Morto un papa se ne farà un altro
Neanche i più spietati massacratori sono eterni: è inevitabile che, oggi che scriviamo o in seguito, la falce della morte colpisca lo sterminatore della vecchia guardia bolscevica e del movimento rivoluzionario internazionale. Ma, se lo sterminio degli uomini della rivoluzione di Ottobre e la dispersione delle forze organizzate del proletariato mondiale – cioè quelli che saranno, per la borghesia di tutto il mondo, i titoli storici di Stalin morto – segnarono la risultante dell’epica lotta fra rivoluzione e controrivoluzione, tra le forze proletarie lanciate alla distruzione del regime capitalista e quelle mobilitate alla sua difesa, la scomparsa di Stalin – avvenuta o da avvenire – non è che un accidente nel corso della controrivoluzione, non annuncia l’insorgere delle forze della rivoluzione comunista, non muta nemmeno in superficie il corso storico in atto. Morto Stalin, se ne farà un altro.
Sgombriamo il terreno dal culto (in senso negativo o positivo) della personalità, del capo, del dittatore. Stalin non è stato l’artefice ma l’espressione e lo strumento della controrivoluzione internazionale. La sua durezza spietata è la durezza di una classe che, colpita al cuore dalla rivoluzione d’Ottobre, lotta per sopravvivere e sgominare l’avversario. Il sangue che cola dalle sue mani è il sangue di una lotta di classe che, sull’arena di tutto il mondo, opponeva – ed oppone – classe dominante a classe dominata: più che a Mosca e nel Cremlino, l’origine di quel sangue va cercata nelle centrali mondiali del capitalismo, là dove si è fatto tanto strepito – e ancor più se ne farà in avvenire – sulla «crudeltà mongolica» del dittatore.
Stalin è l’uomo duro che l’ondata di riflusso della rivoluzione mondiale ha sospinto al vertice della controrivoluzione russa. Come sarebbe rimasto nell’ombra se le forze rivoluzionarie avessero trionfato, così è passato apparentemente in primo piano dal momento che la reazione capitalistica, sferrata su tutti i settori del mondo, poté riprendere il controllo di una situazione che pareva irrimediabilmente compromessa. Non sono le figure, i personaggi, che contano: sono le forze storiche, non circoscritte né ad uomini né a gruppi né a nazioni, che li portano, li sostengono, e li manovrano. La controrivoluzione poteva vincere solo conquistando il vertice dello stesso partito rivoluzionario, corrompendolo con l’opportunismo prima, col tradimento aperto poi: Stalin fu l’uomo di questa situazione. Battute su scala internazionale e nazionale le forze rivoluzionarie, era data via libera alla piena trasformazione capitalistica della Russia: di questa trasformazione Stalin fu il portato e lo strumento, ancora una volta. E, poiché la trasformazione capitalistica non solo dell’enorme territorio russo-europeo, ma dell’Eurasia, era possibile, al livello raggiunto dalla tecnica, solo centralmente, sotto l’egida dello Stato, Stalin fu l’uomo dei piani quinquennali, del Moloch statale, della centralizzazione spietata, dell’industrializzazione spinta a ritmo folle. Fu, perciò anche, l’uomo dell’imperialismo e della guerra – l’altra faccia della controrivoluzione e dell’espansione capitalistica.
Egli ha dato il nome, ma solo il nome, a questo processo anonimo, irresistibile e, a tutt’oggi, inarrestabile. Non lui dominava la Russia, non lui il movimento internazionale che porta il suo nome. La classe operaia giace sotto il peso della più spaventosa sconfitta della sua storia secolare: la scomparsa di Stalin non cambia nulla alla stabilità del regime internazionale del capitalismo. Lasciamo i pennivendoli borghesi strologare sulle lotte interne e di fazione che potranno scoppiare alla sua morte: se queste scoppieranno, non saranno ancora una volta duelli fra primi attori, ma tra forze sociali vive nell’ambito della stessa classe dominante, come fra tutte le classi dominanti di tutto il mondo.
Solo la ripresa rivoluzionaria del proletariato può cambiare il corso di una storia che è di sangue e di lacrime perché è storia del capitalismo.
Tutti concordi per rafforzare lo Stato
La Camera ha approvato, il 25 febbraio, l’assegnazione di cinque miliardi di lire, somma ripartita in cinque esercizi successivi, per il rinnovamento del materiale automobilistico e dei natanti della Pubblica Sicurezza. Il Ministro Scelba, prendendo la parola a conclusione della brevissima discussione in aula, spargeva lacrime sullo stato di arretratezza dei mezzi a disposizione della P.S., facendo rilevare che si tratta di materiale antiquato, prelevato dai magazzini di residuati di guerra. Povero Scelba, poveri celerini costretti a circolare per le strade con autoblinde e carri armati vecchi di qualche quinquennio! A noi tali mezzi sono parsi, pure «vecchi e scalcinati», ben temibili con quei loro cannoni spuntanti dalle torrette e con quelle mitragliere ben capaci di abbattere con una sola raffica, non dico un uomo, ma una quercia secolare! La buon’anima di Bocchini, ministro della polizia di Mussolini, non se lo sognava neppure, se si contentava di armare gendarmi e questurini con moschetti calibro 38 e pistole Beretta. Eppure, il governo democratico di De Gasperi si è ritenuto mal difeso dall’odierno armamentario della P.S….
Poiché, almeno in questa materia, non occorre aver letto Marx e Lenin, per sapere contro chi sono puntate le armi della polizia, dato che proprio qualche giorno prima del voto della Camera, Celere e Carabinieri avevano caricato la folla ai cancelli dell’Ilva di Piombino, suscitando lo sdegno (a parole) dell’Unità, si sarebbe potuto pensare che gli onorevoli della sinistra socialcomunista cogliessero l’occasione per dimostrare nell’aula di Montecitorio (pretesa «tribuna di propaganda»), l’avversione che ogni movimento che pretende di essere proletario e socialista deve nutrire per la polizia capitalista. Neanche per sogno. Allorché si è trattato di battersi contro la legge elettorale voluta dal governo democristiano, gli onorevoli mangiapagnotte della sinistra socialcomunista sono stati capaci di ogni eroismo, persino di nutrirsi di panini imbottiti, salvo a fregarsi poi il gettone di presenza di 150.000 lire. Allora i sacrifici avevano un senso, dato che si trattava di difendere la poltrona. Allorché è venuta in discussione la proposta di stanziamento di 5 miliardi per il parco automobilistico della P.S., che dovranno servire cioè a modernizzare le camionette destinate a mettere sotto le folle di operai dimostranti, nessuno dei leggendari lottatori del gruppo parlamentare socialcomunista, neppure Pajetta e neppure Audisio, hanno creduto di scendere sul campo. Eppure, la stessa polizia che Scelba si accinge a modernizzare fece fuori gli operai di Modena e i contadini di Andria, Montescaglioso, Villa Literno, i cui poveri parenti gli svergognati organizzatori di indecenze del P.C.I. condussero nelle tribune di Montecitorio a protestare contro la legge-truffa. Eppure la stessa polizia che aspetta nuove autoblinde e jeeps ammaccò la testa all’on. Ingrao, direttore dell’Unità.
Ebbene, la cosiddetta opposizione socialcomunista non ha né condotto l’ostruzionismo contro l’approvazione dello stanziamento per la polizia, né respinto, in linea di principio, il progetto di legge. Solo si limitava a proporre una riduzione dello stanziamento: ai 5 miliardi voluti dal governo, consigliava di portarne via due. Secondo l’Unità (26-2) 3 miliardi di lire per il potenziamento della polizia sono una spesa contenuta in un «limite ragionevole». Che innalzino Stalin al rango di un semidio passi, che facciano passare il canale Volga-Don per la più ardua opera dell’ingegneria della storia passi pure. Ma non abbiano la faccia da prostitute di andare a contare che lo stanziamento per la polizia serve agli interessi della democrazia fino alla quota di tre miliardi, andando a favore della «reazione in agguato» solo dopo tale fatidica cifra. Poi si lamentano che la Democrazia Cristiana, cioè il partito di governo, abdichi alla linea democratica (già perché fino a quando sono stati al governo gli stalinisti hanno garantito presso le masse del «progressivismo» di De Gasperi) e imbocchi la via dell’autoritarismo. Ma se loro stessi si offrono di rafforzare la polizia!… Pare un controsenso: ma non lo è. Chi si mette al servizio della Patria e dell’indipendenza nazionale non può che osannare alla polizia e all’esercito nazionale. E poi, a giugno si vota… Anche i voti dei confidenti e dei secondini contano. Poveri noi, che tali astuzie dell’elettoralismo non ce le sognamo neppure…
Calendario
A mali estremi…
Leggiamo in un giornale triestino che il sindaco, esaminando i problemi della disoccupazione, ha dichiarato che questi potrebbero essere risolti con l’introduzione del servizio militare obbligatorio. Evidentemente, la possibilità di arruolarsi come volontari non è sfruttata dai giovani triestini quanto basterebbe a ridurre il numero dei senza lavoro…
Non si capisce, tuttavia, perché il sindaco di Trieste non abbia addirittura proposto, come rimedio radicale, la guerra, – questo supremo lubrificante dell’economia capitalistica, questo mezzo infallibile di riassorbimento dei disoccupati. C’è una lacuna, nella cultura del sindaco di Trieste in fatto di problemi della disoccupazione. Ci penserà qualche altro a colmarla.
Tangeri
Un corrispondente del Corriere della Sera riporta da Tangeri che, al tempo del ponte di Berlino e allo scoppio della guerra in Corea, 5 o 6 miliardi di lire italiane sono emigrate in quel paradiso dove non esistono imposte. Vanoni può tassare i poveracci; i grossi capitali sono in vacanza – e al riparo dal fisco – a Tangeri (a titolo di consolazione, il corrispondente annuncia che quei miliardi hanno tuttavia permesso all’Italia di riconquistare la posizione diplomatica perduta nella città internazionale. «Posizione internazionale», appunto a protezione dei capitali evasi…).
Mirabolante virtù della guerra in Corea. A una parte dei capitali ha consentito di realizzare in patria profitti altrimenti esclusi; all’altra parte di non pagare imposte e di investirsi all’estero. E poi dicono ch’era una guerra inutile…
Moralizzare?
A proposito dei recenti tragici episodi di smarrimento mentale della gioventù, la classe dominante ha avuto una duplice reazione: da un lato, quella di cercarne le cause, per quanto riguarda gli studenti (i casi di «delinquenza minorile» verificatisi nell’ambito di ceti sociali più bassi non meritano così delicate analisi), in fattori periferici e secondari (eccesso e carattere stakhanovista dei programmi scolastici); dall’altro, indicarne il rimedio – fuori il petto, giù il cappello – in un’opera di… moralizzazione.
Ma chi moralizzerà i moralizzatori? La classe dominante ha fatto nascere i giovani d’oggi negli orrori e nelle tragedie della seconda guerra mondiale, li ha fatti crescere nell’angoscia e nelle miserie del periodo post-bellico, e li fa vivere da qualche anno in un’avvelenata atmosfera di guerra fredda. C’è quanto basta per spiegare smarrimenti, follie, delitti, tanto più se si considera che a tutti questi orrori la classe dominante ha attribuito e attribuisce un carattere nobile ed eroico. Moralizzare? Insegnare il «rispetto della personalità umana»? I «delinquenti minorili» hanno il diritto di rispondere alla classe dominante: «se qualcosa abbiamo imparato da te, è che la personalità umana non si rispetta; la si schiaccia, la si insozza, la si uccide; anzi, non esiste».
