In linea con la tradizione della Sinistra Comunista, di fronte alla pretesa del grande opportunismo marca P.C.I. e dell’insulso gruppettame extraparlamentare di opporre al cosiddetto «risorgente» pericolo fascista più democrazia, più partecipazione, più libertà, assolutamente controcorrente, contro tutti come è nei compiti primari del partito comunista nelle fasi sfavorevoli al proletariato nella storica lotta di classe, ribadiamo le nostre classiche tesi sulla tattica.
In una lettera del comitato centrale della frazione di sinistra a Trotsky del giugno 1929, a chiarimento della nostra posizione in ordine alla questione della lotta di una auspicata opposizione di sinistra alla degenerazione di Mosca, riconfermavamo le tesi fondamentali ed irrinunciabili perché fosse possibile mantenere le basi per una ripresa della lotta, non tanto o semplicemente contro l’aborrito fascismo, divenuto ormai «realtà in sé» per lo stesso Trotsky, ma contro il capitale in tutte le sue articolate manifestazioni. Dopo aver riaffermato che non era possibile illudersi di costituire una piattaforma comune di opposizione allo stalinismo senza aver approfondito le cause della degenerazione della Russia come Stato del proletariato, sottolineando che «i destini di questo Stato e delle sue ripercussioni per la rivoluzione mondiale dipendevano unicamente dal fatto che la politica svolta dal partito russo e dall’Internazionale fossero orientate verso le stesse idee che trionfarono alla fondazione dell’Internazionale e che costituivano ormai un crimine contro il partito» – ed aver riaffermato di aver combattuto l’opinione secondo la quale la burocrazia sovietica avrebbe dovuto rappresentare una classe, perché crediamo che l’insegnamento di Marx impone di precisare le classi con i rapporti determinati dal meccanismo economico e non dai costumi di certi uomini o dalla politica che essi seguono -, di fronte alle proposte di mettersi ad un comune lavoro di opposizione e di lotta senza chiudersi in un «astratto monolitismo» (vecchia accusa rivolta alla Sinistra da sempre ed alla quale siamo tetragoni) ribadivamo con fermezza che «restiamo convinti che il II congresso dell’Internazionale non si è sbagliato e che esso ha risolto la questione essenziale del programma da un punto di vista definitivo per il proletariato».
In quanto alla crisi comunista, che potrà durare a lungo, dicevamo di essere disposti a seguirla con attenzione uguale a quella fino ad ora impiegata senza rinunciare alle nostre posizioni sulla natura del partito russo, fino a che non si sarà prodotto uno sconvolgimento.
«Per la nostra situazione italiana particolare noi crediamo molto probabile che la manovra borghese per allontanare la rivoluzione non arriverà allo scopo. Noi siamo convinti che la lotta sarà dura e difficile, che non bisogna farsi illusioni sui risultati immediati, e che solo l’organizzazione della nostra frazione in Italia e la lotta che essa riuscirà a sviluppare, saranno in grado di impedire che la situazione fascista abbia uno sbocco democratico». Riproponiamo a maggior ragione questa classica tesi contro l’insulsaggine delle pretese opportunistiche di sempre che hanno indicato in essa la debolezza e il settarismo della Sinistra. La nostra analisi del fascismo sarebbe stata meccanicistica e «poco articolata» e volutamente si passa in second’ordine la preoccupazione classicamente comunista «che il fascismo abbia uno sbocco democratico». La solfa è ancora la stessa: di fronte ad un non meglio definito «fascismo risorgente», o peggio (si è sentita anche questa!) «ricorrente», opportunismo e borghesia democratica propongono ancora… democrazia! E mancheremmo noi di fantasia.
Che le tesi del Partito comunista d’Italia diretto dalla Sinistra non fossero affatto frutto di disinvoltura o di battute di spirito, sulle quali tanto spirito (esso sì) di cattivo gusto si è fatto sulla pelle dei proletari abbandonati al loro destino o di militanti fedelissimi mandati allo sbaraglio, ma la conseguente applicazione di una concezione tattica niente affatto opinabile e contingente, ma «dettata (è la parola!) dall’organica visione del partito, del suo rapporto con la classe e col movimento complessivo delle contrapposte forze sociali», è dimostrato dalla continuità e dalla difesa di queste posizioni in un arco storico ormai cinquantenario, non per il gusto delle ripetizioni o per cocciutaggine, confermate e verificate dalla spaventosa crisi in cui versa il proletariato ammanettato fisicamente dallo Stato borghese prima col dispiegamento brutale della forza, poi col ripristinato Stato democratico garantito dal massiccio appoggio dell’opportunismo staliniano.
Ci eravamo preoccupati di mettere in guardia militanti e classe dall’illusione di procurare al fascismo uno sbocco democratico: rimanemmo soli e tali siamo rimasti a ribadire le stesse tesi. La nostra posizione è esaltata dal pasticcio pratico ed interpretativo in cui si dibattono i padroni della democrazia nata dalla Resistenza, preoccupati dalle scorribande degli squadristi neri che pensavano di aver definitivamente sbaragliato. Non vollero capire allora e non possono costituzionalmente capire oggi che lo squadrismo nero ha sempre operato nel senso del rafforzamento dell’apparato statale borghese, anche quando dà l’impressione di porsi sul terreno dell’illegalità e della ribellione ai cosiddetti «pubblici poteri». In realtà gli unici eversori reali dello Stato del Capitale siamo e saremo solo noi, i comunisti rivoluzionari: ogni altra posizione, anche se verbalmente fanatizzante porta acqua al mulino borghese, perché manca di un programma politico e si accontenta del beau geste tipico dell’individualismo libertario che niente ha a che vedere col marxismo.
Tutto ciò contro le ciance di storiografi ed «uomini di cultura» che si definiscono di sinistra, specializzati in firme di appelli per farsi pubblicità, veri e propri autori di «gride» che a forza di «gridare», appunto, non si rendono conto che i «bravi» sono sempre più fitti e le loro scorrerie sempre più impunite.
Fa ormai pena la giaculatoria sul «programmatico ottimismo bordighiano», secondo cui il «ritorno all’assolutismo» in Europa sarebbe stato impossibile (vedi Il Ponte – 31 gennaio 1975).
Ecco in che consiste la sempre promessa e mai realizzata analisi «articolata» del fascismo: l’ottimismo della Sinistra non avrebbe capito che il tallone di ferro dell’assolutismo si stava abbattendo sull’Europa! È la bolsa tesi socialdemocratica e traditrice che in nome della «democrazia» contro la «barbarie», in una reazione a catena di vergogne per il movimento socialista, aveva legittimato con Kautsky in Germania l’union sacrée contro i barbari asiatici russi, in Francia la difesa dei sacri principi dell’ottantanove (borghesi e calpestati da tempo!) contro la barbarie teutonica, in Italia un timido ed ambiguo «né aderire né sabotare», tra mille defezioni, in primis dei rivoluzionari della parola alla Mussolini contro il quale solo la Sinistra fu in grado di gridare «boicottiamolo!».
Ed ora ecco il topolino partorito dagli esegeti del fascismo formato 1975. Si stava abbattendo sull’Europa… l’assolutismo!
Per questi c’è sempre un assolutismo da combattere, perché crocianamente ed idealisticamente questo è inestirpabile, è una malattia dello spirito, il cavallo nero che abita dentro di noi. Conosciamo bene questa storia, che ha giustificato la difesa della patria da parte del proletariato contro gli assalti del militarismo, dello zarismo, e che travasatasi e sopravvissuta alla trincea ha scambiato il fascismo per la reincarnazione dell’autocrazia, del reazionarismo feudale e retrivo.
Non un cenno, come è normale, alla considerazione che la democrazia liberale ha spianato la strada a questo tipo di barbarie, con la forza d’urto della polizia e dei carabinieri (non casualmente rafforzati dal democratico antifascista Nitti), con la connivenza degli alti gradi della magistratura e dei cosiddetti «corpi separati dello Stato», la nuova definizione coniata negli ambienti specializzati del grande opportunismo staliniano, che non si capisce se alluda alla necessità dello «Stato forte» (in cui non ci siano corpi separati) o alla tesi gramsciana della possibilità di conquistare secondo la tanto decantata politica del carciofo un corpo per volta.
Tutte queste cose, ma quante!, non avrebbe capito la Sinistra, intestardendosi nella ripulsa di ogni tipo di alleanza o di blocco con movimenti politici estranei o, peggio, richiamantisi genericamente alla classe operaia, magari pronti ad usare la mano armata, la violenza imparata al fronte dove ci si scannava tra proletari, tipo Arditi del Popolo, per ristabilire «l’ordine democratico». Hic Rhodus, hic salta! Allora come oggi. Sta qui la ragione del nostro isolamento, necessario, voluto (non nel senso soggettivo e di coscienza, come si ama dire), ma imposto dalla dittatura del programma comunista, che grava su tutti i militanti, grandi e piccoli, dai Lenin ai Trotsky fino al più umile proletario senza nome.
Strette stavano le tesi della Sinistra allora soprattutto a quelli che smaniavano di «articolarsi», ancor più strette appaiono oggi, specie a chi, stanco dell’attesa, in corsa affannosa per colmare il baratro che divide la classe dal partito, è in cerca di «uno spazio politico» (altro termine di moda), nell’agitata ed informe topopolitica piccolo-borghese, radicalizzata a sinistra, ma recalcitrante alla disciplina, non puramente formale o folcloristicamente organizzativa, del programma comunista, distante mille miglia dalle lezioni della lotta di classe, dal ’48 (quello dell’800, sia chiaro) dall’assalto al cielo della Comune di Parigi, dalla vittoriosa guerra civile dei bolscevichi nel 1917.
La preparazione rivoluzionaria non ha niente a che vedere con la cosiddetta «aggregazione» dei sedicenti radicalizzati. Queste operazioni, peraltro difficili a capire perfino nel linguaggio, servono a tutt’altro scopo, a impedire con parole d’ordine democratoidi che l’esercito proletario e quello borghese, sulla spinta di potenti determinazioni materiali, sotto gli occhi di tutti (crisi economica, disoccupazione di massa) si dispongano sul terreno dello scontro frontale, nel quale non siano in gioco brigate raccogliticce o presunti reparti d’assalto, senza quella larga influenza sul proletariato, sulle sue autonome (dallo Stato borghese) organizzazioni di classe, economiche ed intermedie, che la tattica comunista ha sempre indicato come la condizione indispensabile per la guerra aperta, ma eserciti proletari ritornati sul terreno congeniale alla vittoria di classe, e cioè lo scontro aperto contro la dominazione capitalistica. Non si trattava dunque di ottimismo alla napoletana negli anni ’20, ma di lucidità e fermezza: la Sinistra giudicava e dirigeva non come generica avanguardia del proletariato, ma come organo partitico, che deve avere una nozione la più lucida possibile del movimento complessivo e delle forze in campo. La tardiva formazione di partiti comunisti in occidente aveva impedito il successo alla rivoluzione: ciò non consigliava di certo di rimescolare le tardive formazioni rivoluzionarie con i recalcitranti e traditori cacciati a viva forza, ma imponeva il compito di fronteggiare virilmente e con la violenza la dilagante marea fascista, come avvenne con la difesa militare di Novara (centro proletario, lo sappiamo, non c’è bisogno che ce lo venga a ricordare Leonetti), contro ogni proposta di capitolazione mediante patti di pacificazione per ristabilire l’ordine sociale.
Difendere le roccheforti proletarie ancora in piedi, e dove i fascisti temevano di avventurarsi, significava non tanto perdere con onore (non ci interessa, è dal tempo dei signori feudali che non si combatte con onore o per l’onore, ma subdolamente e attraverso imboscate), ma lasciando ai proletari un’impronta di combattività e una lezione di tattica, che comprende anche la ritirata, quando necessario, ma disciplinata e tanto meno coperta da patti che il nemico non può rispettare. Si pretese al contrario di trattare con i fascisti, garanti «galantuomini» dello stampo di Bonomi e delle bonzerie sindacali del tempo, certamente non peggiori di quelle di oggi. La tattica giusta era: impedire che la situazione fascista avesse uno sbocco democratico; la tattica giusta è: impedire che il regime post-fascista abbia uno sbocco più democratico. Definivamo l’impresa «dura e difficile», tale da non permettere «illusioni con risultati immediati».
Evidentemente troppo poco per chi vuol «vedere» la rivoluzione, per chi concepisce il processo rivoluzionario come un palcoscenico dove recitare la propria parte individuale. Allora come ora gli impazienti recalcitrano, vogliono uscire allo scoperto, si illudono di poter opporre una efficace autodifesa operaia in mancanza di un reale movimento di ripresa della classe, delle sue forme, vecchie e nuove, di combattimento aperto contro lo Stato borghese. Significa aver perso il senso delle proporzioni, aver perso la pazienza, che non significa affatto soggezione, dal momento che, come ricordava proprio Trotsky, «è rivoluzionaria».
Non accettammo di riconoscere alleati possibili in socialmassimalisti tardivamente disposti ad aderire all’Internazionale o scapestrati disposti a tutto perché pensavano di aver imparato l’audacia e lo sprezzo del pericolo in trincea. Non potevamo fidarci, venivano da una cattiva scuola, quella del macello tra proletari, non dalla preparazione rivoluzionaria. A maggior ragione non possiamo fidarci oggi di chi non ha nessun motivo per fregiarsi del titolo di ardito del popolo, ma semmai di «cacone del popolo», in secondo luogo perché (altro che meccanicismo che ci si rimprovera) la fase che stiamo attraversando ha fatto dei confusionari massimalisti di allora, dei nemici a tutti gli effetti, armi e bagagli sul fronte della difesa della democrazia, della legalità e della libertà. Nessuno ci seguì sul terreno della lotta, e più dura si fece ed è l’opera di delimitazione contro le mani tese il cui programma è approfondire la democrazia, il terreno più adatto, secondo Lenin, a colpire la borghesia, non certo ad aiutarla a restaurare l’ordine, che è il suo ordine. Da quel momento le contorsioni e le capacità divinatorie dei comunisti-democratici non hanno avuto tregua; con la puntualità più disarmante sono stati sempre smentiti. La caduta del fascismo, attesa dopo lo smarrimento seguito al delitto Matteotti, dopo la crisi del ’29, tardava a venire. E non si dica per la mancata collaborazione della Sinistra, ché eravamo pochi, pochi e sparuti, anzi dispersi dalla schiacciante maggioranza di Lione, rinchiusi già nell’Arca di Noè a contemplare il diluvio!
A maggior ragione oggi, come si fa a diffidare nei nostri confronti, magari «ghiacciatamente», dal momento che siamo proprio 4 gatti, forse quelli salvatisi nell’arca, perito lo stesso grande patriarca? Rimane la lotta dura e difficile, senza immediati risultati, e la indichiamo come unica tattica possibile a chi non crede ai facili miracoli, alle feste schedaiole che durano un giorno e che lasciano per i restanti fatica, sfruttamento e promesse non mantenibili alla classe operaia e a tutti gli sfruttati.
Oggi come mai il capitale scoppia di merci, di cultura e di scienza, eppure borghesia ed opportunismo pretendono di sfuggire all’indigestione proponendo più merci, più cultura, naturalmente pianificate, programmate, razionalizzate (nella loro vuota testa); è una vera e propria dannazione.
«La ricchezza delle società nelle quali domina la forma capitalistica di produzione, si enuncia come una immensa accolta di merci. L’analisi della merce, forma elementare di questa ricchezza, sarà quindi il punto di partenza delle nostre ricerche».
Così esordisce Marx ne Il Capitale, individuando, cartesianamente, la forma semplice, elementare, della società borghese.
A sua volta il capitale, messo crudamente sul banco anatomico dalle mani spietate del proletariato armate del bisturi del materialismo storico e dialettico, si ingegna ad innalzare su questa verità elementare cortine di fumo a base di «linguaggio sublime», sempre più ipocrita quanto più la prassi si fa crassa e schifosa.
L’«immensa accolta di merci» è l’ingombrante cadavere che il capitale trova davanti a sé, è il suo proprio limite, contro il quale non valgono moralismi, belati alla fratellanza, alla solidarietà, all’uguaglianza. Niente, nel modo di produzione capitalistico può sfuggire alla condanna di diventar merce, né la fede, né il sentimento, né gli affetti più o meno zuccherati.
Come nelle mani del re Mida tutto diventa oro, tutto nelle mani della società anonima del Capitale diventa merce, merce da scambiare a tutti i costi perché si tramuti nel vile denaro, sempre più irrimediabilmente carta straccia, che alimenti la riproduzione allargata del ciclo produttivo: se la merce, oltre al suo valore di scambio, la sua connotazione essenziale, conserva ancora un certo valore d’uso, è ormai un mero accidente, capace in fin dei conti di avvelenare in qualche modo l’esistenza dei produttori, specialmente quando si tratta della merce più «sublime», tipo tempo libero, cultura, elevazione dello spirito ecc..
Non sfuggono a questa condanna quelle realtà che l’ideologia borghese si sforza di presentare come «valori assoluti», distinti ed indipendenti dalla «prassi vile e plebea», al di sopra della lotta delle classi e degli interessi, bassa cucina con la quale le «anime belle» si illudono di non avere a che fare.
È il caso dell’arte, della cultura, della scienza, considerate riserva di caccia dai moderni chierici, peggiori di quelli chiesastici e feudali, dal momento che fanno di tutto per nascondere la tonsura, per mescolarsi in vili atteggiamenti pecorecci con «il popolo lavoratore», con la classe operaia. Fanno di tutto per mostrarsi «alla mano» ma ci tengono un mondo a rivendicare l’appartenenza alla sola specie di bestie definita «sapiens».
Scrivevamo (Il Programma Comunista, n. 9 del 1953) «perché la nostra specie di bestie è definita «sapiens»? Non certo perché abbiamo vinto alla «Totocreazione» contro l’asino e il pappagallo (rispettabili, vien fatto spesso di pensare, temibili concorrenti). L’uomo è la sola specie vivente che ha scienza, perché ha lavoro. Ma l’arte non sta in un cielo più alto che la Scienza o il Lavoro, sta proprio tra i due. La classica contrapposizione tra le due energie che ci reggono è Natura ed Arte. La specie animale sugge alla sola Natura, la specie Uomo produce sempre maggior parte di quanto lo fa vivere. Produzione è arte. Se la prima bestia a lavorare fosse stato un immortale e sterile Robinson, che non doveva trasmettere ai compagni e successori le regole del suo tagliare certe piante per farsi una palizzata in giro alla capanna, l’arte non sarebbe stata, in quanto solo avrebbe rilevato l’armonia di quella cintura organizzata rispetto al cespuglio in cui si cela lo sciacallo. Perché Arte e Arto sono la stessa parola? Perché non dal cervello e dall’assoluto spirito venne la immisurabile ricchezza delle umane costruzioni, ma dalla mano che prima modificò il ramo e la pietra in vista della ricerca di alimento. Ultimo arriva lo spirito, altissimo parassita di ignoti e millenari sforzi, ebbrezza superba della vita differenziata e collocata sull’altare di miliardi di immolate vittime in semplici umili atti che resero possibile ogni successivo passo, ogni rudimentale conquista, caldo e illuminato di entusiastiche altezze di cui sconciamente si chiama solo generatore, ignaro di quanto costò la prima fisica scintilla scaturita dal fondo delle gelide savane, a dispetto degli dei, e come era difficile a braccia intirizzite trarre dall’attrito di due legni mossi a velocità impossibile la temperatura di accensione. Quanti e quanti millenni dopo si seppe che occorrono 427 chilogrammetri per ogni caloria? Ma quando si datò la gigantesca conquista? Ed ha essa uno stupido nome?
È ben chiaro che una tale deduzione degli ultimi risultati dell’Arte e più dei massimi che non sono proprio gli ultimi, cade contro la censura spietata dei nostri nemici di partito e di classe, e che le loro concezioni si costruiscono col percorso diametralmente opposto…».
