Dopo l’ennesimo piano di U Thant per la pace nel Vietnam, dopo la gesuitica risposta di Washington che scarica su Hanoi la responsabilità del «non cessate il fuoco», dopo la benedizione pontificia alle ipocrite campagne di «aiuto» ai popoli sottosviluppati, dopo la genuflessione dei «comunisti» di fronte alla moralizzatrice campagna papale, che cosa ci si può attendere, oltre le solite marce per la pace, i telegrammi ai capi di governo perché si siedano al tavolo verde della diplomazia, gli inviti alla coesistenza pacifica, le proposte di un’altra Ginevra per il Vietnam?
A questa nuova e sempre vecchia ondata di pacifismo sociale e interstatale, da cui si pretenderebbe che uscissero l’«indipendenza nazionale» sotto il segno della «democrazia del popolo» nella versione più blanda, e, in quella più truculenta ma altrettanto bugiarda, l’allargamento del «campo socialista», noi contrapponiamo la classica visione marxista così come, ricordando le tesi dell’Internazionale e di Lenin nel 1920 e nel 1922, la ribadimmo nel 1951, allorché una guerra non meno feroce e un pacifismo non meno codardo si abbattevano insieme su una martoriata terra d’Oriente, la Corea; così come non cesseremo di ribadire, consapevoli come siamo che nulla è mutato e nulla può mutare nella realtà del mondo capitalista e che nulla è cambiato e può cambiare nella nostra dottrina:
«Il modo di vita delle associazioni umane nei lunghi millenni non rende direttamente dipendenti i popoli dei vari paesi, che talvolta non si incontrano e nemmeno si conoscono. Ma quando l’era del capitalismo si inizia, già i metodi di produzione e comunicazione hanno legate tutte le parti della terra. La rivoluzione politica contro i poteri feudali balza violentemente da un capo all’altro di Europa; non vi sono più storie nazionali, ma una storia sola, almeno di tutta la parte atlantica del continente. La classe dei proletari appare sulla scena storica e combatte con la borghesia nelle sue rivoluzioni, partecipando a un fronte unico per le conquiste liberali e nazionali, ed offre ai nuovi padroni della società le truppe irregolari delle insurrezioni e quelle regolari delle grandi guerre di sistemazione nazionale…
«Per tutto il campo europeo, il marxismo chiude questa fase al 1870. Nella comune di Parigi, la classe operaia denuncia il blocco nazionale, lotta da sola e prende il potere, per tempo sufficiente a mostrare che la forma di esso è la dittatura. Da allora, chi, nel campo europeo, invoca ancora blocchi nazionali tra le classi, è traditore: la terza internazionale, la rivoluzione russa, il leninismo liquidano per sempre tale partita: nella teoria, nella organizzazione, nella lotta armata.
«In Oriente i regimi sono ancora feudali: quale sarà lo sviluppo? Le potenze coloniali hanno portato i prodotti della loro industria ed in pochi casi gli stessi impianti, ai margini costieri: lo stesso artigianato locale decade e i suoi elementi si versano nell’interno, nel lavoro agricolo: un contadiname miserrimo soggiace allo sfruttamento diretto dei signorotti indigeni e indiretto del capitale mondiale. Ove una locale borghesia industriale e commerciale sorge, essa è legata a quella straniera, e ne dipende. Mal si delinea un blocco contro gli stranieri; solo in certi paesi vi accedono gli stessi capi feudali e il gran possesso terriero; in genere la spinta viene dai contadini, dai pochi operai; e ad essi si unisce, come in Europa nell’epoca romantica, la categoria degli intellettuali, divisi fra la xenofobia tradizionalista e le suggestioni della scienza e della tecnica bianca. Questa massa informe insorge; il suo moto crea difficoltà gravi alla classe capitalistica europea; essa ha due nemici: il popolo delle colonie, il proletariato di casa.
«Come pensiamo che da un sistema di economia sociale di Oriente si arrivi al socialismo? Occorre, come in Europa, attendere una rivoluzione borghese coi suoi moti nazionali appoggiata dalle masse lavoratrici e povere, e solo dopo lo stabilirsi di una lotta di classe locale, del movimento operaio, della lotta per il potere e per i Soviet? Con una tale strada, la rivoluzione proletaria mondiale coprirebbe secoli e secoli.
«In modo più o meno chiaro, i delegati di Oriente nel 1922 dissero di no, che per il capitalismo con le sue infamie, ormai non più mascherate da parate popolari o nazionaliste, non volevano passare, ma per affiancarsi alla rivoluzione mondiale delle classi operaie nei paesi capitalisti, ed attuare anche nei loro paesi la dittatura delle masse non abbienti e il sistema dei Soviet.
«I marxisti occidentali accettarono il piano. Esso significa che ove in Oriente scoppia la lotta contro il locale regime feudale agrario o teocratico, e al tempo stesso contro le metropoli coloniali, i comunisti locali e internazionali entrano nella lotta e la appoggiano non per darsi come postulato un regime democratico borghese, autonomo e locale, bensì per scatenare la rivoluzione permanente, che si fermerà solo alla dittatura sovietica. Marx ed Engels, ricordò Zinoviev allargando le braccia davanti alla sorpresa di Serrati, l’hanno sempre detto: lo dissero per la Germania nel 1848!
«Ed allora, la serie dei tre periodi si pone così: appoggio alle insurrezioni nazionali nelle metropoli fino al 1870. Lotta insurrezionale di classe nelle metropoli, 1871-1917: una sola vittoria, in Russia. Lotta di classe nelle metropoli e insurrezioni nazionali-popolari nelle colonie con la Russia rivoluzionaria al centro, in un’unica strategia mondiale che si fermi solo al rovesciamento OVUNQUE del potere capitalistico, al tempo di Lenin, – il nostro.
«Il problema economico sociale, in una simile prospettiva, è superato dalla garanzia contenuta nel ”piano economico mondiale unitario”. Il proletariato, padrone in occidente del potere e dei mezzi moderni di produzione, ne fa partecipe l’economia dei paesi arretrati con un ”piano” che, come quello cui già tende il capitalismo di oggi, è unitario, ma a differenza di quello non vuole conquiste, oppressione, sterminio e sfruttamento» (Oriente, in «Prometeo», serie II, n. 2, febbr. 1951).
Tale era ed è la prospettiva marxista. Chi predica la coesistenza sociale e interstatale nell’occidente evoluto e le soluzioni diplomatico-borghesi nell’oriente ormai preso nel giro del mercato mondiale capitalistico, chi parla di vie «nazionali» al socialismo, chiude ogni sbocco alle stesse rivoluzioni anticoloniali, perché sbatte la porta in faccia alla rivoluzione mondiale proletaria e alla sua vittoria DOVUNQUE. Chi farnetica di piani mondiali di aiuto da parte delle nazioni borghesi «avanzate», condanna i proletari e semiproletari «di colore» ad un intensificato sfruttamento imperialistico. «Poiché al piano unitario mondiale di potenza meno che mai oggi rinuncia il Capitale, e muove a ribadire le catene sulla classe operaia di tutti i paesi ”prosperi” e poveri, e la soggezione degli stati minori e delle immense masse coloniali, ogni teoria di convivenza e ogni grande agitazione mondiale di pace vale complicità con il piano capitalista di affamamento e di oppressione», dicemmo allora.
Lo ripetiamo oggi che i fumi di incenso si levano, fra gli esistenzialistici sdilinquimenti delle mille Botteghe Oscure, per annebbiare gli occhi ai proletari di Occidente e di Oriente e impedir loro di ritrovarsi non nella pace falsa e bugiarda dei preti e dei mercanti ma nel comune assalto rivoluzionario al capitalismo metropolitano e locale e ai suoi miserandi lacché, squallide sfumature dell’unico arcobaleno democratico-papalino-pacifista.
La fase dello sviluppo imperialistico del capitalismo, per i marxisti rivoluzionari, è quella in cui le contraddizioni del sistema raggiungono un punto di intensità tale che periodicamente ed inevitabilmente la sopravvivenza dell’oppressione di classe esige la distruzione di ingenti quantitativi di forze produttive, in uomini e mezzi. Lo sviluppo delle forze produttive non può più essere contenuto nei limiti angusti dell’appropriazione privata del prodotto sociale e le guerre sono il salasso che consente ad un regime già cadavere per la storia di camminare attraverso i periodi di ricostruzione (le parentesi più o meno lunghe di apparente prosperità e stabilità), fino ad un nuovo bivio. E ogni volta le contraddizioni del capitalismo si presentano aggravate. Lenin ha sinteticamente definito l’imperialismo, ultima fase del capitalismo, come una fine colma di orrori.
Guerra o rivoluzione, dittatura della borghesia o dittatura del proletariato: questa l’alternativa della storia per la classe lavoratrice, che veramente ogni giorno di più non ha nulla da perdere se non le proprie catene.
* * *
Alla nostra visione dialettica del divenire della società, l’opportunismo, nelle sue ondate storiche e nelle sue infinite varianti, oppone una teoria evoluzionistica che in ultima analisi è quella classica della borghesia, già ridotta in briciole dalla storia e da Marx. La storia delle società non si svolgerebbe più sul filo rosso dei grandi sconvolgimenti generati dal contrasto tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione, bensì seguendo un lineare cammino di indefinito progresso delle une e degli altri. Al materialismo storico si sostituisce un volgare automatismo economico-politico: l’organizzazione e la lotta operaia determinerebbero, nel quadro delle cosiddette riforme di struttura, un graduale esautoramento della classe dominante e una trasformazione della stessa classe sfruttata come dei ceti intermedi; al vertice di tale processo si collocherebbero la sparizione della divisione in classi e lo stato di tutto il popolo. E il lato più divertente e al tempo stesso tragico di questa teoria, che pretende di essere un prolungamento del marxismo e del leninismo, è costituito dalla lotta popolare contro quei nuclei della classe dominante che non si assoggettano al destino e, animati da un cieco spirito di revanche, si mettono a fare gli apprendisti stregoni.
