International Communist Party

Il Partito Comunista 16

La millantata difesa della occupazione si traduce in licenziamenti e serrate

Anche la borghesia concorda con le bonzerie sindacali e i partiti pseudo-operai che la questione fondamentale è quella dell’occupazione e degli investimenti. Infatti non passa giorno che non vengano chiuse nuove aziende, che migliaia di operai non vengano avviati alla Cassa Integrazione. È di queste ultime settimane la chiusura della Innocenti Leyland, il licenziamento di 1.400 dipendenti della Pirelli e di 1.200 dell’Italsider di Taranto, senza considerare lo stillicidio dei licenziamenti individuali e alla spicciolata. Mentre le assemblee di fabbrica vengono ammorbidite dai bonzi sindacali e indotte ad accettare la linea sindacale tricolore, il PCI e partiti affini danno saggi continui di «responsabilità» civile e patriottica per convincere i grandi capitalisti che, essendo partiti del popolo, vogliono soltanto il bene del popolo e quindi dell’economia, a costo di porsi contro anche lo «spirito di categoria» della classe operaia, come ha avuto la spudoratezza di esprimersi il picista Napolitano alla Conferenza nazionale dei dirigenti d’azienda del suo partito, invitandoli a lottare contro gli operai «assenteisti», cioè contro quegli operai che tentano di resistere alla pressione economica e sociale delle aziende con i mezzi individuali a disposizione in mancanza di una direzione classista delle lotte rivendicative.

Contemporaneamente, le assemblee locali della Confindustria respingono le richieste salariali proposte dai sindacati, sostenendo che se dovessero essere accolte dal padronato manderebbero definitivamente in rovina le aziende, colpite, oltre che dalla crisi recessiva e dall’inflazione generale, anche da una nuova inflazione da «costi», con ulteriore perdita di competitività. È indubbio che l’aumento anche minimo dei salari, come quello ora proposto dai sindacati, si traduce in aumento dei costi per la produzione aziendale e siccome l’impresa non intende rinunciare a ridurre i profitti, per ribilanciare i costi ed ottenere prezzi concorrenziali, non le resta che comprimere i salari o aumentare lo sfruttamento della mano d’opera.

L’aspetto caratteristico dell’atteggiamento dell’associazione del padronato industriale, privato e pubblico, in vista dei rinnovi contrattuali, consiste, a differenza di prima, nella mobilitazione periferica dei suoi aderenti per respingere le timide proposte sindacali, in una contrapposizione organizzata di forze padronali a forze operaie, preludio della fase in cui l’offensiva borghese contro la condizione operaia non si fermerà, né rallenterà, malgrado la «buona volontà» dei capi sindacali e politici della loro quotidiana sottomissione agli interessi generali del capitalismo, ma si svolgerà secondo la logica di classe contro classe, nel caso in cui gli operai si sottraessero finalmente al monopolio dei traditori sulle loro lotte e dessero l’avvio ad un movimento di difesa economica senza esclusione di mezzi.

La realtà, quindi, al di là delle belle parole, delle lodevoli, ed apprezzate dai padroni intenzioni, delle promesse di un avvenire migliore, si presenta con un solo volto: la crisi in atto viene scaricata sistematicamente soltanto sulle spalle dei salariati, e le classi borghesi si organizzano, dietro la cortina fumogena di manovre diplomatiche di sindacati e partiti, per potenziare la loro offensiva contro la classe operaia.

Il decorso della crisi economica del capitalismo riconferma passo per passo di svolgersi nel senso del rafforzamento degli interessi borghesi e del loro sistema sociale e politico e di ridurre la manovra sindacale delle Centrali ad azione di disarmo ed immobilizzazione della classe operaia.

Oggi come ieri la crisi del capitalismo significa disoccupazione per i proletari

Una delle caratteristiche più evidenti delle crisi capitalistiche è la disoccupazione di massa per cui, alla fine di ogni periodo di espansione produttiva, il sistema di produzione borghese si dimostra incapace di mantenere a livello di vita umano quella massa di uomini che in precedenza aveva costretto a produrre plus-valore nelle fabbriche col miraggio di un benessere sempre crescente. Questi uomini, il proletariato industriale, autentici schiavi della moderna società, sono in una condizione molto peggiore rispetto ai loro antenati sfruttati, gli schiavi di Roma e di Atene, ed i servi della gleba del medioevo. Infatti gli schiavi, essendo proprietà del padrone, non risentivano gran che delle vicissitudini economiche di questo, in quanto potevano essere venduti in qualsiasi momento, cosa che al loro padrone conveniva di più che non il lasciarli morire di fame: avevano quindi una relativa sicurezza di sopravvivenza.

Il passaggio dello schiavo a contadino servo, e la sua quasi contemporanea sottomissione al feudatario, comportò anche un peggioramento delle sue condizioni di vita: infatti si trovò costretto a cedere gran parte del suo raccolto al signore, senza avere nessuna garanzia nei periodi di carestia, che infatti ogni volta compivano decimazioni in quel mondo chiuso.

Il piccolo margine di sicurezza che il servo della gleba ancora manteneva nei confronti del mondo economico circostante, cadde completamente quando questi venne trasformato nel moderno operaio di industria: strappato dalla campagna, dalla comunità, dalla sua posizione individuale rispetto alla natura, egli si vede trasportare nella grande città, fatta di asfalto e cemento, dove non conosce nessuno e nessuno lo conosce, dove la sua individualità scompare nella produzione associata capitalistica, e dove però lavora, mangia, si riproduce e fa la fame allo stesso modo di milioni di suoi simili.

È facile vedere che questo progressivo peggioramento dello stato di sfruttato si accompagna con un aumento delle «libertà» individuali; le rivoluzioni francese ed americana consacrano quello che sarà l’uomo libero della società borghese: libero di farsi sfruttare, libero di vivere una vita da bestia, libero di morire di fame (da poco anche in Inghilterra si è liberi di suicidarsi: finalmente quest’ultima perla si è aggiunta alla ricca collana di libertà che impreziosisce la gloriosa democrazia britannica; finora infatti il suicidio era considerato gravissimo crimine), libero di uccidere suoi simili e di farsi uccidere, in nome della libertà dei padroni di ottenere sempre più alti profitti. Di quale libertà fruivano i 13 milioni di disoccupati americani del ’33, o i 6 milioni di disoccupati tedeschi del ’32? E quale libertà avevano i milioni di proletari che nel ’14 e nel ’39 furono vestiti di un’uniforme e mandati a morire?

Noi abbiamo sempre sostenuto che il capitalismo non può evitare gli effetti delle sue crisi, né da un punto di vista economico, né da un punto di vista sociale; può però trasferirne il peso sugli operai, se ne ha la forza, o addirittura concludere il ciclo produttivo con una immane distruzione di prodotti, mezzi di produzione e produttori, ricominciando il ciclo seguente con altissimi tassi di profitto. Ma mentre comprimere semplicemente le condizioni di vita del proletariato è, oltre che difficoltoso, molto pericoloso perché può causare a lungo andare rivolte sociali, la guerra è il crogiolo nel quale tutto si fonde e si rimodella ex novo, dove le differenze di classe sembrano sfumare, occupati come si è a salvare la patria e la pelle. La guerra è perciò il modo più normale e drastico per i capitalisti per dare buon esito alle loro crisi.

Per quanto riguarda la disoccupazione, questo lo si vede bene se si traccia un grafico della disoccupazione percentuale nei vari paesi più industrializzati, durante gli ultimi 50 anni.

La grande crisi degli anni ’30 si manifestò, oltre che con una tremenda compressione delle condizioni di vita degli operai addetti alla produzione, anche con una disoccupazione fino a quel momento mai vista, e con una particolare virulenza nei paesi a capitalismo più forte e sviluppato: nel 1932, secondo le statistiche ufficiali dei vari paesi, c’era il 30% di disoccupazione in Germania ed il 18% in Gran Bretagna; negli Stati Uniti si raggiunse l’apice nel 1933, col 27%, equivalente a 13 milioni di lavoratori. In altri paesi con minore concentrazione industriale i tassi di disoccupazione furono inferiori (Giappone, Italia, Francia), anche se notevoli rispetto all’andamento normale. In altri paesi ancora, industrializzati anche se piccoli, l’effetto fu tremendo: 29% in Australia, Austria e Danimarca, 33% in Norvegia, 36% in Olanda. È interessante vedere che il calo della disoccupazione che ne segue, e quindi la ripresa produttiva, è più veloce per quei paesi che, come Germania e Giappone, ed in minor misura l’Italia, si preparano alla guerra o la stanno addirittura già conducendo (Manciuria, Spagna), mentre USA e GB vedranno diminuire le code davanti agli uffici di collocamento solo anni più tardi, in corrispondenza della guerra: in Gran Bretagna nel 1939 c’è ancora l’8% di senza lavoro, il 5% nel 1940, l’1,5% nel 1941; negli USA nel 1941 i disoccupati sono ancora il 15% della forza lavoro.

Ma ecco, a battere la piaga della disoccupazione, anche se mancano i dati per i paesi dell’Asse, la guerra, grande consolatrice della borghesia, con i massacri e le distruzioni che comporta, risolve tutti i problemi, sia di crisi, sia di risuddivisione imperialistica dei mercati. I 55 milioni e mezzo di morti che essa causa consentono una ripresa produttiva eccezionale, inizialmente soprattutto nei paesi vincitori, che verranno presto superati, come tasso di sviluppo, dagli sconfitti. Questo evita quindi anche un ritorno ai tassi di disoccupazione prebellici, ed inizia un periodo di crescente occupazione e benessere che è arrivato fino ai giorni nostri. Sarà però interessante esaminare le particolarità dei sei paesi industriali più importanti, per quanto riguarda la disoccupazione. Non abbiamo dati sulla Russia, dove, a detta degli eredi di Stalin, la disoccupazione è stata «definitivamente liquidata» nel 1930.

Non ci è stato possibile reperire i dati del periodo bellico riguardanti Italia e Giappone.

Cominciando dai paesi sconfitti, vediamo che hanno un andamento molto simile. L’Italia del dopoguerra conosce una disoccupazione molto forte, e che dura più a lungo di tutti gli altri paesi: le distruzioni della guerra, l’arretratezza degli impianti esistenti, l’afflusso in massa dei contadini dalle campagne che non possono più mantenere i piccoli coltivatori, fanno salire la percentuale dei disoccupati al 9% nel ’48 ed al 10% nel ’53-’54, e solo nel ’60 si arriva ad un ragionevole 4%; siamo agli inizi del boom economico, il quale fa sentire i suoi effetti anche sui tassi di disoccupazione, che nel 1963 registrano un 2,5%, il livello più basso del dopoguerra. Poi la curva torna a crescere zigzagando fra il 3% ed il 4%. Le statistiche ISTAT registrano al gennaio 1975 la presenza del 3,1% di disoccupati, pari a 603.000 unità; contemporaneamente una indagine del CENSIS ne rileva 1.251.000, più del doppio: questo, oltre a farci constatare che anche in Italia la situazione della disoccupazione è critica, ci autorizza a guardare alle statistiche ufficiali di cui il BIT (Bureau International du Travail) si serve e che sono state la nostra fonte principale, con un certo sospetto, e non solo per l’Italia, ma anche per gli altri paesi; noi comunque lasciamo nel grafico i valori ufficiali affinché possano essere confrontabili nel tempo, tenendo presente che eventuali deviazioni della realtà sono sempre in difetto, mai in eccesso. D’altronde ciò ha poca importanza perché il capitalismo non potrà far scomparire le evidenze della sua crisi mondiale semplicemente alterando cifre come un pizzicagnolo disonesto.

Secondo paese la Germania, anch’essa con forte disoccupazione postbellica (oltre il 10% nel 1950) ma con una ripresa molto più veloce di quella italiana. Infatti nel ’55 i disoccupati sono il 5%, nel ’60 l’1 per cento. L’industria tedesca è stata in gran parte distrutta, ma le ricchezze naturali, l’alta specializzazione degli operai, le capacità commerciali degli imprenditori e soprattutto la falcidie della guerra (7 milioni di morti) le permettono di tornare presto al regime di piena occupazione, in cui le frontiere sono aperte anche a migliaia di emigranti i quali, dopo averla fatta diventare la terza potenza industriale del mondo, vengono adesso rispediti a calci in culo ai paesi di provenienza, per cui la crisi di disoccupazione tedesca è molto più grave di quello che appare dalle statistiche. Comunque, salvo un’impennata nel 1967, la disoccupazione dal ’60 al ’73 non supera mai l’1%, ma poi comincia a crescere quasi in verticale, superando il 5% nel corso del 1975.

Il Giappone, terzo di questo gruppetto, ha perduto 2 milioni di vite nella guerra, ma la sua industria, d’altra parte giovane, ne è uscita ben vigorosa. Quindi, dopo una punta nel ’46 (5,5%), la disoccupazione torna subito a livelli molto bassi, intorno all’1%. Dopo trenta anni di onesta estorsione di plusvalore il capitale nipponico vede ora, per la prima volta dal ’46, la disoccupazione toccare e superare il 2%, cifra piccola in sé, ma comunque interessante se si pensa che nel ’32, il peggiore anno di crisi in Giappone, si è avuto solo il 7%. Comunque sarà uno dei paesi più interessanti da seguire in futuro.

Segue il secondo gruppo, i vincitori. Questo gruppo si distingue dal primo perché subisce uno scossone minore nel dopoguerra, e l’occupazione non ha grandi picchi. Vediamolo in dettaglio. Sotto l’aspetto della disoccupazione la Francia sembra la più fortunata: niente scossoni, niente picchi paurosi, ma solo lo 0,5% di disoccupati fino al ’48, poi la linea è quasi rettilinea, senza uscire mai dal binario 0,5%-1%. Questo fino al ’68, quando inizia una lenta ma costante ascesa, che nel 1975 raggiunge il 3,5%. Anche qui il discorso del Giappone: se la cifra non è grande, va ricordato che nel 1935-36, in cui si è verificata la punta più alta di disoccupazione, i lavoratori senza lavoro erano poco più del 2,5%.

La Gran Bretagna nel cammino della sua lenta agonia, mostra bene quella che è la caratteristica di massima di tutti e tre i componenti questo secondo gruppo, e cioè un lento, contrastato, sobbalzante, ma inarrestabile aumento della disoccupazione. Dall’1,5% del 1948 si arriva nel 1975 al 4,5%. Pare che Wilson una volta dicesse che la regina e la famiglia reale devono restare al loro posto, altrimenti il numero dei disoccupati raddoppierebbe immediatamente!

Il carattere endemico della disoccupazione si vede ancora meglio negli Stati Uniti, dove forti tassi di senza lavoro sono ormai diventati un male necessario, una fatale componente indispensabile della società nord-americana. Qui, nei passati trent’anni, la disoccupazione ha oscillato tra il 3% ed il 7%, ma, come in Gran Bretagna, con una costante tendenza all’aumento; il grafico è però più ricco di picchi e di precipizi. Ciò si spiega con il ruolo di gendarme mondiale che gli USA hanno svolto. Infatti la prima caduta della disoccupazione si ha dal 1950 (5%) al 1953 (3%), in coincidenza della guerra di Corea, ed un’altra importante caduta si verifica dal 1962 al 1970, quando maggiore è lo sforzo bellico nel Sud-est asiatico. Ma passati i periodi di sanguinoso respiro, lo stato più potente del mondo è costretto a veder salire il numero dei disoccupati senza potervi porre freno. Il tasso di disoccupazione USA è il più alto di tutti, oltre il 9%, e mentre scriviamo ha probabilmente superato il 10%. I capitalisti americani sentono ormai tentennare le loro sedie, mentre le masse dei diseredati senza lavoro si infoltiscono e si fanno sempre più minacciose, specie nei ghetti negri, dove oltre il 40% è senza lavoro.

La disoccupazione sta quindi diventando uno dei problemi più gravi in questi paesi. Nei paesi vincitori i tassi sono i più alti in assoluto del dopoguerra, in quelli vinti tendono a diventarlo. Solo che stavolta non si può rimediare producendo di più esportando di più o investendo meglio. Questa crisi, simile a quella del 1929-33, potrà essere superata in due soli modi: 1) Riduzione della produzione, quindi recessione, con l’allontanamento dal lavoro di milioni di lavoratori, e quindi riducendo gran parte del proletariato in condizioni di vita subumane. Questo richiederà un assetto politico particolarmente saldo, che possa imporre le sue decisioni sia a proletari che, in una certa misura, a capitalisti. Ciò significherà governi di sinistra, fronti popolari, ecc. in qualche paese (vedremo all’opera i difensori dell’economia nazionale, coloro che vogliono «uscire dalla crisi»), oppure fascismo vero e proprio, diverso più nella forma che nella sostanza dai primi, in altri paesi. Si vedranno forme intermedie, ibride o incomplete di questi classici modelli, a seconda delle particolarità nazionali, ma tutto è ammesso in nome del salvataggio del capitalismo dallo sfacelo; 2) Caccia spasmodica a nuovi mercati nei quali piazzare la sovrapproduzione e, poiché i mercati sono già distribuiti fra le varie potenze secondo i rapporti di forza, tentativo di rovesciare questi rapporti, con la forza, appunto. Ciò significherà riarmo e poi guerra, forse la più catastrofica che si sia mai vista.

