Sono comunque contro gli operai le contese fra le 3 confederazioni
Le Centrali sindacali stanno litigando tra di loro e, a nome della Federazione unitaria, gli esponenti CISL accusano il PCI di strumentalizzare i sindacati con la sua politica di «disponibilità alle misure di austerità e ai sacrifici» per entrare «nell’area di governo». Accusano anche «(…) la politica sin qui seguita (…) da CGIL, CISL, UIL, che porta alla paralisi del sindacato, alla sua impotenza e subalternità nei confronti dei partiti politici, cui vengono concesse deleghe fiduciarie».
Siamo forse in presenza delle prime mosse di una nuova «scissione» sindacale? Nel 1947 si spezzò l’unica centrale sindacale, la CGIL, legittima erede della Centrale sindacale fascista per via della «resistenza». Ogni partito si creò il suo sindacato. Il PCI e il PSI restarono nella CGIL, la DC fondò la CISL con i quattrini e i consigli americani e governativi, e lo stesso fecero PSDI e PRI in combutta con il PSI, che suonava a doppio. Abbiamo definito questa una scissione di funzioni contro gli interessi economici e di classe del proletariato italiano. La scissione non produceva finalmente il ritorno al sindacato di classe, al sindacato rosso per la lotta anticapitalista, ma rifletteva il bisogno del capitalismo italiano di mantenere una direzione politica dello Stato unica, per lungo tempo, per consentire lo sfruttamento intensivo degli operai, appoggiandosi appunto, da un lato al partito che godeva le simpatie degli USA e della borghesia e dall’altro su una rete sindacale che almeno contrastasse le illusioni rosse del proletariato imprigionato nella carcassa della CGIL superstite. Insomma il fronte unico dei sindacati e dei partiti resistenziali, con cui si era inchiodata la classe operaia alla difesa dello Stato capitalista italiano, in perfetta linea di continuità con il ventennio fascista, non si spezzava per dare origine al ritorno del proletariato italiano sul terreno dell’attacco al potere. I partiti, prima al governo, PCI e PSI, passano democraticamente all’opposizione leale e «costruttiva», e democraticamente manovrano la loro rete sindacale, con lo stesso programma di ricostruzione e di difesa della economia capitalista e dello Stato repubblicano. Il testo che stiamo pubblicando su queste vicende storiche ben dimostra lo svolgimento di queste funzioni. Da allora il ricongiungimento formale delle tre organizzazioni si è andato sviluppando in rapporto diretto al processo di inserimento dei sindacati nella struttura statale, sino ad arrivare in questi ultimi anni a chiare dimostrazioni di tracotanza e demagogia politica, quando – e il ricordo è vivissimo – proprio la CISL, creatura democristiana, per bocca del suo general manager, sosteneva che solo un forte partito operaio avrebbe potuto dirigere le sorti del paese e che questo partito esisteva ed era un vero partito fatto di soli operai, cioè i sindacati che raccoglievano oltre otto milioni di lavoratori, che nessun partito poteva sognarsi di inquadrare. In nessuna di queste fasi, prima e dopo la scissione, durante la riunificazione e dopo, nessun sindacato ha fatto un passo per spostarsi sul terreno anticapitalista né di conseguenza si è trovato a doversi scontrare con lo Stato, cioè con gli interessi delle classi superiori, dei padroni, della borghesia, dei proprietari fondiari. Sotto questo aspetto di classe, che è quello che conta, vista cioè la questione nel solo modo reale, che una rete sindacale si formi o si scomponga, restando legata saldamente alla difesa del regime esistente, essendo la questione principale quella del ritorno degli operai alla difesa effettiva, non effimera, delle loro condizioni materiali assieme allo schieramento contro le classi che li sfruttano dentro e fuori delle fabbriche, è completamente indifferente. Non è indifferente, invece, sotto il profilo tattico della borghesia ed in una certa misura per le indicazioni che il partito deve dare agli operai. Abbiamo esaurientemente dimostrato in tutto il nostro lavoro, con l’autorevole esempio di Lenin, che non esiste un movimento sindacale «autonomo», svincolato cioè da un indirizzo politico, che non si ricolleghi direttamente o indirettamente agli interessi di una classe, espressi da uno o più partiti. O il movimento è influenzato dalla politica borghese o è influenzato dalla politica rivoluzionaria comunista. Non esiste una terza condizione. Il metro per misurare la qualità di questa influenza consiste nella predisposizione che il movimento sindacale o un sindacato ha verso le classi che sfruttano il lavoro salariale, e di conseguenza in quale modo difende le condizioni economiche dei lavoratori. Un sindacato che dichiara di voler difendere il salario operaio, ma si ferma dinanzi alla preoccupazione o alla paura di colpire troppo gli interessi delle aziende e giunge fino al paradosso di consentire «sacrifici» per gli operai quando l’economia delle imprese, la cui somma è esattamente l’economia nazionale, è in difficoltà o in crisi; un sindacato siffatto non si pone dal punto di vista degli interessi immediati della classe operaia, ma da quelli delle classi padronali, perché subordina le condizioni economiche e sociali degli operai alle condizioni del regime economico capitalista esistente. Se l’economia progredisce – è la dottrina dei sindacalisti odierni che ricalca quella liberale e borghese – anche il salario progredisce, se regredisce anche il salario regredisce. Nelle morse di questa mistificazione, l’indicazione politica che viene data ai lavoratori dai loro organi sindacali e politici ufficiali, è, a fil di logica, di sostenere e assecondare gli interessi dell’economia del paese, cioè delle imprese capitaliste, dei padroni, della classe borghese, controllando che non vi siano abusi e che la distribuzione del valore aggiunto dai soli operai alla produzione venga equamente ripartito tra borghesi e proletari. Gli operai sanno per esperienza che la ripartizione del frutto del lavoro non avviene con calcolo matematico, ma con la forza. Se gli operai si fossero astenuti anche dai pochi e deboli scioperi di questi ultimi decenni starebbero ancora più in basso di quanto stanno ora. Se non avessero escogitato, sempre senza e contro il consenso dei bonzi sindacali, mezzi di difesa indiretta, come il frequente ricorso alla cassa malattie e infortuni, il rallentamento dello sforzo lavorativo, ecc., si sarebbero già schiantati da un pezzo. È con questi strumenti di forza, spesso illegali, come la simulazione di infortunio e malattie, il sabotaggio obiettivo della produzione, che gli operai contrastano lo strapotere delle aziende, consistente nella disciplina ferrea sui posti di lavoro, nelle multe, licenziamenti «per mancanze», com’è codificato nei contratti di lavoro, ecc., vale a dire riassunto nel potere politico che permette al padrone di esercitare la sua indiscussa autorità sull’operaio.
Allo stesso modo ha fatto la borghesia. Se non avesse approfittato della svalutazione e della inflazione a suo favore, non avrebbe potuto lucrare gli ingenti guadagni che le sono derivati dall’aumento dei prezzi molto superiore all’aumento nominale dei salari. E questa manovra non le sarebbe riuscita senza poter disporre dell’apparato statale e bancario con cui imporre le sue condizioni. La borghesia non ha trovato in questo alcun ostacolo da parte dei sindacati né da parte dei falsi partiti operai, che, anzi, l’hanno praticamente assecondata nell’unico modo possibile ed efficace, tenendo fermi i lavoratori, impedendo loro di organizzarsi adeguatamente per contrapporsi al potere dei padroni.
Ma oggi non siamo più in presenza ad un sindacato che svolge una politica insufficiente, timorosa, o inopportuna, siamo in presenza invece di un movimento sindacale che ha scelto volontariamente di mettersi al servizio del regime padronale borghese, che dichiara di considerare gli interessi degli operai alla stessa stregua di quelli dei borghesi, delle aziende, della nazione, dello Stato. Per tutte queste ragioni siamo in presenza di sindacati non operai, non riflettenti, cioè, gli esclusivi interessi dei soli salariati, come furono i sindacati fascisti, nazionali, tricolore, patriottici.
Stando così le cose l’eventuale lacerazione del patto federativo delle centrali sindacali non apporterà uno spostamento di classe della politica sindacale. Servirà semmai a creare altri motivi di impedimento per la ripresa di classe, creerà nuovi ostacoli e remore per la resurrezione di una vera organizzazione di classe degli operai. A più forte ragione è reale e valida la nostra indicazione che i lavoratori debbano ribellarsi a questa politica, a queste centrali, alla loro legalità infame imposta a tutta la classe lavoratrice, con l’ausilio determinante dei partiti politici e dello Stato totalitario. È ingenerosa da parte della CISL l’accusa al PCI di strumentalizzare i sindacati, perché se oggi le quotazioni CISL sono più alte di venti anni fa ciò è dovuto all’appoggio incondizionato dei PCI e PSI alla unificazione federativa che ha consentito alla minoritaria CISL e alla ancor più minoritaria UIL di essere presente in sindacati, categorie, aziende in cui non ha mai avuto rappresentanti autorevoli. Sia la Confindustria che i partiti e i governi sanno di rafforzare il regime con un’unica centrale sindacale sottoposta com’è oggi allo Stato e agli interessi del regime economico, obiettivo per cui lavora da decenni sia la CGIL che il PCI, senza nasconderlo, in quel «quadro pluralistico», in cui ogni componente dovrebbe avere la funzione demagogica di mantenere l’equilibrio tra le varie classi e strati sociali, come d’altronde tentò di fare il fascismo nero, con la differenza di rendere esplicito anche nelle parole il programma di «collaborazione tra capitale e lavoro». Ma al solito il capitalismo, quale che sia la camicia che indossa, non può mai riuscire a creare un equilibrio sociale perenne, perché è sottoposto di continuo a rivolgimenti sia economici che politici, come il carattere caotico ed anarchico della produzione e della distribuzione, del sistema bancario, ecc., sottoposti a pressioni ciclopiche dalla concentrazione e centralizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, e come le guerre regionali, locali e universali, che mettono sottosopra gli equilibri sociali preesistenti e premono sui rapporti tra le classi, in maniera sempre più aspra.
La politica sindacale e opportunista trasmette questa illusione corporativa della borghesia nel proletariato sotto la forma suggestiva di una organizzazione unica dei lavoratori, che è aspirazione dei proletari e condizione favorevole per l’azione comunista rivoluzionaria, ma che in queste condizioni di totale inserimento dei sindacati nella politica statale, è ostacolo gigantesco da rimuovere per ottenere la vera «unità proletaria» delle organizzazioni dei lavoratori, che può fondarsi soltanto sul ritorno degli operai a lottare senza esclusione di colpi e di mezzi soltanto per la difesa del lavoro, del pane, del salario, della vita, ignorando gli interessi di nazione, patria, democrazia, Stato borghese.
Il PCF abbandona i lavoratori ai piani anticrisi del capitale
Anche la Francia si accinge a varare il suo piano d’emergenza e si affianca all’Italia e all’Inghilterra nella classifica dei paesi più colpiti dalla crisi economica mondiale. L’ingresso dell’Inghilterra nel campo della crisi è significativo sia da un punto di vista emblematico, di ex potenza mondiale, sia da un punto di vista sociale, sostenendosi su un regime ai margini della manovra, fortemente centralizzato e senza possibilità di ricambio della veste politica per continuare nella sua funzione mistificatrice. Quello della Francia assume un significato importante sia per il fatto che il tanto decantato regime presidenziale, che avrebbe dovuto essere il toccasana per la soluzione dei problemi del capitalismo francese, mostra la corda, sia perché, dall’accoglienza fatta dalla borghesia grande e piccola al «Piano Barre», questo regime, sostanzialmente sostenuto dai sindacati e dai partiti di opposizione, non cela il proposito di colpire i salari a beneficio e dei contadini e delle classi che ostentano i «segni esteriori della ricchezza», come si esprime eufemisticamente il primo ministro francese Barre per indicare le classi superiori privilegiate.
I tre centri della crisi in atto, Inghilterra, Italia e Francia, se raffrontati con le condizioni di USA, Germania Federale e Giappone le cui economie sono di nuovo in espansione, come lo attesta l’irrobustimento delle rispettive valute nazionali, dollaro, marco e yen, sul mercato mondiale rispetto alle altre divise straniere, non fanno pensare ad un rallentamento della crisi né ad una sua limitazione geografica ai paesi più deboli, per cui, fino ad oggi le recessioni economiche locali e limitate si sono compensate con lo sviluppo in altre regioni. L’attuale andamento dell’economia mondiale sta mettendo in evidenza i punti cruciali del mercato mondiale che non sono costituiti soltanto dalla decelerazione produttiva ma anche dalla forte accelerazione dei paesi più potenti. Infatti, se la crisi economica del regime capitalistico ha le sue radici nelle strutture economiche stesse, nel modo di produzione attuale, i centri capitalistici più forti sono i veri acceleratori delle tensioni economiche, perché la loro potenza economica le innalza all’ennesima potenza, comprimendo, giocoforza, i punti più deboli, pur studiando di ricercare ogni possibile equilibrio che, in alcuni casi e frangenti, comporta volontari «sacrifici» per i più forti. Il rapporto tra i paesi industrializzati non è lo stesso che tra questi e i paesi sottosviluppati. Il divario tra i primi e i secondi si dilata di anno in anno sino a divenire incolmabile ormai. Lo stesso divario si sta allargando anche tra i paesi industrializzati più deboli e quelli più forti. La crisi che alla partenza ha colpito tutti, grandi e piccoli, ora si concentra sui meno forti. Gli scambi per l’80% dei paesi industrializzati si verificano tra di loro. Un indebolimento delle economie di un gruppo di paesi non solo rallenta gli scambi in generale ma produce una serie di effetti a catena che alla fine rimbalzano, con rinnovata energia esplosiva, sui più forti.
In questa dislocazione delle forze economiche, i provvedimenti di emergenza dei rispettivi governi dei paesi in crisi sono della stessa natura solo eccezionalmente per l’Italia è consentita temporaneamente una limitazione delle importazioni, che è una anomalia degli scambi. L’identità consiste nel colpire i salari sia direttamente, gravandoli di riduzioni per nuovi interventi fiscali, sia indirettamente con la limitazione degli aumenti salariali ad una percentuale prestabilita ben inferiore all’aumento reale dei prezzi. Perché, stante la collusione dei sindacati e dei partiti falsi operai con i governi borghesi, la limitazione degli aumenti salariali è possibile e viene puntualmente realizzata, quella della «lotta all’inflazione» non è nelle mani dei governi ma delle aziende, cioè dell’anarchia economica capitalistica che ubbidisce solo alle leggi del sistema produttivo. In Francia, mentre l’imposta IVA resta al 7% per i generi di prima necessità, è ridotta dal 20% al 17,5% per gran numero di merci, favorendo così le classi mediane e per non compromettere ulteriormente la ripresa produttiva. Le tasse aumenteranno del 4% e dell’8 per cento rispettivamente per le società e i contribuenti tassati tra i 4.500 e i 20.000 franchi l’anno, cioè tra 750.000 e 3.400.000 lire, con la possibilità per coloro che rientrano in queste fasce fiscali di sottoscrivere un prestito nazionale al 6,5% rimborsabile entro cinque anni. Se non è proprio un premio non è nemmeno una «stangata». Intanto i contributi assicurativi sociali sia a carico delle aziende che degli operai aumenteranno di un punto; quindi i salari si ridurranno ancora. Aumenterà anche il bollo delle auto, benzina. Infine la stampa borghese riferisce che «Cresceranno anche, ma in misura simbolica, le tasse relative ai “segni esteriori della ricchezza”, e cioè per chi possiede panfili, aerei da diporto cavalli da corsa, ecc.». Alla faccia…! Il governo francese sostiene che gran parte del ricavato dei provvedimenti andrà a compensare le «perdite delle aziende agricole colpite dalla siccità e a ridurre il deficit della previdenza sociale».