Sia che questo abbandono della concezione dialettica marxista venga giustificato dagli opportunisti con lo sviluppo degli istituti rappresentativi, sia che essi cerchino di puntellare le loro traballanti argomentazioni ricorrendo all’introduzione di qualche « scoperta » (come l’esistenza di un presunto « campo socialista » che impedirebbe ogni movimento ai gruppi imperialistici, o come la lotta antifascista che avrebbe portato il capitalismo, nella alleanza contro metafisiche forze del male, a concessioni tali da garantire l’avvento pacifico dell’ordine popolare) il contenuto fondamentale, da Bernstein ad oggi, non cambia.
Da questa impostazione centrale del revisionismo, definibile sinteticamente come la teoria dell’affievolirsi dello scontro violento tra le classi non si discostano, dietro le facciate più diverse e ingannatrici, quei gruppetti di falsa sinistra che sono sorti ai margini dei grossi carrozzoni riformisti e che correntemente vengono chiamati filo-cinesi. Costoro chiedono il consenso dei proletari in nome di una retorica e chiassosa professione di fede « rivoluzionaria » che si articola nella esaltazione pubblicitaria di una « purezza marxista al 100% » accompagnata da alcuni riti farseschi sul tipo della ripetizione del congresso di Livorno, e nel martellamento di una serie di parole d’ordine a prima vista in regola con il programma e la dottrina comunista: internazionalismo, catastrofismo, via rivoluzionaria, e partito «leninista». Quello che ci proponiamo di dimostrare è che le pillole del filocinesismo fatte ingoiare agli ingenui operai, in realtà diffondono la tabe della controrivoluzione. Il ruolo oggettivo del composito movimento che si richiama al maoismo è di coprire alle spalle il barcollante partito dei Longo e degli Amendola, sostituendo una fallimentare teoria e relativo programma con nuove « scoperte » e piani presentati come una reazione al riformismo e indirizzati ad una « ripresa di classe », da effettuarsi sullo stesso percorso al termine del quale si constata la terribile situazione odierna del proletariato mondiale: in null’altro consiste il richiamo dei filocinesi alla tradizione stalinista. In definitiva, i vari gruppi di rispolveratori dello stalinismo cercano di scaricare su falsi obiettivi l’energia dei primi strati operai che confusamente sentono la necessità della riscossa, agendo da freno nei confronti delle masse assopite e qualificandosi con ciò come opportunisti del tipo peggiore; quello appunto degli pseudorivoluzionari. Ci serviremo, spinti da un criterio che non è quello della sciocca attualità, bensì quello di utilizzare una rassegna abbastanza completa delle posizioni filocinesi, di un documento apparso nel 1966 su uno dei loro fogli, precisamente « Nuova unità », e intitolato « Programma d’azione ».
Innanzitutto, occorre soffermarsi sulle « scoperte » di questi sedicenti rigeneratori del potenziale rivoluzionario di classe: ciò che essi gabellano per « la contraddizione principale della nostra epoca » e i pretesi « mutamenti di struttura » del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale, due « novità » strettamente connesse fra loro e agenti come pilastro per tutto l’edificio del filocinesismo.
Riportiamo dal testo sopracitato: « La presente epoca è caratterizzata, per un verso, dalla crisi in cui si dibatte l’imperialismo, incapace di risolvere le proprie contraddizioni: per l’altro, dalla lotta del campo socialista, dei popoli oppressi, del proletariato dei paesi capitalistici, per assicurare al mondo una prospettiva di pace di libertà, di giustizia e di benessere ». E ancora: « Attualmente nel mondo la principale contraddizione è quella tra i popoli rivoluzionari dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina da un lato, e gli imperialisti con alla testa gli USA, dall’altro ».
Come i loro cugini filorussi sono costretti a compiere continue acrobazie per giustificare due tesi che fanno a pugni tra di loro, cioè: a) il presunto «esautoramento» del capitalismo di fronte agli altrettanto presunti successi del proletariato incarnato dal « campo socialista » (i fatti dicono che non è né campo, né tantomeno socialista), b) l’innegabile estendersi e intensificarsi dello sfruttamento e dell’oppressione imperialista; così questi aggiornatissimi untori del morbo controrivoluzionario operano nel più puro stile metafisico un divorzio tra soggetto e attributo (capitalismo e imperialismo), trasformando quest’ultimo in un ente con vita e leggi proprie; non è più il capitalismo ad essere intrinsecamente imperialista, e l’imperialismo diventa quasi una nuova formazione sociale.
Per Lenin, ripetiamolo, l’imperialismo è quella fase in cui il capitalismo, spinto dalle sue interne contraddizioni ad estendere continuamente la propria base economica, divora, per via diretta o indiretta, le zone del globo non ancora raggiunte dalla « civiltà », vi esporta quelle stesse contraddizioni che a tanto lo hanno determinato, e quindi le sospinge nell’arena del generale scontro di classe. L’imperialismo, sottolinea Trotski, elimina la questione dei paesi maturi o non maturi per la rivoluzione proletaria. Il capitalismo ha creato il mercato mondiale, la divisione mondiale del lavoro e le forze produttive mondiali, e con ciò stesso ha preparato l’economia mondiale nel suo assieme alla ricostruzione socialista. L’unico problema è quindi quello dei ritmi con cui i diversi paesi giungeranno a questa vera e propria palingenesi sociale. L’internazionalismo proletario è il diretto portato del carattere oggettivamente mondiale della rivoluzione e della trasformazione comunista dell’economia. Scrivono Marx ed Engels nel Manifesto che la lotta del proletariato è nazionale in un primo tempo, ma piuttosto nella forma che nella sostanza. Da ultimo, secondo i marxisti, è l’aggravarsi dei conflitti sociali nelle metropoli occidentali che stimola la penetrazione e il dominio imperialista e la nascita, con esso, delle moderne classi antagoniste fra i popoli colorati. Soltanto dopo la comparsa di queste ultime si sviluppa la lotta antimperialista.
Secondo i filocinesi, invece, 1) l’internazionalismo non consisterebbe nella interdipendenza organica delle lotte, ma nel fare ciascuno i fatti propri nel proprio paese (teoria della non ingerenza o del « marciare sulle proprie gambe »), 2) le contraddizioni del capitalismo troverebbero il loro epicentro nella famosa « zona delle tempeste »: il cuore del sistema non scandirebbero più i suoi battiti nelle grandi metropoli della concentrazione industriale, in cui ad un polo si accumula la ricchezza prodotta dal lavoro sociale e all’altro la schiavitù e la miseria crescenti che prepotentemente si affacciano dalle crepe della prosperità, bensì nelle nazioni coloniali o ex-coloniali; la forza di penetrazione dell’imperialismo non risiederebbe più nell’asservimento al giogo del lavoro salariato delle grandi masse urbane dell’Occidente, viceversa il capitalismo, sempre più « limitato » e « razionalizzato » nella madrepatria, si sarebbe arroccato nelle cittadelle dei paesi sottosviluppati resistendo solo in forza di ciò al processo di erosione attuato dal movimento operaio: ed è a questo punto che l’imperialismo della zona delle tempeste prende corpo come una nuova essenza le cui leggi, sconosciute al marxismo, sono appannaggio esclusivo e gelosamente custodito degli stregoni maoisti.
3) Nell’analisi di Lenin, in ogni nuovo paese che accede a rapporti di produzione moderni, la borghesia nazionale, stretta come in una morsa dal carattere mondiale della economia, è sempre più incapace di portare avanti una politica rivoluzionaria contro i vecchi regimi precapitalistici e contro le forze dell’imperialismo, perché contemporaneamente deve affermare il proprio ruolo controrivoluzionario sulla carne del proletariato indigeno e delle masse contadine. È per questo che le tesi dell’Internazionale Comunista proclamarono che le rivoluzioni anticoloniali erano destinate a limitarsi a conquiste sempre più misere se alla testa di esse non si poneva il proletariato indigeno con il proprio partito indipendente, che, al seguito del proletariato metropolitano, nelle cui mani si trova oggi come ieri la leva decisiva dell’urto tra le classi, avrebbe dovuto assumere la guida del movimento contadino e spingere avanti le rivendicazioni borghesi contro il versipellismo della stessa borghesia marciando sul filo della doppia rivoluzione in quello che negli anni gloriosi dell’Internazionale si chiamò il processo mondiale della rivoluzione permanente. « Pace, libertà, giustizia, benessere »: sarebbe questo il programma « leninista » delle rivoluzioni coloniali? Ohibò, è il programma della piccola borghesia radicale!
Gli opportunisti filocinesi hanno sostituito le tesi di Lenin e di Trotski con la teoria di un indistinto moto popolare dei popoli coloniali contro l’imperialismo, al seguito del quale moto e dei successi del famoso blocco socialista, marcerebbero gli operai dell’occidente in un’azione di puro e semplice fiancheggiamento militare. Al piano economico unico mondiale della dittatura proletaria hanno contrapposto la parola d’ordine della « costruzione dell’economia nazionale con le proprie forze », disfattista in un duplice senso: in quello del carattere internazionale della battaglia comunista e in quello stesso del movimento anticoloniale, che viene con ciò abbandonato di fatto a se stesso, vale a dire all’imperialismo.
Mentre dunque Lenin vedeva la possibilità dell’esplosione di una rivoluzione doppia nei paesi sottosviluppati come la rottura dell’anello più debole di un’unica catena mondiale, ipotesi non ancora sepolta dalla storia, e ne individuava le probabilità di successo nell’accendersi rivoluzionario dell’Europa avanzata, i bancarottieri filocinesi della rivoluzione ci sciorinano davanti una confusione completa tra due concetti diversi: quello del centro vitale del movimento sociale mondiale e quello dell’anello più debole della catena imperialista. Infatti trovano, in antitesi radicale con Lenin, il nodo gordiano dell’epoca attuale nei paesi arretrati e riservano, con dialettica virata di posteriori, il ruolo di anello debole ai paesi avanzati, magari (vedi « Piattaforma ideologico-politica » sempre su « Nuova unità » del ’66) all’Italia se, per grazia del centro sinistra e per volontà dei maoisti locali, il capitalismo non abbia fatto a tempo, poniamo – « osate pensare », non è forse un motto delle guardie rosse? – a razionalizzarsi. Con questo non vogliamo affatto negare che il ruolo di anello debole possa essere riservato a qualsivoglia paese, avanzato come arretrato; ma solo sottolineare lo sconcio rovesciamento dell’impostazione leninista in coloro che si atteggiano a suoi diretti continuatori.