Queste due strade potranno susseguirsi, come nel decennio 1929-39, oppure marciare parallelamente, ma non potranno essere evitate, non ci saranno «fatti nuovi» che permettano alla borghesia di uscire in modo indolore dal vicolo cieco in cui si è ficcata da sé. I profeti del capitalismo nuovo, delle teorie economiche che durano un giorno, del «non si può negare che», con tutta la loro «fantasia» e la loro «buona volontà» non ci distolgono: seguaci del materialismo storico, leggiamo il futuro del capitalismo nel suo passato e nelle sue leggi economiche determinate ed immodificabili, come lo fecero Marx e Lenin; la parola d’ordine della borghesia è stata, è e sempre sarà finché essa vivrà: «Distruggere per non essere distrutti».

Ma esiste una alternativa a questo fatale procedere della società capitalistica che il materialismo ha letto nello svolgersi delle forze produttive che agitano il sottosuolo del mondo. Essa risiede in quelle masse di uomini senza riserve che il capitalismo ha creato e riunito a forza.

Se il proletariato mondiale avrà la forza di spezzare il circolo vizioso in cui è costretto, se la grande assente di questa tornata di secolo, la Rivoluzione Internazionale, balzerà finalmente sulla scena, ritrovando queste masse di sfruttati la loro centenaria tradizione di battaglia, il loro partito, sarà sbarrato e infine distrutto questo ciclo demente che distrugge milioni di uomini e immani riserve per mantenere in piedi una forma produttiva ormai fradicia e sulle rovine di questo mondo potremo allora creare una società nuova, una società nella quale la produzione non sarà una macchina incontrollabile ma uno strumento di vero progresso.

Sempre più fedeli al loro Stato borghese

È nello svilupparsi ed acuirsi del processo di crisi, non di questa o quell’economia, ma del sistema capitalistico mondiale, come lo stesso sig. Napolitano ha riconosciuto nella sua Relazione all’assemblea nazionale dei dirigenti di fabbrica, che l’opportunismo sente vacillare i cardini della propria azione politica, iniziando a scontrarsi gli interessi delle classi e dei gruppi sociali che dovrebbero, in virtù di misteriose alchimie politiche, coesistere ed anzi convergere nel corpo sociale per la maggior gloria della patria tutta e si trova a dover assumere senza infingimenti, in modo sempre più deciso il ruolo di cane da guardia nei confronti degli strati di proletari che premono sull’apparato economico per la difesa dei propri interessi immediati di vita. Le sue fortune elettorali, cioè l’allargarsi dell’adesione dei vari strati sociali al suo programma, possono crescere in queste fasi; parti sempre più ampie dei ceti medi, detti anche ceti «produttivi» o «emergenti», dei quali tutela in modo conseguente gli interessi nel proprio programma con tutto il peso che può esercitare sull’apparato statale, lo riconoscono come proprio partito, individuando per contro in quello della D.C., il partito d’elezione grande borghese, «filo-americano», la peggior conduzione della cosa pubblica che mai la nazione abbia avuto dall’unità in poi. E di questi strati infatti il P.C.I. è l’espressione più conseguente, sono essi che per suo tramite esercitano la loro egemonia sul proletariato, privato per una sconfitta storica di incalcolabile ampiezza della propria tradizione di indirizzo rivoluzionario e di battaglia, del proprio partito di classe; il proletariato infatti è completamente infeudato alle esigenze dello Stato del capitale e stenta perfino a ritrovare le elementari nozioni di difesa degli interessi più immediati.

Prendiamo, testuali, alcune citazioni dal sunto pubblicato sull’Unità del già citato discorso del sig. Napolitano ove tutto questo viene apertamente dichiarato: «le questioni proposte dalla crisi attuale non possono essere affrontate dal movimento operaio che in termini di ampie alleanze, nel senso di tendere a contribuire alla costruzione di un vasto schieramento sociale rinnovatore e, in termini di lotta, per dare al paese una nuova direzione politica». Ma è una lotta per modo di dire, ché neppure c’è la volontà di dare la scalata al governo facendo leva sul naturale movimento rivendicativo degli operai; l’attuale governo, pur con tutte le sue pecche, deve essere mantenuto ad ogni costo perché condizione essenziale per la realizzazione del programma dell’opportunismo è la stabilità politica, in ogni modo; qualunque scossa può rompere il delicato equilibrio che esso si sforza di mantenere tra le componenti il corpo sociale. Se da un lato «siamo persuasi da un pezzo che l’Italia abbia bisogno di una nuova direzione politica…» d’altro canto «le condizioni di un governo realmente più avanzato… si creano con un movimento e con un’azione politica tale da porre le forze democratiche dinanzi a scelte di indirizzo qualificanti e non rinviabili». Ecco che il cerchio si richiude e si torna al punto di partenza: anche la coabitazione al vertice del comando statale, dovrà nascere nella stabilità del quadro politico e la chiave universale del compromesso storico non può tollerare, per realizzarsi, alcun sommovimento sociale.

Infatti il processo di crisi, ponendo le premesse dell’immiserimento degli strati piccoloborghesi, della loro caduta nella classe dei senza riserva, spinge i loro consensi verso il partito politico che meglio ne tutela gli interessi ed impone all’opportunismo, cioè all’azione congiunta PCI e Confederazioni sindacali il controllo più ferreo nei confronti degli operai, l’unica classe veramente «produttiva», sulla quale pesano con maggior virulenza gli effetti dello sfaldamento dell’economia. Tale azione congiunta si impernia su questi cardini: da un lato strenua difesa di tutte le forme di piccola produzione – pilastri, come affermato in ogni dichiarazione ufficiale e non dai dirigenti del partitaccio, del futuro «socialismo nuovo» – cui fa da altra faccia della medaglia la cosiddetta lotta al capitale monopolistico; tutto il male starebbe nella grande produzione che sfugge ai controlli democratici, e non si lascia pianificare: «in quanto ai grandi gruppi pubblici e privati, la loro responsabilità per le distorsioni e poi per la crisi dello sviluppo economico italiano sono gravissime». Ed ancora, sempre il sig. Napolitano «ha denunciato il tentativo intenso e grossolano da parte di forze della grande industria e di forze di destra, di determinare una contrapposizione frontale tra larghi strati di artigiani e piccoli imprenditori e il movimento operaio», e poi «quando si sviluppa un conflitto fra lavoro salariato e capitale, noi siamo dalla parte del lavoro salariato, ma siamo convinti che al di là di questo conflitto – si suppone quindi il conflitto episodico, transitorio, una cattiva intesa tra le parti – non esista una incompatibilità fra gli interessi fondamentali dei lavoratori e quelli dei piccoli imprenditori». Dall’altra parte blocco di qualunque sia pur timida iniziativa autonoma degli operai sul piano degli aumenti salariali, certo insostenibili per la disastrata piccola produzione cui si promette in modo esplicito la pace sociale. «Si è precisato che per le piccole industrie non si mira ad una contrattazione a livello aziendale, ma al confronto… con le associazioni rappresentative dei piccoli imprenditori e con gli enti locali. Si è detto chiaramente che non si vuole ledere l’autonomia e la funzione imprenditoriale, ma evitare che esse si trasformino in licenza». I disagi della crisi, si capisce, ma, signori padroncini, non esagerate!

Al di là di queste sudice concessioni sulla pelle degli operai rimane il fatto declamato apertamente che qualunque forma di pressione rivendicativa è esiziale, e sul piano economico e su quello politico, ed il PCI si impegna, per lo meno in questo ambito, agendo di concerto nel campo sindacale le Confederazioni, «in piena autonomia», a garantirne la canalizzazione su obiettivi a venire, che pure offrono seduzioni agli operai preoccupati per l’oggi, ma ancora di più per il domani. Una «nuova politica per l’occupazione», la «ripresa programmata degli investimenti», la «politica di riconversione industriale», la «riqualificazione della forza lavoro», ma in sostanza solo chiedendo nuovi sacrifici oggi per un futuro, non si sa quando, migliore. L’unica pregiudiziale posta è che la situazione politica ed economica rimanga almeno stazionaria, senza peggioramenti. In ogni modo non sarà tollerato alcun rallentamento della produzione in seguito ad agitazioni, scioperi perché sia spinta al massimo l’estorsione di plusvalore: «consideriamo nostro compito, come comunisti, di impegnarci in una forte battaglia contro forme di reazione individuale ed equivoca allo sfruttamento ed alla dequalificazione del lavoro e contro veri e propri fenomeni di lassismo che danno luogo a situazioni di grave assenteismo». Ove la reazione dell’assenteismo, certo individualistica, ma non meno sacrosanta visto l’andazzo di totale abbandono del terreno di classe da parte delle Confederazioni, viene denunciata come sabotaggio della produzione.

«Napolitano ha ricordato la feconda esperienza di lotta già esistente nell’industria sul terreno della organizzazione del lavoro: essa può e deve essere portata avanti finalizzandola all’obiettivo non solo di un avanzamento tecnologico e di un miglioramento delle condizioni dei lavoratori, di un arricchimento anche delle loro prestazioni professionali, ma di una migliore utilizzazione degli impianti e di un maggior impiego di manodopera».

Ed hanno, da loro punto di vista, perfettamente ragione; ogni quota di plusvalore non estorta diminuisce la massa dei valori prodotti e realizzati; è, né più né meno, il punto di vista del capitalismo e degli strati sociali che prosperano sulle fette di reddito sottratte al reinvestimento. Gli operai alla produzione devono quindi tassativamente restarci, soprattutto in periodo di crisi, né farsi prendere «da una visione sindacalista ristretta» perché «vi è una tendenza sempre risorgente a non vedere altro terreno di lotta che quello della lotta per il salario; ma se si nega il terreno dell’azione politica come terreno di impegno diretto dalla classe operaia, si può lustrare quanto si vuole l’arma della lotta salariale». Affermazione quasi giusta, in astratto, ma la «azione politica», come l’opportunismo la intende, è il corretto funzionamento, anzi il miglioramento del modo di produzione capitalistico, tesi che ha in comune con ogni buon borghese per cui solo dal prosperare del capitalismo il proletariato potrebbe trarre giovamento, sì che le sue sorti e quelle del mondo borghese sarebbero legate per l’eternità (dal filo doppio, si sottintende, della piccola produzione) tesi cara al socialismo piccolo-borghese bollata dal marxismo come utopistica e reazionaria. «La linea d’intervento dal basso dei lavoratori sui problemi della produzione è parte importante del patrimonio storico e della strategia del movimento operaio italiano».

In questa azione di blocco, necessario complemento dell’unione del proletariato con le mezze classi su obiettivi di difesa dell’economia nazionale, l’opportunismo ha ereditato tratti caratteristici del passato ventennio fascista: gira e rigira il sindacalismo è tornato alla forma corporativa, con lo Stato mediatore le contese tra lavoro salariato e capitale, nei superiori interessi della patria – la classe operaia è una delle componenti del corpo sociale e solo in questo tutto unito si può realizzare «forza egemone», essendo i suoi specifici interessi solo una frazione degli «interessi collettivi», «alle esigenze della ripresa produttiva i lavoratori non possono sentirsi estranei».

L’allargarsi della pretesa forma democratica dell’attuale regime esprime nella realtà non più la «dialettica» tra i vari partiti ma la triviale lotta tra bande che si contendono fette di plusvalore sempre più ridotto, mentre una serie «articolata di istanze ai vari livelli sociali» (dai consigli di quartiere, agli enti locali, alle Regioni, fino alla sintesi generale del Parlamento, organo utile solo ad ingannare le aspirazioni della classe operaia) costituiscono il cemento, la struttura portante del famigerato compromesso storico che rappresenta solo la volontà di dare, giuste le necessità drammatiche dell’ora, un comando unitario allo Stato, un patto che elimini ogni forma di scontro tra le frazioni politiche e nel campo sociale la sparizione di ogni tensione. Finalità tutte che stanno nel campo borghese, con le quali niente ha da spartire il proletariato, classe antagonista a tutti gli altri raggruppamenti sociali, becchino del modo di produzione capitalistico, non suo correttore o abbellitore.

«È questo uno dei problemi di fondo, di preminente interesse popolare e nazionale, in funzione dei quali il nostro partito, il compagno Berlinguer, hanno sollevato la necessità di un compromesso storico, di una intesa tra tutte le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano».

Finalità che il partito unico fascista realizzò nel migliore dei modi e che, nella veste democratica, sono un impotente scimiottamento e realizzano soltanto lo scopo di illudere la classe operaia, di disarmarla ideologicamente e materialmente al fine di perpetuare questo infame modo di produzione e la fungaia di mezze classi che vi prosperano.

Per la classe operaia, per l’intera umanità lavoratrice, l’unica speranza, la sola certezza, sta nell’abbandono, nella ripulsa definitiva di questi partiti, di questo metodo debosciante che da mezzo secolo la paralizza, le impedisce di vedere chiaramente in volto l’avversario e di affrontarlo virilmente. La lotta per la sua emancipazione dovrà cominciare da qui.

Immobilizzati gli operai portoghesi da partiti e sindacati traditori la borghesia intensifica l’offensiva

La funzione dei partiti opportunisti, di cui l’esempio per ora insuperato ma imitato resta quello della socialdemocrazia tedesca del primo dopoguerra, non sembra svolgersi in forme diverse dal passato. Così anche la tattica della borghesia, potenziata con la manovra fascista, ripete i consueti schemi. In Portogallo, come più volte rilevato da noi nei precedenti articoli che hanno trattato questo argomento, la borghesia, in gravi difficoltà economiche per la perdita delle colonie e per la crisi economica mondiale, ha giocato la carta della copertura socialdemocratica, per l’occasione antifascista e democratica, ritirando i suoi uomini dal governo centrale, ma mantenendo saldo in pugno il potere effettivo dello Stato. Il succedersi dei governi «rivoluzionari» sotto tutela militare prima, poi con la diretta partecipazione dei militari sostenuti da tutto l’arco dei partiti opportunisti, ed ora con la partizione delle forze armate e dei partiti in due disegni tattici, miranti però allo stesso scopo, al mantenimento cioè, del regime borghese, dà l’impressione che la borghesia abbandoni la carta socialdemocratica, o se si vuole, la scartina socialdemocratica e intenda riprendere direttamente nelle sue mani il governo dello Stato, magari con gli uomini del partito socialista, come primo passo, e poi con i suoi stessi uomini e partiti di «destra».

Questo ruolo socialdemocratico è stato svolto anche dal cosiddetto partito comunista portoghese, il cui atteggiamento apparentemente più radicale denota di poggiare su una base operaia, che preme sul partito e lo sollecita a muoversi. Infatti, questo partito non è mai andato oltre le parole a volte effervescenti, e quando si è trattato di mobilitare la classe non per la parada elettorale ma per azioni difensive, soprattutto sul terreno economico, ha tirato fuori il classico argomento opportunista del senso di responsabilità della classe operaia. I Sindacati unici, anch’essi sotto tutela militare per via dell’ipoteca del famigerato movimento delle forze armate che controlla tutto, non osano pronunciarsi apertamente e soprattutto non si mobilitano nemmeno in difesa delle condizioni operaie. Se qualche impennata avviene è fuori dall’ufficialità e spontanea, ma non può trovare sfogo per l’assoluta mancanza di un partito di classe. Stando così le cose, la borghesia può manovrare con relativa sicurezza, puntando poi definitivamente a spezzare eventuali resistenze alla sua macchina economica che, nella fase attuale di spartizione del suo patrimonio economico coloniale, da parte delle grandi potenze imperialistiche, deve mantenere buone relazioni d’affari con l’Angola. Affari che, stando alla attuale posizione dominante del movimento indigeno dell’MPLA, appoggiato dall’URSS, consigliano un atteggiamento prudente verso il PCP, fin tanto che i suoi interessi non vengano lesi o trovino in altra direzione il necessario appoggio.

La questione portoghese, del pari di quella greca, mette in luce che i punti più deboli del capitalismo internazionale, quando vengono investiti dalle contraddizioni del sistema economico, non consentono, come parrebbe logico, uno sviluppo favorevole alla lotta di classe proletaria, perché in essi più che la dittatura della borghesia, blocca il movimento operaio la dittatura opportunista, che si trova, volente o nolente, a svolgere la funzione reazionaria della borghesia stessa. Questo ci conferma, se mai ci fosse bisogno, che il nemico da abbattere è l’opportunismo dietro cui si nasconde il capitalismo.

Il Comunismo affossa Proprietà Mercato ed Azienda

Come moderni Diogene i dinamici «padroni del vapore» di questa sgangherata penisola sono alla assillante ricerca dei modi e dei mezzi capaci di far uscire l’economia italiana dalla crisi. Armati di pazienza vagano nei meandri delle strutture dell’economia borghese facendosi luce con i rispolverati «moccoli» tramandati loro dai Ricardo, Malthus, Keynes, Kaldor, Graziani, lumini capaci al più far intravedere loro ombre paurose e terrificanti, ma non certo la strada che conduce in un Eden in cui non esistono contraddizioni tra produzione e mercato, tra produzione sociale e appropriazione individuale dei prodotti.