Per misurare al meglio l’effetto che ha prodotto la sortita di Barre, basta segnalare che «la borsa di Parigi ha dato segni di ripresa, e sui mercati valutari il franco ha guadagnato una parte del terreno perduto». Al solito hanno recalcitrato sindacati e opposizioni di sinistra nel modo consueto, a chiacchiere.
In Italia lo stile è diverso, ma la sostanza è la stessa. Non c’è bisogno, almeno per ora, che il governo sancisca, come in Gran Bretagna e in Francia, nonché in Germania e USA, i limiti precisi ai salari. In Italia il «senso di responsabilità» delle bonzerie e quello dei partitacci è tale che di loro spontanea volontà ed iniziativa limitano gli aumenti, che, come si sa, sono stati previsti di 25.000 lire al mese per tutte le categorie.
Ma non finisce qui la storia. Continuerà e presto.
Solo la loro dittatura proletaria darà la parità sociale ai negri del Sud Africa
A meno di un mese dal possente sciopero che aveva visto i proletari neri manifestare la propria rabbia nelle strade delle città sudafricane, un secondo sciopero di tre giorni ha bloccato fabbriche e servizi con tassi di astensione che hanno toccato l’80-90 per cento. Si sono ripetuti gli scontri con la polizia e con l’esercito, mentre a Roiyantiis, una cittadina ad una ventina di chilometri da Johannesburg, si è tentato di stroncare ancora una volta le lotte trasferendo forzatamente 45 mila africani nelle riserve tribali, il che equivale ad una condanna a morte in territori paludosi, privi di pascoli, privi di alloggi e di qualsiasi tipo di assistenza.
Vorster ha così ricevuto il «benvenuto» di ritorno dai colloqui che aveva avuto con il gangster Kissinger e la sua banda, colloqui nei quali si era parlato naturalmente non di ipotetici «diritti della maggioranza nera» come i traditori social-comunisti tentano di far credere dalle colonne dei propri fogliacci, bensì dell’opportunità di cooptare al governo dello Stato anche alcuni rappresentanti dell’esigua piccola borghesia nera, iniettando in tal modo quel minimo di droga democratica in virtù della quale i proletari si possano sentire finalmente «rappresentati» ai vertici dello Stato. Ed è qui il nodo centrale della questione sudafricana, della politica di apartheid del governo di Pretoria. È intorno a questo che i traditori dei partiti che falsamente si richiamano al comunismo intessono la loro rete democratoide. Il problema, passato al setaccio opportunista, perde la sua caratteristica di classe, di scontro tra proletariato e borghesia, per divenire pura questione razziale, irredentismo nazionale o ancora «problematica» della «democratizzazione», ove la alchimistica risoluzione è l’annosa e putrescente conta delle teste.
Tutto questo per un paese a moderna, anzi putrescente, conduzione capitalistica, paese ove il problema della indipendenza nazionale è già stato risolto dalla borghesia fin dal primo dopoguerra, con il formale distaccamento dalla Gran Bretagna. Se il problema era dunque reale quando ottentotti e bantù combattevano i coloni boeri o tedeschi, esso diviene pura demagogia democratoide ed antirivoluzionaria oggi quando i bianchi non sono più i colonizzatori, ma moderni capitalisti, ed i neri non sono più tribù che si battono per difendere una economia primitiva e di carattere precapitalistico, ma moderni proletari che veramente niente hanno da perdere se non le loro catene e tutto hanno da conquistare. Dunque l’apartheid non è dovuta a «pregiudizi razziali» come borghesi ed opportunisti tentano di far credere all’ombra dei loro congressi cristiani pro-Africa, bensì è determinata da motivi esclusivamente economici. Non si tratta quindi di schiavismo perpetrato da foschi tradizionalisti, bensì di sfruttamento di forza lavoro da parte di modernissime compagnie a capitale internazionale.
La politica di segregazione razziale ha le sue radici nelle imprese minerarie e nelle grandi piantagioni: il padronato sudafricano, specialmente nel settore estrattivo, mantiene basso il suo investimento in capitale costante, macchine ed attrezzature, facendo leva sul capitale variabile, la forza lavoro, ottenendo così la possibilità di spostare agilmente i profitti in altri settori più remunerativi quando, ad esempio, il prezzo del minerale cala o lo sfruttamento di una miniera non è più redditizio. Mezzi tecnici ridotti al minimo e massiccio sfruttamento di mano d’opera con salari al di sotto del minimo vitale e senza «superflue» spese per infortuni, malattie professionali ecc. (va precisato che il salario medio di un operaio nero è 15 volte inferiore a quello di un bianco). I borghesi non hanno nessun interesse ad usare macchine il cui prezzo è elevato e che debbono essere ammortizzate, macchine che richiedono manutenzione e personale specializzato, quando hanno a disposizione milioni di operai neri che non costano quasi nulla e che possono essere costantemente rimpiazzati in caso di incidenti con altra mano d’opera; per non considerare che gli ostacoli naturali che l’estrazione di minerale incontra nel Sud Africa, quali la profondità dei pozzi, la strettezza dei giacimenti stessi, il calore eccessivo, la polvere e le infiltrazioni d’acqua, mal si conciliano con l’uso «intensivo» delle macchine; tali ostacoli renderebbero infruttuoso tale settore se non si operasse appunto il bestiale sfruttamento dei «colored», che ora per ora rischiano la vita per aumentare il profitto capitalistico. Questa è la realtà: attraverso il lavoro non pagato di milioni di uomini, il Sud Africa ha potuto ottenere masse di plusvalore enormi, che gli hanno permesso negli ultimi 25 anni una industrializzazione forsennata. Sono i profitti ottenuti dall’estrazione dell’oro, dei diamanti, del ferro, del carbone, dell’uranio che hanno creato le metropoli ed i centri industriali di Johannesburg, di Pretoria o di Soweto e che dialetticamente vi hanno altresì creato le bidonvilles intorno, i passaporti interni, il filo spinato intorno alle riserve.
Per altro l’apartheid è concezione moderna e si affaccia alla storia dello Stato sudafricano soltanto intorno al 1900, grazie al «democraticissimo» partito laburista, che in nome della difesa degli operai bianchi e dei loro salari, varò il «Natives Land Act» con il quale si divideva il paese in zone riservate alla popolazione di colore (territori semidesertici, aridi, senza strade, ecc.) e si stabiliva che la permanenza dei negri fuori dalle riserve fosse possibile soltanto in forza di un rapporto di lavoro che legasse l’operaio al padrone bianco. Nel secolo precedente, infatti, quando ancora dovevano essere scoperti i giacimenti auriferi, le condizioni della popolazione indigena pur mantenendosi a livelli molto bassi venivano parzialmente tutelate, come dimostra l’ordinanza del generale Burke che stilata intorno al 1810 aboliva il parziale obbligo di residenza imposto dai Boeri ai neri che prestavano servizio presso i coloni, e concedeva agli ottentotti il diritto di possedere terre; ciò pur non riconoscendo la piena uguaglianza giuridica concedeva agli Africani la possibilità di non essere completamente alla mercé dei colonizzatori bianchi e di poter vivere in molti casi in condizioni migliori di quelle in cui non siano costretti oggi gli abitanti delle moderne bidonvilles.
Dunque il rincrudimento dell’apartheid è legato alla potenza industriale sempre crescente, al sempre maggior bisogno per la classe capitalistica sudafricana di evitare il pagamento di «costi sociali» troppo onerosi che ridurrebbero i profitti e renderebbero meno concorrenziali i prodotti nazionali nell’arena internazionale, in un momento in cui l’oro non «tiene» più come un tempo ed in cui lo spettro della crisi mondiale si fa ogni giorno più reale ed inevitabile. In questa situazione di netta contrapposizione lo Stato sudafricano è costretto a mantenere in piedi un gigantesco apparato repressivo: dal 1960 al 1966 le spese militari si sono quintuplicate ed oggi enormemente di più.
Tutto questo impianto militare, guardiano feroce dello status quo, pur schiacciando senza mezzi termini il proletariato ha oggettivamente alimentato la rivolta operaia inasprendo le contraddizioni capitalistiche ed alimentando lo scontro di classe, questo per ribadire contro gli odierni spandi-lacrime opportunisti – extra o no -, che è molto più pericoloso ai fini dell’emancipazione proletaria il democratismo che non la camicia nera o bruna, come dimostrano Spagna, Argentina ecc… Ciò ben sapendo i «falchi» e le «volpi» d’oltre oceano hanno tentato – come già accennavamo in un nostro precedente articolo – di spingere Vorster e compari alla formazione, magari artificiosa attraverso l’intellettualismo studentesco, di una piccola borghesia autoctona o, alla disperata dinanzi all’incalzare della lotta proletaria, visto fallito il progetto «a tempi lunghi», di far leva su quegli operai neri meglio pagati giocando l’arma razziale per dividere il movimento. Il tentativo era quello di creare il mito di una aristocrazia operaia nera, mito che celasse la reale aristocrazia del lavoro sudafricana che è esclusivamente composta da bianchi: impiegati e salariati di lusso. È in questa prospettiva che si sono mobilitati gli zulù e si sono apertamente comprati i capi nazionalisti. In realtà non esiste e non può esistere una aristocrazia «nera», bensì esistono due settori della classe operaia (e su questo lo Stato può giocare): la bassa forza delle miniere e delle piantagioni da una parte, composta da milioni di proletari, una manodopera con un livello minimo superiore nell’industria manifatturiera dall’altra. È questo secondo settore che si tende a contrapporre alla maggioranza dei salariati, magari scegliendo proprio tra i figli di questi lavoratori, gli «studenti» dell’oggi, la manodopera specializzata del domani.
Quindi nell’area geo-politica del Sud Africa chi porta avanti rivendicazioni di carattere democratico e nazionale è nemico della classe operaia ed opera per il mantenimento della situazione attuale; in tal senso fortemente deleterio sarebbe il ruolo che potrebbe giocare un partito piccolo borghese alimentato da intellettuali e studenti e da quei movimenti «radicali» bianchi che oggi in Sud Africa sorgono come funghi velenosi, come d’altro canto giocano un ruolo antiproletario tutte le posizioni che assumono i vari partiti pseudo-comunisti della marcia Europa frignanti creature della controrivoluzione staliniana.
La rivoluzione in Sud Africa non può essere democratica dicevamo, ma solo ed unicamente comunista, una sola può essere la parola d’ordine da lanciare: tutto il potere al proletariato! Univoca e non doppia la rivoluzione, come unica e sola è la classe operaia che tale rivoluzione deve condurre, classe il cui compito è quello di percorrere il cammino che la dovrà portare al ricongiungimento col suo partito. Non si tratta più di elaborare ruffiane teorie terzomondiste o di blaterare a destra ed a manca che la questione è esclusivamente sociale, essa ha assunto inequivocabilmente il carattere politico di lotta per il potere da quando la storia ha in questa area definitivamente ed una volta per tutte tracciato il solco che divide soltanto sfruttatori e sfruttati, borghesia e proletariato.
L’approdo della democrazia: quotidiani di Stato
Dopo i contributi statali ai partiti, anche i quotidiani, oh! Somma benevolenza democratica, hanno ricevuto il loro tanto sospirato sostegno in sonanti lirette da papà Stato! Manco a dirlo L’Unità ha subito cominciato a piangere miseria: che la carta costa cara e così l’utilizzo delle macchine, per non parlare poi della manodopera e così via, e lo dimostra incolonnando i conti in ben ordinati prospetti.
Tutti liberi di stampare e di propagandare le proprie idee, sembra. Di più, è proprio quello Stato a cui tanti fanno le fiche — vedi i vari sinistri e super sinistri — che elargisce a piene mani contributi, considerando che altrimenti questa stampa quotidiana non ce la farebbe proprio più a sopravvivere e sarebbe sottoposta ad accentramenti monopolistici. Cose da pazzi, più accentrato e monopolizzatore dello Stato cosa c’è? I monopoli minerebbero la libertà di stampa e la conseguente e più generale libertà democratica! Lo Stato borghese sarebbe invece imparziale e filantropo.
Noi comunisti, come coloro che stanno soltanto dalla parte del proletariato, il quale sappiamo che come classe è escluso dalla democrazia e benevolenza statale, verifichiamo che il fascismo, sconfitto ben si sa sul piano militare, ha trionfato alla scala mondiale come metodo di disciplinamento anche della stampa dei vari ceti borghesi. Per il proletariato rivoluzionario la libertà di stampa non c’è mai stata se non in brevi eccezionali momenti di mobilitazione operaia nei quali lo Stato non ha potuto reprimerla con le armi.
L’oggi democratico è ancora più chiuso e sordo alla stampa comunista e più reazionario e conformista il comportamento dei partiti della piccola borghesia ed opportunisti. Il fascismo del ventennio dovette almeno arrivare a prendere con la forza le tipografie ed incendiarne perfino alcune mentre qualsiasi quotidiano operaio, anche riformista, avrebbe rigettato come infamante qualsiasi minaccia alla propria autonomia politica, che prima di tutto ovviamente è autonomia di mezzi materiali; oggi sono i partiti che si dicono operai e comunisti che invocano dallo Stato la sua «protezione», di essere compensati ufficialmente di avere fatto strame, ormai per sempre, della loro ex autonomia di classe.
La moderna politica, per ora, non prevede antiestetici manganelli ma soldi, soldi a tutti, a fortiori al fogliaccio del PCI ma anche ai più moderni trafficoni tipo Lotta Continua alla quale si devolvono ben 25 milioni e rotti ogni sei mesi (perché non si faccia corrompere dalla CIA)! soldi a tutti coloro che, naturalmente, non rappresentino un reale pericolo per lo Stato, di più, che lavorino per il Suo mantenimento. Eccoci dunque alla sacrale unione delle «destre», delle «sinistre» e dei «centri», tutti magnanimamente aiutati e quindi tutti rispettosamente fedeli al loro Stato borghese ed allo sfruttamento del lavoro salariato sul quale poggia.