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Come abbiamo già detto, i filocinesi giustificano la sottomissione del movimento proletario internazionale a quello della borghesia nazionale dell’Asia, Africa e America Latina, con la scoperta dell’insorgere di « elementi nuovi » nella struttura del capitalismo. Se nel passaggio logico questa tesi ha la funzione di suffragare la precedente, nella realtà è essa il cavallo di battaglia dei maoisti nostrani: vedremo più avanti che le novità consistono in una specie di meccanismo anticrisi che affiderebbe il crollo del capitalismo unicamente a elementi di coscienza e di volontà, con il conseguente abbandono di tutto l’insegnamento marxista. Di qui la predicazione di una « via rivoluzionaria » che nella sua articolazione ripropone inevitabilmente il classico schifoso gradualismo dei vari Bernstein, Turati, Bonomi, Kautsky e soci.
È proprio il vecchio e stantio appigliarsi a « mutamenti del capitalismo non previsti da Marx e da Lenin » (che, come mille volte abbiamo mostrato, caratterizza il piccolo borghese pervaso di collaborazionismo sociale) che i filocinesi cercano di far digerire ai proletari pennellandolo con le tinte violente dei moti antimperialisti. In parole povere, ciò che a questa genia di opportunisti interessa non è tanto la esaltazione, per quanto antidialettica, della violenza dei moti borghesi de questo (in risposta a coloro che ci obiettano come, nonostante tutto, i filocinesi appoggino « rivoluzioni reali » mentre noi ce ne staremmo a fare gli ipercritici), bensì il nascondere dietro questo paravento il contenuto invariante del tradimento riformista.
Appunto per questo capovolgimento di logica e prassi, la tesi del partito che governa l’apparato capitalistico cinese e che agita un appoggio puramente retorico ai moti anticoloniali come arma di ricatto a merce di scambio verso le altre nazioni capitalistiche, può essere usato indirettamente dalla borghesia dei paesi dell’Occidente come uno dei tanti espedienti per mistificare e sottomettere il proprio proletariato. Questa è la prova dei fatti che dimostra chiaramente come le tesi del partito pseudocomunista cinese non abbiano neppure una funzione rivoluzionaria in senso borghese e coincidano perfettamente, pur sotto l’aspetto di un’accesa diatriba ideologica, con l’opportunismo del partito russo e codazzo di protetti, restando fermo il contrasto di interessi tra lo Stato di Mosca e quello di Pechino.
Nel prossimo articolo prenderemo in esame la teoria che il « Programma d’azione » di « Nuova unità » avanza in merito alle crisi e al crollo del capitalismo. Crediamo comunque di aver già mostrato a sufficienza come, dietro frasi che a uno sguardo superficiale possono apparire molto rivoluzionarie, si nasconda di fatto la morsa delle tenaglie della controrivoluzione. La storia del movimento operaio è piena di esempi di questo genere: il mostro camaleontico dell’opportunismo si è spesso presentato nelle vesti di una sirena, e le sirene pseudorivoluzionarie hanno sempre, prima o poi, sfoderato il coltello..
Potevano i sovchos, le aziende agricole statali, sottrarsi at moto centrifugo generale dell’autonomia? Ecco dunque l’annuncio di una prossima riforma intesa a garantire « alle aziende una meritata e proporzionale disponibilità di capitali e applicare un sistema di incentivi individuali e collettivi ». (Unità del 28-3).
I sistemi proposti sono due, uno più cauto, l’altro più radicale, e state pur certi che trionferà il secondo: quello del Gosplan « prevede che la rendita venga divisa in modo tale da lasciarne circa la metà: 10 % per gli incentivi individuali, 10 % per l’edilizia residenziale ed altre opere statali, 10 % per l’incremento della produzione, 15% come fondo di sicurezza (per compensare i danni del maltempo e simili) e che il nuovo sistema venga applicato ad un migliaio tra le aziende più redditizie »; quello di Pskov « prevede i! passaggio al nuovo sistema di tutte indistintamente le aziende (in ogni caso tutte quelle della sua regione) e di portare al 15% della rendita complessiva il fondo per gli incentivi individuali ».
Per cominciare, e in attesa di una « scelta » fra l’uno e l’altro piano, è stato deciso di « aumentare del 10 % i prezzi che lo stato paga ai sovchos per i generi contingentati » in modo da « portarli al livello dei prezzi pagati alla fattoria cooperativa ». Ciò dimostra che il paradigma dell’economia « socialista » è appunto quest’ultima, e significa che i proletari urbani pagheranno di più per la loro alimentazione in omaggio alla « parità di livello » fra cholchos e sovchos – cioè al- l’elevamento dei secondi al grado di strozzinaggio dei primi!
Lenin ricollega la sua analisi della fase imperialista del capitalismo strettamente al Capitale di Marx. Sulla base delle previsioni marxiste intorno alla crescente concentrazione e centralizzazione del capitale, sulla base dell’analisi marxista intorno alla scissione fra guadagno d’imprenditore e interesse, e alla conseguente autonomizzazione del capitale produttivo d’interesse nella forma del credito, autonomizzazione a cui si accompagnano tutti i fenomeni di parassitismo economico e di imputridimento sociale che diverranno evidenti negli anni immediatamente successivi, Lenin enuncia nel 1915 i cinque principali contrassegni della fase imperialista: «1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche».
Il significato generale, teorico e politico, dell’opera di Lenin sull’imperialismo è già stato ricostruito su queste pagine, ristabilendolo nella sua purezza, anzitutto di fronte alle spudorate falsificazioni staliniste e post staliniste, ed inquadrandolo nel compito politico che al nostro Partito cui spetta la denuncia delle manifestazioni macroscopiche dell’imperialismo attuale e la lotta contro le interpretazioni mistificanti che di esse la piccola borghesia mondiale offre al proletariato. Il nostro studio sull’evoluzione politica e sociale dell’Indonesia rientra in questo lavoro politico collettivo di Partito.
Nell’opera citata, Lenin colloca l’Olanda, nel periodo fra la fine dell’800 e gli inizi del 900, nella categoria degli Stati rentiers (Rentnerstaat): «Sartorius von Waltershausen nel suo libro su “II sistema economico del collocamento di capitali all’estero” considera l’Olanda come tipo di “Stato rentiers“».
Dunque agli inizi del secolo l’Olanda entra economicamente e socialmente nella fase imperialista, e il movimento politico e sociale indonesiano sarà da noi considerato da questo punto di vista. Sempre nella sua opera sull’imperialismo, Lenin fornisce un quadro dei «possedimenti coloniali delle grandi potenze, in milioni di chilometri quadrati e in milioni di abitanti», da cui risulta che le sei grandi potenze insieme (Inghilterra, Russia, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone) hanno nel 1914 un dominio coloniale che si estende su 65 milioni di chilometri quadrati e che comprende 523,4 milioni di abitanti, mentre i possedimenti coloniali degli altri Stati (Belgio, Olanda, ecc.) si estendono su 99 milioni di chilometri quadrati e comprendono 45.3 milioni di abitanti. Lenin commenta tali cifre: «Accanto ai possedimenti coloniali delle grandi potenze noi abbiamo messo le piccole colonie degli Stati minori, le quali formano l’oggetto più prossimo, per così dire, di una possibile e verosimile nuova “spartizione” delle colonie. Per la maggior parte questi Stati minori conservano le loro colonie soltanto grazie all’esistenza fra i grandi Stati di antagonismi e di attriti, che impediscono un accordo per la divisione del bottino».
Noi considereremo dunque dal punto di vista enunciato da Lenin le vicende politiche e sociali dell’Indonesia nel nostro secolo, dall’adattamento del dominio olandese alla nuova fase imperialista passando per l’intermezzo dell’occupazione giapponese e giungendo fino all’attuale periodo di sedicente indipendenza politica (in linguaggio marxista, di ripartizione politica del mondo fra le grandi potenze imperialiste seguita alla seconda guerra mondiale). Noi considereremo in Indonesia l’evoluzione di una piccola colonia di uno Stato minore, che forma l’oggetto di una possibile e verosimile nuova spartizione.
Uno dei fattori oggettivi preponderanti dell’influenza dell’imperialismo sull’economia indonesiana, è costituito, come vedremo, dalla scoperta del petrolio nelle Indie Olandesi, e dimostreremo come esso contribuisca all’affermarsi di quello che Lenin definisce quarto principale contrassegno dell’imperialismo: «il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo».
Infine, dimostreremo come tutta la storia politica dell’Indonesia in questo secolo, e in particolare nei suoi recentissimi e attuali sviluppi, che hanno gettato in una confusione ipocrita i sicofanti dell’opportunismo mondiale di marca russa e di marca cinese, trova la sua spiegazione alla luce del terzo contrassegno dell’imperialismo enunciato da Lenin: «la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci». L’esportazione di merci, nella fase imperialista del capitalismo, segue l’esportazione di capitale, accumulato in quelle metropoli imperialiste che oggi hanno nome Washington e Mosca, e questo capitale finanziario, esteriorizzazione massima dei rapporti capitalistici di produzione, espressione suprema della potenza dell’imperialismo mondiale, ripartisce il mondo in sfere d’influenza a suo piacimento, tirando e spezzando i fili di quelle marionette miserabili, sue proprie creature, il cui solo compito è stato finora quello di aggiogare il proletariato dei paesi coloniali e semicoloniali al carro del capitale: marionette che hanno nome Sukarno, Ben Bella, Nkrumah.