Un esempio di questo affannarsi è il convegno su «L’impresa nell’economia italiana» svoltosi a Roma, organizzato dalla Federazione dei Cavalieri del Lavoro, negli ultimi giorni dell’Ottobre; convegno al quale hanno partecipato i più brillanti rappresentanti dell’industria, della Politica, e dell’Intelligenza italiana: c’erano tutti, da Agnelli a Petrilli, da Carli a La Malfa, dal prof. Spaventa al prof. Andreatta per finire con l’on. Peggio, esperto economico del partitone.

Questo episodio, in sé miserevole, offre l’occasione alla critica marxista di ribadire tesi vecchie certo ma ancora capaci di sbarazzarsi con facilità delle ultimissime novità della Intelligenza borghese e di scoprire davanti agli occhi del proletariato le strutture e il meccanismo di questo bestiale modo di produzione, il capitalistico.

Non ci perderemo nel labirinto degli interventi e delle repliche di sì illustri oratori tanto tutti i loro discorsi erano, a parte le ovvie sfumature necessarie ad ingannare l’attonito auditorio, perfettamente uguali nella sostanza: Agnelli insomma valeva l’on. Peggio tolto logicamente dal discorso di quest’ultimo la solita litania sulle riforme di struttura e sul controllo democratico sulle scelte e gli investimenti. Tutti d’accordo quindi contro il proletariato e contro il marxismo la cui ombra beffarda aleggiava come uno spettro nel grande salone dell’EUR tutte le volte che venivano citati i Ricardo, Malthus e Keynes.

Senza tema di sbagliare possiamo riassumere le chiacchiere di questo convegno in questi pochi e sintetici punti, punti che poi affronteremo con l’arma della nostra teoria:

  1. «L’impresa – sia questa statale o privata – «costituisce l’elemento centrale dell’economia di mercato», è, e resta, «uno strumento insostituibile di ottimizzazione della combinazione dei fattori produttivi».
  2. Occorre liberare l’Impresa dai mille vincoli che la trattengono e che le impediscono di districarsi con la sufficiente agilità tra le trappole del mercato attuale intasato di merci. Alcuni rappresentanti del capitalismo reclamano cioè, una volta da tutti accettato il feticcio impresa, il ritorno ad un certo laissez faire inteso come una gara per il miglior profitto e come terreno di misura della validità economica dell’impresa galera. È il ricorrente attacco di questi giorni da parte di alcune frange della borghesia industriale, Agnelli in testa, al parassitismo delle cosiddette amministrazioni pubbliche ed enti locali che, indebitandosi costantemente, distruggono ricchezze e capitale sottraendoli agli impieghi produttivi e «distorgono così il mercato finanziario che obera le imprese di debiti rendendole incapaci di attirare capitali di rischio».
  3. Una volta sistemata l’impresa e la sua funzione produttiva si tratta di produrre ed ecco la fatidica domanda: che cosa? Magica risposta: programmazione, e lo Stato ed i suoi governi sono tirati in ballo. Occorre programmare e chi meglio di un governo che, liberatosi «dalle mille pressioni particolari e dalle spinte delle tante corporazioni di interesse», dia finalmente «un indirizzo razionale degli investimenti e dell’utilizzazione delle risorse umane e materiali, orientato sulle reali necessità di sviluppo del paese?» Nessuno evidentemente.

Lo Stato pertanto deve sostenere l’agonizzante impresa, salvaguardarne l’autonomia e ragione di esistere «proponendo quel quadro di riferimento generale che il mercato riesce sempre meno ad esprimere spontaneamente e dal quale tuttavia non possono prescindere le decisioni di investimento delle imprese soprattutto delle maggiori di esse».

Fin qui i discorsi più o meno convinti dei Cavalieri del Lavoro, tocca adesso al marxismo svelarne le ubbie e le illusioni.

Punto uno: l’impresa è la nostra bestia, il socialismo non conoscerà né individualismo, né mercantilismo, né aziendalismo. Costituiscono le basi essenziali e necessarie del capitalismo: 1) l’esistenza di una economia di mercato dalla quale dipende totalmente il lavoratore che vi acquista i mezzi di sussistenza, estinzione pertanto di tutte quelle economie non mercantili di autonomi produttori parcellari associati in marche, comuni ecc.; 2) impossibilità per i lavoratori di appropriarsi del prodotto del loro lavoro, ergo, retribuzione in salario e proprietà privata sui prodotti del lavoro; 3) estorsione di plusvalore, ai lavoratori viene cioè corrisposto un «tot» di beni e di servizi inferiore al valore aggiunto da essi ai prodotti; 4) investimento di una parte di plusvalore in nuovi impianti (accumulazione di capitale).

Spezzato col ferro e col fuoco le ormai agonizzanti forme e rapporti di produzione feudali i borghesi innalzarono al cielo i loro potenti opifici e fabbriche vere e proprie galere per milioni di operai: era il tempo glorioso del capitalismo e per il suo profeta, il capitano d’industria, possessore talvolta oltre che dei prodotti anche degli impianti e del terreno sul quale si erigevano, si trattava di assolvere al compito storico di sviluppare le forze produttive. Tutto si identificava col capitano d’industria: proprietà, capitale e per finire cognizioni tecniche. Il nascente movimento socialista non poteva non iscrivere sulle sue bandiere la formula propagandistica: abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio.

Formula propagandistica che abbiamo usato, usiamo e useremo tenendo però ben fermo che il capitalistico è un modo di produzione sociale e non individuale, che può esistere capitalismo e non esistere una classe di borghesi e che non basta la proprietà individuale dei mezzi di produzione e di scambio a caratterizzare suddetto modo di produzione. Tutte cose ben note fin dai tempi di Marx e di Engels e che è compito del Partito rappresentare davanti a questa schifosa «attualità».

Come spiegarsi infatti che dei dichiarati difensori dello status quo, dopo aver affermato l’insostituibile ruolo dell’impresa nell’economia di mercato dichiarano che «il problema dell’assetto proprietario appare oggi astratto?». Semplice, perché, e lor signori lo sanno bene, caratterizza il capitalismo non la proprietà di immobili, di attrezzi e di numerario, ma la ricerca del massimo profitto e la produzione di plusvalore in imprese (statali o non, poco importa) con contabilità a partita doppia, da una parte tanto dare dall’altra tanto avere, in fondo, sottraendo, profitto.

Sgombrata pertanto la strada dell’ostacolo «proprietà» rimangono le anonime imprese le quali, nel disegno di quei figuri, una volta assolto il compito di conciliazione delle forze produttive, per loro sia il capitale sia il lavoro, si scontrano nell’arena di quella fetta di mercato programmata dall’onnipotente Stato, dove naturalmente le più deboli periscono e scompaiono; ed è questa la versione cara agli Agnelli e ai Carli. La seconda ipotesi si spinge più in là e audacemente vorrebbe programmare anche l’eliminazione di quei rami secchi che impediscono lo sviluppo normale della economia ed è la tesi del PCI. Ambedue le tesi sono forcaiole e brevemente lo vedremo nel punto riguardo la «programmazione»: a noi basta per ora notare che tutte e due hanno come fulcro l’impresa, esista o no il classico capitano d’industria. Ribadiamo: (da «Proprietà e capitale»).

«… Il capitalista trae bensì profitto dal sopralavoro non pagato ai suoi operai, cui corrisponde solo quanto basta per vivere, ma il tratto fondamentale della nuova economia non è che egli, in teoria e secondo la legge scritta, può consumare tutto il profitto personalmente; è invece il fatto generale e sociale che i capitalisti devono riservare una parte sempre più grande del profitto ai nuovi investimenti, alla riproduzione del capitale. Questo fatto nuovo e fondamentale ha più importanza di quello del profitto consumato da chi non lavora. Se questo rapporto è più suggestivo e si è sempre prestato di più alla propaganda di ritorsione sul terreno giuridico o morale contro gli apologisti del regime borghese, la legge fondamentale del capitalismo è per noi l’altra, ossia la destinazione di una gran parte del profitto alla accumulazione del capitale…».

Ecco perché non abbiamo mai bevuto la storiella del socialismo che consisterebbe nella eliminazione fisica della figura del borghese e nella seguente corresponsione del frutto indiminuito del lavoro all’operaio.

«… Naturalmente poi il solito qui pro quo economico, che si trasmette da Proudhon a Lassalle a Dühring a Sorel a Gramsci: il socialismo è la conquista al lavoratore del margine di profitto aziendale. Il socialismo, battiamo sempre, è la conquista ai lavoratori associati non in aziende ma nella società tutta internazionale, di tutto il prodotto, non quindi del plusvalore, che banalmente si dice vada ai padroni, ma invece è prelievo sociale che il capitalismo introdusse utilmente. Conquista quindi di tutto il valore, dopo di che sarà distrutto il valore, come conquistando tutto il potere sarà distrutto il potere…». (da «Il gracidamento della prassi»).

Per un’altra ragione non ci deve poi stupire che la borghesia innalzi al settimo cielo l’impresa: trattasi infatti della trasposizione nella economia della concezione sociale borghese. Per il borghese la società è l’insieme dei cittadini tutti ugualmente dotati di autocoscienza e di spirito critico, una volta messi tutti gli omuncoli allo stesso pari, il migliore naturalmente e giustamente si afferma e dal quel momento condurrà vita da gran signore mentre il misero rimanente sarà inchiodato ad una «vita grama». Così sistemato il sistema è perfetto, e fra i diversi individui del tessuto sociale deve instaurarsi fratellanza ed amore.

La stessa concezione in campo economico da un insieme di aziende che cavallerescamente si battono in un ambiente mercantile. Ben altrimenti per la critica marxista, la quale, come in campo sociale si scaglia contro l’individualismo e la conciliazione borghese, opponendovi la sua concezione della storia in cui si scontrano classi dagli interessi contrapposti; imputa, in campo economico, l’anarchia della produzione al fatto che questa è condotta per aziende, per imprese le quali si muovono e vivono in un ambiente mercantile.

Dati questi presupposti, azienda e mercato, esisterà sempre la schifosa contraddizione fra capacità di consumo e capacità d’acquisto, fra valore di scambio e valore d’uso. L’impresa dovrà pertanto seguire nel socialismo la sorte della proprietà privata sui prodotti e del mercato: tutt’e tre, termini di una stessa proposizione, verranno affossati.

Punto due: la diatriba sulla gara per il miglior profitto trampolino di lancio per una filippica moralizzatrice rivolta contro gli sprechi e il parassitismo degli enti locali e amministrazioni pubbliche che consumano a vuoto «capitali» per assolvere male i loro compiti organizzativi.

Poche parole: l’unico parassita che succhia il sangue dell’umanità è il «capitale», non ne conosciamo né ne esistono altri; tutto il resto, elefantiasi dello Stato, aumento sproporzionato del suo apparato che penetra in ogni poro della società, non è altro che la conseguenza diretta ed inevitabile di questo modo di produzione e il grado di tale obsolescenza, per usare un termine alla moda, è determinato dallo sviluppo delle forze produttive.

Suddette campagne moralizzatrici non sono altro che un tragico bluff: da una parte si chiede allo Stato di programmare ed investire, sola strada per vincere la concorrenza internazionale nel mercato mondiale, con una conseguente crescita dell’apparato statale il quale ormai assolve anche alle funzioni del classico imprenditore: dall’altra si vorrebbe il governo a buon mercato che risparmi al centesimo sul conto della spesa, tipica richiesta piccolo-borghese.

Lo Stato giustamente batte cassa: «Signori imprenditori, i miei compiti rispetto al tempo glorioso della libera concorrenza sono cresciuti: riscuoto tasse ed imposte, accumulo, investo, produco e conduco in permanenza una guerra economica all’ultimo sangue con i nostri agguerriti vicini, regolo il mercato finanziario e inoltre esplico il mio compito repressivo di mantenimento dello status quo. Tutto il mio apparato, voi lo capite, deve ingigantirsi: la magistratura come la burocrazia altrettanto l’esercito».

Lo Stato insomma presenta il conto, un conto non evadibile, non dilazionabile al quale la borghesia non può certo sfuggire.

È tutto ciò il segno di una maggiore libertà d’azione dello Stato nei confronti dell’economia ridotta alla stregua di un intontito animale da soma che esegue docilmente gli ordini del nocchiero Stato? Lo abbiamo mille volte detto: No!

Se così fosse cadrebbe tutta la nostra interpretazione materialistica della storia secondo la quale la politica sorge dall’economia e ritornerebbero di moda le vecchie tesi secondo le quali l’economia dipende dalla politica, dal maneggio del Potere di uomini in carne ed ossa che fanno la loro storia con la «testa» e non con lo stomaco.

Ripetiamolo: per noi il capitale è una forza sociale, che ha a disposizione, e lo sottolineiamo, lo Stato politico di classe. L’economia insomma detta sulla politica.

Neanche il fatto di un apparato di Stato e di una burocrazia succhiona è una novità: esempio classico fu il regno dello zar il quale quanto a burocratismo ha molto da insegnare a tutti. Una pletorica amministrazione e una corte rapace da mantenere indebitarono costantemente l’impero ai banchieri francesi ed inglesi; il capitale assoggettava uno Stato «feudale». La burocrazia parassita, pertanto, non è una prerogativa di questo regime; tutti i regimi di classe chi più chi meno, l’hanno avuta, proprio perché non è una forza di produzione, ma forma di produzione.

La sua utilità non è pertanto «economica», ma è politica: concorre a puntellare lo Stato. È uno spreco necessario, organico di questo regime di classe e Agnelli e C. lo sanno bene. Bluffano nelle loro prediche sulle amministrazioni locali ecc. che distogliendo il mercato finanziario impediscono ai «capitali di rischio» di impiegarsi nelle Imprese che non riescono più a presentare merci competitive.

Per smerciare sul mercato mondiale le loro merci i nostri industriali ne debbono abbassare il costo di produzione; che tale manovra si debba fare non diminuendo i profitti, è per i nostri imprenditori lapalissiano. Rimangono due termini sui quali manovrare: salario operaio e i cosiddetti falsi costi (tasse, mantenimento apparato burocratico di impresa, spese per pubblicità ecc.); il secondo termine, a cui ammiccano i partecipanti al convegno, non si tocca, è storicamente crescente.

Tale tendenza può essere invertita solo dallo Stato Proletario che corra verso il socialismo, in cui non si avranno più merci in concorrenza fra loro e lo Stato perderà sempre più i suoi caratteri di oppressione per assumere la funzione tecnica di amministrazione razionale dei prodotti del lavoro umano in lotta solo con le forze della natura.

Il salario operaio può essere invece diminuito e compresso: ecco l’obbiettivo dei Cavalieri del Lavoro. Il resto è fumo negli occhi che serve ad ingannare le masse proletarie. È la tattica del lamento di cui specialista sommo è l’on. La Malfa; va sempre a finire guarda caso così: non ce la facciamo più, non possiamo che concedere minimi aumenti salariali, dovete stringere la cinghia, operai, altrimenti sarà la rovina del Paese!

Punto tre: veniamo adesso alla «programmazione» statale. Che non si tratti per noi marxisti di niente di nuovo è evidente; Engels stesso, nell’Anti-Dühring, scritto nel 1876, prevede che lo sviluppo delle forze produttive ad altro non condurrà che alla trasformazione in proprietà statale delle medesime e, conseguentemente, impiegati salariati compiranno tutte le funzioni sociali del capitalista relegato ormai tra la popolazione superflua. «Lo Stato – dice Engels – è il capitalista collettivo ideale, è l’organizzazione che la società si da per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti». È la cosiddetta fase D, in cui la stessa classe capitalistica deve riconoscere il carattere sociale delle forze produttive e cerca allora, mantenendo i rapporti capitalistici, di trattarli da sociali.

Niente di diverso stanno tentando i «Cavalieri», reclamando a più non posso che lo Stato «programmi» e crei quadri di riferimento per l’economia che facciano resuscitare i vecchi tempi di prosperità in cui, siccome il mercato tirava, le imprese dimostravano con i fatti (leggi prezzi concorrenziali) la loro utilità economica.

Ecco la grande scoperta: il «capitale» programma; si uscirà dalla crisi per non entrarvi più! Il capitale – diciamo noi – ha una sola volontà e precisamente la volontà del proprio illimitato accrescimento. Esiste una sola tabella in cui la produzione è programmata ed è vecchia di due secoli. Risale alla Francia assolutista ed è il Tableau Économique di Quesnay in cui il capitale non accumula.

La rivoluzione francese spezzò Stato assolutista e tabella; chi è tanto illuso da volerla resuscitare? Niente fermerà il capitalismo nella corsa a precipizio verso le sue crisi; traffici, affari, commerci, produzione tutto si ingigantisce, si deve ingigantire. Può il capitalismo programmare la sua sottoproduzione? Se sì tutta la teoria marxista cade a pezzi. Niente paura questo momento è ben lontano: ammalati di una cecità storica i cavalieri del lavoro, sindacati venduti, e partiti pseudo operai non chiedono altro dallo Stato che scelte ed investimenti «produttivi» facendo passare la canagliata con la scusa che tanto tutti i cittadini ne saranno beneficiati.

Dopo tanto vagare, uno sbocco inevitabile per i nostri eroi: hanno iniziato citando Malthus e Ricardo, sono ricaduti inconsciamente tra le braccia di Quesnay, si sono ripresi per sciorinare tesi di Keynes e Kaldor, per finire con… Mussolini.