Se una voce si leva da questi tragici, disorientanti episodi, essa è una terribile voce di condanna della società borghese, questa cloaca di brutalità scatenata e di cinismo, orpellata di moralità e di idealismo. Non sarà necessario «moralizzare» gli uomini che si saranno scrollati di dosso la serra calda di tutte le infamie ch’è il mondo borghese, e i loro figli.
Piombino
In un silenzio quasi generale, Piombino continua ad essere teatro di lotte e agitazioni violente. Sciopero di 48 ore il 19 febbraio, scontri fra dimostranti e polizia il 21, con feriti e contusi, arresto il 22 degli otto operai licenziati, arresti ancora nei giorni successivi. La catena continua.
È evidente che la situazione del grande centro siderurgico non può risolversi localmente, perché è legata a tutto il problema della siderurgia italiana e, di là da questo, al problema della politica economica della classe dominante. Ora la C.G.I.L. non può né portare la lotta sul piano nazionale né impostarla su un piano di classe e di rivendicazioni socialiste: se lo facesse, romperebbe il blocco locale “di tutti gli strati cittadini” e rinuncerebbe (e non può rinunciarvi) alla sua politica generale di unione nazionale, di difesa della “nostra” industria e di legalità democratica.
Cosi, l’agitazione (e i licenziamenti su vasta scala che l’hanno determinata) è condannata ad esaurirsi: può darsi che decida il governo ad intervenire con sussidi alle industrie deficitarie e con commesse. Può darsi che, cosi agendo, una parte dei licenziati sia riassorbita; ma il problema rimarrà aperto, e l’esito collimerà con gli interessi della grande industria, non con quelli degli operai.
Le forze di repressione possono, intanto, scorazzare liberamente…
Anche su Nitti piangono!
Per il movimento operaio – ma non per la memoria di quelli che pretendono di rappresentarlo – Francesco Saverio Nitti è il 1919; è la Guardia Regia – una milizia fascista avanti lettera scatenata contro la classe operaia in movimento – ed è l’abolizione del prezzo politico del pane; è insomma il potere organizzato dello Stato borghese contro il quale mosse le sue battaglie, accanite anche se sfortunate, il proletariato italiano.
Per lo stalinismo – e basterebbe questa opposta interpretazione per caratterizzare l’abisso che lo separa dal corso storico del movimento operaio – è l’insigne statista, l’uomo che sentì le «esigenze popolari», l’avversario dell’imperialismo e della guerra (infatti, era stato ministro delle Finanze nel gabinetto di guerra 1917 e lanciatore del prestito di solidarietà nazionale…). L’Unità se la cava, parlando del 1919 nittiano, attribuendo all’«illustre figlio della Patria» la visione di «una politica interna di rafforzamento dello Stato, senza tuttavia avvertire che una tale politica non poteva aver successo senza il concorso del movimento operaio». Bravi chierichetti: il movimento operaio nel 1919 si volgeva, seppur disordinatamente, al rovesciamento dello Stato; non era ancor venuto Togliatti ad insegnargli che alla creazione del socialismo si lavora… aiutando lo Stato borghese a rafforzarsi. «La politica di Nitti fu certo in questo periodo una politica dura nei confronti del movimento operaio, ma non fu una politica diretta allo schiacciamento delle forze popolari»; proprio così, egregio direttore ex-fascista de l’Unità, tra le «forze popolari» (cioè aggregato di classi) e «movimento operaio» (cioè moto di classe contro classe) c’è rottura, si difendono le prime trattando «duramente» il secondo, e il togliattismo è con Nitti per le prime e con Nitti contro il secondo.
Ma Nitti fu, per acuto calcolo da conservatore democratico, contro l’intervento in Georgia e contro l’impresa di Fiume (solo perché, se avesse sprecato forze militari in avventure esterne, non ne avrebbe avute abbastanza per impallinare all’interno gli operai) e, dopo il 1945, partito dal filo-qualunquismo, è finito nel filo-togliattismo: per gli stalinisti è dunque con le carte in regola. Dalla Guardia Regia all’anticamera delle Botteghe Oscure: non neghiamo a F. S. Nitti un’assoluta coerenza!
Oradour e dintorni
Il processo di Bordeaux contro i massacratori di Oradour si è concluso nel modo che meglio illumina la giustizia borghese
Sono stati condannati gli esecutori materiali tedeschi (due soli dei quali, d’altronde, presenti nell’aula) nel momento stesso in cui generali e uomini politici di primo piano – i mandanti, se vogliamo usare i termini in uso – lasciano il carcere o, neppur condannati, servono la causa di questo e quel vincitore del secondo conflitto mondiale; i francesi correi del massacro, condannati a pene detentive, sono stati graziati, essendo inconcepibile che la stessa legge valga per gli abitanti delle due rive opposte del Reno.
Così, nella pace, l’indegna commedia delle ideologie di guerra continua.
Il "marxismo" di Tito
Chi ha tradito il marxismo ha l’invincibile bisogno, per giustificare se stesso di fronte alle masse alle quali spreme sangue e sudore nella costruzione di una galera capitalista verniciata di «socialismo», di appellarsi ai testi fondamentali di Marx. Abbiamo visto Stalin, recentemente (e l’abbiamo lungamente commentato), riedificare a proprio uso e consumo il marxismo per dimostrare come in Russia si costruisca un’economia socialista a base di… merce, salario e moneta. Oggi – e, come nel caso di Stalin, non da oggi – vediamo fare lo stesso dai dirigenti jugoslavi.
Al Congresso del Fronte popolare jugoslavo, Kardelj, in un discorso di tre ore, ha «spiegato» le ragioni per cui, dopo aver tentato la «collettivizzazione» della agricoltura, il regime titino ha deciso di smantellare le fattorie collettive e di restituire ai contadini libertà di movimento e di mercato, affidando alla «pressione delle forze economiche» il loro collegamento in unità cooperative prima e, quando vorrà il buon Dio, in unità collettive. È, insomma, un ritorno all’economia della piccola unità coltivatrice, una specie di N.E.P. jugoslava. Ma la N.E.P. russa era, all’origine e nella precisa determinazione dei suoi promotori, saldata a uno sforzo rivoluzionario su tutti i settori internazionali della lotta di classe: la N.E.P. jugoslava è la voce del… fronte popolare all’interno, e dell’alleanza col blocco occidentale all’esterno. La si potrebbe dire una seconda controprova dell’impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, – se mai, per avventura, il titismo avesse anche solo cercato, negli anni scorsi, di costruire socialismo. Per i dirigenti jugoslavi no: è una prova, al contrario, che si marcia avanti, verso una società socialista. Essi non si giustificano con l’esistenza di condizioni obiettive avverse: no, pretendono di agire come agiscono per non macchiare la purezza della teoria.
Il ragionamento addotto a giustificazione è il seguente: il marxismo non affida le grandi trasformazioni sociali alle imposizioni della forza ma alle leggi economiche; il socialismo è la teoria della piena espansione della libertà. La collettivizzazione forzata rappresenta, dunque, una violenza esercitata non solo sui contadini, ma… sulla teoria marxista. Di più, essa rientra in quel metodo «burocratico» di edificazione politica e sociale in cui il titismo individua uno dei caratteri degenerativi dello stalinismo, e il regime jugoslavo, come ha deciso che ogni azienda industriale sia «data ai suoi operai», i quali in tal modo sono spinti, rispetto agli operai delle altre aziende, a muoversi in un gioco di reciproca concorrenza (emulazione, direbbe Stalin), così decide ora che i contadini riabbiano la loro piccola unità produttiva. Il marxismo, insomma, è per Tito e Kardelj un’edizione quintessenziale… del liberalismo puro.
C’è bisogno di una demolizione critica di questa versione ad usum delphini? Il socialismo non è, sul piano industriale, un sistema di unità produttive indipendenti; è – all’opposto – la negazione dei limiti aziendali della produzione capitalistica. Sul piano agricolo, è ben vero che la collettivizzazione, forzata all’origine, è legata nei suoi sviluppi alla pressione (d’altronde anche essa coattiva: la «libertà» non c’entra, dove si fa leva sulle leggi economiche) dell’organizzazione socialista della produzione industriale, alla graduale scomparsa del mercato, e agli sviluppi internazionali della rivoluzione proletaria. Ora questi fattori non solo non esistono ma sono negati nella società jugoslava; l’evoluzione titista è nel senso, non del socialismo, ma della «libertà occidentale» nel quadro di un capitalismo sempre più aggrappato agli strumenti di controllo dello Stato.
Del che, in verità, non ci occorreva conferma.
In Asia, capitalismo importasi
In Occidente, la seconda guerra mondiale, seppure doveva operare giganteschi rivolgimenti nel meccanismo produttivo, provocando salti anche nel senso quantitativo anche se limitatamente a certi settori, nulla apportava di « nuovo ». Con ciò non s’intende sottoscrivere la falsa tesi di coloro che pretendono di dimostrare che la fine del capitalismo giungerebbe al termine di un’immaginaria curva discendente della produzione. In realtà, la produzione globale del mondo capitalista segna, salvo casi isolati, un continuo aumento e il potere di acquisto dei salari, salvo casi isolati, si eleva. Ciò nonostante, non sono eliminate le cause del decadimento e del marasma senile della fortezza capitalistica America-Europa. Ciò perché la crisi reale del capitalismo sorge necessariamente dalla contraddizione fra il carattere sociale sempre estendentesi della produzione e le forme mercantili e monetarie in cui essa è costretta. Prova ne sia il cronico conflitto dei mai sopiti nazionalismi sgorgante appunto dallo squilibrio incancellabile tra la potenzialità produttiva del super-industrializzato Occidente e le capacità di assorbimento dei mercati mondiali. La seconda guerra mondiale ha finito di invecchiare ed intossicare questo settore vitale del capitalismo in quanto ne ha aggravato le cause di squilibrio. Un esempio: la decadenza dell’Inghilterra sul piano economico e sociale.
Nemmeno nell’area Russia-satelliti il secondo conflitto doveva portare il « nuovo ». Avendo liquidato completamente, già prima del conflitto, ogni residuo politico e sociale della dittatura del proletariato instaurato dalla rivoluzione di Ottobre, il governo russo ha continuato a marciare sulla linea dei piani quinquennali di industrializzazione guadagnando alla produzione e agli ordinamenti sociali del capitalismo ormai tutta l’area europea, e nel continente asiatico vigorosamente conduce la « colonizzazione » capitalista, bruciando le tappe.
Ma se il capitalismo è vecchio e decrepito nel settore euro-americano, e ancora dominatore e tiranno solo per l’impotenza del proletariato; se appare pienamente maturo e capace di proliferazione nel blocco Russia-satelliti; in Asia, esso va ancora nascendo e dove è già cresciuto la sua età non va oltre l’adolescenza. A provarlo questa volta non siano chiamati a testimoniare i dati sulla industrializzazione o sul commercio o sulla concentrazione dei mezzi di produzione. Valga un argomento urbanistico: il sorgere delle grandi città di tipo borghese.