Contro di esse, contro i loro successori, contro gli “antimperialisti” piccoli borghesi di tutto il mondo, filorussi e filocinesi, dovrà levarsi in armi il proletariato supersfruttato delle colonie e semicolonie subordinando la sua lotta e la sua definitiva emancipazione sociale alla rivoluzione comunista del proletariato delle metropoli imperialiste. Per il raggiungimento di questo risultato politico di portata mondiale, che solo può liberare le contraddizioni esplosive dell’imperialismo mondiale portandole alla loro necessaria soluzione, lotta il PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE.
b) La legge agraria del 1870 – Definitiva distruzione della proprietà comune di villaggio
La legge agraria del 1870 presenta i seguenti caratteri essenziali.
1) Gli indigeni possono conservare legalmente le terre comunitarie, esse non possono essere vendute a non indigeni, ma affittate a non indigeni per un periodo di tempo massimo di 20 anni (periodo che corrisponde alla produzione della canna da zucchero, e favorisce quindi i piantatori di zucchero).
2) Le terre incolte divengono proprietà del governo. Ma la nozione di terra incolta è molto vaga dato il sistema del debbio (terra bruciata) per impiantare colture coloniali. Tali terre statali “incolte” possono essere date in affitto enfiteutico a olandesi, a società commerciali olandesi come indonesiane.
Si verifica un indebitamento dei contadini, e l’esodo di essi verso le piantagioni.
Al termine di questo processo, nel 1932, l’83% delle terre sono divenute, almeno a Giava, proprietà privata.
L’indebitamento del piccolo contadino privato sviluppatosi in seguito alla legge agraria, dipende dal fatto che esso lavora in gran parte per l’esportazione, e che l’oscillazione dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale lo colpisce assai più duramente dei grandi piantatori. Si verifica dunque, a partire della legge del 1870, un processo che vede l’aumento dei contadini senza terra, l’indebitamento del piccolo contadino per pagare le tasse e acquistare i beni di consumo indispensabili, e dunque la dipendenza del piccolo contadino dall’usuraio (che in Indonesia diviene il capo villaggio, il mercante cinese e olandese).
La modificazione nella struttura dei prodotti di esportazione, la distruzione della proprietà comune e l’introduzione della produzione capitalistica nell’agricoltura, facilitata dalla legge agraria del 1870, è accelerata dalla crisi del 1885 provocata dalle malattie che distruggono i raccolti di tè e caffè. (Caffè: esportazioni nel 1880, 59.888.000 fiorini, nel 1885, 29.708.000 fiorini; prezzo del caffè: 1877, 60 fiorini al picul, 1883, 35 fiorini; prezzo dello zucchero 1877, 19 fiorini, 1883, 13,5 fiorini, 1884, 9 fiorini). Per quanto riguarda i prodotti coloniali di esportazione, l’evoluzione si manifesta nelle cifre seguenti: nel 1870 il caffè e lo zucchero rappresentano il 75% del valore totale delle esportazioni, nel 1900 il 40%. Nel 1877 è introdotta la coltivazione dell’hevea (pianta del caucciù) e della palma da olio; dopo la prima guerra mondiale l’Indonesia diviene il secondo produttore mondiale di caucciù, e nel 1929 ne fornisce una produzione di 384.000 tonnellate su una produzione mondiale di 1.017.000 tonnellate. Nel 1938 la superficie dedicata alla produzione di palma da olio (elaeis) copre 84.000 ha.
La distruzione della proprietà comune, la dipendenza del contadino dall’usuraio, la formazione di masse di contadini senza terra, l’introduzione di nuove colture coloniali in rapporto alle esigenze del mercato mondiale nella fase imperialista (esempio precipuo il caucciù), si accompagnano alla formazione di grandi piantagioni capitalistiche che impiegano il lavoro di salariati. Ad esempio solo a Sumatra la Deli Maatschappij, creata nel 1869 per le piantagioni di tabacco, occupa nel 1920 più di 35.000 operai su ben 830 piantagioni.
Nel rapporto inviato al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, il delegato indonesiano Maring (pseudonimo del famoso Sneevliet) accenna ai caratteri da noi ricordati della colonizzazione in Indonesia, in particolare all’imposizione della monocoltura attraverso l’affitto forzato della terra da parte degli zuccherieri, alla distruzione della comunità di villaggio, e all’aggiogamento dell’aristocrazia al carro dei colonizzatori. Interessanti sono le informazioni che fornisce sulla situazione economica a Giava, in specie per quanto riguarda la condizione dei contadini. Secondo il Maring, su una popolazione di 50.000.000 di indigeni, 1 milione di cinesi, e circa 150.090 europei, i contadini sarebbero stati 24 milioni e i “proletari e intellettuali“ (intesi questi come gli indigeni che conoscono l’olandese e possono quindi svolgere compiti tecnici e organizzativi) 3-4 milioni.
Nelle piantagioni l’orario di lavoro era sempre superiore alle 10 ore giornaliere; il salario maschile di 0,35 fiorini al giorno e quello femminile di 0,20 (per i ferrovieri 20 fiorini al mese). Il reddito medio annuo di una famiglia contadina che era nel 1878 di 110 fiorini circa, scese nel 1904 a 80 e non era ancora risalito al livello originario nel 1920. Le imposte gravavano per un 24%, sul reddito medio. Le cifre fornite da Maring confermano i caratteri essenziali dell’evoluzione dell’economia contadina in Indonesia a partire dalla legge agraria del 1870. Tale evoluzione, strettamente collegata all’affermarsi della fase imperialista, si riflette anche sulle modificazioni dell’emigrazione olandese in Indonesia. Nel 1853 risiedevano a Giava 17.285 europei, e 4.832 nelle altre isole dell’arcipelago, quasi tutti funzionari: nel 1900 il numero degli europei passa a 62.477 a Giava, e a 13.556 nelle isole, e la maggior parte di essi sono piantatori e commercianti. Accanto ad essi si affacciano i capitalisti finanziari. Alexandre von Arx, in L’évolution politique en Indonésie de 1900 à 1942 (Fribourg, 1949), così parodizza la sottomissione dell’economia indonesiana da parte dell’imperialismo: «Se nel 1870 era l’interesse dei piantatori a dominare la politica del governo, dopo il 1885 fu quella dei finanzieri e dei capitalisti» (Bruhat).
Il nostro modesto schizzo economico dell’evoluzione dell’agricoltura indonesiana a partire dal 1870, e delle influenze determinanti che su di essa ebbe l’affermarsi della fase imperialista nelle metropoli capitaliste, non può essere meglio completato che dalla citazione delle prime due Tesi sulla questione agraria approvate al Congresso dei popoli dell’Oriente (Baku, 1920):
«1) La classe contadina dei paesi d’oriente è l’unica classe produttiva. Il suo lavoro nutre i grossi proprietari, la borghesia, e la burocrazia. Schiacciata dal peso delle vestigia del feudalesimo, la servitù, le decime, le imposte, essa è immersa in una miseria intollerabile, in preda alla fame cronica, oberata di debiti, asservita ai proprietari fondiari, ai funzionari e agli usurai. La oppressione e lo sfruttamento dei contadini d’oriente da parte dello Stato, del capitale straniero e dei proprietari fondiari raggiungono proporzioni tali che il contadino è nell’impossibilità non solo di evolvere, ma di condurre un’esistenza semplicemente umana, ridotto com’è alla condizione di bestia da soma.
«2) Le cause dell’oppressione e dello sfruttamento dei contadini sono: a) il mantenimento dei costumi feudali che mettono il contadino in rapporti di dipendenza personale ed economica dai proprietari fondiari; b) l’accaparramento delle terre da parte dei proprietari, che permette loro, data l’insufficienza di terre libere, di assoggettare il contadino e di trasformarlo, malgrado una libertà giuridica, in un vero servo; c) L’accaparramento delle terre da parte del potere (centrale o locale) e la concessione in affitto di vaste terre demaniali alle classi privilegiate e ai capitalisti, che creano a vantaggio di questi ultimi un monopolio del possesso della terra e costringono i contadini a puri affittuari e miserabili giornalieri; d) l’onere schiacciante delle imposte e il modo arbitrario di prelevarle mediante organi burocratici irresponsabili, rappresentanti un potere dispotico; e) l’assenza di sicurezza individuale, l’anarchia e il banditismo sistematico praticato da tribù nomadi semiselvagge, sostenute dal potere nelle loro violenze contro i contadini; f) da tutte queste condizioni deriva la spaventosa miseria dei contadini. La loro assoluta indigenza li obbliga di indebitarsi, il che li mette completamente alla mercè degli usurai; i frutti del loro lavoro bastano appena a pagare gli interessi dei debiti verso le banche, i proprietari, i contadini ricchi, gli usurai; g) la mancanza assoluta di attrezzi agricoli, danaro, macchine, bestie da soma, sementi, ecc, (conseguenza della rovina del contadino) impedisce loro di organizzare la propria economia agricola anche nel caso che possiedano delle terre o ne dispongano».
Vedremo quale funzione rivoluzionaria assegnasse ai contadini supersfruttati d’oriente l’Internazionale Comunista, nel quadro unitario della strategia mondiale della lotta per l’instaurazione della dittatura internazionale del proletariato e della repubblica universale dei Soviet. Vedremo quale funzione fosse attribuita in questa lotta mondiale al proletariato sviluppato delle metropoli imperialiste e al proletariato embrionale delle colonie e semicolonie. Vedremo attraverso quali informazioni e quali errori la lotta per l’emancipazione sociale dei popoli d’oriente, e nel caso specifico dei contadini indonesiani, andò incontro alla più catastrofica delle sconfitte. Vedremo infine come tale lotta non potrà che riprendere nel prossimo futuro, poiché le condizioni oggettive che la rendono necessaria sono più che mai presenti a mezzo secolo di distanza. Prima di svolgere sommariamente tutte questo insieme di questioni è ancora indispensabile fornire qualche cenno sull’introduzione del capitale finanziario nell’economia indonesiana, e sull’influenza che su di essa ebbero le associazioni monopolistiche internazionali.