Cosa cambia dalla politica del fu Benito mentore? Soltanto più scribacchini da sfamare a suon di talleri, niente di più.
Dopo il finanziamento dei «partiti», dopo il finanziamento dei «sindacati» oggi, la riprova ennesima, la statizzazione anche dei quotidiani delle «opposizioni».
L’ «equo canone», misero mito piccolo-borghese
Si fa un gran parlare in questi giorni di «equo canone», un canone di locazione che sia cioè equo per due classici nemici, il locatore e l’affittuario, che da una parte dia il giusto reddito a chi ha investito in un immobile e dall’altra salvaguardi il consumatore da tutte le artificiali deformazioni del mercato. La demagogia ha avuto via libera: combattere gli sprechi, le iniquità, le rendite parassitarie (per questi buffoni evidentemente ne esistono di non parassitarie!), che la giustizia finalmente trionfi! tuonano ai venti agitatori e demagoghi abituati da una pratica decennale a fregare i lavoratori.
C’è stata una vera e propria inflazione di proposte e di disegni di legge, si contano quelle del CNEL, del PCI, della DC, del PSI, dei Sindacati e del SUNIA, della Confedilizia e dei Piccoli Proprietari, che hanno tutti anticipato il testo governativo che dovrebbe venire presentato a fine settembre alle Camere. Senza attendere oltre possiamo stilare queste brevi note per mostrare come il marxismo ha sempre posto la questione sia delle abitazioni che dei fitti riservandoci con il prosieguo del lavoro di analizzare i vari metodi di determinazione dell’«equo canone» per mostrare quali interessi economici intendono salvaguardare, e qui possiamo anticipare che nessuno ha a cuore gli interessi della classe lavoratrice.
Marx ed Engels hanno più volte trattato nelle loro opere della questione delle abitazioni, un male che non grava esclusivamente sulla classe operaia, e proprio per questo suo carattere, perché è una sofferenza in comune ad altre classi, in special modo la piccola-borghesia, costituisce uno dei campi preferiti dell’attenzione e delle premure del socialismo piccolo borghese e reazionario.
La conclusione del marxismo è che il capitalismo non può risolvere nessuna questione sociale e che tutte le soluzioni che vengono prospettate dalla borghesia e dall’opportunismo tendono e mirano a ritardare l’unica e vera soluzione storica, l’abbattimento violento del potere statale esistente e l’instaurazione della dittatura del proletariato.
Prima distruggere, prima abbattere tutte le strutture di questa marcia società, senza lasciare una pietra su un’altra e poi, solo poi, procedere a reali e irreversibili riforme sociali ed economiche.
Nota Engels in chiusura del suo opuscolo sulla «questione delle abitazioni» che: «nulla è così poco pratico quanto le “soluzioni pratiche” foggiate anticipatamente e applicabili a tutti i casi, e che il socialismo pratico consiste piuttosto nella esatta cognizione del modo capitalistico di produzione secondo i suoi differenti aspetti» e che siccome i comunisti non hanno da formulare nessun sistema utopistico per la società futura, l’unica cosa «pratica» che propongono è la conquista del potere politico da parte del proletariato.
Oggi di fronte ai vani tentativi di riforme questa via di rivoluzione è luminosamente confermata!
L’equo canone in poche parole non è altro che l’instaurazione di un mercato dei fitti controllato, corretto dall’istituzione di limiti massimi, limiti che a seconda le varie proposte vengono determinati attraverso la rendita catastale dell’immobile, o il suo costo di produzione, o il suo valore fiscale, o componendo questi tre fattori. Si tratta né più né meno di un calmiere, un po’ più complicato dei normali perché in questo caso ogni merce (la casa) è diversa dalle altre per cui bisogna tener conto di molteplici fattori: dalla vetustà dell’immobile alla superficie ecc. ecc.
Il calmiere è sempre stato imposto dallo Stato e ha interessato in ogni svolta storica la distribuzione dei mezzi di sussistenza; quasi tutti i regimi a partire da quello schiavista lo hanno applicato in determinate circostanze per svincolare la determinazione dei prezzi dal gioco della domanda e dell’offerta.
I calmieri sui generi di prima necessità sono sempre regolarmente falliti e tutte le volte che uno Stato calmierava subito, meccanicamente, nasceva la borsa nera, le merci calmierate sparivano e riapparivano a prezzi altissimi al mercato nero.
Il calmiere può invece funzionare nel caso dell’affitto, basta infatti che lo Stato non mandi gli sbirri a buttar fuori di casa l’affittuario che ha respinto l’aumento richiesto dal padrone di casa; questo è un leone senza denti un povero cristo rimasto ancorato al vecchio schema della domanda e dell’offerta e che ancora non si è reso conto che deve affittare la sua merce al giusto costo di produzione, che deve ambire al giusto reddito e non a un centesimo di più.
Il fascismo, insuperabile maestro per le mezze figure del democraticume, durante la guerra fece di più: bloccò i fitti cercando di far passare questa misura come il non plus ultra dei provvedimenti pro-lavoratori; i fiumi di demagogia si sprecavano! Risultato inevitabile di un simile provvedimento è: il patrimonio edilizio si degrada velocemente infatti il padrone di casa non trova conveniente manutenere lo stabile a pigione bloccata, spendere soldi che mai gli tornerebbero in tasca, preferisce far degradare l’immobile, abbatterlo e costruirne un altro al suo posto per affittarlo ad un fitto altissimo per premunirsi degli eventuali blocchi futuri.
Ed eccoci, di anno in anno, di proroga del blocco in proroga, all’anno di grazia 1976: si vuole rilanciare l’edilizia, mettere ordine nella giungla dei fitti, e gli opportunisti del partitone staliniano spingono le organizzazioni sindacali operaie a farsi carico della lotta per l’equo canone, un problema, si dice, di capitale importanza per l’intera classe operaia.
Ma cosa c’è di vero in queste chiacchiere? Non c’è assolutamente niente, è tutto falso e gli interessi della classe lavoratrice vanno da tutt’altra parte volgendo le terga a questi cialtroni.
Così come non lo era il blocco nemmeno l’equo canone è una conquista operaia.
Definizione di salario: «I costi di produzione del semplice lavoro ammontano ai costi di esistenza e di riproduzione dell’operaio. Il prezzo di questi costi di esistenza e di riproduzione costituisce il salario. Il salario così determinato si chiama salario minimo. Il salario dell’intera classe operaia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo minimo». Il prezzo dei mezzi di esistenza e di riproduzione comprende il prezzo dell’alloggio, del vestiario, dei generi di prima necessità ed altri prodotti. Inevitabilmente il salario si alza e si abbassa a seconda che si innalzino o si abbassino questi prezzi, la stessa misura riformista della scala mobile lo dimostra.
Ritorniamo all’opuscolo di Engels; proprio all’inizio viene spiegato che la questione delle abitazioni «è uno dei numerosi minori e secondari inconvenienti che scaturiscono dall’odierno sistema capitalistico della produzione», pietra angolare del quale è l’estorsione di plus-valore alla classe lavoratrice, plus-valore che «viene ripartito complessivamente tra la classe dei capitalisti e dei proprietari dei fondi, unitamente ai loro servi, dal papa e dall’imperatore sino alle guardie notturne e via via. In qual modo questa ripartizione di plus-valore, prodotto dalla classe degli operai e carpito loro senza pagamento, fra le classi non lavoratrici si svolge tra litigi assai edificanti e reciproci inganni. In quanto questa ripartizione procede sulla via della compera e della vendita, una delle sue leve principali è il turlupinamento del compratore da parte del venditore, e questo nel commercio in piccolo, specialmente nelle grandi città, è ormai divenuto una completa necessità per il venditore. Ma quando il lavoratore viene ingannato nel prezzo e nella qualità della merce dal suo bottegaio o dal fornaio (o viene preso per il collo dal padrone di casa che gli appiccica un iperbolico affitto, aggiungiamo noi), ciò non gli accade nella sua speciale qualità di lavoratore. Al contrario non appena una certa media di turlupinature diventa in qualche luogo regola sociale, deve trovare alla lunga il suo compenso in un corrispondente rialzo della mercede».
Pertanto far lottare la classe operaia per un blocco o una regolamentazione dei fitti è ingannarla sbandierando degli obbiettivi che niente cambiano nel suo rapporto di sfruttamento odierno.
Cosa si ha infatti se i fitti vengono bloccati? Si ha per contraccolpo una riduzione dei salari reali, riduzione che in genere si verifica prima dei provvedimenti governativi in modo indiretto: la inflazione ha alzato i prezzi degli altri generi di prima necessità. Guadagno dell’operaio zero.
E se invece i fitti aumentano secondo il valore della determinata merce-casa, del tutto indipendentemente dalle rendite parassitarie e le speculazioni tanto esecrate dal PCI? Possiamo allargare l’esempio per rendere più comprensibili i termini della questione: e se tutti i generi di sussistenza venissero venduti al loro giusto valore la sorte dei proletari migliorerebbe?
La sorte dei proletari non cambierebbe di una virgola perché il loro schiacciamento deriva proprio dal fatto che in regime capitalistico si hanno tutti scambi fra equivalenti, pure la forza-lavoro è comprata al suo valore e l’inghippo è che il capitalista ne ricava molto di più del valore stesso facendo lavorare gli operai per un tempo molto più lungo di quello necessario per la riproduzione del prezzo pagato per lo sfruttamento della forza-lavoro.
Pertanto, a quale strato sociale interessa che gli affitti siano bloccati o siano equamente determinati? Allo stesso strato sociale che strilla come una gallina di fronte alla questione del credito, delle imposte, del debito pubblico: la piccola borghesia bottegaia, questa mezzana costantemente minacciata dalla concentrazione capitalistica di precipitare, perdendo tutte le illusioni e le sostanze accumulate in decenni di piccole e schifosissime ruberie, nell’odiato proletariato nullatenente.
La piccola borghesia è direttamente interessata alla questione dei fitti; certo perché nella sua lotta contro il grande capitale per rimanere attaccata alla sua condizione sociale ha bisogno il più possibile di una base stabile e a buon mercato, tant’è che se potesse eliminerebbe tutto, interessi, debiti, fitti, imposte. Questa base stabile e sicura le è vitale proprio perché le consente di riversare, con gli interessi, sul proletariato tutti gli attacchi che le vengono portati dalla grande industria, dal grande capitale: questo aumenta i prezzi delle sue merci, la piccola borghesia vi risponde a sua volta con un aumento, il proletariato paga, e così via. È un processo inevitabile, perché mentre il proletario non può dilatare il suo salario che dopo dure lotte la piccola-borghesia può dilatare i suoi proventi secondo le sue esigenze economiche, una volta conquistata una base stabile di partenza.
Quindi per concludere qualsiasi provvedimento di blocco e di «equità» lascia in piedi il rapporto di sfruttamento della forza lavoro e lo schiacciamento sociale del proletariato non viene minimamente scalfito ed alleviato.
Questo non significa che il proletariato non debba reagire all’incrudimento dello schiacciamento economico e sociale del Capitale, significa che la difesa della classe operaia è un anello inscindibile dalla sua preparazione rivoluzionaria.
Lotta contro il caro vita! ci rientra un po’ tutto, dai fitti al vitto, la produzione della nostra società è sufficiente per procurare il vitto a tutti i suoi membri, così come il patrimonio edilizio odierno è più che sufficiente per assicurare a tutti un alloggio decente; ad impedire questo c’è lo Stato di classe che difende i rapporti di produzione capitalistici, ecco perché occorre legare l’azione contingente alla lotta finale, mobilitare le masse in una lotta serrata sul duplice fronte anticapitalistico e antiopportunista.
È l’indirizzo del Manifesto del 1848 quando, trattando delle coalizioni operaie, stila che l’importante non è tanto il successo immediato, in definitiva effimero, ma l’unione sempre più estesa degli operai in un fronte di battaglia contro gli ordinamenti esistenti.
Stroncare i sindacati attuali e sostituirli con veri sindacati operai che, abbandonate le lotte articolate per le riforme e la salvaguardia dell’economia nazionale, abbraccino nei fatti i metodi dei comunisti e facciano leva su ogni rivendicazione contingente per la preparazione e lo svolgimento della lotta rivoluzionaria politica, ecco la strada che il movimento rivoluzionario futuro dovrà percorrere.
Fascismo e fichi secchi
Mentre Inti Illimani e «profughi» scorrazzano da un festival dell’Unità all’altro e gli opportunisti nostrani, intellettuali in testa, firmano documenti a non finire contro il mostro Pinochet e i suoi campi di concentramento in nome della nuova formula della cosiddetta «solidarietà internazionale» uscita dalla conferenza di Berlino Est, si viene a sapere (ma per noi non è meraviglia, anzi una conferma per quanto vergognosa) che dalla fine del Presidente di «sinistra» Allende ad oggi perfino la pacifica Italia (che come è noto aborre la guerra tra i popoli) ha aumentato vertiginosamente il suo fatturato con la repubblica fascista del Cile.
Ne dà notizia il Corriere della Sera, che di commercio se ne intende, in un articolo dal titolo «I vescovi cileni contro l’arcipelago Pinochet». Istituti internazionali (Banca mondiale, Fondo monetario, ecc., ecc.) dei quali fa parte anche l’Italia hanno moltiplicato per dieci i prestiti già concessi ad Allende; favorendo Pinochet.
Nel 1973 il Cile riceveva «sussidi» per 108 milioni di dollari (86 dopo la morte di Allende avvenuta in settembre); nel 1975 la cifra è stata ritoccata a 110,6 milioni.
Ma l’esempio grottesco viene proprio dall’Italia. Lasciamo stare l’entità delle importazioni, gli affari sono affari.
Però l’ammontare delle merci acquistate è cresciuto del 117 per cento in due anni. E leggendo tra le righe, si scopre che spendiamo decine e decine di milioni per acquistare a Santiago pere, mele e frutta secca. Nelle campagne romagnole i raccolti vengono macinati con i trattori e i contadini chiudono le autostrade e regalano a chi passa ciò che staccano dagli alberi. Non sanno a chi venderlo.
Intanto si fa la spesa da Pinochet. Non staremo a commentare il melenso articolo dei nostri borghesi dalla strizzatina d’occhio facile al grande partito opportunista nazionale P.C.I.; rimane il fatto che tutta questa storia non è che la conferma che oggi non esiste nessuna solidarietà proletaria internazionale che non sia lotta di nazioni sul terreno del commercio mondiale, ad Est ed a Ovest, che naturalmente non impedisce alla Cina di Mao di intrattenere normali rapporti anche diplomatici con il regime fascista di Pinochet, all’Italia democratica di accogliere (a suo tempo) i «patrioti» cileni nella sua ambasciata di Santiago fatta salva la libertà di moltiplicare i suoi convenienti, anzi più convenienti che mai commerci con i nuovi padroni.