Una grande città moderna sta sorgendo nel Punjab, a circa cinque miglia dalla rotabile Delhi-Kalka. All’epoca della spartizione dell’ex impero indiano nei due dominions del Pakistan e dell’Hindustan, una larga parte della regione del Punjab fu assegnata al Pakistan, che si annette anche la capitale amministrativa, Lahore. Di conseguenza il governo dell’India si trovò nella necessità di dare al Punjab una sede di capoluogo, ma, anziché adattare allo scopo un centro abitato già esistente, decise di costruire una nuova città.
Ma che Chandigarh (tale sarà il nome della costruenda città) alloggerà in sé una società genuinamente borghese è matematicamente sicuro, giacché a stendere il progetto sono stati chiamati diversi architetti, con a capo Le Corbusier. Non c’è modo di equivocare: come non si può dubitare degli obiettivi dei progetti in materia economico-finanziaria di un governo che chiami presso di sé il banchiere Schacht per illuminarsi della sua sapienza capitalistica, altrettanto non ci si può ingannare sul conto di un altro governo che affidi i progetti di una città a Le Corbusier. D’accordo, i nomi e le persone sono segni convenzionali. Ma è indubitabile che dicendo il nome del famoso architetto, incensato specialmente dai sinistri, si vuol dire, dio ne scampi, « architettura di avanguardia ».
Su questo giornale (n. 1), nel Filo del Tempo « Spazio contro cemento », veniva espressa la posizione del marxismo rivoluzionario nei riguardi dell’urbanistica borghese e delle sue aberrazioni patologiche della fase imperialista. Già, perché il marxismo non risparmia, anzi attacca ferocemente, l’ultima trincea dell’interclassismo che rimane quando altre non meno formidabili sono state espugnate, e cioè il pregiudizio controrivoluzionario secondo cui il socialismo avrà in comune col capitalismo le città tentacolari, le città alveari, nelle quali una umanità oppressa e tormentata dalle sue stesse enormi costruzioni, prive d’aria, di luce, di spazio, vive come aringhe in barile: « Sappiamo che l’origine di questo ammassamento sta quasi del tutto nei portati dell’epoca capitalistica, bastando ai regimi precapitalistici poche e non immense capitali dominanti miriadi di villaggi urbani. (Ci sia concesso di fornire qualche dato in proposito: alla fine del ‘700, cioè al declino del feudalesimo, Parigi, la maggiore delle grandi città continentali europee, contava meno di 600.000 abitanti, che oggi assommano a circa 3 milioni). Ma il capitalismo non vuole ancora fermarsi, e come tutti gli altri suoi fenomeni, non lo può. E questo processo importantissimo lo definisce. Sono infatti le misure quantitative che contano, non le etichette qualitative politiche e propagandistiche. Tutto quanto riduce all’uomo lo spazio è capitalismo ».
Il « Filo » riportava qualche esempio delle manicomiali invenzioni dell’urbanistica odierna, fervidamente esaltate da destri e sinistri della politica ufficiale, soffermandosi sulla dottrina del « verticalismo », cioè dell’espansione delle costruzioni edili nel senso dell’altezza. Ultima novità, il progetto proposto da Le Corbusier, di un edificio poggiante su 36 pilastri nudi, sotto i quali non essendovi muri e pareti, passano la strada e un cosiddetto giardino. Avremo dunque le città senza cielo?! Il sole e l’ossigeno che le moltitudini di oppressi viventi negli ergastoli delle moderne città possono ancora godersi, uscendo dai sepolcri delle case minime nelle vie e nelle piazze, ci saranno pure essi tolti, se il Capitale avrà ancora tanta vita da permettere ad ingegneri e architetti « moderni » di edificare le loro mostruose colombaie! La giustificazione corrente degli incubi verticalisti, del grattacielismo cafone, che da New York si tende a portare, via Mosca, nelle regioni dell’Asia, si appella alla scarsezza di spazio, come del resto si giustifica la miseria e la denutrizione con le imposture malthusiane della scarsezza di terreno coltivabile. È vero, invece, il contrario, e cioè che il folle addensamento della popolazione, con tutto il triste strascico di costrizioni fisiche e mentali, costituisce un’esigenza obiettiva dell’economia capitalistica, e quindi è indissolubilmente legato alla dominazione di classe.
Essendo costituito il profitto capitalistico dalla differenza tra il prezzo di vendita delle merci e il costo di produzione, il capitale deve lottare continuamente per abbassare i costi di produzione. E oggi lo ottiene non già riducendo i salari, i quali storicamente segnano un continuo aumento quanto a potere di acquisto, ma premendo sulle spese di capitale costante, cioè sulle spese per acquistare materie prime, macchinari, edifici, vie di comunicazione, e, ciò che più importa qui, case di abitazione, sedi di uffici, di laboratori, ecc. Contingentare ferocemente lo spazio significa per il capitalismo far economia nel settore del capitale costante.
Chandigarh, la città che il governo indiano ha commesso a Le Corbusier, sarà rigorosamente soggetta alle esigenze economiche e alla aberrante tecnica edilizia del capitalismo. Conterrà da 150 a 300.000 abitanti. Eccettuato il blocco degli edifici governativi, la cui costruzione sarà finanziata dalle casse statali, per il rimanente complesso edile è previsto un sistema di autofinanziamento: il ricavato della vendita di un edificio sarà utilizzato a finanziare l’erezione del successivo. Hanno persino escogitato, borghesi nati ieri a Nuova Delhi, una specie di piano Fanfani ad hoc. La pianta della città è rigorosamente geometrica, secondo lo stile che ha reso meritatamente famosi (per noi sono famigerati) i progetti di Le Corbusier. Essa è divisa in una ventina di quartieri rettangolari (poi calunniano il marxismo dicendo che rivendica l’avvento di un mondo grigio e monotono!) di 800 per 1200 metri di lato, separati da larghe arterie. Fortunatamente, per i futuri abitanti di Chandigarh, il geniale architetto ha deciso di lasciare scoperte le strade e i giardini, di non scavarli sotto giganteschi edifici poggianti su pilastri. Però, lo spazio verde sarà « equamente » ripartito: un parco pubblico per i nullatenenti, giardini privati per le case signorili. Evidentemente, i borghesi, essendo statisticamente pochi, non aggravano la « scarsezza dello spazio » attribuendosene larghe fette! Naturalmente, la zona industriale verrà avaramente cucita alla città, come è avvenuto per Londra che soffoca nel nebbione delle sue fabbriche. Ciò mira, si capisce, a ridurre le spese per la costruzione di vie di comunicazione e di mezzi di trasporto, necessari a condurre i lavoratori nelle fabbriche. Non c’è dubbio, Chandigarh sarà una città borghese con le carte in regola.
Alla Riunione del nostro movimento del 27-28 dicembre 1952, tracciando il programma economico immediato da attuarsi dopo la conquista rivoluzionaria del potere e l’instaurazione della dittatura operaia, il relatore ribadì la posizione comunista di fronte al problema delle abitazioni, già chiarita nel Filo citato e nel successivo « Crosta terrestre e specie umana » (n. 2). Il governo operaio rivoluzionario, come misura immediata, procederà all’espulsione degli attuali occupanti dalle abitazioni borghesi, dalle sedi degli uffici, associazioni, ecc. che stanno in media nel rapporto di 3 a 1 con le case operaie. Ma successivamente non ingrandirà maggiormente le città, spezzando spietatamente il corso delle leggi e della tecnica capitalistica in materia urbanistica. Liberando la produzione sociale del carattere parassitario proprio del capitalismo, che costringe a sperperare somme enormi di forza di lavoro nella fabbricazione di un ammasso di prodotti destinati solo a scopi di affarismo, il proletariato, organizzato in classe dominante, potrà iniziare il gigantesco piano di abolizione delle città mostro, sedi di una umanità malata nel corpo e nella mente, che il capitalismo perpetua. Sarà un ritorno alla natura, al verde, allo spazio, dato che i ritrovati della tecnica (radio, televisione, ecc.) hanno abolito le separazioni millenarie tra città e campagna. Ma si tratta sotto il capitalismo di una abolizione potenziale. Solo la rivoluzione antiborghese permetterà di utilizzare questi formidabili mezzi sovversivi in vista della utilità sociale, rendendo possibile l’aspirazione millenaria ad una sede umana che sia « città » e nello stesso tempo « campagna ».
Quinto: libertà di contagiare
Nella provincia di Cosenza c’è la lebbra. Da sola, la notizia, non certo recente dato che fin dalla scorsa estate la stampa italiana aveva scritto della presenza di quindici casi di lebbra a Longobucco, basta ad agghiacciare il sangue. La lebbra, il terribile morbo provocato dal bacillo di Hansen, che apre spaventose piaghe sulla pelle umana, è un male contagioso, quanto altri mai subdolo, dato che i sintomi dell’infezione possono manifestarsi anche dopo decenni dall’avvenuto contagio. Basta un contatto fisico anche accidentale, quando le piaghe sono virulenti, per trasmettere a persone sane la malattia maledetta, cui la scienza finora non ha potuto opporre una terapeutica sicura.
Nella sua relazione al XXVIII Congresso Nazionale di Dermatologia e Sifilografia a Torino, il professor Pasquale Filadoro diceva che Cosenza è la provincia italiana che detiene il primato della lebbra con oltre 40 casi circoscritti in 9 comuni, i seguenti:
1) Caloveto: 3 ammalati, di cui uno, Paolo Labonia con 6 figli, vive in paese; 2) Cariati: 6 lebbrosi, di cui 2 liberi di circolare. Giuseppina Graziano e la figlia Franceschina che è sposata e ha un bimbo, Antonio; 3) 4) e 5): Bocchigliero, Mandatoriccio e Rossano Calabro: in questi tre paesi vi sono 7 casi, tutti però ricoverati; 6) Malvito: 1 ammalato, Santo Paletta, con un figlio; 7) Spezzano Albanese: 11 casi, di cui 4 in paese. I loro nomi: Ferdinando Gullo con 4 figli, Carmela Fusano sposata, Maria Prato maritata con 2 figli, Rosina Nociti nubile; 8) Crosia: nella frazione di Mirto v’è un’ammalata, Elisabetta Cariati nubile; 9) Longobucco: 14 ammalati di cui 4 vivono nel paese, e cioè: Giosuè Morello con 3 figli, Isidoro Madeo coniugato, Raffaele Ferraro coniugato con 7 figli, Maria Iazzolino coniugata con 9 figli.
Il Giornale di Napoli, da cui ricaviamo i dati surriportati, afferma che quasi tutti gli ammalati che vivono liberamente in paese sono ritenuti abacillari, cioè in fase non contagiosa. Nessuno però di tutti i medici consultati sa quando le loro piaghe ritorneranno virulente.
È noto che esiste un lebbrosario in Acquaviva delle Fonti (prov. di Bari). Ma, allorché si tratta di tradurvi i lebbrosi, i medici vanno incontro a gravi incidenti. A Malvito, un lebbroso, Santo Paletta, stava ammazzando un medico; a Longobucco lo stesso è accaduto col Morello il cui caso, pur segnalato più volte, è rimasto insoluto, come quello di Giuseppe Spagnuolo a Portigliola. Il Giornale d’Italia del 20 agosto 1952 scrive che il Morello, un reduce che ha contratto la lebbra nel Sud Africa ed è stato più volte ricoverato nel «Miulli» di Acquaviva delle Fonti ha abbandonato arbitrariamente il lebbrosario ed ora oppone ostinata resistenza ad un nuovo ricovero, minacciando anche con le armi quando si tenta di persuaderlo della necessità del ricovero.
