International Communist Party

Il Partito Comunista 2

Il proletariato ripudi per sempre la influenza delle mezze classi in rovina

La crisi economica del capitalismo, come un fenomeno naturale periodico, previsto perché conosciuto soltanto dal movimento rappresentante coloro che non hanno niente da perdervi, torna a rammentare alla deforme coscienza che la classe dominante ha di se stessa la impossibilità congenita del suo modo di produzione di continuare ad accumulare indefinitivamente, la condanna della storia, troppo facilmente dimenticata nella ebbrezza dei momenti di produzione crescente, per cui il suo regime presterà il fianco al colpo mortale di un risorto proletariato.

Nella dottrina comunista rivoluzionaria risale a Marx l’analisi della meccanica dell’andamento ciclico di alcune grandezze della economia capitalistica: definimmo le brusche cadute dalla continuità delle curve come crisi di sovrapproduzione relativa, fenomeni sconosciuti ed assurdi per i precedenti modi di produzione, come per il successivo nostro comunistico, propri soltanto di una società dannata alla accumulazione del valore capitale.

A subire le conseguenze dell’incepparsi della produzione e degli scambi non sono soltanto forti strati di operai che vedono svanire insieme al posto di lavoro ed al salario anche ogni illusoria garanzia di benessere, ma anche tutti i ceti intermedi fra proletariato e capitale. Sono questi o forme economiche ibride, non ancora pervenute alla piena separazione del lavoro dalle sue condizioni e risparmiate per vari motivi dall’avanzare della concentrazione, come alcune categorie di lavoratori agricoli o artigiani, oppure veri e propri strati parassitari, nel commercio o nel cosiddetto «mondo della cultura», prosperanti nei periodi di produzione crescente, la funzione dei quali, quando ne hanno una, è di farsi veicolo nella società delle grottesche ideologie e direttive del capitale impersonale.

Come già dimostrato dalle precedenti crisi economiche, in particolare quella del 1929, e come già descritto dai nostri classici, le temporanee difficoltà in cui si trova la riproduzione del capitale hanno per effetto una forte spinta alla concentrazione delle forze produttive e, nell’era dell’imperialismo, delle centrali finanziarie – risultato progressivo quindi. Parallelamente i crolli in borsa e i fallimenti delle banche minori, pilotati dai grandi istituti di credito che ne rastrellano i rottami, provocano la rovina di una miriade di piccoli risparmiatori e piccoli azionisti traditi che si vedono improvvisamente trasformati da categorie agiate nella condizione di poveri. Per altro, durante le crisi, mentre il processo di proletarizzazione continua, l’aumento nel numero dei salariati, velocissimo in tempi prosperi per il capitale, temporaneamente rifluisce con lo svuotarsi delle officine e con il ritorno di operai già alla produzione ad occupazioni extra industriali. I comunisti non si aspettano quindi dalla crisi economica un avvicinarsi del capitalismo verso un modello socialista: sia la crisi, sia l’euforia produttiva sono fasi entrambe funzionali all’infernale accumulazione. Del resto l’impoverimento dei ricchi, il livellamento retributivo sarebbe ben poca rivendicazione di fronte al nostro programma; e nemmeno appagherebbe una società costituita dal mille per mille di salariati, come dicevano si trovasse nei «paesi socialisti». Non miriamo ad una ripartizione egualitaria della ricchezza ma alla distruzione di ogni ricchezza nella sua forma mercantile.

L’opportunismo, nato storicamente come degenerazione di partiti comunisti, è divenuto il rappresentante ed il paladino degli interessi della multiforme piccola borghesia e non a caso ha ereditato, in farsa per sfasatura storica, le parole d’ordine di libertà e democrazia, riflesso secoli addietro della vittoria del capitalismo nascente. Oggi, consumato quel trapasso storico, l’opportunismo trova il suo alimento sociale nel malumore dei ceti intermedi, la sua ideologia nella teorizzazione della coesistenza nel corpo sociale di tutte le frazioni, la sua principale funzione, demandatagli dalle necessità difensive del regime, nello stemperare nella lotta di classe l’asprezza di un confronto diretto proletariato-capitale.

Nelle fasi di accumulazione montante in cui strati sociali spuri si moltiplicano ed il capitale dispone di margini per corrompere aristocrazie operaie, riesce facile a partiti che si fregiano del nome di Marx e di Lenin deviare di 180° dalla tradizione di quelli, riuscendo a nascondere, soffocare e sottomettere le necessità storiche ed immediate del proletariato nel conservatore e viscido progressismo interclassista. Ed è infatti sventolando cinicamente la bandiera de «la lezione marxista sulle crisi…» (Rinascita), che partiti nazional-comunisti con codazzo di gruppi e gruppetti che noi abbiamo tutti riconosciuti inquadrabili nella stessa matrice radical-borghese, presentano le loro soluzioni per salvare la collettività dal naufragio. Per tutti costoro la crisi economica è un male in assoluto: con il progredire di essa vedono sparire il terreno sociale su cui poggiano; irrimediabilmente conservatori, assistono con apprensione ad ogni assestamento del capitalismo, temono il troppo capitalismo. La concentrazione della finanza, con la rovina delle mezze classi che si porta via i sogni piccolo borghesi di «pace e di progresso», suona a morto, ahimè, per la «democrazia e la stessa civiltà». Quanto lontano dalla visione storica e dialettica del marxismo!

Per l’opportunismo quindi tutto il Capitale di Marx sarebbe solo una descrizione statica del capitalismo e non suonerebbe, come è in realtà e come chiaramente si legge in cento passi, inappellabile condanna di un modo di produzione che più si agita, più è avvinto dagli stessi effetti di tanto dimenarsi; dimentica che il motivo dominante che suona in tutta la nostra descrizione dell’economia capitalistica è la scoperta che la storia ha incaricato il proletariato di abbattere violentemente, e non di rappezzare, questo decrepito modo di produzione.

Tali organizzazioni opportuniste, rappresentate dai vari Partiti Comunisti di marca stalinista, ufficiali e non, sono irreversibilmente passate nel campo borghese e l’atteggiamento che assumono contro la classe operaia nei momenti critici del regime lo dimostra: quando le tensioni sociali sono così acute che è impossibile fingere una linea di compromesso fra proletariato e piccola borghesia e si impongono esplicite prese di posizione, ecco che si stigmatizza come «corporativo» qualunque movimento rivendicativo operaio anche soltanto economico. Tutto in quei momenti nuoce alla stabilità e alla sopravvivenza dell’ordine esistente. Più oltre, quando per l’avanzare della crisi si profila soltanto il pericolo della rivolta degli sfruttati, davanti alla decomposizione economica delle mezze classi, l’opportunismo – come anche individualmente ogni piccolo borghese istintivamente sente – prende atto che il naturale ambiente sociale di tutti gli strati intermedi e sola garanzia della loro sopravvivenza sono le pieghe del mantello del grande capitale, che pur li tiranneggia, ma al quale li affratella il terrore che i senza-riserve si mettano in moto ed il comune estremo baluardo in difesa dei propri privilegi: lo Stato anonimo del capitale. Nessun dubbio sulla linea da adottare, unità di classe borghese contro il vero nemico, il movimento del proletariato; a dopo le polemiche sulla «vera democrazia», sul «decentramento e la gestione sociale», grandi parole che mascherano solo contese sulla ripartizione del plusvalore. È il PCI di questi giorni che è pronto a mettere da parte qualunque rivendicazione autonoma, che non coincida cioè con la bisogna del grande capitale. Non è questo il momento di richiedere «riforme di struttura», per «salvare il Paese dalla crisi» prima di tutto Ordine, continuità dello Stato. L’ora è grave, il popolo tutto si stringa intorno alla Nazione in disgrazia, unità, per costringere il proletariato a non scioperare, a lavorare di più con salari dimezzati, a lasciarsi espellere dalle fabbriche e, se la Patria chiama, a macellarsi a vicenda nella guerra imperialistica, nella comune speranza che giammai ritrovino col loro partito la coscienza della propria potenza storica.

Per il partito comunista rivoluzionario la crisi del capitale, decisiva discontinuità nell’apparente pacifico snodarsi della produzione e dei rapporti fra le classi, è connaturale, anzi indispensabile al ripetersi dei cicli della produzione; non è un accidente, provocato da imperizia o cattiva volontà di governanti. È un reagente che mette in piena evidenza particolari aspetti di questo infame modo di produzione.

La crisi crea le condizioni materiali che permettono al partito proletario di contrapporsi all’opportunismo anche nei confronti degli strati sociali che di questo costituiscono la base; con lo svanire di privilegi e di illusioni i comunisti possono dare il loro indirizzo proprio a quelle mezze classi in precipitosa rovina. Questi sono strati sociali che devono essere resi almeno neutrali nella guerra di classe e di molti dei quali da non trascurare il peso economico, come dei lavoratori non salariati dei campi. Alla piccola borghesia solo il partito comunista può presentare soluzioni che spazino oltre il meschino orizzonte della produzione e del commercio parcellare, tanto avari nel compensare la fatica di lavoro; negherà, è vero, la loro stessa figura sociale ma sarà l’unico a non abbandonarli in preda alla grande finanza, all’usuraio, al proprietario fondiario, ai monopoli.

All’opposto di quanto promette il grande Partito ex-Comunista e tutti i gruppetti, a parole ad esso opposti ma di fatto al suo seguito, il comunismo, nel cui programma sta il superamento di ogni economia, grande o piccina, non illude la piccola borghesia sulla sopravvivenza storica dei propri ruoli, la spinge a scegliere fra la protezione dello Stato borghese e la sottomissione alla dittatura e futura ristrutturazione economica proletaria. Questi ceti si schiereranno dalla parte di coloro che al momento sembreranno i più forti, sempre pronti a tradire e a salutare entusiasticamente chi trarrà la vittoria.

Le crisi sono dei punti particolari, angolari, delle curve descriventi l’economia del capitalismo. Da tali punti, scrivemmo, «tutte le direzioni sono al tempo stesso possibili». È possibile uscire da uno di questi in una direzione opposta, anzi fuori, in un’altra dimensione, quella del non mercantile socialismo solo se il proletariato riuscirà ad incuneare nella discontinuità il ferro della sua violenza sovversiva.

Il “diritto” alla casa: una infame menzogna

Il tragico episodio di San Basilio a Roma, dove la polizia statale ha dato l’assalto in forze al quartiere per cacciarne gli occupanti «abusivi» di case, con feriti, contusi, e sul selciato il cadavere di un giovane, trova tutti i partiti e sindacati allineati su un’unica interpretazione: inerzia, malcostume, indecisione, mancanza di case, e non rispetto del dettato costituzionale del «diritto alla casa» per tutti.

In qualsiasi modo il regime borghese «riformi» la casa, per gli operai e i nullatenenti non c’è soluzione. L’operaio se non viene stipato nelle bidonvilles, viene invischiato in affitti insostenibili; se non si lascia marcire nei tuguri e nei «fondi», viene attratto in casermoni, un addensato di cunicoli, un brulicare di vita promiscua, effimeri manufatti di subitanea decadenza.

Non c’è da riformare, ma da rovesciare. Mettere sottosopra! In ogni direzione e latitudine.

Il «diritto alla casa», come ogni altro «diritto» in regime mercantile, va pagato. L’operaio può pagarlo quando lavora. Ma quanto è precario il suo lavoro, il suo «diritto» al lavoro! E quando cade disoccupato? Quando non lavora per inabilità, infortunio e vecchiaia?

Abbiamo più volte sostenuto che la vera e irreversibile riforma consiste nel bloccare la costruzione di case per abitazione almeno per vent’anni; trasformando locali inutili e nocivi per gli operai, come sedi di banche, uffici, enti, chiese, ecc. per poi edificare piccole città, ben distribuite sul territorio, sventrando le megalopoli asfissianti. È l’unica seria riforma. Chi può farla? Le chiacchiere parlamentari, l’esoso proprietario, il governo borghese o «socialista», l’imprenditore strozzino? Oppure il politicante, il sindacalista, fautori della concordia nazionale, del rispetto di tutti i «diritti»? Giammai!