È il percorso contorto e problematico che è stato anche definito «lungo viaggio attraverso le sovrastrutture», la classica scorciatoia sui cui dirupi si sono impigliati fior di opportunisti, sicuramente molto più rispettabili di quelli formato 1975 che secondo la moda dominante si distinguono per il loro linguaggio cifrato e sociologico ipocrita e zeppo di «distinguo». Tocca a loro, più ancora che alla grande borghesia, la quale se non altro per quanto putrescente e balorda porta nelle vene sangue di classe, confermare la scultorea constatazione di Marx «più si sviluppano gli antagonismi tra le forze produttive crescenti e più si compenetra di ipocrisia l’ideologia della classe dominante. Più la vita svela la natura menzognera di questa ideologia, più il linguaggio di questa classe si fa sublime e virtuoso. Il capitale negli anni delle «vacche grasse» ha esaltato le virtù del mercato e del «libero gioco delle naturali forze economiche», al momento della immancabile e più profonda crisi del II dopoguerra mondiale scopre le virtù taumaturgiche della «volontà politica», del razionale dominio degli istinti, pretendendo di «demercificare» il grano, il petrolio, illudendosi di dominare i demoni da esso stesso evocati a colpi di Ukase, di esorcismi per i quali si stanno scomodando tutte le residue chiese volte a riscoprire l’inquietante odore di zolfo del demonio, riverniciato a nuovo ma sempre stranamente presentato nei panni della «sovversione» e dell’inganno. Di fronte ai duri fatti che il terreno materiale dell’economia politica sbatte sulle spalle dei proletari e minaccia la ripresa della lotta di classe, mettendo in risalto quella che un «economista» del campo opportunista ha candidamente definito «la ingovernabilità della forza lavoro», si scimmiottano le presunte scoperte perfino di Mao, a base di «politica al primo posto», di partecipazione, e si rivendica come richiesta capace di svegliare la «soggettività rivoluzionaria» maggior cultura, «ai livelli tecnico-scientifici attuali», fruizione di beni culturali tipo concerti di musica elettronica, ore di studio per i lavoratori rozzi ed ignoranti da erudire e sgrossare, e via di questo passo.
Tutte queste risorse naturalmente vengono presentate come «puri prodotti dello spirito», immuni dal circuito merce-denaro-merce, indipendenti dalla legge del valore.
Ma quando la borghesia è costretta a calare la maschera e a demercificare perfino insostituibili risorse di base come il grano (che principalmente serve a sfamare le famiglie operaie) e il petrolio, che ha fatto versare lacrime a fiumi ai piccolo-borghesi scopritori dell’ecologia e dell’ambiente, allora vuol dire proprio che con la precisione delle scienze naturali, la crescita delle forze produttive non è più contenuta dai vecchi rapporti di produzione, e dunque tanto meno può essere adeguatamente frenata dalle istituzioni politiche borghesi, democratiche o autoritarie, che fanno acqua da tutte le parti. Altro che «politica al primo posto»! Questa è la parola d’ordine democratica ed opportunista che illude la classe operaia promettendole interventi «coscienti e responsabili», proprio mentre si dispiega e si rafforza l’apparato statale e la sia violenza di classe.
L’urto delle forze produttive su vecchi rapporti sociali non risparmia nessuna delle «sovrastrutture», sia di forza che di coscienza. La ieratica è sempre più «illegale» legge si fa spietata quando si tratta di colpire proletari in rivolta e sempre più molle quando si tratta di salvare dall’accusa d’intrigo generali e sbirri assoldati per la repressione di classe. Il cosiddetto «stato di diritto» dimostra di funzionare alla perfezione quando si tratta di proteggere manutengoli di gran lusso che non resistono alla tentazione di fare gli affari loro sfruttando la posizione di «grands commis del capitale», permettendo che raggiungano i lidi dorati di paesi parassiti che vivono di incerti internazionali, e fa la finta di non funzionare quando si tratta di prestar fede ad accordi sottoscritti per pagare quattro baiocchi agli operai defraudati giornalmente di quanto loro spetterebbe, sempre stando alle formule farisaiche della legge. Ma la violenza dei rapporti sociali che si ergono sulla lotta delle classi, come il pretore del diritto romano, non si cura delle quisquilie e svela la mistificazione del diritto con la sua pretesa di regolare la società capitalistica.
I cultori della borghesia illuminata non mancano di evocare i fantasmi della «barbarie» feudale, di auto da fé, di caccia alle streghe ogni volta che la violenza viene dispiegata apertamente, specie quando ciò avviene negli Stati degli altri, pretende di attribuire il tutto a «deplorevoli ritardi di sviluppo», alla mancanza di «cultura», e promette a piene mani più scuole per educare, più ospedali per guarire, più scienza per sapere. Finge di non capire che, al contrario, il marcio e la violenza sono il frutto del capitalismo putrescente, comprese le «atrocità» tribali che vengono perpetrate a danno contadini poveri e di sottoproletari nel cuore dell’Africa, in Etiopia e altrove, comprese le mani mozzate e la «giustizia» amministrata direttamente dal truce Bokassa in aperta piazza per l’esempio di tutti.
Non esiste più, nella fase imperialistica del capitale, vecchio rancore etnico o tribale che non sia subordinato direttamente o indirettamente (cioè in via diplomatica o democratica) alla legge del profitto. Quando la borghesia attribuisce simili guasti ai residui feudali, nel 1975, mentisce spudoratamente, e cerca di nascondere in questo modo la violenza degli apparati statali, dei suoi mezzi di coercizione e di tortura, a petto ai quali i marchingegni del castello feudale, compresi i trabocchetti, sono romanticherie degne d’essere rimpiante. Questa stessa classe che si presentò sulla ribalta della storia come liberatrice e con i meriti di avere spezzato prepotenze e privilegi, inquisizioni e persecuzioni, che aveva avuto il merito di fondare le moderne scienze della natura e della storia, oggi trema davanti alle sue stesse scoperte, e, sul fuoco sprigionato, come è inevitabile, dalla scienza, anche se imprigionata nella camicia di forza del limite capitalistico, getta acqua perché non bruci essa stessa e per assoggettarlo agli interessi della dominazione di classe. Quella borghesia che ha scoperto la scienza del pensiero dialettico, ora si scandalizza del suo stesso genio perché «sotto la sua forma razionate la dialettica diventa scandalo e abominazione per lei stessa, perché nella concezione positiva dell’ordine esistente essa include nello stesso tempo l’intelligenza della sua negazione, della sua necessaria distruzione perché riaffermando il movimento stesso, di cui ogni forma costituita non è che una configurazione transitoria, essa non si lascia fermare da niente ed è essenzialmente critica e rivoluzionaria» (Marx/Engels, L’Ideologia Tedesca).
Ed anche quando sostiene la fine di ogni ideologia, perché velenosa ed astratta, come fa dire ai suoi «ideologi», loro sì imperituri, almeno fino alla abolizione del capitale, ed afferma l’attuale superiorità della «scienza positiva», neutrale e tecnica, non si rende conto che essa stessa «non è mai razionale, od in un certo senso non è borghese, sebbene la borghesia sviluppata e conservatrice sappia presto ridurla in edizioni di classe. La scienza non è che la costruzione spontanea dei risultati della tecnica del lavoro nei suoi procedimenti più vantaggiosi, che è irreversibile in quanto nessuno riuscirà a rinunziarvi per motivi di principio e puramente ideologici. Come il lavoro associato è risorsa che passa oltre ogni frontiera, così lo è la registrazione e descrizione dei processi naturali, una volta rimossi gli ostacoli delle vecchie scuole e cenacoli teologici e non teologici per l’opera della demolizione critica, divenuta abbattimento di poteri statali. Già nel moderno mondo irretito di menzogna ideologica assai più di quello medievale, la tecnica e la scienza della natura non hanno più patria. Non per nulla il Croce le pone fuori della Filosofia, e vuole che questa tenga la umana storia. Quando anche questa sfuggirà alle tenebre del trasumanato spirito, anche la scienza di essa storia non avrà più patria e alla fine non avrà più classe». (da Il Programma Comunista, n. 4 del 1953).
Si scopre così che la stessa «scienza» viene tentata di imbalsamazione o di santificazione al chiuso degli «istituti di ricerca pura», quando al contrario non è che il frutto del lavoro vivo, che nella forma capitalistica di produzione si sente compresso e tende per sua natura a travolgere «torri d’avorio», confini nazionali, di corporazione e di classe. Mentre la borghesia esalta la neutralità della scienza per renderla innocua, un’ultima icona da proporre all’adorazione dei rozzi proletari dopo la ingloriosa fine dell’oppio religioso e dei più vari «valori dello spirito», la teoria rivoluzionaria del proletariato ne coglie la portata dirompente e capace di travolgere il dominio della classe nemica.
Lungi dal riconoscere ad arte scienza e cultura, una vita propria, indipendente dalle contraddizioni di classe, sa riconoscere il loro significato specifico, il loro spessore sociale, la loro potenza dialettica, e dunque non necessariamente e definitivamente asservibili ad una classe e tanto meno neutralizzabili. Ma il giudizio su queste realtà, «sovrastrutture» come le chiama Marx, non può essere improntato al piatto empirismo ed evoluzionismo che si limiti alla constatazione della loro esistenza e si rifiuti di stabilire delle leggi in rapporto alla loro materiale e pratica interazione. Il marxismo consiste in questo: nel riconoscimento storico e incontrovertibile, che «le idee dominanti sono le idee della classe dominante», escludendo la possibilità di conquistare la liberazione di classe attraverso una generica critica delle idee, od una «critica critica», ma individuando nelle forze materiali che governano la società la leva per abolire l’antagonismo nella società. Consiste inoltre nell’esclusione della possibilità di poter costruire un’autonoma «cultura di classe», a meno che non si intenda per essa il possesso della teoria della rivoluzione che non si illude di poter «divulgare» in generiche «scuole serali» o peggio «corsi a livello universitario», ma nel vivo della lotta di classe.
D’altronde la storia insegna: la lotta contro le idee delle forze conservatrici, mentre è dovere rivoluzionario da non disgiungere mai dal vivo della lotta di ogni giorno, è anche il terreno più resistente, che sopravvive alla fine e al declino delle forze sociali che l’hanno prodotto, e non perché dotate di qualità divine e trascendenti, ma in quanto, come è verificato dalle scienze naturali moderne, l’evoluzione stessa della specie umana parte dalla scoperta della mano giunge alla crescita della capacità cranica, sissignori, dai 600 centimetri cubici del pitecantropo ai 1400 circa del più imbecille individuo 1975. È evidente allora che la crescita del serbatoio mentale diviene e freno e stimolo per ogni forza rivoluzionaria: l’inerzia e l’attaccamento alle idee del passato rimane anche quando sono praticamente estinti i rapporti sociali e le tecniche materiali che li hanno prodotti: prova della loro eternità?
Tutt’altro, prova della loro maggiore resistenza, e smentita, se pur ce ne fosse ancora bisogno, della pretesa di cominciare la rivoluzione con le idee, dimenticando che le stesse idee rivoluzionarie sono nate «dopo» l’inizio della pratica rivoluzionaria, anche se incosciente o istintiva. E con questo cadono le velleità idealistiche e piccolo-borghesi di «rivoluzionare le coscienze, di sensibilizzare, di aiutare a capire».
Il marxismo rivoluzionario ha salutato la caduta degli dei e delle idee eterne, ma non con faciloneria e sufficienza: prima ancora di decretare la loro fine, ha raccolto con la precisione delle scienze naturali il loro testamento sociale, la loro eredità, la capacità di sollecitare i vivi, di impedire la loro azione o di renderla più difficile. La negazione che il materialismo storico fa dell’ideologia borghese e delle forze sociali del passato non è puramente ideale, ma dialettica, non fondata sulla testa, ma rimessa in piedi, secondo l’ormai classica definizione di Marx ed Engels. Mentre dunque ancora oggi, soprattutto il piccolo-borghese ed opportunista va in brodo di giuggiole di fronte all’opera d’arte, e si atteggia lui stesso ad artista dimenandosi ed imbrattando, angustiandosi e contorcendosi per l’impossibilità «esistenziale» di poter esprimere se non il «nulla», il marxismo classico ci dà un affresco poderoso e storico, capace di ammirazione per il genio (non individuale) delle civiltà che ci hanno preceduto, compresa, e massime, la grande civiltà borghese (non si è rivoluzionari se non si è in grado di riconoscere il valore rivoluzionario della borghesia stessa), ma anche capace del più profondo disprezzo nei confronti di necrofili incapaci di riconoscere la decadenza e la putrefazione.
«La storia universale non è esistita sempre; la storia come storia universale è un risultato» (Marx, Per la critica dell’economia politica). A maggior ragione le sue specifiche manifestazioni, quelle che per comodità di metodo sono state catalogate dalla stessa ideologia borghese, come le più alte: arte, religione, filosofia.
Né abbiamo mai detto che la cosiddetta Arte, che, come dicevamo, è una stessa parola con Arto, è un prodotto che si identifica meccanicamente con i «prosaici lavori pratici», ma ribadiamo che si eleva da quella base, e non ce ne adontiamo, anzi ci sentiamo esaltati nel riconoscere come la tecnica umana sia capace di perfezionarsi, come prendiamo atto del come, di fronte alla rottura della società in forze antagonistiche, le forze sociali dominanti hanno puntualmente operato la cattura e la difesa strenua egoistica dei frutti del lavoro sociale. Per cui, anche quando oggi la borghesia promette di rendere bene comune a tutti i tesori del lavoro sociale, artistico (che, almeno quello attuale, fa generalmente schifo), scientifico, ancora una volta mente, perché è disposta a concedere semplicemente i sottoprodotti, i rifiuti, le briciole alla classe dominata. Ciò è sotto gli occhi di tutti: promette scuole, ma quelle degli operai, dei sottoproletari sono vergognose, mentre quelle del borghese sono «private» e di lusso, promette salute attraverso la scienza, ma il disgraziato non può neanche essere ricevuto in un buco di ospedale, mentre al furbo è riservata ancora una volta la clinica privata.
Ed allora noi non abbocchiamo, non crediamo alla scienza e alla cultura di una classe che per sua natura non può concedere che illusioni. La scienza ha bisogno di essere strappata dalle sue mani, dal suo scrigno custodito con il ferro, anche quando promette a tutti di poter raggiungere, con la buona volontà ed il sacrificio, «i più alti gradi dell’istruzione».
Non ci lasciamo turbare dal fatto che la classe dominante può illudere gli sprovveduti e gli sciocchi sentimentali, quando non sono interessati e falsi opportunisti, per il fatto che oltre agli strumenti materiali di produzione (e dei prodotti sociali, sia ben chiaro) detiene anche i frutti del lavoro sociale di millenni di lavoro umano e animale (abbiamo da rivendicare, se vogliamo, anche lo sfruttamento dei somari!), detiene la proprietà di tesori che «continuano a suscitare in noi un godimento estetico, e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili», ma, concludiamo ancora con Marx: «un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse della ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, ad un più alto livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità naturale? E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel momento più bello del suo sviluppo non dovrebbe esercitare un fascino eterno come stadio che più non ritorna? Vi sono fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti…».
Ecco, i difensori della presunta cultura e scienza attuale, che anzi ne rivendicano di più come se fosse capace di risolvere i mali dello sfruttamento di classe, sono uomini divenuti puerili, purtroppo non più fanciulli rozzi o saputi, ma vecchietti saputi ed infantili.
Vecchie tesi marxiste sono le conosciutissime (ma non per questo condivise) seguenti enunciazioni: la violenza è la levatrice della storia, le rivoluzioni sono le locomotive del progresso. Per i comunisti, pertanto, l’unico fattore che può determinare un ribaltamento nell’oppressione sociale è l’incessante offensiva di classe del proletariato allo Stato borghese che culmini nella dittatura del proletariato. Unica arma per la difesa anche degli interessi immediati è la lotta di classe che, per non sprigionare improduttivamente la sua energia deve essere convogliata e diretta dal partito.
Questa è una pedissequa ripetizione dall’Abc del marxismo che siamo costretti a riproporre al proletariato, frastornato com’è dalle false prospettive che gli vengono continuamente additate da capi politici e sindacali venduti alla borghesia.
Occupiamoci di questi ultimi i quali, approfittando anche dell’ennesima tornata elettorale, hanno avuto svariate occasioni per mettersi in mostra. Secondo costoro tutto si risolverebbe con le manovre di corridoio, negli accordi coi padroni nelle commissioni paritetiche. Logica vuole che una simile strategia (la chiamano così) riservi a scioperi, a dimostrazioni operaie, cioè a tutto quello che viene comunemente denominato come «attività della classe», un carattere dimostrativo e fiancheggiatore di una politica fatta di bisbigli, sotterranea e senza troppi clamori, da svolgersi nelle lucenti sale di tanti ministeri di Roma sotto l’egida, nel migliore dei casi, di un ministro sia questo del Lavoro, delle Partecipazioni Statali o dell’Industria.
Il proletariato è considerato da costoro come una semplice massa di manovra, da scoprire al momento decisivo per i loro loschi traffici elettorali o di bottega. Grande sciopero, oceanico comizio tipo Piazza Venezia e giù, dopo averla bene inteso tranquillizzata, moniti su moniti alla classe dirigente: «noi non vogliamo fare nessun polverone, noi vogliamo soltanto richiamarvi alla ragione per il bene di tutti, dei piccoli, dei grandi e, soprattutto, del Paese. Noi, classe operaia, siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità di “classe nazionale”, e se oggi non siamo al lavoro ma qui in piazza è per farvi uscire, o padronato, dai ristretti limiti corporativistici nei quali siete rinchiusi e farvi assumere responsabilità nazionali. Non vi preoccupate, non è un atto di guerra».
Quale lavoratore non ha sentito parlare così i suoi rappresentanti sindacali?
Un esempio fra i tanti di questo andazzo, non certo il più clamoroso né tantomeno il più emblematico, né purtroppo l’ultimo, è offerto dal recente dibattito televisivo del 26 giugno fra Agnelli, in qualità di presidente della Confindustria, e Storti, presidente della CISL come rappresentante della Confederazione Unitaria; il tema era già un programma: «Imprenditori e lavoratori di fronte alla crisi economica».
Certo chi si immaginava una lotta all’ultimo sangue fra i due interlocutori è rimasto veramente deluso; tutto è filato liscio come l’olio senza intoppi né incidenti per sfociare, come logica voleva, in un misurato e da tutti benedetto «abbracciamoci», in un clima idillico in cui i due nemici scopertisi amici si scambiavano consigli: «guardi, segua il nostro parere, per salvare il Paese urge far così e così…». E forse i più sorpresi di tale sostanziale identità di vedute sono stati proprio loro, i nostri due eroi che pur tuttavia erano lì per recitare la parte di due irriducibili avversari, tanto è vero che il più «dritto» dei due, l’Agnelli, non ha potuto fare a meno di esclamare: «Via! Non facciamo del peronismo, Signor Storti!», insomma vogliamoci bene e amiamoci, ma in segreto, voleva dire l’Agnelli, altrimenti troppo scoperto sarebbe il giochetto agli occhi degli sfruttati.
Punto cruciale del dibattito è stato quindi la crisi economica ed il suo da tutti sospirato «superamento»: le nude cifre hanno cominciato a rimbalzare: due milioni fra disoccupati, cassa integrazione e in attesa di primo impiego, tre milioni di emigrati per molti dei quali si prospetta un triste ritorno, un calo della produzione industriale nel 1975 intorno al 10 per cento; dipinto questo triste quadro, come superare l’impasse produttivo? Tocca all’Agnelli: «I rapporti fra noi e il mondo del lavoro devono essere il più possibile analoghi a quelli dei paesi con cui ci troviamo a dover concorrere: ore lavorate, costo del lavoro, percentuale di conflittualità, possibilmente di assenteismo, costo del denaro e delle altre componenti del prodotto».
Approfondire l’argomento è però toccato allo Storti che, senza tanti preamboli ha sviluppato la proposizione di Agnelli sul «rapporto fra imprenditori e mondo del lavoro»: «per uscire dalla recessione, dice, sono necessarie notevoli volontà e responsabilità di tutte le parti ma occorre certamente l’intervento del pubblico potere. Non credo che possiamo cavarcela di fronte a carenza – non voglio neanche dire assenza – di tale intervento, solo con la rassegnazione. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori non si rassegnano, ripresenteranno richieste di questo genere, non certo autoritariamente, ma accordandosi con gli imprenditori. Se non al cento per cento alcune di queste richieste devono essere soddisfatte: perché porteranno ad una maggiore competitività, perché affronteranno il problema delle diversificazioni nei confronti delle nuove domande del mercato e contribuiranno a risolvere il problema del mezzogiorno. Questo impegno può essere l’unico modo per dimostrare che anche le forze sindacali organizzate e degli imprenditori cercano di fare la loro parte per il superamento della recessione…».
Raramente è stato dato vedere un così meraviglioso esempio di sintesi; Storti in poche parole è riuscito a condensare tutto lo spirito e la sostanza del sindacalismo fascista il quale accettando il concetto di capitale, non come elemento da sopprimersi, ma da proteggere e sviluppare, era tutto preso da due imperativi categorici: la «realtà» della produzione e quella della Nazione. L’azione del sindacalismo fascista non poteva che essere, e questo era il suo vanto, interclassista, dovendo fare acquisire alle classi la coscienza non soltanto delle divergenze ma piuttosto delle convergenze dei loro interessi e quindi della perfetta superabilità di quel conflitto che il comunismo proclama insanabile.
Una organizzazione «sindacale», ispirata a tali principi, non poteva che basarsi sulla «necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni, e di più equi compensi per l’opera loro» citando testualmente nientemeno che del Patto di Palazzo Chigi del 21-12-1923, Duce presiedendo.