Questo processo ha portato l’economia tedesca ad occupare con gli Stati Uniti il primo posto nella graduatoria mondiale per il volume delle esportazioni. Volendo andare al fondo delle cose, l’elemento stimolante, determinante, su cui ha fatto leva il capitalismo tedesco per giungere a tale traguardo va individuato nella mano d’opera fornita a basso prezzo dai 10 milioni di profughi dai territori perduti ad est dal Terzo Reich e dai 3 milioni di cittadini della Germania Est scappati da oltre Elba tra il 1949 ed il 13 agosto 1961, data di nascita del ”muro” di Berlino; per non parlare del milione e 400 mila salariati importati dall’estero, di cui un buon terzo formato da italiani. Il ”miracolo tedesco” fu tale finché l’America investì miliardi di dollari in Germania attratti dal favorevole mercato della forza-lavoro. I sindacati? Se ne stettero zitti e buoni con le loro rivendicazioni salariali per non compromettere la ricostruzione economica, e così il macchinario di attrezzatura fu rinnovato e quindi razionalizzato ex novo e reso assai valido in sede concorrenziale.
Parallelamente i bilanci statali si sono fatti sempre più pesanti. Quello dell’anno in corso si aggira attorno ad un preventivo di 74 miliardi di marchi, pari alla bellezza di 11.470 miliardi di lire. Se sommiamo le spese militari (la cui consistenza cresce proporzionalmente al peso dell’apparato produttivo) a quelle assistenziali (pensioni ai veterani, sovvenzioni, etc.) si arriva ad una aliquota di poco meno del 34% del reddito nazionale lordo ed a più del 50% del bilancio dello Stato federale. Nella Germania di Hitler lo stesso gruppo di spese sommate insieme, nel 1938, l’anno della più intensa preparazione bellica, superava di poco il 28% del reddito nazionale lordo. Il deficit del bilancio di Bonn raggiungerà entro il 1970 almeno 11 miliardi di marchi (1.700 miliardi di lire). Le tasse sono già fra le più elevate d’Europa.
Se consideriamo l’andamento economico nel suo complesso vediamo che il prodotto nazionale lordo, che nel 1966 ha raggiunto i 478,4 miliardi di marchi, da tre anni a questa parte non fa che incrementarsi in misura sempre più tenue se valutato in termini reali, ossia a prezzi costanti. Infatti si è passati dal 6,6% nel 1964 al 4,8% nel 1965 e al 2,7% l’anno scorso. Uguale sorte si sta verificando nella dinamica degli investimenti. Per quanto riguarda la disoccupazione il governo federale ha annunciato che a metà gennaio aveva raggiunto la cifra di 578.400, pari al 2,6% dell’intera forza-lavoro, con un aumento di 206.800 unità nelle prime due settimane dell’anno. Alla stessa data dell’anno scorso a fine febbraio i disoccupati erano 673.000, ossia il 3,1% della forza-lavoro triplicandosi in un anno. A fine dicembre, di fronte a 251 mila 800 offerte di lavoro, i disoccupati sono stati 371.600: per la prima volta da diversi anni il numero dei disoccupati ha superato quello dei posti di lavoro scoperti, mentre alla fine del 1965 si avevano 5 posti di lavoro per ogni disoccupato. Nella scorsa estate questo rapporto saliva a 7 contro 1 per scendere a fine novembre ad 1,5 contro 1. Sempre a fine febbraio erano ad orario ridotto 343.700 operai, il massimo dalla fine della guerra. I lavoratori stranieri hanno cominciato a rimpatriare definitivamente maledicendo il giorno in cui hanno creduto che in regime borghese l’espressione ”miracolo economico” potesse significare qualcosa anche per loro. Noi come partito ci duole solo che il ”miracolo” non abbia a suo tempo assunto proporzioni più vaste sì da determinare in uno dei punti chiave del capitalismo mondiale (quale è appunto la Germania) condizioni negative (decrementi notevoli nell’apparato produttivo, elevata disoccupazione, crollo dei titoli in Borsa) tali da provocare il crollo del sistema basato sulla schiavitù del lavoro salariato. In questo senso, l’unico valido e possibile, attendiamo più consistenti ”miracoli” nei principali paesi industriali del mondo. Il mito di Creso è per il capitalismo putrescente l’unica condizione di vita che lo porta diritto alla tomba.
Economia inglese
La più grave crisi del dopoguerra sta minando le basi dell’economia britannica, creando squilibri che, ”si teme”, avranno ripercussioni a media e a lunga scadenza. Leggendo un rapporto della confederazione degli industriali inglesi si ha la netta sensazione che l’ottimismo, elemento predominante nei rapporti degli industriali inglesi anche nei più profondi momenti di crisi, ha lasciato il posto a ben altre sensazioni. Ciò vuol dire che non si nutrono illusioni sulla possibilità di risolvere la crisi nazionalizzando l’industria siderurgica, nel cui campo tre grandi società si sono fuse nel novembre scorso.
Intanto il numero delle aziende che è stato costretto a lavorare al di sotto delle capacità produttive è salito nel 1966 dal 46 al 54%. I disoccupati, che ad ottobre erano 542.000 con un balzo nel mese di 105.340 unità, ossia del 20%, un record dal dicembre 1963, hanno continuato ad aumentare fino ad oggi. Proprio in questi giorni il loro numero è aumentato dei 12.000 licenziati dalla ”BMC”. Operai in maggior parte non qualificati o semi-specializzati, essi non hanno alcuna probabilità di tornare nell’industria automobilistica ed hanno scarse possibilità di trovare un lavoro egualmente retribuito. Dalle informazioni che giungono dai Midlands si apprende che si è manifestato un fatto nuovo: in numerose industrie sono apparsi cartelli che informano che non verranno accettati lavoratori della ”BMC”. Le ragioni sembrano essere sostanzialmente due: una certa ostilità degli operai meno pagati verso quelli che erano meglio pagati (fatto questo che riflette la politica sindacale delle Trade Unions, degne compare della nostra CGIL) e le riserve di molti industriali verso gli operai dell’industria automobilistica che vengono considerati ”attivisti” e ”facinorosi” in quanto questo settore è quello più pervaso da scioperi. La Vauxhall Motors (un esempio tra tanti), sussidiaria britannica della General Motors, nel 1966 ha visto contrarre le vendite di auto e autocarri del 15%. Così pure dai bilanci presentati al Tesoro da 628 società per azioni, risulta che 616 hanno dichiarato gli stessi o minori dividendi rispetto allo scorso anno finanziario, mentre le altre 12 hanno subito dissesti totali. Di questa situazione approfittano gli Stati Uniti. Le tre grandi compagnie statunitensi – General Motors, Ford e Chrysler – controllano circa la metà della produzione automobilistica e una quota anche maggiore nel settore della costruzione di autocarri.
Chi paga, come al solito, sono i proletari inglesi. Infatti il governo laburista ha subito prolungato per altri sei mesi il blocco dei prezzi e dei salari (platonico l’uno, effettivo l’altro) fino a giugno 1967.
Intanto il disavanzo commerciale visibile ha subito una netta riduzione negli ultimi tre anni andando da 45 milioni di sterline come media mensile nel 1964 a 23 nel 1965 e a 12 nel 1966, mentre le riserve auree, aumentate a gennaio di 11 milioni di sterline (19 miliardi di lire circa), hanno raggiunto il valore complessivo di 1118 milioni di sterline – cifra modesta se rapportata ai bei tempi andati.
Ogni volta che la sterlina si trova sotto il torchio e che l’espansione dell’economia è costretta ad arrestarsi entrano in ballo le spese governative d’oltremare e la necessità di ridurle. Facile a dirsi, ma difficile da realizzare. L’Inghilterra è impegnata alla difesa di posizioni vitali per la parte del capitale mondiale che è tenuta a tutelare. Un ulteriore arretramento rappresenterebbe un elemento di squalifica. Ogni qual volta questo pericolo si ripresenta, e lo è sempre più spesso, entrano in scena gli Stati Uniti che, piuttosto che vedere le guarnigioni britanniche ritirate dall’Asia e dall’Europa, preferiscono appoggiare la sterlina e offrire altre forme di assistenza finanziaria indiretta per permettere al governo britannico di mantenere il proprio ”ruolo mondiale”. Il guaio è che questa partecipazione alla difesa di comuni interessi capitalistici può essere corrisposta unicamente a costo di aumentare la dipendenza finanziaria britannica dagli Stati Uniti. Inoltre la stessa bilancia americana dei pagamenti lascia prevedere che questi non sono più in grado di sostenere da soli la sterlina e che si rende necessaria una cooperazione delle banche dell’Europa centrale. Infine, da parte di Washington, si tende sempre più a condividere lo scetticismo francese circa il valore dell’attività internazionale dell’Inghilterra, la quale, di conseguenza, prima o poi, sarà costretta ad un ripiegamento gravido di rischi.
Inoltre un tiro mancino d’altronde involontario, potrebbe venire alla traballante economia britannica dal verificarsi, molto probabile, di una nuova grossa ondata di esportazioni tedesche sui mercati mondiali, che segnerà un’altra oscillazione dell’altalena del commercio mondiale. Con la ripresa delle esportazioni della Germania verranno depresse quelle dei suoi concorrenti e, per un verso, la bilancia britannica dei pagamenti con l’estero non si trova in condizioni di sopportare lo sforzo, né, sotto questo riguardo, può sopportarlo la bilancia dei pagamenti americana. Ma finora la prossima offensiva tedesca ha destato poca attenzione negli Stati Uniti e viene ignorata nei commenti ufficiali di Londra: il solo pensiero del danno che potrebbe recare alla sterlina una maggiore aggressività della concorrenza tedesca è troppo orribile per parlarne. E sì che era stato previsto. Un 15 anni fa l’Inghilterra, interessata a convogliare verso il settore controllabile degli armamenti le energie della rinascente Germania, affermava per bocca dell’allora Alto commissario di Sua Maestà sir Yvon Kirkpatrick: ”Non abbiamo paura dei carri armati tedeschi. Abbiamo paura invece di troppe automobili Volkswagen…”.