In casi del genere, il ricorso alla costrizione riesce spesso inefficace perché la naturale ripugnanza fisica e il timore del contagio impedisce alla forza pubblica di sequestrare gli ammalati.
Dicevamo in principio che la sola notizia della esistenza di casi di lebbra nella provincia di Cosenza basta a raggelare il sangue. Se poi si riflette alle terribili conseguenze cui è esposta la popolazione sana per la piena facoltà che hanno i lebbrosi, viventi in paese, di spostarsi a loro piacimento, il naturale raccapriccio per il male e il senso di pietà per gli ammalati così ferocemente colpiti si accoppia a profonda indignazione. Recentemente il Corriere di Napoli informava che persone riconosciute in paese per lebbrosi attendono tranquillamente alle loro faccende, e citava il caso di un ammalato che, insieme col figlio e la moglie, gestisce un caffè. Non basta. Membri di famiglie colpite dal morbo, seguendo la spinta emigratoria così forte nel Mezzogiorno, si spargono in tutte le direzioni: a Torino, a Milano, all’estero. Chi può assicurare che nel loro sangue non dorma il tremendo bacillo di Hansen?
Nessuno, a quanto ci risulta, ha sostenuto sulla stampa d’informazione o di partito la sola misura, durissima ma necessaria per la salute della specie, che andrebbe applicata ai malati – la sterilizzazione. Forse perché la retorica democratica ed antifascista ha celebrato orgie gigantesche condannando i metodi hitleriani di annientamento delle popolazioni ebraiche e di apolidi, non si osa reclamare l’applicazione di una misura preventiva atta almeno ad evitare la procreazione da parte di individui colpiti dalla lebbra. Si oppongono a ciò, naturalmente, anche i pregiudizi religiosi e umanitari, quanto basta perché lo Stato, che pure si mantiene impiegando sistematicamente la violenza e la costrizione e, quando occorre, lo sterminio in massa delle persone fisiche, arretri spaurito.
Ovviamente, se schifosa mostruosità era la sterilizzazione di creature umane condannate alla distruzione solo perché di razza non germanica, lo stesso discorso non vale per il caso dei lebbrosi che, nonostante il male, procreano e convivono coi loro figli.
Qui i motivi morali non valgono, giacché ci troviamo di fronte al dominio di cieche forze della natura. È un atto necessario, e come tale né giusto né ingiusto, né pietoso né spietato. Ma i governi borghesi, appestati da una malattia ben più inguaribile che la lebbra – dalla ipocrisia stomachevole del rispetto della persona umana – intendono più facilmente le mirabolanti gesta della bomba atomica, che ancora a distanza di otto anni scatena nel sangue dei superstiti di Hiroshima la leucemia, il cancro del sangue…
Alta cultura
« Dare quanto si sia capaci di dare, e ricevere per quel che si dà, è il principio della giustizia, sociale e umana. Se ben ricordo, così è definito, o suppergiù così, da Carlo Marx ».
(R. Bacchelli, La Stampa, 20-2).
Il luminare dell’intellettualità italiana ha confuso Marx con… Beniamino Franklin.
CISL e UIL si apparentano anche ufficialmente
Visto che i Partiti dai quali sono ispirate erano bensì «indipendenti» ma facevano blocco come una persona sola, e come un’azienda a responsabilità collettiva, la C.I.S.L. e l’U.I.L. si sono «apparentate» anche statutariamente, come già lo erano di fatto. Queste organizzazioni di difesa degli interessi operai hanno, com’è noto, firmato un accordo la cui insegna è: «non freghiamoci a vicenda per fregare meglio i lavoratori». Nessuna delle due organizzazioni prenderà iniziative o azioni sindacali di rilievo senza consultare l’altra; nessuna delle due condurrà, rispetto ai grandi problemi internazionali, una politica diversa dall’altra (cioè tutte due serviranno in purezza di cuore l’America, giacché tale è il significato del «lottare insieme contro il comunismo e contro ogni forma di dittatura»); di fronte alla C.G.I.L. faranno fronte unito per strapparle aderenti; ma si impegnano a non strapparsene a vicenda nessuno e a non diffondere attraverso la stampa notizie di eventuali contrasti (immaginiamo che si creerà una stanza di compensazione degli iscritti e un Minculpop dei bollettini sindacali). Un comitato di rappresentanti delle due segreterie formerà una specie di direttorio in vista del perfetto funzionamento dell’unione. Sul terreno sindacale, insomma, qualcosa di simile al tanto bollato patto di unità di azione fra nenniani e togliattiani.
Dio li fa e poi li accoppia: è una vecchia storia. D’altronde nell’ambiente altamente morale della repubblica papalina, le convivenze devono, prima o poi, trovare la sanzione ufficiale nel matrimonio; le due centrali sindacali convivono da quando sono nate, e il patto di oggi non è che la trasformazione di un «amore libero» in un «amore coniugale». Che l’UIL, in particolare, volesse essere (o meglio pretendesse di essere) un organismo autonomo, sottratto alle ingerenze dei Partiti e soprattutto del Governo nessuno di noi l’ha mai bevuta: che avesse aspirazioni unitarie nemmeno. Era la stessa demagogica «istanza» di autonomia che rivendicavano i partitelli collaboranti con la D.C. al governo e perfettamente allineati con essa in tutti i problemi concreti, anche se con in spalla un diverso «bagaglio ideologico».
Comunque l’accordo sancisce lo smarrimento, la divisione, l’agganciamento allo Stato nazionale e internazionale, del sindacalismo odierno, è una conferma dell’evoluzione da noi mille volte denunciata. Sindacalismo libero, apartitico, apolitico? Andate a raccontarlo altrui: siete gli strumenti della politica borghese per manovrare ai suoi fini gli operai disorientati, organizzati nelle vostre file, magari passati in esse da quelle della C.G.I.L. nell’illusione di scrollarsi di dosso il giogo della dipendenza da un potere statale borghese a natura internazionale.
Si sono apparentati: verrà il momento in cui sarà più facile buttarli insieme tra i ferrivecchi.
Capitalismo è accentramento
Come (ma sulla carta) in Germania, così in Giappone la politica dei « liberatori » fu, tra l’altro, di smembrare i grandi cartelli e trusts commerciali, ritenuti espressione e strumento dell’espansionismo e imperialismo nipponico. Bastarono pochi anni perché, mentre la politica di « pastorizzazione » della Germania era sepolta prima ancora di nascere, la politica economica americana in Giappone si capovolgesse e dallo smembramento si passasse alla ricostruzione delle famose « zaibatsu ».
Ora, questo processo, dapprima tacitamente permesso, poi favorito nella pratica, è ormai legalizzato ufficialmente, e i provvedimenti per potenziare le esportazioni giapponesi contemplano fra l’altro la a fusione e il concentramento di ditte commerciali in modo da creare organismi con un capitale di 70 miliardi di yen, equivalenti ai 3 miliardi prebellici delle zaibatsu Mitsui e Mitsubishi » (Relaz. Internaz., 28-2), e sarà anche in forza di queste misure che il Giappone potrà essere ammesso al G.A.T.T.
La concentrazione è un processo inseparabile dall’evoluzione capitalista. Chi proclama di voler frenare o invertire questo processo sarà il primo a favorirlo.
Questi socialisti belgi
I socialisti belgi, che mai si sognerebbero di lanciare sulle piazze i proletari per obiettivi classisti, lo fecero, anni addietro, per il… grande obiettivo di sostituire Baldovino a Leopoldo III. Adesso scoprono che era la stessa cosa e, pur rispettando l’augusta persona del monarca, sarebbero disposti a ripetere le agitazioni per mandar via Liliana de Réthy. La storia, per i socialisti belgi, è fatta dai monarchi: la storia è lotta fra marionette di Corte …
Unità Verità
Nella polemica ormai tradizionale tra il Tempo e l’Unità ci sia permesso, almeno in riferimento ad un recente scambio di botte e risposte, di fare da arbitri. Anche se mancano trabocchevoli folle di spettatori, il nostro giudizio non può essere meno obiettivo. L’Unità di cui ci occupiamo assegnava il titolo di «fesso del giorno» ad un redattore del Tempo, che, sotto la fotografia di una stazione artica adibita a sede del mercato delle pellicce vendute dai cacciatori russi, aveva inserito la seguente didascalia:
«In baracche come questa, nei pressi di Mongol-Boryat, nell’Unione Sovietica, avviene la raccolta di pellicce di animali catturati da cacciatori russi. Questi ricevono alti prezzi specialmente nella stagione invernale quando non è difficile mettere le mani sulle più rare qualità di animali da pelliccia. Si ignora però come i cacciatori possano impiegare il frutto del loro lavoro, dato che nell’U.R.S.S. non c’è posto per chi possiede denaro».
L’Unità aveva perfettamente ragione di trattare da fesso l’autore di simile stupidaggine. In U.R.S.S. non c’è posto per chi possiede denaro!? Evidentemente, l’allarmistica affermazione del Tempo non era diretta a spaventare i grossi capitalisti e i burocrati altolocati che annovera fra i suoi lettori. Costoro, non fosse che per il fatto che, come Marzotto ed altri, commerciano con la Russia e in questo paese mandano i loro uomini di fiducia a contrattare affari, sanno molto bene che i rubli hanno una funzione ben diversa da quella dei francobolli fuori corso. Sanno che in Russia come altrove, quasi tutti i prodotti industriali ed agricoli, e i servizi, sono legati al mercantilismo, e circolano mediante il denaro; ciò vale sia per i negozi di Stato, similari alle nostre rivendite di sali e tabacchi, sia (naturalmente) per le transazioni private che interessano tutto il campo della produzione agricola e della piccola e media industria, come ammesso dallo stesso Stalin nel suo recente saggio. Sfugge alla circolazione mercantile e monetaria solo qualche settore della produzione industriale, come è il caso delle macchine agricole che lo Stato cede in usufrutto alle cooperative agricole (colchoz), facendosi però versare una quota dei prodotti destinati agli ammassi statali. Ma, a dispetto di coloro che sballano menzogne del genere del Tempo, esiste in Russia una corrente di tecnici economici che chiede la messa in vendita, in bei rubli sonanti o fruscianti che dir si voglia, anche di questi prodotti.
Dal che si vede che i cacciatori russi, sul cui triste destino il Tempo versa lacrime, possono acquistare con il denaro ricavato dalla vendita delle pellicce, fuorché i trattori e le mietotrebbiatrici, tutto ciò che faccia loro comodo: dalla vodka al caviale, dalla casa di abitazione all’auto «Pobieda». Se poi avessero abitudini crapulone, potrebbero comprarsi una notte di godimenti in uno dei fastosi clubs notturni di un grattacielo di Mosca, ammesso naturalmente che a ciò bastasse il gruzzolo accumulato sulla pelle di volpi azzurre e di ermellini. Poveri fessi davvero, quelli del Tempo. Vorrebbero spaventare i piccoli risparmiatori che sottoscrivono i buoni postali della Repubblica italiana, dipingendo l’orso russo come il nemico dell’avarizia piccolo-borghese. Dimenticano la réclame che l’Unità svolge ai lanci di prestiti di Stato russi al 5 per cento. Caso mai i cacciatori siberiani fossero astemii e sobri, potrebbero sempre comprare al più vicino ufficio pubblico cartelle del prestito, come fa un qualsiasi salumiere o dottore in chimica delle nostre parti.