Da sempre all’operaio viene fatto balenare il miraggio della «sua» casa, per indurlo a sgobbare di più, per distoglierlo dalla reale soluzione di tutti i problemi che avviliscono la classe. Il potere proletario comunista soltanto può operare la confisca forzata, senza indennizzo e la redistribuzione delle case a chi lavora e tutti avranno l’obbligo di lavorare. Ogni altra proposta è menzognera o ciarlatanesca.

Solo una piccola minoranza privilegiata di lavoratori e di piccoli borghesi ha potuto soddisfare fino ad oggi il «diritto» alla casa. Ma questa minoranza, già oggi minacciata di «esproprio» dall’imperversare di tasse e imposte, sarà domani decimata dalla voracità di un regime che è disposto persino a divorare i propri figli.

I «baraccati», sottoproletari molti, hanno tentato di risolvere direttamente la questione di un tetto. Lo Stato lo ha impedito con le armi. Come potrà impedirlo, quando le masse proletarie, organizzate, disciplinate, dirette dal vero partito comunista, occuperanno anche la casa della borghesia, lo Stato e lo distruggeranno?

Mozambico: Il Frelimo chiude vergognosamente la lotta di liberazione nazionale

Noi marxisti abbiamo sempre combattuto ogni indifferentismo nella questione nazionale; non abbiamo mai negato il valore rivoluzionario delle guerre di indipendenza, ma abbiamo sempre attribuito loro una importanza subordinata agli interessi di classe del proletariato. Se per la borghesia la conquista dell’indipendenza nazionale è un fine, un punto di arrivo (dopodiché essa cessa di essere rivoluzionaria), per il proletariato è un mezzo, una fase necessaria «per produrre le condizioni migliori per la lotta di classe». «La borghesia pone sempre in primo piano le sue rivendicazioni nazionali. Le pone incondizionatamente. Il proletariato le subordina alla lotta delle classi… Al proletariato importa assicurare lo sviluppo della propria classe» (Lenin, «Sul diritto di autodecisione delle nazioni», 1914).

Nel Manifesto del 1848, all’approssimarsi della rivoluzione borghese in Germania, Marx scrive: «In Germania il Partito Comunista lotta insieme colla borghesia ogni qualvolta questa prende una posizione rivoluzionaria contro la monarchia assoluta, contro la proprietà fondiaria feudale e contro la piccola borghesia reazionaria. Esso però non cessa nemmeno un istante di sviluppare tra gli operai una coscienza quanto è più possibile chiara dell’antagonismo e dell’inimicizia esistente fra la borghesia e il proletariato, affinché gli operai tedeschi siano in grado di servirsi subito delle condizioni sociali e politiche che la borghesia deve introdurre insieme col suo dominio, come di altrettante armi contro la borghesia e affinché dopo la caduta delle classi reazionarie in Germania subito si inizi la lotta contro la borghesia stessa».

E nel 1850, dopo che lo svolgersi degli avvenimenti aveva confermato la giustezza di queste posizioni, Marx scrive: «Già nel 1848 vi dicemmo, fratelli, che la borghesia liberale tedesca sarebbe giunta quanto prima al potere e avrebbe subito ritorto contro gli operai il potere appena conquistato. Avete veduto come ciò sia stato compiuto. Furono infatti i borghesi, dopo il movimento del marzo 1848 a prendere subito possesso del potere dello Stato e a utilizzarlo per respingere senz’altro gli operai, loro alleati nella lotta, nella primitiva posizione di sottomissione» («Indirizzo al Comitato Centrale della Lega dei Comunisti»)

Nei recenti avvenimenti africani che hanno sconvolto il traballante impero coloniale portoghese, troviamo una nuova lucida conferma delle classiche invarianti posizioni marxiste.

Nel Mozambico, come negli altri suoi «territori d’oltremare», il Portogallo, paese arretratissimo da un punto di vista industriale, ha sempre esercitato il colonialismo «per conto terzi»; una volta come fornitore di schiavi alle piantagioni americane, oggi per consentire alle grandi compagnie lo sfruttamento delle enormi risorse di queste regioni. Ma lo sfruttamento di questi territori, come sempre avviene, doveva necessariamente creare le premesse per la fine del regime coloniale. La violenta espropriazione degli indigeni, la rovina dell’antichissima struttura tribale, ha consentito lo sfruttamento delle risorse naturali e la creazione di un esercito di mano d’opera a basso costo, ma ha anche dato vita a una borghesia indigena e a un proletariato e semiproletariato negro che minacciosamente si ammassa nelle «bidonvilles» attorno alle metropoli bianche.

Da oltre dieci anni, la borghesia indigena ha scatenato la guerriglia di liberazione nazionale contro i colonialisti portoghesi.

Il Portogallo non poteva più sostenere il peso di questa guerra che assorbiva oltre il 40% delle sue risorse finanziarie. I proletari portoghesi, nella scorsa primavera, hanno scatenato una ondata di rivendicazioni economiche (dimostrazione pratica di cosa possa fare il proletariato occidentale in aiuto dei suoi fratelli del «terzo mondo»). Infine, alla fine di luglio, in Mozambico, l’esercito portoghese subì delle sonore batoste da parte dei combattenti nazionalisti del Frelimo.

Fu così che il 26 luglio, il Gen. Spinola dichiarò: «È giunto il momento per il Portogallo di riconoscere ai popoli dei suoi territori d’oltremare, il diritto di prendere nelle proprie mani i loro destini». Il governo portoghese si dichiarava così pronto ad «aprire trattative» per il «trasferimento dei poteri» ai movimenti di liberazione nazionale. Le trattative con il FRELIMO, condotte dal «socialista» Soares, si sono concluse il 7 settembre con la firma dell’accordo di Lusaka. Quest’accordo è frutto di un compromesso ed è da parte del FRELIMO un vero tradimento delle proprie aspirazioni nazionali. Esso infatti prevede:

  1. La formazione a partire dal 25 giugno 1975 di un governo di transizione composto per due terzi da membri del Frelimo e per un terzo da rappresentanti di Lisbona.
  2. La formazione di una commissione militare mista con il compito di «mantenere l’ordine».
  3. Il Frelimo si impegna a rispettare gli obblighi finanziari presi dal governo portoghese in nome del Mozambico.

Inoltre, nessuna precisazione viene fatta riguardo alla permanenza o meno delle truppe portoghesi.

Perché dopo una lotta di oltre dieci anni contro un nemico che ha perpetrato crudeltà indicibili ai danni delle popolazioni inermi, e proprio nel momento in cui questo nemico si trova in gravi difficoltà, il Frelimo accetta questo vergognoso compromesso?

La risposta a questo interrogativo va cercata nelle «bidonvilles» attorno alle metropoli, dove si ammassa il proletariato e semiproletariato nero!

All’avvicinarsi delle truppe del Frelimo, alle notizie dei rovesci delle truppe portoghesi, le città sono state percorse da un’ondata di odio e di violenza classista. I proletari negri hanno sentito avvicinarsi l’ora della vendetta contro gli sfruttatori e gli oppressori!

Ecco la ragione per cui la nascente borghesia mozambicana ha stipulato questo accordo con il governo portoghese. Essa ha paura del proletariato e del semiproletariato! È per questo che le truppe del Frelimo si sono fermate nella loro vittoriosa avanzata e non hanno nemmeno tentato di occupare le città. È per questo che i capi del Frelimo non vogliono che le truppe portoghesi si ritirino completamente. Essi hanno paura di non riuscire a «mantenere l’ordine» da soli.

La giovane borghesia mozambicana ha sempre cercato di mobilitare solo i contadini nella lotta contro la dominazione portoghese; per questo la sua lotta di liberazione nazionale ha assunto le caratteristiche tipiche della guerriglia; le città finora apparivano tranquille, la lotta si è svolta soprattutto nelle campagne.

Ma ora che la situazione minaccia di mettere in movimento il proletariato e il semiproletariato urbano, essa non esita ad allearsi contro il nemico di ieri, rinunciando anche a portare fino in fondo la propria lotta di liberazione nazionale. L’accordo di Lusaka è già divenuto operante: un distaccamento di milizie del Frelimo è arrivato il 16 settembre a Lourenço Marques; saranno formate pattuglie miste insieme alle truppe portoghesi, con il compito di «mantenere l’ordine» nei sobborghi della capitale.

I proletari negri, che oggi ancora inneggiano alle bandiere del Frelimo, vedranno presto la loro borghesia, assieme alle truppe portoghesi, sparare sulle folle affamate.

Pur di combattere il proletariato la borghesia mette da parte ogni nazionalismo. Non è un fatto nuovo per noi comunisti. Quando, nel 1871, la borghesia francese non esitò ad allearsi con l’invasore prussiano per schiacciare la Comune di Parigi, Marx scrisse: «Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della società borghese. Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile… contro il proletariato i governi nazionali sono uniti… Dopo la Pentecoste del 1871 non vi può essere né pace né tregua tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro. La mano di ferro di una soldatesca mercenaria potrà per un certo tempo tenere le due classi legate sotto una stessa oppressione; ma la battaglia tra di loro dovrà scoppiare di nuovo in proporzioni sempre più grandi» («La guerra civile in Francia»).

Dopo questi avvenimenti, Marx dichiarò chiuso per l’Europa occidentale il ciclo delle guerre nazionali. Così oggi, in Mozambico, la borghesia ha chiuso vergognosamente la sua lotta di liberazione nazionale, prima ancora di conquistare l’indipendenza. Essa non ha più nessun ruolo rivoluzionario, è già divenuta reazionaria.

Quale lezione si deve trarre dagli avvenimenti del Mozambico? Quale posizione deve tenere il proletariato nei paesi in cui il problema nazionale è ancora aperto?

La risposta a questo interrogativo, ancora una volta, la troviamo nei nostri classici testi che sono il condensato dell’esperienza storica del proletariato rivoluzionario.

Le tesi sulla questione nazionale e coloniale del II Congresso dell’Internazionale Comunista (1920) affermano: «L’Internazionale Comunista ha il dovere di appoggiare il movimento rivoluzionario nelle colonie e nei paesi arretrati al solo scopo di riunire le componenti dei futuri partiti proletari – comunisti di fatto e non solo di nome – in tutti i paesi arretrati, ed elevarli alla coscienza dei loro compiti peculiari, soprattutto dei compiti inerenti alla lotta contro la tendenza democratico-borghese nella propria nazione. L’Internazionale Comunista deve stabilire un temporaneo cammino in comune e perfino un’alleanza col movimento rivoluzionario delle colonie e dei paesi arretrati, ma non può unirsi con esso, bensì deve assolutamente difendere e mantenere il carattere autonomo del movimento proletario, sia pure nella sua forma embrionale».

I fatti che si sono svolti successivamente, le rivoluzioni democratico-borghesi del secondo dopoguerra, le recenti lotte di liberazione nazionale in Asia e in Africa, confermano la giustezza di queste posizioni.

La sorte dei proletari mozambicani, finché resteranno legati al carro della propria borghesia non sarà diversa da quella dei loro fratelli algerini o congolesi; essi troveranno un alleato solo nel proletariato occidentale quando questo, guidato dal risorto partito comunista mondiale, ritroverà come nel 1919-20, la strada della lotta rivoluzionaria di classe.

Democrazia, Opportunismo e Fascismo vecchi arnesi della controrivoluzione

La borghesia italiana e non solo italiana, nell’affrontare la prova storica ricorrente di una grande crisi, che non è solo economica, ma anche sociale e politica, e che investirà violentemente lo stesso apparato statale, se il proletariato ritroverà la direzione comunista rivoluzionaria, non ha mai nascosto, per chi voglia vederci chiaro, le linee essenziali della sua strategia controrivoluzionaria. La borghesia ha realizzato l’aggiogamento della classe operaia allo Stato capitalista, prima col governo fascista del ventennio, poi, nell’immediato dopoguerra, con un governo di coalizione di partiti borghesi e comunsocialisti, ed infine ha mantenuto in questo stato di soggezione il proletariato fino ad oggi con un periodico alternarsi di governi borghesi e coalizioni borghesi-socialiste, dominate sempre dalla D.C., tranquilla che gli operai non si sarebbero ribellati, per la tutela del PCI.

Nel corso di questo ultimo trentennio il fascismo, che ha continuato a svolgersi come totalitarismo statale sulla base della centralizzazione del capitale, solo in questo ultimo decennio è ritornato alla ribalta della scena politica come potente movimento. Non poteva essere diversamente.