Storti, poveretto con i suoi sogni di un «confronto» fra sindacato degli imprenditori e sindacati dei lavoratori, prima di uscire dalla crisi, poi per non ritornarne più, è arrivato con cinquanta anni di ritardo e, prima di lui, lo stesso nodo fu ugualmente interclassistamente sciolto da tanti pagliacci che avevano la pretesa di fare la storia e quel che è peggio dalla parte nostra e degli operai. Quelli usavano il bastone e l’olio di ricino, questi, moderni, la televisione, per il resto perfetta continuità dialettica di sindacalismo antioperaio di marca fascista.
Noi comunisti non abbiamo nessuna proposta «pratica» per «uscire» da questa crisi economica: non proponiamo né riforme di struttura né investimenti né moralizzazioni di vita pubblica né obbrobriose alleanze con mezze classi in rovina. «La classe operaia, affermava il rappresentante della Terza Internazionale Comunista Valensky, nel 1921, deve formulare le sue rivendicazioni lasciandosi guidare solo dai suoi interessi vitali, senza curarsi se la soddisfazione delle sue rivendicazioni sia compatibile, al momento attuale, con il profitto capitalistico. La classe operaia deve vivere, e se il capitalismo dichiara che farla vivere, nutrirla, vestirla comporta la sua morte, che le rivendicazioni più elementari degli operai sono inconciliabili con le leggi della sua economia, ebbene, che muoia!». Oggi come ieri.
Siamo per la difesa intransigente del salario e del posto di lavoro, per la difesa delle condizioni di vita degli occupati e dei non occupati e siamo per la lotta e ancora la lotta, unica arma a disposizione del proletariato per difendersi dalle offensive del capitalismo, senza curarsi delle conseguenze che il soddisfacimento di queste richieste potrebbe influire sull’andamento della economia borghese. La crisi è del capitalismo, noi non misuriamo le nostre richieste su quella che il capitalismo può dare agli operai, che in questo momento non può dare che disoccupazione e miseria, ma sui bisogni vitali del proletariato che esclusivamente rappresentiamo anche nelle lotte quotidiane. Il sindacalismo attuale usa invece come scala di paragone il bene del Paese ponendosi da un punto di vista che vorrebbero far credere obiettivo, ma è in realtà quello della conservazione del capitalismo in generale, anche al di sopra e perfino contro l’angusta visione del singolo padroncino.
La loro politica è una vera palla al piede al proletariato, baluardo a difesa dello status quo, sbarramento da abbattere perché sia possibile la ripresa del movimento rivoluzionario di classe.
La legge 20 maggio 1975, la cosiddetta legge «sulla garanzia del salario» è entrata in vigore il 6 giugno scorso.
Il significato di questa legge va al di là del testo e assume importanza politica di fondo, sebbene le significazioni di fatto siano operanti da tempo.
I provvedimenti previsti dalla legge sono di natura economica e di natura procedurale. Quelli economici consistono nell’aumento della misura dell’integrazione salariale in ragione dell’80 per cento della retribuzione globale, nella pensionabilità del periodo integrato, nell’assistenza sanitaria durante tale periodo, nella durata del periodo d’intervento della Cassa integrazione, che per l’ordinaria è previsto in un «periodo massimo di tre mesi continuativi», prolungabile a 12 mesi «in casi eccezionali», e per quella straordinaria «è ammesso nel limite massimo di sei mesi», prolungabile a 12 mesi in caso di «ristrutturazione, riorganizzazione e conversione aziendale».
Salta agli occhi il carattere demagogico del provvedimento: come finanziare per 12 mesi eventuali la massa crescente degli operai in integrazione, quando lo Stato concorre con miseri 20 miliardi a fronte di una previsione di spesa di circa 1400 miliardi, riferiti ai soli 700 mila operai attualmente sospesi? Lo Stato non può erogare somme che non esistono. Non gli resta che negare il prolungamento a 12 mesi e contemporaneamente giocare sulle anticipazioni che le aziende si vedono costrette a fare agli operai, se disporranno di mezzi. Infine cesserà ogni erogazione della Cassa e gli operai riceveranno il sussidio ridotto al 60 per cento della indennità di disoccupazione per tre mesi, finché l’apposito fondo disporrà di denaro. E questo senza portare in conto la crisi di sottoproduzione già in atto.
Ed ora l’aspetto procedurale, nella cui efficacia lo Stato fa grande assegnamento e che assieme a quello economico svela il reale significato della legge in questione. Il testo stabilisce che (art. 5) «Quando vi sia sospensione o riduzione dell’orario di lavoro, superiore a sedici ore settimanali, si procederà a richiesta dell’imprenditore o degli organismi rappresentativi dei lavoratori di cui al comma precedente (cioè: rappresentanti sindacali aziendali o organizzazioni sindacali di categoria»), ad un esame congiunto in ordine alla ripresa della normale attività produttiva e ai criteri di distribuzione degli orari di lavoro». Che significa «esame congiunto in ordine alla ripresa della normale attività produttiva e ai criteri di distribuzione dell’orario di lavoro»? Gli operai a mezzo dei loro rappresentanti sindacali, preso atto che l’azienda deve ridurre l’orario di lavoro, devono stabilire assieme alla direzione padronale quanto dovrà durare la sospensione, per quanti operai e per quante ore settimanali oltre le sedici. E se sorge un conflitto tra le parti, al solito lo dirime la Magistratura del Lavoro cioè il funzionario statale. Primo importante punto: lo Stato tenta in tal modo di controllare per mezzo dei sindacati che vi siano giustificati e provati motivi di ricorrere alla Cassa integrazione, da un lato, dall’altro sottopone gli operai ad avallare le decisioni sospensive in virtù dell’assenso dei sindacati. Inoltre l’azienda scarica sui sindacati la spinosa questione di chi deve lavorare e quanto che per esperienza si trasforma sempre in una questione di lana caprina e contribuisce a dividere gli operai all’interno dell’azienda. E quando cessa il periodo di sospensione e non è possibile riprendere l’attività? I sindacati verranno chiamati a prendere atto che non c’è nulla da fare e si faranno portavoce presso gli operai dell’impossibilità a proseguire il lavoro. Le castagne dal fuoco le fanno levare ai bonzi. È un grosso rischio, che i rappresentanti sindacali si svergognino presso i lavoratori. La contropartita allora è che a questi sia data una autorità d’intervento legalmente prevista. Lo sanziona appunto l’art. 5 della legge citata, diffondendosi successivamente sui tempi, le modalità di tale intervento. Tutto in perfetta regola con la legge statale, finalmente! Quando gli operai, senza speranza, non ne vorranno sapere di abbandonare il lavoro, si troveranno il bonzetto o il bonzone, legale stipulatore dell’accordo, a difendere gli interessi della azienda non fosse altro che per difendere se stesso e la sua innominabile categoria di galoppini statali.
Da un punto di vista reale sindacati e direzioni aziendali è da un pezzo che navigano di conserva per le identiche finalità: le maggiori glorie della nazione. E i più intelligenti tra gli imprenditori non muovono un dito senza consultare ed ottenere il placet dei bonzi.
Non è ancora il riconoscimento giuridico pieno, il timbro dello Stato su tutti gli atti sindacali. Ma il fatto che il Governo discuta con le centrali federali i nodi strutturali della economia, come gli investimenti e la programmazione, l’assetto dell’occupazione e lo stato generale dell’economia, i livelli salariali, costituisce la realizzazione di una funzione tipica e propria del sindacalismo fascista. Così pure la cosiddetta «partecipazione» nelle più disparate forme di «cogestione», «autogestione», «controllo», ecc.: imbrigliare i proletari nei limiti dell’impresa, imbrogliarli con lo slogan: anche tu, operaio, compagno, sei parte dell’azienda!
Conclusione pratica: gli operai verranno invitati sindacalmente dal padrone a lasciare il lavoro in attesa di tempi migliori, consenziente il bonzo tricolore.
È la strada per la trasformazione graduale e indolore (democratica, ecco!) del sindacato in organo aziendale, in basso, e in organo statale, in alto. È la realizzazione di ben altra integrazione, l’integrazione del sindacato nel regime legale capitalistico.
Non basta allora che i lavoratori, per difendere il lavoro, il pane, la pelle, vibrino legnate sui padroni, devono distribuirne pari dose anche sul loro cosiddetto rappresentante sindacale ufficiale. È quello che dovrà avvenire quando la misura sarà colma, se il sangue non è andato in acqua.
Il Sindacato dei metalmeccanici inglesi (AUEW), certamente perché costrettovi dalla base operaia, ha rotto l’alleanza politica con il governo laburista denunciando il «Contratto Sociale» come una «limitazione delle libertà sindacali» e respingendolo con una mozione approvata dall’Esecutivo con 39 voti a favore e 29 contrari. Si tratta del primo atto formale di insubordinazione nei confronti del patto stipulato nell’autunno scorso tra governo e sindacati, che stabiliva un blocco (reale) dei salari legandolo ad un blocco teorico dei prezzi e del costo della vita.
Infatti nel paese l’opposizione operaia al «Contratto sociale» dilaga, anche senza bisogno di denunce formali come quella dei metalmeccanici. Il Ministro Wilson per impedire che il sindacato dei ferrovieri proclamasse uno sciopero ad oltranza per ottenere un aumento salariale del 33 per cento, ha minacciato lo stato di emergenza e la mobilitazione dell’esercito per organizzare servizi sostitutivi di trasporto.
A Coventry 4500 lavoratori della Massey Ferguson, una fabbrica di trattori, sono da cinque settimane impegnati in uno sciopero illegale – cioè non autorizzato dai sindacati. I bonzi sono impotenti di fronte a queste, da loro negate, rivendicazioni di aumenti salariali e per ritmi di lavoro meno massacranti. Picchetti di operai hanno fatto fermare le fabbriche e gli uffici minori dell’azienda ed hanno occupato i depositi. La direzione ha cercato di creare delle sedi per gli uffici nei vari hotel della città, ma queste sono state impedite da picchetti che minacciavano di bloccare tutti i rifornimenti agli alberghi se la Massey Ferguson non ne veniva allontanata immediatamente.
Dopo l’occupazione della fabbrica da parte delle maestranze, la Massey ha deciso di usare la legge contro gli scioperanti, e il 6 giugno 310 lavoratori che erano stati identificati dalla direzione aziendale ai picchetti sono stati chiamati in tribunale, dopo aver ricevuto l’ingiunzione di abbandonare la fabbrica. I lavoratori hanno risposto facendo con le ingiunzioni un mucchio di spazzatura davanti alla fabbrica e rifiutando di partecipare all’udienza in tribunale.
Gli Shop-stewards che hanno diretto la lotta, in seguito a forti pressioni da parte dei sindacati ufficiali, ed al fatto che l’azienda era disposta a migliorare la propria offerta hanno sospeso la lotta.
Per la prima volta la Massey Ferguson è stata costretta a chiedere un nuovo incontro, mentre lo sciopero era in corso, e durante l’occupazione ha quasi raddoppiato le proprie offerte: da 4,13 a 7,60 sterline.
Questi movimenti spontanei sono però ancora senza guida, contro le direzioni sindacali ufficiali e la strada è ancora lunga, si devono creare organizzazioni sindacali a livello internazionale, perché il proletariato non disperda le sue lotte immediate, ma le unifichi in una sola prospettiva: l’abbattimento del sistema di produzione capitalistico e la presa del potere statale, per il comunismo. Ma è certo che queste prime scosse del gigante proletario, anche se inconsulte, annunciano ben più gravi sommovimenti e non è lontano il giorno in cui il becchino del capitalismo, il proletariato, potrà finalmente svolgere l’opera sua, e ricoprire la fossa.
Una delle illusioni più false contrabbandati dall’opportunismo fra i lavoratori dipendenti dallo Stato e dagli enti periferici è che il padrone pubblico, nei confronti del capitalista privato, sia più illuminato, meno grettamente interessato, come se lo Stato appartenesse un po’ a tutti si collocasse più o meno a mezza strada fra capitale e proletariato a seconda dei « suffragi » collezionati dai cosiddetti « partiti della sinistra ».
La pratica sociale, ricondotta al reale dalla crisi economica, sta facendo giustizia anche di questo diverso atteggiamento: milioni di statali, dai ferrovieri agli insegnanti, dai dipendenti dei vari ministeri a quelli degli enti locali stanno subendo continui ricatti da parte delle amministrazioni. Come nella industria privata quello che conta è la produttività del lavoro per far quadrare i sempre più magri bilanci; per i dipendenti significa maggior lavoro, ritardi nelle assunzioni di personale, straordinari e salari svalutati. proprio come nell’industria.
Infinite altre sono le inadempienze padronali nel settore pubblico: mancato pagamento degli straordinari, dei notturni, dei festivi, dell’indennità di mensa, di trasferta, dei rimborsi spese, pagamento di arretrati senza interessi; tutti atteggiamenti che il padrone pubblico può permettersi impunemente mentre obbliga quello privato ad un minimo di correttezza borghese se vuole scampare al codice penale. In queste categorie di lavoratori inoltre è particolarmente evidente come gli interessi dei vari partiti opportunisti, saldamente arroccati all’interno dei vari enti dei quali si spartiscono le prebende, vengano immediatamente in contrasto con le rivendicazioni operaie. Partiti che di classe non sono, bensì tutori della salute nazionale entrano necessariamente in contraddizione quando pretendono monopolizzare i sindacati: essi non possono guidare le lotte operaie che in senso contrario alle direttive di classe, al massimo subirle; per essi, il bene dell’ente che amministrano o pretendono amministrare, è al primo posto; come possono condurre le rivendicazioni dei dipendenti che necessariamente urtano contro l’interesse di questo?
Oltre all’accordo dei lavoratori della scuola e quello generale sulla contingenza è significativa la stipulazione del contratto nazionale dei dipendenti degli enti locali e successi integrativi regionali. Questo, che naturalmente i bonzi sindacali hanno spacciato per una mezza vittoria, prevede addirittura la rinuncia da parte dei lavoratori alla riscossione di tutti gli arretrati sul salario mai pagati dalle amministrazioni.
I sindacati inoltre, affermando perseguire il principio della « omnicompresività » hanno semplicemente ottenuto che venissero annullate tutte le numerose indennità che integravano la paga operaia, lasciando invariato o quasi lo stipendio base, per cui il risultato invece di essere che tutte le indennità aggiuntive vengono trasferite sulla paga base, la quale si aumenti per tutti, è stato quello della riduzione, per tutti, del salario ai livelli minimi tabellari! Lo stesso per l’aumento di anzianità, particolarmente forte nel pubblico impiego: affermando che è ingiusto che un giovane lavoratore percepisca meno di un anziano, nell’accordo si sono ben guardati dall’aumentare in modo significativo lo stipendio iniziale: hanno concordato di diminuire gli aumenti periodici col risultato che i lavoratori di una certa anzianità si sono visti minacciati di una riduzione di stipendio.
Nella atmosfera di malumore seguente la stipulazione di questo ultimo accordo un nostro compagno è stato eletto dai lavoratori dipendenti dell’amministrazione provinciale di Firenze delegato sindacale del loro settore. Nelle assemblee e nelle riunioni che sono seguite ha avuto modo di farsi portavoce dei bisogni e delle proteste della base operaia, cercando nel contempo di avvisare i compagni di lavoro che senza una loro mobilitazione diretta e pressione contro la linea politica imperante nei sindacati, senza contrapporre forza a forza mai sarà possibile combattere contro il peggioramento delle condizioni di lavoro.
È tempo che tutti i lavoratori scindano i propri interessi da quelli delle amministrazioni, si organizzino, come tutti i proletari di tutte le categorie, per difendere solo i propri interessi e in prima linea contro la politica sindacale di compromesso e di rinuncia.
In fregola paragovernativa surriscaldata dall’esito elettorale recente, il partitaccio lancia proclami e programmi come si addice ad un serio aspirante al vertice dello Stato. A mezzo del gruppo senatoriale della Camera ha proposto, con apposita mozione, al governo DC in carica un «impegno» su vari punti, che presentano una precisa caratteristica assistenziale, da un lato verso i disoccupati e lavoratori in cerca di primo impiego, dall’altro verso piccole e medie aziende. La formula, varata dagli USA col famoso New Deal di Roosevelt, dopo il crollo del 1929 per evitare pericolosi contraccolpi sociali, e ripresa da tutti i governi successivamente in simili circostanze, si articola nella creazione di aggiornati e riverniciati «cantieri» per il rimboschimento e per disoccupati o non occupati in genere, di corsi chiamati di «riqualificazione professionale», gestibili da Comuni e Regioni, e di «opere pubbliche», oltre alla vecchia solfa degli investimenti nel Mezzogiorno.
La «proposta» piciista riposa, come si vede, nel mettere a disposizione degl’innumeri strati dei piccoli e medi produttori, in cui regna più che altrove l’anarchia economica, la dispersione, la disorganizzazione, l’impossibilità e l’incapacità tecnica, enormi masse di denaro. Il pretesto è la cattiva amministrazione dello Stato, da cui la «democrazia del decentramento», ovvero la serra calda per le mezze classi. Ma si fanno i conti senza l’oste-banchiere. Si promette vino che dispongono gli altri. Se questa è demagogia, non è demagogia la «proposta» di «cantieri» per i lavoratori, cantieri in cui è legalizzato il sottosalario con cui, nel passato, si sono arricchiti i trafficanti di piccolo e medio cabotaggio. Il disegno «moderno», «avanzato» del PCI e C. si sintetizza nell’obiettivo di far tutti contenti, dalla colossale FIAT al piccolo intrallazzatore, contenti sulle spalle dell’operaio che, fiducioso nel «suo» partito, si vorrebbe disponibile ad accettare i sacrifici della pura, ma «provvisoria» sopravvivenza per il bene del popolo.
Non mancherà, per appoggiare questa «proposta» «progressista» del futuro governo «di sinistra», l’appoggio degli intellettuali e dei preti per convincere i proletari magari a «autoridursi il salario», come si sta già verificando in qualche fabbrica del paradiso socialdemocratico svedese.
Con l’accordo del 20 maggio i lavoratori della scuola hanno subito una nuova sconfitta la quale è il risultato della politica collaborazionista condotta dai dirigenti sindacali da sempre contro tutte le categorie oggi resa più evidente dalla crisi avanzante del capitalismo.
Quest’accordo infatti ribadisce la estrema frammentazione della categoria, la suddivisione in tre ruoli, si dà autorizzazione al governo ad elevare a trenta il numero di alunni per classe, non si parla del personale non insegnante che è costretto allo straordinario obbligatorio a poco più di trecento lire l’ora, non si parla affatto delle forme di impiego precario, non si parla delle migliaia di disoccupati che sono costretti a frequentare i corsi abilitanti, cioè a sottoporsi ad ulteriori prove selettive per avere la speranza di poter lavorare o per mantenere l’impiego che hanno già.
Questo ennesimo tradimento ha spinto i lavoratori della scuola a manifestare il loro malcontento sia in assemblee che attraverso mozioni di contestazione dell’accordo stesso, fino a sfociare in una assemblea congiunta di lavoratori delle scuole medie e elementari promossa dai lavoratori stessi che si è tenuta l’11-6 scorso presso la scuola S. Lavagnini di Firenze: presenti oltre cento persone in rappresentanza di 15 scuole. Solo per invito dei convenuti era presente un dirigente sindacale di categoria della C.G.I.L., al quale però l’assemblea stessa non ha conferito alcun potere direzionale né la possibilità di trarre alcuna conclusione: egli doveva soltanto rispondere della politica confederale messa sotto accusa dai lavoratori della scuola. La riunione è iniziata con due relazioni: la prima svolta da un maestro che metteva in evidenza punto dopo punto come gli insegnanti delle scuole elementari siano particolarmente danneggiati dall’accordo; la seconda – svolta da un nostro compagno – dopo aver dimostrato che l’accordo colpisce non solo i maestri ma tutti i lavoratori della scuola di ogni ordine e grado (riferendoci sempre alla parte peggio pagata e non ai cosiddetti «baroni» della scuola), ha illustrato il significato politico e sociale dell’accordo che non deriva da un «errore» della politica sindacale né da una cattiva organizzazione del sindacato, bensì da un disegno ben chiaro dei dirigenti sindacali di curare gli interessi dei padroni, del governo e dello Stato e non quelli dei lavoratori. L’accordo quindi non è che l’ultima tappa di una serie di tradimenti ai danni dei lavoratori della scuola, sia dei sindacati autonomi che confederali i quali, anche in questa categoria, sacrificano gli interessi dei lavoratori in nome della pace sociale. La relazione terminava dimostrando come rifiutare l’accordo, e più precisamente lottare per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori della scuola non può che passare attraverso l’organizzazione permanente dei lavoratori stessi in una opposizione tendente a rovesciare questa politica per riportare il sindacato ad una direzione veramente classista.