O meglio – perché altrimenti ci prendono per coloro i quali vedono la storia fatta da condottieri e capi e dopo tanto ribattere sarebbe il colmo – con la politica del fu regime fascista. Non fu forse nel ventennio che questa politica è stata messa negli scudi? Lo Stato si rese azionista, banchiere, finanziatore, investitore per il comodo della grande industria per la quale non esiste miglior cliente dello Stato: Finsider, Finmare, Imi, Iri, ecc., sono lì, enti ciclopici in putrefazione a testimoniare di come il fascismo precorreva i tempi.

Ecco perché non ce ne frega un bel niente dell’ampiezza dell’intervento statale e della diatriba PCI – industriali; è come far scegliere «liberamente» al condannato a morte la ghigliottina o la fucilazione.

«Stato protettore degli investimenti e Stato investitore di Capitale, sono due aspetti nel tempo dello stesso nemico di classe che la rivoluzione socialista deve abbattere».

Così dicevamo nel 1950 di fronte ai Di Vittorio che chiedevano riforme per ricostruire questa decadente civiltà. Oggi 1975, tempi diversi ma stessa la consegna.

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale Pt.2

Sarebbe una falsa schematizzazione della realtà sociale quella del partito che, stimando il capitalismo modo di produzione specificamente industriale e la rivoluzione borghese conchiusa nel primitivo tessuto manifatturiero urbano, attenda il manifestarsi della sua crisi economica e la rivolta sociale esclusivamente nei settori della grande industria troppo concentrata che la rivoluzione perciò dovrebbe frammentare in una miriade di piccole unità produttive autonome, già nei sogni dei primi utopisti, così ricongiungendosi alla «naturale» struttura agricola individuale piccolo proprietaria e a piccola conduzione che si pretenderebbe scampata agli orrori dell’industrialismo capitalistico, modello quello statico, proprio, fra l’altro delle farms a base familiare del Nord America come pure delle aziende collettive russe, che il programma rivoluzionario avversa molto più degli stessi eccessi della moderna proletarizzazione delle metropoli fumose. Tale visione sociale, piccolo borghese e reazionaria, nega ed offende la gloriosa tradizione di lotta del bracciantato agricolo che l’infame tradimento opportunista di marca russa cerca imbastardire nel falso miraggio della proprietà della terra cogli istituti, necessariamente corollari, di Stato di classe, famiglia ed eredità.

Per l’analisi materialistica della storia il capitalismo inizia la sua accumulazione nelle campagne; qui la sua rivoluzione stravolge antichi legami, dà un prezzo alla terra ed ai prodotti; l’antico sopralavoro agricolo per chiesa e feudali diviene plusvalore per imprenditori e proprietari. Sta nella mole di ricerca della nostra scuola ed organizzazione lo studio del nascere e del divenire di tale plusvalore fin dal Capitale di Marx. Accusammo il capitalismo grandeggiante di incapacità a soddisfare i bisogni elementari della specie, peggio dei precedenti sistemi produttivi: mai il problema della sopravvivenza fisica è stato tanto immanente per così gran parte dell’umanità, nella pletorica abbondanza di prodotti inutili se non dannosi a disposizione delle classi possidenti.

Derivammo la condanna storica del modo di produzione non da riprovazione morale scoprendo che borghesi e fondiari vivevano oziosi del lavoro di proletari nelle industrie e sulla terra, ma, fra l’altro, dall’inadeguatezza delle forme capitalistiche anche nella sfera della produzione alimentare, nella cronica sovrappopolazione relativa moderna. Con quadri e tabelle statistiche rappresentammo l’economia agraria di più importanti paesi: Gran Bretagna a forme di conduzione pienamente capitalistiche e Russia e Stati Uniti d’America ove, sulla base per entrambi di maggiore disponibilità di terre non occupate, lo sviluppo ha potuto evitare una completa proletarizzazione nelle campagne. Qui abbiamo raccolto alcuni dati sull’andamento della agricoltura russa ricorrendo ad informazioni ufficiali sovietiche e, solo ove queste mancavano, alle predette nostre tabelle e a bollettini statistici borghesi.

BURRO O ACCIAIO

Il capitale non avrebbe preferenze per l’una o l’altra merce: destinato il primo gruppo al consumo cosiddetto improduttivo, il secondo, nella quasi totalità, non a fare spilli bensì macchine, a consumarsi «produttivamente». Gli è che, spinto dal bisogno di allargare la riproduzione di plusvalore, mentre il burro si rifiuta categoricamente di capitalizzarsi per produrre altro burro o qualsiasi altra merce, un laminato di acciaio si può trasformare in un altro laminatoio o magari in una impastatrice per burro. E per fare acciaio non occorre pagare affitto ad un terriero. Il burro al più può essere mangiato, se da un proletario riproduce la sua energia lavorativa, se, mettiamo, da un gran capo sindacale riproduce una inutile carogna. Il capitalismo, dicemmo, rispetto ai precedenti modi di produzione è il trionfo borghese sulla natura minerale (purché gli sceicchi non aumentino il prezzo del «greggio»!) e l’impotenza nel mondo organico: anche senza ricordare la suicida distruzione dell’equilibrio idraulico agricolo di interi subcontinenti che avrebbe potuto ereditarsi dal ciclopico paziente lavoro di imperi millenari, oggi, mentre la «mutua» ci fornisce gratis pasticche di sintesi per ingrassare oppure, secondo i gusti, per dimagrire, è la sana primordiale bistecca che diventa meta irraggiungibile… (almeno per chi non fa il sindacalista). Perché si domini il mondo vivente è richiesto il comunismo e non una società nella quale la natura organica è un fastidioso impiccio e limite al profitto.

Sull’argomento nel quadro abbiamo riservato tre righe: numeri indice produzione agricola, industriale e, come nel 1958, «indice della elefantiasi industriale», cioè il rapporto del secondo col primo. La produzione agricola cresce dal 1913 al 1972 di più di tre volte con grave ritardo durante la seconda guerra imperialistica. L’industria cresce sempre, specialmente durante la guerra, e qui non indagheremo come, e dal 1913 balza a 123 volte! L’indice di rapporto, fatto uno nel 1913, diventa 32.

Le colonne successive misurano la produttività del lavoro in agricoltura. La prima indica chiaramente che questa è cresciuta, infatti in essa figura il rapporto fra il numero di tutta la popolazione attiva e l’attiva in agricoltura: mentre nel 1913 su 13 lavoratori si contavano 10 contadini nel 1971 bisogna prenderne 38 per trovare gli stessi 10 agricoli; supposto uguale nei due settori il rapporto fra occupati e non, risulta che nel 1913 il lavoro di un agricolo dava da mangiare, oltre che a se stesso, ad uno «0,3», mentre oggi nutre se stesso più 2,8 altri non agricoli. C’è stata crescita, specialmente negli ultimi 10 anni, benché la proletarizzazione in Russia sia molto meno avanzata che in altri paesi. Fatto sta che la produttività del lavoro è cresciuta in agricoltura a ritmo enormemente più lento che nell’industria e le cifre lo provano: incremento produzione industriale rispetto all’agricola (quinta colonna) dallo Zar a Breznev 32 volte; incremento esercito industriale rispetto ai rurali solo (sesta colonna: 2,8 diviso 0,3) 9 volte.

Minore produttività, finché capitalismo vive, comporta prezzi maggiori, in barba al presunto monopolio del commercio: nelle colonne ottava e nona i prezzi al dettaglio denunciati dai russi. Come in tutte le economie capitalistiche i prezzi dei prodotti industriali relativamente calano, quelli agricoli salgono: dal 1940 al 1972 continua salita dei prezzi della «alimentazione pubblica» con punta anomala nel 1950 (anno nel quale l’indice della produzione agricola è ancora uguale al 1940, non vale in Russia la legge della domanda e dell’offerta?… in tempo di carestia mangia chi può pagare), mentre per tutto il dopoguerra i prezzi «non alimentari» hanno teso a diminuire, anche in assoluto. Nella decima colonna il rapporto dei due indici moltiplicato per cento, in capitalistica salita.

Segue la colonna della produttività della terra misurata in quintali di cereali prodotti per ettaro seminato. L’incremento dal 1913 non è eccezionale, solo una volta e mezza pur partendo da tecnologie agricole affatto primitive. Il dato conferma quindi la conduzione «estensiva» della grande coltura cerealicola nelle estese pianure dell’URSS, sconosciute nei popolosi paesi di vecchio capitalismo. In Italia, per esempio la produttività del suolo a cereali si aggira sui 30 quintali ad ettaro, più del doppio. Si noti infine che fino al 1955 la produttività del seminato resta inferiore al 1913!

FAME, SINDROME DA CAPITALE

Abbiamo qui fatto seguire due colonne di numeri siffatte: i russi denunciano le loro produzioni annue di cereali per diversi anni, da loro scelti; la produzione divisa il numero degli abitanti dell’Unione, ci dà la produzione nazionale cerealicola media pro capite, qui riportata in chilogrammi annui a testa: 503 nel 1913, scende nel 1928, all’inizio della cosiddetta «collettivizzazione», a 490 chili pro capite per rovinare ulteriormente a 454 nel 1950 nonostante il macello mondiale avesse generosamente provveduto a ridurre le bocche consumanti. Poi recupero, si supera, finalmente, il traguardo «zarista» del 1913 per approdare al 1972 a 680 chili a testa dopo le annate eccezionali del ’70 e del ’71. In 59 anni l’incremento del 35%, lo 0,5 per cento annuo. E questo come dato bruto della produzione media, importazioni e reimpieghi a parte.

Passiamo al secondo quadro che descrive i rapporti sociali nell’agricoltura. I dati, qui ancora tutti russi, si riferiscono allo sviluppo della collettivizzazione nelle campagne. Superfici coltivate e produzioni sono ripartite in tre gruppi secondo la forma di conduzione aziendale: le tre denominazioni ufficiali sono: «Sovkhoz ed altre aziende statali – Kolkhoz – Appezzamenti personali dei kolkhoziani, operai, impiegati e altri gruppi della popolazione». Benissimo, lo sapevamo. Ma, meglio del nome, è la loro dimensione quantitativa che ne definisce le caratteristiche. Vediamo.

Di ogni gruppo le prime due colonne si riferiscono ai cereali, la prima alla superficie seminata, la seconda alla produzione. Si osserva che in tutto il dopoguerra l’impellente bisogno di rifornire di pane le crescenti città industriali ha costretto il governo ad ampliare grandemente la parte delle «fabbriche nazionali» di grano togliendo superficie ai kolkhoz: si passa dall’8% di terra a sovkhoz nel ’40 fino ad una ripartizione circa a metà nel ’71. Ben poca terra «privata» è coltivata a cereali. Riguardo alla produzione si nota che le percentuali sono invertite rispetto alle superficie, 46% ai sovkhoz e 53% ai kolkhoz confermando come nei secondi la produttività del suolo sia maggiore mentre nei sovkhoz si coltivano in modo più estensivo terre meno fertili.

Quadro capovolto per le colture intensive, qui ad esempio riportate le patate nelle terze e quarte colonne dei tre gruppi: ben la metà della terra va agli appezzamenti privati, un quarto ai sovkhoz e l’altro quarto alle terre sociali dei kolkhoz. Per la produzione si raggiunge il 63% sui campi individuali che si dimostrano così più produttivi della media, ciò spiegabile con un maggiore investimento di lavoro e di capitali da parte degli assegnatari.

Il quadro generale che ne scaturisce è di una economia che per il 50% della superficie è condotta a «capitalismo di stato» che dovrebbe impiegare il lavoro di veri e propri salariati e dedicata prevalentemente alle colture estensive: cereali e foraggiere. La restante parte del mondo agrario è occupata dall’istituto ormai semisecolare del kolkhoz nel quale si è consolidata una differenziazione produttiva che riserva all’iniziativa privata di ogni singola «famiglia» (entità economica espressamente censita) l’esercizio delle colture intensive, ortive, di elaborazione dei prodotti e la redditizia industria dell’allevamento. Il quadro ripartisce in tre quote quasi uguali il concorso alla produzione nazionale di carne con però i sovkhoz in crescita ed i privati in contrazione. Mediamente ogni nucleo familiare kolkhoziano al 1971 è proprietario di un paio di bovini, un maiale, due pecore ed una capra ogni tre. Il rapporto mercantile che collega i kolkhoziani fra loro e col mercato extra agricolo però ha certo permesso una accumulazione di capitali presso alcuni fuochi kolkhoziani a scapito di altri, accumulazione favorita dal libero accesso alla compera della forza lavoro degli associati meno favoriti in terra e capitali.

Un elemento importante che illumina i rapporti che intercorrono fra Stato e questa miriade di autonome ditte imprenditrici viene fornito dai russi che pubblicano oltre alle produzioni totali anche la quantità della «produzione mercantile», della quale solo una parte sono «acquisti statali». Vediamoli nel 1971: per i cereali ben il 61% non arriva mai al mercato e questa quota, sia pure oscillante, mostra una tendenza ad un valore medio costante; il 35% defluisce nel mercato statale mentre resta un 4% che certamente rappresenta il mercato libero. Per le colture più apprezzate dagli «individuali» le percentuali del non conferito nei canali del commercio statale sono anche maggiori: delle patate nel 1971 l’87% del prodotto restò disponibile per i produttori.

Il braccio di ferro fra Stato e contadiname è ben misurato da quel 65% di cereali che gli sfuggono. Dove finiscono questi cento e più milioni di tonnellate di granaglie che ad ogni raccolto sfuggono all’occhiuto finanziere statale ed alle piazze dei mercati kolkhoziani? Le statistiche tacciono ma qui possiamo avanzare alcune ipotesi: consumo diretto dei kolkhoziani (forma premercantile); pagamento in natura dei salariati dei sovkhoz e kolkhoz (idem); industrie di trasformazione non collegate alla produzione di materie prime dal mercato, segnatamente nei kolkhoz, così che i prodotti finiti comparirebbero sotto altre voci; mercato nero che, corrompendo funzionari, può arrivare fino nelle grandi città (è ovvio, per chi può permetterselo). Comunque vada evidentemente solo una piccola parte di quel 65% arriva al proletariato urbano quindi, come nella «Struttura economica della Russia», ci permettiamo di dividere anno per anno, le tonnellate di prodotto mercantile di cereali per il numero della popolazione urbana; i risultati forse – forse – saranno errati per difetto, ma possiamo ritenere che l’ammontare reale del pasto farinaceo di un proletariato sia compreso fra questo minimo ed il massimo della media nazionale già vista nella sesta colonna del primo quadro – volete che un kolkhoziano mangi meno pane di un cittadino? Ben poco «progressivi» stavolta i numeri: da 607 chili nel 1940 si scende ai 465 del 1972 con una contrazione di un quarto. Ciò significa che il commercio statale delle città è grandemente deficitario. Da un punto di vista sociale significa la sottomissione dei bisogni operai a quelli dei contadini. Economicamente è il trionfo della economia di mercato, anche del piccolo mercato agricolo ed anzi, come abbiamo visto, gran parte degli scambi non assurgerebbero nemmeno allo scambio mercantile realizzandosi direttamente in natura.

Inoltre, mentre si accusò e si continua ad incolpare il partito di Lenin da parte di equivoci sinistri, di eccesso di centralismo nella politica economica dello Stato sovietico e di aver ceduto prospettando alla Russia l’impiantarsi di un rigoroso centralismo di Stato, politica che, proseguita da Stalin avrebbe portato alla concussione dell’individualità del «cittadino» russo, mostrammo che il programma economico bolscevico di attesa della rivoluzione mondiale per lo sviluppo delle basi oggettive del comunismo di domani in un paese ancora prevalentemente contadino si è capovolto nella successiva politica staliniana in forme nazional-populiste ove l’esteriore poliziesca conduzione dello Stato malamente maschera l’incontrollabile dispersione delle aziende contadine. Il capitalismo di Stato dell’industria si è diffuso nella forma dei sovkhoz solo nell’ultimo ventennio a seguito del catastrofico fallimento kolkhoziano degli anni ’50: produzione cerealicola per abitante 50 chilogrammi a testa meno che nel 1913, produttività ad ettaro diminuita a 7,9 quintali.

Ufficialmente la terra assegnata ai sovkhoz passa dal 9% nel 1950 al 50 per cento in soli 15 anni. Se questa trasformazione è reale e non puramente statistica e se ciò significa una trasformazione in quella misura dei rapporti di produzione nelle campagne, se altrettanti piccoli contadini si sono trasformati in operai della terra alle dipendenze dello Stato e senza nessun legame, questo sarebbe veramente grande e storico passo verso le «basi materiali del socialismo» compiuto, loro malgrado, dai carnefici dei bolscevichi e del comunismo internazionale.

To Reconstruct the Class Organization

The policy that labor unions have been carrying out for half a century has reached such a point that it arouses disgust and even revulsion among workers toward class organization, so that the revival of proletarian economic organs, capable of defending and organizing the working class against the greed of the landowning classes and their social and economic productive apparatuses, is difficult and vexing.