Un recente articolo del giornale inglese Economist, trattando delle vicende italiane ed in particolare della proposta picista di «compromesso storico» e della sua assunzione al governo, ha giustamente e brutalmente ricordato la funzione infame che le «opposizioni di sinistra» ed in particolare quelle dei «partiti operai» sono tenute a svolgere, e cioè che se il PCI va al governo «chi dovrebbe assumere la guida delle masse dei disoccupati, dei senzatetto e degli scontenti?».

Infatti, i partiti opportunisti hanno sempre assolto freddamente questa incombenza: salvarono il capitalismo dalla rivoluzione nel primo dopoguerra impedendo al proletariato di congiungersi col suo partito comunista, e più tardi da una crisi di regime trascinando gli operai nella guerra imperialistica. La storia dell’opportunismo di partiti socialdemocratici o non, è storia di tradimento, al governo o all’opposizione.

La difesa degli interessi capitalistici, quindi, si sviluppa sempre in funzione controrivoluzionaria. Ogni combinazione politica è sempre tesa a realizzare al meglio il controllo sulla classe operaia, a salvaguardia dello Stato dalle masse dei «disoccupati, dei senzatetto, degli scontenti» – come esemplifica diplomaticamente la classe operaia l’Economist -. La preoccupazione borghese che con il PCI al governo dello Stato le masse cadano sotto l’influenza dei «rivoluzionari», non è astratta, ed è per questa precisa ragione che il capitalismo alleva il movimento fascista.

L’alternativa tra democrazia, opportunismo e fascismo, caratterizzano il piano difensivo del capitalismo.

Se l’opportunismo può ancora dominare il proletariato, lo si deve all’ubriacatura democratica, di cui gli ex partiti operai si sono fatti fedelissimi promotori e sostenitori. Questi partiti hanno dato prove inconfutabili e innumeri di assoluta fedeltà allo Stato, alla democrazia, al regime borghese, allontanando la classe operaia da «tentazioni» non solo rivoluzionarie, ma persino radicali, demolendo in essa ogni legame con la sana tradizione comunista, mistificando Lenin e marxismo. Un lavoro colossale, reso possibile soltanto in un regime di solidarietà controrivoluzionaria internazionale, con il diretto supporto dello Stato.

In breve, la tattica borghese consiste nell’utilizzare tutte le forze disponibili e idonee per sostenere la difesa del suo regime e vincere la immancabile guerra civile col proletariato, guerra che esploderà di nuovo con centuplicata potenza e su più vasto territorio, sebbene per mezzo secolo i falsi partiti operai abbiano costretto il proletariato ad un armistizio col capitalismo. Ma il capitalismo «sa» che un siffatto armistizio non può essere eterno, che lo scontro di classe risorgerà…

Nell’articolo «Il fascismo» del novembre 1921, la Sinistra così precisa: «Bisogna che la classe su cui poggia lo Stato, lo assista nelle sue funzioni secondo le nuove esigenze. Il movimento politico conservatore e controrivoluzionario devono organizzarsi militarmente e adempiere una funzione militare in previsione della guerra civile».

Il capitalismo ha già scoperto e sperimentato vittoriosamente questo modo «nuovo» di difesa dalla rivoluzione comunista, non antitetico al modo democratico. Infatti, il movimento fascista si presenta democratico, elettorale, popolare, alla stessa stregua dei partiti tradizionali e opportunisti, obliando il Mussolini che fece sfollare dalla sua milizia armata l’«aula sorda e grigia» di Montecitorio, dopo la buffonata dell’assenso plebiscitario del «popolo italiano».

Non contraddice a ciò che il fascismo contemporaneamente alla pratica democratica svolga un’azione repressiva violenta a mezzo di bande armate, perché la sua funzione è quella di «assistere» lo Stato nel suo compito fondamentale, quello di apparato repressivo sul proletariato. E lo Stato, a sua volta, incoraggia e assiste il fascismo, come lo attestano i legami sempre più stretti tra il movimento fascista e gli organi statali della burocrazia, esercito, polizia e magistratura, «potenza effettiva dello Stato». Sempre in un altro articolo del 1921, «Del Governo»: «Quale che sia il gruppo di pagliacci al potere, la burocrazia, la polizia, l’esercito e la magistratura, sono dunque a favore del fascismo che è loro naturale alleato», in difesa della «legge», che il proletariato si ripromette di demolire.

Ne «Il rapporto delle forze politiche e sociali in Italia» del 1922, si sintetizzava: «… nel fascismo e nella controffensiva generale attuale della borghesia, noi non vediamo un cambiamento della politica dello Stato italiano, ma la continuazione naturale del metodo impiegato prima e dopo la guerra dalla “democrazia”. Noi non crediamo di più all’antitesi tra democrazia e fascismo, di quanto abbiamo creduto all’antitesi tra democrazia e militarismo. E non accorderemo maggior credito, per lottare contro il fascismo, al complice naturale della democrazia: il riformismo socialdemocratico». Oggi, il «riformismo socialdemocratico» del falso partito comunista è mille volte più infame dell’antico.

Il capitalismo, quindi, utilizza tatticamente democrazia, opportunismo e fascismo in funzione controrivoluzionaria, perché non contraddicono al mantenimento del suo regime. Tutti i partiti che fanno capo a queste tre fasi tattiche della borghesia si rifanno agli stessi interessi che prendono nome di «popolo», «Nazione», «Stato di tutti», «economia nazionale», ecc. Infatti, la difesa degli interessi nazionali, che implica la collaborazione tra le classi, è comune a questi stessi partiti, e suona difesa delle istituzioni borghesi contro i tentativi di emancipazione proletaria.

Nel discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’Internazionale Comunista si chiarisce che cosa rappresenta il fascismo: «L’offensiva controrivoluzionaria obbligò le forze della classe dominante a unirsi nella lotta sociale e nella politica governativa. Il fascismo non è che la realizzazione di questa necessità di classe». Il fascismo sintetizza le aspirazioni della democrazia e dell’opportunismo, è la fase di sintesi dell’utilizzo di tutti i mezzi difensivi del regime capitalistico.

Non resta escluso il sindacalismo. I sindacati tricolori odierni, che marciano sui binari della collaborazione tra le classi, e che, di conseguenza, si proclamano democratici e sostegno dello Stato, non escono dal quadro della tattica borghese. Per essi vale quanto abbiamo detto della democrazia, dell’opportunismo e del fascismo. La loro politica è in funzione dell’economia nazionale e degli interessi nazionali, non è antitetica al fascismo.

LE LINEE DELLA RIPRESA DI CLASSE

Da quando il partito comunista rivoluzionario ha scartato, per sperimentazione storica, pagata a caro prezzo, l’utilizzo del parlamento, dell’elezionismo e di ogni altro strumento della mistificazione democratica, sul terreno della convivenza legalitaria si sono ritrovati democrazia, opportunismo e fascismo; il parlamentarismo è divenuto mezzo comune di contatto e di confronto, comuni sono divenuti la difesa e il rafforzamento dello Stato. Nell’illegalità reale, cioè di fatto, è restato il comunismo rivoluzionario.

Noi non abbiamo nessun «contratto storico» da rispettare, nessun vincolo che ci accomuni anche indirettamente allo Stato capitalista o che debiliti le possibilità d’azione rivoluzionaria. Questi vincoli, con cui è stato legato il proletariato, han da essere spezzati per la ripresa di classe. Rompere questi vincoli significa porsi contro la democrazia, l’opportunismo e il fascismo contemporaneamente, lottare contro un nemico unico. Per questo la lotta immediata economica e rivendicativa di classe, cozzando contro i sindacati della collaborazione sociale della difesa dell’economia nazionale, esigerà che sia data la parola d’ordine: per il sindacato rosso, contro il sindacato tricolore; che evocherà il grido di battaglia di mille lotte gloriose del proletariato rivoluzionario, contro cui necessariamente democratici, opportunisti e fascisti potranno saldare le loro forze anticomuniste, e scendere sul terreno dello scontro diretto. È questo il terreno, per contro, su cui il partito rivoluzionario di classe si salderà ai proletari di nuovo in lotta.

Operai svizzeri ed immigrati schiacciati dallo stesso padrone

Con l’avanzare della crisi economica che colpisce con più o meno forza tutti i paesi industrializzati, la borghesia sente sempre più il bisogno di mantenere ed approfondire le divisioni in seno alla classe operaia e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. In quest’opera rivolta a fare in modo che la crisi economica trascorra senza trasformarsi in crisi sociale ed in ripresa del movimento proletario di classe, la borghesia è validamente sostenuta dai partiti falsamente operai e dai sindacati venduti al capitale. Tutte le forze della conservazione sociale convergono in quest’opera di puntellamento del sistema capitalistico svelando così, al di là delle etichette che sembrano dividerle l’una dall’altra, la loro sostanza controrivoluzionaria che le unisce contro il proletariato. Vediamo come questa dinamica si sta svolgendo sulle spalle dei proletari nella ultraprogressiva ed ultrademocratica Svizzera.

IL «GENIO ELVETICO»

Qual è infatti il senso, nella situazione attuale svizzera, della seconda iniziativa «popolare» contro gli «stranieri», überfremdung (eccessivo afflusso di elementi stranieri) che sarà votata il 20 ottobre 1974 e che, come quella del giugno 1970, viene presentata dall’opportunismo come una esplosione di xenofobia? In realtà si tratta di un attacco diretto della classe capitalistica alla classe operaia nel suo insieme. Essa ha raggiunto globalmente gli obiettivi che si era prefissi: approfondire la scissione fra operai elvetici e «stranieri» indipendentemente dal fatto se avrà successo o no. Infatti dietro «l’iniziativa popolare», si sono mosse pur rinnegandola a parole, tutte le forze interessate a dividere il proletariato e tutte, dalle chiese di diverse confessioni ai partiti opportunisti, ai sindacati «operai», hanno battuto la solfa della salvaguardia della «prosperità nazionale» e della soluzione del «problema degli stranieri». Ecco come presenta il problema la «libera» stampa borghese, che dice di essere in disaccordo con l’iniziativa «popolare»: «Contro questo pericolo di inforestierimento la Svizzera ufficiale di allora cercò di erigere barricate capaci di evitare al paese di spersonalizzarsi. Gli sforzi furono concentrati soprattutto nel tentativo di inculcare negli svizzeri l’esistenza di un autentico genio elvetico che molti incominciavano a mettere in dubbio. Forti di questa nuova coscienza le autorità elvetiche cominciarono ad esaminare con maggiore respiro il problema della presenza di stranieri in Svizzera. E già allora il problema presentava due possibili soluzioni: la riduzione massiccia degli allogeni oppure l’assimilazione degli stessi» (dal Corriere del Ticino, 1972).

