere un bicchiere d’acqua, ma non un solo foglio di carta; lo ha sempre prodotto il lavoro del personale della cartiera.
Essendo rimasto lo stesso il salario di 20 il sopralavoro è salito da 15 a 25, che si ripartiscono in 13 e mezzo di profitto industriale e 11 e mezzo di rendita differenziale di tipo fondiario.
Ora noi abbiamo voluto supporre che il saggio di plusvalore fosse costante. Allora non diremo che il saggio è salito dal 75 per cento del primo caso a ben 125 per cento del secondo (25 di guadagno su 20 di salario) ma più rigorosamente dovremmo dire che 15 ossia il 75 per cento sono plusvalore normale e 10 ossia il 50 per cento sopravalore eccezionale, che diviene sovraprofitto e rendita.
La differenza apparente tra 10 e 11 e mezzo Marx la elimina supponendo che la produttività del lavoro e la composizione organica sia nei due casi la stessa: ad esempio alla diminuzione di spesa per carbone corrisponda una certa economia nel salario (quello del fuochista alla caldaia). Allora chi anticipa 90 di capitale avrà dato 72 di capitale costante e solo 18 di salario (il quarto di 72). Si avranno come profitto normale al 15 per cento i detti 13 e mezzo e il sovraprofitto volto a rendita sarà di 11 e mezzo come già stabilito prima.
Con tale ipotesi sulla composizione del capitale il saggio del plusvalore totale sarà maggiore: 25 contro 18 e quindi 139 per cento, di cui se 75 è normale, 64 e non 50 come prima è sopravalore eccezionale.
Le persone in campo
Ciò stabilito,
”supponiamo, ora, che le cascate, unitamente al terreno del quale fanno parte, siano in mano di individui che vengono considerati possessori di queste parti del globo terrestre, proprietari fondiari, cosicché essi impediscono l’investimento del capitale nella cascata e la sua utilizzazione mediante il capitale. Essi possono concedere o negare tale sfruttamento. Ma il capitale non può di per se stesso creare la cascata. Il plusprofitto che deriva dalla utilizzazione della cascata d’acqua non dipende quindi dal capitale [come non deriva da antico umano lavoro], ma dalla utilizzazione per mezzo del capitale di una forza naturale che può essere soggetta a monopolio ed è stata monopolizzata (…). Se l’industriale paga al proprietario 10 Lst. all’anno per lo sfruttamento della sua cascata, il suo profitto ammonta a 15 Lst.; 15 per cento sulle 100 Lst. a cui ammontano i suoi costi di produzione”.
”(…) La proprietà fondiaria comprendente la cascata non ha nulla a che vedere in sé e per sé con la creazione di quella parte del plusvalore (profitto) e quindi del prezzo della merce in generale che viene prodotta con l’aiuto della cascata. Questo plusprofitto esisterebbe anche qualora non esistesse la proprietà fondiaria, qualora, ad esempio, il terreno in cui si trova la cascata fosse sfruttato dall’industriale come terra libera. La proprietà fondiaria non crea quindi la parte di valore che si trasforma in plusprofitto, ma semplicemente permette al proprietario fondiario, al proprietario della cascata, di trasferire [con mezzi legati] questo plusprofitto dalle tasche dell’industriale nelle sue. Essa [la proprietà fondiaria, fatto giuridico di potere] non è la causa della creazione di questo plusprofitto, ma della sua conversione nella forma della rendita fondiaria, quindi della appropriazione di questa parte del profitto o del prezzo della merce, da parte del proprietario del terreno o del proprietario della cascata”.
Il fabbricante può aver comprato dal proprietario la caduta. Allora questi chiederà tanto denaro quanto gliene darebbe, messo a frutto in banca, la stessa rendita. Per Marx questa espressione di prezzo o valore della caduta o della terra in generale è ”irrazionale”. Solo le merci, i prodotti del lavoro umano, il capitale in cui si possono trasformare, hanno valori e prezzi. Quello che si pagherà per la caduta, non è che rendita capitalizzata: se il saggio non del profitto in senso marxista, ma dell’interesse in senso volgare, è il 5 per cento, il proprietario chiederà per la perduta rendita di 10 ad esempio la somma 200, per la rendita di 11 e mezzo la somma 215.
Come fare entrare in dure teste di letterati che usano formule (vedi ”Socialisme ou Barbarie” , titolo di per sé retorico e non marxista), come sia solo in esse e mai in Marx, la confusione tra capitale ”patrimoniale” e ”capitale spesa” ? Mai nel calcolo del capitale totale, della parte costante e di quella variabile, in nessuna pagina, vedrete Marx far conto, ai fini del saggio del plusvalore e del profitto e di quello tecnologico, del valore di patrimonio della caduta, della terra agraria, del fabbricato, dell’officina. E nemmeno della motrice, sia a vapore o idraulica o altra, della quale non entrerà mai in conto altro che la quota di logorio che si determina nella produzione di un determinato stock di merce prodotta.
Capitale investito, anticipato o impiegato nella produzione è per Marx sempre la stessa cosa: è sempre una parte del prodotto, della merce fabbricata venduta e del famosissimo fatturato dei ragionieri e dei professori di università.
Possiamo per oggi chiudere la rubrica:
”Dopo avere in tal modo stabilito il concetto generale della rendita differenziale, passiamo a considerare la rendita stessa nell’agricoltura propriamente detta. Quanto si dirà in questo campo avrà valore nell’insieme anche per le miniere”.