While from a psychological point of view this is understandable, it is not justifiable from the perspective of the immediate material interests and class-based framework of the proletariat. Hatred against enemies and traitors, a first-rate component for fighting them, cannot lead us to deny the indispensable necessity of the defense of economic functions that organized workers in particular must perform.

We are currently in the midst of economic organizations that control a large part of the working class, dictating their infamous policy of collaboration with the class enemy to the entire working class. This is true. And even more tragic is that such a policy prostrates the working class, and empowers the capitalist class and its political State. The problem, then, is for the class to wrest the management of this vital function out of the hands of the traitors, and it would be deadly and delusional if, in order to be rid of its traitorous leadership, this same function was denied or confused with the functions of the Party.

An economic defense organ of the proletariat, fit for this purpose, exclusively coordinating and rank the forces of the working class in the ceaseless daily struggle for bread and labor, draws its strength, as an organization, from the number of its members. Today’s labor unions influence and direct the activity of the working masses because they organize and discipline millions of workers. If they did not, their influence would be negligible or naught. Parties, on the other hand, can influence the labor movement while not having as large a force numerically. This capacity for mass organization rests on the principle that the union is open to all workers, regardless of political or ideological perspective; a principle that still presides in the regimented unions, however much they wish to expel or exclude those few workers who refuse to submit, but which the unions themselves will repudiate when the struggle between classes assumes a visible and prominent danger. This principle cannot be abandoned by any class organization, whatever the form and name it takes.

Recruitment into proletarian economic defense organs is not done on the basis of party, ideology, gender, age or nationality, but exclusively on the basis of class, that is, one is permitted to join as a wage worker only.

Any other basis for recruitment would be specious or deceptive, coercive in the sense that membership in the organization meant the right to work (like the “bread card” in the fascist unions), and exclusionary due to the limitations and exclusions for those workers who remained outside of the organization. For example, it would be a serious and debilitating mistake to organize only “revolutionary” workers because the organization would be limited to representing a narrow minority, losing its efficiency and leaving the vast majority of the class in the hands of the enemy. These shortcomings can only lead to the fragmentation of proletarian class forces, precluding the primary goal to which class organization must strive: the generalization of proletarian forces in order to make them into a disciplined class army.

These considerations derive from the practical experience of working-class struggles and confirm that the class political party has no intent to exploit class organizations. The Party tends toward class action by winning decisive influence over its economic organs through free adherence of the proletarians organized within it to its revolutionary program, and not by means of coercion or deception (even if only because the Party does not have these means available to it).

The Party’s concept of the “transmission belt” is based precisely in this respect on the voluntary subordination of the class organization to the Communist Party’s political direction and leadership, and not on the coincidence of the economic organization with the Party, let alone the alliance between it and the Party. That is why the Party does not create unions in its own image, organizing only its adherents or only workers who accept its program.

This position is not the result of a tactical attitude, of a political cunning, but of demonstrating the realistic consideration that without a broad and powerful class economic framework, which in principle organizes all proletarians and only proletarians, victorious revolutionary action is not possible. From this it follows that the resurgence of class struggle on a world scale is not the result of agreements, choices or quarrels between “workers” or “revolutionary” groups or parties.

Neither can the entrenchment of class organization result from such an arrangement.

In conclusion, if the goal of the class conflict is political power, the premise for achieving this goal is the struggle to remove proletarian forces from under the sway of the enemy camp and onto revolutionary terrain, leveraging the material conditions common to all proletarians. Any hindrance to the achievement of this aim—to the reorganization of the working class on class ground—prevents or delays the realization of a wide array of forces of proletarian economic defense.

Those groups or parties that call themselves “revolutionary” or “leftist” and that pose political or, even worse, partisan demands, behind which they hide group ambitions, or that claim party affiliations or dubious associations of a populist flavor, have not grasped that the economic condition of the workers is the terrain of class organization, on which all proletarians recognize themselves as equal to each other and different from the rest of the citizenry. By disregarding this elementary observation, they would, if it were in their power, make the process of reforming class organizations more painful or even impossible; and, at the same time, assuming and denying their “revolutionary” character, they would preclude themselves from the possibility to make their supposed revolutionary character triumph. But that is their business.

The fact is that revolutionary communists do not place party prejudices on those bodies that operate in the field of class struggle for the defense of class economic conditions because they see in them the embryo of a proletarian economic network and urge them to unite on an ever larger scale, to gain in organization and efficiency, to transform themselves from am embryo of the class organization into an extensive and powerful one. It’s practical demonstration is affirmed every day.

Whenever a group of workers rebel against the bosses by contravening official union practice, they are forced to give in by not having equal or greater strength than the union bosses’ control. A lack of numbers can’t be replaced by the impetus of heroism. It is necessary to carry our forces, the mass of workers, into the struggle in order to overcome the enemy’s resistance through action. The economic organ can be strengthened and its reach extended, even if a particular economic struggle is unsuccessful, since the power of the union lies within the mass of workers in the organization.

It is in no one’s power alone to create favorable conditions for the return to proletarian class organization, but this return can be accelerated, delayed or even prevented depending on whether or not the movement of struggle extends to the entire working-class, mobilizing and framing it on the basis of the workers’ immediate material interests.

The severe state of the class’ prostration to the domination of the capitalists is not overcome “with the head,” nor even by the Party; just as the dictatorship of opportunism over the labor movement is not overcome “with the head.” The overcoming of these tremendous obstacles is contingent on the resumption of the workers’ struggle and by the experience which, in the course of that struggle, the workers will come to understand the reactionary and treasonous character of the official leadership of their economic bodies and of the workers’ movement itself. Therefore, it is futile to expect that the “consciousness” of a few wage earners, organizing themselves into groups elected by History, will overcome the present power relations between the classes. The tide will change in favor of the working class, under the growing pressure of the struggling proletarian masses, organized for their contingent needs, and under the direction of which the class political party will have been able to conquer power.

I dirigenti sindacali tradiscono i reali interessi dei lavoratori della scuola

Anche tra i lavoratori della scuola, la politica delle centrali sindacali è stata sempre imperniata nella demagogica rivendicazione della RIFORMA, obiettivo che viene sempre posto al primo punto dell’azione rivendicativa, e al quale i lavoratori dovrebbero subordinare le loro esigenze materiali.

« La classe operaia ha bisogno di una scuola diversa », « a scuola ci sono i figli dei lavoratori » ripetono continuamente i bonzi sindacali, volendo con ciò affermare che i lavoratori della scuola, trasmettitori del «sacro bene» della cultura, non sono lavoratori come gli altri, non fanno parte a pieno diritto dell’esercito dei lavoratori, ma il loro «rapporto con la classe operaia» si realizzerebbe perché essi divenuti «missionari rossi» in contrapposizione alla vecchia figura dell’educatore tradizionale, si fanno carico di una trasformazione della scuola che andrebbe a vantaggio dei figli degli operai.

Si chiede insomma ai lavoratori di sacrificarsi per costruire una nuova scuola. I lavoratori della scuola hanno sentito sulla loro pelle gli effetti nefasti di questa politica: dal 1973 ad oggi non c’è stato nessun miglioramento salariale (lo stipendio base di un insegnante incaricato è intorno alle 150.000 lire, con le altre voci si arriva a un totale di poco più di 200.000 lire mensili) è stato aumentato l’orario di lavoro, è aumentato il numero di alunni per classe portando il massimo da 25 a 30 (il che significa maggior lavoro), sono state aggravate le norme disciplinari per cui un lavoratore può esser colpito in qualsiasi momento a discrezione dell’autorità superiore, è mantenuto in piedi un controllo poliziesco che va sotto il nome di «note di qualifica» per il personale non insegnante e «valutazione del servizio» per il personale insegnante, sono ribadite le forme di impiego precario, è mantenuto per i bidelli l’obbligo di 15 ore mensili di straordinario a poco più di 300 lire l’ora, sono mantenute in piedi tutte le vecchie norme che accollano all’insegnante la responsabilità penale sul comportamento degli studenti, ecc.

Al danno si è aggiunta anche la beffa perché ai suddetti sacrifici non è corrisposta nessuna trasformazione della scuola che è anzi un carrozzone più traballante di prima.

Quest’ultima constatazione non ci fa affatto piangere, né ci meraviglia; conferma anzi quello che noi abbiamo sempre sostenuto e cioè che è una utopia pensare di «cambiare» la scuola; le riforme le faremo dopo la rivoluzione, solo lo Stato Proletario sarà in grado di instaurare un diverso modo di trasmettere la conoscenza dalle vecchie alle nuove generazioni, solo quando saranno abbattute le classi sfruttatrici, si potrà parlare di libero sviluppo del pensiero.

Ci interessa però sottolineare che la politica: non salario ma riforme ha portato a non ottenere né l’uno né l’altro (così come l’attuale parola d’ordine prima occupazione e poi salario porta a non difendere né gli occupati né i disoccupati) il che dimostra in maniera inequivocabile che l’ormai consunto straccetto delle riforme viene sbandiertao di fronte ai lavoratori al solo scopo di bloccarne le rivendicazioni. Questo fatto dovrebbe far riflettere anche quei lavoratori che, in buona fede ritengono che si debba lottare per cambiare la scuola.

L’accumularsi di una serie di batoste ha fatto crescere il malcontento della categoria e ha fatto sì che gruppi di lavoratori comincino timidamente a contrastare l’azione dei vertici sindacali. In molte assemblee nei luoghi di lavoro si è manifestato dissenso nei confronti della politica sindacale e sono state avanzate una serie di rivendicazioni corrispondenti ai reali interessi della categoria, e cioè:

  1. Estensione anche ai lavoratori della scuola degli anticipi sui contratti concessi ad altre categorie del pubblico impiego come ferrovieri, o postelegrafonici.
  2. Aumento delle retribuzioni sul salario base e su 13 mensilità, in misura inversamente proporzionale ai parametri, cioè maggiori per i parametri più bassi.
  3. Riduzione del ventaglio retributivo con eliminazione dei parametri più bassi e unificazione per tutti delle percorrenze al livello attualmente raggiunto dagli insegnanti delle scuole medie superiori; cioè 10 anni («grazie» all’accordo di maggio, la percorrenza dei maestri è attualmente di 18 anni, mentre quella degli I.T.P. è di 14 anni).
  4. Effettiva unificazione dei ruoli e abolizione della assurda discriminazione tra insegnanti laureati e diplomati, i quali spesso devono svolgere un lavoro più gravoso.
  5. abolizione delle note di qualifica che sono rimaste in piedi per il personale non insegnante, mentre per gli insegnanti hanno assunto il più «delicato» nome di «valutazione del servizio» (v. art. 66 del DPR n° 417 del 31.5.1974).
  6. Immissione in ruolo di tutto il personale che lavora nella scuola e sparizione di tutte quelle forme di lavoro precario (supplenti, incaricati a tempo, ecc.) che lasciano il lavoratore in stato di perenne insicurezza e lo espongono al ricatto del padrone. In particolare per gli abilitati dei corsi speciali e ordinari si chiede l’applicazione dell’art. 17 della legge 477 con il quale vennero immessi in ruolo gli abilitati dei corsi precedenti. Sempre per quanto riguarda le migliaia di disoccupati e semioccupati che frequentano i corsi abilitanti, poiché risulta chiaro che l’abilitazione è solo un requisito legale in più che viene richiesto per poter continuare a lavorare (speciali) o per avere la speranza di poter lavorare (ordinari), esigiamo che questo requisito legale non venga negato a nessuno e che perciò i corsi si concludano senza nessuna selezione.
  7. Poiché la ricostruzione delle carriere è ancora lontana si chiede che al personale interessato venga corrisposto un acconto sui miglioramenti economici che sulla carta sono già stati ottenuti, ma di cui non si può usufruire solo a causa delle lungaggini burocratiche non certo casuali dell’Amministrazione.
  8. Aumento degli organici e abolizione dello straordinario obbligatorio per il personale non insegnante. In particolare in seguito alla applicazione dei D.D. il personale non insegnante ha subito un enorme aggravio di lavoro. Si pensi alle estenuanti riunioni degli organi collegiali, per le quali i bidelli sono costretti a prestare un servizio obbligatorio (quindici ore mensili) a poco più di 300 lire l’ora. Si tratta di una vera e propria forma di lavoro coatto. Perciò, per svolgere tutte le mansioni richieste al personale non insegnante, si rende necessario un ampliamento degli organici (una delle tante «promesse» e «impegni» non mantenuti, che risale al maggio 1973).
  9. Riduzione effettiva del numero di alunni per classe ad un massimo di 20 e conseguente ampliamento degli organici del personale insegnante (non è la difesa dell’occupazione il principale obiettivo delle confederazioni?). L’accordo del maggio 1975 procede invece in senso contrario poiché «sindacati e governo» hanno convenuto di portare a 30 il numero massimo di alunni per classe, mentre la vigente legislazione stabilisce un massimo di 25. Perciò, mentre portiamo avanti la nostra rivendicazione esigiamo che lo stato rispetti la legge (e cioè che il numero di alunni non superi le 25 unità).
  10. Abolizione dell’obbligo di residenza e corresponsione di una indennità a quei lavoratori che prestano la loro opera in sedi disagiate o lontane.
  11. Rifiuto di qualsiasi aumento dell’orario di lavoro comunque venga proposto e definizione precisa dell’orario di servizio. Le 20 ore mensili previste dai D.D. ci sono state imposte dal connubio dirigenti sindacali-governo; noi non le vogliamo, ma siamo per ora costretti a subirle a causa degli sfavorevoli rapporti di forza. Esigiamo però che in esse siano comprese tutte quelle attività, sotto qualsiasi forma, che normalmente un insegnante deve svolgere: dalla compilazione degli atti d’ufficio, alla correzione dei compiti, all’aggiornamento e preparazione delle lezioni. Inoltre, l’orario di servizio deve essere rigidamente stabilito in modo tale che si arrivi alla eliminazione delle riunioni straordinarie che costituiscono un grave peso per i lavoratori.
  12. Applicazione integrale dello statuto dei lavoratori anche per i lavoratori della scuola.
  13. Diritto di tutti i lavoratori di riunirsi nei rispettivi luoghi di lavoro senza nessuna limitazione e abolizione delle norme restrittive contenute nell’art. 60 dei D.D. che prevede tra l’altro che l’O.D.G. delle riunioni sindacali debba essere trasmesso ai presidi e ai direttori didattici almeno tre giorni prima delle riunioni stesse.

I bonzi rispondono alla solita maniera cercando di deviare il malcontento in mille rivoli; ultima trovata è stata quella della presentazione di Piattaforme provinciali il che è un assurdo dato che il rapporto di lavoro è regolato da norme stabilite dallo Stato e che sono valide per tutte le provincie. Altra manovra tipica che i lavoratori della scuola hanno sperimentato più volte, consiste nel far scadere il contratto in prossimità della chiusura dell’anno scolastico, quando per varie ragioni manca la possibilità di effettuare una lotta efficace (pare che la prossima scadenza dovrebbe essere addirittura a Luglio 1976). Ecco perché diventa indispensabile smascherare il trabocchetto della piattaforma provinciale e pretendere che ci sia invece una piattaforma nazionale e che la vertenza venga aperta subito e che venga concesso anche ai lavoratori della scuola l’anticipo di L. 20.000 sul contratto, già ottenuto da ferrovieri e postelegrafonici.

Ma più importante ancora è che i lavoratori si rendano conto della necessità di combattere la politica che attualmente domina nei sindacati. Tale politica non è il risultato di errori, di incompetenza, e di un «cattivo rapporto tra base e vertice»; essa nasce invece dalla precisa volontà di anteporre alle esigenze dei lavoratori le esigenze dello stato, delle aziende, della cosiddetta economia nazionale.

Questa politica si manifesta in maniera organizzata ed ad essa si deve contrapporre una azione altrettanto organizzata da svolgersi all’interno e all’esterno dei sindacati e che abbia per fine la rinascita delle organizzazioni economiche di classe.

Dalla “Piattaforma politica del partito"

« Deve essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcatura giuridiche …

La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extra-proletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunista impalcatura di controrivoluzionari di professione ».

Piattaforma politica del Partito, primavera-inverno 1945

P.C.I. e sindacati schierati in difesa dell’economia nazionale

Da quando si è costituita la Federazione unitaria delle tre Confederazioni sindacali, è anche venuto meno uno degli argomenti con cui i partiti borghesi avevano polemizzato con il PCI, quello di monopolizzare la CGIL. Semmai, alla luce della politica sindacale ufficiale e di quella attuale del PCI, sarebbe più logico sostenere che il partitone monopolizza le tre Confederazioni sindacali, stante l’identità di indirizzo di questo partito e della Federazione unitaria, riassumibile nel cosiddetto « nuovo modello di sviluppo », realizzabile con una serie di riforme nel campo della produzione, dell’economia, dell’amministrazione statale e locale, ecc. Ma i partiti borghesi non polemizzano più con il PCI con l’argomento del monopolio sul sindacato, ed è anche vero che qualsiasi polemica si sta smorzando man mano che il PCI pronuncia e rinnova sinceri atti di fede verso il regime capitalista e democratico. Tuttavia non è mai stato tanto vero come ora che il PCI, o più precisamente che la politica di conciliazione delle classi, propria del PCI e dei partiti costituzionali, si è sposata alla politica di pace sociale delle Centrali sindacali tricolori.