Quello che il Tempo non sa, e in questo caso non sa neppure l’Unità, è che il socialismo negherà non solo il diritto borghese di impiegare il «frutto del lavoro» altrui, ma persino il «frutto» del lavoro personale di chicchessia, poiché al carattere sociale della produzione accoppierà l’appropriazione sociale, collettiva, non personale dei prodotti. Nel socialismo, per rimanere nell’argomento, i cacciatori di pellicce non potranno scambiare pelli con denaro, e se la brutta novità toglierà loro la voglia di cacciare, ebbene le signore eleganti, che formano il pubblico del Tempo, dovranno coprirsi le membra di lana, certo non sofisticata, ma di volgari pecore.
The Spirit of Horsepower
The main aim of our considerations of certain subjects – in which it is indispensable continually to repeat the facts remembered from basic “theorems”, all the better if with the same words and phrases – is the criticism, of the frenzy over the “unforeseen” and deformed forms of very modern capitalism which should compel a reconsideration of the bases of the “perspective” and thus of the marxist method itself.
This false position can easily be related to the refusal to recognize, or better, with the total lack of knowledge of the essential outlines of our doctrine and its basic points.
The whole discussion now underway on the revolutionary forms in Russia and in China boils down to the judgement made of the historical phenomenon of the “appearance” of industrialism and mechanization in huge areas of the world previously dominated by landed and precapitalist forms of production.
Constructing industrialism and mechanizing is the same as building socialism every time central and “national” plans are made. This is the mistaken thesis.
Classically marxism identifies mechanization historically with capitalism. The difference between the employment of mechanical forces in a capitalist society and in a socialist one is not quantitative, it does not lie in the fact that technical and economic management passes from restricted circles to a complete circle. It is qualitative and consists in the total overthrowof the capitalist characteristics of the use of machines by human society, something much more thoroughgoing and which consists in a “relationship between men” in opposition to the cursed “factory system” and the social division of labour.
Three historical forms: industrialism in autonomous firms, industrialism in increasingly concentrated and then commonly managed firms, socialism; all three foreseen and described by Marx “from the very start.” Nothing has occurred which was unforeseen and which lies beyond the bounds of the analysis which outlined this for once and for all. Damn those who talk about dogmas. There has yet to be a renegade who did not use this word. Mao Tse Tung compared it with “cow shit.” Well, good appetite!
Yesterday
Man and the machine
John Stuart Mill, one of the prophets of capital, stated in his classic Principles of Political Economy (London, 1821) that it remained to be seen if mechanical inventions had lightened the labour of any human being. Marx sets out from this quotation in his study of mechanization. For the first time in the field of the social sciences the discussion began with a radical shifting of the mode of formulating the arguments. The question as to if the machine was a blessing or a curse would at best remain a nice theme for literature. Marx concentrates on and immediately orientates the question to the capitalist use of machines. Such a use is in no way aimed at the reduction of the labour of the human species. “Like every other instrument for increasing the productivity of labour, machinery is intended to cheapen commodities and, by shortening the part of the working day in which the worker works for himself, to lengthen the other part, the part he gives to the capitalist for nothing.” This rigorous definition (at the beginning of Volume I, Chapter 15) as ever contains within it, and one can easily see this, the communist programme. Will we do without machines and so punish them for performing such swindles? The opposite is the case: in the first period we will use them as and when we can so as to raise production costs and to reduce the amount of time in which the worker works for the capitalist, and then later «to increase the productive capacity of labour», but not in order to have lunatic quantities of products, but so as to employ less labour.
Always testing the antimetaphysical method, the footnote on this page is delightful on the lightening of the labour of whatever human being.
“Mill should have said, ‘of any human being not fed by other people’s labour’, for there is no doubt that machinery has greatly increased the number of distinguished idlers.”1
So if the thesis that “machines were indispensable for arriving at the communist revolution” is marxist, the commonplace on the marxist apology for modern mechanization is the effect of a banal and impotent reading.
Marx stated that the starting points of “the industrial revolution” in the mode of production are labour power in manufacturing and instruments of labour in large factories. Labour power is the workers which even in manufacturing take up tools and thus have instruments of labour. Let us patiently follow the text in the “analysis” of the characteristics of the new instrument of labour which we can call the machine. We come to understand that the capitalist social and political revolutions occurring before the eighteenth century, that is, when the instrument of labour was prevalently a hand tool and not a machine, determined social relations of labour power (of workers) and political relations which were necessarily and predictably different to those of the capitalist industrial revolutions (Russia, China) of the twentieth century in which the instrument of labour is mechanical on a huge scale. They nevertheless remain historical capitalist and bourgeois revolutions. An orgy of mechanization is one thing, “the building of socialism” another. Even in these cases – let us jump ahead a little – the arrival of the machine-god inevitably brought the bourgeois system of “factory autocracy” and the worship of commodity production. This is historically going in the opposite direction to that to be taken by the socialist revolution which we await, as did Marx, with the same forms which we find described in our Bible-Capital. Blind rage of every bourgeois “free spirit”!
That progress made in instruments of labour is available to all above and beyond frontiers and a series of generations is not our precious discovery. Science belongs to all, but today only to all the capitalist powers. Only tomorrow it will belong to all the human species, of the anti-Mill kind.
A footnote: “Science, generally speaking, costs the capitalist ’nothing’, a fact that by no means prevents him from exploiting it. ’Alien’ science is incorporated by capital just as ’alien’ labour is. But ’capitalist’ (in quotation marks in the original) appropriation and ’personal’ appropriation, whether of science or of material wealth, are totally different things.”2
Little men, think it over for forty minutes. Marx proved the thesis with the fact that the individual capitalist, the expropriator and exploiter, is, in many cases, a complete and utter idiot when it comes down to technical questions. We would like to invite you to be no longer surprised by the fact that even if in Russia there is no longer any (?) personal appropriation of others’ labour (wealth), that does not mean that there is not the full capitalist appropriation of it, the Russian capitalist State having obviously been able to appropriation for nothingwestern science. It therefore had at its disposal all the mechanical and technical inventions and thus could leap over the long development leading from the artisan’s workshop through independent small-scale industry; but it did not simultaneously make the fanciful leap over the ’capitalist historical and social form of production. But had Marx imagined this to have been possible? Yes, given the condition that the united “national” revolutionary forces have available comparable territories, one of fully developed industrialism (e.g. Germany), the other of as yet undeveloped Industrialism (e.g. Russia). Lacking this particular relation, there must intervene a period of capitalism’s growth, presenting itself more as an advance in geographical space than in the succession of time, as a conquest more in quantity than in quality or in the chain of evolutive stages.
Work and Energy
Let us return to the little doctrine. In an organism that has reached two thousand years (by now we do not think we will get rid of it earlier) like the Roman church, the infallible pope teaches nothing, the parish priest teaches everything. Laugh if you like, there is nothing to laugh about idiot.
Marx started to define the machine with concepts from physics and went on to historical ones, which are useful in unravelling the huge enigma of the man-machine relationship.
The mechanical theory of the simple machine deals with those instruments or devices that modify into a more convenient form the energy applied to them by an agent, which may also be the hand of man: they do not produce new energy but merely return what is put into them. They are the lever, wedge, pulley etc. A man cannot shift a rock weighing a ton with his own strength, but he can if he takes a long lever to it. He cannot split it into smaller parts that can be lifted, but if he can use a wedge driven in with hammer blows he can.
Socially one can say that a simple machine is one on which one cannot base business. Classical political economy knows that labour is value. Labor (the quantity of labor) is the same thing as mechanical energy. The physicist says: force times distance (movement of the rock) gives us energy. The economist says: the number of workers multiplied by their labor time gives us value. So as long as we use only muscle power of workers in production, the simple machines, to which can correctly be added both socially and mechanically the tools, which the independent artisan handles, nothing would be changed. With the lever, that man moves the rock ten meters in eight hours: eight workers without a lever would have rolled it the same distance in an hour.
Mechanically one could say that the compound machine, meaning a greater or lesser complex of simple machines (wheels, levers, cogs etc.), does not provide new energy, while motor machines, which transform the heat of fuel and other forms of energy into mechanical energy do so. Now it would be to make a present of value to permit the elimination of so much labor that has to be performed physically by men. But it would be so only with communist mechanization: in capitalist mechanization, the energy relation, which is physically true, is socially incorrect.
As long as mechanical energy is introduced so as to produce more commodities and not to employ less human time in labor, we have to say that the transition, whatever the ideological and juridical presentation, is a capitalist process.
So Marx defined the difference between the tool of the craftsman social period and the machine of the capitalist period not on the basis of the use of muscle power substituted by other energy, but by naming as machines in a social sense not only the motor machines of the various contemporary industries and factories, but also the transmissions of energy (a series of simple machines that add no energy) and the working machines applied to the raw material to be transformed acid which vulgar technology calls machine tools (lathe, press, puncher etc.). Moreover, we have already reached the phase of mechanization even when the new working machines are not yet set in motion by mechanical energy, but by human muscle power: crank and pedal driven machines.
If it were not so, Marx said, we should have to say that the machine driven by nonhuman energy existed long before the capitalist factory.
Man, in fact learnt very soon how to adopt other natural energy. A simple two-ox plough is no longer a tool, but a proper machine which allows a man to plough a greater area than that he can dig over with a spade.
But then, Marx said, Claussen’s circular loom, with which a single worker weaves ninety-six picks a minute, though used by a modern, not a primitive, man, would be a tool as it is set in motion by hand, just as is Wyatt’s spinning machine. They became machines only from the moment that the former was set in motion by a motor and the latter, as from 1735, by… a donkey.
The animal was one of the first natural energy sources used by man to help in production, and from earliest times. But there were others too: the wind and running water.
One cannot therefore call these sporadic and scattered cases of the use of mechanical energy, instead of human muscle power, capitalist mechanization, but instead the introduction of the machine tool which long preceded that of the mechanical motor (the steam engine).
“It is this last part of the machinery, the tool or working machine, with which the Industrial revolution of the eighteenth century began. And to this day it constantly serves as the starting-point whenever a handicraft or a manufacture is turned into an industry carried on by machinery.”3
Let us take a step back: with the trade, that is, with the independent, isolated artisan worker, we are in precapitalism, in the guild-feudal regime. With manufacture, we have already arrived at full capitalism. The conditions noted have in fact been realized: concentration of a mass of workers, capital in the hands of a master who can rent buildings, acquire materials and pay wages. Even before mechanization, simple manufacture has changed to organized manufacture with the technical division of labour among various operations which, even with simple hand tools, are carried out by different craftsmen on the uncontestable order of the “master”. This name from the time of slavery is reborn, ignobly substituting the less hateful “sir”. The sir was a living and fighting knight, a human being, the master in the end becomes a monstrous automaton.
The factory autocrat
We read in Marx not an apologia, but an implacable indictment of the capitalist factory system. The instruments of labour, as long as they could be handled by a single craftsman’s hand, were also, o modern idealist sins, of his mind and a bit of his heart.