Non saremo certo noi a reclamare a base di messe in scena tipo Tribunale Russell libertà per i popoli o panzane di questo genere, ma certamente per i cultori della nazione tipo i nostrani eurocomunisti dovrebbe essere l’ora di reclamare il boicottaggio ai fichi secchi di Pinochet.
Sia chiaro, non stiamo facendo facili ironie, specie pensando alla gloriosa classe operaia e ai contadini poveri cileni schiacciati e mandati allo sbaraglio dall’opportunismo mondiale e nazionale cileno: stiamo semplicemente rimarcando che la solidarietà internazionale proletaria non è possibile a base di salsicce da festa dell’Unità o di pere e mele del paese di Pinochet, ma soltanto a condizione che rinasca l’opposizione, la reale lotta sindacale, e politica di classe del proletariato mondiale sotto la direzione del suo unico partito comunista.
Altre forme non sono che lubrificanti del commercio imperialistico che anzi non ha che da guadagnare dai regimi alla cilena capaci di tenere sotto il tallone di ferro la propria classe operaia per garantire il privilegio delle borghesie nazionali legate a filo doppio al grande capitale mondiale, dell’Est e dell’Ovest!!!
Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.14
Prima di «(…) concludere che il bilancio della tattica troppo elastica e troppo manovrata è risultato non solo negativo, ma disastrosamente fallimentare» (da Natura, funzione e tattica – 1945), a proposito della «flessibilità» vantata per leninista e sommamente rivoluzionaria è opportuno riflettere che, alla fine, i «flessibili» propugnatori cadono tutti nel, vituperato anche da loro, opportunismo socialdemocratico di stampo «il fine è nulla, il movimento è tutto». Non ci riferiamo tanto ai sottoprodotti odierni dell’estremismo anarco-sindacalista, né a quelli del non marxista ordinovismo, quanto alle posizioni che orecchiano questi motivi, saccheggiate da tutto il movimento opportunista anche quello di «destra». Tutta la politica opportunista si riconduce al contingente, al momentaneo, all’immediato, quale che sia il belletto ideologico che la copre.
In sostanza la «caratteristica della tattica opportunista» è data dal sacrificio della «garanzia prima ed insostituibile della vittoria totale e finale (la capacità rivoluzionaria del partito di classe) all’azione contingente che avrebbe dovuto assicurare vantaggi momentanei e parziali al proletariato (l’aumento dell’influenza del partito sulle masse, ed una maggiore compattezza del proletariato nella lotta per il miglioramento graduale delle sue condizioni materiali e per il mantenimento di eventuali conquiste raggiunte)».
Da sempre l’argomentazione, contro la tattica della Sinistra, considera vacua ed astratta la preparazione rivoluzionaria, ed invece solida e definitiva «l’opera di ogni giorno» per «conquiste» nel campo economico, sindacale, sociale, politico, culturale, ecc. La preparazione rivoluzionaria non è l’inerte attesa dell’atto finale, cui l’opportunismo contrappone l’operosa e fervida iniziativa «volontaristica e pragmatistica» per la «costruzione» quotidiana di pezzi di «socialismo» nel flaccido corpo della società capitalistica, ma azione pratica incessante in ogni campo per l’indirizzamento del proletariato verso la soluzione armata del conflitto sociale.
Il partito prima di intraprendere una data azione si deve chiedere «nel guadagnare una eventuale maggiore influenza del partito sulle masse, non si sarà compromesso il carattere del partito e la sua capacità di guidare queste masse allo scopo finale?» (ivi)
AZIONE TATTICA «INDIRETTA» DEL PARTITO COMUNISTA
Il punto 30 che apre la VI parte delle «Tesi di Roma», sottolinea precisamente l’importanza di questo interrogativo. Intanto la V parte si chiude con un periodo epigrammatico: «È dunque una necessità di pratica e di organizzazione e non il desiderio di teorizzare e schematizzare la complessità dei movimenti che il partito potrà essere chiamato ad intraprendere, che conduce a stabilire i termini e i limiti della tattica del partito, ed è per queste ragioni affatto concrete che esso deve prendere delle decisioni che sembrano restringere le sue possibilità di azione, ma che sole danno la garanzia della organica unità della sua opera nella lotta proletaria». Tema di fondo, questo sul quale abbiamo più volte battuto nel corso di questo lavoro, con particolare insistenza. Il partito, in assenza di forze sue proprie per «l’assalto al potere borghese» e «può e deve» influenzare gli «avvenimenti» premendo su «partiti e movimenti politici e sociali, «tendendo a determinare sviluppi della situazione in senso favorevole alle proprie finalità ed in modo da affrettare il momento in cui sarà possibile l’azione risolutiva rivoluzionaria. «Le iniziative e gli atteggiamenti», ricorda insistentemente il testo, per ottenere l’influenzamento sulle situazioni favorevoli al partito «non devono in alcun modo essere e apparire in contraddizione colle esigenze ulteriori della lotta specifica del partito a seconda del programma di cui esso è il solo assertore e per il quale nel momento decisivo il proletariato dovrà lottare». Tutti i passi che il partito compie nell’azione pratica devono coerentemente svolgersi verso la vittoria finale. Ogni atteggiamento pratico deve essere coerente al programma, deve «porre in evidenza la necessità che il proletariato abbracci il programma e i metodi comunisti, non deve dare l’impressione che un caposaldo contingente sia fine a se stesso, ma un presupposto per «procedere oltre». Questo risultato pratico si consegue con mezzi pratici, nel senso che le masse, nel corso dell’azione, intuiscono che il soffermarsi sul caposaldo conquistato nasconde il pericolo di retrocedere se non addirittura di rimanere sconfitti, per cui si predispongono psicologicamente ad avanzare verso un successivo caposaldo, sempre alla condizione che il partito non abbia mai cessato di sollecitare l’avanzata o addirittura non abbia dato l’impressione che l’azione complessiva è terminata. Nel quale caso si assisterebbe «ad un indebolimento della struttura del partito e della sua influenza sulla preparazione rivoluzionaria delle masse». Lo stesso risultato si otterrebbe nel caso in cui le masse non intendessero «procedere oltre» ed il partito si piegasse alla loro volontà, anziché stigmatizzare l’estrema pericolosità dell’apparente conquista contingente. Lo svolgimento tattico non è un continuum temporale, ma sostanziale e dialettico, di punti che segnano il percorso verso la vittoria; vale a dire che o per la più forte influenza dei fattori oggettivi o per l’immaturità contingente delle masse, l’esecuzione del piano tattico può subire una battuta d’arresto, la cui ripresa è subordinata anche dal fatto che il partito non si faccia coinvolgere da questi elementi negativi. Si deve rilevare il richiamo, pressoché persistente in tutto il testo delle «Tesi», ai riflessi negativi sul partito della tattica sbagliata o non corretta, perché dobbiamo ancora una volta ricordare che una delle deviazioni che si stava facendo strada nel partito e nell’IC era che nel campo dell’indirizzo pratico si potesse essere liberi di decidere, che cioè la tattica fosse in qualche modo svincolata dai principi e dal programma.
I successivi punti mettono a fuoco il nodo della tattica costituito dalla questione, spinosa e delicata, delle «alleanze», per la migliore utilizzazione delle situazioni. Il nodo sussiste ancor oggi e sussisterà sinché non arriderà al proletariato la vittoria finale.
«DESTRA» E «SINISTRA»
È un dilemma che sconvolge non solo le menti dei politicanti odierni, ma anche quelli di cinquant’anni fa. L’avvento del fascismo, la sconfitta terribile della classe operaia mondiale culminata nel disastro sociale della seconda guerra imperialistica, hanno sciolto per sempre questo dilemma nella constatazione «che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista» (da Natura, funzione e tattica – 1945).
La Sinistra Comunista scioglie il dilemma nell’unico modo possibile e cioè mettendo al centro della questione l’assoluta ed indiscutibile indipendenza e autonomia programmatica e tattica del partito. Le Tesi pervengono alla soluzione, quindi, che non è possibile prospettare appoggi a governi borghesi di sinistra né alleanze con partiti «operai», pur svolgendo una dimostrazione lucida che le forze in campo assumono posizioni diverse. «Nella situazione storico-politica che corrisponde al potere democratico borghese – inizia la dimostrazione – (nel 1922 eravamo a cavallo tra l’agonia della democrazia e l’avvento del fascismo) si verifica in generale una divisione del campo politico in due correnti o «blocchi», di destra e di sinistra, che si contendono la direzione dello Stato». Blocchi che operano all’interno del regime borghese, anche se quello detto di sinistra inalbera a volte la bandiera del socialismo. «Al blocco di sinistra aderiscono di massima più o meno apertamente i partiti socialdemocratici coalizionisti per principio». Anche il Partito Republicano faceva parte del campo della sinistra, ed oggi è dichiaratamente borghese, allo stesso modo che i falsi partiti operai dal PSDI al PCI. Le Tesi continuano: «Lo svolgimento di questa contesa non è indifferente al partito comunista, sia perché esso verte su punti e rivendicazioni che interessano le masse proletarie e ne richiamano l’attenzione, sia perché la sua soluzione con una vittoria della sinistra può realmente spianare la via alla rivoluzione proletaria». È difficile individuare oggi quali siano i «punti e le rivendicazioni» interessanti gli operai. Forse la repubblica, il compromesso storico, l’autonomia locale, la riforma della amministrazione statale, ecc.? Ma questi sono «punti e rivendicazioni» della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie, del capitale, non della classe operaia! Il testo prosegue: «Nell’esaminare il problema della opportunità tattica di coalizioni con gli elementi politici di sinistra e volendo evitare ogni apriorismo falsamente dottrinario o scioccamente sentimentale e puritano, si deve tener soprattutto presente che il partito comunista dispone di una iniziativa di movimenti nella misura in cui è capace di seguire con continuità il suo processo di organizzazione e di preparazione da cui trae quella influenza sulle masse che gli consente di chiamarle all’azione. Esso non può proporsi una tattica con un criterio occasionale e temporaneo, calcolando di poter eseguire, al momento in cui tale tattica apparisce superata, una brusca conversione e cambiamento di fronte mutando in nemici i suoi alleati di ieri. Se non si vogliono compromettere i legami con la massa ed il loro rafforzamento nel momento in cui sarà più necessario che si manifestino, si dovrà dunque seguire nelle dichiarazioni e negli atteggiamenti pubblici ed ufficiali una continuità di metodo e di intenti strettamente coerente alla propaganda e alla preparazione ininterrotta per la lotta finale». Per i falsificatori d’ogni risma citiamo da Natura, funzione e tattica del 1945 in che modo il partito scolpisce le lezioni della storia, anticipate nelle Tesi di Roma: «(…) la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi storicamente si chiude col grande fatto della rivoluzione in Russia, che eliminò l’ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico».
«Dopo tale fase, LA POSSIBILITÀ ANCHE TEORICA DELLA TATTICA DEI BLOCCHI DEVE CONSIDERARSI FORMALMENTE E CENTRALMENTE DENUNZIATA DAL MOVIMENTO INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIO». Punto e basta. Non si discute.
In quale senso si differenziano la sinistra dalla destra? «Il contenuto dei dissensi – sono le Tesi – tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche (…). In generale le rivendicazioni politiche della sinistra (…) corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno tanto nel loro intrinseco valore tanto perché tendono a dare alle masse l’illusione che le presenti istituzioni possano essere utilizzate per il loro processo di emancipazione. Questo deve dirsi per i postulati di allargamento del suffragio ed altre garanzie e perfezionamento del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica «massonica».
«Non diverso valore hanno le riforme legislative di ordine economico o sociale: o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e con l’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse». Come è ben dimostrato dalle autentiche pagliacciate sull’«equo canone» per le abitazioni, il «salario garantito», la scala mobile, divorzio, aborto, e così all’infinito.
Ed ecco in quale senso «un governo di sinistra borghese o anche di un governo socialdemocratico» potrebbero «spianare la via alla rivoluzione proletaria»: «(…) in quanto cioè la loro opera permetterà al proletariato di dedurre dai fatti la reale esperienza che solo la instaurazione della sua dittatura dà luogo ad una reale sconfitta del capitalismo. È evidente che la utilizzazione di una simile esperienza avverrà in modo efficace solo nella misura in cui il partito comunista avrà conservata una salda organizzazione indipendente attorno a cui il proletariato potrà raggrupparsi allorquando sarà costretto ad abbandonare i gruppi e i partiti che avrà in parte sostenuto nel loro esperimento di governo».
È solo in questo senso che si valuta l’utilità obbiettiva per la preparazione rivoluzionaria delle masse dei governi della sinistra borghese, e non perché questi costituiscano un passo innanzi verso il potere. Ad oggi 1976, anzi, la sinistra e la destra borghesi sono talmente strette tra loro che appare inverosimile che un eventuale governo di sinistra si accinga a proporre al proletariato rivendicazioni e obbiettivi che lo commuovano come classe.
La borghesia in alleanza con l’opportunismo dei falsi partiti operai ha dovuto ricorrere ad una delle tante «false rivoluzioni» per condizionare il proletariato ai suoi interessi, la cosiddetta Resistenza, copia più tragica dell’altra «falsa rivoluzione», quella fascista. Siamo in piena sarabanda di «rivendicazioni illusorie presentate dalle colludenti gerarchie di innumerevoli partiti, gruppi e movimenti», tanto illusorie che sfiorano addirittura l’autolesionismo per i proletari. Dato ed accertato che il presupposto perché si possano costituire governi di sinistra è comunque quello della difesa dello Stato, nessuna «maggior libertà di organizzazione, di preparazione, di azione rivoluzionaria» verrebbe concessa al proletariato, ma, al contrario, questi governi «dinanzi ad un assalto della massa contro la macchina dello Stato democratico risponderebbero con la più feroce reazione». Il PCI, sebbene non formalmente al governo, sebbene non si sia in presenza di «un assalto delle masse contro la macchina dello Stato democratico», proclama assieme a tutti gli altri partiti anticipatamente che difenderà questo Stato dagli eventuali assalti, con tutti i mezzi, compresa la repressione armata.
