La parola del re e il fallimento del regime
Dalla costituzione del primo parlamento piemontese i discorsi reali letti in occasione delle inaugurazioni delle legislature si somigliano non solo nella forma, ma nella sostanza. Spesso si plagiano.
Il discorso letto il dieci giugno al Parlamento italiano dal re è una vaga elencazione di riforme condite con i soliti luoghi comuni e con gli eufemismi che han l’aria di dire molte cose nuove e ripetono, invece, vecchi motivi scialbi ed insignificanti.
Gli è che i partiti borghesi, in Italia come nelle altre nazioni, mancano di un programma politico di ricostruzione. Non è possibile guarire la società dei mali che l’affiggono con i vecchi espedienti. Il problema gravissimo che oggi si presenta alla soluzione sociale vuole essere affrontato nella sua complessità. L’impotenza ricostruttrice della borghesia italiana ha prodotto il fascismo. Quando la borghesia non sa uscire dal cul di sacco nel quale gli sviluppi della economia l’hanno cacciata, si dimena per non morire soffocata, si difende per prolungare la sua vita. Ricorre, allora, al terrore contro la classe che minaccia di sostituirla, nella gestione della economia sociale, non la economia nuova.
Il re non ha detto nulla di nuovo perché i capo di stato non sogliono ipotecare l’avvenire. La nebulosità delle sue parole è l’alibi per poter mostrare, domani, la capacità dello Stato a risolvere qualunque soluzione. La letteratura di corte non è molto dissimile da quella dei capi di Governo. Questa letteratura accontenta formalmente tutti i partiti.
La verità vera è che la borghesia italiana non ha un programma di ricostruzione, mentre si affanna a dichiarare che essa è capace di risolvere la grave questione sociale che minaccia l’insurrezione del proletariato. La nostra borghesia, come quella di tutto il mondo, dice che sia possibile ad essa, ove lo voglia, uscire dalla triste situazione attuale. Ma poiché sa benissimo che un assetto sociale non è possibile senza intaccare mortalmente il suo privilegio, detta sulla carta elencazioni di riforme che chiama ardite, e che non sono se non tentativi di addormentamento delle classi lavoratrici più arretrate.
Il bilancio dello Stato è un bilancio di fallimento. Il costo della vita, pure attraverso le cosiddette ondate di ribasso, artificialmente provocate da alcuni enti privati, si mantiene alto. La disoccupazione si allarga in modo spaventoso mettendo i lavoratori nelle condizioni di non poter fruire di quelle ondate di ribasso che oggi allettano le colonne della stampa borghese e che sono un bluff sensazionale: senza danaro non si acquista neppure a buon mercato. All’estero, il giuoco dei contrasti di interessi nazionali mantiene il cambio sempre alto e prepara la prossima guerra economica più cruenta e spaventosa di quella che soltanto i tecnici militari dicono finita.
Due partiti soltanto hanno programmi di governo completi il partilo socialista ed il partito popolare. Il primo ha accettato il principio della collaborazione parlamentare (per ora non la collaborazione nel Governo) ma vuole tenersi estraneo alla partecipazione ministeriale. Il partito socialista ha già spezzate le sue pregiudiziali che lo teneva lontano fino a ieri dalla partecipazione alle cariche parlamentari, ed oggi ha alla Camera un vice presidente e due segretari di presidenza. Ma dalla collaborazione parlamentare a quella di Governo il passo non è così lungo come si creda. Ed il partito lo compierà domani, al Congresso, con quella compattezza che Turati e compagni attendono per poter assumere la responsabilità del potere. Il partito popolare non ha – fino ad oggi – potuto svolgere il suo programma politico, perché non ha formato mai la maggioranza politica di un Ministero, non ha dato mai il proprio colore ad un Ministero, ma ha concesso che alcuni suoi uomini partecipassero ai Ministeri di coalizione che l’equilibrio parlamentare impone e che servono ad impedire ai partiti di svolgere un lavoro organico.
Ma né il partito socialista né quello popolare potranno mutare sostanzialmente l’attuale disordine economico-politico in un assetto definitivo ed ordinato della società italiana. Assisteremo ancora a rovesciamenti di Ministeri: sentiremo nuove promesse di radicali riforme. Ciò che rimarrà in piedi e si rafforzerà man mano che apparirà più lampante l’impotenza della classe dirigente ad uscire dal groviglio della situazione dalla quale è minacciata, è il fascismo. Ancora una volta la soluzione dei grandi problemi economici è affidata alle armi. La XXVI legislatura, che si è aperta giorni or sono in Italia, dimostrerà la impossibilità di attuazione di un qualsiasi programma di ricostruzione.
E il proletariato comunista si prepara ai non metaforici scontri con la classe avversaria per decidere finalmente la sua sorte.
In questa lotta aspra e lunga il proletariato non ha nulla da perdere fuorché le sue catene, dicevano gli autori del Manifesto. La storia ventura dirà che le parole profetiche trionfarono nella inesorabilità degli eventi.
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Una delle manifestazioni, che in questi giorni sollevò clamore nella stampa italiana, e che dimostrò a quale grado di disfacimento siano giunti gli istituti della democrazia borghese italiana è l’episodio della «cacciata» del compagno Misiano dal Parlamento.
L’ingresso nel Parlamento dei fascisti segnalò il grave male della borghesia d’Italia. Il programma (!) fascista è l’anti-programma per eccellenza. Basta aver letto il discorso Mussolini, pronunziato nell’Assemblea legislativa, per convincersene. Il fascismo è entrato alla Camera per dichiarare che anche la maschera democratica bisogna che sia deposta: il fascismo ha compreso che la democrazia stessa non basta più a trattenere la spinta delle classi proletarie ed attenta i principi su cui è basata la costituzione degli istituti rappresentativi dello Stato. Il precedente della espulsione di un membro della Camera elettiva dalla sede del Parlamento è stato creato. Esso è pure un sintomo. Già una rivoltella ha lampeggiato nell’aula di Montecitorio. I comunisti non si dolgono dell’accaduto. Essi prevedono la soppressione delle garanzie costituzionali, da parte dello Stato borghese, allorché più acuta sia la crisi rivoluzionaria. I comunisti che tendono alla distruzione del Parlamento, non soltanto metaforica, non possono dolersi se un loro rappresentante venga cacciato dal palazzo dell’Assemblea elettiva. Essi vedono confermata nei fatti le ragioni della loro critica. E non possono non compiacersene; mentre si augurano di essere presto in grado di cacciare essi, armi alla mano, tutti gli altri, compresa la nota cocotte internazionale: Madama Maggioranza. 204
Davanti al 3° Congresso
di G. LUKACS
Mentre il 2° Congresso (1920), superata la fase iniziale di propaganda dell’Internazionale Comunista, iniziava il periodo della sua organizzazione, il 3° Congresso invece, chiamato a dare le direttive tattiche dell’azione nel prossimo avvenire, deve necessariamente occuparsi di alcuni importanti problemi emersi dall’esperienza dell’ultimo anno di vita dell’internazionale, problemi strettamente connessi alla sua organizzazione ed al suo funzionamento.
E più che naturale che un così poderoso organismo affasciante tutte le forze rivoluzionarie del mondo, non potesse fin dal primo momento esser creato perfetto in ogni sua parte. Risolto nelle sue linee generali il problema dell’organizzazione, con la costituzione dei Partiti Comunisti in quasi tutti i paesi, era facilmente prevedibile che una serie di questioni diverse particolari e di dettaglio le une. (relazioni fra l’Esecutivo dell’Internazionale e le singole Sezioni, relazioni fra le Sezioni, ecc.), di carattere più generale le altre e tali da investire lo stesso indirizzo politico dell’Internazionale (autonomia e centralizzazione), – sarebbero sorte dalla stessa attività pratica dell’Internazionale.
Di tale natura sono i problemi prospettati dal Lukacs nel suo scritto che qui pubblichiamo. Da tempo essi formano oggetto di discussione nelle file dell’Internazionale e di essi ebbe ad occuparsi anche il nostro partito. Si riserviamo di ritornare ampiamente e di proposito su queste questioni.
Sarebbe voler ingannare sé stessi l’ammettere che ogni partito dichiaratosi incondizionatamente per la 3a Internazionale sia già un vero partito comunista. Che in realtà così non è, lo dimostrano le diverse crisi succedutesi in quest’anno fra i due Congressi, di cui una parte sarà portata davanti al 3° Congresso. E in modo ancor più evidente ciò si rivela nella questione dei rapporti dei partiti con l’Internazionale.
Sarebbe un vero autoinganno, non da comunisti, il voler negare che questi rapporti sono un po’ problematici. E ciò innanzi tutto da un punto di vista tecnico. II collegamento tra il Comitato Esecutivo e le singole sezioni, lascia infatti molto a desiderare. Conseguentemente l’influenza dell’Esecutivo sulle azioni, sulla reale organizzazione dei partiti è anch’essa molto problematica; né il controllo né la direzione da parte dell’Esecutivo funzionano così come dovrebbero funzionare in una Internazionale d’azione. Ciò dipende in parte da motivi tecnici: il collegamento con Mosca si può difficilmente stabilire. Ma non si può chiudere gli occhi sul fatto che le deficienze non dipendono solamente da difficoltà tecniche. Per quanto i partiti si sforzino di rimuovere questi ostacoli tecnici, non si può negare che in mezzo ad un mondo controrivoluzionario, con un probabile aumento delle forze controrivoluzionarie nel corso del procedere della rivoluzione, queste difficoltà esterne forse cresceranno. Le vere condizioni tecniche per il funzionamento della 3a Inter- nazionale possono venire solamente dalla vittoria della rivoluzione. L’instaurazione dei Soviet in tutto il mondo. Ma la vittoria della rivoluzione si potrà avere solo con il funzionamento della 3ª Internazionale. Il circolo chiuso che qui appare è un chiaro segno che si tratta di un problema di reciproca azione dialettica.
L’affermare che si tratta di più profondi impedimenti che non siano le sole difficoltà tecniche, non significa che si debba negare l’importanza delle questioni tecniche. Noi sosteniamo che queste difficoltà potranno essere vinte, sol quando si cercherà veramente di farlo, quando gli impedimenti spirituali e con ciò il modo d’organizzazione saranno superati. In altre parole: le relazioni con l’Internazionale sono oggi più slegate, manchevoli di quanto le difficoltà tecniche non impongano: il collegamento delle sezioni con l’Esecutivo potrebbe già oggi essere migliore se le sezioni lo considerassero a fatti e non a parole, come una questione vitale. L’esattezza di questa concezione è provata dal fatto che il collegamento delle singole sezioni fra di loro ed anche le scambievoli informazioni (intima conoscenza delle questioni interne di partito, servizio internazionale della stampa, diffusione della letteratura, ecc.), come gli accordi per azioni comuni, pur non esistendo in questo campo insuperabili difficoltà tecniche, lasciano molto a desiderare. Si pensi alla impossibilità di un lavoro comune internazionale manifestatasi nella questione del boicottaggio del trasporto delle armi per la Polonia bianca al tempo della guerra con la Russia. Anche oggi in un caso simile il lavoro comune delle sezioni non potrebbe riuscire meglio.
Qui la crisi dei partiti diventa una crisi dell’organizzazione dell’Internazionale. L’Internazionale dell’azione può esistere solo come unità dei partiti comunisti e questi devono per loro natura essere sotto ogni rapporto internazionali.