E ancora: «La reazione a questo stato di inforestierimento ‘spirituale’ e politico del paese si situò sul piano politico-culturale. Infatti a quest’epoca risale la fondazione di numerose associazioni a sfondo nazionale-patriottico, fra cui la più importante è indubbiamente la Nuova Società Elvetica (NHG). Si incominciò inoltre a parlare di ‘genio elvetico’, di caratteristiche peculiari della Svizzera ecc. Si tentò in altre parole, di inventare artificiosamente la base di una unità nazionale al di là dei legami federalistici facendo presa su diversi principi (tutti di carattere più o meno politico-ideologico) quali la neutralità, la democrazia diretta, l’unità nella diversità, l’avversione ai totalitarismi e ai dogmatismi…» (Da «L’immigrazione in Svizzera» – Edizioni Sapere). Questi tentativi di formare una «pubblica opinione» «antistraniera» imperniata sulla affermazione di un «genio elvetico» si rivolgono prevalentemente – Schwarzenbach 1970 ed Azione Nazionale 1974 – alla piccola borghesia ed allo stesso tempo al proletariato locale, ma a manovrare i fili della regia stanno i grandi mostri della finanza. Facciamo parlare la stessa stampa borghese: «… Si comincia a parlare di inforestierimento e i motivi non mancano. Gli stranieri raggiungono infatti proporzioni notevoli: 33% a S. Gallo, 34% a Zurigo e a Basilea, 42% a Ginevra e perfino il 51% a Lugano. La bilancia dei movimenti migratori appare totalmente rovesciata nel 1914. Poco meno di 700.000 stranieri formano il 17% della popolazione residente: una proporzione quasi quindici volte superiore a quella della media dei paesi europei. Allo scoppio del primo conflitto mondiale il problema si ridimensiona. 150.000 lavoratori esteri lasciano la Svizzera e alla fine della guerra non tardano a farsi sentire i sintomi della recessione, che culminerà con la crisi degli anni trenta. Già nel 1917 la libertà di immigrazione era stata abolita, cosicché giungiamo al 1941 con la presenza in Svizzera di soli 224 mila stranieri. La seconda guerra mondiale ferma di nuovo l’attività economica e quindi l’immigrazione riprenderà soltanto una volta tornata la pace» (Corriere del Ticino, 1972). È evidente che le varie «iniziative popolari» sono sempre un paravento per mistificare una reale situazione di crisi montante per illudere il proletariato (in questo caso svizzero) che liberandosi di una parte di operai stranieri si potrebbe superare la crisi e ritornare alla normalità, che, secondo loro, sarebbe il ritornare ad una economia tipo 1900, cioè ad uno sviluppo tranquillo e pacifico. Infatti agli operai svizzeri si dice che, riducendo la manodopera estera si può realizzare un piano di sviluppo più armonico, rallentare la produzione o meglio «risparmio della produzione». È il colmo dell’imbecillità: l’industria svizzera produrrebbe troppo, perché ci sono «troppi operai». Eppure questa è la «scienza» che la borghesia dà in pasto alla cosiddetta «opinione pubblica»! È evidente, al contrario, che le misure di restrizione dei «lavoratori stranieri» sono determinate da una crisi economica che sta allargandosi come una macchia d’olio e di fronte alla quale il capitale cerca di prendere delle misure preventive come nel 1914, 1930, 1941. In una situazione economica che vede la necessità per la borghesia di ridurre drasticamente il numero degli operai occupati intensificandone al tempo stesso lo sfruttamento per reggere con costi di produzione inferiori alla concorrenza sul mercato mondiale, la borghesia cerca di sopperire a questa necessità mettendo in opera tutto il suo apparato propagandistico, ideologico, scientifico per dividere una parte dei venditori di forza lavoro dall’altra facendo così in modo che sia i futuri disoccupati che i futuri supersfruttati nelle galere aziendali non abbiano nessuna capacità di difesa. Vediamo come le varie forze della conservazione sociale si accingono a questa sporca bisogna.

Il Consiglio Federale ha emanato, predisponendone l’entrata in vigore per il 1° agosto 1974, un’ordinanza sulla «limitazione della manodopera estera»: è chiaro l’intento che è di soffocare o ridurre al silenzio l’iniziativa «popolare» del 20 ottobre, perseguendo in definitiva gli stessi scopi. L’ordinanza stabilisce che il numero massimo di nuovi permessi di dimora per tutta la Svizzera è fissato a 20.500 di cui 18.000 sono distribuiti ai cantoni mentre 2500 sono attribuiti per casi speciali all’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro. Inoltre l’ordinanza estende le misure limitative a tutti i settori compresi quelli, finora esclusi, della salute pubblica e dell’istruzione. Con questa ordinanza ci si propone di «realizzare nel corso di questo decennio la stabilizzazione dell’insieme della popolazione straniera residente in Svizzera e di diminuire in seguito progressivamente l’effettivo degli stranieri» (Corriere del Ticino, 10-7-74). È interessante notare i belati della stampa benpensante la quale di fronte a questo «realistico» decreto si preoccupa che l’industria non trovi più carne da lavoro «straniera».

Scrive il Corriere del Ticino sempre in data 10 luglio che, se le disposizioni del Consiglio federale dovessero andare in vigore «non ci sarà più in pratica nuova manodopera estera disponibile per gli altri settori dell’economia… se i tre settori (salute pubblica, scuola, agricoltura) come raccomanda Berna, dovranno avere priorità assoluta nelle assegnazioni». Intanto hanno preso posizione «contro» l’iniziativa popolare il partito democristiano e quello socialdemocratico. La spiegazione della opposizione democristiana che è nello stesso tempo accettazione del decreto federale sono quanto mai significative: «Se l’iniziativa antistraniera dovesse venir accettata tutti gli sforzi intrapresi negli ultimi anni per aumentare il benessere sociale in Svizzera, verrebbero cancellati con un solo colpo di spugna. Un’accettazione dell’iniziativa avrebbe inoltre gravissime ripercussioni nella lotta contro l’inflazione… La politica di stabilizzazione del Consiglio federale permette di risolvere il problema della manodopera estera in modo organico ed umano salvaguardando la credibilità e gli impegni contrattuali della Svizzera…». O meglio, in parole povere: «Anche se non vogliamo soffermarci sul lato umano e sociale dell’iniziativa, dobbiamo renderci conto che la economia svizzera non potrebbe sopportare un salasso di 500 persone al giorno per la durata di tre anni».

UNIONE OPPORTUNISMO-BORGHESIA

Il partito socialdemocratico svizzero ha raccomandato di votare «no» il 20 ottobre «per ragioni umanitarie e di politica nazionale» tenendo a precisare che «gli errori commessi in 25 anni di politica immigratoria non possono essere lavati con le drastiche misure preconizzate dall’azione nazionale» (Corriere del Ticino 2 settembre 1974). L’Unione sindacale svizzera è tutta presa da questioni ben più «importanti»; la prima di queste è il problema della «partecipazione», vecchio progetto riformista che risale al primo dopoguerra e che dovrebbe «far partecipare i lavoratori ai destini delle aziende che li occupano» rendendo «più umana l’economia». I suoi organi sono occupati perciò ad inculcare fra gli operai svizzeri le seguenti disfattiste amenità: «Al giorno d’oggi, non è più possibile contestare che fra gli interessi della società umana e gli strateghi dell’economia sia subentrata un’alienazione sempre più pronunciata di giorno in giorno. Non c’è da meravigliarsi se nel nostro Paese tanto all’estrema destra come all’estrema sinistra, si notano attualmente contestazioni radicalizzate delle strutture economiche insediate. La partecipazione alle decisioni costituisce un tentativo di gettare un ponte in costante movimento, però, fra l’uomo e l’economia…». Occupati in questo proficuo lavoro consistente in parole povere nell’impedire che le contraddizioni economiche «degenerino» in lotta sociale fra le classi, il loro compito massimo si esprime nel turare le falle che cominciano a manifestarsi nella cosiddetta «pace del lavoro» non solo bloccando ogni spinta operaia a scendere almeno sul terreno della lotta per rivendicazioni economiche, ma scaricando la responsabilità, quando questo per caso si verifica, sulla cecità dei capitalisti elvetici. Ecco come si esprime infatti un articolo di Lotta sindacale in data 23-8-1974: «Perfino il liberale già consigliere federale on. Nello Celio dichiarò che solo negli Stati totalitari lo sciopero è proibito. Dal profilo politico, egli affermò, il diritto di sciopero non può essere in principio contestato. È comunque sua ferma convinzione che di questo diritto si debba però fare uso soltanto in casi veramente eccezionali ed inevitabili. I sindacalisti sono interamente d’accordo con queste idee dell’onorevole Celio. In pratica questo diritto non spetta a tutti i lavoratori in Svizzera. I funzionari e gli impiegati della Confederazione non possono scioperare. E proprio ora che questo divieto, basato su una legislazione di eccezione dell’anno 1918, vien contestato in linea di principio, in tutta la Svizzera si leva un gran clamore. C’è quasi da meravigliarsi che ancora non si sia parlato di sabotaggio pianificato della funzionalità del nostro apparato statale! Ma ciò avverrà probabilmente ancora, nel prossimo futuro. Così nel nostro paese i dipendenti della Confederazione non possiedono il diritto di sciopero, mentre tutti gli altri lavoratori in Svizzera rispettano fino all’estremo limite possibile la pace del lavoro. Ciò che è valido per i lavoratori non lo è per altra gente…» E giù lacrime sul fatto che le banche svizzere, quelle sì, scioperano e con i loro «scioperi finanziari» hanno spinto al rialzo del tasso d’interesse ipotecario e di conseguenza degli affitti. Purtuttavia, nonostante i pressanti impegni ad impedire che la caldaia sociale non scoppi sotto il deretano dei «progressivi» capitalisti elvetici, i quali invece con perfetta incoscienza non fanno proprio nulla per aiutare nella loro opera i «rappresentanti degli operai» che devono così sudare sette camicie per poi sentirsi accusare di essere dei fomentatori della lotta di classe, l’Unione sindacale ha voluto «dire la sua» anche sul problema dei lavoratori «stranieri»: «Secondo l’Unione sindacale l’economia svizzera, divenuta particolarmente vulnerabile in questi ultimi tempi, potrebbe superare le conseguenze di una draconiana riduzione del numero degli stranieri residenti, soltanto al prezzo di gravi difficoltà. La riduzione sarebbe poi accompagnata inevitabilmente da una migrazione interna, che aggraverebbe i problemi strutturali delle imprese e soprattutto delle regioni. L’Unione sindacale ricorda pure che le istituzioni sociali sarebbero mortalmente colpite dalla ventilata diminuzione: soltanto per quel che riguarda l’A.V.S., l’effettivo dei paganti diminuirebbe di circa 400.000 unità, mentre quello dei beneficiari resterebbe più o meno immutato. Facile comprendere le catastrofiche conseguenze… Nonostante questo, l’Unione sindacale svizzera sottolinea che essa ha sempre considerato la riduzione del numero dei lavoratori stranieri come uno dei maggiori obiettivi della politica svizzera in materia di immigrazione; la riduzione in corso, coadiuvata principalmente dalle recenti misure adottate dal consiglio federale, deve perciò essere continuata, in modo da raggiungere almeno una stabilizzazione della popolazione straniera residente…».

Il commento alle posizioni di questi «luogotenenti della borghesia nella classe operaia» lo vogliamo lasciar fare al Corriere del Ticino non sospetto certo di simpatie rivoluzionarie: «… Argomenti che non si distanziano molto dalle risoluzioni prese domenica a Basilea dal partito conservatore svizzero, né dalla presa di posizione delle chiese cattoliche e protestanti svizzere. Ora attenderemo quali altre voci, prima del temibile verdetto popolare, si leveranno ancora per difendere gli interessi del nostro paese» (Corriere del Ticino, 2-9-74). L’emigrazione italiana, organo della coalizione dei partiti democratici si sfoga a chiedere la parità di diritti fra lavoratori emigrati e svizzeri. È come pretendere giustizia dallo Stato borghese per la classe operaia; significa non capire, non voler capire, che l’unica giustizia possibile nel regime esistente, in qualsiasi forma politica esso si presenti sta nel difendere il capitale e schiacciare il proletariato. La posizione di L’emigrazione italiana la si comprende benissimo: non è piacevole per la borghesia italiana e i suoi manutengoli «democratici» pensare ad un rientro, nella situazione attuale dell’Italia, di un numero imprecisato di disperati che andrebbero ad ingrossare le file dei disoccupati locali. Ma che senso ha la rivendicazione della «parità di diritti»? A parte l’essere completamente campata in aria (non si è realizzata durante il boom dell’economia svizzera, figuriamoci se si realizzerà ora durante la crisi incipiente; e per realizzarla eventualmente, bisognerebbe scontrarsi con tutti gli interessi più vitali della borghesia svizzera, cioè contro lo Stato e questo esigerebbe mobilitazione, lotte, scioperi generali e violenti, tutte cose a cui non si osa neanche pensare) non significherebbe altro che uno spostamento della questione dal punto di vista proletario. La sua piena e completa realizzazione, nei fatti e non sulla carta, qualora fosse possibile significherebbe soltanto che la crisi avanzante colpirebbe con i licenziamenti e la disoccupazione sia gli operai svizzeri che quelli stranieri. Ma disoccupazione e fame resta sempre e comunque. La bandiera della «parità di diritti» non è dunque che una frase con cui la borghesia italiana finge di difendere i lavoratori «stranieri» in Svizzera con l’intento di crearsi una verginità per inscenare, qualora il rientro dovesse veramente avvenire, una altra orgia di nazionalismo alla rovescia: il «genio italiano» contro il «genio svizzero», cioè per deviare i proletari emigrati da ogni sana reazione classista. Il fronte è così delineato perfettamente.