I cani da guardia
Bruno Trentin nel suo intervento al comitato direttivo della FLM ha esposto chiaramente quali sono i pericoli che stanno di fronte al sindacato nel prossimo futuro e quali i modi e le rivendicazioni necessari per evitarli. Naturalmente per il bonzo il pericolo non viene dai padroni né dallo Stato borghese che stanno sferrando continui attacchi contro la classe operaia e le sue condizioni di esistenza, bensì proprio da certi settori della classe operaia, quei settori cioè che nelle varie categorie o fabbriche hanno posto spontaneamente la questione degli aumenti salariali (visti dai bonzi come una vera iattura), e come i disoccupati di Napoli che si sono violentemente ribellati alle loro condizioni di indigenza indipendentemente dalle direttive dei vertici sindacali. Segni premonitori di opposizione alla politica controrivoluzionaria dei sindacati che fanno tremare Trentin:
(L’Unità 18-9-76) «Il primo dato che occorre sottolineare è il gravissimo ritardo dell’iniziativa sindacale. È questa che crea il pericolo di un vuoto politico e dell’allargarsi di zone di disorientamento, di scetticismo, di frustrazione in molti settori del mondo del lavoro. Ad un vuoto del movimento di classe corrisponde uno spazio per una controffensiva conservatrice. Proprio lo stato del movimento rivendicativo conferma l’esistenza di questi pericoli: le vicende e le contraddizioni nelle vertenze del pubblico impiego, l’iniziativa di fabbrica senza un’asse portante, senza obiettivi realmente unificanti che non siano rivendicazioni salariali più o meno improvvisate (udite proletari? La debolezza del movimento operaio sta nel proporre aumenti salariali): i movimenti dei disoccupati a Napoli (…)».
Ecco perciò la preoccupazione di Trentin e di tutti i dirigenti sindacali, buttarsi per tempo sul movimento operaio con rivendicazioni contrarie ai suoi reali bisogni e con metodi devianti al fine di soffocare quel possibile movimento classista autonomo del proletariato, che necessariamente scaturirà dal continuo aggravarsi della situazione. Prosegue l’Unità:
«Trentin ha ribadito l’esigenza, in questo quadro, di costruire nuovi soggetti contrattuali, nuove controparti capaci di pesare nei diversi momenti della nostra iniziativa. Il segretario generale della FLM ha poi indicato punto per punto gli obiettivi futuri della mobilitazione sindacale: fondo di riconversione e governo della mobilità della manodopera; il piano per l’occupazione giovanile; la politica della casa e degli affitti; la definizione del piano quinquennale per i finanziamenti a favore del mezzogiorno; politica tariffaria e controllo dei prezzi; la politica dei prezzi controllati; la politica fiscale».
Una montagna di parole quindi – o al massimo indicazioni per una migliore conduzione della società borghese – contro le necessarie e istintive rivendicazioni operaie.
L’opportunismo, e in questo caso il sindacato, non è in ritardo dal momento che da ben cinquant’anni sta sistematicamente tradendo gli interessi immediati e futuri del proletariato.
È la situazione che muta con l’imperversare della crisi capitalistica e che rende e renderà sempre più logoro l’indirizzo demagogico di partiti e sindacati antioperai, fatti a base di riforme, pace sociale, difesa dell’economia nazionale.
I comunisti, i veri comunisti, sono da sempre con gli operai in lotta contro lo sfruttamento e ripropongono infatti due semplici rivendicazioni che non sono state inventate oggi ma che già cinquant’anni fa costituirono – queste sì! – l’elemento unificante delle magnifiche lotte di allora che se furono stroncate non fu per mancanza di combattività del proletariato ma per il tradimento dei bonzi:
AUMENTO GENERALE DEI SALARI;
SALARIO PIENO AI DISOCCUPATI.
Per i bonzi la parola «unificante» significa non unità del proletariato in lotta contro i padroni e il loro Stato, bensì unità di tutte le classi e strati sociali nell’interesse superiore della nazione.
Ecco perché la classe operaia deve respingere le false rivendicazioni dei dirigenti sindacali e difendere con le sue «semplici» rivendicazioni le proprie condizioni di esistenza con tutti i mezzi nessuno escluso il primo dei quali è proprio lo scacciare dalle proprie organizzazioni dirigenti fradici di politica borghese pronti solo a soffocare «con tutti i mezzi nessuno escluso» la ribellione degli sfruttati contro gli sfruttatori.
FS - due piattaforme per lo stesso tradimento
Ancora una volta l’altalena di accuse a proposito della bozza di contratto fra i tre sindacati confederali e tra questi e la Fisafs si è rivelata per quello che è: un metodo come un altro per fregare i ferrovieri che di fatto si trovano soli contro tutto l’apparato dello Stato-Padrone, in cui tutti, SFI, SAUFI, SIUF, SINDIFER, FISAFS e USFI fanno a gara per accaparrarsi qualche seggiolone in più.
Attualmente, dopo due mesi da che è scaduto il contratto, solo la Fisafs ha presentato la propria piattaforma. Piattaforma che dietro alla strumentalizzazione di alcune delle rivendicazioni dell’Agosto ’75 come le 100.000 lire di aumento e le 36 ore settimanali, per illudere la base, tenta di far passare obiettivi che sono esattamente il contrario degli interessi dei ferrovieri, come «l’autonomia» dell’azienda tendendo a «privatizzare» le FS o come l’instaurazione di una «nuova gerarchia retributiva» con la quale si mira a dare di più ai gradi più alti e meno a quelli bassi, come la valorizzazione della professionalità del ferroviere, con stipendi che si sviluppano soprattutto in base alle competenze accessorie, quindi secondo le esigenze aziendali di efficienza. Così dietro ad alcune rivendicazioni sane essa tende a monopolizzare la rabbia dei ferrovieri contro l’immobilismo e il collaborazionismo dei sindacati confederali non lasciando spazio al realizzarsi di organizzazioni di classe; ed è anch’essa (mai abbiamo pensato il contrario) uno dei tanti strumenti dell’azienda-stato per impedire che i ferrovieri si muovano nel senso giusto di classe.
Le confederazioni unitarie intanto emanano comunicati stampa su comunicati contro la Fisafs e intanto fingono di tirarsi le torte in faccia, cercando entrambe di dividere i lavoratori. Sono già d’accordo sulla subordinazione e la collaborazione alla ristrutturazione capitalistica dell’azienda, per rendere più moderna ed efficiente l’azienda sulle spalle dei ferrovieri attraverso la mobilità, l’incentivazione dello sfruttamento, le competenze accessorie, gli straordinari e l’aumento della violenza amministrativa, burocratica e gerarchica, la professionalità e il cumulo delle mansioni. Sembra solo si scannino acerbamente su quanto chiedere in quattrini: lo SFI che con la CGIL appoggia lo sforzo del PCI per entrare al governo deve dimostrare ragionevolezza e consapevolezza della triste situazione economica e quindi «deve pensare» ad un massimo di 75.000 lire in totale; il SAUFI-CISL non ha i problemi dello SFI e quindi offre di più (85.000) nell’intento di acquistare adesioni da parte dei lavoratori.
La presentazione da parte del Saufi-CISL e del SIUF-UIL di piattaforme separate è solo un espediente con cui i bonzi cercano di contenere il malcontento che serpeggia nella categoria e risponde ad una divisione del lavoro tra le tre centrali.
Mentre lo SFI-CGIL prosegue nella sua intransigente difesa delle necessità dell’azienda, gli altri due compari, con un magistrale «salto della quaglia» si spostano «a sinistra» inserendo nelle loro piattaforme alcune rivendicazioni salariali che sono sentite dalla maggioranza dei lavoratori.
La manovra ha il solo scopo di evitare che i ferrovieri, disgustati per il comportamento dei bonzi, sfuggano al loro controllo poliziesco e rompano la disciplina sindacale. Si tratta cioè di una operazione di «recupero» di quei gruppi di lavoratori che tendono a sfuggire al controllo dei bonzi; ecco perché CISL e UIL, che finora sono andate perfettamente d’accordo con CGIL, se ne vengono fuori improvvisamente con le loro «piattaforme separate» e verniciate di rosso. Del resto, la rivendicazione pura e semplice delle 100 mila lire presa a sé non significa molto quando: «sul resto della piattaforma, sia punti di carattere politico, sia quelli di natura normativa c’è identità di vedute tra i due sindacati» (l’Unità del 18-9). E quando poi 100 mila lire è una parola tanto per gettare alla folla perché in realtà questi soldi non andranno all’immediato nelle striminzite buste paga dei ferrovieri per riportarle a livello di decenza, di sopravvivenza, ma vi andranno scaglionati per lo meno in tre anni: parte nel ’76, parte nel ’77, parte nel ’78 e parte nel ’79, quest’ultimi saranno poi spacciati per l’acconto del successivo contratto. Quando ancora di queste 100 mila lire una parte servirà per la cosiddetta ricostruzione della carriera economica, sganciata, va bene, da quella gerarchica, ma che pone grossi limiti all’aumento dello stipendio (100% in 36 anni di carriera, 80% in 18-20 anni per SAUFI e SIUF, 80% in 36 anni per lo SFI in pratica un aumento irrisorio di 5000 lire l’anno) quando il costo della vita sembra non avere limiti alla propria ascesa (chi sa quanto costerà un panino tra 36 anni, forse l’intero stipendio attuale, sempre ammesso e non concesso che tutto vada a gonfie vele per il capitalismo).
Ma, a parte questo, i bonzi CISL e UIL, possono scrivere quello che vogliono sulle loro piattaforme quando si sa benissimo che essi non faranno assolutamente niente per metterle in pratica, non hanno la benché minima intenzione di chiamare i lavoratori alla lotta.
È una chiara manovra per dividere i lavoratori e per disorientarli: le tre centrali si esibiranno per qualche tempo davanti alle assemblee dei ferrovieri con le loro diatribe, accuse, controaccuse, polemichette, ecc. e poi, alla fine, «miracolosamente», l’unità verrà ricomposta, dopo grandi ponzamenti verrà fuori la «piattaforma unitaria» e l’ultimo atto della rappresentazione sarà l’abbraccio generale dei bonzi e la fregatura per i lavoratori.
Tutti i dirigenti sindacali: CGIL, CISL, UIL e Autonomi sono al servizio non degli interessi dei lavoratori, ma del padrone-Stato.
Tutti quanti pongono al primo posto la efficienza del servizio e cercano in ogni modo di impedire ai lavoratori di reagire con la lotta allo schiacciamento delle loro condizioni. Se fingono di litigare tra loro, sono però apertamente concordi nell’istillare tra i lavoratori l’idea che tutte le loro questioni si debbano risolvere non con la forza, ma con un mercanteggiamento al tavolo delle trattative.
Perciò se i lavoratori vogliono difendere i loro interessi, possono farlo solo lottando contro la politica di disfattismo e di collaborazione di tutte le centrali sindacali.
Ultima dimostrazione di questo è l’atteggiamento degli unitari nei confronti dello sciopero del 12-13 settembre proclamato dalla FISAFS la quale non ha che strumentalizzato il malcontento crescente della base, riprendendo in parte per la riuscita dello sciopero i giusti contenuti rivendicativi dell’agosto ’75. Per questo possiamo dire che i ferrovieri non hanno scioperato con la FISAFS ma per i propri obiettivi di classe e il successo è stato un’ottima prova della combattività della base contro tutte le dichiarazioni di «irresponsabilità» e di «partecipazione irrilevante» date dagli unitari. Vastità di successo dimostrata dal fatto che la maggior parte degli scioperanti era aderente alle confederazioni unitarie.
Nonostante che la rete ferroviaria sia rimasta bloccata per una intera giornata, per SFI, SAUFI e SIUF (dato che si sono visti sfuggire di mano buona parte dei ferrovieri) tutto è stato irrilevante; ciò invece dimostra che si sta aprendo, se pur lentamente, una spaccatura tra ferrovieri e dirigenze sindacali.
Per questo è necessario far nascere e crescere organizzazioni che siano interamente nostre e che difendano i nostri interessi economici di classe contro ogni interesse economico nazionale-capitalistico. Opponiamo quindi la lotta per la nostra sopravvivenza al senso di «responsabilità» e di collaborazione dei vertici Sindacali.
Aperto sabotaggio della lotta degli ospedalieri
I lavoratori ospedalieri di Milano sono scesi in lotta per rivendicare l’applicazione del loro contratto nazionale, firmato nel giugno 1974, che prevedeva, tra le altre cose, l’applicazione di un «mansionario» del personale che, «specificando le varie fasce, precisasse responsabilità, mansioni e qualifiche dei lavoratori» (Corriere della Sera 22.9.76).
I lavoratori ospedalieri sono infatti costretti, specialmente i meno specializzati e peggio pagati, a compiere diverse mansioni e spesso mansioni superiori a quelle per cui sono retribuiti.
Gli ospedalieri di Milano hanno «osato» fare sciopero (un giorno) e hanno «osato» dimostrare il supersfruttamento a cui sono sottoposti svolgendo per alcuni giorni soltanto le mansioni loro attribuite per contratto, col risultato di far giungere alla paralisi gli ospedali.
Di fronte a questa manifestazione di lotta di classe si è scatenato l’attacco di tutta la sozza società borghese, ben spalleggiata dai falsi partiti e sindacati operai, improvvisamente preoccupata per le condizioni di quei malati che continuamente bistratta usandoli soltanto come fonte di laute prebende per mutue, enti locali, industrie farmaceutiche e professoroni.
La opinione pubblica, ben orchestrata dalla grande stampa padronale e opportunista, ha gridato allo scandalo e ad essa si sono uniti Stato e Regione, Partiti e Sindacati.
Di fronte agli operai in lotta si è creato un muro di ostilità e di odio che preannuncia quale sarà l’atteggiamento di queste forze dinanzi ad una ripresa generale del moto di classe. I sindacati non hanno esitato a definire gli scioperanti «teppisti», «scalmanati», «anarchici» etc. proprio come fecero un anno fa contro i ferrovieri di Roma, Napoli ed altre città italiane, soltanto perché questi lavoratori intendono opporsi al continuo peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro e per fare questo usano l’unica arma che hanno a loro disposizione, lo sciopero!
Proprio i sindacati ed i partiti «operai» hanno fatto aperta azione di divisione tra lavoratori presentando gli ospedalieri in sciopero come i responsabili del fatto che agli ammalati mancasse il pranzo o il cambio delle lenzuola. Come se la responsabilità dello sciopero fosse dei lavoratori e non di quelli che non li pagano a sufficienza e li sfruttano fino all’osso! Che gli ospedalieri vengano pagati meglio, che sia assunto nuovo personale, che ogni dipendente abbia una ben precisa mansione da svolgere e gli ammalati saranno meglio assistiti e curati! Così si potrà realizzare la famosa riforma sanitaria, altro che con i fumosi discorsi di PCI e soci! I sindacati confederali nella loro azione di sabotaggio della lotta hanno avuto uno splendido alleato nello Stato borghese (ormai lavorano in coppia!): in un primo momento essi stessi hanno minacciato l’intervento dell’esercito contro gli scioperanti, poi, una volta intervenuti i militari, hanno costretto i lavoratori, dimostrata ormai l’inutilità della loro azione, a tornare al lavoro. Un tempo erano proprio i sindacati a guidare gli scioperanti contro il crumiraggio organizzato dallo Stato tramite esercito e guardie regie e spesso i crumiri in divisa erano costretti a rinculare sotto nugoli di pietre; oggi sono i sindacati a spalleggiare l’azione dello stato contro gli operai più decisi e combattivi! Miracoli della democrazia resistenziale!