I temi delle relazioni introduttive sono stati ripresi con forza da numerosi interventi: unanime NO all’accordo; violenta indignazione per il comportamento dei dirigenti sindacali; una lavoratrice ha denunciato alla assemblea i dirigenti di categoria che in un incontro precedente a quella riunione avevano tacciato i lavoratori, indignati per l’accordo, di «corporativi» e finiva il suo intervento esprimendo il preciso intendimento di lottare fino al rovesciamento degli attuali dirigenti qualora non avessero mutato atteggiamento. Altra testimonianza della politica antioperaia dei dirigenti sindacali è venuta da due interventi di lavoratori non della scuola che hanno ampiamente dimostrato come anche nelle loro categorie vi sia lo stesso comportamento anticlassista delle dirigenze sindacali fino al sabotaggio sistematico di ogni loro lotta.
D’altra parte, tutto quanto è stato detto in questa riunione l’ha confermato vergognosamente il dirigente della C.G.I.L. nel suo intervento: in un primo tempo egli ha tentato di spostare il discorso su aspetti formali e di organizzazione sindacale, ma poi, richiamato violentemente dalla assemblea che chiedeva una esplicita risposta punto per punto a tutte le questioni sollevate ripeteva chiaro e tondo essere l’accordo positivo ignorando volutamente sia tutte le documentate critiche espresse dai lavoratori, sia passando sopra al loro profondo malcontento.
Questo dimostra come niente i lavoratori si devono aspettare dagli attuali dirigenti sindacali pronti a perdere la faccia di fronte ad una assemblea indignata pur di perseguire la loro politica di collaborazione con padroni governo e Stato. «Il sindacato siamo noi!» È stato gridato da più parti. Ma affinché questa verità non rimanga una sterile richiesta verso dirigenti ormai venduti è necessario allargare e potenziare questa opposizione classista sia nell’ambito della scuola sia in tutte le categorie operaie ove possibile per riportare nella classe il vero senso dell’unità sindacale poggiante non su pateracchi di vertici di diverse tinte tutti concordi però nel difendere l’ordine costituito, ma su comuni condizioni di sfruttamento sia nelle fabbriche che nelle scuole come in qualsiasi luogo di lavoro. Sarebbe una illusione pensare che la politica forcaiola che oggi domina nelle organizzazioni sindacali possa essere rovesciata esprimendo semplici proteste formali o svolgendo opera di convincimento nei confronti dei dirigenti. Noi non ci troviamo di fronte a «scelte errate» che possono essere corrette con una rettifica di tiro, ma ad una precisa volontà di mantenere le attuali organizzazioni sindacali sul terreno della pace sociale e della collaborazione con padroni e Stato, fino a trasformarle in organi completamente asserviti allo Stato capitalistico, fino ad integrarle in esso quando l’aggravarsi della situazione economica e sociale lo richiederà.
È contro questa tendenza che i lavoratori sono e saranno sempre più obbligati a combattere per difendere le loro condizioni di vita e di lavoro. Ed è per questo che è necessario combattere su due fronti: da una parte contro i padroni e il loro Stato, dall’altra contro la direzione opportunista che oggi domina i sindacati.
Alla conferenza di Rimini del dicembre 1974 della Federazione sindacale CGIL CISL e UIL, è stata approvata la costituzione dei Consigli di zona (CdZ), che, nelle intenzioni federali, dovrebbero essere la struttura di base del sindacato. Il CdZ è formato dai rappresentanti dei consigli di fabbrica, dei consigli dei delegati, delle leghe, unioni sindacali, camere del lavoro e camere sindacali, esistenti nella zona.
I CdZ rappresentano strutture più ampie di quelle aziendali e quindi coinvolgono lavoratori di diverse categorie e settori. Strutturalmente sono portati ad avere una visione meno gretta, più complessa e generale, rispondente meglio alla classe, organizzativamente più atti a contenere e al tempo stesso a comprendere le particolarità d’impresa. In tal modo, inoltre, la direzione dell’attività sindacale viene portata fuori della fabbrica.
Sulla carta e istituzionalmente queste strutture territoriali si sostituirebbero, inglobandole, alle tradizionali Camere del Lavoro comunali e provinciali, costituendo delle Camere del Lavoro territoriali. Ci sembra palese il disegno di controllare più da vicino, tramite i CdZ, l’organizzazione sindacale e di smembrare anche se attive solo burocraticamente, le vecchie Camere del Lavoro. Il controllo sui lavoratori nell’ambito del CdZ non è solo svolto per mezzo dei funzionari stipendiati del sindacato, ma ancor più dalla funzione populista che viene accentuata nei CdZ. Infatti questi organi devono stabilire «permanentemente» collegamenti con le «realtà zonali», e cioè con i «consigli di quartiere, distretti scolastici, unità sanitarie locali», ecc. È chiaro lo sforzo di sommergere gli interessi specifici degli operai nel minestrone degli interessi compositi e contraddittori del botteghiaio, dell’intellettuale, dell’industriale, del prete, insomma del popolo, a maggior gloria della democrazia. Il sindacato così affogato, perde anche i connotati esteriori di organizzazione operaia, dopo aver perso quelli di classe, per divenire una «aggregazione» come tante altre, senza anima né iniziativa che non sia quella dettata dagli interessi di tutte le classi, come dire della sola classe che detenga il potere, la borghesia.
LE CONDIZIONI DEL PRIMO DOPOGUERRA E LE BASI DELLA TATTICA DEL FRONTE UNICO
Rifacendoci agli articoli precedenti nei quali abbiamo trattato il problema del Fronte unico sindacale e del Fronte unico politico, dobbiamo ora cercare di descrivere il quadro sociale e politico nel quale quella linea tattica si inseriva allo scopo di valutarne l’evoluzione successiva fino ad oggi e di tracciare su questa base la corretta impostazione dell’azione presente e futura del partito comunista nell’assolvimento del difficile compito della conquista della sua influenza sulle masse proletarie. Non andremo ad elucubrazioni estemporanee, ma seguiremo l’analisi marxista degli avvenimenti di 50 anni svolta dal partito e chiaramente leggibile in tutti i suoi testi di base.
Nell’agosto 1914 i partiti socialdemocratici e socialisti della seconda internazionale aderiscono, sui rispettivi fronti, alla difesa della patria in guerra. I sindacati, diretti da questi partiti, diventano nel periodo di guerra veri e propri sostegni dello sforzo bellico dei rispettivi paesi. Non migliore prova danno, in generale, nei vari paesi le formazioni anarchiche e anarco-sindacaliste. In generale perciò, in tutti i paesi, i primi due anni di guerra sono caratterizzati dall’assenza di lotte proletarie, dalla pace sociale fra le classi. Ma le condizioni di vita create al proletariato dalla guerra, le sofferenze, i massacri e le privazioni di questa rimettono ben presto in moto il proletariato. Si hanno le prime manifestazioni contro la guerra, per la pace, per il pane, al fronte come nelle retrovie. La ragione di questa immediata ripresa delle lotte proletarie è semplice. Alla pressione delle condizioni economiche si accompagna la vivacità di una tradizione recente di lotta di classe che il tradimento della socialdemocrazia ha potuto solo offuscare, ma non spegnere.
Il 1917 in Russia rafforza e stimola enormemente le lotte del proletariato in Europa occidentale, rafforza altresì le ali rivoluzionarie all’interno dei vecchi partiti. Alla fine della guerra e nell’ultimo periodo di essa lo slancio del proletariato europeo è enorme e le lotte non si fermano alla difesa economica, ma raggiungono il culmine di organizzazione e di lotta armata contro lo Stato. In Germania, alla fine del 1918, il movimento dei Soviet e le insurrezioni si succedono senza incontrarsi con un partito politico coerentemente rivoluzionario e comunista e si spezzano nel gennaio 1919 in una sanguinosa sconfitta. Passata la guerra, negli anni 1919-1920, è immediata la risposta proletaria alla crisi economica. La necessità di difendere il pane quotidiano fa affluire gli operai nei tradizionali sindacati rossi. La burocrazia opportunista deve usare tutti gli strattagemmi possibili per tenere gli operai fuori dai sindacati, per impedire l’ingresso in essi dei peggio pagati, dei semi-occupati ecc. Contemporaneamente le necessità della lotta immediata provocano il sorgere di altri organismi economici sui posti di lavoro e nelle officine: sono i consigli di fabbrica la cui rete, in Italia e in Germania, si dimostrerà molto estesa. Di fronte a questa situazione si pongono le tesi che l’Internazionale dettò al suo secondo Congresso nel 1920 «Sui sindacati e sui consigli di fabbrica». Due visioni deformi sono in esse completamente battute, come anche in scritti contemporanei di Lenin (Estremismo). La visione per cui sarebbe possibile procedere sulla via della rivoluzione staccando dal resto del proletariato organizzato sul terreno economico quella parte che ha preso coscienza almeno di alcune fondamentali verità (Kapedismo). Mentre la nostra tesi è opposta ed è quella della più stretta unione fra la avanguardia cosciente e le masse spinte a muoversi dalle loro condizioni materiali. E l’altra, ancora più deforme, che vide nei consigli di fabbrica la nascita di una forma nuova, sostitutiva del vecchio sindacato, forma superiore più adatta alla rivoluzione. Le tesi stabiliscono che i comunisti hanno il compito di penetrare all’interno delle organizzazioni operaie economiche per organizzarsi nel loro seno e trasformarle, tramite l’influenza del partito, in organi della lotta rivoluzionaria di classe. Ma gli organismi economici mantengono la loro caratteristica di organismi aperti a tutti gli operai che si trovano nella stessa categoria o sullo stesso posto di lavoro. L’influenza del partito si manifesta nel prevalere del suo indirizzo politico sull’organismo che raccoglie tutti i proletari. Non si tratta dunque di separare dalla massa degli operai organizzati quelli comunisti o coloro che accettano certi presupposti teorici (la necessità della rivoluzione ad esempio). Questa visione è contraria al marxismo in quanto tende alla formazione di organismi operai «coscienti», forma intermedia fra sindacato e partito. In questa visione la coscienza degli operai si eleva esprimendosi in forme sempre superiori sotto la spinta delle lotte spontanee. È una visione spontaneista che vede il partito come risultato della coscienza acquisita dagli operai nelle lotte immediate. La nostra visione e quella delle tesi è opposta: gli operai si organizzano per condurre le loro lotte immediate negli organismi economici di classe, sulla base, cioè, della loro posizione nella produzione; il partito deve conquistare al suo indirizzo politico questi organismi, non scinderli sulla base di presupposti di coscienza che essi non hanno ma sono soltanto del partito. I termini dell’azione rivoluzionaria di classe sono due: le organizzazioni operaie spontanee per la lotta economica immediata da una parte, il partito dall’altra. Non esistono forme intermedie della coscienza operaia. Esiste la conquista all’indirizzo del partito di questi organismi la cui funzione economica e, di conseguenza, di apertura a tutti i lavoratori permane prima, durante e dopo la rivoluzione. Anzi il partito ha interesse a che questi organi operai siano il più estesi possibile ed abbraccino il maggior numero di operai possibile sulla sola base della volontà di combattere in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro.
Nella realtà il proletariato europeo subito dopo la guerra seppe esprimere uno slancio di lotta per la sua difesa immediata che si concretizzò nell’unica maniera realmente possibile: nell’afflusso massiccio di proletari negli organismi economici esistenti che avevano una tradizione di battaglia di classe; nel sorgere spontaneo, determinato dall’evolvere della lotta stessa, di altri organismi economici sui posti di lavoro.
Nello stesso tempo la tendenza di sinistra internazionalmente montante affrettava la separazione delle ali marxiste rivoluzionarie dai partiti opportunisti. Ne uscirono difettose e deboli per molteplici aspetti, ma non come piccoli nuclei isolati dal movimento proletario. In Italia, in Francia, in Germania, perfino nell’arretrata e corporativa Inghilterra il comunismo contava i suoi aderenti a decine di migliaia e la sua influenza sulle masse a centinaia di migliaia, a volte a milioni. A queste forze organizzate di notevole portata ed influenti non piccoli e sparuti gruppi l’Internazionale dettava le sue tesi nel 1920.
SINDACATO DI CLASSE E SINDACATO TRICOLORE
È evidente che i sindacati di allora non erano quelli di oggi. Erano associazioni che poggiavano sul principio della lotta di classe e che non avevano mai esplicitamente subordinato la difesa degli interessi operai agli interessi nazionali. Al contrario mantenevano uno stretto legame con il partito «rosso» e al loro interno si combatteva la battaglia fra chi voleva questo legame ancora più stretto e chi pretendeva la famosa neutralità. L’opportunismo riformista dirigeva questi sindacati, è vero, impediva e spezzava gli scioperi, si accordava a volte con il padronato e perfino con lo Stato. Ma questa era questione ristretta a capi traditori, ad agenti della borghesia infiltrati negli organismi operai i quali rimanevano sani nella loro prassi, nella loro struttura organizzativa. Nel periodo pre-guerra la stessa atmosfera pacifica che aveva generato e fatto prosperare il riformismo politico generò una predisposizione dei sindacati diretti dai riformisti a marciare piuttosto sul terreno della pacifica trattativa che su quello della lotta aperta, ad organizzare e difendere soprattutto strati operai privilegiati. In questo modo, allo scoppio della guerra, fu possibile il loro passaggio alla mobilitazione in difesa della patria. Ma quando il proletariato fu spinto a muoversi, trovò in essi una forma organizzata agile ed atta alla difesa dei propri interessi di classe; una forma che per essere utile alla lotta andava soltanto liberata dai vertici traditori e sabotatori. Le organizzazioni sindacali del primo dopoguerra divennero così, necessariamente, il teatro dello scontro fra le masse proletarie in movimento e i dirigenti opportunisti che tentavano di mantenere le organizzazioni sotto il loro controllo.
La struttura, la prassi, la tradizione dei sindacati esistenti doveva anzi essere difesa dagli attentati che ad essa portava la burocrazia opportunista. Erano strutture organizzate da conquistarsi all’influenza rivoluzionaria appoggiando la spinta delle masse che al loro interno si battevano contro i capi traditori. Il partito doveva, come abbiamo ricordato negli articoli precedenti, costruire nei sindacati esistenti il sicuro congegno della sua influenza sugli operai organizzati.
La situazione del primo dopoguerra si esprime dunque sinteticamente in questi termini: lo slancio proletario fu in grado di impedire, da una parte, che gli organismi economici di difesa perdessero ogni caratteristica di classe e di ingaggiare nel loro seno la battaglia per sottrarli alle dirigenze opportuniste; dall’altra fu in grado di dar vita a partiti comunisti di notevole forza e con notevoli legami con le masse.
Il successivo svolgimento delle situazioni non ha solo modificato la struttura dei sindacati trasformandoli in sindacati tricolori. Ha modificato completamente i rapporti di forza fra le classi riducendo il partito stesso ad una entità organizzativamente trascurabile e senza collegamento apprezzabile con la classe operaia.
Il passaggio dal sindacalismo di classe al sindacalismo tricolore si opera in due direzioni: 1) attraverso la distruzione fisica delle vecchie organizzazioni da parte della reazione borghese (in Italia ed in Germania soprattutto); 2) attraverso la politica degli stessi dirigenti riformisti tendente a portare i sindacati nell’orbita dello Stato. Fascismo e Riformismo convergono così nell’opera di subordinazione del sindacato allo Stato, tendenza che è del resto insita nello svolgimento in senso monopolistico e accentratore del modo di produzione capitalistico stesso.
Che cosa significa sindacalismo tricolore? Significa una politica ed una prassi che subordina la difesa degli interessi operai a quelli superiori dell’economia. Di conseguenza concepisce e tratta la classe operaia come una delle componenti che concorrono alla prosperità nazionale, di conseguenza ancora, riconoscendo nello Stato il rappresentante degli interessi generali della società, si subordina alla legalità, alle norme giuridiche in un processo che inserisce il sindacato sempre di più nell’organismo dello Stato stesso fino a divenirne una appendice, una istituzione.
In Italia ed in Germania la distruzione dei tradizionali sindacati di classe fu operata violentemente dalla reazione borghese. Negli altri Stati d’Europa ed in America questo imprigionamento dei sindacati operai è stato operato dall’opportunismo stesso.
IL PARTITO COMUNISTA
Il partito ha descritto in maniera chiara questo processo di subordinazione dei sindacati allo Stato ed agli interessi nazionali. Nel 1914 questa subordinazione c’era stata di fatto per opera dei dirigenti riformisti, ma non era ancora giunta a deformare la fisionomia (lotta di classe fino alla completa emancipazione del lavoro salariato, indipendenza assoluta dal padronato, dallo Stato, dai partiti borghesi), la prassi (metodi dello sciopero senza limiti di tempo e senza preavviso ecc.) e la struttura stessa del sindacato (libera adesione, libertà all’organizzazione delle correnti politiche, indipendenza dell’organizzazione da qualsiasi struttura padronale o statale ecc.). Dal 1918 in poi, i tentativi della burocrazia opportunista di deformare i sindacati si scontrarono contro la vivace reazione delle masse proletarie in tutti i paesi d’Europa. Quando la lotta operaia rifluì l’opportunismo ebbe le mani libere per assecondare la tendenza propria dell’epoca imperialistica del capitalismo di imprigionare il sindacato operaio nei gangli dello Stato. Uno degli aspetti più significativi di questo imprigionamento fu la creazione in ogni paese di una centrale unica nazionale mentre nel periodo precedente al 1914 la borghesia era costretta a combattere l’associazionismo sindacale classista attraverso la formazione di sindacati bianchi e gialli fondati sul principio della collaborazione fra le classi, sul confessionalismo e sul corporativismo. È importante questo fatto per giudicare della tattica del partito la quale nel 1921 si proponeva l’unificazione dei sindacati esistenti in quanto erano sindacati di classe e la assoluta disciplina ad essi di tutti i proletari divenendo esso stesso un propagatore dell’esigenza di entrare in quei sindacati respingendo qualsiasi altra forma di organizzazione economica autonoma da essi.
Nell’arco di 50 anni i sindacati operai sono stati imprigionati nell’apparato dello Stato in mille forme e attraverso mille legami. In primo luogo il loro indirizzo politico dichiara esplicitamente la subordinazione allo Stato democratico ed alla difesa delle sue istituzioni; inoltre la legalizzazione, cioè limitazione dello sciopero riducendolo ad una manifestazione simbolica dell’opinione delle masse; la prassi legalitaria dei contratti di lavoro aventi valore di legge e i collegamenti fra le strutture del sindacato e quelle assistenziali dello Stato; la prassi di subordinare la soluzione delle vertenze alla mediazione degli organi dello Stato; infine la subordinazione alle strutture aziendali delle stesse fonti di finanziamento e delle assemblee dei lavoratori. Questa politica, prassi, struttura non classista dei sindacati operai si afferma sempre più e tende irresistibilmente verso il sindacato coatto al quale gli operai debbano aderire per legge. Di fronte a questo tipo di organizzazione che è ancora operaia, ma resa inservibile dall’opportunismo a qualsiasi seria lotta di difesa, il partito sostiene la necessità che questa politica, prassi, struttura debba essere demolita per ridare vita a veri sindacati di classe. La spinta degli operai ritornati alla lotta dovrà demolire queste strutture, spezzare i mille fili che le collegano allo Stato e al padronato. È possibile che questa demolizione possa essere operata dagli stessi operai che militano nei sindacati cioè non può essere esclusa a priori la riconquista alla loro funzione di classe dei sindacati attuali. Ma risulta netta la differenza con il primo dopoguerra. Là si trattava di sindacati di cui le dirigenze opportunistiche tentavano di deformare la funzione di classe, contrastati in ciò dallo slancio operaio e dei comunisti. Qui si tratta di organismi operai che da tempo hanno perduto ogni funzione di classe e che si tratta di riconquistare a questa funzione.
Parallelamente a questo processo se ne è svolto un altro ancora più disastroso per la classe operaia: la distruzione del partito di classe, la degenerazione dell’indirizzo e dell’organizzazione comunista fino al completo isolamento dell’organo rivoluzionario di classe dalla classe stessa, alla sua riduzione ad un organismo trascurabile nel senso della forza organizzata e della influenza sugli operai. Questo organo politico di classe si presenta storicamente arricchito dall’esperienza di 50 anni di controrivoluzione che hanno determinato, nel trarre le coerenti lezioni marxiste, una fisionomia di partito netta ed inequivocabile. Il partito proletario di oggi e di domani non è, nel senso della rigida delimitazione del suo indirizzo, della sua tattica, della sua organizzazione, una semplice ripetizione del 1920; è il 1920 più la degenerazione della III Internazionale, più lo stalinismo, più il fascismo, i blocchi popolari, la Resistenza, il secondo dopoguerra. Ma storicamente, cioè in questi 50 anni, il partito ha potuto mantenere il suo indirizzo rigido e coerente, unica arma che gli permetterà di leggere nella complessità dei fatti della ripresa futura e di determinarli solo a patto di aver saputo accettare (non teorizzare) l’isolamento a cui i materiali rapporti di forza fra le classi lo condannavano e lo condannano. Ma questa situazione non ha mai fatto del partito un circolo intellettuale, missionario della teoria marxista. Il partito non tradisce le prospettive e l’indirizzo di classe, trasmette intatto e completo questo patrimonio dalle generazioni della sconfitta passata a quelle della vittoria futura, accetta di lavorare a trarre coerenti esperienze dai fatti perché servano alle giovani guardie del proletariato rivoluzionario futuro.