DUE FRONTI DI CLASSE CONTRAPPOSTI

Va dalle truculente enunciazioni di Azione nazionale, alle misure «realistiche» del governo federale, cioè dello Stato borghese svizzero, alla adesione ad esse di tutti i partiti dal conservatore al socialdemocratico, alla adesione dei falsi sindacati operai, alla solidarietà sostanziale della borghesia italiana con quella elvetica. Ma questo fronte non è affatto il fronte degli svizzeri contro gli «stranieri», cosa che tutti, con toni e sfumature diverse fingono di credere: È IL FRONTE DELLA BORGHESIA INTERNAZIONALE CONTRO IL PROLETARIATO INTERNAZIONALE, SVIZZERO E STRANIERO. La borghesia svizzera è riuscita a mantenere la «pace del lavoro» soltanto immobilizzando gli operai svizzeri, per il tramite dei loro partiti e dei loro sindacati traditori, alle briciole che derivano dal supersfruttamento degli operai immigrati e nutrendoli costantemente con queste briciole e con una ideologia nazionalista. Oggi la borghesia svizzera si trova nella necessità di aumentare lo sfruttamento degli operai occupati e di peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro oltre al buttarne sul lastrico una buona parte. Ed inventa il «problema degli stranieri» e lo propaganda con varie tonalità e vari accenti. Si tratta per la borghesia di ottenere che gli operai svizzeri si sacrifichino per le esigenze della loro sacra economia, cioè rimangano ligi ed obbedienti ai loro padroni, scaricando il loro odio non contro il padronato ed il suo Stato, ma contro una parte di se stessi, «gli stranieri». E per la borghesia italiana il gioco è lo stesso: il suo boom economico, cioè i suoi favolosi profitti, come la sua tranquillità politica e sociale si è fondato sulla propaganda del «paradiso svizzero», cioè sullo smaltire in Svizzera ed altrove l’eccesso di disoccupati che non poteva sfruttare in patria; oggi mette gli operai italiani contro gli operai svizzeri lasciando credere loro che è la mancata realizzazione della «parità di diritti» la causa di tutti i loro guai. A questo fronte borghese deve rispondere il fronte proletario; fronte di classe contro classe, non di nazionalità, di «genio» contro «genio». Questo fronte non ammette nessun «problema straniero», perché non ammette nessuna solidarietà con l’economia nazionale, cioè con i profitti dei capitalisti in pericolo, rinnega la «pace del lavoro», la vergognosa tregua sociale che esiste da trent’anni, proclama la difesa con la lotta e con lo sciopero (sia o non sia iscritto come diritto nella legge borghese) di tutti gli operai in quanto venditori di forza lavoro, in quanto salariati, a qualsiasi nazionalità, lingua, razza o religione appartengano, combatte per sconfessare la politica dei sindacati traditori che accettano e mantengono la pace con la borghesia e per ricostituire su quelle elementari basi di solidarietà di classe delle organizzazioni di difesa economica che siano realmente degli organi di lotta del proletariato contro il padronato e lo stato borghese, si lega all’indirizzo del vero ed unico partito rivoluzionario che persegue una politica di classe: il partito comunista marxista risorto ed agente alla scala mondiale. Quali sono oggi le forze dei due fronti contrapposti? Le forze del fronte borghese schiacciano, con i loro agenti opportunisti in seno alla classe operaia, le quasi inesistenti forze proletarie. Ma la strada è una sola: o il fronte proletario si rafforzerà e sarà capace di dare battaglia alla borghesia e ai suoi manutengoli o saranno, non gli operai svizzeri, italiani, o spagnoli o greci ad essere sconfitti, ma la classe operaia nel suo insieme.

Dünya Komünist Partisi’nin Tarihsel Görevi, Eylemi ve Yapısı Üzerine Tezlere Ek

1. Napoli Tezleri, yarım yüzyıldan uzun bir süreden beri Komünist Solun mirası olan tutumların sürekliliğini doğrulamaktadır. Bunların anlaşılması da, doğal ve kendiliğinden uygulanması da hiçbir zaman kanun maddelerine ya da yönetmeliklere bakılarak sağlanamaz; hatta -hedeflediğimiz ve sonunda benimsediğimiz pratiğe göre- meclislerin sayısal referandumlarıyla ya da daha da kötüsü, daha az aydınlanmış bireylerin tüm şüphelerini ortadan kaldıran üniversiteler ya da mahkemeler tarafından bile güvence altına alınamazlar. Böylesine zor hedeflere ulaşmak için sürdürdüğümüz çalışma, devrimci hareketin uzun tarihsel dönemler boyunca edindiği canlı deneyimlerden doğan ve tezlerin yayınlanmasından önce ve sonra titiz ve ortak bir çalışmayla hazırladığımız ve duyurduğumuz bol miktarda tarihsel malzemeyi kullanmazsak başarılı olamaz.

2. Mevcut küçük hareket, içinden geçtiği kasvetli tarihsel evrenin, böylesine büyük bir tarihsel mesafede, geçmişin büyük mücadelelerinin deneyimlerinden, sadece yankılanan zaferlerden değil, aynı zamanda kanlı yenilgiler ve şerefsiz geri çekilmelerden kaynaklanan deneyimlerden de yararlanmayı çok zorlaştırdığının çok iyi farkındadır. Akımımızın doğru ve tahriş olmamış bakış açısıyla şekillenen devrimci programın mahiyeti, doktriner titizlik ve derin tarihsel eleştiriyle sınırlı değildir; aynı zamanda, hayati can damarı olarak, sınırlara itildikleri ve savaşmaya zorlandıkları zamanlarda isyankar kitlelerle bağlantı kurmaya ihtiyaç duyar. Böylesi bir diyalektik bağlantı, hem bunak kapitalizmin krizinin gevşekliği hem de oportünist akımların artan rezilliği nedeniyle kitlelerin itkisinin sönümlendiği ve yatıştığı günümüzde özellikle olası değildir. Partinin sınırlı boyutlarını kabul etsek bile, çağdaş toplumsal dokunun rezilliklerinin isyancı kitleleri tarihin öncüsüne dönmeye zorlayacağı önemli dönem için sağlam ve aynı zamanda etkili gerçek partiyi hazırladığımızın farkına varmalıyız. Diriliş, parti olmazsa bir kez daha başarısız olabilir; sayıca şişirilmiş değil, kompakt ve güçlü bir parti, devrimin vazgeçilmez organıdır.

Bu dönemin çelişkileri ne kadar acı verici olursa olsun, geçmiş zamanların acı hayal kırıklıklarından diyalektik dersler çıkararak ve Solun uyardığı ve ortaya çıktıklarında kınadığı tehlikelerin, uğursuz oportünist enfeksiyonun kendini tekrar tekrar gösterdiği tüm sinsi biçimlerin, onları cesurca işaret ederek üstesinden gelinebilir.

3. Bu amaçla, devrimci ve Marksist solun geçmişteki mücadelelerini ve yüzyılı aşkın bir süredir proleter devrimin yolunu tıkayan tarihsel sapma ve yönelim bozukluğu dalgalarına karşı süregelen yanıtlarını eleştirel bir şekilde sunma çalışmamızı daha da geliştireceğiz. Gerçekten sert bir sınıf mücadelesinin koşullarının mevcut olduğu, ancak devrimci teori ve strateji faktörünün eksik olduğu aşamalara atıfta bulunarak ve her şeyden önce Üçüncü Enternasyonal’i geçersiz kılan tarihi olaylara (tam da kritik dönüm noktasına nihayet ulaşılmış gibi göründüğü sırada) ve Solun yükselen tehlikeyi savuşturmak için üstlendiği kritik tutumlara atıfta bulunarak, ve ne yazık ki onu takip eden felaketten, başarı reçetesi olmayan ve olma iddiasında da bulunmayan, ancak daha ziyade tarihin devrimci ilerleme davasına adanmış görünen güçlerin sık sık çöküşüne neden olduğu bir dönemden, kendimizi bu tehlikelere ve zayıflıklara ve bunların yol açtığı tuzaklara karşı korumamıza yardımcı olacak sert öğütler olarak hizmet eden dersleri aklımıza kazıyacağız.

4. Aşağıdaki kısa ve örneklendirilmiş noktalar, günümüzdeki çalışmayı tehdit edebilecek hatalara ya da zorluklara doğrudan atıfta bulunuyor olarak görülmemelidir; bunların yalnızca, doğru doktrinin (Rusya’da proletarya diktatörlüğü, Lenin ve takipçilerinin teorik alandaki çalışmaları; pratik alanda Üçüncü Enternasyonal’in kuruluşu) çok iyi bir restorasyonunun zaten mevcut olduğu bir dönemde inşa edilmiş olan geçmiş kuşakların deneyiminin aktarılmasına bir başka katkı olmaları niyetindeyiz. Komünist partilerin devrimci mücadelesi, kitlelerin geniş katılımıyla, İtalya’da olduğu gibi tüm dünyada tam seyrindeydi. Bu sonuçlar bugün tarihsel ve kronolojik anlamda güçlü bir “faz kayması” ile oynamaktadır, ancak doğru kullanımları hem bugün hem de kesin ve daha verimli olarak yarın için hala hayati bir koşul olmaya devam etmektedir.

5. Lenin’in kızgın demirle, Marx ve Engels’te de yer alan bir terimle, oportünizmle damgalayarak adlandırdığı olgunun temel bir özelliği, daha kısa, daha rahat ve daha az zahmetli bir yolun, zorluklarla dolu daha uzun, rahatsız edici bir yola tercih edilmesidir; ilkelerimizin ve programlarımızın, yani yüce amaçlarımızın ileri sürülmesinin, gerçek mevcut durumda acil ve doğrudan pratik eylemin geliştirilmesiyle eşleştirilmesi ancak bu şekilde gerçekleşebilir. Lenin, o andan itibaren (birinci savaşın sonu) seçim ve parlamenter eylemden vazgeçme taktik önerisinin, parlamentoda komünist ve devrimci eylemin son derece zor olduğu, çünkü hem silahlı ayaklanmanın hem de kapitalizmden şiddetle koparılan toplumsal dünyanın karmaşık ekonomik dönüşümünün uzun süreli kontrolünün çok daha zor olduğu argümanıyla desteklenmemesi gerektiğini söylerken haklıydı. Demokratik yöntemi kullanma tercihinin, yasadışı eylemin trajik sertliği yerine yasal eylemin rahat ayinlerini seçme eğiliminden kaynaklandığını ve böyle bir praksisin tüm hareketi, kahramanca çabalarla henüz içinden çıktığımız ölümcül sosyal-demokrat hataya geri götürmekte başarısız olmayacağını çok açık bir şekilde savunduk.

Lenin gibi biz de oportünizmin ahlaki ya da etik bir nitelik taşımadığını, bunun yerine işçiler arasında (Marx ve Engels’in 19. yüzyıl İngiltere’sinde fark ettikleri gibi) küçük burjuva orta tabakalara özgü ve az ya da çok bilinçli olarak egemen sınıfın ana fikirlerinden, yani toplumsal çıkarlarından esinlenen tutumların hakim olduğunu biliyorduk. Lenin’in parlamenter eylem konusundaki güçlü ve cömert tutumu, sınıf diktatörlüğünün yerine burjuva sisteminin ve demokratik çerçevenin kendisinin şiddetli bir şekilde yıkılmasını desteklemek için, bunun yerine, gözlerimizin önünde, proleter milletvekillerinin küçük burjuva zayıflıklarının en kötü etkilerine maruz kalmasına, komünizmin reddedilmesine ve hatta düşmanın hizmetine girerek ihanete yol açmasına neden oldu.

Muazzam bir tarihsel ölçekte yapılan böylesi bir tarihsel inceleme (Lenin’in öğretisinde böylesi geniş bir genelleme yokmuş gibi görünse de, çünkü o da bizim gibi tarihin bir öğrencisiydi), partiyi, daha az çalışma ya da fedakarlıkla iyi sonuçlar elde etme isteğinin önerdiği herhangi bir karar ya da seçimden kaçınması konusunda uyarır. Böyle bir duygu masum görünebilir, ancak küçük burjuvazinin gevşek doğasını iyi temsil eder ve en az maliyetle azami kar elde etme şeklindeki temel kapitalist norma itaat eder.