Questo « autunno sindacale » preannunciato « freddo » o al massimo « tiepido » ne è la pratica conferma, quando, in clima di sfaldamento dei salari, di licenziamenti crescenti, di chiara prospettiva immediata di smobilitazione della macchina produttiva, anziché assistere ad una reazione dei proletari contro le deteriorate condizioni esistenti, vediamo sempre più frequente l’uso di mezzi tesi ad attutire lo scontro, ad evitarlo, ad ammorbidirlo. A prima vista sembra indecifrabile una politica che vede un partito che si autodefinisce comunista e un sindacato che si spaccia di classe marciare a plotoni affiancati per evitare lo scontro di classe, o, come dice il PCI, per scongiurare la « guerra » dei lavoratori contro lo Stato. È questo l’argomento principale con cui il PCI ha motivato la sua avversione per l’aumento di emolumenti decretati dal Governo a favore dei dipendenti dell’amministrazione finanziaria dello Stato: questi aumenti per alcuni lavoratori susciterebbero analoghe richieste degli altri lavoratori, in particolare dello Stato, che ne sono stati esclusi, innescherebbero, appunto una « guerra » rivendicativa con conseguenze incalcolabili, quando sia i sindacati che i partiti cosiddetti operai hanno a più riprese assunto l’impegno verso il Governo in carica di « controllare » la classe operaia. PCI e Sindacati sono consapevoli che il ritorno e il rinvigorimento delle lotte operaie sul terreno economico, suscitate dall’attuale persistente offensiva del capitalismo contro le condizioni materiali e sociali dei lavoratori, renderebbe estremamente difficile il loro controllo sulla classe operaia e porterebbe il proletariato in un clima di guerra civile nel quale sarebbero in gioco le sorti dello Stato. Allo stesso modo l’intelligenza politica del capitalismo è cosciente che la forza più idonea per impedire oggi la resistenza della classe operaia, e pregiudicarne domani l’attacco, è il fronte dei falsi partiti operai e dei falsi sindacati classisti. Per questo la borghesia tiene questi organismi politici ed economici legati alla sua sorte, vincolati alle sue decisioni fondamentali, che si sintetizzano nel disarmo materiale, politico, ideologico del proletariato. Non è la borghesia né le sue forze politiche di partito che sono scese sul terreno del PCI e delle Centrali sindacali, ma sono queste che hanno abbracciato il verbo perenne del capitalismo consistente nel legare la classe operaia agli interessi del regime capitalistico. La borghesia, col suo apparato militare e repressivo, ha sempre in serbo l’alternativa dell’intervento violento diretto per stroncare la resistenza operaia; ma PCI e Sindacati hanno ormai per sempre escluso dal loro arsenale la risorsa dello scontro con lo Stato e l’apparato politico del padronato, a costo di impugnare il fucile contro i lavoratori stessi, se dovessero disporsi per la guerra civile in difesa delle loro condizioni di classe.

Queste considerazioni non sono artificiose, sia per esperienza storica che ci insegna che un partito operaio o si pone alla testa del proletariato combattente per la vittoria totale sul capitalismo con tutte le armi, o si pone al fianco del nemico di classe, sia per le quotidiane piccole e grandi esperienze che i lavoratori sono costretti a fare in particolare nel movimento sindacale ufficiale. Nei sindacati tricolore confluiscono e bivaccano tutte le « politiche » conservatrici e antiproletarie, c’è posto per tutta la fauna del politicantismo democratico, per ogni folclore popolaresco. Non c’è posto non solo per i comunisti rivoluzionari e questo è facilmente comprensibile, ma nemmeno per i proletari seriamente determinati a difendere salario, pelle e casa, sebbene politicamente inquadrati nel PCI e affini. In tal modo, PCI e Sindacati hanno tutte le carte in regola per « governare » la classe operaia secondo le istruzioni e gli interessi delle classi abbienti.

Gli operai che intendono, quindi, difendere i loro interessi immediati, economici, materiali, sociali, sono costretti a cozzare contemporaneamente contro PCI e Centrali tricolore, contro questo duplice sbarramento pacifista della politica dello Stato borghese. Ne consegue che la difesa del salario, del posto di lavoro coincide con il cozzare contro la politica del partitaccio e delle Triplice sindacale, significa impugnare l’arma della lotta di classe, arma unica per difendersi dall’avidità e dall’ingordigia padronale e aziendale. Il ritorno alla lotta di classe, malgrado i decennali scongiuri dell’opportunismo traditore e le infami manovre dello Stato, è imposto al proletariato dalle condizioni materiali create dal regime del profitto e da quelle politiche create dalla assenza semisecolare di una direzione comunista rivoluzionaria del movimento di classe. Ciò significa che la politica controrivoluzionaria, che accomuna partiti e sindacati falsamente di classe, è un’arma in mano alla classe borghese nella sua lotta contro il proletariato, ma significa anche che è l’ultima speranza per il capitalismo di ingannare la classe operaia.

Il PCI manterrà e rafforzerà il suo monopolio opportunista e traditore sul proletariato alla condizione che il sindacalismo tricolore impedisca o spezzi le lotte operaie. Perché questa condizione si verifichi bisogna che il proletariato rinunci a difendersi, rinunci cioè a battersi per difendere pane e lavoro. E questa eventualità è impossibile perché sarebbe il suicidio. In ciò sta, quindi, la stretta e coerente alleanza tra sindacati nazionali e PCI, nell’impedire che il proletariato difenda se stesso, perché in questa difesa è implicita la rovina di ambedue.

Lotte operaie nel mondo

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USA

L’economia americana, simbolo e sostegno dell’economia borghese mondiale, mostra ogni giorno di più la sua caratteristica di equilibrio instabile, equilibrio che rappresenta per altro, la condizione in cui si dibatte tutta l’economia capitalistica.

Prendendo come punto di riferimento la fine della seconda guerra mondiale, gli USA hanno sempre presentato uno stato di disoccupazione cronica, tipica di uno Stato capitalistico altamente tecnicizzato, ma secondo gli ultimi dati di settembre si nota una impennata del fenomeno, con l’aggravante di una economia non più in espansione, ma in netto riflusso verso la totale paralisi da sovrapproduzione; la produzione industriale registra una tendenza, praticamente senza sobbalzo alcuno, a discendere, mentre l’inflazione tende ad aumentare velocemente rispetto al 7,2%, tasso calcolato su base annuale a tutto il settembre.

Niente di nuovo per noi comunisti. La scientifica previsione marxista della crisi mondiale prende forma e concretezza, realtà che i moderni cow-boys (bovari per i popoli latini) della Casa Bianca certo non sanno apprezzare. La classe operaia spinta dalle condizioni imposte dalla crisi comincia a rialzare la testa per difendere i suoi interessi di classe. La categoria dei dipendenti pubblici ad esempio, dopo i passati scioperi dei netturbini di New York e degli insegnanti in tutti gli USA, si è rimessa in moto in maniera massiccia sia nella stessa New York che in altre città come a Kansas City dove per quattro giorni i vigili del fuoco hanno scioperato, « isolati » dalla « pubblica opinione » e dai giornali. Ma gli scioperi si estendono a tutte le categorie: dai minatori (80 mila hanno scioperato per tre settimane) agli operai rotativisti di Washington che hanno bloccato buona parte dei giornali della capitale.

Va ricordato che i continui licenziamenti e l’inflazione, schiacciano sempre di più la classe operaia, facendo sconfinare nel sottoproletariato e nella « povertà » generica la fascia più disagiata: gente di colore, portoricani, immigrati in genere. Sono 1.500.000 nella sola New York i poveri che lo Stato assiste direttamente e che rappresenterebbero una vera e propria bomba lanciata contro il sistema qualora tale assistenza cessasse. Lo Stato « assistenziale » USA dunque, con i suoi milioni di poveri espulsi irrimediabilmente dal ciclo produttivo, rappresenta veramente un organo particolarmente delicato nel congegno capitalistico mondiale. Si cerca disperatamente, ad esempio, di salvare dalla bancarotta il comune di N. Y. consci delle ripercussioni a catena che coinvolgerebbero non soltanto gli Stati Uniti ma anche le varie Berlino, Roma, Parigi, ecc.

Ad ogni classe dunque il suo problema: alla borghesia quello della sopravvivenza del suo modo di produrre, a quella dei proletari quello di abbattere una volta per tutte lo Stato che tale modo di produrre impone.

INGHILTERRA

Borghesia italiana ed inglese mirandosi allo specchio, notano sempre più di essere se non sorelle, data la stretta pronuncia anglosassone della seconda, per lo meno cugine.

I problemi economici sono più o meno gli stessi, ed anche in Inghilterra a suo tempo i bonzi locali si posero il problema che oggi sembra dilaniare i nostri: occupazione o salari? Occupazione si era detto in coro nelle camere dei Lords e dei Comuni e negli eleganti uffici della locale confindustria, occupazione, soluzione che tutti favorisce! Panacea di tutti i mali dunque? No, la solita, antica e sempre più vigliacca fregatura per i proletari. Subordinare i salari all’occupazione, ovvero i salari agli investimenti, ovvero gli interessi proletari agli interessi dell’economia nazionale borghese. Gli operai inglesi che spinti dalle Trade Unions avevano accettato, anche se a bocca storta, l’accordo, si sono avveduti che la disoccupazione non è affatto diminuita, anzi ha fatto registrare un aumento non indifferente (1.250.000 sarebbero i disoccupati secondo le fonti ufficiali a metà settembre), mentre l’inflazione, che doveva recedere in seguito alla « pace sociale », è aumentata, lasciando svuotati i salari nominali della classe operaia. Era evidente che avendo pagato di tasca propria il giochetto dei bussolotti imbastito da sindacati traditori e Stato borghese gli operai buttassero al macero l’impalcatura cartacea che gli era stata creata intorno. Il via alla rottura della « santa pace sociale » è stata data dagli operai degli stabilimenti siderurgici del Galles, che hanno iniziato a chiedere nuovi aumenti salariali per tener dietro all’inflazione.

La santa triade sindacale che ha sede in quel di Roma, non appare scossa dagli insuccessi dei colleghi, dipendenti di Sua Maestà; forse lo sarà di più quando gli operai nostrani cominceranno a capire quanto sono stati presi per il sedere e busseranno, non troppo gentilmente, alla porta del tempio intersindacale.

Con i manovali e contro i bonzi

L’ultima più clamorosa « sputata » il Lama, superbonzo con pipa, l’ha tirata facendo da paggio in televisione alla Cassandra nazionale Ugo La Malfa. Mentre quest’ultimo cercava di spiegare le regole della buona convivenza sociale secondo la massima capitalistica: « ognuno va retribuito secondo quanto rende alla società », il Lama facendosi poderosamente largo tra il fumo traduceva per i lavoratori analfabeti e ottusi il linguaggio del comprimario: « … io non sono dell’opinione che un ingegnere che costruisce un ponte debba essere pagato come il manovale che porta le pietre – evidentemente questo sarebbe assurdo – occorre però diboscare la giungla perché nella giungla non vince chi ha ragione, ma chi è come gruppo più forte, anche se ha torto » (Corriere della Sera 8-10-75).

Ora, quello che dice La Malfa lo sappiamo almeno da secoli, né gliene facciamo un torto, è il suo mestiere; ma che il Lama pretenda di confondere la classe operaia con il suo linguaggio moralistico alla Proudhon, con le sue « ragioni » e i suoi « torti » non gliela lasciamo passare.

Non si dimentichi che nonostante la conclamata autonomia del sindacato, il superbonzo si abbevera giornalmente alle poppe della gran madre PCI, e dunque pretende che le sue ricette sindacali facciano parte della strategia opportunista per il passaggio democratico ed indolore al … socialismo. Ha voluto forse dire che è assurdo che il manovale possa essere retribuito come l’ingegnere riferendosi alle infami condizioni della società capitalistica, o ha voluto recitare una massima universale? Non ci sono dubbi: il Dalai Lama non si scomoda per fare delle constatazioni parziali e contingenti, ma pontifica ex-cathedra e sciorina dogmi di valore universale, anzi assoluto.

Dunque nessun dubbio: il socialismo per bestie del suo rango non potrebbe concepire la stessa retribuzione per l’ingegnere e per il manovale, troppa è la distanza di « qualifica » professionale e l’« utilità sociale » dei due. Ed allora, a questo moraleggiante bonzo, sbattiamo sotto la pipa uno sferzante passo di Engels, che polemizza con un … Düring di par suo. « Per il socialismo, che vuole liberare la forza-lavoro umana dalla sua posizione di merce, è di grande importanza il riconoscimento che il lavoro non ha né può avere un valore – con questo riconoscimento cadono tutti i tentativi che il signor Düring ha ereditato dal primitivo socialismo operaio, di regolare la futura distribuzione dei mezzi di sussistenza come una specie di salario più elevato – da cui ne consegue ulteriormente il riconoscimento che la distribuzione, nella misura in cui viene dominata da considerazioni puramente economiche, sarà regolata nell’interesse della produzione e che la produzione viene favorita al massimo da un modo di distribuzione che permetta a tutti i membri della società di sviluppare, conservare ed esercitare le proprie capacità il più che sia possibile in tutte le direzioni. Alla mentalità delle classi colte, ereditata dal sig. Düring, deve certamente apparire una mostruosità che non ci debbano più essere carrettieri ed architetti di professione (gli ingegneri e i manovali di Lama fanno lo stesso), e che l’uomo, che in una mezz’ora ha dato delle istruzioni come architetto, per un certo tempo possa anche spingere un carro fino a che venga di nuovo richiesta la sua attività di architetto. Bel socialismo, che eterna la professione del carrettiere! » (Antidüring – Lavoro Semplice e Lavoro Composto).

I proletari sappiano che i sig. Lama e compagni sono per l’eterna professione del manovale, e guai a chi mette in discussione le qualifiche professionali! Ma, ci si dirà, non siamo ancora nel socialismo. È vero, e di questo passo e con questi tipi neanche ci si arriva! Sappiano allora i proletari che la lotta sindacale quando è di classe, è la palestra nella quale gli operai si allenano a lottare contro il capitale, contro le artificiali articolazioni e divisioni che il bonzume attuale alimenta, magari richiamandosi alla professionalità, ai diplomi e alle lauree. Il socialismo non si inventa con le battute ad effetto che fanno leva nella mentalità inevitabilmente dominante anche in seno al proletariato, educato dalla borghesia e dall’opportunismo al rispetto sacro verso la piccola borghesia che si presume colta e che in mancanza di cospicui mezzi di produzione come la grande borghesia, cerca di valorizzare al massimo le sue cartacce e i suoi diplomi con sigillo statale. La classe operaia deve disprezzare simili feticci ed unirsi contro queste sirene il cui fine è quello di eternizzare lo stato di abbrutimento e di inferiorità del proletariato. Saranno anzi proprio i manovali a rovesciare questi ideali e a instaurare il potere proletario, sotto la guida del Partito Comunista.

Sputi (ma di rabbia) il Lama o pianga La Malfa!

Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra (III parte) Pt.3

5 – LA LOTTA POLITICA NEL PARTITO

Le citazioni che seguono dimostrano che nella corretta visione marxista della sinistra il modo di muoversi del partito comunista, la sua dinamica interna, non si configura come lotta politica, scontro fra posizioni contrastanti, una delle quali deve prevalere sull’altra e dettare il suo indirizzo al partito. Il prevalere di una simile dinamica nell’organo partito indica che esso non è più l’espressione degli interessi omogenei ed unitari di una sola classe, ma degli interessi contrastanti di più classi che esprimono logicamente diversi indirizzi politici. La lotta politica interna configurava la dinamica dei partiti della II Internazionale, proprio in quanto in essi convergeva un’ala proletaria rivoluzionaria ed un’ala piccolo-borghese riformista e gradualista. E quando una dinamica di lotta politica si impose nella III Internazionale significò la sua graduale conquista da parte di un’ala controrivoluzionaria. La Sinistra non condusse nella III Internazionale una lotta politica interna, ma anzi accettò volontariamente nel 1923 di essere sostituita nella direzione del partito italiano dagli elementi centristi, limitandosi a spiegare quali erano gli errori e le debolezze dell’organismo internazionale su diversi problemi e quali erano i pericoli a cui questo si stava esponendo; rivendicò sempre una ricerca razionale ed obiettiva da parte di tutta l’Internazionale per la migliore soluzione dei problemi che si ponevano al partito e le «Tesi di Roma» del 1922 non solo fanno salva la assoluta disciplina esecutiva alla centrale di Mosca, ma non sono intese come contrapposte alle posizioni della centrale stessa, bensì come contributo della sezione italiana alla soluzione razionale e consona ai principi comuni delle questioni tattiche.