II 2° Congresso ha creato i giusti quadri di organizzazione per l’Internazionale. Ad essi si può dar vita solo con lo spirito comunista dei singoli partiti. Sino a quando questi dovranno ancora superare il menscevismo nel loro stesso seno, non potranno essere veramente membri di una Internazionale di battaglia. Sino allora ci sarà un contrasto nella loro essenza come partiti nazionali e come sezioni dell’Internazionale. Perciò si deve trattare il problema chiaramente e senza riguardi la questione dell’Autonomia è la questione dell’opportunismo, per l’Internazionale ancora più che per i singoli partiti. La vera volontà rivoluzionaria nella forma organizzativa si può manifestare solo nella volontà della centralizzazione. L’anno passato si è visto che l’idea della centralizzazione per i partiti si è profondamente impressa nella coscienza del proletariato. La centralizzazione della Internazionale si trova ancora nello stadio della preparazione, della propaganda.
Poiché si tratta di fare un passo avanti sulla stessa strada, le prospettive per una sana soluzione rivoluzionaria delle crisi interne di partito, possono darci i termini migliori per la soluzione di questo problema. Ma esso non si risolve da sé con l’automaticità di uno sviluppo organico. E compito del 3° Congresso di dare la chiarezza spirituale, la decisione per l’azione ed il completamento dell’organizzazione, portare il processo della reale costituzione dell’Internazionale nella giusta via e dare l’impulso per una più rapida azione.
Da questo punto di vista si deve considerare la questione della cosiddetta opposizione contro Mosca. Non si può negare che anche da parte dell’Esecutivo in alcune questioni (scelta di rappresentanti, ecc.), siano stati commessi degli errori. Le decisioni del Congresso e delle sue commissioni, con chiare dichiarazioni correggeranno certamente molte cose e impediranno instituzionalmente altri sbagli per il futuro. Ma il punto centrale della questione non è qui. Esso sta nella distanza tra lo spirito rivoluzionario dell’Esecutivo, che oggi (per la salute della rivoluzione!) nonostante la rappresentanza degli altri partiti è sotto la forte influenza dei compagni russi, e l’opportunismo di alcune sezioni. Qui debbono sorgere dei conflitti. E questi conflitti saranno salutari per lo sviluppo della rivoluzione e tanto più salutari quanto più energicamente l’Internazionale in essi manifesterà la sua volontà e la sua decisione. Che ciò non significhi una dittatura dei russi lo ha già così esaurientemente dimostrato la lettera aperta dell’Esecutivo agli operai indipendenti di Germania (N. 14 della Internazionale Comunista) che solo un demagogico delatore può permettersi di parlarne ancora.
La preponderanza dei compagni russi, la loro necessaria funzione direttiva nell’Internazionale potrà cessare sol quando il proletariato mondiale potrà eguagliarli in decisione rivoluzionaria, nella perspicacia e nell’esperienza rivoluzionaria. Noi speriamo – ed i compagni russi lo sperano per lo meno quanto noi – che ciò avvenga presto. Ma per arrivarci occorre non il baccano contro Mosca o la richiesta di Autonomia, ma l’azione rivoluzionaria.
Noi speriamo che il Congresso seguirà questa via. Le esperienze di quest’anno mostrano come l’azione rivoluzionaria sia capace di avvicinare alla soluzione questioni che teoricamente ed organizzativamente sembravano insolubili (azione di marzo e questione del K.A.P.). Questo alternarsi di azione e di organizzazione stabilisce contemporaneamente il limite del lavoro organizzativo di un Congresso. Esso può portare questi processi a compimento. Esso può, inasprendo e risolvendo i conflitti, affrettare e far progredire decisamente la chiarificazione della coscienza rivoluzionaria. Certamente però non può cancellare le differenze di tempo esistenti nello sviluppo. Perciò alcune questioni potranno probabilmente anche ora essere risolte soltanto a metà. Io accenno – come esempio dimostrativo – al rapporto fra organizzazione giovanile e partito. L’autonomia della gioventù era una soluzione per la battaglia contro l’inquinamento opportunista dei vecchi partiti. La cessazione di tale autonomia è la necessaria conseguenza della centralizzazione rivoluzionaria. La presenza del pericolo del menscevismo interno è però un impedimento alla realizzazione di questa giusta tendenza comunista l’«Autonomia» della gioventù può avere molto facilmente una importante funzione in questa battaglia.
In simili questioni le necessità della rivoluzione richiedono una grande flessibilità nelle questioni d’organizzazione: bisogna creare dei rapporti tali che lo sviluppo della centralizzazione venga incanalato verso la giusta direzione, e contemporaneamente bisogna dare a questi rapporti una così grande elasticità, che la centralizzazione non possa mai venir usata contro gli interessi della rivoluzione. Poiché ogni forma di organizzazione è un mezzo di battaglia, è solo una parte di quel complesso che tutto stabilisce, tutto decide: il complesso del processo rivoluzionario.
Mosca e la questione italiana
di AMADEO BORDIGA
La questione centrale del III Congresso Internazionale che si svolge mentre appare questo numero di «Rassegna Comunista» minaccia di essere la scissione italiana e il contegno tenuto nel suo esplicarsi dall’Esecutivo di Mosca. Tutto l’assalto del «centrismo» che tuttora ha qualche sentinella avanzata nel seno della Internazionale Comunista, si svolgerà nel sostenere questa tesi: «la politica dell’Esecutivo ha determinato la scissione del grande partito italiano aderente alla Terza Internazionale, punto di partenza di una crisi generale di essa». Ebbene; a parte la diretta confutazione di questa tesi, contenuta in tanti scritti comunisti, a parte il fatto che l’Esecutivo di Mosca merita alto elogio per la posizione presa nella questione, e che la scissione italiana è stata e sarà feconda di utili risultati per il movimento internazionale comunista, vogliamo qui brevemente affacciare una tesi pregiudiziale: cioè negare che la causa determinante della scissione italiana siano state le disposizioni della Internazionale Comunista, che essa sia stata un prodotto artificiale della capricciosa volontà di Mosca.
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Chi abbia seguito il movimento socialista italiano negli ultimi anni e lo abbia giudicato con sereno spirito critico, non solo non ha il diritto di ritenere artificiale la scissione di Livorno, ma avrebbe da tempo dovuto prevedere che essa si sarebbe verificata. Se vi è stato qualche cosa di artificiale, ciò ha influito nel ritardare la crisi e nel farla produrre troppo tardi, quando i periodi che meglio si potevano utilizzare per una preparazione rivoluzionaria comunista già erano stati «sciupati» dal vecchio partito.
Queste cose non le diciamo certo ora qui per la prima volta. Esse sono riassunte, tra l’altro, nella relazione dei comunisti al Congresso di Livorno; ma chi dei congressisiti se ne è occupato? Chi si è sforzato di assurgere ad una comprensione del problema storico di cui si era in presenza che superasse le quisquilie serratiane su le informazioni di Mosca o le «agevolazioni» fatte a Cachin?
Non tracceremo dunque qui certamente la storia del partito socialista italiano, ma rapidamente ne rammenteremo taluni episodi che conferiscono ad una efficace valutazione del problema.
Il partito era giunto alla vigilia della guerra avendo effettuata una scissione, quella di Reggio Emilia, completata ad Ancona colla esclusione dei massoni, ma senza avere con tutto ciò superato il fatto della convivenza di due ali in aperto dissidio teorico e pratico. Le violente polemiche scatenate dai moti della «settimana rossa» nel giugno 1914 lo dimostrarono, tra le altre cose, all’evidenza. La sinistra non aveva, è vero, una concezione ed una pratica precise e definite, ma la destra del partito era da essa separata da un abisso; iniziò una vera crociata contro l’uso della violenza e la predicazione di prospettive rivoluzionarie, e nella pratica avvenne quello che si ripetette poi regolarmente in tutte le situazioni: la direzione del partito trascinata dagli elementi estremi teneva, sia pure senza alcuna chiara preparazione dottrinale e tattica, una attitudine favorevole alla azione in senso rivoluzionario, mentre l’opera dei parlamentari socialisti e dei dirigenti della Confederazione del lavoro, appartenenti al partito, scavalcava questa politica facendo trionfare le soluzioni opportuniste e transigenti.
Il partito conteneva in sé i germi di una scissione indipendentemente dai riflessi che ebbe poi la guerra sulle sue concezioni e sulla sua prassi. Se volessimo dare qui prove più ampie di tale assunto, basterebbe porre a raffronto scritti degli esponenti delle due ali per dimostrare la distanza enorme che li separa; e confermare così che mentre la sinistra dette sempre prova di incertezze nel pensiero e nell’azione, la destra formulò sempre le sue tesi apertamente transigenti ed evitò di arrivare alla rottura solo perché non perse mai la speranza di dominare le situazioni reali e di evitare che le formulazioni e i propositi dei rivoluzionari potessero tradursi in atto attraverso il meccanismo del partito.
In un primo tempo lo scoppio della guerra europea sembrò cementare il partito. Messa la questione così: deve o meno l’Italia partecipare alla guerra? si incontravano nell’agitazione condotta tra le masse il no che ai rivoluzionari dettava il loro antimilitarismo privo di riguardi per lo Stato borghese e per la Patria, ed il no contingente dei riformisti, che risolvevano la questione dal punto di vista di quello che convenisse fare al governo borghese italiano.
Se Mussolini, che passava allora per il leader della sinistra, avesse conservato la posizione che assunse prima di passare all’aperto interventismo, di sostenere invece della «neutralità assoluta» la «neutralità attiva ed operante», esso avrebbe trovato attorno a quella formola, equivoca finché si vuole, il consenso della destra del partito, nella situazione che la guerra determinò. Contro quella formola chi scrive queste note (perdonerà il lettore alcune autocitazioni fatte a scopo assolutamente obiettivo) osservava che la parola «neutralità» era infelice perché si poneva implicitamente come soggetto lo Stato borghese, mentre il nostro punto di vista era che si dovesse conservare la posizione di intransigente opposizione alla politica borghese e militarista anche se questa si volgesse alla guerra – comunque, ed altresì nella ipotesi della «guerra di difesa» – e proponeva la formola «antimilitarismo attivo ed operante» a dimostrazione che l’avversione alla guerra non era formola negativa, come il termine «neutralisti» poteva far credere, ma attitudine rivoluzionarmente attiva. Il valore della avversione alla guerra fu rivelato da un momento successivo, quando la neutralità borghese fu rotta. Alla vigilia della mobilitazione, il 10 maggio 1915, aveva luogo a Bologna un convegno per decidere sul da farsi e sulla proposta di sciopero generale in caso di mobilitazione. La destra del partito in una appassionata discussione, di cui è da rimpiangere non esista un resoconto esatto, si schierò sul terreno del «fatto compiuto». Essa conservava un barlume di speranza di evitare la guerra con risorse parlamentari che avrebbero dovuto spingersi fino ad una coalizione con Giolitti, ma nella ipotesi della mobilitazione dichiarava che al partito non restava che separare le sue responsabilità dalla dichiarazione di guerra e poiché questa era scoppiata, dichiarare di non voler danneggiare la patria in lotta, e ridursi ad un’opera di «croce rossa civile». Benché noi della sinistra riducessimo le nostre proposte ad un minimo, disarmati da un ricatto della Confederazione del lavoro che dichiarò che non avrebbe ordinato lo sciopero anche se il partito lo avesse voluto, fummo battuti da quell’ordine di idee in base al quale la opposizione alla guerra perde, come è evidente, qualunque sapore rivoluzionario.