Oggi i sintomi sono abbastanza chiari. Oltre i tre quarti delle esportazioni complessive di manufatti delle grandi potenze industriali provengono da sei paesi: Stati Uniti (con oltre il 19% nel 1965), Germania (con una percentuale di poco inferiore), Inghilterra (poco meno del 14 per cento), Giappone (9,5%), Francia (poco meno del 9%), Italia (poco meno del 7%). La fetta degli Stati Uniti come quella dell’Inghilterra si va assottigliando da dieci anni a questa parte; le riduzioni della domanda interna in questi due paesi non sembrano avere l’effetto automatico di spingere gli esportatori a ricercare sui mercati mondiali nuove opportunità. Gli altri tra i sei grandi in questo riescono meglio. In base all’esperienza recente, quando hanno limitato la domanda interna l’effetto sulle esportazioni sembra essere stato molto ampio e quasi istantaneo. Nel 1965 tre di questi paesi hanno frenato deliberatamente la domanda interna, ossia hanno ridotto il consumo della gran massa lavorativa. Trattasi di Giappone, Italia e Francia nei quali il tasso annuo di sviluppo reale s’è ridotto tra il 2,5 e il 3,5%. Le conseguenze sulle loro esportazioni sono state notevoli. Quelle giapponesi sono aumentate del 27%, quelle italiane di oltre il 12%; di più dell’11% quelle francesi. Poiché gli scambi mondiali complessivi di manufatti non aumentano in misura paragonabile, questa improvvisa espansione doveva necessariamente ridurre le quote degli altri paesi, e in effetti la quota degli Stati Uniti e dell’Inghilterra è nuovamente diminuita. Solo che nel 1965 vi è stato il grosso ammortizzatore della Germania, la cui bilancia dei pagamenti subì un massiccio deficit di oltre 1,5 miliardi di dollari.
Ora invece sta limitando la domanda interna mediante restrizioni creditizie piuttosto severe, per cui quest’anno non dovrebbe andare oltre un 2,5-3%. Queste misure hanno il solito effetto di aumento della quota tedesca del commercio mondiale.
L’indice mensile della produzione industriale depurato delle componenti stagionale e accidentale presenta un aumento costante dal settembre 1965 al settembre 1966. Si rilevano forti differenze nei singoli rami e classi d’industria, ma nessun andamento negativo. Stazionarie le industrie alimentari (negli anni di ”boom” si mangia dunque meno?), quelle che hanno superato la media sono nell’ordine: gomma elastica (12,4%), mezzi di trasporto (13,6%), calzature (14,4%), pelli e cuoio (16,8%), chimiche (16,9%), tessili (18,2%) e carta (31,4%).
La produzione di acciaio nel 1966 è stata di 13,6 milioni di tonnellate con un incremento del 7,6% sul 1965 nel quale si ebbe un +29,2% di aumento. Nello stesso tempo l’utilizzazione della capacità degli impianti ha continuato a contrarsi dall’84,5% nel 1965 al 78,1% nel 1966 (nel 1963 fu del 92%), nonostante si sia tornati ad essere importatori netti di acciaio, oggetto di accanita concorrenza sui mercati mondiali a causa dello squilibrio tra domanda ed offerta. L’industria automobilistica ha prodotto 1,37 milioni di veicoli contro 1,18 del 1965 con un aumento del 16,2 per cento. L’esportazione ne ha assorbito il 28,8% con un aumento del 20,5% sull’anno precedente. L’edilizia invece non mostra ancora segni tangibili di ripresa. Le abitazioni costruite nel periodo gennaio-ottobre sono risultate 232.000 con una diminuzione del 23,5% rispetto allo stesso periodo del 1965, mentre il valore dei lavori eseguiti in opere pubbliche è aumentato per gli stessi mesi del 5,1% con un ammontare di 860 miliardi di lire, di cui 750 con finanziamento totale o parziale dello Stato.
Nell’agricoltura si sono avuti sensibili decrementi nel raccolto di grano (da 98 a 92 milioni di quintali), di uva (da 107 a 102 milioni di quintali) e di olive (19,5 milioni di quintali nel 1966, pari al 12% in meno del 1965).
I prezzi all’ingrosso si sono mantenuti relativamente stabili, mentre quelli al consumo sono aumentati dell’1,8%. Il costo della vita è salito dell’1,7%.
Il reddito nazionale lordo si è valutato abbia avuto un aumento tra il 1965 e il 1966 del 5,2%. L’aumento per settori del prodotto netto risulta dell’1,5% in quello agricolo, del 10% in quello industriale e del 5% nei servizi. Il reddito nazionale netto ha raggiunto i 33.860 miliardi di lire nel 1965. Delle risorse disponibili i consumi sono cresciuti del 5% circa nel 1966 rispetto al 2,4% nel 1965 e gli investimenti del 6 per cento rispetto ad un decremento del 7,4%. Gli investimenti di capitali all’estero hanno raggiunto l’anno scorso i 300 miliardi di lire.
Il valore complessivo degli scambi con l’estero ha toccato nel 1966 il livello record di 10.537 miliardi di lire, con un aumento del 14% rispetto al 1965, di cui 5.020 per importazioni (+11,6%) e 5.357 per esportazioni (+16,2 per cento). Ecco i principali mercati, che corrispondono ai principali paesi industriali, di cui diamo l’ammontare in miliardi di lire delle importazioni e delle esportazioni per il 1966 e in rispettive rate di aumento sul 1965:
Paese
Import. mld/L
Export mld/L
Germania
857
25,7%
1007
5,6%
Francia
542
20,0%
582
25,5%
USA
656
5,6%
485
20,2%
Inghilterra
251
17,5%
239
13,5%
Ad una massiccia importazione di materie prime dell’agricoltura (in cui il rapporto con le esportazioni è di 3 ad 1) e dell’industria estrattiva fa riscontro un’altrettanto massiccia esportazione di prodotti finiti delle industrie manifatturiere. Infatti ad un deficit di 796 miliardi di lire nel 1966 per i prodotti dell’agricoltura e di 993 dell’industria estrattiva si contrappone l’attivo per le esportazioni dell’industria manufatturiera di 1.452 miliardi di lire sempre nel 1966. Il commercio estero italiano è andato assumendo tale peso da dover risentire in misura sempre crescente delle vicende economiche mondiali.
Riportiamo per chiudere un commento borghese all’andamento economico italiano: ”Inizia nel 1965 un metodico processo di razionalizzazione dell’industria con il preciso proponimento di un più efficiente impiego del lavoro che ha necessariamente comportato un rallentamento della dinamica dell’occupazione la quale anzi era perfino diminuita nel 1965. Ma fu questo un male necessario, senza di che non sarebbe stato possibile conseguire i migliori risultati economici nel 1966″. Chiaro, no? Per riguadagnare il terreno perduto sui mercati internazionali il capitalismo italiano ha dovuto elevare la produttività a spese dell’occupazione operaia. Meno occupati più sfruttamento degli occupati sia in ordine all’aumento dell’intensità del lavoro che alla diminuzione dei salari, bloccati nonostante l’aumento dei prezzi al minuto. ”La concorrenza internazionale divenuta anch’essa più vivace ha impedito un ulteriore miglioramento dell’equilibrio italiano tra costi e ricavi” (ossia, profitti record) ”per cui la seconda metà del 1966 non ha realizzato le più rosee speranze suscitate dall’andamento della prima metà. Ne soffriranno i nuovi investimenti che non consentiranno balzi pretenziosi. L’incremento della produzione industriale del 12% nel 1966 trova la sua spiegazione nell’esistenza all’inizio dell’anno di una larga capacità produttiva non utilizzata”. I nostri classici assunti non fanno che ripresentarsi e riconfermarsi. I migliori risultati economici realizzati riguardano evidentemente la sola borghesia. Sappiamo d’altronde che, quando va bene per quest’ultima, è il proletariato a rimetterci. Quando va male per la borghesia è sempre un punto a favore del proletariato. Al limite la morte della borghesia rappresenterà la migliore condizione di vita per il proletariato.
Il 1966 è stato un anno buono per il capitalismo italiano. C’è stata l’alluvione, è vero, ma questa servirà nel futuro, a seconda dei casi, a giustificare mancati traguardi o a gonfiare successi imprevisti.
Economia USA
La fine del 1966 ha messo in rilievo il graduale indebolimento dell’attività economica. Il grande «boom» industriale degli ultimi 6 anni, nel corso dei quali la produzione industriale è aumentata del 50% e quella globale di più di 1/3 (nel 1966 del 5,5%, raggiungendo i 740 miliardi di dollari), sta ormai entrando in una nuova fase, sia essa di pausa o di recessione staremo a vedere. Assistiamo ad una contrazione nel ritmo di accrescimento; le vendite di automobili (nel 1966 se ne sono prodotti 8,6 milioni) e l’attività edilizia sono in declino (si tratta di 2 settori portanti dell’economia americana): i prezzi al consumo crescono ad un tasso annuo del 3,5 per cento mentre erano rimasti sostanzialmente stabili nei precedenti floridi anni; la produttività nel campo industriale non aumenta più come un anno fa; aumentano i salari, e quindi il costo dei prodotti; il costo del danaro è molto alto, con la conseguente riduzione degli investimenti; l’andamento del mercato finanziario è incerto e spesso scoraggiante. I titoli di Borsa hanno subito in alcuni mesi una falcidia nominale di oltre 100 miliardi di dollari. L’indice Dow Jones da quota 1000 era sceso a 785. La risalita l’ha fatto pervenire ad 850. La guerra costa. La funzione di gendarme nel mondo ancora di più. Le riserve di oro si sono ridotte ad un livello di pericolosità (a fine ottobre 1966 ammontavano a 13,11 miliardi di dollari, un minimum dal 1938). Le 4 grandi case automobilistiche americane – General Motors, Ford, Chrysler e American Motors – hanno ridotto la produzione a causa di un calo delle vendite e di una diminuzione dei profitti. La General Motors Corporation ha annunciato che i profitti del 1966 sono stati di 1.793 milioni di dollari, pari a 6,24 dollari per azione, contro 2.126 milioni di dollari, pari a 7,41 dollari per azione, nel 1965. Le sue vendite sono scese nel 1966 (20,2 miliardi di dollari) al di sotto del livello record del 1965 (20,7).