Today the craftsman tool has been substituted by the machine tool. Marx said: “As we have seen, the machine does not drive out the tool. Rather does the tool expand and multiply, changing from a dwarf implement of the human organism to the implement of a mechanism created by man. Capital now sets the worker to work, not with a manual tool, but with a machine which itself handles the tools.”4
The huge growth in the power of human labour is accompanied by the degradation, not the uplifting, of the working man. The Jenny Mule was the name given to a spinning machine with innumerable spindles. With technological progress in 1863, thanks to a motor of barely one horse-power, two and a half workers were enough for 450 rotating spindles and produced 3666 pounds of spun cotton a week. With a hand spinning-wheel, the same amount of cotton would have required 27,000 hours instead of 150: productivity rose 180 fold! We cannot follow and develop these comparisons Marx made here, applying them, for example, to calculating how many navvies are replaced by digging and rolling machines imported here by the Americans after the war to construct roads.
Dr. Ure gives us two definitions of the factory. On the one hand he describes it as: “combined co-operation of many orders of work people, adult and young, in tending with assiduous skill a system of productive machines continuously impelled by a central power (prime mover)” and on the other hand as: “a vast automaton composed of various mechanical and intellectual organs, acting in uninterrupted concert for the production of a common object, all of them being subordinate to a self-regulated moving force.”5
Marx shows that: “the second is characteristic of its use by capital and therefore of the modern factory system.”6
The first could, however, correspond to our programme: “the combined collective worker, or the social labour body, appears as the dominant subject, and the mechanical automaton as the object.”
But today instead “the automaton itself is the subject, and the workers are merely conscious organs, co-ordinated with the unconscious organs of the automaton”
Have you heard, you liberal liberators of bodies, spirits and consciences, who accuse us of automatizing life!?
“Ure therefore prefers to present the central machine from which the motion comes as not only an automaton but an autocrat. ‘In these spacious halls the benignant power of steam summons around him his myriads of willing menials’.”
The centrality of the concept shows for the hundredth time that it is not a question of describing capitalism, as even Stalin pretends, but of discovering the social characteristics that the revolution will have to do away with! Here are other passages.
“In handicrafts and manufacture, the worker makes use of a tool; in the factory the machine makes use of him… In manufacture the workers are parts of a living mechanism. In the factory we have a lifeless mechanism which is independent of the workers, who are incorporated into it as its living appendages.”7
A further comparison of Fourier’s of the factory with a mitigated gaol with which the chapter closes recalls that in the galley,8 the rowers were incorporated in the ship chained for life to their benches: they had to row or sink with it.
“Every kind of capitalist production (or even manufacture), in so far as it is not only a labour process but also capital’s process of valorization, has this in common, but it is not the worker who employs the conditions of his work, but rather the reverse, the conditions of work employ the worker (programme: the collective socialist worker will himself dominate the conditions of his work!). However, it is only with the coming of machinery that this inversion first acquires a technical and palpable reality. Owing to its conversion into an automaton, the instrument of labour confronts the worker during the labour process in the shape of capital, dead labour which dominates and soaks up living labour power.”9
A cold description, is it not, you band of vulgar falsifiers?
The physical person of the individual master is thus not required, and bit by bit he disappears into the pores of share capital, of management boards, of quango bodies, of the political State, which has become (an old case) entrepreneur and manufacturer, and to the very latest vile form of the State which pretends to be “the workers themselves” and thus is able to tie them to the feet of the sinister steel automatons.
The factory despotism; only the communist revolution will tear it up by the roots when there is no longer intoxicating interference in the “struggles for political freedom” and similar popular mirages, denounced in bourgeois industrialism from its very beginning, accompanied by real class revolutions, but made up with stinking democratic rouge. Not a syllable is to be touched of the sentence that we have had ready formulated for ninety years, and which unfortunately one is still not ready to execute.
“…unaccompanied by either that division of responsibility otherwise so much approved of by the bourgeoisie, or the still more approved representative system. This code is merely the capitalist caricature of the social regulation of the labour process which becomes necessary in co-operation on a large scale and in the employment in common of instruments of labour, and especially of machinery. The overseer’s book of penalties replaces the slave-driver’s lash.”10
The latest liberal phantasms; autocracy and dictatorship “in life” and not in the pallid legal lie did not begin again with Mussolini, Hitler, Franco… not even with Stalin and his proconsols, not even with Truman, Eisenhower and the stupid slaves of United Europe: they are a technical fact linked to the beat of huge central generators turning on the banks of the Hudson, Thames, Moscow and the Pearl River.
Machine and revolution
But “the machine is innocent of the misery it brings with it.” Here a marvellous page shows the stupidity of the official economists who, being unable to explain the huge antagonisms springing from the use of machines, pretend to ignore them and close their eyes to the fact that:
“…machinery in itself shortens the hours of labour, but when employed by capital it lengthens them… in itself it lightens labour, but when employed by capital it heightens its intensity… in itself it is a victory of man over the forces of nature, but in the hands of capital it makes man a slave of those forces… in itself it increases the wealth of the producers, but in the hands of capital it makes them into paupers… Therefore whoever reveals the real situation with the capitalist employment of machinery does not want machinery to be employed at all, and is an enemy of social progress!”11
The machine, which in the hands of the working collectivity will be a source of well-being and rest, becomes a killer in the hands of capital. We do not condemn the machine for this.
Here Marx quotes a character from Charles Dickens’s famous novel Oliver Twist. It is the self-defence’ of the great rogue Bill Sykes: “Gentlemen of the jury, no doubt the throat of this commercial traveller has been cut. But that is not my fault, it is the fault of the knife. Must we, for such a temporary inconvenience, abolish the use of the knife? Only consider! Where would agriculture and trade be without the knife? Is it not as salutary in surgery, as it is skilled in anatomy? And a willing assistant at the festive table? If you abolish the knife – you hurl us back into the depths of barbarism.”12
No. We will not fall back into total barbarism and such a risk does not worry us. We will merely take from your hands the handle of the knife-machine.
The machine will be precious tomorrow in a non-mercantile mode of production and its appearance has been equally precious in fact for the revolutionary antagonisms which it created between capital and the proletariat.
“There is also no doubt that those revolutionary ferments whose goal (the programme: you deaf ones) is the abolition of the old division of labour stand in diametrical contradiction with the capitalist form of production, and the economic situation of the workers which corresponds to that form. However, the development of the contradictions of a given historical form of production is the only historical way in which it can be dissolved and then reconstructed on a new basis.”13
Still another invective against “the division of labour” which communism will bury. Dialectically it was wise at the time of the guilds: nec sutor ultra crepidam, cobbler stick to your last! But: “‘Nec sutor ultra crepidam‘, a phrase which was the absolute summit of handicraft wisdom, became sheer nonsense from the moment when the watchmaker Watt invented the steam-engine, the barber Arkwright the throstle…”14
And it is also with a battle-cry that we close this part of Marx’s work after the detailed examination of the social legislation on work and the shortening of the working day: “…is to increase the anarchy and the proneness to catastrophe of capitalist production as a whole, the intensity of labour (Stakhanov! Stakhanov!), and the competition of machinery with the worker. By the destruction of small-scale and domestic industries it destroys the last resorts of the ’redundant population’, thereby removing what was previously a safety-valve for the whole social mechanism. By maturing the material conditions and the social combination of the process of production, it matures the contradictions and antagonisms of the capitalist form of that process, and thereby ripens both the elements for forming a new society and the forces tending towards the overthrow of the old one.”15
Today
From horse-power to the kilowatt
Marx fully established on the basis of the technological elements of his time that the introduction of mechanical motive power (better, energy) accelerates the concentration of productive activities in huge factories and the factory labour legislation itself acted in this way: “…thus artificially ripen the material elements necessary for the conversion of the manufacturing system into the factory system, yet at the same time, because they make it necessary to lay out a greater amount of capital, they hasten the decline of the small masters, and the concentration of capital.”16
We have cited many times the famous passage from the chapters on accumulation, which is illustrated by the technical modifications occurring in steel making for example: “In any given branch of industry centralization would reach its extreme limit if all the individual capitals invested there were fused into a single capital. In a given society this limit would be reached only when the entire social capital was united in the hands of either a single capitalist or a single capitalist company.”17
Engels transposed this perspective to the trusts, the monopolies and the State managers in a no less notorious manner.
If the commodity laws themselves, confluent in the production of surplus value, provided Marx with the basis of the demonstration, fully confirmed by history, of the gigantic capitalist accumulation in colossal masses, the new technical forms of producing motor power influence this no less.
As long as we are referring to the steam engine, the first case of large-scale employment of mechanical power in production, we see that the best solution is autonomy for each factory to produce the amount of energy required. The power station resolved everything, especially after the massive extraction of fossil fuel, made in turn imposing both by machines and by the capitalist form of mine management (once it was largely State owned). Since then clearly the cost per horse power became decreasingly small as the boiler became increasingly large, and thus there is another reason for the small factory to be subjected to the large one: nevertheless no organizational link was imposed between factories as all could get coal on the “open market”.
All this changed enormously with the progress of electromechanization. The advantage of making energy into a commodity became decisive with the creation of a transmitted electrical supply. Every factory now tends not to produce, but to buy its energy.
Ure’s central motor could control the working machines along with the men made slaves to them, but within a small radius: that allowed by the transmission by means of “simple mechanisms” – pulleys, belts, conical gears… No one had even thought it useful to distribute steam under pressure to other machines through long ducts, the huge heat loss making such a system uneconomical.
Let us offer an example: if natural methane gas had been found before the discovery of dynamic electricity and electrical current. This too is a fossil fuel of organic origin, like the solid and liquid ones. But, unlike them (the liquid one can be piped as a commodity, but not as a fuel, for technical and economic reasons), it can be distributed through a mains system. From this fact would have emerged the need for a close organizational link between all the factories fed by a single distribution system.
In facts, the energy consumed by each individual factory can no longer be varied at the will of the local management as it could cause the single power station to run out of energy or to have to “throw it away”. Instead, the capitalist with the factory based on autonomous motive power could cut out burners and boilers at his pleasure, or install others to increase production.
As the whole plan of employing workers, the slaves of the machine tools, depends on that of the energy provided, the entire social industrial mechanism falls into line with these new norms, it links up, centralizes and subordinates itself to an infinity of rules.
Planning is not socialism
Such an adaptation to and discipline of general networks is not a change in the historical type of production: the factory is still the factory, the worker is still the wage-labourer, the compulsion of the factory automatons increases rather than diminishes. The general norms from which thousands and thousands of special laws emerged is not a social revolution: it is useless for the reader immersed in modern life to extend the comparison of motive power for factories and plants that produce manufactured goods to the thousand other communication, transport, and all types of service networks.
Even antiquity administered motors that were not autonomous. The domesticated animal was undoubtedly autonomous and the farm or small-holding was all the stronger for the number of horses or oxen it possessed. The windmill was autonomous, but, however, depended on nature’s whim.
Not autonomous, at least not over a long tract of the same water course – river or “industrial canal” – was the water mill. And here laws of very old States provided a clear discipline so that no one could modify the lay out of weirs to consume more hydraulic energy than the grindstone, for example, up or down stream. A sentence of a commission abolishing privileges in Calabria in 1810 stated inter alia: “All can install hydraulic machinery as long as they do not cause any damage and loss to previously existing hydraulic machines.”
Giacchino Murat’s18 regime was extremely liberal. Imagine a modern regime as liberal as this that says: anyone is free to install electrical machinery and to plug it into the first electrical cable that comes to hands.