In una nota che scrivevo sul giornale napoletano del partito, poche ore prima che la guerra scoppiasse, pur sotto un riserbo doveroso che rendeva necessario affermare che il partito era compatto «contro la guerra» (noi scontiamo ora la colpa di esserci accontentati di questa posizione… maltusiana allora e in seguito) dicevo che un insanabile dissenso di concezioni e di tattiche erasi delineato, che l’esperienza della guerra avrebbe precisato, cosicché aggiungevo, «fin da ora si può intendere la stragrande importanza che avrà il nostro congresso di dopoguerra».
Non rifarò la storia del dissidio durante la guerra. Una linea stridente ci divideva. Non dico che la linea dividesse la Direzione, rappresentante la maggioranza intransigente rivoluzionaria di Reggio e Ancona, dalla minoranza «riformista»; la divisione era altra: parte della Direzione, e talvolta la maggioranza di essa, gravitava verso destra. Noi della sinistra, sostenitori della tesi: opposizione alla guerra anche nell’azione pratica, fino al disfattismo, se da ciò possono uscire situazioni rivoluzionarie, fummo sempre in minoranza: così nel citato convegno di Bologna, così nel convegno di Roma del febbraio 1917.
Venne nell’ottobre 1917 la disfatta militare; la guerra prese l’aspetto di guerra difensiva. Il dissidio si acuì terribilmente, ma la mania dell’unità prevalse su tutto, anche in noi che consideravamo un patrimonio comune da salvare la opposizione, anche solo parlamentare, del nostro partito alla guerra, pur sapendo quali debolezze essa celasse. Ma allora nelle polemiche che divampavano soffocate dalla censura, dominava la prospettiva della scissione «subito dopo la fine della guerra». Ci premeva portare in salvo l’onore del partito fino alla fine della guerra, poi eravamo certi che i problemi pratici della tattica proletaria avrebbero recata la chiarificazione.
Si badi, mi preme tanto poco di posare a precorritore degli eventi che aggiungo subito che la coscienza della scissione non era in me solo, ma in tutti. Se potessi riportare le note critiche dell’Avanti! dimostrerei come esse fossero tutte intonate a quel concetto: tolleriamo i destri, ma a guerra finita taglieremo i ponti. In questo atteggiamento Serrati aveva seco noi ma non la maggioranza della Direzione né del partito. Egli era però convinto che la scissione sarebbe avvenuta, e lo ha riconosciuto posteriormente con noi. Ma non basta. Lo stesso Turati presentiva questo evento immancabile, ed al congresso di guerra del 1918, che una serie di ragioni resero poco chiaro interprete della situazione del partito, chiudeva il suo discorso dicendo: occorre conservare «fino alla fine della guerra» l’unità del partito. Tutti sentivamo che un abisso si apriva tra noi.
Non era stato mai possibile portare la discussione fino allo svisceramento delle profonde antitesi teoriche tra le due correnti. A ciò contribuiva il carattere superficiale degli italiani, e le scorie di romanticismo rivoluzionario di molti degli estremisti, fermi alla derisione della precisa coscienza dei problemi del movimento, come «teoria» che contrastasse coll’azione. Cosicché il celebre congresso di Bologna del 1919 ebbe esito rovinoso. Le elezioni maledette costituirono il cemento che tenne unito il partito anche dopo che mancò la ragione della guerra. Condotta fino alla fine la opposizione alla guerra, bisognava consacrarla in un trionfo elettorale: questo l’errore, volendo porlo al di sopra di ogni valutazione di opportunismi personali. La preparazione elettorale già in pieno corso immobilizzava il congresso in una impotenza teorica e tattica. Serrati poté così porsi alla testa di quella frazione artificiale che fu il «massimalismo elezionista».
Io assumo che era solo un’apparenza, che era veramente artificiale, la divisione del partito in una maggioranza rivoluzionaria-comunista e una minoranza riformista. Che una continuità storica collega la minoranza disfattista del periodo di guerra colla minoranza realmente comunista di Livorno.
La maggioranza di Bologna non aveva alcuna consistenza teorica nè tattica. Essa affermò nella sua risoluzione il programma della dittatura proletaria, dell’adesione alla Terza Internazionale, del regime dei Soviet, ma la grande verità era quella detta tra gli schiamazzi da Filippo Turati. il Soviet è per voi il feticcio, ma non sapete quel che sia. La maggioranza di Bologna si era formata in modo equivoco. La vecchia direzione era divisa, e Serrati era più a destra che a sinistra. Nell’ultimo periodo di guerra e nel primo dopo l’armistizio egli scriveva nell’Avanti! con grandi riserve sulle tesi comuniste e schierandosi pel programma dell’assemblea costituente enunciato dalla Confederazione del lavoro e dai riformisti. Ma la stessa direzione era disorientata. Il suo ordine del giorno di adesione ai concetti comunisti era infarcito di grossolani errori: parlava di «sciopero espropriatore», di «ferrovie ai ferrovieri, officine agli operai», ecc. Al convegno di Bologna del 13 luglio 1919, non la Direzione, ma molti compagni, che oggi in gran parte sono nelle file «unitarie» volevano deliberare la rivoluzione, ossia «lo sciopero espropriatore» per la domenica successiva, suggestionati dalla occupazione dei negozi da parte delle masse di alcune città. Tutti non si rendevano conto di quel che fossero gli aspetti del processo rivoluzionario e le sue necessità, tanto che quando taluno per avventura si provò a spiegarlo, scandalizzò i massimalisti… effimeri, e sollevò la compiaciuta meraviglia di qualche riformista. Il partito mancava di un briciolo di preparazione. Che cosa ne sapeva la maggioranza di Bologna delle posizioni di principio e di tattica dell’Internazionale Comunista? Meno che niente. I più non distinguevano il concetto di conquista del potere da quello di espropriazione capitalistica, non avevano idee sul problema dell’azione sindacale né su alcun’altra questione. L’imminenza della lotta elettorale ottenebrò tutto il resto, e soffocò uno sviluppo originale del dissidio maturantesi fatalmente sotto la superficie e che nella tattica da tenere in pratica durante la guerra si era delineato. Quindi fu possibile la formazione di quel blocco serratiano che non aveva omogeneità alcuna e che una migliore diffusione di coscienza comunista, insieme alle dolorose esperienze nel campo della azione, doveva spezzare.
Non è certo solo questione di orientamenti teorici: in pratica si rivelò ugualmente l’inconsistenza della omogeneità di tale frazione. Nella Direzione eletta, il dissidio fu incessante: Serrati era alla destra. Nell’azione parlamentare, e innanzi a tutte le gravi situazioni determinate da agitazioni proletarie avvenne lo stesso. Ogni tanto gli attuali unitari rivelano questo stato di cose col dire «la Direzione era in mano ai comunisti», talmente apparve naturale la divisione della Direzione in due frazioni di eguali forze allorché si dovè decidere sulle risultanze del congresso di Mosca, talmente c’era poco da meravigliarsi che il dissidio scoppiasse.
E che dire della celebre decisione bolognese di «costituire i Soviet» in Italia? E’ la prova migliore che non si sapeva che cosa fossero, se organi politici o economici, di Stato o di lotta. Né vogliamo qui rifare la dolorosa istoria di tutte le situazioni in cui l’implacabile sabotaggio della destra padrona dei sindacati immobilizzò nel ridicolo l’estremismo, colpevole di aver accettata la insostenibile posizione della unità del partito.
Già al convegno di Firenze (Consiglio Nazionale) nel marzo 1919, riesce evidente quello che la parentesi bolognese aveva celato: Serrati gravita verso Modigliani in una valutazione centrista secondo cui «lo sviluppo della rivoluzione italiana non potrà presentare aspetti identici a quella russa, ma potrà emergere da azioni parlamentari» – questo, almeno, il senso delle dichiarazioni sempre ambigue della «destra». Al convegno di Milano poi le due correnti si separano nettamente nel voto; ancora la sinistra è in minoranza.
La situazione derivata dal congresso di dopoguerra fu dunque un colossale equivoco il quale non fece che coprire agli occhi di chi osservava le cose superficialmente o di lontano la verità storica e la continuità logica del fatto che la corrente di sinistra del partito, maturante una vera coscienza comunista nell’incontro delle esperienze proprie della lotta proletaria italiana colle direttive della Terza Internazionale, considerate più seriamente che come un motivo di facile successo nelle elezioni, ne era in realtà la minoranza, l’«opposizione», mentre le redini del partito non avevano cessato di essere nelle mani dei fautori di un indirizzo che, in mancanza di migliore termine, si può ben chiamare «centrista».
Certo la illusione che il partito fosse nella stragrande maggioranza rivoluzionario era alimentata dal fatto che in realtà era «rivoluzionaria» la situazione sociale e politica italiana, le masse erano in incandescenza e tendevano impetuosamente all’azione. Ma in questo sta appunto la chiave del «centrismo». Questo è definito da uno spirito contingente, da un empirismo che rifuggendo dallo sforzo di ogni preciso e continuativo indirizzo assume la tendenza di destra o di sinistra secondo il vento che tira. Temporeggiatore durante la guerra in una banale opposizione a parole, audace tra gli slanci delle folle del dopoguerra, per volgerli a successi elettorale e sindacali, quando non li trasse nella tagliola del tradimento, il centrismo ha rivelata la sua natura disfattista appena la situazione, anche per gli enormi errori commessi dal partito, è diventata più aspra e difficile.
La necessità per il partito di classe di un indirizzo dottrinario chiaro è rivelata ancora una volta da quello che avvenne a Bologna. La sinistra credette sul serio che la situazione avrebbe resi rivoluzionari perfino i riformisti, pensò che sarebbe stato tempo perduto una revisione di valori teorici e tattici nella imminenza di quella «azione» di cui spesso si parla senza avere nessuna idea di mezzi e di fini e lasciò correre le cose sul loro pericoloso andazzo. Essa dimostrava così di nulla avere assimilato delle esperienze estere sull’opera dei socialtraditori, che inutilmente furono da noi della pattuglia estrema prospettate ansiosamente.
Questa nostra tesi circa la suddivisione del partito italiano, che la situazione stranamente suggestionante del dopoguerra dissimulò nell’equivoco del «massimalismo elezionista» creato da Serrati dopo alcune settimane di esitazione tra il luglio e l’ottobre 1919, non deriva solo dal raffronto delle divergenze di guerra colla odierna scissione, non solo si eleva al disopra del valutare crisi individuali e atteggiamenti di singoli, ma è confermata dalla conoscenza del «meccanismo» costituzionale del partito socialista italiano. Questo non era in nulla dissimile da quello di tutte le socialdemocrazie che avevano naufragato nel socialpatriottismo. Ogni meccanismo ha una sua legge funzionale che non ammette violazioni. Una tesi somigliante a quella che dimostra la impossibilità di prendere l’apparato dello Stato borghese e volgerlo ai fini della classe proletaria e della costruzione socialista, prova, tra le conferme molteplici della realtà, che la struttura dei partiti socialdemocratici dell’anteguerra, colle sue funzionalità parlamentaristiche e sindacali non può trasformarsi in struttura del partito rivoluzionario di classe, organo della conquista della dittatura. L’etichetta massimalista è poca cosa, e l’esperienza italiana questo insegna, col fatto che la naturale evoluzione del partito è stata paralizzata dal «bisogno funzionale» di precipitarsi nel torneo elettorale e dai fatali legami coll’operaismo opportunista che ha recato trionfalmente suo prigioniero il «sinistro» Serrati minaccioso intimatore in altri tempi di tutte le sanzioni contro i caporioni parlamentari e sindacali.