6. İkinci Enternasyonal’de ortaya çıkan ve Üçüncü Enternasyonal’in daha da kötü bir şekilde yıkılmasının ardından bugün zafer kazanan oportünist olgunun değişmeyen ve tekrarlanan bir başka yönü de, aynı anda hem parti ilkelerinden en kötü sapmayı hem de klasik metinlere, büyük ustaların ve şeflerin sözlerine ve çalışmalarına karşı sözde bir hayranlık göstermesidir. Küçük burjuva ikiyüzlülüğünün değişmez karakteri, muzaffer liderin gücünün, ünlü yazarların metinlerinin büyüklüğünün, belagatli konuşmacının akıcılığının kölece övülmesidir; pratikte ise en aşağılık ve çelişkili yozlaşmalar sergilenmektedir. Dolayısıyla bir tezler bütünü, eğer onu edebi bir coşkuyla karşılayanlar daha sonra pratik eylemde onun ruhunu anlayamaz ve ona saygı duyamazlarsa ve teorik metne vurgulu ama platonik bir bağlılıkla ondan sapmalarını gizlemeye çalışırlarsa değersizdir.

7. Üçüncü Enternasyonal’in yaşamındaki olaylardan çıkarabileceğimiz bir başka ders de (yazılarımızda bunlar Sol tarafından yapılan çağdaş suçlamalarda tekrar tekrar hatırlatılmaktadır), doktrinimizin toplumsal bir ortamda sert gerçeklikle temas yoluyla yayılmasının doğal sürecinin yerine ikame edilmeye çalışıldığı korkunç bir yöntem olan “ideolojik terörün” kibiridir, Ya partiden ve insanlardan daha güçlü nedenlerle ya da partinin kendi hatalı evriminden kaynaklanan inatçı ve kafası karışık unsurların zorla telkin edilmesiyle, önemli siyasi ve tarihi olaylar sırasında parti eyleminin liderleri ve temsilcileri olmuş olsalar bile, onları düşmana bile açık olan halka açık kongrelerde aşağılayarak ve küçük düşürerek. Bu tür üyeleri (çoğunlukla örgüt aygıtında daha az önemli pozisyonlara düşürme tehdidiyle) hatalarını alenen itiraf etmeye zorlamak, böylece fideist ve pietist kefaret ve mea culpa yöntemlerini taklit etmek geleneksel hale geldi. Burjuva ahlakı kokan bu gibi tamamen cahilce yöntemlerle ne tek bir parti üyesi iyileşti ne de partinin yaklaşmakta olan çöküşüne bir çare bulundu.

Zafere doğru amansızca ilerleyen devrimci parti içinde emirlere itaat kendiliğinden ve eksiksizdir ama körü körüne ya da zorunlu değildir. Aslında, tezlerimizde ve ilgili destekleyici belgelerde gösterildiği gibi, merkezi disiplin, tabanın görev ve eylemlerinin merkezinkilerle mükemmel bir uyumuna eşdeğerdir ve anti-Marksist bir gönüllülüğün bürokratik uygulamaları bunun yerini tutamaz.

Organik merkeziyetçiliğin doğru bakış açısında bu dersin önemi, büyük devrimci liderlerin Stalin’in tasfiyelerinde öldürülmeden önce mecbur bırakıldıkları itirafların ve parti tarafından ihraç edilme şantajıyla zorlandıkları ve düşmana satılmış olarak onursuzlaştırıldıkları faydasız “özeleştirilerin” muazzam hatırası tarafından işaret edilmektedir; bu tür rezillikler ve saçmalıklar, daha az kutsal ve burjuva olmayan “rehabilitasyonlar” yöntemiyle asla onarılmamıştır. Bu tür yöntemlerin giderek daha fazla kötüye kullanılması, oportünizmin son dalgasının feci zafer yolunu işaret etmektedir.

8. Kendi organik eyleminin gereklilikleri nedeniyle ve tüm kişiselcilik ve bireyciliği aşan ve geride bırakan kolektif bir işlev sağlamak için, parti, üyelerini yaşamını oluşturan çeşitli işlevler ve faaliyetler arasında dağıtmalıdır. Bu tür işlevlerde yoldaşların rotasyonu, burjuva bürokrasilerindeki kariyerlere benzer kurallarla düzenlenemeyecek doğal bir olgudur. Partide, üyelerinin daha prestijli pozisyonlar ve daha yüksek bir kamu profili için yarıştığı rekabetçi sınavlar yoktur; bunun yerine hedeflerimize organik olarak ulaşmayı amaçlıyoruz. Bunun burjuva işbölümünü taklit etmekle bir ilgisi yoktur, daha ziyade karmaşık ve eklemli parti organının kendisini doğal olarak işlevine uyarlaması söz konusudur.

Tarihsel diyalektiğin tüm savaşan organizmaları düşmanın tekniklerini kullanarak saldırı araçlarını geliştirmeye yönelttiğini iyi biliyoruz. Bu nedenle, silahlı mücadele aşamasında komünistler, ortak eylem için en iyi sonucu sağlayacak kesin hiyerarşik şemalara sahip bir askeri örgüte sahip olacaklardır. Böyle bir gerçek, askeri olmayanlara da atıfta bulunarak, her partinin faaliyetinde gereksiz yere taklit edilmeyecektir. Talimatların aktarımı kesin olmalıdır, ancak burjuva bürokrasisinin bu dersi, işçi organizmaları içinde benimsendiğinde bile nasıl yozlaştırılabileceğini ve dejenere edilebileceğini bize unutturamaz. Partinin organikliği, her yoldaşın yukarıdan gelen talimatları iletmek üzere özel olarak atanmış bir başka yoldaşta parti biçiminin kişileştiğini görmesini gerektirmez. Partiyi oluşturan moleküller arasında böyle bir aktarım her zaman aynı zamanda çift yönlüdür; ve her bir birimin dinamiği bütünün tarihsel dinamiğiyle bütünleşir. Örgütsel formalizmlerin hayati bir neden olmaksızın kötüye kullanılması her zaman bir kusur, şüpheli ve aptalca bir tehlike olmuştur ve olacaktır.

9. Bir azınlık sınıfının tekelini esrarengiz hale getiren ve gizleyen, insanların hakkı olarak özel mülkiyet mitiyle mevcut tarihsel üretim biçimi olan kapitalizm, yapılarının düğümlerini ve evriminin aşamalarını – ve bugünün evrimini – artan şöhretli büyük isimlerle işaretlemeye ihtiyaç duyuyordu. Uğursuz tarihi isyancıların omuzlarında bir boyunduruk gibi ağır duran burjuvazinin uzun çağında, başlangıçta en cesur ve en güçlü adam büyük ün kazanır ve azami güçlere talip olurdu; bugün, bu baskın küçük burjuva cehaletinde, kirli tanıtım yöntemi sayesinde önemli hale gelenler belki de en korkak ve zayıf olanlardır.

Partinin zor görevlerinden biri de, tanınmış kişilerden kaynaklanıyormuş gibi görünen hain dürtüden ve amaçlarına ve zaferlerine ulaşmak için başka büyük isimler aracılığıyla aptalca bir şöhret ve tanıtım üretmenin aşağılık işlevinden kendisini sonsuza kadar kurtarma çabasıdır. Parti, çeşitli dönemeçlerinin her birinde, geleceğin toplumunun gerçek beklentisi olduğunu düşünerek, böyle bir sonuç için cesurca ve kararlılıkla mücadele etme kararında asla tereddüt etmemelidir.

Risorgano i Sindacati di Classe - Punti fermi della Sinistra Comunista Pt.1

Riproponiamo ai proletari, ai quali la crisi avanzante fa toccare con mano l’infeudamento delle loro organizzazioni di difesa economica agli interessi dello Stato e della economia capitalistica, la classica impostazione, l’unica sulla linea del marxismo rivoluzionario, data dal Partito alla questione sindacale. Questa impostazione si fonda sui seguenti cardini, che risultano chiari da tutti i testi che seguono:

1) I sindacati del secondo dopoguerra, in tutti i paesi capitalistici avanzati, sono sindacati “tricolore”, cioè organizzazioni che antepongono alla difesa delle condizioni economiche e della vita quotidiana degli operai la difesa degli interessi della economia nazionale, dello Stato capitalistico, della democrazia e della pace sociale fra le classi. Sono cioè organismi inadatti e inadeguati anche alla pura e semplice difesa dei bisogni immediati dei proletari. Di questi sindacati, comunque si etichettino, i proletari non hanno nulla da difendere e nulla da salvare.

2) La dinamica di questi organismi “tricolore” seguita ininterrottamente a svolgersi nel senso della loro sempre più completa inserzione negli ingranaggi dello Stato borghese, anche in senso organizzativo e giuridico formale. Questa loro traiettoria, che li condurrà a divenire anche formalmente delle semplici appendici della macchina statale, si svolge a gradi diversi nei diversi paesi, ed è irreversibile se non interviene la ripresa della lotta di classe del proletariato.

3) Di fronte a questa constatazione, non di oggi, ma di venticinque anni fa, non basata su avvenimenti contingenti, ma su una corretta analisi marxista del divenire capitalistico, che le vicende odierne non fanno che confermare, il Partito non trae la deduzione di abbandonare il lavoro in questi organismi. In queste organizzazioni e fuori il Partito ha il compito di prospettare ai proletari la necessità del risorgere di associazioni economiche di classe, cioè di organismi operai per la conduzione delle lotte economiche che siano libere da influenze statali e borghesi.
     Questa resurrezione sarà il frutto del ritorno della classe sul terreno della difesa almeno dei suoi più elementari interessi economici, col metodo della lotta di classe, contro la pressione del Capitale.
     Potrà esprimersi in due sensi: o nella riconquista, “magari a legnate”, dei sindacati attuali, riconquista che non può significare soltanto cambiamento di uomini alla direzione, ma decisivo rovesciamento di tutta la politica attuale in tutti i campi dell’attività e della stessa forma organizzativa dei sindacati; o ex novo, cioè attraverso la ricostituzione da parte dei proletari lottanti di organizzazioni economiche per la lotta immediata (al di fuori e contro le organizzazioni attuali). Queste due possibilità non sono determinabili a priori: il prevalere dell’una piuttosto che dell’altra, o di ambedue contemporaneamente, dipende dal reale svolgimento della lotta di classe e non da esercitazioni volontaristiche.

4) Uno degli elementi di distinzione del Partito di classe da tutti gli infiniti circoli e gruppetti è la prospettiva del risorgere delle organizzazioni economiche di classe, come prodotto della ripresa della lotta proletaria e come terreno necessario e indispensabile, non solo alla conduzione da parte del Partito della lotta rivoluzionaria per il potere, ma anche per qualsiasi notevole rafforzamento dell’influenza del Partito sulle masse proletarie. Senza la nascita generalizzata di organismi economici di classe, non solo non ci sarà la rivoluzione e la conquista del potere, ma non ci sarà nemmeno il reale, necessario rafforzamento in modo autonomo del Partito e della sua influenza sulla classe.

5) Questo dicono tutti i nostri testi da 25 anni a questa parte. Questo abbiamo sempre detto ai proletari. Chi in questa prospettiva non concorda, chi sogna traumi che porterebbero la classe operaia all’assalto rivoluzionario direttamente, e per chissà quale magìa, il Partito forte alla testa delle masse e alla conquista del potere; chi, peggio di tutti, afferma che non si possono prevedere le forme della futura ripresa di classe è naturalmente “libero di seguire qualunque strada che dalla nostra diverga”. Basta che non si richiami alla tradizione della Sinistra Comunista e del Partito Comunista Internazionale, che non scempi, alla maniera stalinista, i nostri testi, che non falsifichi ciò che il Partito ha sempre affermato: perché si abbia la ripresa della lotta rivoluzionaria, perché il Partito possa rafforzare la sua influenza sulla classe proletaria, e pervenire a dirigerla nella battaglia finale; perché gli operai stessi possano difendere efficacemente le loro condizioni di vita contro il padronato, lo Stato borghese e i suoi lacchè opportunisti, è necessaria la ripresa delle lotte sul terreno economico e sociale e la rinascita dei sindacati di classe!