In all periods, then, public authority has had to regulate and co-ordinate productive activities and energy sources, all the more so when their dependence on a single network, on the same material flow of energy provision, became technically inevitable: and there is a full parallel between the flow from a certain head of water and that of electrons from a conductor at a given voltage.
And now then, forgetting for a moment the unfolding of particular historical episodes and the names of the mercenaries, let us ask ourselves what a social organization in power which had to industrialize a still backward country would do. Naturally it would not await the repetition of a slow development from guilds lacking work co-operation to manufacture without machine tools to the factory with machine tools but without steam engines to the large scale industry with its own boiler, but would pass directly to the building of electrical power stations, and, as far as possible, hydroelectric ones, using the modern methods of applied science to control water, creating heads of water later to be distributed in given amounts, clearly fixed in a plan of the project, to individual factories that were to produce manufactured goods for consumption.
The same mercantile motive as that of competition on the world market in the acquisition of what is indispensable for such plant thus operates for the supposed authority because subsequently every other way would be more costly and would imply greater funding and savings “on imports”.
The pretended differences between Russian capitalism and the one which developed, let us say, in England, France, Germany and America, thus do not consist in and do not mean a step towards a different social form which escapes from the despotic factory system and the social division of labour and the frantic work intensity, but instead consist in the most rapid and direct way of arriving at this very system.
History is there to tell us that on December 22-29th. 1921 at the Eighth Congress of the Soviets, the foundations were laid for planned industrialization, adopting the electrification programme of which, it is noted, Lenin was a chief proponent.
Thought and history
Despite the availability to man of new powerful means provided by the domination of electrical energy, the social law of transition from one type of production to another has not been broken. Autonomous or centrally planned, steam or electrified, the productive mechanism under construction in the USSR is capitalist.
Can the discoveries of pure and applied science emerging from the human brain change and form the course of history? We can ask ourselves if the form of atomic power, given that in a handful of material which is now inert there lie millions more horse power and kilowatts than in the entire course of a huge river, permits the return to local autonomous factories and to the “liberal” economy, with an analogous human ideology. That cannot happen and, besides, the means to unleash such an eruption of energy, breaking open the first nuclei, consists in energy from an electro-mechanical source at such a voltage, a thousand times higher than those of the industrial motor which enslaves human arms and brains, that no group of capitalists, but only the political State is placed at its control.
The immense path leads from the modest horse, first a beast of burden, then horse power, which turned the spinning machine, to the millions of volts in the huge “cyclotron”. But Marx had already recalled in the section we have studied that Descartes and Bacon, for whom work animals were “machines” and who were ideological precursors of capitalism, sustained that “altered methods of thought would result in an alteration in the shape of production, and practical subjugation of nature by man.” Descartes in his Discourse sur la methode makes the prophecy that: “in place of the speculative philosophy taught in the schools, one can find a practical philosophy by which, given that we know the powers and the effectiveness of fire, water, air, the stars… as well and as accurately as we know the various trades of our craftsmen, we shall be able to employ them in the same manner as the latter to all those uses to which they are adapted…” thereby contributing “to the perfection of human life.”19
From Marx onwards, we have placed such a realization at the end of the difficult historical course, but we do not sustain that the creative forces of thought generate new productive forces, rather that the development and conflict of social processes are reflected in the conquests of thought.
It is therefore useless to use the will, dream or illusion or the hundred ways of deforming thought and opinion to change the name of the fact and of the inexorable process, and to pretend that merely by exporting the “mechanical intelligence” of modern capitalism, an obedient Cartesian pupil who goes further than his master, one can succeed in identifying a system of capitalist compression of man and labour with the perfection of life; for which – at the present moment in history – the work of the mind in inadequate, and instead one needs another social war, conducted by men against men, classes against classes.
Su che cosa si fonda la certezza del socialismo
Se per l’incalzante rivoluzione del modo di distribuzione dei prodotti del lavoro insieme coi suoi stridenti contrasti di miseria e di lusso, di fame e di crapula, noi non avessimo migliore certezza della coscienza che questo modo di distribuzione è ingiusto e che pure il diritto debba finalmente un giorno trionfare, ci ritroveremmo molto a mal partito; e avremmo voglia di aspettare!
I mistici medievali che sognavano l’approssimarsi del regno millenario avevano già coscienza dell’ingiustizia delle antitesi di classe. Sulla soglia della storia moderna, trecento cinquant’anni fa, Tommaso Münzer leva alta la voce nel mondo: nella rivoluzione borghese britannica e francese lo stesso grido risuona e si estingue. Se ora lo stesso appello per l’abolizione delle antitesi e dei privilegi di classe, che fino al 1830 lasciava fredde le masse lavoratrici e sofferenti, trova un’eco ripetuta un milione di volte; se conquista una nazione dopo l’altra, e veramente nella stessa successione e con la stessa intensità con cui nei singoli Paesi si svolge la grande industria; se nello spazio di una generazione ha conquistato un potere tale che può sfidare tutti gli altri poteri uniti contro di esso e può essere sicuro della vittoria in un prossimo avvenire – donde deriva ciò?
Da questo: che la grande industria moderna ha creato da una parte, nel proletariato, una classe che per la prima volta nella storia può avanzare la pretesa dell’abolizione non di questa o quella speciale organizzazione di classe, non di questo o quello speciale privilegio di classe, ma delle classi in generale, ed è posta nella condizione di dover espletare questo compito sotto pena di inabissarsi nello stato del coolie cinese; e dall’altra parte, nella borghesia, una classe che possiede il monopolio di tutti gli strumenti di produzione e di tutti i mezzi di esistenza, ma che in ogni periodo di vertiginosa speculazione e in ogni crisi ad essa susseguente mostra di essere divenuta incapace a dominare ulteriormente le forze produttive evocate dalla sua violenza; una classe sotto la cui direzione la società corre incontro alla rovina, come una locomotiva di cui il macchinista non abbia la forza di aprire le valvole di sicurezza troppo fortemente chiuse.
In altri termini, deriva dal fatto che non solo le forze produttive generate dal moderno sistema capitalistico di produzione, ma anche il sistema di distribuzione dei beni da esso creati, si trovano in stridente contrasto con quello stesso modo di produzione, e in tal grado che deve accadere nei modi di produzione e di distribuzione una rivoluzione che sopprima tutte le differenze di classe, se non vuole perire tutta la società moderna.
Su questo fatto evidente, materiale, che s’impone alle menti degli sfruttati proletari con irresistibile necessità sebbene in forma più o meno chiara, su questo fatto e non sulle concezioni di questo o quello studioso del giusto e dell’ingiusto, si fonda la certezza di vittoria del socialismo moderno.
Engels, L’Antidühring
Persia tormentata
Non vogliamo fare i profeti, né lanciare rivelazioni sui retroscena delle sanguinose giornate di Teheran. Lasciamo questo compito ai gazzettieri borghesi, i quali, d’altronde, non sanno vederci nulla più di un conflitto fra persone, di un intrigo di palazzo, di un gioco di vanità e di ambizioni. Mossadeq e Kashani, Mossadeq e lo scià: amici ieri, nemici oggi; tutto qui.
Non tarderemo tuttavia a scoprire che, dietro queste figure da palcoscenico, si nascondevano forze sociali ben definite, frazioni in lotta della stessa classe dominante travagliata dalla crisi e in cerca disperata di un assestamento; e, dietro queste forze, le lunghe braccia di potenze imperialistiche « rimaste a guardare » per cogliere la occasione, adatta a un intervento, sia esso militare o finanziario o diplomatico. Nessuna di queste « borghesie nazionali » può far da sé, nell’esercizio di un’attività economica basata sui più moderni sistemi di produzione e indissolubilmente legata alle possibilità di sbocco del mercato mondiale: tutte, mentre blaterano d’indipendenza e patriottismo, si puntellano sull’ « odiato straniero ».
Crisi capitalista nell’ambito nazionale, pressione imperialista esterna: ecco i veri attori del fermento regnante nei Paesi semicoloniali.
La spiegazione di un perché
A volte anche i simpatizzanti e i lettori della nostra stampa, gli operai a noi più vicini nella quotidiana battaglia contro l’opportunismo e per la difesa del programma rivoluzionario, si lasciano prendere dalle ansie della situazione contingente, e si chiedono perché non volgiamo la nostra attività anche alla soluzione di quelli che si chiamano correntemente i “problemi aziendali”.
Il disgusto per le correnti politiche dominanti e le loro filiazioni sindacali ha raggiunto, in molti operai, un grado che è a volte di violenza, ben giustificato da anni di lotte inconcludenti e di amare sconfitte. Ma quello che riesce loro difficile comprendere è che la situazione di oggi si ricollega ad una catena inesorabile di fatti passati, e che i problemi del proletario non si circoscrivono all’azienda, alla fabbrica, alla città, ma abbracciano l’insieme dei rapporti fra le classi, le vicende generali della lotta fra classe operaia e classe capitalistica, e il grado di maturazione di questa lotta. Ora è appunta questa visione complessiva che, fra i compiti della minoranza rivoluzionaria, mette in primo piano la critica senza quartiere dell’opportunismo, l’individuazione del nemico annidato nelle file della stessa classe operaia, lo smascheramento delle forze e delle ideologie che hanno corrotto prima e sfasciato poi il movimento proletario. Se, come tutti i movimenti in fregola di contingentismo e di epilessia volontaristica, facessimo derivare la nostra sia pur limitata attività nei vari campi dell’organizzazione sociale e politica dalla filistea preoccupazione dell’ “oggi”, considerando la rivoluzione come l’accumularsi di una serie di episodi frammentari e locali, ciascuno con un suo significato progressivo nel tempo e nella qualità, è quanto più lontano dal punto di partenza della storica lotta fra le classi, tanto più vicino alla sua conclusione politica; se creassimo nei proletari, nei lavoratori delusi e costretti per necessità a lottare comunque, l’illusione che, come gli innumerevoli saltimbanchi della politica spicciola, abbiamo nella manica, pronta per esser tirata fuori al momento buono, una ricetta di “attualità”, uno specifico locale da applicarsi indipendentemente da un capovolgimento di rotta generale del moto proletario, noi non faremmo nulla di diverso dai traditori del movimento operaio, prepareremmo alla classe lavoratrice nuove delusioni e nuove sconfitte.
La verità è che la situazione di cui si riempiono la bocca gli opportunisti è inesorabilmente fissata in termini che non consentono dubbi: subiamo le conseguenze estreme e necessarie della sconfitta su tutto il fronte internazionale della rivoluzione. Il prezzo sanguinoso di un’inversione ormai venticinquennale del moto proletario è la situazione di oggi: è perciò che le organizzazioni proletarie sono infeudate all’opportunismo è corrose dal tradimento; è perciò che, tanto per rifarci a un caso “aziendale” la commissione interna è, per statuto e di fatto, un organo di collaborazione con la direzione, anzi una lunga manus della direzione in seno alla classe operaia (ed è per ciò che, oggi, non presentiamo liste alla sua elezione); è per ciò che la classe proletaria geme sotto il peso integrale dell’oppressione capitalistica e non riesce a trovare la strada del suo rovesciamento. E’ ancora questa situazione che limita le possibilità d’intervento delle pattuglie rivoluzionarie nelle lotte rivendicative. Quando è malato il cervello del moto proletario, la preoccupazione delle disfunzioni organiche periferiche passa in secondo piano di fronte al problema preliminare di guarirne il centro motore; non è partendo dai limiti dell’azienda, ma al contrario muovendo dall’attacco ai rapporti generali fra le classi per investire l’’insieme delle articolazioni della società borghese, che si pongono le condizioni della ripresa proletaria. Gridino pure gli opportunisti che non ci interessiamo delle tristi condizioni di vita dei lavoratori, dei bassi salari, della disoccupazione; resta il fatto che nessuno di questi problemi si risolve, oggi sopratutto, se non risolvendo il problema della direzione del moto proletario, del suo orientamento, e perciò dell’eliminazione – non in punti singoli e periferici, ma centralmente – della lebbra della conciliazione di classe. Resistere alla bufera dell’opportunismo e del tradimento dei principii è difendere, col domani ultimo della classe, anche il suo presente; è preparare la soluzione del problema complessivo dei rapporti fra capitale e lavoro, e, insieme, dei problemi del “posto di lavoro”.