Subito dopo Bologna la corrente estrema del partito fece sua la tesi che la «purificazione» del partito era impossibile, e occorreva la scissione, da cui doveva uscire la organizzazione di «un altro» partito.
Chi scrive disse a Mosca pochissime parole sulla quistione italiana dalla tribuna del secondo congresso: prospettando che la critica comunista non doveva colpire il riformismo italiano dei Turati e dei D’Aragona, che è l’antitesi stessa del comunismo, ma il fallace «massimalismo elezionista» sintesi di termini inconciliabile e gerente di una politica disastrosa per le sorti della rivoluzione. Queste sono precise conclusioni critiche a cui tutto un esame ed uno studio del movimento che tutti noi abbiamo vissuto per dieci anni chiaramente conduce. Se ve ne fosse l’agio, sarebbe interessantissimo un lavoro dedicato ad illustrare con documentazione maggiore quanto abbiamo esposto, attraverso ricerche su tutto i periodo di cui si tratta, e che si potrebbe eseguire assai bene se si fosse in possesso di una collezione dell’Avanti! «fuori censura».
***
La conclusione è che la scissione di Livorno fu l’epilogo di uno sviluppo che non solo nelle sue cause e nel suo procedere sta al disopra di tutti i Serrati del mondo, ma della stessa volontà della Internazionale Comunista, e degli uomini responsabili del suo organo supremo. Le condizioni di Mosca ebbero per crisma la scissione come avvenne a Livorno, in quanto sono una legislazione non arbitrariamente imposta da una oligarchia, ma scritta col concorso delle nozioni scaturite da tutta l’azione proletaria mondiale, ed anche dalle vicende italiane.
Nulla dunque di artificiale nella separazione del partito socialista italiano. Se vi fu qualche cosa di artificiale fu il suo ritardo, ma questa artificialità va accettata come uno di quegli errori da cui si desumono migliori orientamenti tattici, e, nella fattispecie, la necessità della «guerra al centrismo».
Se qualche cosa vi può essere di artificiale sarebbe solo una decisione del terzo Congresso – assurda ipotesi – nel senso di ritornare sul taglio fatto dalla storia a Livorno con decisioni che si approssimassero alle richieste del partito socialista italiano. Ma questo errore sarebbe un errore infecondo in quanto già esistono esperienze sufficienti a provare che si dovrebbe presto amaramente pentirsene. Il centrismo può augurarselo, ma la Internazionale Comunista non può commettere una sciocchezza tanto imperdonabile, ammissibile solo in chi avesse per lettera morta gli insegnamenti del metodo marxista e credesse – quegli sì – alla possibilità di infliggere artificiali storture al divenire della storia.
Il movimento comunista in Germania dopo l'azione di marzo
di Giovanni Sanna
Dopocchè l’insurrezione degli eroici lavoratori della media Germania fu repressa, grazie soprattutto al tradimento consumato ai danni della causa proletaria dei socialisti noskiani e indipendenti, e purtroppo anche da alcuni elementi malfidi od opportunisti dello stesso Partito Comunista, un grido di trionfo sorse, non solo dalle colonne dei vari giornali apertamente borghesi, quali il Berliner Tageblatt e la Deutsche Allgemeine Zeitug, ma anche da quelle «socialiste» del Vorwarts e della Freiheit: – «il Partito Comunista di Germania è liquidato!».
In verità, né la borghesia, né il socialpatriottismo e il socialpacifismo hanno lasciato niente di intentato perché la sconfitta del movimento rivoluzionario, diretto ormai esclusivamente dal P. C., fosse completa e definitiva.
Già mentre ancora duravano le ultime fiammate della lotta cominciò la più spietata caccia contro i comunisti e contro chiunque fosse sospetto di aver comunque partecipato all’azione. Nella triste e sanguinosa bisogna si distinse in prima linea la Sipo (Sicherheils Polizei, polizia di sicurezza), composta in gran parte di iscritti al Partito socialpatriottico (S.P.D.); essa fu inoltre validamente aiutata dalle truppe regolari della Reichswehr (milizia nazionale) e da corpi volontari dell’Orgesh bavarese e degli studenti wurtthemberghesi. Si ripeterono le scene selvagge del gennaio 1919 e del marzo 1920. Ben più numerosi dei rivoluzionari caduti combattendo furono quelli fucilati o massacrati a colpi di calcio di fucile e di bastonate, poi, quando la resistenza era già cessata. Quelli che vennero risparmiati, furono sottoposti a tutti i tormenti che siamo ormai abituati a conoscere dalle relazioni sul terrore bianco in Finlandia, in Polonia, in Ungheria, ecc. ammassati a centinaia e talora a migliaia in luride tane o in orribili campi di concentramento, sottoposti alle torture della fame, del freddo, del sudiciume, e seviziati a sangue, sino all’esaurimento dalla soldatesca bestiale, questi nuovi martiri dell’emancipazione proletaria offrirono nuova prova di quanto valore abbia la «democrazia», allorché si tratta di difendere i privilegi di classe, anche nello Stato, come la Germania, che vanta di avere «la più liberale costituzione del mondo», e dove un «socialista», l’Ebert, era alla testa della Repubblica, un altro, il Severing, ministro dell’interno, e un altro ancora, Horsing, dirigeva l’opera di repressione nella zona insorta.
Si calcola che per i fatti di marzo siano state arrestate da tre a 4000 persone, il fiore del proletariato rivoluzionario tedesco. Alla repressione dettero man forte le autorità militari francesi, inglesi, belghe nella zona renana occupata, mostrando così con evidenza intuitiva che mentre le borghesie della Germania e dell’Intesa stavano per rinnovare la strage di popoli per la questione delle riparazioni e dell’Alta Slesia, sapevano però dar tregua alle loro rivalità e aiutarsi reciprocamente contro il comune nemico, contro la rivoluzione proletaria espropriatrice. Soltanto i lavoratori non hanno ancora ben compreso questo imperativo dell’ora, il dovere della solidarietà internazionale di classe. Quando ne avranno acquistato piena coscienza, la loro schiavitù e i loro dolori saranno finiti.
Oltre alle migliaia di arrestati, un numero ancora maggiore di compromessi o di sospetti cercò scampo nascondendosi o riparando oltre frontiera. Sicché si può calcolare che per effetto immediato della repressione armata e della susseguente reazione, il P.C. tedesco sia stato privato per sempre o temporaneamente, di qualche cosa come diecimila dei suoi membri più energici ed attivi. Siccome non si potevano materialmente arrestare tutti i 500 mila membri del P.C., né l’altro milione di lavoratori socialdemocratici che in tutta la Germania si erano associati all’azione, si cercò di disorientare e intimidire questa massa col terrorismo giudiziario.
Appena fu sicuro della vittoria, il governo istituì dei tribunali speciali Sondergerichte per giudicare tutte le procedure collegate con i movimenti insurrezionali. La costituzione tedesca non ammette tribunali eccezionali; ma la democrazia parlamentare tedesca, venuta buona ultima e perciò in grado di far tesoro delle esperienze di altri paesi, non si trovò imbarazzata. Non si trattava, ohibò, di tribunali eccezionali; la Germania è un paese troppo democratico per permettersi tali cose! Si trattava solo di tribunali ordinari, cui si affidava l’incarico di giudicare processi collegati con l’insurrezione, non perché si volesse adoperare in questi un procedimento eccezionale di carattere politico, ma soltanto per liquidare tutto più rapidamente, nell’interesse degli stessi accusati! In realtà, questi tribunali funzionarono da avere macchine di vendetta di classe. Mentre si faceva di tutto per far apparire gli accusati come rei dei più volgari reati comuni, d’altra parte l’enormità delle pene affibbiate anche per cose minime, come l’aver portato per qualche ora un vecchio fucile da caccia senza servirsene: la mancanza o limitazione del diritto di difesa, della garanzia della pubblicità, delle corrette forme procedurali; la montatura di processi e di feroci condanne sulla base di semplici referti di confidenti e di notori agenti provocatori; tutto dimostrava anche ai ciechi che si trattava della più cinica giustizia di classe, del procedimento statario ipocritamente ammantato di forme legali e «democratiche».
Questi tribunali nei primi giorni pronunziarono anche condanne capitali, sebbene la legislazione tedesca non contempli la pena di morte. Il Governo fece smentire la cosa, affermando che nei casi relativi si trattava di persone «cadute in combattimento» o «sparate mentre tentavano di fuggire». Viva impressione destò specialmente il caso del capo-elettricista Sult, comunista, ma amatissimo da tutti gli operai berlinesi come uno dei più coraggiosi difensori della classe lavoratrice. Arrestato a Berlino alla fine di marzo, fu sparato dai poliziotti durante il tragitto in questura, e qui poi, sebbene mortalmente ferito, venne ancora calpestato in volto e nel petto dagli stivali d’ordinanza, e lasciato miseramente morire senza alcuna cura. Infinite furono le condanne alla reclusione perpetua o per lunghissimi anni.
Mentre i carnefici borghesi assolvevano la loro infame opera, i tirapiedi socialdemocratici aiutavano. Il Vorwats approvò i tribunali straordinari, fece il possibile per nascondere agli operai che ancora lo seguono le gesta dei «compagni» della Sipo, le smentì o revocò in dubbio sistematicamente, sostenne a spada tratta gli Horsing e i Severing; la Freiheit, con la consueta ipocrisia pacifista mostrava bensì di disapprovare i tribunali straordinari e le loro feroci condanne, ma poi si univa alla stampa borghese e socialpatriottica nel denunciare i comunisti come delinquenti o inconsulti autori di disordini senza ragione né scopo, concorrendo così a giustificare presso l’opinione pubblica l’opera di repressione, e a paralizzare lo spontaneo impulso di solidarietà di lavoratori non comunisti verso i perseguitati. Mentre così i controrivoluzionari di ogni gradazione perseguitavano e calunniavano i comunisti «agenti di Mosca», si tentava di togliere ai comunisti persino la possibilità di difendersi dalle calunnie, sopprimendo la loro stampa. La Rote Fahne di Berlino veniva periodicamente sequestrata, poi un funzionario di polizia giudiziaria si piantava nei suoi uffici per «impedire preventivamente che si stampassero articoli costituenti reato», poi si arrestava il redattore capo, compagno Thalheimer, sotto accusa di aver preparato un attentato dinamitardo (si badi un attentato preparato da un uomo che deve curare un giornale di due edizioni quotidiane!), infine si asportavano senz’altro dalla tipografia pezzi di macchine per impedire l’uscita del giornale. In tal modo si rispettava la garanzia «democratica» della libertà di stampa e dell’abolizione della censura preventiva! Nella Germania centrale si procedette più alla spiccia. Molti giornali comunisti furono senz’altro soppressi o sospesi per periodi più o meno lunghi.