Parallelamente la concentrazione continua la sua marcia inesorabile. Nel 1966 si è registrata la fusione di oltre 1000 società. Su 200.000 esistenti, le 20 maggiori controllano il 25% della produzione nazionale, le 50 maggiori il 46%, le prime 200 il 60% e le prime 1.000 il 75%. In testa a tutte la General Motors con 733.000 dipendenti ed un prodotto lordo superato solo da una decina di paesi nel mondo. Le 10 società più importanti nel 1965 hanno avuto profitti netti pari a quelli delle 490 che le seguivano in ordine di importanza. Si prevede che nei prossimi 10 anni 200 società americane e 50 europee e giapponesi, giganteschi centri internazionali di accumulazione, controlleranno più del 50% della produzione e del commercio mondiali. Un accenno agli investimenti è d’uopo.
Negli ultimi 7 anni le società americane hanno raddoppiato i loro investimenti all’estero che si sono incrementati nel 1966 di un 16,5% giungendo al livello dei 500 miliardi di dollari. L’Europa ne assorbe oltre 1/3 ed ha visto aumentare il ritmo di afflusso dal 4% nel 1959 al 6,3% nel 1964. Le vendite all’estero di molte di esse superano ormai quelle del mercato interno. Notevole poi il fatto che gli investimenti di capitali all’estero nel 1966 si sono incrementati in misura maggiore di quelli avutisi all’interno nonostante da questi ultimi si siano ricavati profitti più elevati, che per tutta l’industria sono stati nel 1965, detratte le tasse, 45 miliardi di dollari, mentre nel 1960 furono 27. Considerando sia gli investimenti privati che quelli governativi, l’intervento americano all’estero ha raggiunto una cifra complessiva di 106 miliardi di dollari nel 1965 con un aumento di 7 rispetto al 1964.
E passiamo ai salari. Nel 1966 l’inflazione, ammontante ad un aumento del 3,5% nel costo dei beni di consumo, è derivata per la maggior parte dalla scarsezza di alcune materie prime e di manodopera qualificata. Nel 1967 essa continuerà ma la causa dell’aumentato costo della vita potrebbe per lo più imputarsi a richieste salariali. Il 1966 ha visto una tregua nelle vertenze sindacali, non ripetibile nell’anno in corso. Già il 1° febbraio è andata in vigore la nuova legge che porta da dollari 1,25 a 1,40 il salario orario minimo per molte categorie di lavoratori. Poiché in molte industrie gli stabilimenti lavorano a piena capacità, i sindacati (pressati dagli iscritti) si troveranno in buona posizione nel presentare le loro richieste. Poche industrie saranno disposte a subire uno sciopero. L’industria comunque non vorrà assorbire aumenti salariali senza aumentare i prezzi che, resi più elevati, renderebbero più difficile la concorrenza all’estero e contribuirebbero a ridurre ulteriormente la già ridotta eccedenza della bilancia commerciale. L’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni è scesa nel 1966 a 3,8 miliardi di dollari, il livello più basso da 7 anni. Come se non bastasse, le difficoltà economiche inglesi e tedesche ostacolano che nel 1967 si possa migliorare questa situazione. Dal 1962 l’Amministrazione ha stabilito i criteri-limite secondo cui gli aumenti salariali devono mantenersi entro limiti tali da garantire la stabilità dei prezzi in modo da non nuocere ai profitti. Essendosi calcolato che l’incremento della produttività come media nazionale si aggira sul 3,2%, si è precisato che sono accettabili solo aumenti salariali-limite di tale entità. I funzionari governativi coadiuvati dai leaders sindacali nel varare quella che con termini a noi familiari è detta «politica dei redditi», entrambi al servizio del capitale americano, sanno che non c’è assolutamente da aspettarsi che i lavoratori si contentino di aumenti del 3,2%, mentre i profitti salgono vertiginosamente ed aumenta anche il costo della vita.
A rendere più chiara la situazione che si va determinando ha contribuito lo stesso presidente Johnson nel suo messaggio sullo stato dell’Unione del quale riteniamo utile fornire una scarna sintesi. Ha cominciato col dire che il paese deve sottoporsi ad ulteriori sacrifici, consistenti in più alte tasse, maggiori tariffe postali, più ampie trattenute sugli stipendi, per il finanziamento del più imponente bilancio della sua storia. Ha annunciato che a partire dal luglio prossimo l’imposta sul reddito sarà aumentata del 6% per far fronte alle esigenze della guerra vietnamita e contrastare le tensioni che questa provoca nell’economia nazionale. L’aumento delle spese interne è previsto per l’elevamento delle classi meno abbienti, la costruzione di case popolari dirette ad eliminare le baracche, l’allargamento della previdenza sociale e della cassa malattia e l’aumento delle pensioni minime. Nel complesso i bilanci 1967 e 1968 (dal prossimo 1° luglio) prevedono deficit di 9,5 e 8,1 miliardi di dollari su un ammontare delle spese rispettivamente di 126,7 e 135 miliardi di dollari. Nel dopoguerra un deficit maggiore si è avuto solo nel 1959 con 12,4 miliardi di dollari. In base a queste previsioni il bilancio federale dovrebbe accumulare per la fine degli anni 1967 e 1968 debiti di 327,3 e 335,4 miliardi di dollari. Per quest’anno il bilancio della Difesa è stato portato a 67 miliardi di dollari di cui la parte per il Vietnam ascenderà a 21,9 miliardi di dollari. L’ufficio federale che dirige la guerra alla povertà avrà un bilancio di 1,9 miliardi di dollari nel 1968, con un aumento di 280 milioni rispetto al 1967. Tra le spese previste nel quadro del bilancio per la difesa figurano quelle per la costruzione di altri 2.200 elicotteri destinati in maggioranza alle forze del Vietnam, l’acquisto di aerei Phantom F4 e A7 per rimpiazzare le perdite subite nel sud-est asiatico. Johnson fa notare che le spese militari «chiaramente attribuibili» al Vietnam sono di 19,42 miliardi di dollari, ossia 4 volte il livello del 1965-1966.
Di rimbalzo ecco altri dati che mostrano come lo stato americano assolve bene la sua funzione di procacciatore di affari per il capitalismo indigeno. I contratti stipulati dal governo con la sola industria bellica hanno raggiunto il valore di 23 miliardi di dollari. Per l’invio di un (povero!) uomo sulla luna il governo paga 30 miliardi di dollari e 1,9 per l’energia atomica per non parlare dei 16 miliardi di dollari spesi annualmente per la ricerca scientifica. Povera scienza! L’hanno tanto rimpinzata che non riesce più a muoversi e a fare un passo innanzi.
Altre notizie poco rassicuranti vengono dal campo commerciale. Il dipartimento del commercio ha annunciato che il deficit della bilancia dei pagamenti è stato nel 1966 di 1.424 milioni di dollari in aumento rispetto ai 1.337 del 1965. Il principale fattore sfavorevole di questo andamento si è individuato nel peggioramento della bilancia commerciale la cui eccedenza è scesa da 6.676 milioni di dollari a 4.788 ed a 3.700 dal 1964 al 1966. Un modesto elemento di compenso viene offerto dalla «bilancia tecnologica dei pagamenti» nei cui confronti l’Europa presenta un deficit che ha raggiunto il miliardo di dollari, riflesso del distacco tecnologico tra le 2 economie. Parallelamente si è avuta una diminuzione di 568 milioni di dollari delle riserve monetarie e di 571 delle riserve di oro.
Previsioni 1967
In tema di previsioni l’Economist, per bocca del suo vicedirettore Norman Macrae, si esprime in questi termini: «I tre maggiori paesi dell’area non sovietica interessati ad un commercio su scala internazionale – Stati Uniti, Germania ed Inghilterra – subiranno (citiamo fedelmente: all’estensore è scappato il verbo dal chiaro sapore determinista) un tasso di sviluppo minore rispetto all’anno precedente. Osservando i rispettivi indici economici degli ultimi tre mesi del 1966 si può infatti notare che il loro rallentamento è già iniziato. Sotto un certo punto di vista, tale circostanza può essersi rivelata una fortuna nascosta». Abbiamo posto in corsivo il commento dal significato abbastanza eloquente sull’unica possibilità consentita ai pretesi guidatori della economia capitalista, consistente in misure che possono facilitare un processo recessivo già iniziato, mai aiutare una fase espansiva (alias con parola pesante e seria: programmare). Assioma valido allo stesso livello individuale: si può solo anticipare la propria dipartita (col fumo o più drasticamente con un colpo di pistola ben centrato), ma non procrastinarla. Conducendo la più regolare delle esistenze, si tende al limite consentito a quel dato organismo, senza possibilità di poterlo oltrepassare. Solo che la possibilità di condurre una data vita regolare è una conseguenza derivante dalle condizioni materiali dell’organismo: un organismo in condizioni quasi perfette di equilibrio costituzionale (prescindendo arbitrariamente s’intende, dalle condizioni ambientali: il colpo di pistola ti può venire per sbaglio da un suicida inesperto nel maneggio delle armi) si trova nelle migliori condizioni per giungere al suo traguardo. Uno squilibrato, pur gareggiando su un percorso molto più breve (il suo organismo è formato di materiali scadenti), ha la possibilità di terminare la corsa anche poco dopo essere partito. Il caso limite si ha quando si taglia il traguardo prima del via ed allora parliamo del nato-morto (l’edificio che crolla prima che sia ultimato il grezzo). Consideriamo valida l’estrapolazione al modo di produzione capitalistico: il suo maggiore squilibrio rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto non gli consente di raggiungere che longevità dimezzate quanto a consistenza organica, percorse solo a metà per i danni che il sistema arreca a se stesso. In questo senso, scientificamente valido, ogni anno che passa ci dà la certezza di una corsa sempre più accelerata verso il crollo del sistema.