I rapporti di forza determinano l’influenza sulle masse e ciò che il partito può fare nei vari settori di un unico e perenne compito: guidare la classe mondiale alla vittoria rivoluzionaria. Ma ciò che il partito vuole fare, la predisposizione e la tensione di tutte le sue forze grandi, piccole, infinitesime che siano, a preparare le condizioni dell’attacco futuro, non è soggetto a mutamenti di sorta.
Il passaggio dai sindacati di classe a quelli tricolori non si sarebbe mai verificato se il proletariato non fosse stato costretto prima alla difensiva, poi ad una disastrosa ritirata. Nella realtà le forze congiunte della borghesia e dell’opportunismo sono riuscite a spezzare l’assalto proletario del I dopoguerra. In Europa ed in America l’opportunismo è riuscito a mantenere il controllo delle masse organizzate, validamente appoggiato dalla violenza statale e fascista. Il mondo capitalistico è riuscito a riorganizzarsi e la riorganizzazione economica ha indebolito la lotta proletaria. Il proletariato non è riuscito negli anni successivi alla prima guerra a liberarsi completamente dall’influenza opportunista. Non solo, ma una serie disastrosa di errori nel campo tattico ed organizzativo ha permesso che l’influenza dell’opportunismo si estendesse anche all’Internazionale Comunista minandone così l’indirizzo politico come la compagine organizzata. Successivamente al 1921 il movimento del proletariato è andato rifluendo, sono diminuiti gli scioperi, è cresciuta sempre più l’influenza opportunista e fu distrutto il partito di classe.
Conseguentemente la borghesia ha potuto non tanto colpire il proletariato con la violenza armata, quanto irretirlo e legarlo alle proprie sorti tramite tutta una serie di misure economiche, assistenziali e giuridiche. Ecco la trasformazione nei sindacati tricolori che corrisponde perfettamente alla fase imperiale del capitalismo, ma che è stato possibile al capitalismo realizzare solo per la convergenza di questi diversi fattori. Il sindacato tricolore è un risultato: la sua realizzazione ed il suo permanere indicano che i rapporti di forza sono completamente sfavorevoli alla classe operaia. A ribattere questa situazione non è bastato il 1929, né la seconda guerra mondiale. Soltanto il ritorno degli operai alla lotta determinata dal materiale svolgersi della crisi capitalistica determinerà il ribaltamento di questa situazione. Allora si ricreeranno le condizioni del rafforzamento quantitativo del partito e della sua influenza fra le masse. È di questa situazione generale che deve tener conto il partito nel tracciare le linee della sua tattica e nell’indicare al proletariato quelle parole d’ordine che possono accelerare la ripresa dell’azione di classe.
La parola d’ordine del fronte unico nel 1921-22 si rivolgeva alle masse proletarie in movimento; si trattava di indicare al proletariato, colpito dall’offensiva borghese in maniera diretta (violenza legale ed extralegale) e che perciò sentiva la necessità dell’unificazione della sua azione di difesa al di sopra delle singole aziende e delle singole categorie operaie, quelle forme e quegli obiettivi di azione che, mentre rispondevano alle più profonde necessità delle masse, erano in grado di spostare a favore del partito i rapporti di forza e di operare la demolizione dell’influenza che sul proletariato avevano i partiti e le forze non comuniste.
Si trattò del tentativo di dare un ultimo scrollone all’influenza opportunista sul proletariato, di condurre l’azione delle masse su una pratica che avrebbe dimostrato il tradimento e l’inefficienza della prassi opportunista.
Esisteva allora il proletariato in azione organizzato nei suoi sindacati di classe all’interno dei quali la spinta degli operai alla lotta si scontrava quotidianamente con le dirigenze riformiste o anarchiche. Il partito comunista in questi sindacati aveva la sua organizzazione diffusa e capillare, i suoi gruppi, la sua frazione comunista che influenzava e dirigeva centinaia di migliaia di proletari. Nel proletariato era viva la coscienza delle sconfitte sanguinose recentemente subite ad opera dei capi opportunisti e la riconferma pratica, l’offensiva armata delle forze borghesi, che solo i metodi dell’azione diretta e della lotta violenta preconizzati dai comunisti potevano salvarlo dalla caduta al rango di una massa di schiavi dispersa e terrorizzata. Era perciò possibile e necessario che il partito lanciasse la parola d’ordine della realizzazione del fronte unico non solo delle azioni proletarie in corso, ma delle organizzazioni operaie esistenti quale unico mezzo per giungere ad uno scopo pratico di cui gli operai stessi sentivano l’urgente necessità: il raggiungimento della maggiore forza ed efficienza possibile nella lotta contro il padronato e contro lo Stato. Era praticamente possibile additare ai proletari il tradimento di tutte quelle forze che, pur dicendosi proletarie e rivoluzionarie, si mettevano contro questa esigenza urgente e sentita.
Oggi, e da 50 anni, niente di tutto questo esiste. Non una offensiva diretta e violenta del capitale contro la classe operaia che spinga i proletari a sentire l’urgenza di unificare le loro forze nella azione pratica immediata, perché da una parte lo Stato tende ancora, sebbene prepari il suo armamento legale ed extralegale futuro contro la classe operaia, ad usare i mezzi economici di divisione e di ostacolo alla ripresa della lotta (le mille forme assistenziali, di integrazione salariale, sussidi ecc.), dall’altra la classe operaia europea proviene essa stessa da 50 anni di abitudine a questa prassi che le ha creato delle riserve materiali e mentali che ritardano inevitabilmente la ripresa della lotta. La crisi capitalistica si svolge perciò, come da noi sempre previsto, in modo flaccido, penosamente lento, e vede solo l’azione sporadica ed episodica di gruppi di operai mentre il grosso delle masse è inquadrato nelle organizzazioni sindacali non di classe ma tricolori, le quali riescono ancora a bloccare gli scarsi focolai di resistenza operaia. La conseguenza di questa perdurante situazione di stasi è che il partito rimane separato dalle masse, senza influenza all’interno delle loro organizzazioni economiche senza la possibilità materiale di ricostituire una rete organizzativa solida ed estesa, mentre la psicologia proletaria non si va in generale distaccando dai miti della pace e della democrazia per rivolgersi al riconoscimento della necessità della azione diretta e violenta, ma, schiava di questi miti, rimane totalmente assoggettata all’opportunismo ed ai suoi indirizzi disfattisti.
FRONTE UNICO 1921 E … 1975
In questa situazione, al fianco dei grandi partiti dell’opportunismo staliniano e socialdemocratico che assoggetta al suo indirizzo ed inquadra nelle sue file l’enorme massa del proletariato, sono sorti dei raggruppamenti politici che si sono fatti e si fanno portatori di un indirizzo non meno opportunista e disfattista sebbene contrabbandato sotto le spoglie del richiamo alla rivoluzione e ai metodi di azione violenta. Questi movimenti non solo non sono più vicini di un millimetro al partito rivoluzionario di classe contraddistinto dalla sua ferrea impostazione teorica e programmatica, ma neanche sono equivalenti ai movimenti anarchici e anarco-sindacalisti del primo dopoguerra proprio in quanto, mentre condividono tutti i miti dell’opportunismo sul piano dell’indirizzo politico non hanno e non possono avere, nessuna seria base nel proletariato. Non ci si trova dunque in presenza di un proletariato in movimento nel cui seno il partito comunista si affronta con altre correnti politiche proletarie e deve demolirne l’influenza. Ci si trova di fronte ad un proletariato che non lotta e che è determinato da una tradizione opportunista le cui bieche ali sinistre sono rappresentate proprio dalle deformi e sconnesse teorie dei gruppuscoli. Abbiamo già cercato di spiegare negli articoli precedenti la meccanica della tattica del fronte unico quando ci si trovava in presenza di diverse correnti politiche aventi seguito fra gli operai, alcune delle quali si pretendevano come rivoluzionarie ed antilegalitarie. Si trattava di demolirne l’influenza e di smascherare il falso rivoluzionarismo, mai lasciando nel proletariato l’idea che avessimo qualcosa in comune con loro, anzi dimostrando nella pratica azione che ciò che sembrava accomunarci era pura apparenza, illusione disastrosa. Oggi questa predisposizione del partito deve essere ancora più netta e deve tendere alla dimostrazione non di ciò che apparentemente ci unisce, ma di ciò che realmente ci divide. Dimostrazione sul piano teorico e della propaganda e dello smascheramento delle false sinistre sempre e dovunque. Ma anche smascheramento attraverso l’azione pratica che il partito svolge tra i proletari la quale deve tendere a dimostrare che proprio questi raggruppamenti sono costituzionalmente incapaci di rispondere alle esigenze vitali delle masse, sono incapaci di ogni vera azione anche sul piano immediato e contingente.
L’azione proletaria si manifestava nel 1921 perché ne esistevano le condizioni: la spinta proletaria alla difesa con i metodi dell’azione diretta della propria vita trovava il suo naturale terreno nelle grandi organizzazioni sindacali di classe che, nonostante il tradimento ed il sabotaggio dei dirigenti riformisti o falsamente rivoluzionari divenivano i veri focolai della resistenza di classe. La presenza e l’influenza del partito rendeva possibile costruire in quelle organizzazioni il sicuro congegno della influenza comunista sul proletariato, la loro conquista alle direttive rivoluzionarie. Oggi le prime sporadiche spinte operaie urtano contro la struttura sindacale esistente la quale si lascia sempre meno permeare da queste spinte, le respinge e le soffoca. I proletari si accorgono così che in questi ultimi 50 anni non solo la borghesia li ha addormentati nella inazione, ma ha anche strappato dalle loro mani la condizione primaria ed elementare di ogni azione anche difensiva: l’organizzazione economica di classe, l’organo della lotta quotidiana ed immediata; il primo effetto perciò della ripresa della lotta per il lavoro ed il salario sarà il loro tentativo di ridarsi le armi stesse della lotta, di far risorgere delle associazioni economiche veramente adatte alla difesa almeno del pane quotidiano. Il partito deve indicare chiaramente ai proletari la necessità che la loro azione anche immediata e limitata si indirizzi in opposizione alla politica sindacale ufficiale verso la ricostituzione di organismi economici di classe contraddistinti non solo da un indirizzo di battaglia, ma anche da una prassi e da una organizzazione completamente opposte a quelle dei sindacati attuali.
Indirizzo di battaglia, prassi ed organizzazione adatti alla lotta diretta degli operai non alla trattativa pacifica con il padronato e con lo Stato.
Il processo della ripresa della lotta e di conseguenza la tattica del partito nei confronti della classe operaia è ben descritta nelle nostre Tesi Caratteristiche del 1952 le quali affermano due linee di marcia inequivocabili; 1) opposizione netta e delimitazione chiara del partito da tutti gli altri raggruppamenti politici anche sedicentemente rivoluzionari, rifiuto ad addivenire con essi a qualsiasi approccio anche sul terreno pratico contingente; 2) immancabile ripresa di azione sindacale da parte degli operai i quali dovranno in essa e per essa ricostituire la loro organizzazione economica di classe. Di conseguenza l’azione del partito deve rivolgersi ad indicare agli operai che si muovono questa necessità urgente, per incoraggiare e potenziare anche le minime manifestazioni in questo senso. Il sorgere, anche sporadico, di questi nuovi organismi economici è uno dei sintomi della ripresa della lotta operaia e il partito proclama la necessità che la lotta si approfondisca e si allarghi superando i limiti di fabbrica e di categoria. L’appello che il partito lancia a tutti i lavoratori di qualsiasi fede e di qualsiasi affiliazione politica è perciò non solo per la ripresa dell’azione in difesa delle condizioni di vita e di lavoro, ma anche l’indicazione della ricostituzione delle armi tramite le quali soltanto l’azione può svolgersi: la rinascita di organismi economici di classe in contrapposizione agli attuali sindacati tricolori. Nel lanciare questo indirizzo il partito traccia di fronte alle masse una insormontabile linea di demarcazione nei confronti di tutti gli altri raggruppamenti politici la cui azione fra i proletari va alla ricerca di nuove ed originali forme che non dovrebbero più essere economiche e sindacali sostenendo in molti casi che la funzione sindacale è finita.
Mentre il partito indica chiaramente che i proletari dovranno ridiscendere in lotta proprio sul terreno economico e sindacale, cioè sul terreno della difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro, e dovranno riorganizzarsi proprio su questo specifico terreno, indica altresì che, solo realizzandosi questo obiettivo il partito ritroverà il terreno naturale adatto al suo rafforzamento in quanto organo rivoluzionario di classe tendendo negli organismi economici che la classe sarà costretta a ridarsi la sua rete di nuclei, gruppi e frazioni sindacali comuniste.
È sul terreno del necessario risorgere dell’associazionismo sindacale delle masse che il partito si troverà in contatto con altre formazioni politiche organizzate nel seno degli organismi economici e potrà porsi di nuovo la necessità di scardinare l’influenza sul proletariato di altre prospettive e metodi non comunisti attraverso l’appello all’unificazione delle lotte e delle risorte organizzazioni economiche. Anzi questa azione del partito si svolge già oggi, ed è caratteristica, nella misura in cui il partito combatte contro gli altri raggruppamenti per mantenere e garantire il carattere aperto, economico, operaio dei nuovi organismi contro tutti coloro che, alla moda del kapedismo 1921, vorrebbero chiuderli su preclusioni ideologiche o politiche nella deforme visione che fa dei nuovi organismi operai delle strutture a metà fra il sindacato ed il partito ed in evoluzione verso di questo. Per il partito, e lo abbiamo dimostrato in questa serie di scritti, la funzione e l’organizzazione economica sindacale sono espressione e condizione della lotta di classe e perciò non solo devono esistere ma devono coinvolgere tutti gli operai, essere aperte ed estese al massimo grado possibile perché l’estensione, l’unificazione, il potenziamento delle lotte e delle strutture per la lotta immediata sono essenziali al rafforzamento del partito e tramite esso alla sua influenza sul proletariato.
Il partito rivendica la massima apertura di questi organismi di classe e pur proponendosi di lottare al loro interno per conquistarli al proprio indirizzo politico, non nega la loro funzione di organismi aperti a tutti i lavoratori, bensì integra, approfondisce e completa questa funzione.
È all’interno di questi organismi immediati della classe che il partito riproporrà la tattica del fronte unico sindacale, cioè della unità dell’azione e degli organismi proletari a carattere sindacale invitando a muoversi su questo terreno e su quello della difesa di questi organismi dalla politica statale e opportunista che tenterà di svuotarli di ogni contenuto ed efficienza e di farne di nuovo degli organi di collaborazione di classe, anche quei proletari che pur aderendo ad altri indirizzi politici militano in questi organismi. Ed eccoci al ricongiungimento con le posizioni coerenti dell’Internazionale al II Congresso e della Sinistra sul fronte unico. Non si può sostituire o contrabbandare la tattica di allora con un approccio di qualsiasi genere con altri raggruppamenti politici neanche sul piano della conduzione di azioni immediate delle masse. È l’azione delle masse stesse che deve essere coerentemente indirizzata verso la ricostituzione degli organismi economici di classe, verso la loro massima estensione e diffusione. È nella misura in cui l’azione di classe riprende e si dà le sue forme organizzative di battaglia, che il partito opera alla unificazione ed estensione dell’azione e dell’organizzazione proletaria ben sapendo che nel corso dell’azione stessa i suoi metodi e le sue finalità si imporranno come gli unici validi, spezzando l’influenza che possono avere sul proletariato lottante ed organizzato altri indirizzi politici non comunisti. Oggi la tattica del fronte unico si esprime in questi termini: «al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia delle classi padronali e contro il tradimento dei bonzi tricolori, ma contro le istituzioni presenti e contro tutti i raggruppamenti politici non comunisti che di fatto si pongono sul terreno di quelle».
L’oggetto principale di questo lavoro è costituito dalla rilevazione empirica del comportamento delle forze sociali in campo nella storia delle classi in regime capitalistico. Alle cause si accenna di passaggio, importandoci constatare le «costanti» che in ogni area storica prescelta si affermano. Tutto il processo storico è caratterizzato dalla forza-partito, alla quale il marxismo rivoluzionario ha affidato un ruolo primario, insostituibile. Il proletariato non può elevarsi al di sopra della contingenza senza la direzione di questa forza storica, che possiede la coscienza dello sviluppo generale della lotta di classe. L’istintivismo operaio non ha mai prodotto il partito di classe che, invece è il risultato storico del congiungersi di una dottrina di classe, imperfetta o perfetta che sia, col movimento reale proletario in una organizzazione autonoma e indipendente dalle altre classi. L’intuizione «cartista» è la manifestazione grezza della coscienza di classe, che consente al proletariato inglese di fronteggiare come classe lo Stato. Questa intuizione non la si ritrova negli USA, e il movimento di sciopero gira attorno a se stesso senza poter sostenere un’azione continua per il potere. Al contrario, nell’area russa la dottrina marxista importata dall’Europa occidentale vivifica e sostanzia il movimento operaio ed influenza anche il movimento democratico borghese. Subito viene in luce il carattere invariante e primario del programma, e quello selettivo storico della forma partito, da cui deduciamo un primo risultato: il partito comunista a programma marxista rivoluzionario è la forma fenomenica di partito più adeguata per la rivoluzione proletaria, è la forma finalmente scoperta.
La spontaneità genera molteplici forme associative sia nel campo economico, come Sindacati, leghe professionali, associazioni mutualistiche e resistenziali, sia nel campo politico, come i Soviet. Non sono il partito. L’anarchismo può definirsi «partito» per avere una dottrina ed una organizzazione che si sforza di accreditare nel movimento operaio. Quanto alla dottrina anarchica il marxismo ha sin dai tempi di Marx stesso dimostrato quanto sia fallace e contraddittoria, quanto alla prassi dell’anarchismo i fatti storici ne hanno confermato il carattere fondamentalmente democratico e anticomunista, fuori del campo della rivoluzione proletaria. Parliamo di partiti e indirizzi programmatici e politici, non di lavoratori e operai suscettibili tutti, quale che sia la loro fede religiosa e politica, di schierarsi nell’esercito combattente per il comunismo. Il partito laburista ha le caratteristiche del partito tipico della spontaneità: senza dottrina, con organizzazione labile e poggiante sulle unioni sindacali, ma con un indirizzo politico sicuro e certo che si concretizza nella precisa volontà di restare saldamente nell’ambito della democrazia borghese. La spontaneità può generare solo partiti anticomunisti, antirivoluzionari, quand’anche inquadrino esclusivamente operai.
Da ciò si deduce che nel processo storico si è giunti ad un punto cruciale: non basta un partito qualsiasi, ma è indispensabile un solo ed unico partito, precisamente il partito comunista rivoluzionario. Per cui, tutti gli altri partiti, quale che sia la loro fisionomia esteriore, sono fuori dal campo della rivoluzione proletaria e socialista.
L’esempio inglese ci insegna che quando la lotta spontanea degli operai è privata della direzione politica di classe può esprimere al massimo un partito costretto a collocarsi nel campo della borghesia con movenze radicali, nulla di più. Ed infatti l’unica tattica usata è stata legalitaria e ministeriale. Il movimento di sciopero è stato utilizzato a sostegno di questa tattica. La spontaneità è stata sottomessa allo Stato.
Qualsiasi tattica, da qualunque partito svolta, che non elevi la spontaneità alla coscienza di classe, comprime e deprime la spontaneità stessa e subordina gli interessi immediati della classe a quelli permanenti, di conservazione, del regime capitalistico che, non va dimenticato, per la sua natura contraddittoria, è esso stesso fonte inesauribile di spontaneità. Nel capitalismo essa è insopprimibile. Non la si supera negandola, né subordinandovisi, ma con una tattica acuta e coerente, tesa verso lo sbocco rivoluzionario in un potere proletario dittatoriale e totalitario, nel quale soltanto le contraddizioni tendono ad esaurirsi in un processo di controllo e dominio sull’economia. Per queste stesse ragioni deterministiche, l’alternativa opposta è la sottomissione della spontaneità allo Stato borghese. La lotta per il controllo e la direzione della spontaneità operaia si sostanzia nella lotta tra due forze sociali di segno opposto, il partito politico di classe e lo Stato capitalista e si compendia nella lotta per la direzione della organizzazione degli operai, nello scontro tra due classi, due tattiche inconciliabili. Non ne è data una terza.
Nell’esaminare l’area tedesca e italiana constateremo da una angolatura diversa queste affermazioni e rileveremo l’importanza decisiva della tattica. Intanto va ribadito che la spontaneità della classe proletaria è una forza insopprimibile in regime borghese, su cui il partito deve poggiare la sua azione rivoluzionaria.