Come se tutto ciò non bastasse, alla canea anticomunista si aggiunse una muta piccola, ma rumorosa, proveniente dalle file stesse del P.C. Intendiamo accennare al cosiddetto «caso Levi». Del caso stesso, e dei suoi rapporti con la corrente di destra od opportunista che tenta affermarsi anche nella I.C., e coi problemi generali della tattica comunista nel momento attuale, ci occuperemo di proposito in altra occasione. Al fine del presente articolo basterà accennare alla gravità del gesto compiuto dal Levi nei riguardi della situazione in cui in quel momento si trovava il partito, inseguito, circuito, dilaniato da ogni parte da una muta rabbiosa di avversari implacabili. Il 3 aprile, quando ancora la lotta non era del tutto cessata, ma la reazione coi suoi primi feroci colpi si preannunziava in tutta la sua furia belluina, l’avvocato Levi dava alle stampe il suo opuscolo, Unser Weg gegen den Putschismus (la nostra strada contro i colpi di mano), che era tutto un atto d’accusa contro il Partito e contro l’azione non ancora chiusa, ma già irrimediabilmente fallita. L’azione vi era qualificata di putsch bakuniano, i dirigenti del Partito indicati quali ragazzi senza cervello, docili strumenti di Mosca, e non si mancava di mettere in rilievo, esaminandolo, il fatto inevitabile in ogni moto di popolo, dell’intrusione di malviventi, del Lumpenproletariat, accanto alle file degli onesti e convinti rivoluzionari.
Tutto ciò era condito di «rivelazioni» o pettegolezzi che dir si voglia, su ciò che avrebbe detto questo o quell’altro membro della Centrale, tendenti a dimostrare che questa aveva agito, non con un meditato disegno politico, ma con una leggerezza rasentante anche l’incoscienza e persino il delitto.
Naturalmente, le rivelazioni e i giudizi di Levi, come era da aspettarsi, mandavano in sollucchero tutti gli anticomunisti le cui calunnie venivano ad essere confermate dalla fonte più competente che si potesse immaginare – da chi fino a poche settimane prima era stato uno dei presidenti del Partito Comunista! La Freiheit, il Vorwarts, tutte le gazzette più cinicamente borghesi ebbero inni per il «coraggio» di chi pugnalava alle spalle l’esercito da lui un giorno comandato: tutta la stampa anticomunista tedesca e mondiale riprodusse con esultanza le miserabili righe del traditore. Nel Parlamento tedesco, i deputati comunisti lottanti contro la reazione vedevano gli avversari agitare, come tutta risposta, l’opuscolo di Levi. Nelle aule dei tribunali straordinari, i rappresentanti dell’accusa trovavano nello scritto levitico la più sicura dimostrazione del «complotto ordito dall’estero»: e approfittando dell’impressione prodotta dalle «rivelazioni» di Levi sulla «opinione pubblica» cioè del disorientamento creato nelle stesse file degli operai rivoluzionari, il Governo poté fare finalmente il passo davanti a cui aveva fin allora esitato «per motivi politici» cioè l’arresto dei capi comunisti, come Brandler, Thalheimer, Friesland, ecc.
L’inevitabile disorientamento nelle file del P.C. tedesco fu aggravato dalla circostanza, che con Levi si dichiararono solidali alcuni tra i più noti dirigenti del Partito, tra cui di militanti illustri amati come la Zetkin e il Däumig. Si capisce che, data questa situazione, i nemici del comunismo potessero sperare, gli amici temere, lo sfasciamento completo di quel forte Partito di massa, che era sorto tra tante aspettative del proletariato rivoluzionario e mondiale ad Halle.
Infatti, ancora alla fine di maggio la Freiheit, servendosi del «materiale» mandato dall’opposizione opportunista ai propri seguaci del P.C., «rivelava» che l’azione di marzo aveva avuto effetti disastrosi nel partito, che avvenivano diserzioni in massa di membri. Se tutto ciò, anziché essere, com’era in realtà, un cumulo di falsità, fosse stato vero, realmente il Partito Comunista tedesco non sarebbe più che un cumulo miserando di rovine.
Ma le speranze dei controrivoluzionari mascherati da socialisti rimasero deluse. Il P.C. tedesco ha subito una sconfitta, ma non una disfatta. La ritirata dalla battaglia perduta si è compiuta in complesso ordinatamente e compattamente, sebbene al fuoco frontale dell’avversario borghese e socialdemocratico si sia aggiunto, a un certo punto, quello ai fianchi e alle spalle dei traditori passati al nemico in piena battaglia. Certamente, le perdite sono state gravi e dolorose. Specialmente nei luoghi ove la battaglia era stata più aspra, nei rivoluzionari distretti di Halle e di Mansfeld, l’organizzazione legale è stata apparentemente soppressa, perché i combattenti più energici e devoti sono caduti nei vari combattimenti contro la Sipo e l’Orgesch, o sono stati massacrati dopo la lotta, come avvenne particolarmente dopo la resa degli operai dell’opificio di Leuna, o sono stati arrestati e gettati a marcire nelle carceri e nelle galere della Repubblica democratica, o hanno dovuto nascondersi. Non mancarono neppure tradimenti, defezioni, debolezze; ma esse sono rimaste limitate, in complesso, alla «rivolta dei capi» già accennata. I dissenzienti non sono stati seguiti dalla massa di membri del Partito che è rimasta salda e disciplinata al suo posto di combattimento tra l’imperversare della reazione.
In questo consiste il risultato positivo dell’azione di marzo. Non si è verificato più il caso doloroso di precedenti azioni, quando, come avvenne in Finlandia, in Ungheria e nella stessa Germania dopo i moti del gennaio 1919 e l’anno scorso dopo il tentativo di Kapp, la sconfitta del movimento ebbe per conseguenza la paralisi del Partito Comunista e dell’azione rivoluzionaria per un lungo periodo di tempo. Il nuovo Partito Comunista tedesco ha mostrato che può ben essere battuto provvisoriamente, in un’azione parziale, ma non può essere posto fuori combattimento. Esso è diventato una forza indistruttibile, e perciò invincibile; e prima o poi, quando la dialettica degli avvenimenti, e soprattutto l’intensificata schiavitù avrà completamente aperto gli occhi al proletariato tedesco in parte ancora prigioniero dell’ideologia collaborazionista e pacifista, il P.C. ha dimostrato di avere l’energia e la forza di guidarlo alla suprema lotta di liberazione.
La vitalità e la sanità intima del P.C. tedesco si è dimostrata brillantemente con l’energia con cui, pur nelle difficilissime condizioni create dalla reazione borghese e socialdemocratica, esso ha saputo sventare le manovre disgregatrici degli opportunisti. Il 14 aprile l’organizzazione di Amburgo del P.C. espulse dal suo seno il deputato Reich, che nei giorni della lotta, invece di assolvere l’incarico commessogli dal Partito di tenere un comizio agli scioperanti, se n’era andato più tranquillamente a prender parte ai lavori del parlamento borghese della città. Lo stesso giorno, appena avuta la notizia della comparsa del famigerato opuscolo di Levi, la Centrale immediatamente pubblicava un’energica dichiarazione di condanna dello scritto e del suo autore, e l’indomani, 15, espelleva quest’ultimo dal Partito, invitandolo in pari tempo a deporre il mandato parlamentare. E poiché al Levi intanto si aggiungevano altri cospicui dissidenti, come abbiamo visto, e dichiaravano la loro solidarietà con l’espulso, chiedendo allo stesso tempo la convocazione del Congresso, la Centrale intimò anche a loro di astenersi dall’esercitare la loro funzioni di deputati fino a giudizio del Comitato Centrale del Partito, una specie di Consiglio nazionale dei fiduciari delle organizzazioni locali, che è la suprema istanza del Partito tra un Congresso e l’altro, e nello stesso tempo rivolgeva all’appello alle organizzazioni perché reagissero ai tentativi disgregatori di alcuni capi. E a sua volta il C.C., che già il 10 aprile aveva deliberato alcune tesi di completa approvazione dei criteri generali cui era stata informata l’azione di marzo, nella seduta terminata il 4 maggio stigmatizzava il nuovo atto d’indisciplina del Levi, che aveva rifiutato di deporre il mandato parlamentare, ne respingeva l’appello confermandone l’espulsione dal Partito, biasimava severamente la dichiarazione di solidarietà degli otto dissidenti, e deliberava di «esigere nel Partito la più rigida disciplina e di invitare le direzioni distrettuali e la Centrale a provvedere in ogni caso al mantenimento della più severa disciplina, specialmente nei riguardi di compagni collocati in posti di responsabilità». Il curioso è che questi dissidenti, solidali con Levi nell’accusare i dirigenti del Partito di aver agito erroneamente «per ordine di Mosca» ora della condanna del Partito – che però nei loro confronti si è limitato al biasimo, non trovando gli estremi di infrazione disciplinare da render necessaria l’espulsione – si appellano proprio… a Mosca!
Nella sua stragrande maggioranza e il Partito si è schierato con la Centrale e con il C.C. contro Levi e soci. Con una compattezza veramente sorprendente, quando si pensi alla qualità e al passato degli oppositori, le organizzazioni distrettuali e locali, in prima linea quella di Berlino, pur non nascondendo che si erano commessi errori nell’impostazione e nella condotta pratica dell’azione, e chiedendo che se ne trasse ammaestramento per l’avvenire, approvarono però il concetto generale della tattica offensiva cui l’azione stessa era stata inspirata, chiedendone l’energica continuazione, ed ebbero parole roventi contro il «crimine», contro il «tradimento» di Levi. Anche le poche organizzazioni che, come quella della Prussia orientale, dichiararono di consentire nel pensiero politico di Levi circa l’inopportunità dell’avere raccolto la provocazione di Horsing, riconobbero tuttavia che Levi era venuto meno ai doveri di disciplina. In queste assemblee, tenute tra la prima decade di aprile e la prima decade di maggio sotto il più impetuoso imperversare della reazione, risultò dai rapporti dei singoli Comitati direttivi che erano assolutamente false le notizie propagate dalla stampa borghese, socialdemocratica e levitica circa il preteso sbandamento del Partito, la cui organizzazioni invece, salvo qualche insignificante eccezione, rimaneva dappertutto salda e piena di spirito combattivo. Da ogni parte fu chiesto che venisse intensificata la lotta contro il doppio sfruttamento, preparato e in via dell’attuazione dell’opera del capitalismo indigeno e intesista, che si rafforzasse ancor più la centralizzazione del Partito, che si procedesse senza riguardi contro l’opportunismo. In tutte queste assemblee, che già di per sé erano la prova evidente dell’inconcussa forza del Partito, si respirò un’aspra atmosfera di nuove e più decise e decisive lotte. Per un Partito nato come già bell’e spacciato, era un risultato veramente singolare! Esso ci autorizza ad ogni modo a concludere, che basterebbe da solo a provare che l’azione di marzo, pur con tutti i suoi errori e manchevolezze, in parte evitabili e in parte no, fu opportuna e necessaria. Per essa il P.C. tedesco, che dopo la morte di Liebknecht e sotto la guida appunto di Levi si era andato sempre più impaludando della tattica squisitamente socialdemocratica dell’attesa, della sola propaganda e della schermaglia parlamentare, che si vide a meraviglia durante il colpo di mano di Kapp e più recentemente nella famosa «parola d’ordine» di trascinarsi addietro gli strati proletari renitenti e quelli della piccola borghesia all’alleanza con la Russia soviettista in nome della «Germania ferita» della «salvezza dell’economia tedesca» e simili specifici socialnazionalisti, ha ritrovato finalmente la sua via, per la salvezza del proletariato tedesco e quindi del proletariato internazionale, della rivoluzione mondiale. Esso è diventato un Partito d’azione, che ha dato prova di saper correre il rischio delle risoluzioni estreme, di aver l’animo e la volontà di condurre proletariato in battaglia campale di piazza.