* * *

Dai testi della Sinistra

Piattaforma politica del Partito (1945)

«12) In prima linea tra i compiti politici del partito è il lavoro nell’organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Deve essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio fra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati, e strumenti passivi degli interessi del padronato.
La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie, di cricche extra-proletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali quanto nelle zone rurali proletarie furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie.»

Il corso storico del movimento di classe del proletariato (1947)

«Nello stadio imperialistico il capitalismo, come cerca di dominare in una rete centrale di controllo le sue contraddizioni economiche e di coordinare in una elefantiasi dell’apparato statale il controllo di tutti i fatti sociali e politici, così modifica la sua azione nei riguardi delle organizzazioni operaie. In un primo tempo la borghesia le aveva condannate, in un secondo tempo le aveva autorizzate e lasciate crescere, in un terzo tempo comprende che non può né sopprimerle né lasciarle svolgere su piattaforma autonoma, e si propone di inquadrarle con qualunque mezzo nel suo apparato di Stato, in quell’apparato che, esclusivamente politico agli inizi del ciclo, diventa nell’età dell’imperialismo apparato politico ed economico al tempo stesso, trasformandosi lo Stato dei capitalisti e dei padroni in Stato-capitalista e Stato-padrone. In questa vasta impalcatura burocratica si creano dei posti di dorata prigionia per i capi del movimento proletario. Attraverso le mille forme di arbitrati sociali, di Istituti assistenziali, di Enti con apparente funzione di equilibrio fra le classi, i dirigenti del movimento operaio cessano di essere poggiati sulle sue forze autonome, e vanno ad essere assorbiti nella burocrazia dello Stato…

Lo stesso movimento di organizzazione economica del proletariato verrà imprigionato, esattamente con lo stesso metodo inaugurato dal fascismo, ossia con il tendere verso il riconoscimento giuridico dei sindacati, che significa la loro trasformazione in organi dello Stato borghese. Riuscirà palese che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista (laburismo in Inghilterra, economismo in Russia, sindacalismo puro in Francia, sindacalismo riformista alla Cabrini-Bonomi e poi Rigola-D’Aragona in Italia) coincide sostanzialmente con quello del sindacalismo fascista, del corporativismo di Mussolini, e del nazional-socialismo di Hitler. La sola differenza è che il primo metodo corrisponde ad una fase in cui la borghesia pensa soltanto alla difensiva contro il pericolo rivoluzionario, il secondo alla fase in cui, per il grandeggiare della pressione proletaria, la borghesia passa all’offensiva. In nessuno dei due casi essa confessa di fare opera di classe; ma proclama sempre di voler rispettare il soddisfacimento di certe esigenze economiche dei lavoratori, e di voler attuare una collaborazione di classe…»

Le scissioni sindacali in Italia (1949)

«I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio, e si svolsero nel sindacato di Stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione.

Questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono monosindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia.

[…]

Le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro, col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il procedere sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo.

Gli effetti, in un paese vinto, e privo di autonomia statale posseduta dalla locale borghesia delle influenze dei grandi complessi statali esteri, che si punzecchiano su queste terre di nessuno, non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anche essa una organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini.»

Partito rivoluzionario e azione economica (Aprile 1951)

«I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese.

[…]

Anche dove, dopo la Seconda Guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe.

Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista.

[…]

Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamenta li fattori: 1) un ampio e numeroso proletario di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.

[…]

Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori.»

Teoria ed azione nella dottrina marxista (1951)

«4. Secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale, il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie è una delle condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, insieme alla pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione e alla giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico.

5. Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell’azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto, tolleranza, assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa proletaria e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono risorgere nella fase di avvicinamento della rivoluzione.»

Tesi caratteristiche del Partito (1952)

Parte II – Compito del Partito Comunista

«6. Il marxismo ha vigorosamente respinta, ogni volta che e apparsa, la teoria sindacalista, che dà alla classe organi economici nelle associazioni per mestiere, per industria o per azienda, ritenendoli capaci di sviluppare la lotta e la trasformazione sociale.

Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato.»

«7. Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d’industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme d’organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse.»

[…]

Parte IV – Azione di partito in Italia e altri paesi al 1952

«11. – Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse.
Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto d’interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito, mentre riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, mai vi rinuncia e, dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità virtuale e statutaria di attività autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso.»

Prefazione alle «Tesi caratteristiche » ripubblicate in opuscolo (1962)

«… Al punto 6, mentre è condannata ogni teoria sindacalista, è affermata la necessità della presenza e della penetrazione del Partito nei sindacati con uno strato organizzativo generale sindacale comunista come condizione non solo della vittoria finale, ma di ogni avanzata e successo. Al punto 7 tanto è ribadito, e si condanna la concezione limitata e locale delle lotte economiche cara ai traditori…»

Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale (1965)

«– Prima di lasciare l’argomento della formazione del partito dopo la seconda grande guerra, è bene riaffermare alcuni risultati che oggi valgono come punti caratteristici per il partito, in quanto sono risultati storici di fatto, malgrado la limitata estensione quantitativa del movimento, e non scoperte di inutili geni o solenni risoluzioni di congressi “sovrani”.
Il partito riconobbe ben presto che, anche in una situazione estremamente sfavorevole e anche nei luoghi in cui la sterilità di questa è massima, va scongiurato il pericolo di concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico. La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre e senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse e anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti con le nostre. È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, e il partito aborre dalle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di mettere piede in quegli ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono. In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé una attività notevole in questo senso, sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori almeno statisticamente.
È importante stabilire che, anche dove questo lavoro non ha ancora raggiunto un apprezzabile avvio, va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento coll’esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni, che per il marxista è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici.
Altrettanto erroneo sarebbe suddividere il partito o i suoi aggruppamenti locali in compartimenti stagni che siano attivi solo in uno dei campi di teoria, di studio, di ricerca storica, di propaganda, di proselitismo e di attività sindacale, che nello spirito della nostra teoria e della nostra storia sono assolutamente inseparabili e in principio accessibili a tutti e a qualunque compagno.»

Abbasso il parlamento, abbasso la democrazia!

L’ASTENSIONISMO DELLA SINISTRA

Il nostro astensionismo parlamentare è ormai vecchio più di 50 anni. «O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale». Questa l’alternativa che ponemmo, negli anni della rinascita del movimento rivoluzionario, al vecchio P.S.I., ormai incancrenito nell’azione legalitaria e riformista. La ripetemmo a Lenin al II Congresso dell’Internazionale Comunista. Partivamo da identiche premesse: «Il parlamento borghese è una macchina che serve a un pugno di sfruttatori per schiacciare milioni di lavoratori» (Lenin), e tendevamo agli stessi obiettivi: distruzione del parlamento come di ogni altra istituzione del potere borghese.

«Il comunismo nega dunque il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo. Perciò si può parlare soltanto di utilizzazione degli istituti statali borghesi ai fini della loro distruzione. In questo e soltanto in questo senso è lecito porre la questione». (Tesi di Lenin-Bucharin sul parlamentarismo).

La divergenza verteva sul tema tattico: partecipazione o meno ai parlamenti. La Centrale considerava il parlamentarismo strumento utile ai fini dell’organizzazione rivoluzionaria, qualora i partiti comunisti fossero stati capaci di svolgere una azione in parlamento che in ogni momento tendesse a screditarlo di fronte agli occhi degli operai, a smascherare la sua vera funzione di classe. Noi della Sinistra italiana invece, considerando che il più grosso ostacolo alla ripresa del movimento rivoluzionario erano le tradizioni e i partiti politici della democrazia borghese e le propaggini che attraverso il socialismo della II Internazionale legavano questa alle masse operaie, affermammo invece indispensabile il troncare ogni contatto tra il movimento comunista e gli organi rappresentativi borghesi.

Non consideravamo allora questo punto della tattica principio permanente, cioè valido in ogni fase della lotta. Riconoscemmo infatti che: «Nel periodo in cui nel movimento internazionale del proletariato la conquista del potere non si presentava come una possibilità vicina e non si poneva ancora il problema della preparazione diretta alla dittatura proletaria, la partecipazione alle elezioni e all’attività parlamentare poteva ancora offrire delle possibilità di propaganda, agitazione critica» (Dalle Tesi della Frazione astensionista).

Fu il periodo storico apertosi nel dopoguerra con la Rivoluzione russa, con il primo esempio di dittatura proletaria e con la costituzione della nuova Internazionale in opposizione al socialdemocratismo dei traditori, che ritenemmo ponesse per la prima volta e drasticamente la questione della incompatibilità tra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale. I comunisti avrebbero dovuto condurre l’agitazione per il boicottaggio delle elezioni da parte dei lavoratori; lo richiedeva la chiarezza della propaganda non meno che l’efficacia della preparazione all’assalto finale.

«La pratica ultra parlamentare dei partiti socialisti tradizionali ha già troppo diffuso la pericolosa concezione che ogni azione politica consista nelle lotte elettorali e nell’attività parlamentare. D’altra parte, il disgusto del proletariato per questa pratica di tradimento ha preparato un terreno favorevole agli errori sindacalisti e anarchici, che negano ogni valore all’azione politica e alla funzione del Partito. Perciò i Partiti Comunisti non otterranno mai un largo successo nella propaganda del metodo rivoluzionario marxista, se non poggeranno il lavoro diretto per la dittatura del proletariato e per i Consigli operai sull’abbandono di ogni contatto con l’ingranaggio della democrazia borghese». (Dalle Tesi della Frazione astensionista).

Dunque il nostro non fu un antiparlamentarismo per motivi «estetici» o di «principio» come per gli anarchici, né lo considerammo una condizione irrinunciabile nella nostra adesione all’Internazionale Comunista, tanto è vero che accettammo e traducemmo in atto, in modo non semplicemente accademico, le Tesi di Lenin, dando all’Internazionale uno dei pochi esempi di vero parlamentarismo rivoluzionario.

Oggi il nostro astensionismo, nei paesi in cui rimane all’ordine del giorno solo la univoca rivoluzione proletaria, è divenuto principio tattico permanente e irrinunciabile. È il bilancio tratto dagli avvenimenti che seguirono, che ci permette di escludere definitivamente il parlamentarismo come possibilità tattica per il movimento comunista.

Vediamo infatti oggi come oltre alle numerose «défaillances» nell’applicazione del parlamentarismo rivoluzionario, la mancata adozione dell’astensionismo marxista nel 1920, abbia pesato sugli sviluppi del movimento rivoluzionario negli anni in cui, 1925-1927, si giocavano le sorti dell’Internazionale di Lenin.

Al II Congresso la Sinistra aveva sottolineato come l’insistere nella prassi parlamentare, nel delicato periodo di formazione dei partiti comunisti, minacciasse di ritardare o indebolire il necessario processo di selezione delle sane forze comuniste e proletarie dall’incancrenito democratismo della destra e del centro. Lo consideravamo un salutare reagente, un catenaccio mille volte più efficace di qualunque condizione di ammissione, per i giovani partiti comunisti di fronte all’assalto del riformismo e della socialdemocrazia.

Il rifiuto dell’astensionismo fu così duramente pagato negli anni della degenerazione; di fronte agli sbandamenti e alle deviazioni del partito russo, i giovani partiti di occidente non ebbero nessuna capacità di reazione, gonfi come erano di riformisti nascosti dietro l’accettazione formale dei 21 punti, momentaneamente silenziosi, ma pronti a tornare in scena man mano che l’astro della «via nazionale al socialismo», cioè della nuova ondata opportunistica, revisionista, controrivoluzionaria, saliva all’orizzonte.

Che, dopo di allora, niente sia rimasto in piedi del parlamentarismo rivoluzionario di Lenin nei partiti che ancora si dicono comunisti, non occorre nemmeno spendere tempo a dimostrare. In parlamento essi ci sono e ci restano, né lo nascondono, non per distruggerlo, ma per tenerlo in piedi, casomai dovesse crollare. È così che l’ammonimento nostro del 1920, che poteva allora apparire dettato da «pure considerazioni teoriche», oggi è divenuto carne e sangue della storia.

ASTENSIONE ANCHE OGGI

Ma qualche cosa di più è intervenuto a confermare oggi il nostro astensionismo.