D – AREA FRANCESE
Se la rivoluzione in Francia del 1848 fece dire a Marx che il movimento proletario francese rappresentava l’intelligenza politica di classe, oggi è da constatare che questa antica intelligenza costretta nella democrazia è stata posta a rimorchio del capitalismo. La Francia è la madre della democrazia, del metodo politico che diluisce le classi nel popolo, che vuole la classe operaia forza indistinta nel magma sociale, soprattutto impedendole di costituirsi in partito politico autonomo e indipendente dagli altri partiti, di organizzarsi come corpo sociale separato dal restante della società sulla base di un programma esclusivo, il programma comunista. Nel campo politico, della lotta per il potere, la democrazia ha, per un verso trionfato, coprendo d’orpello populista la natura dispotica del capitalismo, per l’altro ha fallito, manifestandosi uno ostacolo al totale dispiegamento della dittatura borghese. È su questo terreno contraddittorio che l’opportunismo, materialmente sostenuto dalla borghesia, si insinua e si accampa nel proletariato, assumendo i più svariati aspetti. Il proudhonismo ha fatto scuola a tutti i movimenti e partiti non marxisti rivoluzionari, sino al sindacalismo anarchico, al corporativismo fascista e allo stalinismo, e a maggior ragione agli epigoni odierni. A siffatta scuola il partito francese ha preteso di impastare marxismo e populismo, con cui ha creduto di giustificare la legittimità dei sussulti operai e quella dell’appoggio alla borghesia nella prima guerra imperialistica, la adesione, ambigua e sorniona, al Comintern e la pretesa di una libertà tattica speciale, il nazionalismo più feroce sia nella partecipazione alla seconda guerra sia nel massacro dei democratici rivoluzionari nelle colonie.
La Sinistra conosceva bene le insidie del trasformismo secolare della democrazia, esemplificabili alla perfezione da quel tale Cachin, venuto a Mosca rivoluzionaria come comunista nel 1920, dopo essere stato a Milano borghese nel 1914 come finanziatore de Il Popolo d’Italia di Mussolini e in qualità di vero e proprio agente dello Stato francese per portare l’Italia nella Triplice Alleanza. La Sinistra si batté fino all’ultimo perché l’Internazionale Comunista tenesse in debito conto l’esperienza storica del proletariato rivoluzionario vissuta e sofferta nei regimi democratici, e non si affidasse esclusivamente alla esperienza russa, che aveva avuto la fortuna di non passare tra le trappole della democrazia, stroncata ancor prima di nascere dalla guardia rossa bolscevica.
Tuttora il problema è sul tappeto. In nome della democrazia e del comunismo, accoppiamento aberrante al 1975 nelle aree di rivoluzione monoclassista e monopartitica, si tiene la classe operaia a disposizione delle più ignobili manovre conservatrici e reazionarie.
Il «fascismo democratico» odierno in Francia (ci si passi l’espressione) rappresentato dal regime presidenziale riesce a nascondere, dietro il paludamento democratico e parlamentare, agli occhi del proletariato l’intima natura capitalistica del regime. Ma perché questo travestimento fosse reso possibile è stato necessario tenere il P.C. vincolato alla democrazia. Si pensi per un attimo ad un partito saldamente su posizioni comuniste rivoluzionarie. In questo caso la Repubblica presidenziale borghese sarebbe costretta a svelare il suo carattere antioperaio e anticomunista, ad ammettere mestamente che la veste democratica non serve ad ingannare i proletari e dovrebbe buttarla necessariamente alle ortiche. Quale formidabile risultato storico sarebbe! Lo stesso risultato per il quale il comunismo rivoluzionario, anche quando ha dovuto lottare per la «conquista della democrazia» (vedi Russia di Lenin e il Manifesto di C. Marx) si è sempre battuto: «conquistare la democrazia» per superarla, non per adagiarvisi. In linea con questo senso realistico della storia, non ci addolorammo né avvilimmo perché la democrazia si era trasformata in Fascismo. Gridammo alla borghesia, costretta, suo malgrado, a scendere in campo aperto: ed ora a noi due! Senza intermediari tra proletariato e capitalismo, senza mezzani a farle da pacieri tra due classi opposte, la partita si sarebbe conclusa vittoriosamente da un pezzo. Gli intermediari e i pacieri hanno consentito alle classi superiori di escogitare mezzi e tattiche più adeguati a perpetuare la loro signoria dispotica sulle classi lavoratrici.
Appare chiaro, allora il contenuto della tattica comunista: nessuna alleanza o accordo tra il partito di classe e gli altri partiti o ali di partiti, vale a dire nessuna tattica democratica. Chiunque non si pone fuori e contro la democrazia in maniera rivoluzionaria, impedisce lo scontro di classe. Questo precetto tattico ci proviene non dalla testa, ma dalla viva esperienza della lotta di classe che nell’area francese ha consentito al partito politico del proletariato di trarre abbondanti lezioni. Dal movimento operaio francese abbiamo imparato quanto sia perfida la infezione democratica. Non a caso, quindi, proprio dalla Francia è uscita la tragica e logica conclusione del «fronte unico politico», imposto al movimento comunista dalla Internazionale, cioè il «Fronte popolare», premessa all’ancora più infame Fronte di resistenza patriottica nel secondo massacro mondiale.
I continui sacrifici, allora, del proletariato, a prezzo di rinunce, fame e miseria della loro vita stessa, le lotte sindacali per il salario e il lavoro, che giammai il democratume negherà, han servito come supporto dialettico alla perpetuazione del regime borghese, anziché come leve potenti, e più potenti rese da una direzione veramente comunista, per distruggere la demente follia di un mondo che si compiace di essere pluralistico, contraddittorio, libero, mentre dissipa incalcolabili energie produttive in attesa di distruggere una parte dei produttori stessi, i proletari delle città e delle campagne.
DIAGRAMMA DI CURVE E VETTORI
La curva della produzione ha un andamento sostanzialmente identico a quello degli altri paesi. Basterebbe questa elementare considerazione per constatare che non esiste una economia nazionale da quando si è formato il mercato mondiale, ergo le economie cosiddette nazionali dipendono tutte dal mercato mondiale stesso e la politica nazionale altro non è che il modo di partecipare delle singole borghesie locali alla estorsione e alla ripartizione del plusvalore prodotto localmente dalla classe operaia. Ancora più visibile è la bestialità in dottrina e l’infamia in politica, del «socialismo in un solo paese», soprattutto nella fase imperialistica.
Un andamento simile agli altri paesi si ha per la curva della spontaneità, con una maggior accentuazione del movimento di sciopero in presenza del Partito, nel 1920, non perché il partito avesse determinato gli scioperi, ma perché questi dal partito avevano avuto un rinvigorimento.
Il Partito Socialista in Francia sorse dalla confluenza del Partito Operaio Socialista Rivoluzionario, del Partito Socialista di Francia con Guesde, del Partito socialista francese con J. Jaurès, e delle Federazioni Autonome. Partito ultrariformista e ministerialista, suscitò con la sua azione opportunistica vergognosa il revisionismo sindacalista rivoluzionario di G. Sorel e l’antimilitarismo di Hervé. È inutile dire che tutti aderirono, assieme alla Centrale Sindacale, alla guerra imperialista, con la sola eccezione di J. Jaurès che, probabilmente non ne ebbe il tempo, essendo stato assassinato alla vigilia dello scoppio della guerra, per aver condotto un’intensa e passionale campagna antibellica.
Il Partito Comunista sorse a Tours nel 1920 dalla scissione del PSF. Nel diagramma l’evento è rappresentato dalla biforcazione del vettore-partito.
Il proletariato sottoposto dalla guerra a durissimi sacrifici, al dissanguamento al fronte, con l’armistizio subì fame e disoccupazione, per cui ripresero gli scioperi che furono imponenti.
Pur in presenza del Partito e dell’Internazionale, lo Stato rimase saldo e il suo potere intatto. Il partito muore nel 1926, come negli altri paesi, dopo prove sempre più infelici. L’opportunismo rafforza e potenzia la sua egemonia sulla classe.
Si noti che la presa opportunista si era allentata col costituirsi del Partito Comunista e del conseguente rinvigorimento dell’azione delle masse, e che si rafforza col declino e la morte del Partito Comunista, mentre le lotte immediate dei lavoratori non cessano. Il periodo di minor attività delle masse guarda caso, coincide con il «Fronte popolare», preludio alla seconda guerra imperialistica.
Dopo la scomparsa del Partito Comunista, nel 1926, il movimento anarco-sindacalista continua la sua attività, dopo aver confluito assieme alle bande herveiste e alla socialdemocrazia nella prima grande guerra. Oggi, che il contenuto del sindacalismo trionfa nelle Centrali sindacali di tutti i paesi, rilevandolo dalla risoluzione, detta «Carta d’Amiens» del 1906, in cui si dice che «Il Sindacato, oggi organizzazione di resistenza, sarà, nell’avvenire il gruppo di produzione e di ripartizione, base dell’organizzazione sociale», e che non consentirà all’operaio di «introdurre nel Sindacato le opinioni che egli professa fuori»; oggi, che esplicita ed operante è la solidarietà tra i partiti opportunisti e il sindacalismo divenuto tricolore, questi organismi tutti, che si autodefiniscono di classe, sono costituzionalmente e politicamente al servizio dello Stato borghese.
È certo che è stata la guerra imperialistica e la Rivoluzione d’Ottobre, vale a dire la dimostrazione fenomenica dei mezzi pratici fondamentali di due distinte e opposte classi, la borghese e la proletaria, a separare violentemente e irreversibilmente le forze politiche in campo.
In presenza di questi due colossali avvenimenti storici, nel campo della borghesia è rifluito tutto ciò che d’impreparato, di indefinito era nella società. Lo Stato borghese ha stretto a sé tutte le forze che volenti o nolenti dovranno scomparire con il modo capitalistico di produzione e di proprietà. La borghesia ne ha assorbito i singoli metodi di lotta e i mezzi, sforzandosi persino di sottomettere non poche forme e armi del proletariato, volgendole a proprio favore, anche quando in fasi precedenti le erano rivolte contro.
Nel campo rivoluzionario, al contrario, si è cristallizzato il solo proletariato. Il Partito di classe si pone alla testa di tutte le forze proletarie, attraendo nella sua disciplinata e complessa attività centralmente organizzata e diretta quelle più devote e decise ed anche i veri e sinceri transfughi dal nemico. Il Partito deve scolpire e precisare sempre più acutamente tutta la sua azione in ogni campo, il che vale liberare l’azione dottrinaria e pratica di classe dall’indistinto magma sociale, che nei secoli di soggezione del Lavoro alle ingorde classi possidenti, ha soffocato il faticoso ritorno dell’umanità al comunismo. Il partito ha sperimentato nel fuoco delle lotte di classe che il pericolo maggiore per la vittoria è sempre venuto dalle suggestioni emananti dalle mezze classi. Le «idee madri» del capitale si sono infiltrate in modo vieppiù pericoloso, piuttosto che direttamente, per mezzo dei canali dei partiti piccolo-borghesi, opportunisti e pseudorivoluzionari, in coloriti e stimolanti contorni «rossi».
La Guerra imperialistica e la Rivoluzione Comunista, quindi, hanno ridotto la democrazia alle sole e vuote espressioni elezionistiche, parlamentari, formali, di cui la borghesia si serve per continuare l’inganno verso il proletariato, sinché questi non rialzerà la testa.
Non passa giorno che la stampa quotidiana non sveli, informando di accadimenti violenti e repressivi, il crescente legame tra lo Stato e organizzazioni «private» o «pubbliche» cui è stato dato incarico di esercitare lo spionaggio, la violenza e ogni sorta di delitti che, compiuti in nome della democrazia e della libertà, dovrebbero non essere legalmente e penalmente perseguibili.
Si apprende che la CIA, che giuridicamente è una agenzia pubblica, e non una organizzazione statale, come l’FBI, fu incaricata a suo tempo dai rispettivi governi federali in carica, di uccidere Castro, di assassinare Lumumba, di sostenere i colonnelli greci e quelli cileni, di corrompere il tal ministro del tal paese, servendosi di ogni strumento e arnese, dalla droga alle torture, dai gangsters ai criminali più in voga dal ricatto ai dollari veri e falsi insomma senza esclusione di colpi.
Se queste notizie agghiaccianti vengono di tanto in tanto date in pasto al grosso pubblico, e sempre in maniera tale che le persone coinvolte possano con relativa facilità dimostrare che le accuse non hanno legale fondamento o non sono dimostrabili, salvo l’eventuale classico infortunio sul lavoro, se questo avviene non è certo perché la «moralizzazione della vita pubblica», tanto cara a tutti gli oppositori di ogni tinta e paese sinché sono appunto all’opposizione, si è finalmente imposta, ma sulla premessa della concorrenza ovviamente sleale tra pretendenti, partiti o meglio bande politiche, s’innesta l’apologia della democrazia e della libertà, senza riuscir mai però a dimostrare che riparazione all’eccidio, al misfatto, all’assassinio è stata fatta, se non con la poststaliniana e cinica «riabilitazione». Mentre nulla cambia.
I grandi quotidiani, quindi, fingono di meravigliarsi delle odierne «clamorose rivelazioni» e sguinzagliano cronisti e redattori per pescare il «colpevole», il nome di lusso o meno da buttare in pasto ai lettori, onde forzarli a ritenere che prima o poi la «verità» viene alla luce in un paese «libero», al contrario non emerge mai sotto regimi dittatoriali. Ci si appaga, cioè, dei processi e delle confessioni, senza andare alla radice dei misfatti.
Terrorismo statale che presuppone la violenza tra le classi che, in assenza di un proletariato fortemente organizzato alla scala mondiale, viene egemonizzata dal capitalismo sia nei rapporti tra gli Stati sia nei rapporti economici e verso paesi che tentano di sottrarsi alla tutela imperialistica per disporre liberamente delle proprie forze produttive.
Il terrorismo statale, ed è la tesi che qui ci interessa mettere avanti, non è appannaggio di Stati «dittatoriali» soltanto, ma di qualsiasi Stato, anche dello Stato proletario. Chi storce la bocca è un fariseo e si presta a truffare o ad essere truffato in nome della «persona umana» che non esiste se non nella mitologia della morale popolare e nella propaganda velenosa contro il comunismo.
Lo Stato di Dittatura Proletaria terrorizzerà e violenterà le classi abbattute dalla rivoluzione vittoriosa per impedire che rialzino la testa, allo stesso modo che la borghesia ha terrorizzato e violentato le classi che l’hanno preceduta e la classe operaia. La differenza è nella natura dello Stato proletario che si esaurisce a misura che scompaiono le classi perché finirà l’economia mercantile, la produzione di merci. Lo Stato capitalista, al contrario, incattivisce sempre più come un condannato alla pena capitale che non si rassegni, poggiando su classi che non vogliono perdere i loro privilegi e di cui è privato il proletariato.
Che non vengano a vantarsi della «Grande Democrazia Americana», allora. Essa, alla pari di qualsiasi etichetta governativa, non è soltanto gerente del terrore delle classi possidenti contro le classi nullatenenti, ma è anche una spregevole sentina di atrocità di fronte alle quali le persecuzioni dei Don Rodrigo dell’antico regime appaiono timide esercitazioni di artigiani della violenza.
Hanno un solo nemico, in sostanza, tutti quelli che da trenta anni ormai chiamano periodicamente ad una riverniciatura democratica del cadavere parlamentare un «corpo sociale» nel quale è soffocata ogni distinzione di classe: lo sbocco rivoluzionario della crisi presente.
Non ci interessa nessuna questione di vincitori e vinti; abbiamo sempre negato che potesse ricavare alcunché il proletariato, per la sua azione di classe, da un certificato elettorale «titolo di proprietà di una frazione del potere collettivo», né che da spostamenti percentuali del «democratico elettorato» si possa dedurre qualcosa sulle fortune del processo rivoluzionario; tutta la nostra storia di classe presenta la costante: «elezioni uguale fottitura della rivoluzione». Ben altre «vittorie» hanno registrato le cronache, ed in altre occasioni, in cui il movimento non era in ginocchio come adesso, ma le fiamme della rivolta serpeggiavano per strade e piazze. Senza andare troppo lontano, basti ricordare un 1919 quando il P.S.I. mille miglia distante dai fradici opportunisti d’oggi raccolse, e da solo, la maggioranza relativa dei suffragi; pure con un successo senza precedenti, mentre le «amministrazioni rosse» si sprecavano e non osando imbarcarsi in un regio governo, non meno severo fu il giudizio che ne ricevette dall’allora frazione astensionista, perché la preparazione elettorale aveva distrutto per quella organizzazione, ogni possibilità di preparazione rivoluzionaria.
Storia vecchia, è il ritornello sulla bocca dell’opportunismo e dello sconcio estremismo extraparlamentare, solo preoccupati dell’oggi. A cinquanta anni di distanza, le alterne vicende dei balletti parlamentari, hanno definitivamente acquisito quella che allora fu una tesi soltanto teorica: per quanto riguarda ogni pratica democratica, è stata condensata, già dal 1951, la nostra posizione, nelle Tesi Caratteristiche del Partito: «Il partito, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche di ogni genere, e non esplica, in tale campo, la sua attività».
Breviter, non si vota. Definitivamente è stato fissato dall’esperienza storica del passato, che non c’è nulla da conquistare o da difendere, per il proletariato, in questa putrida società, né le forme, né i contenuti della democrazia, né c’è alcun terreno sul quale possa effettuare delle «alleanze» con pretesi strati progressisti: ed ogni riforma, ogni provvedimento che parta dagli istituti dello Stato borghese, è soltanto una catena che di più avvince allo stato del capitale, alla sua ideologia, la classe destinata ad affossarlo.
Quando nel 1953 esso fu chiamato ad «esprimersi» contro la «legge truffa», ribadimmo che la vera truffa era far credere che le forme democratiche avessero da essere difese. Tutta la storia dolorosa delle nostre sconfitte proletarie prova che dal I dopoguerra in poi, nei paesi fradici di capitalismo, i parlamenti, gli istituti rappresentativi esistono per unica funzione di ingannare gli operai: la sparizione di Montecitorio, di Palazzo Madama, non altererebbe di un etto la funzionalità dello Stato, che rimane, qualunque cosa ne dica l’opportunismo, la «macchina di oppressione di una classe nei confronti di un’altra classe».
Soltanto e sempre gli interessi borghesi di conservazione sociale ha rappresentato l’opportunismo, quando ha dovuto sostituire alla guida dello Stato i partiti esplicitamente borghesi incapaci di dominare i fermenti in atto nel corpo sociale, quando si è con loro alleato per le ricostruzioni nazionali, o la difesa dei sacri confini, quando, opposizione legalitaria, ha mantenuto negli operai l’illusione di vie pacifiche al socialismo, di conquiste graduali, di tappe intermedie, di riformabilità dello Stato; quando, trionfante il metodo di governo diretto e senza infingimenti del Capitale, la forma fascista di conduzione dello Stato, ha spacciato la menzogna di una necessaria riconquista del terreno democratico per l’azione di classe.
Il partito nel corso del suo trentennale lavoro di critica ed analisi dei fatti sociali, e delle forze che li determinano, ha compiutamente definito questa «anomalia», rispetto ai partiti socialdemocratici della II Internazionale; la natura dell’opportunismo è stata sintetizzata nel corpo di Tesi dette «Di Napoli» e datate al 1965: «… mentre patrimonio centrale della Sinistra è la coscienza che il più grande pericolo sono le illusioni popularesche e socialdemocratiche, basi non di una nuova rivoluzione che faccia il passo Kerenski-Lenin, ma dell’opportunismo, che è la più potente forza controrivoluzionaria».
Per la Sinistra l’opportunismo «non è un fenomeno di natura morale e riducibile a corruzione di individui, ma è un fenomeno di natura sociale e storica, per cui l’avanguardia proletaria, invece di disporsi sullo schieramento che si pone contro il fronte reazionario della borghesia e degli strati piccolo-borghesi, più di essa ancora conservatori, dà l’avvio ad una politica di saldatura fra il proletariato e le classi medie. In questo il fenomeno sociale dell’opportunismo non diverge da quello del fascismo, perché si tratta sempre di un asservimento ai ceti piccolo borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali, la cosiddetta classe politica e la classe burocratico-amministrativa, che in realtà non sono classi capaci di vitalità storica, ma spregevoli ceti marginali e ruffiani..».
È questa una posizione caratteristica dei comunisti rivoluzionari, che li distingue in ogni modo, anche sul piano dell’azione pratica, da tutti gli altri raggruppamenti, che, in queste batracomiomachie elettorali, hanno tenuto posizioni formalmente diverse, tutte però, in un verso o nell’altro, riconducibili alla stessa matrice.