Né meno infondata dell’asserito sgretolamento del Partito è l’affermazione che questo dopo l’azione di marzo sia rimasto ancor più isolato di prima dal resto del proletariato tedesco. Già durante la lotta circa un milione di proletari, indipendenti, maggioritari e di altri partiti, fecero causa comune con il P.C. e se i sindacalisti, mostrando anche in questa occasione come il loro preteso rivoluzionarismo sbocchi in definitiva alla stessa foce del riformismo socialdemocratico, rifiutarono di associarsi all’azione solo perché «guidata da un partito politico» tuttavia una delle loro principali organizzazioni, quella dei minatori di Gelsenkirken, non solo aderì al movimento di marzo, ma recentemente ha sconfessato i propri dirigenti perché nella tattica sindacale rifiutavano di seguire le direttive del P.C. Altro risultato importante per il movimento comunista fu il riavvicinamento tra il P.C. unificato e il P.C. operaio, che, determinatosi spontaneamente durante l’azione e per virtù di essa, e cementandosi poi nelle comuni sofferenze della reazione, lascia ben sperare che al Congresso di Mosca si troverà la via per l’unificazione definitiva delle forze rivoluzionarie tedesche. E anche dopo cessata l’azione, tra l’imperversare della bufera reazionaria, si vide chiaro quanto fossero fallaci le speranze dei socialdemocratici di veder le masse allontanarsi dal P.C. Come durante l’azione, così nella reazione una parte non indifferente di operai non iscritti al P.C. ha mostrato però di riconoscere in questo il più energico e convinto difensore della causa proletaria. Lo si vide subito all’indomani dell’azione, quando grandi masse di lavoratori, che all’azione stessa non avevano partecipato, si recarono però a render l’estremo omaggio ai caduti. Grandissimo fu il numero delle operai accorsi alle esequie di Sult, nonostante tutte le consuete arti messe in opera della burocrazia sindacale, infeudata ai socialdemocratici, per far fallire la sgradita dimostrazione.
Nei luoghi stessi che erano stati teatro delle lotte più furiose, come ad Essen e altrove, nonostante lo stato d’assedio di fatto e l’infierire del terrore bianco, i funerali delle vittime richiamavano immenso concorso di proletari memori e devoti. La reazione, scatenatasi non soltanto nel campo politico ma anche e soprattutto nel campo economico con l’intensificarsi, dopo la sconfitta del movimento comunista, delle serrate, del movimento di riduzione di salari, d’introduzione di turni straordinari di lavoro, di allungamento della giornata lavorativa, d’introduzione di nuovi regolamenti-capestro a Leuna e altrove, contribuì al solito più d’ogni discorso di propaganda comunista ad aprire gli occhi alla massa operaia, e a convincerla che i comunisti non avevano agito per smania di disordini o per obbedire ad ordini venuti da lì fuori, ma per difendere con le armi il diritto alla vita della classe lavoratrice. Intiere organizzazioni di operai non comunisti, p.es. quella degli indipendenti di Spandau, presero le difese dei comunisti contro le calunnie di cui essi erano fatti segno da parte anche dalla stampa, «indipendente»: e sempre più vive si fecero le proteste, da parte di organizzatori e assemblee operaie, contro i vergognosi procedimenti dei tribunali straordinari. Questo movimento dell’opinione proletaria divenne anzi così forte, da obbligare la stessa Freiheit e perfino il Vorwarts a protestare contro i metodi della giustizia di classe, che quegli stessi giornali avevano contribuito a instaurare con la loro sistematica campagna di aizzamento anticomunista. Dov’è dunque il preteso «isolamento» del Partito Comunista dalle masse operaie? O non è più esatto parlare di un graduale ma sicuro allontanamento della massa dai suoi antichi falsi pastori socialdemocratici?
Quanto poco sia vero che l’azione di marzo abbia effettivamente indebolito il Partito Comunista, si è visto dai continui progressi che questo va facendo nel campo sindacale. I maggioritari e indipendenti avevano fondato molte speranze sullo stato inevitabile di disorganizzazione in cui dopo la sconfitta venivano a trovarsi le organizzazioni sindacali, in grande maggioranza comunista, della Germania centrale. Essi contavano che, uccisi o arrestati o costretti alla fuga i capi più energici del movimento comunista, sarebbe stato possibile riattirare gli operai e, spinti dal bisogno di stringersi comunque ad un’organizzazione, nell’ovile di Amsterdam. E non lasciarono intentato alcun mezzo per giungere allo scopo di riconquistare alla devozione verso la socialpacifista A.D.G.V. i ribelli lavoratori della zona industriale della media Germania.
Mentre si intensificava la campagna di calunnie contro i capi della rivolta, dipinti come volgari delinquenti, e si moltiplicavano in tutta la Germania le espulsioni dai sindacati dei fautori di Mosca, si cercava di guadagnarsi il proletariato dei paesi più colpiti dalla reazione facendogli balenare la speranza che l’aiuto dell’A.D.G.V. avrebbe potuto mitigare le conseguenze della «disastrosa politica comunista». Ma i lavoratori di Halle, di Essen, di Mansfeld, ecc., non abboccarono all’amo. Certo, essendo l’organizzazione del Partito Comunista in quei luoghi spezzata dalla violenza reazionaria o costretti ad agire solo illegalmente, i socialdemocratici maggioritari e indipendenti, uniti in fraterno accordo in questo lavoro di speculare sulla controrivoluzione borghese per fini di piccola politica di partito, potevano vantare alcuni modesti e apparenti successi sia nelle elezioni alle comunità sia nei sindacati. Ma in tali casi si trattava solo di questo: che i comunisti non avevano potuto materialmente prender parte alla lotta, e avevano dovuto lasciare campo libero di facile vittoria ai socialdemocratici.
Dovunque fu possibile, nella zona del terrore, agire con una pur relativa libertà, il proletariato confermò in mille modi la sua devozione incrollabile alla causa del comunismo e della rivoluzione. A poco a poco l’organizzazione del Partito anche là si viene ricostituendo, i giornali comunisti soppressi dalla polizia ricompaiono sotto altro nome, si intensifica con manifestini a mano l’opera di raccoglimento delle file e di proselitismo.
Nonostante il terrore bianco e la successiva reazione «legale» della borghesia, nonostante che la volontà degli elettori sia sistematicamente violentata e soppressa nelle elezioni ai comuni, ai Consigli di fabbrica, alle cariche sindacali, con i pretesti e nei modi più ripugnanti, nonostante che le iene socialdemocratiche del campo di battaglia, mentre versano lacrime di coccodrillo sul preteso «sfasciamento del movimento operaio dovuto all’inconsulta politica comunista» facciano di tutto per profittare della congiuntura loro offerta dai «compagni» Severing e Horsing: nonostante tutto, la media Germania è rimasta rivoluzionaria e comunista.
Lo pseudo cartello sindacale, creato ad Halle, come già esposi su queste colonne, prima della provocazione di Horsing e forse in preparazione di questa, che doveva staccare dal vero cartello locale comunista gli operai e schiacciare così o almeno indebolire questo attivo centro di opposizione alla politica socialtraditrice dei Dissmann e C., è rimasto sulla carta, spregevole combriccola di capi senza soldati. Caratteristico per i metodi vergognosi impiegati dalla democrazia sindacale per sopraffare la volontà degli organizzati, e per la fiera coscienza di questi ultimi, è quanto avvenne nell’organizzazione dei metallurgici di Halle. Il 6 aprile, mentre le vie della città non erano ancora asciutte dal sangue proletario sparso nelle lotte contro gli agenti armati del capitalismo, comparvero altri più pericolosi strumenti capitalistici nelle persone di Brandes, uno dei presidenti della D.M.V., e di alcuni suoi soci, venuti con la speranza di ottenere ora, con l’aiuto del terrore bianco, quella sottomissione dei metallurgici comunisti di Halle, che invano era stata ripetutamente tentata prima. Essi, presentatisi alla sede dell’organizzazione metallurgica di Halle col pretesto di una verifica di cassa, sequestravano tessere ed elenchi, e nel pomeriggio tentarono di penetrare con la forza, servendosi di un fabbro per scassinare la serratura della porta, negli uffici dell’organizzazione. Fallita la nobile impresa per la resistenza dei compagni, Brandes aprì un altro ufficio, dichiarandolo unica sede legale e riconosciuta dell’organizzazione centrale, e minacciando l’espulsione a tutti quei membri che entro il primo maggio non avessero dichiarato di riconoscere la nuova organizzazione. Ma in due grandi assemblee, sebbene tenute sotto la minaccia delle baionette circondanti il locale, i metallurgici di Halle respinsero segnatamente le minacce, bollando a fuoco l’indegno procedere del Comitato Centrale riconfermando la fiducia all’antica direzione locale da loro liberamente eletta. E allora Brandes non ebbe scrupolo di far decidere dai tribunali borghesi dello stato d’assedio che l’organizzazione di Halle non ha diritto, sotto pena di grave multa, a portare in nome della D.M.V. e a distribuire tessere con tale indicazione! Nonostante tutto ciò, la grande maggioranza dei metallurgici organizzati di Halle è rimasta con l’antica direzione comunista.
Così pure in tutta la Germania l’azione di penetrazione dei comunisti nei sindacati si va intensificando con crescente successo, per quanti sforzi facciano i bonzi sindacali minacciati onde trattenere, col moltiplicare le espulsioni individuali dei comunisti più attivi e influenti delle organizzazioni, la marea che sta per sommergerli. Per ogni comunista espulso, ne sorgono altri dieci. E la lotta diventa sempre più serrata, per la conquista dei sindacati, tra i comunisti da un lato e l’alleanza dei maggioritari e degli indipendenti dall’altro. Il rapido incremento dell’influenza comunista su tutto il fronte sindacale è provato specialmente dagli urli di gioia di tutta la stampa gialla ogni qualvolta gli uomini del Partito indipendente e del Partito maggioritario strettamente alleati riescono a mettere i comunisti in minoranza.
Così fu celebrato come una «grande sconfitta comunista» e come «un trionfo del buonsenso operaio» il fatto che nelle elezioni dei metallurgici di Berlino la scheda concordata tra i due partiti socialdemocratici ottenne 31 mila voti contro i 30 mila della scheda comunista! Il vero è che non passa giorno, quasi, senza che i giornali debbano registrare qualche nuovo successo dei comunisti nei sindacati. Spesso si tratta, è vero, soltanto di successi parziali, iniziali, ma non meno significativi, specialmente in alcune branche e categorie, dove finora di movimento comunista non v’era stata neppure l’ombra. Tra i più recenti notevoli successi comunisti sono da registrarsi quello ottenuto nelle elezioni dei metallurgici di Stoccarda, la simpatia per le idee comuniste mostrata in numerose riunioni dei piccoli contadini della Svezia, e una quantità d’altri buoni risultati nelle elezioni di molti Consigli di fabbrica a Berlino e altrove. Si può pertanto conchiudere con la Rote Fahne che «si osserva in tutta la Germania come lo slancio rivoluzionario del proletariato, anziché indebolito, risulterà forzato dopo l’azione di marzo».
La quale, pertanto, conferma l’insegnamento fornito da un’altra “sconfitta comunista”: quella dei bolscevichi russi nel luglio 1917.
Anche allora in Russia, come testè in Germania, l’azione risoluta del Partito Comunista obbligò i menscevichi a schierarsi apertamente con la controrivoluzione borghese, accelerando così immensamente quell’opera di chiarificazione della coscienza proletaria e di distacco delle masse dalle ideologie e dagli uomini del passato, che è condizione fondamentale dello sviluppo della rivoluzione proletaria in tutto il mondo. Anche allora, come ora, il Partito Comunista, esponendosi da solo allo sbaraglio senza opportunistici calcoli di probabilità o no di successo immediato – e anche allora come ora per la necessità di raccogliere l’altrui provocazione – si mostrò alla massa lavoratrice come unica forza capace di condurla alla vittoria finale.