Binomio fame – guerra
Nel complesso il 1966 è stato un anno difficile per quasi tutti i paesi occidentali. Ne hanno fatto le spese le grosse questioni economiche internazionali lasciate in eredità al 1967 irrisolte e ulteriormente aggravate: sistema monetario internazionale, Kennedy round, mercato comune europeo, paesi sottosviluppati. A quest’ultima questione è strettamente legato il problema della fame nel mondo. La produzione mondiale di derrate alimentari infatti è rimasta praticamente invariata rispetto all’anno precedente (pur essendosi nel frattempo le bocche da sfamare accresciute di 70 milioni) solo in quanto gli abbondanti raccolti nel Nord America hanno neutralizzato la flessione verificatasi nella maggior parte dell’Africa, Asia e America latina a prescindere dal Medio Oriente. Solo in un anno (1958-1959) dopo la guerra la produzione di alimenti nei paesi sottosviluppati ha superato l’incremento della popolazione. Attualmente la loro produzione pro-capite è inferiore a quella prebellica e continua a decrescere ogni anno. C’è da aggiungere che le scorte di grano sono le più basse degli ultimi 10 anni. Fu verso la metà degli anni ’50 che le eccedenze del Nord America si avvicinarono a proporzioni insostenibili, tanto che furono imposte limitazioni alla produzione agricola prima negli Stati Uniti, poi nell’Europa Occidentale. Una prima inversione di questa tendenza si è avuta agli inizi degli anni ’60 quando prima i cinesi e poi i russi da tradizionali esportatori diventarono acquirenti di massicci quantitativi di frumento ed è stata solo questa loro condizione di «pronto-contanti» che ha permesso l’exploit agricolo dell’occidente industrializzato. Già quest’anno questi due paesi hanno ridotto i loro acquisti; per cui USA e compagni porranno restrizioni alla produzione non avendo i paesi sottoalimentati disponibilità monetarie per sopperire alle deficienze agricole.
Nei loro confronti si è stati prodighi solo di piombo. La fame di 2/3 dell’umanità è un dato trascurabile se, recando ai loro territori le distruzioni e gli orrori della guerra, si genera linfa vitale per la sopravvivenza del capitalismo, le cui ventose succhiano sangue dal Viet Nam oggi, come dal Guatemala, dall’Algeria, dal Congo, dal Kashmir ieri. Le più accreditate fonti di informazione del capitalismo parlano sempre più apertamente dell’impossibilità di sottrarsi a questo comportamento, a questa esigenza economica. La First National City Bank nella sua nota economica per il mese di novembre chiude sul Viet Nam con l’escludere la possibilità di un significativo rallentamento nell’economia generale finché le spese per la difesa continueranno ad aumentare a ritmo accelerato…
Quest’altro pezzo pone in rilievo che l’attacco al Viet Nam è stato portato non dai soli Stati Uniti, ma dai principali paesi capitalistici, tutti traendone giorno per giorno benefici molteplici a cui ipocritamente fanno eco le loro periodiche richieste di gradire la fine del conflitto. A costo va accomunata la stessa Cina a cui non è parso vero di soddisfare richieste di acciaio e cemento da parte del Pentagono americano per usi urgenti sui campi di battaglia vietnamiti.
Valutando le prospettive di sviluppo economico negli Stati Uniti per il 1967, la Chase Manhattan Bank rileva l’indispensabilità di incrementare le spese militari quale condizione per evitare che nel corso dell’anno si manifesti un generale rallentamento nell’attività commerciale del paese. «La prevista spesa di 25 miliardi di dollari circa investiti nella guerra del Vietnam – viene fatto rilevare – eviterà che l’economia scivoli in una recessione, mentre il previsto rallentamento nel settore della produzione si limiterà probabilmente ad una riduzione del tasso di incremento». Tale minore dilatazione dovrebbe inoltre risultare in un miglioramento degli scambi americani con l’estero riducendo da un lato le importazioni con una conseguente pressione inflazionistica e, dall’altro lato, incrementando la competitività delle esportazioni arrestando il deterioramento verificatosi nel corso degli ultimi due anni dell’eccedenza commerciale statunitense, passata dai 6 miliardi 800 milioni di dollari del 1964 a circa 2 miliardi 900 milioni nel 1966. Polemizzando indirettamente con le accuse di arricchimento rivolte alle industrie degli Stati Uniti, la Chase osserva che se la guerra nel Vietnam ha prodotto un certo boom economico per il paese, di esso hanno notevolmente beneficiato vari paesi europei quali la Gran Bretagna, la Francia e la Germania che hanno visto notevolmente aumentare le proprie vendite agli Stati Uniti. Le richieste straordinarie di materie prime hanno prodotto un flusso di circa un miliardo di dollari verso il Giappone e qualche altro paese asiatico. L’incremento nelle spese per la difesa, che nel 1967 dovrebbe oscillare tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari, prolungherà, se non amplierà tale richiesta. Concludendo, la Chase conferma che «senza un continuo incremento nella spesa per la difesa, l’economia degli Stati Uniti avrebbe richiesto ora una decisa politica governativa di espansione per prevenire il declino economico». Ormai condizione di vita per il capitalismo è la guerra permanente. Sappiamo bene che anche al suo sorgere il capitale aveva bisogno di alternare per la sua vita periodi di pace a periodi di guerra. Oggi anche questa alternativa non si pone più. Ma allora la guerra arrecava ossigeno, svolgeva una funzione rivoluzionaria che in un certo senso conveniva anche al proletariato. Oggi la guerra dà sempre meno ossigeno al capitale che esplica una funzione controrivoluzionaria a tutto danno dell’intera classe proletaria mondiale. Quest’ultima, e con essa l’umanità di domani, potrà sopravvivere solo se riuscirà, sotto la guida del partito comunista internazionale, a contrapporre un suo movimento rivoluzionario permanente sempre più esteso e deciso al capitalismo morente, con il precipuo compito di organizzare tutte le sue forze per sradicarlo dalla faccia della terra rendendone impossibile, tramite la più feroce delle dittature, una eventuale reviviscenza.
La loro origine è precedente al gennaio 1964, mese in cui ebbero il collaudo ufficiale nella sede centrale dell’Ateneo di Pisa occupato dalle masse studentesche in rivolta. Già prima di quella data, infatti, alcuni di essi si erano formati «ideologicamente» sui testi classici del marxismo, non di rado entro il severo edificio della Scuola Normale Superiore.
La conclusione che avevano tratto dall’analisi dei testi classici era drastica in riferimento all’odierna realtà internazionale: la Russia di Krusciov (e post-kruscioviana) è uno stato capitalista-corporativo, i partiti «operai» che imperversano in occidente sono totalmente degenerati – dicevano e dicono. Del tutto meno chiara (anzi, totalmente oscura) era la conseguenza che essi traevano e traggono da una simile analisi.
Invischiati come erano, e come sono (anche se alcuni sono colpiti da espulsioni o radiazioni) nella palude del P.C.I. o del P.S.I.U.P., essi consideravano e considerano questi partiti come il contesto irrinunciabile in cui agire per tentar di ridare vita ad organi morti da decenni, o nati morti. Volgendosi al passato, che essi sottopongono a radicale critica, possono anche vedere nell’ordinovismo la matrice da cui è nata la completa degenerazione del P.C.I., o nella teoria e nella prassi staliniana la causa della degenerazione e del crollo della terza internazionale, o altro ancora. Ma tutto ciò essi teorizzano rimanendo nell’ambito dei partiti traditori!
E questo perché, dicono, in questi partiti è organizzata la classe operaia che essi vogliono salvare «illuminandola» (!) per poi lasciarla (dal momento che non sanno indicare altre prospettive) dove essa già si trova, prigioniera della imperante degenerazione, prigioniera, sì, ma finalmente «illuminata»!
Quando nel gennaio del 1964 scoppiò la «rivolta» dell’Ateneo di Pisa e venne occupata la sede centrale universitaria, questi giovani studenti, pieni di ardore rivoluzionario, si lanciarono all’assalto, nell’ambito dell’Unione Goliardica Italiana, il riflesso traditore in quella sede della linea nazionale e generale dell’opportunismo. Sbaragliato facilmente l’avversario in sede di gruppo, portarono il loro spirito di rivolta nell’assemblea generale degli occupanti la sede centrale, dove, in preda ad una aberrazione intellettualistica, farneticarono di «Soviet» e di «Indirizzi di Marx alla Comune»! E, quando la dura e ferrea realtà ebbe ragione dei loro sogni e delle loro illusioni, a poco a poco si dispersero.
Ma ben presto ricomparvero, non più in sede universitaria, ma nell’ambito dei partiti opportunisti, dove ricominciarono a tessere la grottesca trama partorita dalla loro aberrazione mentale.
I loro testi sacri erano e rimangono «Classe operaia», ora scomparsa e in via di essere sostituita da «Partito e Classe», oppure i «Quaderni Rossi», che essi vorrebbero imporre come lettura ai malcapitati operai che hanno la disgrazia di capitargli tra i piedi. Non contenti, anzi palesemente insoddisfatti, della potenza… chiarificatrice di quei testi (la cui analisi non facciamo perché non si può analizzare la catastrofe finale di qualsiasi degenerazione di una ideologia, ma solo constatarla!) i giovani e aitanti «sinistri» della zona Massa-Pisa-Livorno hanno dato alla luce un proprio giornaletto: «Il potere operaio». In esso si analizza in termini sindacali la situazione nelle fabbriche della «zona di competenza».
Ma alla luce di quale organica teoria? Ponendo l’analisi della condizione operaia in queste fabbriche in quale contesto generale? Con una indicazione, sia pure generica, di quale prospettiva? Tutto ciò non si dice. Non se ne accenna neppure di sfuggita e – se si trascura il fatto che sulle pagine di questo giornaletto vengono reclamizzati indifferentemente i «Quaderni Rossi» e le… «Edizioni Oriente», il tutto a maggior gloria del capitale e della teoria di Bernstein: il movimento è tutto (anche se, in effetti, è ben misera cosa e, in quanto al fine… è meglio non parlarne neppure).