L’abilità tattica consisterebbe per gli uni a far ritrovare all’opportunismo, sulla scia del consenso delle larghe masse, la strada di una pretesa azione rivoluzionaria, magari sulla piattaforma di conquiste di «socialismo» alla scala locale, trovando il loro «spazio a sinistra» nel «contesto sociale», o meglio sui banchi di Montecitorio – una qualificata alternativa rivoluzionaria – conquiste tutte che dovrebbero aprire nuovi livelli di coscienza ai proletari; laddove per gli altri, il consenso delle urne, e l’impegno che ne deriverebbe al partitaccio, avrebbero la virtù di «smascherare» agli occhi degli «elettori proletari» la politica «essenzialmente riformista», mostrando l’illusorietà di quella strada. Salvo entrambi ad esultare per le «vittorie rosse», ad accreditarne la natura «operaia», posta cioè nel campo di classe – visto e considerato che le masse operaie, il P.C.I. lo seguono – a ritenere positivo un «governo di sinistra».
È proprio l’incapacità di comprendere il ruolo controrivoluzionario del P.C.I., fuori e dentro dello Stato, la natura irresistibilmente forcaiola e poliziesca, la funzione di principale ostacolo alla ripresa della lotta rivoluzionaria di classe, e di conseguenza l’appoggio, in un verso o nell’altro, alla «preparazione elettorale», che dimostra l’appartenenza di tutti costoro allo stesso campo di conservazione sociale, ne smaschera la natura di radicalismo piccolo-borghese; anch’essi, hanno qualcosa da difendere in democrazia; malgrado gli slogan arrabbiati e truculenti, riescono ad esprimere soltanto l’esigenza di un «governo operaio», cioè di una radicalizzazione «di sinistra» dell’attuale democrazia, magari mondata della purulenza e della corruzione degli attuali governi; in questa esigenza morale ben insieme alla parlamentare madre spirituale e materiale.
Per l’azione del Partito della rivoluzione non è certo «indifferente», dal punto di vista dell’azione pratica, della propaganda, e della organizzazione sul terreno dello scontro, l’avvento di un governo nel quale l’opportunismo rappresenti la forza trainante; solo neghiamo che possa essere in ogni modo una condizione favorevole alla ripresa rivoluzionaria, più di quanto non lo possa essere, per esempio, un governo borghese «forte»; l’essenziale veramente è la scomparsa dell’influenza dell’opportunismo nel seno del proletariato, dei suoi metodi, della sua ideologia, della presa delle sue organizzazioni, e per converso, il risorgere di organizzazioni di classe aperte che il Partito possa conquistare alla propria azione, per affascinare e guidare la classe secondo il proprio indirizzo. La denuncia inflessibile della natura controrivoluzionaria di qualsiasi governo di «sinistra», ha per corrispondente l’indicazione pratica che alla dittatura aperta dello Stato borghese, senza intermediari, non si risponde lottando per la riconquista del terreno democratico, ma per imporre la dittatura della propria classe. E diciamo questo basandoci sulla considerazione che un «governo di sinistra», mettiamo nel 1922, era cosa ben diversa da un governo di «compromesso storico» dell’anno 1975. La Sinistra presentò, nelle Tesi di Roma del 1922, una serie di punti che fissano «determinate condizioni» in cui un governo definito «di sinistra», cioè costituito dal blocco dei partiti della sinistra borghese e dei socialdemocratici, può essere favorevole all’azione rivoluzionaria di classe. Ma l’assunto si basa su punti precisi, cioè sull’effettiva divisione del campo politico borghese in due blocchi – di «destra» e di «sinistra» – che si contendano la direzione dello Stato e parallelamente sull’effettiva esistenza di un raggruppamento politico socialdemocratico non infeudato allo Stato; lo svolgimento della contesa tra queste forze verte su punti e rivendicazioni che interessano le masse proletarie, ed ancora la tesi 35 «d’altra parte il partito comunista non trascurerà il fatto innegabile che i postulati su cui il blocco di sinistra impernia la sua agitazione attirano l’interesse delle masse, e nella loro formulazione, spesso corrispondono alle reali loro esigenze».
Ma solo in queste circostanze l’infeudamento della «frazione socialdemocratica» nello Stato, a fianco dei partiti borghesi, o da sola, costituisce un coefficiente positivo per la rivoluzione, perché ferma restando l’esistenza ed il radicamento del partito comunista nel seno del proletariato e l’inquadramento di questo in organizzazioni di classe, che il partito può conquistare alla propria politica, «il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica, ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica della lotta» (tesi 32) e (tesi 35) «il partito comunista non sosterrà la tesi superficiale del rifiuto di tali concezioni perché solo la finale e totale conquista rivoluzionaria merita i sacrifici del proletariato … il partito comunista inviterà dunque i lavoratori ad accettare le concezioni della sinistra come una esperienza, sull’esito della quale esso porrà bene in chiaro con la sua propaganda, tutte le previsioni pessimistiche … il partito solleciterà le masse ad esigere dai partiti della socialdemocrazia, che garantiscano delle possibilità di realizzazione delle promesse della sinistra borghese, il mantenimento dei loro impegni, e colla sua critica indipendente ed ininterrotta si preparerà a raccogliere i frutti del risultato negativo di tali esperienze …».
Queste condizioni non esistono più nelle aree a capitalismo sviluppato: gli anni ’30 hanno visto due esempi di «governo di coalizione», quello dell’Union-Sacrée ed ancor più tragico il Fronte Popolare in Spagna: in entrambi i casi l’opportunismo – non più le vecchie organizzazioni della socialdemocrazia, ma una espressione nuova «ala sinistra della borghesia» – non è stato neppure in grado di proporre quel «programma di riforme» cui accennano le tesi; l’assenza del partito – quindi l’impossibilità assoluta dello sbocco rivoluzionario – non sposta i termini della questione.
Tutte le funzioni borghesi, al governo o all’opposizione, sono direttamente assunte da questa «tendenza borghese nel seno del proletariato». In Italia, garante il partitaccio, dopo la bufera della seconda guerra mondiale, venne effettuato nel modo più indolore possibile il trapasso di potere tra l’occupante alleato e il risorto governo nazionale; non certo un «governo operaio», ché le «forze della Resistenza» più in là del popolare non erano andate: un governo di alleanza nazionale; il PCI, ne doveva fare parte, e fu chiamato, forza nazionale, a farne parte. I compiti erano molteplici: garantire la continuità dello Stato rimettere in moto il volano dell’economia, ributtare, costringendoli alla più frenetica produzione, gli operai nelle fabbriche appena riaperte riducendo al minimo possibile ogni scontro sul piano sindacale – lodevole iniziativa che prese il nome di «ricostruzione nazionale», prima produrre poi rivendicare – contenere la rabbia e la disperazione dei senza lavoro, e dare una patente di democraticità al nuovo regime, che del vecchio, vinto in battaglia, aveva ereditato non solamente l’intera impalcatura statale, ma anche i contenuti politici, il modo di governo; e l’ennesima tragedia fu consumata ai danni del proletariato che dalle nuove magnifiche sorti e progressive della Repubblica nata dalla Resistenza si attendeva forse l’alba radiosa del socialismo.
Ma la Resistenza, movimento di classe sì, ma non della proletaria, nient’altro poteva dare per risultato che la riorganizzazione sotto altri panni della classe avversaria. Impostati i compiti gravosi della nascente Repubblica, più comodo all’opposizione per fatti interni ed internazionali, il PCI fu cacciato dal governo; e la tragicommedia delle elezioni del ’48 ne sanzionò in modo definitivo la natura di «opposizione costituzionale». In un quadro di stabilizzazione economica e politica, il PCI al governo prima, e poi all’opposizione, fu una necessità e l’operazione di anestesia sociale, favorita dalla ripresa alla scala mondiale dell’economia, filò senza grossi intoppi per lor signori: tutto il mondo marciava verso un periodo di «prosperità» – vale a dire di aumento spropositato della produzione, d’immensa accumulazione, buoni affari per tutti – i tentativi per un ritorno all’odiato amato Palazzo Chigi, urtarono tutti contro il muro della maggioranza relativa del partito d’elezione della borghesia nazionale filo-americana.
L’erosione della Fortezza avversaria è cominciata – guarda caso – dopo 30 anni di «prosperità» quando l’avvicinarsi della crisi mondiale del capitalismo – non fatto italiano od europeo, od americano, ma del sistema capitalistico nel suo complesso – ha invertito la tendenza economica, e cominciano i primi sordi brontolii nel sottosuolo economico, e di riflesso, sociale. Perdurando la necessità di mantenere ancora lo straccetto democratico sulla bocca dei cannoni statali, l’opportunismo potrà nuovamente essere imbarcato in qualche governo di «Alleanza Storica» od anche «operaio», per impedire il materializzarsi del fantasma della rivoluzione, sotto la spinta del determinismo economico, o per affogarla nel sangue pronto ad addossarsi anche questo compito del dominio borghese; ma neghiamo che vi possa andare per un gioco di miserabili percentuali elettorali. Sono del resto le medesime funzioni che divide con qualunque governo dichiaratamente fascista, del quale ha gli stessi metodi, gli stessi strumenti, che si troverebbe a dover usare ove la situazione avesse a radicalizzarsi. Da un gioco del tutto estraneo agli interessi del proletariato deriva questa «alternativa» nella conduzione statale; il volto camaleontico della borghesia si serve allo scopo anche di un preteso «movimento di sinistra» delle Forze Armate, valgano i recenti fatti della «rivoluzione» portoghese, per ribadire il proprio dominio in una fase delicata di sviluppo e distruzione di vecchie forme che impacciano il pieno dispiegarsi del capitalismo; una forma statale espressamente fascista, solo tinta di rosso, e sostenuta senza riserve dal Partito Comunista Portoghese. L’esempio più chiaro, ci pare, della compenetrazione tra i due «modi», sì che pure nel variare delle forme, l’uno trapassa «quasi senza colpo ferire» nell’altro; e d’altra parte la tragedia cilena, in cui, causa la perdurante situazione di dissesto economico, la radicalizzazione delle masse operaie nella loro pressione rivendicativa e la debolezza della borghesia nazionale, il trapasso è avvenuto con un bestiale spargimento di sangue proletario ed anche di piccoli borghesi nazionalisti: i due casi non sono in contraddizione, solo rispondono a caratteristiche particolari differenti, e differente ne è stato lo svolgimento.
In ogni modo il bilancio da trarre da tutto ciò è univoco e non ammette alcun tentennamento e ritrosia nell’enunciarlo: un «governo operaio» nel quale i proletari riconoscessero qualcosa di proprio, sarebbe una nuova sconfitta della Rivoluzione, da troppo tempo assente; chiunque gli attribuisca il valore di una conquista da difendere, o lavori per esso, od anche non ne denunci fermamente la infamia controrivoluzionaria, sta con la controrivoluzione.
Dopo una sconcia passerella pre-elettorale, tra un tripudio di bandiere rosse, di cittadelle tintesi di color della fiamma, il polverone dell’ubriacatura comincia a diradarsi, tornano alla vista, spinte dalla forza dei fatti, che non tollerano le fumisterie dei giochi governativi, i problemi di sempre: il salario eroso dall’inflazione, il posto di lavoro sempre meno sicuro, la toppa della cassa integrazione che sempre meno riesce a coprire un buco che si allarga, la disoccupazione del primo impiego; le cifre, che cadono giornalmente sotto gli occhi del proletariato illuso – per il momento – dalla «vittoria», oltre un milione di disoccupati, un aumento di 832% di cassa integrazione, vale a dire 100 milioni di ore rispetto alle 12 del 1974, un decremento della produzione del 9,7% rispetto all’anno scorso. Si possono baloccare finché vogliono, eletti e trombati, vincitori e vinti ma è il processo produttivo stesso che addita alle masse proletarie l’unica strada possibile: quella della ripresa della lotta di classe.
La nostra analisi della natura opportunistica del partitaccio, che abbiamo definito «ala sinistra della borghesia», non data da oggi né tantomeno è il frutto, come avviene ai gruppuscoli, di una recente scoperta. È ormai un cinquantennio che denunciamo la nefasta funzione in seno al movimento operaio di una forza politica che, una volta abbandonati i cardini del comunismo rivoluzionario, non poteva non candidarsi alla gestione diretta e più «razionale» dell’economia e della politica borghese.
Vogliamo mettere però in risalto la «continuità» della chiave di volta che corona congressuali «summulae berlinguerianae», consistenti nella riproposizione, anche se aggiornata con un frasario mellifluo ed ecumenico, di tutta la dogmatica staliniana, dalla teoria «del socialismo in un solo paese» da cui sono figliate le «vie nazionali al socialismo», alla tesi antimarxista del doppio campo o doppio mercato, quello capitalistico e quello socialista, a tutta una serie di deduzioni che vanno dal giudizio sulla questione coloniale alla funzione del proletariato metropolitano nella fase imperialistica del capitalismo. Come si vede una «problematica» che noi comunisti rivoluzionari, ricchi di un’esperienza più che secolare, ci guarderemmo bene dal consegnare demagogicamente alla logomachia di congressi, indetti dal P.C., per acquisire «punti» nella considerazione della «democrazia».
Nonostante che nessuno lo abbia nominato; il fantasma di Stalin ha costantemente aleggiato sulla assise del P.C.I.
La relazione del segretario infatti parte dalla premessa, assurta ormai a dogma, che, nonostante le riverniciature tipo testamento di Yalta, il trafugamento della bara di Baffone, le rimozioni più o meno psicoanalitiche dell’ingombrante Padre, consiste nella tesi niente affatto marxista che il mondo è diviso in due grandi campi, quello capitalistico occidentale, soggetto a crisi e costretto alla ritirata, e quello socialista, in graduale, irresistibile «progresso», e tendente a conquistare, per via «pacifica», il mondo borghese. L’unica differenza che passa tra la brutalità staliniana ed il «comunismo dal volto umano», consiste nella più sottile ed ipocrita abilità degli epigoni (come sempre peggiori) nel presentare la stessa pappa col linguaggio allusivo valido per tutti gli usi, ma soprattutto capace di confondere le idee dei frastornatissimi proletari.
Secondo il più piatto stile sociologico e soggettivistico (alla Mikhailovsky, come direbbe Lenin) il conto parte dai dati, dai fatti «merdosi», come è costume degli empiristi di moda. Si vuol dimostrare «il rapido aggravarsi della crisi del mondo capitalistico» in contrapposizione ai «progressi dei paesi socialisti». L’economia capitalistica è soggetta a crisi cicliche sempre più frequenti e ravvicinate, mentre il campo socialista grazie alla pianificazione ed al controllo statale dei mezzi di produzione produce sempre maggior sviluppo (capitalistico!), immune da crisi e da traumi.
Berlinguer snocciola dati, ma la questione non sta lì: il problema è nella lettura. La nostra è completamente opposta, e porta a conclusioni opposte. Non ci interessa confutare i dati, che «i grandi mezzi di ricerca del grande partito» sono in grado di fornire. Ma l’obiettività dei dati non è sufficiente a fornire una «obiettiva» interpretazione.
La lunga elencazione parte, come era inevitabile, da un «fatto»: «il fatto saliente, a partire dall’autunno scorso è costituito da una caduta o ristagno delle attività produttive che si è ormai estesa in tutta l’area dei paesi capitalistici sviluppati, mentre persistono forti spinte inflazionistiche e si accresce il disordine nel campo monetario e nei mercati finanziari, caratterizzati da cronica instabilità e da sfrenate e incontrollate attività speculative. Particolarmente grave è la recessione in atto negli Stati Uniti. La produzione industriale, che nel 1973 era aumentata del 9% rispetto al 1972, nel 1974 è diminuita dell’1% rispetto al 1973, ma gli ultimi dati, relativi al gennaio 1975, indicano che la caduta, rispetto al gennaio 1974 è già del 3,6%. Le conseguenze di questa recessione si fanno duramente sentire nell’occupazione: nel 1973 i disoccupati erano il 4,9% delle forze di lavoro; ora la percentuale è salita all’8,29%, e cioè a circa sette milioni e mezzo di disoccupati». Continua l’analisi della crisi in Giappone, nella Germania federale dei paesi membri dell’OCSE, il tutto per giungere al termine di paragone, puntualmente senza dati, perché per quanto scarsi sarebbero in grado di dimostrare che i tanto decantati paesi «socialisti», tipo l’autogestita Jugoslavia, l’Ungheria, la Polonia sono rose da tassi d’inflazione da fare invidia ai più scalcagnati fascismi e regimi militari dell’America latina.
«Ben diverso – dunque, al dire di Berlinguer – e anzi del tutto opposto è il quadro che presentano oggi i paesi dell’area socialista. È evidente che anche in questi paesi, e particolarmente in quelli che dispongono di minori risorse o le cui economie sono maggiormente legate al commercio estero, si ha un certo riflesso dell’aumento dei prezzi mondiali delle materie prime» – (dunque il doppio mercato è una balla, che non rende immuni tali economie dal gioco del mercato unico mondiale. Ma non si era detto che la coesistenza pacifica a base di commerci e competizione avrebbe permesso il sorpasso del capitalismo concorrenziale e monopolistico?) Ed eccoci alla prova che «il socialismo paga», come amano da tempo esprimersi i teorici del marxismo emulativo: «ma il dato fondamentale è che in tutti i paesi socialisti si è registrato anche nel 1974 e si prevede anche per il futuro un forte sviluppo produttivo. Dal rapporto annuale da poco reso noto sull’andamento economico nei paesi del COMECON risulta che nel complesso di questi paesi la produzione industriale nel 1974 è aumentata dell’8,5% rispetto al 1973. Inoltre, mentre i lavoratori dei paesi capitalistici sono duramente colpiti dall’aumento della disoccupazione e del caro vita, nei paesi socialisti si registrano ulteriori miglioramenti nel tenore di vita dei popoli e nel loro sviluppo civile e culturale». Il «socialismo» per gli staliniani incalliti, gradualisti ed emulativisti, si identifica con l’«aumento delle forze produttive, con il miglioramento del tenore di vita dei popoli».
Non una parola sui rapporti di produzione, sulla legge del valore capitalistico che continua a misurare il lavoro. Tutto questo succede una volta che si è identificato il socialismo con il controllo statale dei mezzi di produzione e si è deciso di rimandare a tempi migliori l’abolizione del lavoro salariato e dunque del Capitale come regime e modo di produzione.
Ha mai sentito parlare Berlinguer delle decine di migliaia di lavoratori iugoslavi emigrati in Germania e minacciati di essere rimpatriati come tanti altri paria di paesi occidentali?
Ha sentito parlare del raddoppio del prezzo del petrolio che l’URSS ha imposto ai vari Kadar, Gierek e compagnia, e che ha fatto parlare di nuove possibili Cecoslovacchie?
Niente di tutto questo nel rapporto, improntato ad un tipo di «internazionalismo» che altro non è se non «reciproco rispetto e non ingerenza negli Stati degli altri», per l’appunto l’aurea e mai rispettata regola degli stati borghesi. Vige l’«internazionalismo» proprio in quanto non esiste l’Internazionale, sepolta da Stalin e accuratamente esorcizzata dai suoi nipoti, la profonda passione dei quali è «l’indipendenza dei popoli» che è come dire «ognuno si faccia i fattacci propri».
Prima importante deduzione del ragionamento del segretario P.C.I. Naturalmente «un fatto»: «è un fatto dunque: nel mondo capitalistico c’è la crisi, nel mondo socialista no». Più perentori di così non si potrebbe essere. Ma c’è di più, dal momento che ciò che incanta i moralisti del grande opportunismo sono i «valori», la «cultura», la «virtù»: … «È ormai quasi universalmente riconosciuto che in quei paesi esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione».
Ma attenzione, niente trionfalismi, perché il PCI ha intenzione di fare tutto ciò che si può per impedire il tanto peggio tanto meglio. Il riconoscimento della conferma delle previsioni marxiste non è certamente stimolo ad aiutare la storia a partorire i suoi legittimi frutti. Al contrario, e sennò che razza di opportunisti sarebbero. La verifica della inevitabile caduta tendenziale del saggio di profitto, salutata dai rivoluzionari come la dannazione che manda in bestia il Capitale ed i suoi gestori, è un campanello d’allarme per Berlinguer e compagni, è il segnale per proporre la rianimazione della democrazia, tentata di gettare la maschera e passare a misure drastiche, per opporsi alla deprecata tendenza delle forze produttive operando le tradizionali manovre recessive, deflazione e rafforzamento della macchina di repressione statale onde impedire eventuali sommosse dei nullatenenti ridotti alla fame. Ed il PCI, al contrario, cosa propone? Lo sbocco democratico, la ripresa produttiva, non senza i necessari sacrifici anche per la classe operaia. In una parola il «compromesso storico», apertamente offerto senza i pudori d’un tempo. La preoccupazione del PCI sta nel dover essere usato a situazione economica e politica deteriorata, quando più difficile potrà risultare tenere a bada la classe in ripresa, quando potrebbe essere necessario ricorrere alla repressione e alla triste bisogna di svolgere il ruolo storico che l’opportunismo ha giocato prima nella veste socialdemocratica classica alla Noske e Scheidemann, poi in quella staliniana ancor più bieca e feroce. Ma la borghesia, di fronte a queste smaniose profferte di matrimonio, fatta astuta da secoli di esperienza storica, sa bene di non poter giocare a cuor leggero una carta così preziosa. Ha potuto fino ad ora combinare con abilità democrazia formale e reazione violenta, ha saputo utilizzare nel miglior modo la «frusta» parlamentare (si fa per dire) degli stalipiani, e non può azzardare di consumare l’asso nella manica del PCI al governo, correndo il rischio di trovarsi muro contro muro con un proletariato minacciosamente deluso.