I bolscevichi russi raccolsero in ottobre i frutti della «sconfitta» di luglio. Non dubitiamo che anche il Partito Comunista tedesco, liberato dai bacilli opportunistici, rappresentati da uomini e da programmi, onde era stato infestato nell’età levitica, sarà per cogliere anche esso, e forse prima di quanto non si possa per ora vedere, i frutti dell’onorata sconfitta del marzo 1921.
Come la Rivoluzione Francese fu una grande rivoluzione sociale
di C. E. LABROUSSE
Dalla Revue Communiste, l’interessante rassegna dei comunisti francesi diretta dal compagno Charles Rappoport, traduciamo questo articolo che lumeggia assai bene l’aspetto sociale della rivoluzione francese nei rapporti dell’economia agraria.
Premettiamo due osservazioni, non per contraddire, ma per completare quanto nell’articolo non è sviluppato, perché esorbitava dai limiti dell’argomento su cui l’autore si intrattiene con ammirevole chiarezza.
La Francia, paese agrario, ebbe una rivoluzione sociale agraria che rovesciò il sistema feudale per sostituirvi quello della libera proprietà rurale. A questa lotta sociale si sovrappose il mutamento di ordinamenti politici che, col passaggio dalla monarchia assoluta e teocratica alla repubblica democratica, sembrò costituire il lato essenziale ed il contenuto insopprimibile della rivoluzione, che invece nel più profondo e definitivo processo sociale era in realtà compendiato. Nulla di più esatto. Ma al tempo stesso la mutazione di forme politiche si sovrapponeva ad un altro conflitto sociale, sebbene meno importante quantitativamente data la struttura della economia francese di allora: la necessità di liberarsi dalle pastoie della legislazione e dell’amministrazione dell’«ancien régime» della borghesia cittadina commerciale ed industriale. Fu questa che si pose alla testa dei nuovi istituti, e che «prese la mano» al nascente proletariato urbano come ai piccoli proprietari rurali paghi di essersi emancipali dal servaggio feudale; fu questa classe – il terzo stato – che subentrò nella direzione della nazione alla aristocrazia terriera monarchica e cattolica che non depose in realtà che in apparenza il potere sotto il consolato, l’impero e la restaurazione.
Non meno che per i contadini anelanti a liberarsi dalla servitù dei baroni agrari, per i borghesi del commercio e dell’industria il contenuto politico e filosofico della rivoluzione, la conquista di una Costituzione, non erano che l’apparenza esteriore degli interessi di classe.
Quando l’autore fa un parallelo colla rivoluzione russa, è nel vero finché considera la lotta tra piccoli contadini e grandi proprietari feudali, e la liberazione della piccola proprietà, o meglio della piccola azienda agraria dalla oppressione dei signori terrieri. Ma va aggiunto che questo fatto sociale ha in Russia accompagnato non la vittoria della borghesia urbana e la conquista di una costituzione democratica, bensì la vittoria politica del proletariato industriale e la instaurazione del potere dei Consigli proletari.
Il contadino emancipato partecipa in larga misura al potere nella Russia di oggi, al fianco del proletariato delle fabbriche. La morte del feudalismo e la liberazione della piccola azienda non preludono ad un capitalismo agricolo, quale si sviluppò all’ombra degli istituti della democrazia borghese, ma a ben altro avvenire, nel quale sotto la direzione del potere dei produttori l’economia disciplinata su base socialistica prepara altre e ben più avanzate trasformazioni della economia agraria che supereranno la piccola azienda in un processo su cui non è il caso di oltre intrattenerci.
La rivoluzione francese era la sconfitta del feudalismo da parte della borghesia urbana e dei piccoli contadini, la rivoluzione russa è la sconfitta della borghesia urbana da parte del proletariato, e del feudalismo da parte dei piccoli contadini e del proletariato.
Dopo la prima la borghesia apriva la sua parabola ascendente, dopo la seconda il proletariato apre l’era del suo avvento alla direzione della società, intraprendendo la demolizione di tutti gli sfruttamenti.
Nella verità universale della interpretazione marxista che getta fasci di luce sul gioco formidabile delle forze sociali, un’epoca storica le divide. La borghesia francese, che secondo la geniale immagine marxista non poteva muoversi senza tutto rivoluzionare, affranco nel suo sforzo i piccoli contadini; la frazione russa della borghesia mondiale, a centotrenta anni di distanza, non ha potuto scegliere altro posto che al fianco dei generali lottanti per lo zarismo e il sacro diritto dei boiardi. La vita storica della borghesia è alla fine.
Nessuno più dello storico deve rigorosamente diffidare del ragionamento per analogia, poiché le sue generalizzazioni induttive a differenza di quelle del fisico e del biologo, non sono suscettibili d’alcuna conferma sperimentale. II suo primo, se non il suo vero compito, è di differenziare più che di identificare o di generalizzare. Senza dubbio non v’è scienza che del generale, senza dubbio lo scopo della ricerca scientifica è nella determinazione delle leggi, e la storia, come scienza, ha per scopo la determinazione della «legge storica», vale a dire di rapporti frequenti e probabili, (e, non costanti, certi) di causa ed effetto. Ma, nella determinazione di questi rapporti, lo storico non deve procedere alle operazioni dell’analogia e dell’ipotesi che con la più estrema riserva, poiché, come abbiamo già notato, l’esperimento «padre di ogni certezza», non può sanzionarle come condizioni scientifiche.
Premetto queste indicazioni per rassicurare il lettore sullo spirito che presiede a questo studio. Una comparazione fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa non potrebbe limitarsi ad una compiacente analogia o ad un accademico parallelo. Lo studio di questi due fatti capitali della storia umana ci conduce a ben altre conseguenze che non sia la determinazione di vaghi rapporti di parentela.
Per quanto ci manchi la documentazione precisa ed esatta su di una quantità di dettagli della Rivoluzione russa e l’insufficienza del rinculo storico sia un grande ostacolo per un giudizio d’insieme, non si potrebbe contestare al grande movimento rivoluzionario orientale questi due tratti dominanti:
La Rivoluzione russa, nei suoi risultati sociali provvisori, ha portato alla costituzione della piccola proprietà contadina con la soppressione della grande proprietà fondiaria.
La Rivoluzione russa mantiene questi risultati sociali e le sue conquiste politiche con la dittatura del proletariato.
Lo studio del movimento politico francese dal 1789 al 1794 ci conduce a constatazioni dello stesso genere:
La Rivoluzione francese, nei suoi risultati sociali essenziali, ha portato alla liberazione della piccola proprietà contadina con la soppressione della proprietà feudale.
La Rivoluzione francese ha mantenuto questi risultati sociali e le sue conquiste politiche con la dittatura d’una minoranza rivoluzionaria, in opposizione armata con le Assemblee uscite dalle consultazioni nazionali.
C’è forse bisogno d’aggiungere che queste constatazioni non hanno il valore di rivelazioni? Io non pretendo all’inedito od all’originale, in queste pagine mi limito ad una scorsa molto generale della Rivoluzione francese, considerata come rivoluzione sociale1.
Mio unico scopo è d’aggiustare, di mettere in rilievo un certo numero di fatti conosciuti, troppo ingiustamente dimenticati in certi centri in cui la Rivoluzione russa – è giudicata dall’alto, con un’ignoranza intransigente ed una dimenticanza voluta di ogni spirito critico; fatti, d’altronde, egualmente dimenticati nei nostri stessi centri, in cui la Rivoluzione francese non è quasi considerata che sotto il suo aspetto politico. Ciò è prendere con sorprendente sicurezza la parte per il tutto, l’occasionale per l’essenziale: la Rivoluzione francese fu innanzi tutto una grande rivoluzione sociale, altrimenti possente e profonda che i diversi accidenti politici i quali per troppo tempo hanno attratto l’attenzione esclusiva della storia.
Nel Bollettino della Commissione di storia economica della rivoluzione, Aulard, storico erudito ed ufficiale della Rivoluzione francese, scriveva un giorno che il grande movimento che ha segnato la nostra storia interna alla fine del XVIII secolo, finora considerato come specificatamente politico, appariva sempre più come un movimento sociale. Questo giudizio, per noi marxisti, esprime una verità famigliare. Come le grandi rivoluzioni religiose del XVI secolo esprimono principalmente i desideri di secolarizzazione della proprietà clericale, egualmente la Rivoluzione francese, considerata nel suo senso tradizionale, è l’espressione politica superficiale e brillante di un irresistibile movimento contadino che tende all’espropriazione della feudalità.
Per comprendere la forza e la generalità di questo movimento e paragonarlo al movimento commerciale e finanziario che porta nello stesso tempo la borghesia al potere politico, il richiamo di alcune semplici nozioni sarà necessario e sufficiente.
***
La Francia nel 1789 era una nazione contadina. Per quanto si può giudicare dalle informazioni che ci dànno gli statistici amanti del risparmio, su 25 milioni d’abitanti essa contava 21 milioni di contadini. Fra di essi, coloni, giornalieri o mezzadri conducevano una vita molto penosa. II nutrimento di un colono raggiungeva, nel Poitou, 36 libbre all’anno; nel Berry 25! I giornalieri guadagnavano 10 soldi al giorno. Si contava ancora un certo numero di servi, forse un milione, principalmente nelle terre della Chiesa. Ma la gran massa di contadini apparteneva ai «censuari» sottoposti a tutti gli abusi della proprietà feudale. Questi erano i più disgraziati.
II contadino censuario possedeva la sua terra. Proprietà puramente fittizia, perché i diritti feudali ch’egli lasciava in cambio gli toglievano la maggior parte del prodotto del suo lavoro.
II numero dei proprietari «censuari», vale a dire delle vittime della proprietà feudale, era certamente aumentato nel XVIII secolo.
II fatto che la proprietà contadina, – scrive Aulard nella sua opera sulla Rivoluzione francese ed il regime feudale, – ha continuato a crescere nella seconda metà del secolo XVIII, è ormai fuori di dubbio. Con documenti che mi sembrano degni di fede. Lutcisky ha dimostrato che alla vigilia della Rivoluzione, nel Limosino, in 85 parrocchie dell’elettorato di Tulle, su 147.000 arpenti di terra i contadini ne possedevano 137.080, e che nelle 43 parrocchie dell’elettorato di Brive su 63.000 arpenti i contadini ne possedevano 34.000, cioè più della metà del tutto; d’altra parte, in questi due elettorati, egli non ha trovato che il 17 per cento di contadini non proprietari.
«Ci sono anche dei villaggi nei quali la proprietà si trova oggi meno divisa di quello che essa fosse sotto l’antico regime… Tutte le vessazioni della feudalità si abbattevano sul nuovo proprietario ed alle volte egli si sente ben più disgraziato di quando non possedeva nulla».