I problemi dei lavoratori ospedalieri, come ormai quelli di tutte le categorie operaie, sono gravi; i loro salari sono tra i più bassi in Italia, il lavoro troppo faticoso, i turni sfibranti, l’ambiente malsano.
I sindacati invece di lottare per il miglioramento di questa situazione richiedono nell’ipotesi di piattaforma per il nuovo contratto, presentata dalla FLO: L. 40.000 lorde di aumento per gli ausiliari che però dovrebbero incorporare l’attuale indennità di rischio generico (i sindacati parlano gesuiticamente di «superamento») mentre gli scatti biennali dovrebbero essere «congelati» o addirittura diminuiti. Più in generale secondo la FLO, il «costo del contratto» deve essere quello dei contratti dell’industria (cioè L. 20-25.000 lorde) e si dice apertamente che i costi devono essere contenuti. Il motivo su cui si ribatte continuamente è quello divenuto ormai il cavallo di battaglia per tutto il pubblico impiego e cioè la «riorganizzazione del lavoro» basata principalmente sulla «mobilità».
La piattaforma della FLO dice testualmente: «Per ottenere concreti risultati nella modificazione dell’attuale organizzazione sanitaria e dei rapporti di potere esistenti si dovrà superare l’attuale parcellizzazione e divisione del lavoro e quindi il mansionario, definendo profili professionali che agevolino anche l’inquadramento dei nuovi livelli funzionali». Il linguaggio è fumoso e fatto apposta perché i lavoratori non capiscano che li si vuol fregare. I «nuovi livelli funzionali» sono un miraggio usato dai sindacati per far ingoiare ai lavoratori l’abolizione del mansionario. In realtà, mentre soltanto pochi lavoratori (e possiamo facilmente predire che saranno prescelti i leccapiedi dei bonzi sindacali e dell’azienda) passeranno a livelli superiori agli attuali poiché è evidente che anche le mansioni più basse dovranno continuare ad essere svolte, la maggioranza dei lavoratori continuerà a fare il lavoro che fa attualmente e «senza più la copertura legale di un mansionario che bene o male difende dagli eccessi e dagli arbitrii, saranno gradualmente costretti – e non potranno più rifiutarsi – a svolgere un numero sempre più vasto di mansioni (definito dai sindacati in modo fumoso «polivalenza») oltre quelle già di loro competenza». (dalla piattaforma dei «Lavoratori Ospedalieri di Base» di Firenze). Facendo lavorare di più gli operai già in servizio tutto il peso della riorganizzazione della struttura sanitaria ricadrà sulle loro spalle e saranno evitate nuove assunzioni. In questo modo i sindacati mettono al primo posto il problema della disoccupazione: lottando per il blocco delle assunzioni nello Stato ed in tutti gli Enti pubblici! In effetti essi si occupano del problema dei disoccupati non per risolverlo a vantaggio degli operai ma bensì per tentare di arginare il movimento di lotta dei disoccupati e per dividere il loro movimento da quello degli operai alla produzione mettendo gli uni contro gli altri!
Se i lavoratori ospedalieri sono decisi a non svendere le loro condizioni di vita e di lavoro, se vogliono difendere se stessi ed i loro fratelli di classe disoccupati non possono che opporsi alla politica traditrice della FLO e delle confederazioni sindacali, rifiutando la sottomissione dei loro interessi a quelli dell’economia nazionale e riorganizzandosi alla base per opporsi al tradimento dei sindacati ufficiali, venduti al padrone ed allo Stato, nello sforzo di ricostituire genuini organismi economici di classe. Su questa strada, in ogni occasione, tra i compagni di lavoro come nelle rare assemblee sindacali i lavoratori più coscienti devono fare opera di convincimento perché venga respinta la ipotesi di piattaforma presentata dalla FLO per rivendicare al contrario:
- un consistente aumento salariale, inversamente proporzionale rispetto all’attuale salario cioè più alto per i peggio pagati, sulla paga base, che almeno recuperi la svalutazione a cui i salari sono sottoposti dal continuo aumento del costo della vita;
- il pagamento immediato dell’ottenuto aumento;
- la riduzione degli attuali livelli, tendendo a realizzare la massima unità di classe;
- il rifiuto della mobilità, il rifiuto cioè dell’aumento dell’intensità e dei carichi di lavoro attraverso la «polivalenza»;
- l’immediato riconoscimento e passaggio alla mansione superiore per il lavoratore che venga impiegato in una mansione superiore a quella per la quale viene retribuito;
- aumento degli organici, per ridurre il carico di lavoro dei lavoratori, lottare praticamente contro la disoccupazione e migliorare l’assistenza ai proletari degenti in ospedale;
- per tutte quelle rivendicazioni infine (aumento dell’indennità notturna, 13ª mensilità completa, 14ª mensilità etc.) che si pongono sul terreno di classe e tendono ad unire ed a migliorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.
I combattivi ospedalieri di Milano devono sapere che gli operai più generosi, quelli sfuggiti alla corruzione materiale e morale dell’opportunismo sono al loro fianco nella dura lotta contro bonzi sindacali, padroni e Stato borghese!
Abbracci osceni
«Datemi un martello…» diceva una canzonetta non più in auge. La nostra soddisfazione sarebbe forse effimera ma non per questo disprezzabile, se potessimo darlo su coloro che rinnovando visioni paradisiache di società paleocristiane, inducono in canti di gemellaggio su cristianesimo e marxismo.
Dai lontani anni bui in cui un amore rapido, per esigenze di tempo, ma non per questo meno deciso, aveva unito papato e fascismo, tormentando coscienze ed alimentando gelosie di celebri menti troppo rachitiche perfino per prendere posizione al di qua o al di là delle due identiche e merdose rive, tale rito propiziatorio della fecondità nazionale non si era più ripetuto, tormentando di erotici sogni fanta-politici più di una mente «insigne». Il matrimonio tra chiesa e proprietà stava perdendo di mordente nonostante la peccaminosa introduzione del divorzio. A far sgorgare nuovo e fertile il seme ci hanno pensato le «chiese del dissenso» prima, il Sinodo Valdese poi, che per bocca della sua «vestale» ha proclamato, previo l’essersi distintamente accomodato sul lettone parlamentare: «Ho trovato nei fratelli e nei compagni comunisti, molta comprensione; ho trovato chi ha capito e cerca il dialogo. Il posto della Chiesa non può restare nel chiuso dei templi, ma sulla piazza, e durante la mia esperienza della campagna elettorale mi sono trovato fra uomini veri, operai, contadini, che mi hanno confermato nella speranza che si può ricostruire la nazione, nella giustizia». E chi poteva essere l’amante di turno se non quel partito che della virilità nazionale tutto è compreso, quel PCI bastone della vecchiaia della claudicante borghesia italiana? Si dice soffra di incontinenza ogni qual volta sbircia una caviglia od un polpaccio che sembrano essere disponibili, sta di fatto che in questo caso non si è fatto ripetere l’invito due volte ed è volato con il tasso di adrenalina che aumentava a più non posso, tra le braccia dell’amata. Ora è lì, mezzo compreso nella parte, a passeggio con la «donnina». Il mestiere rende bene, e poi non scandalizziamoci, lo dicevamo anni fa: chi disprezza compra!
Marittimi inglesi contro il patto sociale delle Unions
Il congresso delle Trade Unions che si è recentemente svolto a Brighton non doveva, negli intenti dei suoi animatori, avere altro scopo se non quello di riconfermare alla borghesia inglese ed al suo governo la completa disponibilità dei sindacati a far subire agli operai tutte le conseguenze dell’attuale crisi economica che la Gran Bretagna, in modo più profondo che non in altri paesi, sta attraversando.
Così è stato, ed il piccolo incidente che i marittimi inglesi hanno provocato col loro sciopero si è risolto in una tempestiva conferma della politica perseguita dalle Trade Unions. Ma andiamo con ordine.
Al congresso le Trade Unions si sono presentate consce di aver fatto tutto il loro dovere: negli ultimi dodici mesi i limiti salariali previsti dal patto erano stati rispettati, non si era avuto nessuno sciopero comprendente intere categorie, il totale di ore di sciopero era stato la metà rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dall’altra parte il governo, il quale, senza aver potuto aiutare l’economia a risollevarsi, aveva invece permesso che la disoccupazione arrivasse al limite di un milione e mezzo di unità cifra altissima se si pensa che per trovarne una simile nella storia della classe operaia inglese bisogna risalire agli anni trenta. Il ruolo reale della politica antioperaia dei sindacati inglesi viene ben individuato da un articolo de L’Unità del 7-9: «L’intesa (…) ha portato un contributo decisivo al piano di contenimento che ha abbassato la spirale inflazionistica dal trenta all’undici per cento. Ma il prezzo è stato alto: un milione e mezzo di disoccupati, un aspro processo di ristrutturazione industriale, la riduzione dei livelli di vita». E non si può certo dire che questa critica viene da avversari, ché il PCI guarda all’opportunismo inglese come ad un fratello maggiore, maestro di tradimenti ai danni del proletariato.
Tasso di inflazione dal 30 all’11 per cento, peggioramento delle condizioni di vita, disoccupazione: a questo punto apparirebbe normale anche per un opportunista chiedere qualcosa in cambio per gli operai, se non altro per garantirne la sopravvivenza materiale; invece no, dicono i sindacati, bisogna che il governo operi un controllo selettivo sulle importazioni, blocchi la fuga di capitali, e tutta la solfa che siamo abituati a sentire anche qui, investimenti compresi; e più potere ai sindacati, perché «tutti sanno oggi che non si può sperare di gestire il paese (leggi: tenere buoni gli operai) senza il contributo deciso dei sindacati».
Interessante in tal senso il discorso del segretario del TUC (Trade Unions Congress), Len Murray: «Non siamo davanti solo ad un bilancio di attività dell’ultimo triennio ma ad un esperimento di democrazia, significativo e senza precedenti, ossia al coinvolgimento del movimento sindacale nella elaborazione della vita economica e sociale del paese. (…) A questa posizione (…) non v’è alternativa a meno di ricadere, ancora una volta, nella inaccettabile tattica dello scontro».
Non v’è dubbio che nell’attuale situazione economica la borghesia inglese, rappresentata dal governo laburista di Callaghan, sia disposta a concedere qualsiasi investitura, pur di scongiurare il pericolo di massicci movimenti operai, anche se solo di tipo rivendicativo, perché una volta scatenati nemmeno l’opportunismo più astuto riuscirebbe a fermarli, date le condizioni drammatiche del proletariato. D’altronde le promesse del TUC sono allettanti: il patto sociale resterà in vigore fino all’estate 1977, dopo di che si avrà «una liberalizzazione molto graduale e controllata della dinamica salariale». Se questo non bastasse a dimostrare che Trade Unions e Labour Party sono dei servi della borghesia inglese, diversi dai conservatori solo per la facciata ma non per la funzione, che rimane quella di polizia antioperaia, citiamo dai dati dall’Economist, rivista conservatrice e comunque non accusabile di tenerezze verso gli operai del 4-9-1976: «La disoccupazione con tutta probabilità continuerà a salire per tutto il prossimo inverno (…) La cosiddetta politica del 5 per cento porterà in realtà aumenti medi del 9-10 per cento. Ciò sarà troppo per arrestare l’inflazione, ma sarà sempre al di sotto del probabile 10-14 per cento di aumento nei prezzi al consumo che si avrà nell’anno a venire; cosicché il livello medio di vita dell’operaio britannico dovrà scendere ancora e per il terzo anno successivo da quando i laburisti sono al potere».
Così l’opportunismo d’oltre Manica è decisamente incamminato verso lo sfruttamento di tutti i mezzi possibili per permettere all’avida borghesia inglese di salvarsi ancora una volta da un destino catastrofico comunque inevitabile, e ciò sulla pelle dei proletari inglesi, naturalmente. Ma accetteranno le vittime di farsi sgozzare sull’altare del dio Capitale? Anche se ad un primo esame ciò non appare improbabile all’immediato, vi sono dei sintomi che fanno sperare in una reazione al tradimento delle dirigenze politiche e sindacali dei lavoratori.
Fin dagli inizi del congresso i bonzi si sono trovati in una situazione a dir poco imbarazzante: oltre 22.000 operai della British Leyland in agitazione da dieci giorni, i lavoratori marittimi avevano votato per l’apertura dello stato di agitazione (prima lotta di categoria in un anno!). A complicare le cose è arrivata da Londra una «folla inferocita» di disoccupati che intendevano far sentire la loro voce nell’aula ove si trattava di questioni di alta economia (capitalistica, s’intende).
La questione più delicata era quella riguardante i marittimi; questi infatti chiedevano un aumento di sei sterline che avevano già conquistato nel luglio 1975: il sopravvenire del patto sociale ne aveva bloccato la esecuzione. Niente di più legittimo, senonché il TUC non aveva nessuna intenzione di ammettere che una iniziativa partita dalla base in un momento così delicato avesse successo.
Fra l’altro questa minaccia di sciopero aveva immediatamente causato uno scossone nella City, e la sterlina aveva subito un forte ribasso, seguito a ruota da forti cali in borsa. La borghesia inglese, che economicamente si regge su un equilibrio assai instabile, si è messa subito a piagnucolare per bocca di Callaghan, il quale fra l’altro ha dovuto fare un rimpasto di governo permettendovi l’ingresso ad esponenti di «sinistra» del partito laburista, con la speranza che questi avessero maggiore ascendente su sindacati ed operai. Inoltre è stata lanciata una campagna denigratoria contro la National Union of Seamen (NUS), il sindacato ribelle dei marittimi. Si è detto che erano sempre stati dei rompiscatole, che nel 1926 avevano abbandonato il grande sciopero generale, che nel 1966 in una situazione simile Wilson (il compagno Wilson) li aveva sconfitti dopo uno sciopero di sei settimane grazie alla dichiarazione dello «stato di emergenza nazionale» e che, in definitiva, se tutti stanno buoni non si capisce perché proprio loro debbano chiedere l’aumento. Inoltre si esprimevano dubbi sulla democraticità della decisione, in quanto solo il 38 per cento dei 44.000 iscritti aveva votato, e si era avuta una maggioranza di soli 309 voti; ora, sarebbe bene che i buffoni della democrazia si decidano: se esiste una buona parte di lavoratori che non vuole scioperare, ve ne è una ancora più grande che lo vuole, ed il torto sarebbe assai più grande se si ignorassero questi ultimi; ma lo spirito di tali critiche è evidente: per quei signori lo sciopero è una calamità nazionale che si deve sempre evitare se possibile, perché dannoso per tutti, soprattutto per la patria-padrone. Per quanto riguarda il numero dei votanti la critica è ancora più chiaramente stupida: si tratta prevalentemente di marinai, ed è praticamente impossibile averli presenti in gran numero alle votazioni.