È solo dopo il 1923 che la Sinistra, identificando i pericoli di ricaduta nell’opportunismo, che l’Internazionale presentava sempre più evidenti, prospetterà la possibilità, se la linea di Mosca non si fosse arrovesciata, di arrivare alla costituzione di una frazione internazionale di sinistra per difendere l’Internazionale dalla risorta ala opportunista. E solo nel 1926 al Congresso di Lione la Sinistra presenterà un corpo di tesi globalmente opposto a quello della centrale italiana, identificando in essa il coagulo di elementi che mai erano stati sul terreno del marxismo rivoluzionario e contrapponendovi la sua tradizione come l’unica aderente al comunismo e al marxismo. Per la Sinistra, in quanto il partito comunista si costituisce sulla base di una dottrina unica, di un unico programma, di principi chiaramente enunciati e posti a base dell’adesione individuale al partito ed in quanto su questa base omogenea vengono razionalmente definite le grandi linee della tattica, non cessano per questo di porsi al partito gravi e complessi problemi che esso deve risolvere tutti i giorni della sua vita. Ma l’omogeneità di base su cui il partito poggia fa sì che questi problemi possano trovar soluzione attraverso un lavoro ed una ricerca comune a tutto il partito, in una chiarificazione costante di quei cardini che tutti i militanti dichiarano di accettare e da cui la soluzione di un qualsiasi problema non deve mai debordare. Il fatto che in determinati momenti possano presentarsi diverse soluzioni ad uno stesso problema e che su queste diverse soluzioni si schierino i militanti non deve indurre a dimenticare il patrimonio comune su cui il partito poggia ed al quale qualunque soluzione deve essere vincolata. La soluzione di un problema che il centro del partito decide di applicare non deve perciò dimostrare di essere l’espressione di un rapporto di forze fra gruppi contrapposti all’interno del partito e del prevalere dell’uno sull’altro, ma di essere conforme alle linee dorsali fissate dalla dottrina, dal programma e dalla tattica del partito e questa fedeltà al patrimonio comune deve essere richiesta a qualsiasi impostazione di un qualsiasi problema. La soluzione dei problemi che assillano il partito viene così demandata ad un lavoro collettivo svolto su di una base comune da tutti accettata e perciò suscettibile di ricerca obiettiva e razionale.

Al centro si deve la totale obbedienza e disciplina esecutiva in quanto dimostra non di essere l’espressione di una maggioranza di pareri individuali, ma di essere sul terreno di questa continuità.

Il presentarsi di dissensi su di una determinata questione tattica o di lavoro pratico, mentre impegna tutti i membri dell’organizzazione ad eseguire fedelmente gli ordini centrali, non autorizza nessuno a sostenere che il partito si è diviso in correnti e frazioni in lotta fra di loro, a misura in cui le due posizioni su quel problema, che è oggetto del dissenso, sono frutto di uno stesso modo di impostazione dei problemi sulla base della comune tradizione di partito. Così gli errori che possono verificarsi nella soluzione di un determinato problema non autorizzano nessuno a sostenere che essi sono dovuti alla presenza nel partito di un indirizzo tattico generale divergente da quello comune o ad accusare persone o gruppi di averlo commesso in quanto dissenzienti sull’indirizzo generale del partito. La Sinistra non dedusse dal fatto che la dirigenza di Mosca applicava la tattica del fronte unico politico e nemmeno quella del governo operaio la conclusione che esisteva nel partito un’ala divergente sull’indirizzo generale o che avesse concezioni diverse dalle nostre sulle questioni fondamentali e quando queste tattiche si dimostrarono errate non chiese la testa di nessuno, né chiese che si cambiassero i dirigenti dei partiti e dell’Internazionale. Partì sempre, nel dissentire sulle soluzioni che l’Internazionale stava dando a vari problemi, dalla «idealistica» e «metafisica» concezione che sia i sostenitori del fronte unico politico e del governo operaio, sia noi eravamo in principio dei compagni che accettavano una base comune e rivendicò che la soluzione andava trovata nel chiarimento e nella precisazione di questa base.

Rinnegare questa nozione che nel partito comunista tutti sono in principio dei compagni anche quando sbagliano e fanno sbagliare l’intero partito significa dunque rinnegare tutta la tradizione della lotta della Sinistra nell’Internazionale; significa non trovar più risposta ai seguenti interrogativi: perché la Sinistra non chiese mai la sostituzione del centro di Mosca, sostenitore del fronte unico politico con un altro centro che sostenesse posizioni corrette? Perché la Sinistra abbandonò spontaneamente in mano ai sostenitori del fronte unico e del governo operaio la direzione del partito italiano, benché esso fosse completamente sulle sue posizioni? Perché non accusò Zinoviev o magari Lenin stesso di essere un agente infiltrato nel partito? È noto che la Sinistra non richiese mai niente di tutto questo, ma richiese invece che si ricercassero delle soluzioni tattiche corrette ed impegnative per tutti in un lavoro collettivo di chiarificazione e di definizione del patrimonio comune a noi tutti e vide nei processi agli uomini che avevano commesso degli errori, nella personificazione degli errori, nelle critiche e nelle autocritiche un allontanamento da questa sana dinamica e, di conseguenza, un pericolo di ricaduta nell’opportunismo.

Dal 1922 al 1926 la direzione dell’Internazionale comunista ha portato alla rovina un partito di milioni di uomini ed ha «obiettivamente» sabotato la lotta rivoluzionaria di tutto il proletariato europeo e mondiale, ma mai dalla penna o dalla bocca della Sinistra è uscito in quattro anni, e neanche successivamente, che l’Internazionale era diretta da antimarxisti o da opportunisti e che perciò bisognasse strappare la direzione dell’organizzazione a coloro che erano colpevoli di fatali errori. Né si troverà poi in uno scritto o in un discorso della Sinistra l’affermazione che noi lottavamo contro l’Esecutivo di Mosca dai cui errori tattici si doveva dedurre trattarsi di una corrente opportunistica infiltratasi nel partito. Non lo dicevamo nemmeno nel 1926 quando tutto era perduto. E non personificammo l’errore di Zinoviev o di Kamenev o di Trotsky appiccicando loro etichette che valgono solo per chi sta fuori dal partito, non per un rispetto sciocco verso la «dignità della persona», ma perché li ritenevamo e li riteniamo oggi «errori» non determinati da uomini. Posizione questa completamente opposta a quella invece che dice: «si combattono le posizioni errate, ma quando queste si radicalizzano si combattono anche gli uomini che sono i vettori di queste posizioni», è che è sbagliata sia nella prima che nella seconda parte, perché il nostro lavoro nell’Internazionale non fu mai di combattimento politico, ma di contributo e di chiarimento. Non combattemmo politicamente né le posizioni errate, né gli uomini-vettori di queste posizioni. Dimostrammo che le posizioni erano sbagliate e cercammo di impostare un lavoro collettivo ed impersonale per ricercare sulla base della reciproca fiducia, su un terreno sgombro da patteggiamenti, diplomazia, scontri, pressioni la posizione giusta alla luce dei nostri principi.

O il presupposto del nostro lavoro era che sia Amadeo Bordiga, sia Zinoviev «erano in principio dei compagni», anche quando davano allo stesso problema due soluzioni opposte o divergenti e che perciò il problema non era di «condannare» la soluzione di Zinoviev, ma di ricercare la soluzione valida per tutto il movimento comunista, oppure tutta la storia della Sinistra può essere mandata al macero.

* * *

Da «La tattica dell’I.C. nel progetto di Tesi presentato dal PCI al IV Congresso mondiale» – in P.C. n. 15/1965 –

Discorso del rappresentante della Sinistra:

«Ma, dunque, si dirà, domandate voi che ai congressi comunisti vi sia lotta e dissidio aperto e violento senza possibilità di una comune soluzione? Rispondiamo subito che se la unanimità si raggiungesse per lo studio e la considerazione oggettiva e superiore dei problemi, ciò sarebbe l’ideale; ma che la unanimità artificiale è assai più dannosa dell’aperto dissenso nella consultazione del Congresso – salva sempre la disciplina esecutiva -».

Da «Organizzazione e disciplina comunista», maggio 1924 – in P.C. 15/1965.

«Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella desiderata direzione e conformare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle sue file e della impostazione della sua politica».

Dal discorso del rappresentante della Sinistra alla VI sessione dell’Esecutivo Allargato (febbraio-marzo 1926), in P.C. 17/1965:

«… La questione va dunque posta in altro modo. Anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare rassegnatamente le deviazioni opportunistiche e giustificarle con il pretesto che le loro cause vanno cercate nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere cercati altrove, cioè nel lavoro, e non sono state oggi quali avrebbero dovuto essere».

Dalla «Premessa» alle Tesi di Lione – 1970, in «Difesa, ecc.» – pag. 90:

«Curiosa deduzione: agli occhi di un’Internazionale i cui congressi avevano finito sempre più per divenire le grigie aule di processi a partiti, gruppi o persone chiamati a rispondere di tragici rovesci in Europa e nel mondo, tutto, ora, diveniva il prodotto di «congiunture sfavorevoli», di situazioni «avverse».

La verità era che non diciamo il processo, ma la revisione critica, andava fatta alla radice e basata su coefficienti impersonali mostrando come il gioco di cause ed effetti tra fattori oggettivi e soggettivi sia infinitamente complesso e se, sui primi – considerati solo per un momento come «puri», cioè a se stanti, fuori dall’influenza della nostra azione collettiva -, il potere d’intervento del partito è limitato, è invece in nostro potere salvaguardare, anche a prezzo d’impopolarità e insuccessi momentanei, le condizioni che sole permettono ai secondi di agire sulla storia, e fecondarla».

(Ivi, pag. 87):

«Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza e invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostruisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto».

Da «Le Tesi di Lione» – 1926, ivi pagg. 101, 106, 121:

«3. – Noi neghiamo sostanzialmente che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del partito per definire le norme della tattica, chiedendo una obbedienza pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato, o ad un singolo partito dell’Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente».

«5. – Uno degli aspetti negativi della cosiddetta bolscevizzazione consiste nel sostituire alla elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde ad effettivo progresso verso il centralismo più compatto, un’agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità per l’unità e della disciplina per la disciplina».

«10. – La campagna culminante nella preparazione del congresso è stata deliberatamente impostata dopo il V Congresso mondiale non come un lavoro di propaganda ed elaborazione in tutto il partito delle direttive dell’Internazionale, tendente a creare una vera ed utile più avanzata coscienza collettiva, ma come un’agitazione mirante a raggiungere nel modo più spiccio e col minimo sforzo la rinuncia dei compagni all’adesione alle opinioni della sinistra. Non si è badato se un tale metodo era utile o dannoso al partito agli effetti della sua efficienza verso i nemici esterni, ma si è mirato con ogni mezzo al raggiungimento di quell’obiettivo interno».

Da «Politique d’abord» – in B.C. 15/1952:

«Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta».

Da «Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati» – in P.C. 14/1953:

«Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della Sinistra. L’unità sostanziale ed organica del partito, diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti, deve intendersi richiesta, per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi d’azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotti a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali».

Da «Le Tesi di Napoli – 1965» in «Difesa, ecc.» pagg. 175-76-77-78.

«5. – Adottata la vecchia consegna che risponde alla frase: «sul filo del tempo», il nostro movimento si dette a riportare davanti agli occhi e alle menti del proletariato il valore dei risultati storici che si erano iscritti nel lungo corso della dolorosa ritirata. Non si trattava di ridursi ad una funzione di diffusione culturale e di propaganda di dottrinette, ma di dimostrare che teoria ed azione sono campi dialetticamente inseparabili e che gli insegnamenti non sono libreschi o professorali, ma derivano (per evitare la parola, oggi preda dei filistei, di esperienze) da bilanci dinamici di scontri avvenuti tra forze reali di notevole grandezza ed estensione, utilizzando anche i casi in cui il bilancio finale si è risolto in una disfatta delle forze rivoluzionarie. È ciò che noi abbiamo chiamato con vecchio criterio marxista classico: «lezioni delle controrivoluzioni»».

«7. – Trattandosi di un trapasso e di una consegna storica da una generazione che aveva vissuto le lotte gloriose del primo dopoguerra e della scissione di Livorno alla nuova generazione proletaria che si trattava di liberare dalla folle felicità della caduta del fascismo per ricondurle alla coscienza dell’azione autonoma del partito rivoluzionario contro tutti gli altri, e soprattutto contro il partito socialdemocratico, per ricostituire forze consacrate alla prospettiva della dittatura e del terrore proletari contro la grande borghesia come contro tutti i suoi esecrosi strumenti, il nuovo movimento trovò per via organica e spontanea una forma strutturale della sua attività che è stata sottoposta ad una prova quindicennale».

«8. – La struttura di lavoro del nuovo movimento, convinto della grandezza, della durezza e della lunghezza storica della propria opera, che non poteva incoraggiare elementi dubbi e desiderosi di rapida carriera perché non prometteva, anzi escludeva successi storici a distanza visibile, si basò su incontri frequenti di inviati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra tesi in contrasto, o che comunque potessero sporadicamente affiorare dalle nostalgie del morbo antifascista, e nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto la continuazione organica del grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file delle masse proletarie …

Questa opera e questa dinamica si ispirano ad insegnamenti classici di Marx, di Lenin, che dettero la forma di tesi alla loro presentazione delle grandi verità storiche rivoluzionarie; e queste tesi e relazioni, ligie nella loro preparazione alle grandi tradizioni marxiste di oltre un secolo, venivano riverberate da tutti i presenti, grazie anche alle comunicazioni della nostra stampa, in tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali, ove tale materiale storico veniva trasportato a contatto di tutto il partito. Non avrebbe alcun senso la obiezione che si tratti di testi perfetti irrevocabili e immodificabili, perché lungo tutti questi anni si è sempre dichiarato nel nostro seno che si trattava di materiali in continua elaborazione e destinati a pervenire ad una forma sempre migliore e più completa; tanto che da tutte le file del partito, ed anche da elementi giovanissimi, si è sempre verificato con frequenza crescente l’apporto di contributi ammirevoli e perfettamente intonati alle linee classiche proprie della Sinistra» …

Da «Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966» – in «Difesa, ecc.» pag. 183.

«2. Il piccolo movimento attuale si rende perfettamente conto che la grigia fase storica attraversata rende molto difficile l’opera di utilizzazione a forte distanza storica delle esperienze sorte dalle grandi lotte, e non solo dalle clamorose vittorie quanto dalle sconfitte sanguinose e dai ripiegamenti senza gloria. Il forgiarsi del programma rivoluzionario, nella corretta e non deformata visione della nostra corrente, non si limita a rigore dottrinale e a profondità di critica storica, ma ha bisogno come linfa vitale del collegamento con le masse ribelli nei periodi in cui la spinta irresistibile le determina a combattere. Questo legame dialettico è particolarmente difficile oggi che la spinta delle masse si è sopita e spenta per la flaccidità della crisi del capitalismo senile, e per la sempre maggiore ignominia delle correnti opportuniste. Pur accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione.

Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunciati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista».

Critica e auto-critica

L’arma degli staliniani, siano essi figli legittimi o adottivi di Baffone, è l’autocritica, una fattispecie di confessione recitata davanti al Comitato Centrale o all’Ufficio Politico, oppure, in mancanza di assise di tale prestigio, di fronte alla polizia segreta agli ordini dello Stato, fatto strame una volta per tutte del partito e della sua primaria funzione. Il marxismo rivoluzionario, contro il dogmatismo delle religioni rivelate, laicizzate o meno, si è sempre considerato come il concentrato teorico della «critica» alla dominazione politica ed economica della borghesia sul proletariato, sempre chiaramente affermando che, anche quando la sua funzione storica si è dovuta necessariamente ridurre alla critica-critica, la sua fonte è la lotta di classe, l’anonima, oscura e gloriosa resistenza dei salariati contro la pressione del capitale.

Il comunismo rivoluzionario, dal Manifesto in poi, non ha conosciuto il fetido, lubrico e piccolo-borghese gusto per spettacoli e lubridi inni individuali fondati sul «culto della personalità», e conseguenti processi e terrorismi ideologici, occulti o palesi. La polemica virile ed aperta contro i nemici del proletariato è stato il terreno più adatto al collaudo della dottrina rivoluzionaria, come quando è culminata nell’espulsione degli anarchici, una volta per tutte, nel 1872.

L’arma della critica, considerato il terreno positivo e necessario sul quale si forgia l’opposizione dei transfughi della classe borghese dominante, parallelamente allo sviluppo materiale e sempre più imponente della lotta di classe tra capitale e lavoro, è invocata da Marx ed Engels ma non in astratto, sempre in rapporto all’azione reale del proletariato, non solo nella sua attitudine di resistenza, ma anche, e soprattutto, nella sua audacia di attacco al potere politico della borghesia. Di qui l’ansia e la soddisfazione di lasciare alla «critica roditrice dei topi» tutto ciò che corre il rischio di diventare libresco ed accademico, in rapporto alla lotta che incombe ed urge.

Consolidatasi la dottrina proletaria del potere, di fronte agli alti e bassi della lotta di classe, necessariamente non episodica e contingente, ma storica e di lungo periodo, facile è stato il gioco del revisionismo alla Bernstein, a rispolverare il valore astratto e moralistico della «critica», tanto più accademico, quanto più atto a giustificare il «fatto compiuto», tanto più scheletrica e intellettualmente osservante, quanto più tenera nei confronti del «movimento fine a se stesso».

Eppure non si è ancora alla pratica gesuitica e vergognosa dell’«autocritica», instaurata dopo il primo conflitto mondiale, all’interno del partito comunista, in seguito alla vittoria della borghesia, dello stalinismo.