Nella stessa misura in cui i partiti dell’Internazionale si imbevevano di «cretinismo parlamentare», la borghesia si toglieva anche l’ultima foglia di fico, disperdendo i suoi parlamenti, come in Italia e in Germania, o altrove esautorandoli di fatto.

È questo un fenomeno tipico dell’epoca imperialistica, l’epoca del predominio del capitale finanziario, che si riflette nelle forme politiche del regime capitalistico, nel senso di un sempre maggiore accentramento del potere nelle mani di una direzione unitaria al vertice di una struttura statale potente e fortemente centralizzata.

La stessa borghesia rinuncia ora alla sua libertà, al suo diritto di governare, e demanda il potere supremo di conduzione dell’ordine capitalistico ad una macchina che sembra così librarsi al di sopra della società e delle classi e prendere a camminare per suo proprio conto.

È questo il totalitarismo di stato, quello che noi abbiamo chiamato il «metodo fascista».

La democrazia perde qui qualsiasi contenuto reale, ma rimane come soporifera droga da somministrare ai proletari. Vittoriosa in guerra sul fascismo essa sopravvive infatti in forza dell’adozione non solo integrale, ma centuplicata, del metodo fascista, che è poi l’altra faccia del dominio totalitario delle grandi potenze imperialistiche alla scala del mondo.

Ricordiamo ciò che scrivemmo a questo proposito alla fine della seconda guerra mondiale sul nostro organo Prometeo: «La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l’impiego su vastissima scala dell’imbonitura democratica, il mondo capitalistico avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, l’integrità e la continuità storica delle sue possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo nei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito.

Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l’impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla II guerra imperialistica con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli stati vinti.

Questa verità fondamentale, più che essere il risultato di difficili e apparentemente paradossali analisi critiche, ogni giorno di più si manifesta nel lavoro di organizzazione per il controllo economico, sociale, politico del mondo».

In questo quadro cadono anche le premesse su cui si fondavano le tesi di Lenin e che la Sinistra confermò nella replica del suo rappresentante, cioè che nel parlamento si riflettessero le crisi e le contraddizioni della società. In realtà i parlamenti allora esistevano e operavano, non poteva essere ignorata la loro presenza.

I parlamenti risorti nel dopoguerra non sono invece più nulla «neanche un microfono, e l’aula ha da tempo cessato di essere il teatro di grandi battaglie non diciamo di principio, ma anche soltanto oratorie; è il regno della ordinaria amministrazione».

Dicemmo questo nel 1953, in occasione della campagna contro la «legge truffa», ribadendo che per noi l’unica truffa consisteva nel far credere ai proletari che vi fosse da difendere la vitalità delle istituzioni rappresentative della democrazia.

«Il cadavere ancora cammina, sì; ma solo come specchietto per le allodole proletarie. Se queste, per ipotesi assurda, scomparissero dal cielo tempestoso della società borghese, anch’esso sparirebbe senza che nessuno si accorgesse della sua scomparsa, perché la macchina statale gira per conto proprio e i costi di manutenzione di Montecitorio e di Palazzo Madama non entrano nel suo bilancio che come «faux frais» della conservazione sociale. I suoi puntellatori socialisti e «comunisti» non hanno neppure più le giustificazioni che di là «si parli alle masse»: la voce, là dentro, si spegne prima ancora di uscire dalle labbra (delicate labbra, del resto) di chi l’articola. Il baraccone ha il solo compito di fare atto di presenza: la sua funzione si riduce ad «essere lì», cadavere che ingombra la strada alla ripresa di classe proletaria… Il partito di classe, il partito rivoluzionario marxista, non ha che da prenderne atto…»

Nel 1920 dicemmo che l’adozione del «parlamentarismo rivoluzionario», specie nei paesi a capitalismo avanzato, era pericoloso; oggi, il bilancio di lunghi decenni ci autorizza a dire che a prescindere dalle buone intenzioni, ritentarlo sarebbe disfattista: equivarrebbe coscientemente o no, a ridare parvenza di vita a ciò che la storia stessa, con nostra somma gioia, ha ucciso; significherebbe restituire ossigeno a quello che la borghesia – smentendosi e dando ragione a noi – ha mostrato essere soltanto una larva.

Volga le terga per sempre, il proletariato, all’ignobile teatro dei pupi, e cerchi l’ossigeno delle grandi battaglie passate e avvenire – per dirla con Trotzki – laddove è solo possibile respirarlo: fuori da quelle mura, sulle piazze!» (dal nostro testo «O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale»).

IL TEATRO DEI PUPI: IL PARLAMENTO

Oggi dopo venti anni, il cadavere imbalsamato, riverniciato, puntellato con mille cure da borghesia e opportunismo «ancora cammina» mentre attorno alla sua bara scompostamente si agitano borghesi stanchi della veglia e pronti a riproporre il governo forte, ed opportunisti specialisti in rianimazione che giurano sulla sua forte fibra. Che il cadavere sia un cadavere sono però gli stessi ideologi della classe dominante a constatarlo, essi che per primi gemono sul divorzio fra «paese reale» e «paese legale», sulla schiacciante preminenza dell’esecutivo sul legislativo, sulla soffocante «dittatura» della «classe politica» e dei suoi partiti, sulla riduzione dei molto onorevoli deputati e senatori a burocrati stipendiati, a managers dell’impresa statale, a ombre di quella che si presume sia la loro «storica» funzione.

I «bollettini medici» si susseguono contraddittori: l’ultimo in ordine di tempo proviene, non dal solito rozzo «fascista», ma da professoroni di Università, come riferisce con sorrisetto voltairiano Vittorio Gorresio, antiparassitario di marca Agnelli.

Sulla Stampa del 2 luglio ’74, prendendo spunto dal digiuno del segretario radicale Pannella (a proposito questi preti laici si stanno comportando peggio dei propri colleghi in nero) e delle sue tribolazioni per farsi ricevere come si conviene ad ogni democratico, dal presidente Leone, lamenta che finché non si avrà, da parte del potere, maggiore rispetto e considerazione per chi veramente crede nel parlamento e nella democrazia, sempre maggiore sarà la sfiducia nei confronti delle istanze rappresentative e popolari.

La prova sta nel fatto che accademici del peso di Giuseppe Galasso e Nicola Matteucci, benemeriti democratici, discutendo del cosiddetto «modo italiano di governare» hanno messo in risalto la scarsa «vitalità» del parlamento (ottimisti, dopotutto!). Matteucci in particolare ha affermato che il parlamento «un tempo sede dei grandi dibattiti di politica interna ed estera, oggi non è che il luogo in cui si registra notarialmente l’amministrazione della società».

Nonostante lo sfumato sociologismo di moda, risulta chiaro che il parlamento non decide un bel niente, ma si limita a ratificare, per la platea, le scelte del capitale e dei suoi «grands commis».

Tanto più evidente risulta questa funzione, quando, come nella situazione attuale, più aperta si manifesta la crisi economica e politica della dominazione borghese: nei momenti difficili gli amministratori delegati del capitale non possono perdere tempo nelle lungaggini della logorrea parlamentare: per quanto si affannino a dimostrarsi «democratici» e rispettosi del cosiddetto «pluralismo di opinioni e di interessi», non possono sottrarsi alla durezza dei fatti che dettano e alla necessità di interventi decisi immediati, capaci comunque di tamponare le falle che ormai si moltiplicano nella traballante barca.

E questo lo sanno anche gli addetti alla sala di rianimazione: non fanno infatti a tempo a protestare contro l’andazzo dei «decreti legge» o a convertire in legge l’ennesimo, che già il «governo ladro» ne sta preparando un altro. Basta sentire lo sfogo di Rinascita del 19 luglio ’74: «Le decisioni assunte dal governo sono in parte inaccettabili sotto il profilo costituzionale e ‘inique’ (la solita proudhonata) per il loro contenuto economico e sociale. Innanzitutto siamo dinanzi ad una pericolosa estensione dell’uso dei decreti legge». L’articolo 77 della costituzione reca: «il governo non può senza delegazione delle Camere emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando in casi di straordinaria necessità e di urgenza il governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione, alle Camere». Prosegue la lagna sostenendo che nel caso dei decreti per l’economia non sempre sono ravvisabili gli estremi della necessità e dell’urgenza.

Per parte nostra dobbiamo ricordare a questi petulanti opportunisti che la «pericolosa estensione dei decreti legge» non è un fatto nuovo, ma è la prassi del «modo di governare», per usare il loro stesso linguaggio, non solo italiano, ma del capitale in generale. Ci sappiano dire questi frati zoccolanti quando, nell’epoca imperialistica, i parlamenti sono stati chiamati a decidere qualcosa che non fosse già stato deciso alle loro spalle! È vero che «un tempo il parlamento era il luogo di grandi dibattiti di politica interna ed estera», come dice il Matteucci, ma di grazia si deve avere la faccia tosta di dire in quale tempo. Per noi questo tempo è passato da quando il fascismo si è affermato in Italia e in Germania e i cosiddetti vincitori del fascismo furono costretti ad adottarne i metodi.

Dobbiamo infatti ricordare a questi signori che mentre in Italia, anello più debole della catena imperialistica insieme a Germania e Russia, si affermava il fascismo, governo forte della borghesia in funzione antioperaia, nei paesi «democratici, a regime parlamentare», usciti vincitori dalla spartizione della preda, si riuscì a salvare la faccia e a conservare le «gloriose istituzioni» a colpi di decreti legge, guarda caso. Ed allora cosa ci vengono a raccontare con la storia del pericoloso modo di governare all’italiana. È una vecchia solfa e noi l’abbiamo imparata una volta per tutte.

Il bello è che questa volta non si tratta di paventare l’esautoramento del parlamento come anticamera del fascismo, perché quest’ultimo, presuntamente battuto dalla resistenza, non è morto, anche se la riesumazione del cadavere ha annebbiato con i suoi nauseabondi miasmi la mente di troppi, proletari e non. E non staremo certo a far polemiche sulla riabilitazione dei fascisti da parte di Togliatti ministro della giustizia, perché il problema è ben più vasto, e complesso, e storico. Palmiro non poteva fare che quello che fece!

Fanno eco al partitaccio democratico e parlamentare, principale puntellatore e partner nella macabra danza che sappiamo, gruppi e gruppuscoli che si fregiano, non a caso, del titolo di extraparlamentari, la cui aspirazione somma è di poter penetrare nelle aule rappresentative, magari, sulla scia di Pannella, a colpi di digiuno! (non sapendo di favorire, tra l’altro, i deprecati decreti legge sull’economia, la cui preoccupazione più forte è quella di riuscire ad abituare l’asino a non mangiare. Altro che lotta contro l’autoritarismo, qui si tratta di connivenza!). Che cosa lamentano infatti i gruppetti «a sinistra» del PCI? Che manca la democrazia, che di parlamenti ce ne sono pochi, specialmente di quelli aperti agli smaniosi aspiranti. O piangono che le drastiche regole del gioco li tengono fuori, condannati alla dispersione e ai quorum irraggiungibili nelle sagre elettorali.

Contro tutto questo sottobosco non abbiamo che da riproporre il nostro ormai storico ed irrinunciabile antiparlamentarismo, perché l’esperienza ha dimostrato a sufficienza che il cadavere sta in piedi, come nella macabra danza tibetana, solo perché sorretto dalla giovane forza del proletariato che ha tutto da perdere in questo abbraccio e nulla da guadagnare. Il nostro antiparlamentarismo, legato, nel 1920, alle esigenze immediate della mobilitazione sul terreno rivoluzionario del proletariato in lotta e alla necessità di una irrevocabile separazione del partito comunista dai metodi socialdemocratici, è oggi per legge dialettica una posizione irrinunciabile, contro tutte le contraffazioni, fossero pure i plebisciti, i referendum ed altri specchietti per le allodole che, a quanto pare, servono ancora. Tutto questo perché non riteniamo che si debba tenere in piedi un morto, quando perfino borghesi «razionalisti e progressisti» riconoscono che dalla sua bocca non escono più dibattiti e decisioni, ma registrazioni meccaniche, tardive e notarili. Il cadavere ancora cammina, ma i fatti stessi si incaricano, come abbiamo visto, di dimostrare ogni giorno di più che cadavere è e rimane.