Non siamo alla fine d’un conflitto mondiale, come nel 1945, quando l’associazione del PCI e soci al governo, nonostante qualche rischio, poteva contare sul salasso subito dal proletariato dissanguatosi nella guerra per la «difesa della democrazia». La borghesia nei suoi dirigenti più abili e smaliziati sa che per quanto ingabbiato nelle organizzazioni economiche e sindacali opportunistiche e controllato abbastanza agevolmente da un PCI che lo stesso Agnelli non ha esitato a definire «responsabile», il proletariato del 1975, che il gruppuscolame ha definito integrato e imborghesito, rimane la gran brutta bestia, e potenzialmente in grado di dar l’avvio ad una oggettiva ripresa della lotta di classe. Come dice il proverbio popolare «è più facile passare dal male al bene che dal bene al male», e la classe operaia ottenendo una parte delle briciole cadute dal banchetto imperialistico, come si sente ripetere dai moralisti di tutte le tinte, si è fatta «esigente». È questa la molla della rivoluzione proletaria. Marx non ha mai parlato di classe stracciona, ma di proletari organizzati, resi capaci di lotta dal regime della fabbrica, di senza riserve che proprio in quanto abituati a vivere con il lavoro, e non d’espedienti, si fanno rabbiosi quando il Capitale pretende di metterli fuori dal circuito del consumo. Altro che balordaggini sul ruolo del sottoproletariato sul quale si stanno buttando i gruppuscoli, relegati al margine della classe operaia organizzata, per quanto in formazioni dirette dall’opportunismo o direttamente dallo Stato.
Il marxismo rivoluzionario non intende negare che il sottoproletariato possa affiancarsi al grande esercito proletario, ma ha sempre escluso che il fulcro della lotta di classe si incentri in questi strati «sans feu et sans aveu».
Da qui la nefasta opera del gruppettame variopinto che vive all’ombra del grande Padre PCI, sempre pronto a rimproverare l’infantilismo dei figliocci agitati, ma anche pronto ad accogliere nelle proprie braccia tutti i figli prodighi possibili ed immaginabili. Ma la grande borghesia sa che nessun pericolo ancora la minaccia non esistendo il partito per inquadrare il proletariato contro borghesia ed opportunismo; meglio «lasciare le cose in sospeso» e, per bocca della «malafemmina di turno», la D.C. respinge le profferte dello spasimante sostenendo che non «ha ancora l’età», ma che tempo verrà. Siamo alle più stomachevoli forme di corteggiamento, perfino esilaranti se non si svolgessero sulla pelle di proletari abbandonati al loro destino e infarciti di promesse. Per quanto ci riguarda sappiamo per esperienza che anche quando il proletariato non accenna a seguire il partito di classe, è necessario insistere nel cercare il contatto con esso nel vivo della lotta, per importarvi la corretta teoria comunista, contro la degenerazione socialdemocratica e staliniana, contro gli isterismi dei gruppetti, espressione ormai più che del classico «infantilismo di sinistra», da correggere al tempo di Lenin, da bollare nel 1975, una volta degenerato in forme di «senilismo», parallelo questa volta all’opportunismo ufficiale che in Italia fa capo al PCI, e negli altri paesi europei alla nefasta scuola di Stalin.
La vittoria del fascismo alla scala mondiale come mezzo di conduzione della macchina statale borghese, data alla conclusione della seconda guerra mondiale, proprio nel momento in cui gli opportunisti di tutte le razze ravvisano una pretesa vittoria antifascista e popolare. Niente peraltro di antitetico in questo. È infatti il fascismo stesso, prodotto dalla sconfitta subita dal proletariato internazionale ad opera del tradimento opportunista, che partorisce l’antifascismo: blocco interclassista che mai rappresentò lotta di classe, ma diplomazia e guerra fra Stati, patriottismo e blocco con la borghesia. È proprio la negazione della lotta di classe, della dittatura proletaria, della rivoluzione comunista, che genera la rivendicazione della democrazia quale ritorno allo «status» normale. Per tutti gli epigoni di Stalin il fascismo rappresenterebbe infatti una mossa «antistorica», un «passo indietro» rispetto alle «libertà» democratiche, proprio là dove noi affermiamo che il fascismo rappresentava invece un «passo avanti» nella misura in cui è l’ultima parola del capitalismo che nella sua fase senile, tende sempre più a tradurre sul piano politico e sociale quel contenuto accentratore che già ha realizzato a livello economico. È la democrazia elezionista e dal referendum facile, catena dorata della classe operaia, che rappresenta il terreno su cui si è costruita la pace sociale e grazie alla quale si è potuto far ricostruire l’economia capitalistica ancora una volta col sudore dei lavoratori. È sotto la maschera latte-miele della democrazia che si fanno passare oggi licenziamenti e svalutazione del salario. Schierarsi dunque per la difesa della democrazia rappresenta dal punto di vista marxista un enorme errore di principio, errore che è la base dell’opportunismo, gendarme antiproletario che inalvea oggi le forze operaie disposte alla lotta nella fogna antifascista, rendendo al capitale il servizio di allontanare la classe dalla visione della presa totalitaria del potere politico. Ieri ponte di raccordo tra lo Stato fascista e lo Stato democratico (FNL), oggi baluardo dell’ordine e dell’interclassismo sociale, l’opportunismo tradizionale o gruppettistico opera nel senso dello smantellamento della tradizione e del risorgere della lotta di classe.
Sono proprio i vari «gruppetti» così «rivoluzionari», o meglio radicali a parole, il nuovo alimento della lotta antifascista; questi signori rilanciando la parola d’ordine dell’«antifascismo militante», hanno posto un’ennesima pietra miliare sulla via dell’accodamento completo al PCI, e ciò accade ormai in maniera sempre più serrata (come già avevamo detto dovesse essere), in tutte le questioni fondamentali, divergendo sempre più – finalmente il campo proletario tende a sgombrarsi – dalla via comunista.
Questi democratici sempre pronti e vigili a sventare qualunque avvisaglia di «golpe», rappresentano i porta bandiera di quella che potrebbe essere la nuova «crociata» antifascista. Nella loro visione completamente antidialettica la peste nera appare autonoma, a- e anti-storica e non come prodotto di forze ed esigenze sociali del capitale, ma parto della mente di qualche feudatario sopravvissuto, che violentando i legittimi organi statali, tende a risucchiare nel passato la società intera. Ma è proprio lo Stato che, instaurata la caccia al fascista, al terrorista nero, crea le premesse per la formazione di forze opportuniste che domani – al potere il PCI e le «sinistre» – potrebbero rappresentare la nuova «milizia» sguinzagliata in nome dell’«ordine democratico» contro la classe operaia finalmente risorta alla lotta di classe per la difesa del salario e delle sue condizioni di lavoro.
L’opportunismo tradizionale ha già ben mostrato il suo volto controrivoluzionario e sciovinista, Berlinguer ha già ormai convinto quasi tutti i buoni borghesi che non è la fine della loro classe che vuole, ma che al contrario vuol portare aiuto e «ristoro» alle loro industrie ingolfate reclamanti maggior merce da produrre e più schiacciamento della forza lavoro; certo è che gruppi e gruppettini non si faranno lasciare indietro: Lotta Continua ha già dato tutto il suo appoggio al partitone ed anche gli altri stanno ben inquadrandosi: la nuova «crociata» parrebbe non essere lontana e per chi sa leggere in leggi come quella «Scelba» sa che esse potrebbero rappresentare il nuovo modo «democratico» per tentare di eliminare i veri comunisti, troppo pericolosi per la «libertà» borghese.
È la classe operaia che viene sviata da questi degni epigoni di Stalin (coscienti o no) che dovrà decidere, e lo deciderà con la forza, se farsi giocare ancora una volta dalla mossa «neo-risorgimentale», con tutto il suo apparato di alleanze interclassiste, o se finalmente si rimetterà in movimento contro lo Stato borghese, sola, ma con la ritrovata coscienza della forza che possiede.
La nostra lotta è quella di sempre, lotta al fascismo significa per noi comunisti rivoluzionari, lotta contro tutte le forze che preparano il terreno per lo schiacciamento della classe. È la democrazia che rappresenta il vero nemico da battere, è questa la mascheratura attraverso la quale si imbriglia il proletariato in orge elettoralesche, lo si ubriaca di referendum e consultazioni, lo si porta sulla via della collaborazione di classe mentre migliaia di operai vengono licenziati o messi in cassa integrazione. E eliminare l’opportunismo ed il terreno su cui si muove: la democrazia, significa togliere il punto di appoggio del fascismo. Nel 1922-23 non furono i fascisti ad incendiare le Camere del Lavoro, ma lo Stato liberale, il suo esercito, causa il tradimento dei partiti socialdemocratici. Battere il fascismo significa affossare le mosse dell’opportunismo vecchio e nuovo, se di nuovo ve ne può essere, e ridare al proletariato la visione della lotta di classe, della rivoluzione proletaria. Fascismo e democrazia non rappresentano che due volti della dittatura del capitalismo: diretta, scoperta, fascista, una; indiretta velata, democratica l’altra; chi difende la democrazia difende la dittatura dei padroni, chi parteggia per la democrazia, parteggia per la controrivoluzione.
Un nome, per dar corpo ai sussulti che scuotono l’intero mondo economico torna e ritorna sulle bocche degli economisti borghesi, dei «teorici» opportunisti, delle autorità monetarie: quello dell’inflazione.
Le masse proletarie, malgrado le esigue riserve sociali permettano ancora di reggere la pressione economica, avvertono questo stato di crisi dal salario, che di merci ne acquista sempre meno, dal posto di lavoro che si fa sempre più precario, dall’aumento dei disoccupati.
Rispetto alle crisi precedenti, degli anni ’70, che si esprimevano essenzialmente nelle forme monetarie, come pressioni speculative sulle divise che di volta in volta si trovavano nell’occhio del tifone, e costringevano le Banche Centrali a complicati interventi sui mercati finanziari in subbuglio, la crisi attuale non presenta le stesse caratteristiche di «speculazione selvaggia». Allora gli economisti borghesi non ebbero il coraggio di oltrepassare l’analisi della moneta, per loro tutto il male risiedeva in un meccanismo «malato», che permise allo Stato economicamente più forte di scaricare sui partners commerciali la propria «insolvibilità», il proprio «deficit». Gli economisti borghesi con tinte progressiste, (dal momento che oggi, e lo insegna il marcio opportunismo comun-socialista, progressismo si identifica con la difesa dei «sacri interessi nazionali») arrivarono fino a cogliere il rapporto di sudditanza politica che ha legato i paesi europei agli USA, e scandalizzati proposero la creazione di un blocco commerciale europeo, una CEE rinforzata, per contrastarne lo strapotere; gli opportunisti rettificarono un poco il tiro; una Europa «sindacato giallo dei padroni» americani, non servirebbe a nulla. Tutti si scervellarono nella fantasiosa creazione di un meccanismo che non creasse squilibri nell’economia mondiale, e tutti, capitalisti, teorici della borghesia ed opportunisti si trovarono a braccetto nella ricerca di una moneta forte, solida, che garantisse i corsi dei cambi, le transazioni commerciali, che assicurasse l’eternità del sistema.
Col passare del tempo, le condizioni generali del processo di produzione capitalistico si sono andate aggravando, e le forme nelle quali la crisi si sviluppa, tendono sempre più a quella «crisi generale del capitalismo» la cui previsione è un cardine della nostra dottrina rivoluzionaria. Le caratteristiche comuni a tutte le economie, sono le seguenti: pure rigurgitando di denaro le banche, gli investimenti marcano una costante diminuzione, gli impianti produttivi vengono utilizzati al di sotto delle loro potenzialità – fino ad arrivare, come in Italia, ad un impiego al di sotto del 70 per cento – cala il prodotto, e calano i profitti.
Contemporaneamente un rialzo senza precedenti dei tassi di interesse ed un aumento spropositato dei prezzi, che spinge i governi alla ricerca di misure per il controllo, giungendo fino al punto di bloccarne d’autorità l’aumento, senza però riuscire ad evitare il gonfiarsi dei costi di produzione. Ciò si traduce nell’espulsione di parte della forza lavoro dalla produzione – 2 milioni di disoccupati in Italia, e un tasso di disoccupazione crescente in tutto il mondo – e le concessioni e i sussidi che gli stati più o meno generosamente erogano per tamponare gli effetti della disoccupazione e della sottoccupazione, e per sostenere le aziende in crisi, inducono ulteriori spinte inflazionistiche; l’aumento di tutti i costi, compreso quello del denaro, di cui paradossalmente c’è abbondanza, si accompagna quindi ed in tutti i paesi, ad una diffusa recessione economica che equilibra gli scarti tra produzione e vendite, tra costi e prezzi, e permette la sopravvivenza e lo sviluppo soltanto alle aziende più forti.
Il controllo dei cicli economici, secondo la teoria keynesiana si rivela una utopia; merci e denaro tornano ad essere le personae dramatis della produzione capitalistica. Ignorano gli economisti borghesi, che la «forma monetaria» di cui l’oro è la materializzazione, non è che una metamorfosi della forma «valore generale» e quindi «l’enigma del feticcio moneta è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto visibile», e che gli squilibri monetari niente altro riflettano se non gli squilibri reali dell’intero modo di produzione capitalistico.
«Con lo sviluppo del sistema di credito, la produzione capitalistica cerca continuamente di eliminare questa barriera metallica, questa barriera insieme materiale ed immaginaria della ricchezza e del suo movimento, ma torna sempre a battere la testa contro il muro» (Marx).
In realtà la debolezza dell’attuale sistema monetario, o di qualsiasi altra forma monetaria che mente di borghese o idiozia di opportunista possa escogitare, è nella sostanza stessa del modo di produzione capitalistico, per il quale la forma mercantile che assumono i prodotti del lavoro umano, costituisce una struttura rigida che non può contenere la spinta dell’espansione delle forze produttive.
Il capitalismo produce merci, non per soddisfare bisogni umani, ma per venderle e realizzare il valore in esse contenuto; la sua capacità di produrre non conosce soste, ma quella di acquistare, da parte dei mercati, non è infinita! Produrre non basta, il capitale deve circolare sotto la forma di merce per realizzare valore ed aumentare di massa. Nelle parole di Marx: «nella crisi si assiste al manifestarsi di questa rivendicazione; la totalità delle carte di credito, dei titoli, delle merci, deve poter essere in un sol colpo e simultaneamente convertita in moneta bancaria, e questa, a sua volta, in oro».
Mentre il processo inflazionistico, generalizzato alla scala internazionale, costringe i prezzi in una spirale demente, gli Stati nazionali ritrovano le armi del protezionismo economico, saltano gli accordi commerciali, si incrinano le «Sante Alleanze», si distruggono i vecchi equilibri.
Tutto l’andamento internazionale di questa crisi, la sua non riducibilità ad eventi o squilibri «locali», dimostra la impossibilità storica in regime borghese delle riforme, per creare isole di «pace economica» nel mare tempestoso della produzione capitalistica, e smentisce tutta la teoria dell’opportunismo, che pretende di legare le sorti del proletariato a quelle dell’economia nazionale, stringendolo in bastarde alleanze con i «ceti medi produttivi», le mezze classi succhione e reazionarie.
Facciamo parlare i nostri Maestri su questa tanto decantata comunanza di interessi: «l’interesse del capitalista e dell’operaio è lo stesso», sostengono i borghesi e i loro economisti. E infatti! L’operaio va in malora se il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta la forza lavoro, e per sfruttarla deve comperarla. Quanto più rapidamente si accresce il capitale destinato alla produzione, il capitale produttivo, tanto più fiorente è l’industria; quanto più la borghesia si arricchisce, quanto più gli affari vanno bene, tanto più il capitalista ha bisogno di operai, tanto più caro si vende l’operaio.
La condizione indispensabile per una situazione sopportabile dell’operaio è dunque l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo». Ed ancora: «Dire che gli interessi del capitale e gli interessi dell’operaio sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore.
Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi fra operaio e capitalista». E, aggiungiamo noi, tra operai e piccola borghesia. La limpida dimostrazione conduce poi ad un’altra importantissima conclusione, cioè che mercato delle merci e mercato della forza lavoro sono due aspetti complementari nel processo capitalistico (soltanto nel comunismo il prodotto del lavoro umano avrà perduto il carattere di merce per divenire prodotto sociale e sarà totalmente scomparsa la categoria di mercato e di merce). Alla crisi dell’uno corrisponde quindi necessariamente la crisi dell’altro; è vera la tesi dell’economia politica proletaria per cui le lotte rivendicative che la classe operaia compie in difesa delle proprie condizioni di vita, non causano l’insorgere di crisi nel processo di produzione capitalistico, anche se in determinate circostanze, quelle della crisi generale appunto, riescono «fisiologicamente» incompatibili con esso, ma risulta anche dimostrata scientificamente l’altra tesi, per cui il capitalismo è condotto per sua stessa natura a crisi cicliche che lo portano alla distruzione, dilazionabili per un certo tempo, ma assolutamente inevitabili. Ne segue che niente vi è di più precario, in regime capitalistico, delle possibilità materiali di vita della classe operaia. E le crisi capitalistiche, sempre più profonde, nella fase imperialistica, sboccano necessariamente nell’alternativa: o guerra mondiale, o rivoluzione comunista mondiale: così fu nel passato, tale sarà nell’avvenire che non si annuncia lontano. In questo va trovato il senso formidabile dell’affermazione del Manifesto dei Comunisti, per cui il risultato delle lotte rivendicative, che rappresentano il campo delle esperienze elementari delle guerre di classe, non sta nel successo immediato, quanto nella crescente unione dei lavoratori; che non può realizzarsi che attorno ad un programma, ad una lotta politica, cioè attorno ad un partito, che senza tener alcun conto delle «barriere nazionali», sia capace di dirigere il proletariato attraverso le fasi alterne della lotta fino allo schiacciamento violento dello Stato. Il concetto rivoluzionario, che noi rivendichiamo integralmente, che è solo nostro, del sindacato scuola di guerra della classe operaia, è stato rinnegato dall’opportunismo politico e sindacale che non può nemmeno più condurre lotte rivendicative generalizzate, perché metterebbero definitivamente in chiaro che lo Stato borghese è l’organo di repressione per la continuità della dominazione di classe, tali lotte risvegliando in strati proletari sempre più vasti la coscienza che è impossibile l’emancipazione della propria classe senza la distruzione di quello stesso Stato che l’opportunismo in ogni modo si propone di amministrare.
Abbiamo già detto che la crisi che sta squassando la totalità del mondo capitalistico, allo stesso modo colpisce il mercato della forza lavoro, cioè la classe di coloro la cui unica possibilità di vita risiede nella vendita delle proprie braccia alla classe dei capitalisti. Si saturano i mercati, si blocca la produzione capitalistica si esaurisce la richiesta della forza lavoro e la si espelle dalla produzione. Crisi internazionale del capitalismo; come l’opportunismo può giustificare l’impostazione che da trent’anni ha dato alle lotte operaie, dal «ricostruiamo e poi richiediamo» nell’immediato dopoguerra, al frustro ritornello «possiamo chiedere di più perché gli affari per i padroni vanno bene, i loro margini di profitto sono alti»? Dopo l’illusione di un «domani migliore», schiacciato e corrotto dalla azione combinata dell’opportunismo e dei margini economici che il capitalismo poteva concedere, il proletariato si risveglierà nelle peggiori condizioni di vita: l’opportunismo potrà sempre addebitarle al «cattivo padrone nazionale».
Da questa crisi avanzante il proletariato potrà trarre vantaggio solo alla condizione che sappia ritrovare il suo partito di classe, la sua luminosa tradizione di battaglia; solo se, materialmente provando quanto sia falsa la tesi cardine dell’opportunismo, di un capitalismo che possa essere guidato e corretto volontaristicamente nel suo sviluppo fino al socialismo, getterà via tutte le false illusioni di una pacifica conquista dello Stato borghese, del latte-miele democratico. La «nostra» crisi, quella che da sempre noi comunisti abbiamo profetizzato ed atteso, o a questo avrà servito, o l’umanità lavoratrice sarà condotta al terzo massacro imperialistico. Noi comunisti salutiamo in essa l’alba della riscossa di classe.