Alla critica-critica dei Bauer già bollata da Marx nella Sacra Famiglia, dopotutto ancora espressione della insufficienza del movimento reale del proletariato, al quale l’intelligentsia radical-borghese cerca di opporre le armi della critica radicale, benché velleitaria, si sostituisce, a movimento storico maturo irradiato da un assalto al cielo come la Comune di Parigi e da un Ottobre Rosso nel bel mezzo del primo scontro interimperialistico, la sua caricatura più immonda e deformante: l’«autocritica».

La lezione delle vittorie e delle sconfitte aveva determinato il coagularsi e lo «scolpirsi», secondo la definizione della Sinistra, della tattica, nella sua accezione più vasta, dalla disposizione del partito comunista in rapporto al fronte antagonista borghese, alla sua interna organizzazione; la passione e l’abnegazione di rivoluzionari senza nome, per i tanto «deprecati capi» (nella «pruderie» democratoide alla Gorter e Pannekoek) non aveva avuto bisogno fino a questo momento di istanze amministrative interne ed esterne capaci di redimere contrasti nella ricerca spassionata della giusta tattica; nel fuoco della battaglia l’ardore dei Trotskij aveva potuto coniugarsi con la lucidità e l’intelligenza di Lenin senza che si dovessero erigere tribunali o comitati di probiviri.

La vittoria della borghesia mondiale, per i rivoluzionari di fede, transitoria e dialettica, produsse all’interno dell’Internazionale non semplicemente spostamenti di «frazioni» o di correnti, ma l’affermazione dell’opportunismo che aveva giocato il ruolo risolutivo nei paesi d’occidente dell’impedimento alla formazione tempestiva di partiti comunisti rivoluzionari.

Da questo momento nella vita del partito comunista mondiale, prodotto dagli eventi internazionali della lotta di classe al tradizionale metodo positivamente marxista della «critica» si andava affermando quello piccolo-borghese e democratico dell’autocritica, incarnato contingentemente nella persona, anzi nei baffi, dell’ex seminarista Josif Džugašvili Stalin. Non abbiamo da recriminare colpe o da comminare accuse personali: il metodo della compressione amministrativa, all’interno dell’Internazionale, non era altro che il riflesso, per quanto odioso e tragico, della vittoria del capitalismo, dalla quale andavano tratte lezioni, e non processi e tribunali.

La «critica critica», una vera e propria anticamera della più idealistica e masochistica «autocritica», lascia il passo alla pratica delle «confessioni» estorte, alle lubriche messe in scena di rivoluzionari devoti alla causa compressi ed assoggettati alla «tattica» stabilita dagli organi dirigenti, non sulla linea della tradizione comunista cristallizzatasi dinamicamente in ormai quasi un secolo di lotte, ma su «decisioni» fondate sulla «democratica conta delle teste» in barba alla scienza della rivoluzione, come ogni scienza non necessariamente democratica e nominalistica.

È in questo clima che la Sinistra italiana svolse la sua battaglia tacciata dal «democratico» antelitteram Gramsci, di comportarsi da «minoranza internazionale» all’interno del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista, piuttosto che – come a lui piaceva – da «maggioranza nazionale», non appena all’interno del partito mondiale la sua coerente concezione del partito come organo della classe, si scontrò con le statistiche e aritmetiche tesi degli Zinoviev e C., di «parte» della classe, ancorché «parte d’avanguardia».

Sarebbe stato troppo facile, troppo comodo che nei seguenti anni bui di controrivoluzione, in presenza di un fronte proletario dissanguato da due conflitti mondiali imperialistici, uno peggiore dell’altro in quanto combattuti prima sul terreno della difesa della patria, poi su quello della «democrazia e del socialismo», non si fosse affermata la teoria e la pratica dell’autocritica come metodo di azione e di organizzazione del partito proletario non soltanto all’interno dell’Internazionale russificata, ma addirittura all’interno di quelle formazioni che si definiscono «opposizioni» di sinistra allo stalinismo. I partiti nazional-comunisti neostaliniani, nonostante le successive ed interminabili autocritiche, culminate nella necrofila e macabra farsa krusciöviana della trafugazione della mummia di Stalin, sono ormai approdati in… confessionale pronti a ricevere l’assoluzione, con tanto di paramenti sacri, da Paolo VI e da Santa Romana Chiesa; le «storiche opposizioni», da quella virile di Trotskij, per quanto partita e necessariamente approdata alle più stomachevoli e anticomuniste conclusioni; a quella, che richiamandosi ai 21 punti di Mosca e ai principi dell’Internazionale, hanno inteso il comunismo rivoluzionario come un’associazione sociologica di tronconi e di gruppi purché sedicenti internazionalisti, perdendo la nozione di continuità organizzativa, teorica, programmatica e tattica, si trovano inevitabilmente a considerare il centralismo organico e la concezione del partito come integrazione anonima e centralizzata di forze estranee ad ogni individualismo e personalistico carisma, come un «lusso» teorico inaccettabile, reo di manomettere la «disciplina», da loro intesa come un caporalesco scimmiottamento di eserciti di soldatini di piombo allevati in vitro nel chiuso di artificiosi laboratori della rivoluzione, lontani dal contatto arduo ma reale con il proletariato, anche se in ginocchio, alla ricerca spasmodica di cugini o di parenti, o turbati nei sentimenti nel massacro del sangue e delle parentele perpetrato da 50 anni di controrivoluzione.

Di fronte a questa amara realtà non hanno un minimo di senso storico gli ukase lanciati contro ombre e fantasmi, compressioni ideologiche e richiami di sirena in direzione di pappagalli chiassosi o consanguinei, svilirizzati da una pratica più che semisecolare di matrimoni con affini, come è noto sterili e destinati a deformi concepimenti!

Al cospetto di tanta merda non valgono «depuratori» o filtraggi più o meno sofisticati: l’unico baluardo è la coerenza organizzativa, tattica e teorica capace di opporre una trincea di delimitazioni che solo la rivoluzione riuscirà a trasformare veramente in un salto di qualità in grado di dissipare i miasmi putrescenti e il cronico intasamento.

« Sacri confini »

Nel primo dopoguerra mondiale il fascismo seppe abilmente far leva sul sentimento patriottico della “vittoria mutilata” giocando sugli istinti nazionalistici capaci di mobilitare un vasto movimento interclassista contro le potenze plutocratiche ed i loro rappresentanti, i vari Clemenceau e Lloyd George; il proletariato, nonostante la formazione dell’Internazionale, succube ancora della “union sacrée” timidamente e ambiguamente contrastata dal grosso del PSI, non seppe organizzare un’opposizione rivoluzionaria al massiccio attacco congiunto di Stato borghese e squadre d’azione.

La mancata liberazione della classe operaia dall’influenza degli agenti della borghesia impedì il successo della rivoluzione comunista, mentre in Russia i bolscevichi in mancanza d’ossigeno, venivano sopraffatti dalle forze nazionali e dalla controrivoluzione alimentata dalle centrali dell’imperialismo.

Lo scivolamento inevitabile dell’attitudine nazionale dell’opportunismo veniva esaltato durante la seconda carneficina mondiale, il quale non fu in grado di portare a compimento la rivoluzione nazionale, non solo nei paesi “in via di sviluppo” ma neppure nel continente europeo, patria delle patrie nonostante il conclamato secondo risorgimento. Non solo ma in quest’ultima occasione la borghesia imperialistica aveva la soddisfazione di coinvolgere nella sua lotta proprio quelle forze che nella prima guerra mondiale avevano esitato nel dilemma “né aderire né sabotare”.

Che cosa in fin dei conti i protagonisti del “secondo risorgimento” hanno avuto a rimproverare al fascismo? Di non essere stato capace di tenere alto a sufficienza e con efficienza il valore della patria di aver portato la nazione alla rovina in una guerra… sbagliata! Come dire che se la vittoria avesse arriso alle potenze dell’Asse, il discorso sarebbe stato diverso.

Dopo trent’anni dalla fine – si fa per dire – del secondo conflitto, nello spirito… di patata bollente della Conferenza di Helsinki, anche l’Italia tra l’amarezza e il realismo dei rapporti internazionali, è giunta ad un accordo sui confini a proposito dell’amara polemica nella Zona A e B con la Jugoslavia. In mancanza di un fascismo vincente il postfascismo rotto a tutte le furbizie della “ragion di Stato”, dopo avere sparso lacrime, (vedi il discorso del Presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati) sull’Istria italiana, ed aver praticamente fatto riferimento alle colpe del fascismo scarsamente patriottico e nazionale, nello spirito della sconfitta… mutilata ha espresso le ragioni della distensione mondiale e della necessità di accomodamento giuridico di una situazione di fatto.

Noi, comunisti rivoluzionari, che non abbiamo versato una lacrima sulle disillusioni nazionali ed abbiamo indicato anzi nella ragnatela nazionale la mancata rivoluzione comunista negli anni ’20, non abbiamo oggi che da denunciare l’attitudine controrivoluzionaria ed anticomunista di tutte quelle formazioni politiche falsamente sinistre che in nome del secondo risorgimento si sono guadagnate l’aureola del patriottismo e della democrazia.

Già nel 1948 indicavamo che non potevano essere le acrobazie di Togliatti e di Tito, Stalin permettendo, a salvare Trieste. Semmai Trieste avrebbe dovuto e potuto, nel dramma del secondo conflitto mondiale, porsi come avamposto e congiunzione del movimento operaio, il solo capace di rompere con le false ricette del “territorio libero” ed altri marchingegni guerraioli e diplomatici.

Nello “spirito di Helsinki”, falsa e propagandistica montatura della campagna democratica e pacifista, mentre dietro macello imperialistico, la soluzione della polemica sui confini si manifesta come un ulteriore specchietto per le allodole per il movimento operaio e per la lotta di classe.

Essere sfruttati dalla patria italiana o dal “socialismo autogestito” cambia poco: rimane l’enorme cortina fumogena del rinfocolato nazionalismo trattato con spirito democratico e distensivo che trascina nel suo vischio sentimentalistico gran parte del proletariato illuso e confuso.

Nel momento in cui s’invita a partecipare all’amarezza per il sentimento nazionale turbato, noi non abbiamo che da ribadire più forte che nel 1948, “i proletari non hanno patria”.

A prova della coerenza del Partito Comunista su una questione come questa ripubblichiamo il resoconto scritto (già apparso nei numeri 16 – 20 del 1953 del Programma Comunista) di una riunione tenuta sullo stesso tema il 28-30 agosto 1953 a Trieste, quando ancora sembravano indecise le sorti del “territorialismo”, una delle tante mostruosità politiche ed economiche della “sistemazione” post-bellica dell’Europa e del mondo. Al solito, la sordida “attualità” non fornì al Partito che lo spunto per una tagliente ripresentazione di fondamentali e classiche tesi marxiste in antitesi diretta con le loro deformazioni e i loro travestimenti ad opera dell’opportunismo, venissero questi dalla controrivoluzione staliniana o da gruppi di falsa sinistra incapaci di valutare, collocandoli al loro giusto posto nella successione delle forme di produzione, fattori come appunto quelli di razza e nazione che, pur non appartenendo al patrimonio di obiettivi diretti della rivoluzione comunista, si collocano storicamente nella via che ad essa dialetticamente conduce, insieme avvicinandola e contrapponendola in un gioco che il marxismo seppe non ignorare mai, ed hanno in dati tempi e precise aree storiche la loro parola da dire nel quadro della strategia proletaria delle rivoluzioni doppie.

“La posizione dei comunisti marxisti circa l’attuale contesa per Trieste si fissa in questi capisaldi: fin dal 1911 era aperta la posizione del proletariato italiano contro le rivendicazioni di unità nazionale; nella guerra per Trieste e Trento del 1915 i socialisti italiani rifiutarono l’appoggio, e i gruppi che poi formarono a Livorno nel 1921 il Partito Comunista sostennero il sabotaggio della guerra nazionale; dopo il 1918 il proletariato giuliano delle due razze e lingue fu compatto col socialismo rivoluzionario e col Partito di Livorno; il proletariato comunista deve spregiare con la stessa decisione la politica nazionale dei governi di Roma e di Belgrado, e più ancora quella inverosimilmente barattiera dei Cominformisti.

Per una strana coincidenza questa riunione si svolge mentre improvvisi eventi portano Trieste sulla prima scena della politica internazionale. Che cosa dicono i comunisti per l’affare triestino?

Il Partito comunista d’Italia costituito a Livorno nel 1921 rivendicava in pieno la più recisa opposizione alla guerra che liberò Trieste e i territori giuliani e tridentini, in quanto esso derivava dai gruppi che, non paghi della negazione alla unione sacra di guerra e del “non aderire né sabotare”, sostennero il deciso disfattismo leninista, chiedendo nel maggio 1915 lo sciopero generale senza termine contro la mobilitazione, e spingendo il vecchio Partito all’azione in tutto il corso della guerra e nel periodo del rovescio di Caporetto.

Non avevano dunque voluto Trieste. Ma Trieste proletaria e rivoluzionaria fu nostra e al Partito Comunista vennero la maggioranza delle sezioni politiche, i sindacati, le cooperative, di lingua italiana o slovena poco importava, e il glorioso Lavoratore, che usciva nelle due lingue colle versioni degli stessi articoli di teoria, di propaganda e di agitazione politica e organizzativa.

E nelle file comuniste Trieste rossa fu prima nella lotta contro il fascismo, che si impose solo grazie alla scesa in campo dei carabinieri tricolori. Nulla ciò ha di comune col contegno dei cosiddetti odierni comunisti italiani, che ieri avrebbero sostenuto che Trieste passasse a Tito poiché così entrava in una patria socialista, oggi ostentano smaccato nazionalismo e chiamano Tito per antonomasia il “boia”.

La rivalità tra lo Stato di Belgrado e quello di Roma nell’agone ributtante della diplomazia mondiale, come la rivalità tra i partiti italiani, a proposito delle soluzioni per Trieste, si avvolge nelle più rancide formule nazionaliste in cui i più sguaiati a fare uso di sofismi etnici, linguistici e storici non sono i borghesi autentici, ma i “marxisti” Tito e Togliatti. Non ci preoccupa, di solito, e non solo per la scarsa forza numerica, la domanda: praticamente, che sostenete, che proponete? Ma a questi marxisti del concretismo e della politica positiva, regaleremo una formula a cui non hanno pensato.

Il problema della doppia nazionalità e della doppia lingua è indecifrabile, e non se ne esce facendo ai veneti e agli sloveni discorsi inglesi o croati. In sostanza la situazione è che nelle città, borghesemente organizzate prevalgono i latini, gli slavi invece nei villaggi sparsi all’interno delle campagne e specie lungi dalla costa.

Italiani i commercianti, gli industriali, gli operai, i professionisti; slavi i proprietari di terra e i contadini.

Una differenza sociale che si presenta come differenza nazionale, e che sparirebbe se gli operai fregassero gli industriali, i contadini cacciassero i proprietari, ma non può sparire tracciando comunque linee di frontiera.

Nella Costituzione dell’URSS, signori delle Botteghe Oscure, una volta copiata in quella della Repubblica Popolare Jugoslava, signori marxisti di Belgrado, la base dell’alleanza tra operai e contadini era la formula: un rappresentante per cento operai, uno per mille contadini.

Fate il plebiscito che tanto vi esalta (la formula l’avete presa da Mussolini, vostro comune nemico) colla norma che il voto dell’abitante delle città e cittadine (oltre, ad esempio, diecimila abitanti) vale dieci, quello dell’abitante del villaggio e della campagna vale uno. Allora potete estendere la democratica consultazione a tutta l’area tra la frontiera 1866 e quella 1918: mettete dentro Gorizia, metteteci Pola, Fiume e Zara.

Ma, da una parte e dall’altra, sporca democrazia borghese ne hanno tanta ingurgitata che si piegano al sacro dogma di cui la classe ricca sghignazza, che ovunque e dovunque il voto dell’unità-persona ha lo stesso calibrato peso!

Chissà che con un’aritmetica come quella che suggeriamo noi, la maggioranza non venga fuori per la tesi: andate all’inferno entrambi!

Nel senso dello sviluppo storico delle forze produttive sociali, Trieste è un nodo di convergenza di fattori economici che si estendono molto oltre le frontiere degli Stati in contesa, e un nodo della perfetta attrezzatura moderna industriale e di comunicazione; qualunque esso sia, ogni taglio alle spalle agisce in senso contrario all’estensione degli scambi che è la sottostruttura del grande moto, chiuso col secolo XIX, per la formazione di unità nazionali. Nel cuore del secolo XX non può esservi per Trieste che avvenire internazionale, che non può trovare utilmente in compromessi politici e mercantili delle forze borghesi, ma solo nella rivoluzione comunista europea, di cui i lavoratori di Trieste e del suo territorio dovranno ridiventare uno dei reparti d’assalto”.

Ecco un esempio di coerenza e perfetta “concretezza” storica del vero Partito Comunista, nel momento in cui l’orrida questione di Trieste viene composta nel gioco dell’asservimento degli interessi delle grandi potenze nella scacchiera europea sempre più inquieta, in nome della distensione e della carta di Helsinki, nell’illusione di esorcizzare definitivamente le possibilità rivoluzionarie della classe operaia.

Le cerniere tanto abilmente preparate dall’imperialismo occidentale e orientale in gara salteranno. È la nostra certezza!