S.O.S. Le cifre saranno un poco più numerose. Ci salvi la Trinità dagli errori di stampa, almeno, se non dagli sbadigli del lettore… intellettuale di mestiere.
Chi fa sciopero e chi lo sabota (due casi fra tanti)
Asti, 27-2-54
Il giorno 17-2-54 la C.G.I.L. di Asti proclamava uno sciopero di quattro ore nel campo metallurgico per il conglobamento delle paghe. Le maestranze della Morando, stanche di aspettare aumenti che non arrivano mai, decisero di continuare lo sciopero ad oltranza. La commissione interna ed alcuni operai non iscritti al sindacato si recarono dal padrone a trattare. Alla richiesta di L. 4000 al mese come acconto su eventuali aumenti, il datore di lavoro, tirando in ballo la concorrenza estera, contratti già stipulati, acquisto macchinari, ecc… rispondeva con un secco rifiuto, dicendo che non era disposto a concedere un bel niente. Ma, alla continuazione della lotta da parte degli operai, veniva dopo due giorni di discussione a fare una prima offerta, cioè L. 5000, 3500, 1500 di premio da dividersi secondo le età, e da concedersi metà in marzo e metà in aprile; ma l’offerta non venne accettata. Così pure non fu accettata quella di L. 2000 e 1500 al mese fatta al terzo giorno di sciopero. Al quarto giorno, l’offerta fu portata a L. 10, 8, 5 orarie con riserva di rivedere le paghe in giugno. Quest’offerta venne assai discussa perché una parte delle maestranze, non soddisfatta, chiedeva un aumento superiore: solo una minoranza restava titubante. La richiesta di aumentare ancora veniva avanzata per mezzo telefono da due esponenti della C.d.L. al datore di lavoro, il quale rispondeva che non avrebbe aumentato più niente ed in serata avrebbe disdetto una parte dei suoi impegni con la clientela se gli operai non avessero accettato l’ultima sua proposta. Dopo la relazione di quanto sopra fatta dai due esponenti della C.d.L. – i quali invece di invitare gli operai a continuare la lotta fecero opera di persuasione affinché tornassero al lavoro perché, dissero, il datore di lavoro aveva raggiunto il massimo di quello che poteva concedere e questa era già una grande vittoria da decantare sul campo nazionale (sic!) -, agli operai già titubanti se ne aggiunsero altri e così si accettarono le L. 10, 8, 5 orarie e, lunedì, mogi mogi, gli operai tornarono al lavoro.
Il metallurgico
* * *
Biella, 1-3-54
Vita Nuova, organo del P.C. Italiano, per Biella-Valsesia, in data 25-2 dà una versione tutta sua dello sciopero scoppiato al Lanificio F.lli Faudella, che occupa circa 800 operai ed è uno dei maggiori complessi tessili della zona. Teniamo a rettificare tale versione fatta per procurare allori non meritati alle organizzazioni sindacali e politiche cosiddette popolari.
Anzitutto, lo sciopero fu spontaneo e non ordinato dalle organizzazioni sindacali; lo motivò la sospensione di un membro della C.I. ad opera della direzione, ma quello che inasprì le maestranze, prevalentemente femminili, fu soprattutto il rifiuto della direzione di accedere alla richiesta del primo turno di un quarto di latte caldo a pagamento per la mezz’ora di riposo (dato che questo turno non può beneficiare della minestra alla mensa aziendale delle 12).
Sciopero, dunque. Un membro della C.I. si reca alla C.d.L. di Biella per notificare il fatto e prendere direttive e aiuti; torna solo e dice che la Camera del Lavoro si appella alla coscienza delle maestranze. Queste formano una delegazione per conferire col titolare dell’azienda e chiedono l’intervento al colloquio della C.d.L. Nessuno si fa vivo. Lo sciopero comincia alle 18 del giovedì e continua tutto il venerdì. Verso le 19 di venerdì, due elementi – uno del P.C.I., per vari anni membro della C.I., e il secondo del P.S.I., già della C.I. ma dimissionario – vanno in direzione; al ritorno, consigliano alle maestranze di tornare al lavoro perché il titolare avrebbe trattato. Le maestranze si abboccano e rispondono con un secco no: niente approcci, accettazione delle richieste già dette (revoca del provvedimento, e quarto di latte caldo), nessuna trattativa in avvenire fra C.I. e direttore.
Se la direzione ha ceduto, non è dunque la C.d.L. che deve menarne vanto: hanno vinto le maestranze nonostante l’assenteismo prima e il pompierismo poi dei bonzetti sindacali. Questa è la verità!
L’osservatore.
Vita del Partito
Riunioni
Domenica 28 febbraio si è tenuta a Genova la riunione di sezioni del Piemonte, Liguria e Lombardia.
Nella mattina si è fatto il punto sulla questione organizzativa e sulle possibilità e i mezzi per uno sviluppo della nostra azione di propaganda, di diffusione della stampa e di proselitismo nelle condizioni obiettive che la situazione ci offre.
Nel pomeriggio si è tenuta la relazione sulla situazione internazionale e sui probabili sviluppi della crisi del capitalismo.
L’intervento pressoché collettivo nella discussione dimostra il miglioramento nella formazione qualitativa del partito e la esattezza di un metodo che tende a costruire il partito di classe non in funzione di un manovrismo generico, ma come elemento catalizzatore di un sicuro, anche se dilazionato nel tempo, processo rivoluzionario.