Perciò, finché la ripresa non si sarà avverata, e in attiva preparazione di essa, il primo compito rimane quello di rifar funzionare il motore della rivoluzione proletaria dopo averlo “ripassato” in tutti i suoi delicati meccanismi. L’arma della critica, dello smascheramento delle forze e delle ideologie avversarie, e della riaffermazione del programma comunista è la premessa dialettica della critica delle armi. Non c’è questa se non si sarà esercitata quella.
L’Europa nella giungla dei nazionalismi Pt.1
Si è chiusa a Roma, la scorsa settimana, la conferenza della CED, alias Comunità Europea di Difesa. La C.E.C.A. (comunità europea del carbone e acciaio, meglio nota sotto il nome di Piano Schuman) che persegue la meta del mercato unico europeo delle menzionate materie prime, ebbe lo scopo di coprire demagogicamente l’abrogazione delle restrizioni imposte dagli alleati alla produzione carbo-siderurgica tedesca. Assente, com’è noto, l’Inghilterra, per nulla disposta a permettere all’Alta Autorità della C.E.C.A. di cacciare il naso negli affari del Commonwealth. La C.E.D., sbandierata come il toccasana delle malattie nazionalistiche di cui soffre l’Europa, serve lo scopo, ardentemente perseguito dagli americani, oltre che, s’intende, dai tedeschi, di dare mano al riarmo della Germania. La C.E.D., in quanto prevede la formazione dell’«esercito integrato europeo», cioè di un esercito composto con i contingenti forniti dagli Stati partecipanti e sottoposto, non più allo Stato maggiore nazionale, ma ad un comando sopranazionale, dovrebbe, secondo la demagogia delle giustificazioni ufficiali, garantire contro la rinascita del nazionalismo prussiano, dato che le divisioni tedesche da ricostruire sarebbero agli ordini non più del governo germanico, ma dell’Alto Comando europeo. Fin qui arrivano le anticipazioni teoriche, cui peraltro i Governi interessati davano crisma di ufficialità firmando a suo tempo il Trattato costitutivo. Ma che si è prodotto in pratica? Che si è fatto a Roma?
Il sig. John Foster Dulles, Segretario del Dipartimento di Stato americano, accingendosi a partire per il giro di visite nelle capitali dei paesi del Patto Atlantico, credette opportuno farsi precedere da una «brutale» dichiarazione. Avendo premesso che gli stanziamenti fin ad oggi effettuati dal Tesoro degli Stati Uniti in conto degli aiuti economici e militari a favore dei governi «atlantici» assommavano a 30 miliardollari, ammoniva i troppo recalcitranti satelliti d’oltre Atlantico che un eventuale fallimento degli sforzi di unificazione politica e militare della vecchia Europa Occidentale, provocherebbe una brusca virata di bordo nella politica europea del Governo di Washington. Foster Dulles parlava almeno il linguaggio della franchezza, l’esatto opposto cioè di quello che sentiamo fluire dalle untuose bocche dei nostri federalisti, illusi ed illudenti che la soppressione delle barriere nazionaliste in Europa, causa di due guerre mondiali, possa verificarsi con appelli alla volontà e alla coscienza di governi e di popoli. Il Segretario americano comprende dunque che l’unificazione dell’Europa, ammesso che ci sarà, non potrà farsi che con l’impiego della più irresistibile delle pressioni materiali: la forza economica.
Ma la minaccia di Foster Dulles di tagliare i rifornimenti di dollari ai governi atlantici rappresenta pur essa un mero atto di volontarismo. Non certamente per libera scelta il governo americano profonde miliardi di dollari in Europa: deve farlo, non certo per salvare in extremis il proprio commercio estero, come pretende la stampa stalinista, ma per pagarsi il diritto di tenere basi aeronavali in tempo di pace sul continente europeo. Basi militari all’estero e politica di controllo delle vie obbligate del commercio mondiale vanno necessariamente insieme, ciò s’intende benissimo. Ma altra cosa è pretendere che l’arresto del flusso di merci e di armi americane, ammesso che fosse possibile, determinerebbe non si sa quale catastrofe economica negli Stati Uniti. Riportammo in un articolo precedente i dati del commercio estero statunitense verso l’Europa: appena il 3 per cento della produzione nazionale. Ben altri mezzi che il boicottaggio delle merci americane esportate in Europa, predicato dallo stalinismo, sono necessari per scuotere la potenza dell’imperialismo yankee. Il vero tallone d’Achille degli U.S.A. si trova all’interno della fortezza, come sta a dimostrare la crisi del 1929-32.
Ma, d’altra parte, gli aiuti e le sovvenzioni varie mollate da Washington non costituiscono certamente una contropartita ai sacrifici che l’America intende imporre attraverso il Trattato della Comunità Difensiva Europea (C.E.D.), agli intangibili interessi capitalistici delle unità statali che si pretende di stringere insieme in un comune quadro federalistico. Barriere formidabili si oppongono insuperabilmente all’utopistico disegno. Accumulatesi a volte durante periodi secolari, come è il caso dell’Impero britannico, il quale costituisce a sua volta un’organizzazione unitaria economico-politico-militare, tendente irresistibilmente a funzionare da centro mondiale, sia pure secondo agli U.S.A.
Il Trattato costitutivo della C.E.D. fu sottoscritto il 27 maggio 1952 dopo estenuanti (per i negoziatori, non certamente per noi che niente ci aspettiamo di buono dalla diplomazia capitalistica) mercanteggiamenti tra Francia e Germania Occidentale. A tutt’oggi nessuno dei Parlamenti dei 6 Stati firmatari (Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo) ha ratificato gli accordi. Ciò perché una vasta generalizzata opposizione alla CED si è determinata un po’ dappertutto, ma specialmente in Francia e in Germania. Né si intende alludere alla opposizione dei partiti stalinisti locali. Tutt’altro. Sono le stesse aggregazioni di forze politiche, che se proprio non si possono catalogare tutte nel campo filo-americano, certamente militano nella coalizione antirussa e accettano in linea di massima il Patto Atlantico, sono proprio queste che stanno vibrando durissimi colpi all’edificio penosamente costruito dal Dipartimento di Stato con il valido ausilio dei Governi maggiormente legati alla politica americana, quali quelli di Adenauer e di De Gasperi. In Germania, il cancelliere Adenauer, il cui governo gode del pieno appoggio americano, incontra ardui ostacoli frapposti non solo dal concorrente partito socialdemocratico, che si è assunto il compito di neutralizzare la propaganda dell’estrema destra nazista, sbandierando programmi di acceso nazionalismo; ma deve pure disputare duramente con la Corte costituzionale che vede di malocchio la partecipazione di truppe tedesche all’esercito «integrato europeo» di là da venire. Il cavillo giuridico della Corte costituzionale consiste nel negare che la Costituzione tedesca permetta la partecipazione della Germania alla C.E.D. ma è chiaro che, al di sotto delle sottigliezze da legulei, essa esprime il mai spento nazionalismo pangermanista anelante, precisamente come nel 1871, all’Alsazia, alla Lorena e, desiderio di gran lunga più bruciante, alla Saar e ai territori annessi dalla Polonia e dalla Russia. Foster Dulles brandisce l’arma del ricatto minacciando di tagliare il flusso dei miliardollari. Ma quanti di questi sarebbero necessari per compensare le perdite brucianti inflitte al nazionalismo teutonico, e placarne gli appetiti? Quanti miliardollari vale il bacino carbo-siderurgico della Saar?
Il governo di Adenauer, fondandosi realisticamente sul possibile, aveva ritenuto di contentarsi della firma della C.E.D. Non era il primo passo verso la ricostituzione dell’esercito tedesco? Altra via per arrivare a tale tappa indispensabile, ferocemente bramata in solido da democristiani, socialdemocratici e neo-nazisti, non esiste, allo stato attuale, per la Germania, a meno che gli Stati Uniti non si decidessero ad accordarsi bilateralmente con Bonn, il che sembra improbabile dato che in ogni caso ciò equivarrebbe all’esplosione di una critica di tritolo sotto il già sbilenco edificio della Comunità europea di Difesa. Tanto più rabbiose dovevano essere perciò le reazioni tedesche, espresse unanimemente stavolta e dal governo democristiano e dall’opposizione socialdemocratica, all’improvviso voltafaccia di Parigi, l’altro covo dello sciovinismo irriducibile.
Partiti colabrodo
Non batteremo la grancassa anche noi sul «caso Dell’Amico», dell’ex-presidente del paracomunista «Comitato Patriottico per la indipendenza nazionale» (sentite che fior fiore di etichetta… comunista?), già fascista di Salò, poi membro del P.C.I. ed ora convertitosi alla «libertà». Nulla di sensazionale, in questo caso: quando un partito non ha programma ed è aperto a chiunque e a qualsiasi ideologia, esso non è nulla più di un colabrodo: l’acqua vi entra e ne esce, va e viene, gli aderenti divengono dalla sera alla mattina «comunisti» da anticomunisti che erano, e dopodomani liberali, e fra un mese di nuovo fascisti o… comunisti. L’adesione non è nulla di diverso, per questi partiti, dall’affiliazione a una società scacchistica o dal pagamento del pedaggio alla porta di un bordello. L’andirivieni degli associati non fa storia.
Semmai, delle confessioni postume dell’ex-mussoliniano ed ex-togliattiano Lando dell’Amico (riportate da Il Mondo del 7 marzo), può interessare il colpo d’occhio attraverso la serratura dei grandi comitati e sottocomitati imbastiti dal baraccone delle Botteghe Oscure. Il «partito dei lavoratori»? Eccolo in inquieta ricerca di ex-fascisti e neo-fascisti da ripescare e inquadrare in nome dell’indipendenza nazionale e della Patria; sempre vigile e all’erta al primo segno di un’incrinatura tra missini, per correre a carpire potenziali elettori: pronto ogni giorno a studiare e approntare «tattiche» per far massa, brodo e numero; disposto a finanziare giornali e riviste mussoliniane per insinuare dietro la loro facciata il sottile «veleno» della ideologia comunista, ecc. Il partito-baraccone, il partito-fiera.
Ora diranno, ufficialmente, di essersi «sbarazzati di un fascista»: e si vanteranno di averne, in cambio, conquistati dieci. Conquistati, si badi bene, non ad un programma, a un’ideologia, a un metodo di lotta; ma ai bollini mensili della tessera e alla scheda del giugno tedioso… Lasciamoli cuocere nel loro brodo, o colabrodo che sia.