Gli attacchi più violenti sono stati condotti dal TUC al quale non andava giù questa storia, anche perché poteva essere foriera di esempi pericolosi. Ma leggiamo ancora da un giornale borghese, il Sole-24 ore del 14-9, il modo in cui il TUC ha vinto la sua crociata contro i lavoratori: «Innanzitutto il ruolo giocato dal Trade Unions Congress, al quale il governo ha delegato interamente il compito di condurre la mediazione. Il TUC, con una delegazione formata dagli uomini più rappresentativi, ha accettato il difficile impegno di ricondurre il NUS al rispetto dei patti fissati col governo, sconfessando la legittimità delle richieste fatte, assicurando gli ambienti politici e finanziari che nessun appoggio sarebbe stato dato ai lavoratori in sciopero e minacciando l’intero esecutivo del NUS di espulsione dalla confederazione».
Così il TUC ha giocato pesante ed ha vinto un’altra delle sue innumerevoli battaglie contro la classe operaia, ricattando il NUS dall’alto del suo strapotere organizzativo ed economico, e grazie anche alla certamente non eccessiva saldezza dei dirigenti del NUS stesso.
I sindacati britannici, grazie alla loro politica dichiaratamente nazionalistica e corporativa, al loro controllo ferreo su qualsiasi piccolo movimento spontaneo, alla loro oramai determinante posizione in tutte le aziende, e soprattutto grazie alla legge sulla obbligatorietà dell’appartenenza ad un sindacato, stanno velocemente diventando dei veri sindacati fascisti, meta alla quale, a dire il vero, ambiscono anche i bonzi nostrali.
In Gran Bretagna come in Italia ed in tutto il mondo la soluzione risiede nella forza che la classe operaia internazionale saprà esprimere nel liberarsi dalle mille pastoie legali che l’opportunismo le ha imposto in cinquanta anni di controrivoluzione, affinché la crisi avvenire non ricada sulle spalle degli operai come sempre è stato, ma si risolva invece nello sprofondamento di questa società di classe, perché ne nasca una nuova, senza più classi e senza più sfruttamento.
La nuova ristampa delle Tesi del Partito
L’attività editoriale del partito prosegue, come annunciato in altra parte del giornale, con la ripubblicazione del testo “I fondamenti del comunismo rivoluzionario”; proseguirà con la ripubblicazione, in un unico opuscolo delle tesi del partito successive alla seconda guerra mondiale che vanno dalla “Piattaforma politica” del 1945, alle “Tesi Caratteristiche” del 1952, alle “Considerazioni sull’organica attività del partito” del 1965, alle “Tesi sui compiti, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale” anch’esse del 1965 e alle “Tesi supplementari” del 1966. Questi testi non costituiscono affatto il “contributo” di una “corrente di idee” al chiarimento di “problemi sempre aperti” in un sedicente “campo marxista”, bensì la riaffermazione della linea di continuità che distingue l’unico partito marxista rivoluzionario, i cardini della sua azione organizzata, le basi della sua organizzazione di combattimento. Il partito esiste materialmente come organo di battaglia e di milizia rivoluzionaria solo in quelle forze che accettano integralmente e completamente, come unico bilancio coerentemente marxista di cinquanta anni di esperienza storica e, di conseguenza, come unica base ed indirizzo dell’azione pratica, quelle tesi e quei testi. L’estensione del perimetro organizzativo del partito di classe, ora ristretto al massimo, ce lo attendiamo dal confluire sul terreno indicato dalle Tesi del partito e, perciò, nelle sue file, delle forze vive che la ripresa della lotta proletaria di classe esprimerà, in primo luogo sul terreno della difesa fisica delle proprie condizioni di vita e di lavoro e che sentiranno come necessità per lo sbocco vittorioso della lotta stessa il loro ricollegarsi all’indirizzo marxista rivoluzionario unicamente rappresentato dall’insieme di posizioni caratteristiche dell’attuale Partito Comunista Internazionale. Tutte le forze che, pur rivendicando di appartenere alla matrice marxista, non riconoscono nel loro insieme e globalmente queste posizioni e, per logica conseguenza, non militano nelle file organizzate del partito non hanno nulla a che fare né con il marxismo, né con il partito rivoluzionario di classe: sono fuori del marxismo e fuori del partito, cioè sono contro di esso; il loro eventuale mettere radici in mezzo alla classe operaia (cosa che oggi, per fortuna, non si verifica) è considerata dal partito come una eventualità tragica da scongiurare ad ogni costo e con tutti i mezzi, perché, ben lungi dal significare un ampliamento del “campo rivoluzionario”, sarebbe il sicuro indizio della debolezza della rivoluzione le cui forze, almeno nei paesi a capitalismo stramaturo d’Europa e d’America, sono costituite esclusivamente dal proletariato, organizzato nelle sue organizzazioni di classe (sindacati, soviet ecc.) e diretto dall’unico partito comunista. Il partito ha un solo compito da svolgere nei confronti di tutte le forze cosiddette marxiste: da una parte delimitare ed approfondire in tutta la sua attività di ricerca teorica, di propaganda, di proselitismo, il solco che lo divide da tutti questi raggruppamenti, dall’altro impostare un indirizzo di azione pratica e di intervento nelle lotte proletarie tale da condurre al risultato di dimostrare ai proletari in movimento che nessuna comunione esiste fra il partito e questi sedicenti marxisti e rivoluzionari, ma che, al contrario, mentre essi sono in realtà sul terreno della piccola borghesia e dell’opportunismo tradizionale, solo l’indirizzo del partito risponde alle esigenze della lotta rivoluzionaria di classe, solo le forze organizzate nel partito adempiono ai compiti inerenti a questa esigenza. Il risultato che l’indirizzo di azione pratica del partito deve raggiungere, per essere adeguato alle esigenze della vittoria rivoluzionaria, è dunque il seguente: stabilire il massimo di influenza e di collegamento fra il partito e le masse proletarie espellendo dal seno di esse l’influenza di qualsiasi altro indirizzo politico, peggio se sedicentemente marxista e travestito da rivoluzionario. La ripubblicazione e la diffusione dei testi sopraindicati e di quelli che seguiranno ad essi costituiscono dunque non “la apertura” di un «confronto» fra posizioni che, pur attraverso strade e percorsi differenti, sarebbero destinate ad incontrarsi, avendo tutte in comune il terreno del marxismo ma la “chiusura” del partito di classe il quale ricorda a se stesso ed ai proletari le basi che è necessario accettare affinché il moto di classe termini finalmente con la vittoria della rivoluzione. Non esiste altro campo del marxismo che quello delle posizioni contenute in quelle tesi e dell’azione ad esse conseguente; non esiste altro partito marxista rivoluzionario che quello costituito dalle forze, piccole oggi, grandi e potenti domani, che si organizzano all’interno del perimetro da quelle tesi delimitato. Questo il senso della ripubblicazione la quale, perciò, non porta e non porterà mai nomi di persona, ma si svolgerà sempre, e sempre si è svolta, come opera collettiva ed anonima di un organo di combattimento e di azione rivoluzionaria: il Partito Comunista Internazionale, il partito rivoluzionario di classe.
Gli articoli sul partito e gli altri che appariranno sui prossimi numeri del giornale hanno il compito di dimostrare ai proletari che ci leggono che le proposizioni contenute nei nostri testi e nelle nostre tesi, tutte e non una, sono da accettarsi o da rigettarsi in blocco non perché così vuole il «settarismo dogmatico» di un gruppo di individui, ma perché costituiscono il risultato ultimo e conseguente della lettura in chiave marxista delle vicende materiali di oltre un secolo di lotte del proletariato rivoluzionario mondiale e perciò la base unica ed irrinunciabile per l’organizzazione e l’azione del partito politico di classe, abilitato a dirigere la lotta rivoluzionaria del proletariato solo ed in quanto impugna una teoria che gli permette di leggere l’esperienza storica e di stabilire su questa coscienza del passato la previsione dell’andamento futuro della lotta di classe, il suo piano di azione, la selezione dei mezzi dimostratisi idonei e di quelli da rigettarsi, l’organizzazione e la selezione delle forze che condurranno l’assalto rivoluzionario.
Il bagaglio delle posizioni della Sinistra Comunista non si conclude con le Tesi di Lione del 1926, presentate dalla corrente di sinistra al III Congresso del Partito Comunista d’Italia. Quelle Tesi, che costituivano il bilancio tratto in chiave coerentemente marxista delle vicende e degli errori che stavano distruggendo la III Internazionale, e contenevano, sulla base di esso, l’indicazione della strada che il partito comunista mondiale avrebbe dovuto percorrere nel futuro, non costituiscono che la base salda ed omogenea sulla quale si fondò l’opera di battaglia, teorica, pratica, tattica ed organizzativa al tempo stesso, delle sole forze rimaste sul terreno marxista e rivoluzionario riunite nella cosiddetta “Frazione all’estero” che pubblicava la rivista Prometeo ed il giornale Bilan e, successivamente, mentre la guerra era ancora in corso e dopo di essa nel Partito Comunista Internazionalista intorno al giornale Battaglia Comunista. La continuità delle posizioni marxiste di un secolo, delle stesse posizioni che avevano portato alla costituzione, sebbene spuria, della I Internazionale ed alla battaglia in essa di marxisti, anarchici e perfino mazziniani ed al suo successivo scioglimento dopo il disastro della Comune di Parigi; che aveva portato alla fondazione della seconda internazionale ed alla lotta della corrente marxista coerente contro l’insorgente ed a volte dominante riformismo social-democratico che, con la guerra si trasformò in aperto collaborazionismo, ma contro in particolar modo le reviviscenze di un anarchismo e di un sindacalismo che, condannato dalla storia fin dal 1871, approfittava dell’andazzo neghittoso del partito di classe per insinuarsi di nuovo e con successo nella classe operaia; che portò alla fondazione della III Internazionale quando fu necessario raccogliere di nuovo le forze ancorate al programma marxista rivoluzionario e nettamente separarle dall’ex ala destra del movimento operaio, divenuta ala sinistra della borghesia sotto la spinta dei fatti materiali della guerra mondiale; quella continuità si espresse sempre in tesi e testi, che, ben lungi dall’essere il prodotto del cervello individuale di questo o quel pensatore, costituivano la lezione tratta dai fatti pratici, dall’esperienza della lotta, da parte del partito rivoluzionario di classe, al quale con quelle tesi e quei testi si voleva dare non “un contributo alla discussione”, ma la reale base di azione e di organizzazione corrispondente a quanto l’esperienza materiale indicava come necessario per la conduzione delle future battaglie della classe. Attraverso i dati della lotta proletaria mondiale, letta alla luce di una coerente teoria, la teoria marxista rivoluzionaria, si forgiava lo strumento della futura battaglia affinando le armi e studiando dove e perché esse avevano, nel momento cruciale ceduto, dando la vittoria al nemico. Soggetto di questa opera di apprendimento delle lezioni dell’esperienza storica, come della definitiva ammissione che solo la teoria marxista è arma valida a leggere i fatti sociali e politici della classe, non è un gruppo di intellettuali dediti alla ricerca teorica, ma il partito, cioè l’organismo raggruppante le forze rivoluzionarie della classe ed agente nella classe in tutte le forme della sua attività relativamente ai rapporti di forza imposti dal nemico e pronto in principio ad operare in tutta la vasta gamma di esplicazione della direzione della lotta rivoluzionaria di classe. Il partito di classe, impugnando l’arma della dottrina, leggeva nei fatti di cui era stato compartecipe e protagonista, le lezioni per il futuro attacco nel momento stesso in cui e proprio perché preparava in una salda disciplina di organizzazione e di azione, sulla base di quelle esperienze, l’organo rivoluzionario del futuro.
Demagogia opportunista e impotenza borghese nella “ricostruzione” del Friuli
Secondo l’uso delle visite nelle diocesi degli alti prelati e per fornire succoso materiale da «mandare in onda» nei telegiornali super l’uno, ultrademocratico l’altro, il grande capo del partitaccio nazional-comunista italiano è stato spedito a distribuire strette di mano e sorrisi mesti nei comuni friulani colpiti prima dalle forze della natura, poi dalla ben più disastrosa «solidarietà nazionale» e della propaganda oscena del regime.
Niente di consistente – lo dicono anche i giornali – è stato fatto, la popolazione sbandata in rifugi di fortuna, le famiglie divise; le poche opere di ricostruzione, abbandonate alla iniziativa individuale degli sfollati senza mezzi, eseguite in modo da non poter offrire resistenza al sisma, sono nuovamente rovinate nelle ultime scosse. Ma non importa, quel che conta è che si possano cantare le lodi della unità di tutte le classi di fronte alla disgrazia.
L’approccio tecnico alla bisogna per il capitalismo è impossibile: l’impiego di mezzi tecnici moderni, la conoscenza ormai assodata della direzione, della entità e della frequenza delle accelerazioni del suolo che si verificano durante i terremoti permetterebbe di dimensionare con esattezza le strutture portanti degli edifici in modo tale da garantirne comunque la stabilità. Si tratta della seconda legge della dinamica e non della «cieca furia della natura».
Il soccorso immediato alle popolazioni, per un regime basato sul mercato e sul profitto diventa un fatto imprevedibile, non pianificabile alla scala sociale, traumatico, occasione soltanto di espressione della impotenza dello Stato ed abbandonato al pietismo individuale. Problemi squisitamente tecnici, organizzativi, lineari ed univoci nella loro soluzione materiale, come il trasporto delle case prefabbricate dai luoghi ove si trovano (proprietà a parte) ai luoghi ove occorrono (proprietà a parte), divengono nella società divisa in classi una girandola di corruzione ed inconcludenza. Il capitalismo non è più capace di tirare avanti anche senza terremoto, basta una scossa o un forellino in un serbatoio chimico che, dimensionato tutto all’osso, ed anche meno, l’incidente si trasforma in catastrofe.
Una sola struttura è calcolata con abbondanza e senza risparmio: gli organi repressivi, pletorici e ben pasciuti, principale cemento della «unità nazionale». In nessuno Stato esiste invece un efficiente servizio di soccorso civile, che abbia approntati alloggi di fortuna prefabbricati, mezzi di trasporto acconci: in poche ore potrebbero essere impiantati villaggi interi. L’impresa, in sé realizzabile, è per il capitalismo fuori portata, a meno che non si trasformi in un’altra colossale ruberia foraggiata dallo Stato nella quale lo scopo principale di trarne profitto annulla l’utilità sociale dell’impresa.
È quello che si sta verificando con l’appalto delle unità di abitazioni prefabbricate: non occorre la nostra sfiducia storica in questo regime per prevedere che l’impresa aprirà soltanto una voragine ingorda di «finanziamenti», i prezzi d’appalto saranno altissimi data l’improvvisità e l’entità della domanda (bustarelle a parte) ed il prodotto di qualità talmente scadente da rendere inutilizzabili: un prefabbricato scadente si trasforma in breve tempo in una baracca inabitabile per l’umido ed il freddo. Ed è significativo che «nelle prime 48 ore il bando di concorso di appalto ha già ricevuto decine e decine di adesioni»!
Quindi, una volta ottenuti gli alloggi, dove e come distribuirli? Dopo mesi e mesi dal terremoto manca qualsiasi studio geologico, sismico, urbanistico che possa indirizzare l’insieme dei lavori. O meglio, certo gli studi ci sono anche, ma nella misura in cui contraddicono gli interessi del capitale paragrafi interi verranno soppressi con frego rosso trasversale tracciato da chi non tanto di ideologia e della vita futura degli insediamenti si interessa, quanto, «operatore economico», della immediata ripresa produttiva. E su questo è d’accordo in pieno la CGIL: «importante è che il lavoro riprenda», la mostruosa ossessione del capitale; è il sindacato che spinge i capi famiglia a ritornare nelle fabbriche «pericolanti al limite della sicurezza», che li costringe ad abbandonare le famiglie alloggiate in lontani comuni, a fermarsi appena la notte impiegando ore ed ore per raggiungere il posto di lavoro, nella regione ove ancora il fenomeno sismico non si è acquietato: «la produzione deve riprendere», quasi che fosse interesse degli operai lavorare tutto il giorno in fabbrica invece di aiutare le famiglie ad accamparsi in qualche modo. Ciò che spinge i proletari nelle officine pericolanti è il bisogno, il ricatto su chi ha perduto tutto e che viene abbandonato senza aiuto alcuno.
Ma di questo non si parla sull’Unità, si preferisce far conoscere all’Italia le imprese dei «nostri soldati» in questa «Caporetto civile», lacrimevoli interviste con alti ufficiali della «sala operativa», «un po’ curvi ma pieni di vitalità». Tutto serve alla mobilitazione in senso nazionale del proletariato, ogni occasione è buona per la propaganda patriottica, per soffocare gli interessi e la ideologia di classe nella collaborazione al salvataggio della economia.
Ricordiamo che a Caporetto i comunisti stavano dall’altra parte, non del tedesco ovviamente, ma della rivoluzione, contro la borghesia, il suo Stato, il suo esercito; come, dopo, contro le sue paci, le sue ricostruzioni e la sua solidarietà.
La sconfitta dei lavoratori del commercio
Le bonzerie sindacali hanno concluso il 25-9 il loro «lavoro», siglando un contratto infame che costringe i lavoratori del commercio a subire ancora una volta le decisioni padronali e di ciò non ci meravigliamo ben sapendo di che panni vestono i traditori confederali.
Questi alcuni punti ove maggiormente i bisogni proletari hanno subito i colpi più duri: aumento di 25.000 lire, previste data la media di aumenti salariali concessi alle categorie dal maggio all’oggi, ma non per questo minimamente soddisfacenti i bisogni dei lavoratori, come d’altra parte neanche le 30.000 lire richieste dai bonzi rappresentavano una reale difesa del salario, bensì una mancia da concedersi agli operai per tenerli buoni. Va considerato poi che questi vigliacchi hanno addirittura svenduto anche questo minimo aumento, facendolo scattare dal 1 gennaio 1977 e coprendo gli arretrati con «una tantum» di 75.000 lire, più 65.000 lire come acconto sulla liquidazione! I bonzi – d’altra parte – si sono «conquistati» il controllo sugli investimenti, ribadendo la loro aspirazione a divenire sempre più parte integrante dello Stato, di più, ad essere loro in prima persona a «gestire» ristrutturazioni e quindi licenziamenti. Infine lo slittamento a luglio delle contrattazioni aziendali e del contratto integrativo, ha gettato altra acqua sul fuoco della rabbia operaia.
Adesso tornando un po’ indietro vediamo gli antefatti.
La lotta dei lavoratori del commercio per il rinnovo del contratto di lavoro, che era stata bloccata dai bonzi sindacali il 20 luglio quando con uno sciopero nazionale di otto ore si era dato in pratica il saluto estivo agli operai facendo loro capire chiaramente che sino all’autunno di contratto non si sarebbe riparlato, sotto la pressione dei lavoratori è sfociata in un nuovo sciopero nazionale di otto ore, che ha ampiamente dimostrato una ennesima volta come i sindacati ufficiali conducano – o meglio non conducano – le lotte.
La categoria pur avendo un nucleo più combattivo di circa 200.000 lavoratori impiegati in medi e grossi centri di distribuzione – Standa, supermercati, Rinascente, ecc. – ha il peso non indifferente di altre 500 mila unità impiegate in piccole aziende, tutte al di sotto dei 15 impiegati, ma per il 70% le piccole aziende contano un numero molto inferiore di dipendenti che si aggira in media sui due-tre. La lotta, già difficile in categorie più omogenee, diviene in questo caso difficilissima, e potrebbe essere condotta soltanto da un sindacato che veramente svolgesse il suo compito di difesa di classe impegnando tutti i suoi sforzi alla convocazione di assemblee, alla pubblicazione ed all’organizzazione costante del movimento, sino ad adottare, nel momento della lotta, il giusto metodo dei picchetti, strumento che nella nostra categoria è essenziale per la riuscita di uno sciopero considerata l’alta polverizzazione. Naturalmente da tutto questo i traditori confederali si sono guardati, è bastato il loro immobilismo per frustrare gli sforzi dei lavoratori più combattivi. Molti di questi hanno aperto gli occhi dinanzi al continuo intrallazzamento delle confederazioni facendosi portavoci del malcontento generale; a questi abbiamo dato l’indirizzo di unirsi, di formare comitati e gruppi a carattere sindacale per la reale difesa dei loro interessi e delle loro condizioni di vita e di lavoro, unico mezzo questo per uscire dal mugugno generico ed inconcludente, per impedire realmente la svendita del contratto ieri, per una reale difesa dei lavoratori domani.
Per ciò che riguarda le migliorie concesse basta citare quella di 30 mila lire, cifra stabilita fin dal giugno, svalutazione o no, che tutte le categorie che sino ad oggi hanno rinnovato il contratto sono state costrette – grazie al tradimento sindacale – ad accettare, quando sappiamo bene che con il tasso di inflazione odierno anche il doppio non coprirebbe la diminuita capacità d’acquisto dei salari. Altra bella canagliata sarebbe quella della «giusta causa», grande pensata attraverso la quale si tenta di far credere agli operai che i sindacati si muovono anche per la difesa del posto di lavoro, come se non fosse la lotta, proprio quella lotta che questi ruffiani hanno soffocato, l’unica arma per opporsi alla politica padronale; ma facciamo parlare il superbonzo Gatta della CGIL: «Noi non pretendiamo il blocco dei licenziamenti. Noi vogliamo solo che si licenzi per motivi validi (!) e non per le bizze del padrone. E poi noi sulla “giusta causa” vogliamo dalla Confcommercio solo il riconoscimento della validità del principio, non l’applicazione immediata pratica». Detto questo pensiamo possa tranquillamente andarsene a cena (e a quel paese) con il capintesta Orlando presidente della Confcommercio, dalla discussione con il quale abbiamo tolto questo significativo stralcio. Facciamo grazie ai lavoratori di tutte le chiacchiere bonzesche su «piani di sviluppo» e balle simili e ricordiamo soltanto ai proletari che cosa significhi piano di sviluppo e conseguente «ristrutturazione» aziendale, termini inscindibili dello stesso piano antiproletario, ristrutturazione significa licenziamenti, cassa integrazione, aumento dei ritmi lavorativi per chi rimane alla produzione.
Altra carognata, che ha indebolito il movimento nel suo insieme è l’aver siglato il 17/9 il rinnovo del contratto dei lavoratori delle cooperative. L’aver operato il rinnovo a parte, quando nella ipotesi di piattaforma si dichiarava: «di chiamare al loro rinnovo contrattuale in concomitanza con il rinnovo del contratto del commercio, sulla medesima piattaforma rivendicativa e con gli stessi tempi di consultazione», evidentemente ha comportato un ulteriore dissanguamento delle forze della categoria proprio in un momento così decisivo della lotta, lasciando mano libera al padronato di poter trattare con più calma e dall’alto delle 25.000 lire concesse ai lavoratori delle cooperative, riducendo così immediatamente le 30 mila lire richieste pro-elemosina dai confederali. Questi ruffiani fanno un gran parlare di ipotetici poteri di controllo sulla produzione che i lavoratori avrebbero conquistato! In nome dei quali, aggiungiamo noi, sono stati fatti rinunciare ad ogni maggiore e in più reale richiesta salariale, in nome dell’economia nazionale, e magari lanciando l’accusa di corporativismo a chiunque avesse loro gridato sul muso che oggi 25.000 lire rappresentano veramente una miseria e che è soltanto in forza di forti aumenti salariali che i proletari possono resistere all’incalzare dell’offensiva padronale, non grazie ai fumi ed alle promesse bonzesche.
La politica di collaborazione con il padronato non è naturalmente prerogativa dei bonzi del nostro settore, è la politica «normale» di questi signori che vendono sempre più spudoratamente la pelle degli operai in nome della difesa dell’economia nazionale, cioè dell’economia capitalistica, dello Stato padronale dunque. A questi traditori che marciano fianco a fianco della borghesia, deve rispondere la lotta organizzata dei lavoratori per la difesa con tutti i mezzi, nessuno escluso, dei loro salari e delle loro condizioni di vita e di lavoro.
Sardegna: imbrogli del PCI contro i giovani minatori
«Il 62% dei disoccupati oggi ha meno di 24 anni» è questo il titolo di testa de l’Unità di alcuni giorni fa; l’articolo proseguiva riportando altre interessanti notizie: Su un milione e 200 mila disoccupati stimati dal Ministero del Lavoro nel febbraio scorso (in realtà i disoccupati sono circa 2 milioni) il 62% è costituito da giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. Oggi il numero dei giovani disoccupati si avvicinerebbe al milione ed il 60% sarebbe concentrato nel Mezzogiorno. Vi sono poi, avverte l’Unità, le aree «di parcheggio» (così si esprimono queste carogne…): 3 milioni e 800 mila studenti, 150 mila militari di leva, 1 milione e 118 mila ragazze tra i 14 e i 25 anni che vengono considerate casalinghe; in totale oltre 5 milioni di persone che, se non si presentano a cercare all’immediato un posto di lavoro, possono certamente essere considerate disoccupati potenziali.
La situazione, come si vede, non è certo allegra: dietro queste cifre si nasconde la situazione tragica di chi è costretto a vivere con lavori saltuari, chi deve rinunciare a tutto in una società feroce, la situazione di tante giovani donne schiacciate dalla famiglia, da tutta la società che le costringe al ruolo di serve e che non hanno la possibilità materiale di cambiare la loro condizione proprio perché è loro impossibile trovare un lavoro e guadagnarsi la vita.
I partiti opportunisti, soprattutto il PCI, si mostrano sensibili a questa situazione; non certo perché preoccupati delle condizioni di vita della classe operaia, bensì, come dice l’Unità, perché «troppi giovani senza far niente costituiscono un serbatoio di contraddizioni esplosivo». I fetenti del partitaccio sanno che il pericolo per questa società che essi difendono, così strenuamente, viene soprattutto dai giovani che più dei vecchi proletari, ormai stroncati da un’intera vita condotta da schiavi, sentono la necessità di ribellarsi e di lottare per una società completamente diversa, di combattere contro lo sfruttamento e l’oppressione. Ecco il motivo per cui l’Unità parla tanto di disoccupazione giovanile mentre se ne fotte dei disoccupati non più giovani giungendo, per bocca del superbonzo Lama, a fare vera e propria opera di divisione tra disoccupati dichiarando che se qualcuno deve essere licenziato è preferibile che lo siano i vecchi anziché i giovani.
Nonostante la sua costante preoccupazione però, le contraddizioni del modo di produzione capitalistico restano ed il partitone opportunista non può in effetti trovare alcun serio rimedio contro la «contraddizione esplosiva» della disoccupazione giovanile.
Un esempio concreto ci viene dalla Sardegna, una terra ove la disoccupazione è antica come è antico il dominio della borghesia e l’unico rimedio fino ad ora è consistito nell’emigrazione o nell’arruolamento volontario. Una delle più «convincenti» proposte del PCI per ridurre la disoccupazione è quella di istituire corsi di «formazione professionale» per formare personale qualificato che dovrebbe poi essere facilitato nel trovare un impiego. Ebbene i duecento giovani corsisti che avevano da più di un mese terminato il corso per minatori, in seguito al quale avrebbero dovuto essere assunti a lavorare nelle miniere di Carbonia, sono stati costretti, alla fine di luglio, ad occupare la miniera di Seruci, posta tra Carbonia e Iglesias per tentare di ottenere un posto di lavoro. Le promesse di tutti i partiti prima delle elezioni erano state tante, ma «avuta la grazia, gabbato lo santo» e dopo le elezioni questi giovani proletari si sono trovati con un pugno di mosche in mano. Adesso il PCI cosa proporrà loro, un corso di superspecializzazione?
La disoccupazione non deriva, come vuol far credere l’opportunismo, da una pretesa cattiva gestione dell’economia capitalistica di cui si sarebbero resi colpevoli gli attuali partiti al governo, essa è invece una necessità per il capitalismo che anche nei periodi di prosperità ha cura di mantenere un serbatoio di manodopera inattiva per mezzo della quale premere sugli operai alla produzione ed alla quale poter attingere in caso di bisogno, come nei lavori che richiedono mano d’opera stagionale. D’altra parte, nei periodi di crisi del sistema capitalistico com’è quello attuale, la disoccupazione è una delle prime conseguenze del rallentamento della produzione e l’esercito dei disoccupati si allarga a ritmo vertiginoso. Contro queste ferree leggi dell’economia borghese non valgono i piagnistei opportunisti, né i «rimedi» a base di corsi di riqualificazione, né i cantieri di lavoro, né tanto meno i disoccupati possono sperare in una ripresa della produzione che esiste soltanto nelle demagogiche promesse degli opportunisti: la disoccupazione si combatte con la lotta! La classe operaia deve difendere le sue condizioni di vita e di lavoro ingaggiando una lotta senza quartiere contro la borghesia e contro i suoi servi opportunisti. Contro la disoccupazione c’è un solo rimedio reale ed immediato: Riduzione dell’orario di lavoro di tutti gli operai alla produzione a parità di salario; aumento dei salari per eliminare il lavoro straordinario; salario integrale agli operai che, nonostante questi provvedimenti, restassero disoccupati.