«Così l’accrescimento della proprietà contadina, lungi dal limitare la feudalità, la rese sensibile ad un maggior numero di gente, e ne generalizzò per così dire, il lato odioso alla vigilia della Rivoluzione. Infatti sul contadino «censuario», si abbatteva la esigente molteplicità dei gravami feudali: censo, o canone periodico in danaro od in natura; «champart», o rilascio d’una parte del raccolto (campi pars) in misura d’altronde estremamente variabile2: decima o percezione a beneficio della Chiesa d’una parte dei prodotti agricoli che va dal quarto al quarantesimo; diritto di laudemio ad ogni cambiamento di proprietà; feudalità, o tasse percepite con l’uso obbligatorio del forno, del mulino, del compressore signorile; «diritto di caccia», estremamente oneroso per il contadino e che in molte località conduceva ad una vera distruzione del diritto di proprietà, come risulta dai Quaderni degli Stati Generali: come pure in Normandia o in Provenza, il danno era tale che i confinanti delle foreste non avevano, per così dire, che la nuda proprietà dei loro campi: «I cervi, i cinghiali ed altre bestie di ogni specie ne sono le usufruttuarie». Per la conservazione di questa selvaggina il contadino era obbligato a piantare appositi cespugli (épiner)».
«Mentre il signore ed i suoi accoliti, con i loro cani, corrono a cavallo nella terra seminata o fra il grano e le vigne, il contadino non è libero di difendere il suo campo, d’avere un fucile, un cane, un gatto; condannato sotto pena d’ammenda, di prigione, di galera in caso di recidiva, a rispettare la selvaggina che distrugge il suo raccolto e per non molestarla, per non distruggere qualche nido di pernici egli deve astenersi dal lavorare, dal sarchiare, dal falciare in tempo utile. In molte località egli è tenuto a «épiner», vale a dire a piantare in mezzo alla sua terra dei cespugli per servire da rimessa».
D’altronde non abbiamo accennato che ai diritti feudali più conosciuti, ai quali tutti i contadini «censuari» erano sottomessi. Ma ogni regione si distingueva per una quantità stravagante di servitù. Qui, c’era il diritto di «focatico», con il quale si comprava l’autorizzazione d’accendere il fuoco nella propria capanna, là c’era il diritto di «pascolo» o tassa per aver diritto di nutrire il proprio bestiame con l’erba del proprio campo.. Ecco cosa bisogna intendere sotto l’antico regime per proprietà contadina: il coltivatore possiede il suo campo.. Ma il signore ha delle pretese sull’erba!
Bisogna notare che, per valutare giustamente questi diversi carichi, non ci si deve limitare a considerare il profitto che ne ricavava il proprietario feudale, ma il danno che ne provava il contadino. Ecco per esempio come si esprime sulle feudalità il Quaderno del Tiers di Nemours :
«Facendo i calcoli, si troverà forse che le feudalità danno un reddito assai piccolo e lungi dal valere per i signori ciò che esse costano al popolo» diceva il Tiers di Nemours.
«E’ proibito portare il proprio grano ad un forno che non sia quello feudale; non c’é mai stato un vassallo che abbia posto il minimo ostacolo a questo obbligo. Ciò che vi è d’oneroso e di ingiusto è il dover portare il proprio grano al mulino anche in tempo di secca. Gli abitanti sono obbligati a lasciar il loro grano per tre giorni consecutivi, durante i quali non è permesso di macinario in un altro mulino; di che devono vivere in questo tempo? Passati i tre giorni si permette loro d’andare in un altro mulino. Ma per aver questa facoltà, bisogna pagare a questa orribile feudalità una mezza macinatura… Questa insufficienza di mulini impedisce agli abitanti di macinare le maggiori quantità di grano durante l’estate, stagione in cui bisognerebbe convertire il grano in farina perché è attaccato dai vermi. La feudalità del forno non è una minor servit per gli abitanti: succede quasi sempre che viene guastato il pane ed essi sono obbligati a tacere, gli uni per l’impotenza di far valere la giustizia contro il castaldo, gli altri per timore di un cattivo esito della causa che è giudicata dagli ufficiali del signore».
Per quanto in simile materia non si possano produrre delle cifre che con una necessaria circospezione, pur tuttavia possiamo ritenere con seria approssimazione, che il contadino nel 1789 era obbligato ad abbandonare al Re, al prete ed al signore tanto come gravami feudali – molto più importanti – quanto come gravami di Stato, circa l’80 per cento del prodotto del suo lavoro.
E poiché l’agricoltura francese, a parte la viticoltura, era allora di rendimento mediocre, il contadino, «censuario o no», nella sua vita aspra e limitata era quasi ridotto nelle condizioni dell’umanità primitiva.
«I contadini non spendevano quasi nulla per il loro nutrimento nel Limosino si contentavano di un pezzo di pane grossolano, di minestra, di castagne, di fagiuoli (le patate non erano ancora d’uso generale) qualche volta di un po’ di lardo e di un po’ di vino. Spendevano poco per i loro vestiti, accontentandosi di quel panno grossolano, ruvido ed inusabile, chiamato Fraguet, che serviva a parecchie generazioni, e di tela non meno ordinaria. Venti milioni di francesi vivevano in una condizione troppo spesso paragonabile a quella delle bestie da soma del Limosino. Ed ecco che I’8 agosto 1788, il ministro Brienne annuncia la convocazione degli Stati Generali per il 1° maggio dell’anno seguente. Secondo l’abitudine si redigono migliaia di Quaderni, nei quali sono raccolte le lagnanze del paese. La Francia è interrogata sulle sue miserie e sulle sue aspirazioni.
Ora vedremo quale fu la risposta dei 21/25 della Francia.
***
Qui è necessaria una osservazione. La maggior parte degli storici che hanno parlato dei Quaderni degli Stati Generali, non hanno considerato che i Quaderni delle grandi circoscrizioni amministrative dell’antica Francia quaderni di podesteria o di siniscalcato. I quaderni di parrocchia che si calcolano a decine di migliaia sono stati invece troppo spesso tenuti distanti in uno sdegno ignorante. No risulta una concezione veramente artificiale dei desideri della Francia alla vigilia della Rivoluzione.
Infatti, il contenuto dei quaderni differisce profondamente a seconda che si consulti quelli di podesteria o quelli di parrocchia. I primi sono stati redatti sotto l’influenza della borghesia ricca di titoli mobiliari, creditrice della monarchia e penetrata d’altra parte dello spirito filosofico, particolarmente di Montesquieu e di Rousseau. L’opera di Rousseau, edita a buon mercato, molto volgarizzata, dava agli interessi borghesi una formula filosofica e sentimentale, come Montesquieu aveva dato loro una formula politica. I quaderni di podesteria, esprimendo innanzi tutto gli interessi della borghesia, mettono in testa a tutti i loro voti la Costituzione. La borghesia vuole solamente grandi riforme politiche che le assicurino il possesso del potere. Ed è questo desiderio di riforme politiche, espresso con molta insistenza nei quaderni di podesteria, che sovente si è preso per l’unanime ed esclusivo desiderio della Francia.
Grave errore. Se sotto le espressioni storiche astratte noi vogliamo cercare la realtà concreta, si converrà senza difficoltà che il desiderio generale della Francia sarà, per noi, quello della generalità dei francesi… vale a dire di 21 milioni di contadini. II voto spontaneo del paese non andremo a cercarlo in quei sapienti scritti di podesteria, spesso redatti su modelli parigini e con prefazioni di Cicerone, ma negli umili quaderni di parrocchia, dal testo ingenuo o burlesco, firmati da qualche nome, e «gli altri abitanti non sapendo scrivere» – da numerose croci.
Cosa domanda in questi quaderni la massa della nazione? Una rivoluzione politica? Una costituzione? Senza dubbio, ma in modo molto particolare ed accessorio. Schiacciata dai canoni, espropriata della terra con i gravami feudali, la Francia domanda innanzi tutto l’espropriazione della feudalità. La rivoluzione politica, quando ne fa cenno, non sarà per essa che un mezzo. Lo scopo, lo scopo immediato è la soppressione della proprietà feudale. Rivoluzione sociale considerevole, se si pensa che la proprietà feudale era considerata, in diritto, altrettanto legittima quanto ogni altra specie di proprietà. «Champart», decima, feudalità costituivano delle rendite fondiarie altrettanto legittime quanto la rendita mobiliare percepita, ad esempio, dai creditori dello Stato.
La nazione, costituita nella sua immensa maggioranza dalla classe contadina, domandava dunque l’espropriazione di tutta una classe di proprietari terrieri. Questo è il voto unanime dei quaderni di parrocchia. La minoranza borghese tenterà invano di ignorarlo, di eluderlo, di usare l’astuzia. Padrona dell’Assemblea Costituente, essa si adopererà immediatamente a fare la sua Rivoluzione. una pura rivoluzione politica. II paese reclamava una rivoluzione sociale. Malgrado la politica conservatrice e repressiva dell’Assemblea, l’ultima parola spetterà ai venti milioni di contadini.
Noi non possiamo entrare, nel corso di questo breve studio, nei dettagli della rude ed ostinata lotta che condusse all’emancipazione della terra dei contadini. Dopo l’enfatico inganno del 4 agosto, i contadini incominciano una lunga guerra sociale di 4 anni. Benché non ci fosse fra essi ed il debole proletariato delle città nessun interesse comune, nessuna comune ideologia, è con la collaborazione incosciente e spontanea degli operai e dei contadini che si compi la rivoluzione sociale. E’ dopo l’insurrezione del 14 luglio, che il 4 agosto l’Assemblea salvata dalla reazione monarchica, sotto la pressione rivoluzionaria della campagna, incomincia ad intaccare la proprietà feudale. E’ dopo l’insurrezione repubblicana del 10 agosto che l’Assemblea legislativa, soggiogata, vota, lo stesso mese, la soppressione parziale di questa proprietà. E’ infine dopo l’insurrezione ebertista del 31 maggio, che la Convenzione decide l’espropriazione generale e totale della feudalità: fino a quel grande decreto del 17 luglio 1793, i contadini non-avevano disarmato.
***
Qualche anno più tardi, le conquiste politiche della Rivoluzione saranno annientate dal Consolato, senza neanche un sussulto della nazione. Ma Napoleone si guarderà bene dal toccare la rivoluzione compiuta a beneficio della nazione contadina. Altri regimi verranno. L’Impero, la Restaurazione con il ritorno degli emigrati e la reazione fanatica del 1820. Nulla sussisterà della democrazia borghese. Ma mai si toccheranno le conquiste rivoluzionarie dei contadini.
Così, lo schema della nostra Rivoluzione si può stabilire come segue:
La Francia, nazione contadina, reclama nel 1789 una rivoluzione contadina l’espropriazione della feudalità.
La borghesia sostenuta dalla frazione illuminata della nobiltà e del clero – in tutto un sesto della nazione al massimo – reclama una rivoluzione politica.
Contro la borghesia padrona dell’Assemblea eletta, la nazione contadina realizza, dopo «quattro anni d’agitazione, di lotte, alle volte di guerra civile» la rivoluzione sociale unanimemente do- mandata.
La nazione si lascia facilmente strappare le conquiste politiche desiderate dalla borghesia e di cui comprende imperfettamente la importanza: ma non si oserà mai strapparle le sue conquiste sociali. La rivoluzione politica svanisce davanti al primo gesto del dittatore militare. La rivoluzione sociale rimane.
Si comprende ora a qual punto, nella grande tormenta della fine del XVIII secolo, la rivoluzione sociale fu il fatto essenziale, decisivo, la trama della tragedia? A qual punto l’altra rivoluzione non fu su questa trama che un abbagliante e fragile ricamo?
Note
Il sistema di Taylor e la classe lavoratrice (Pt.1)
di S.L.
L’aumento della produzione è la parola d’ordine del nostro tempo ed il problema centrale di ogni politica economica. Questa può soltanto cooperare o ad un tentativo di ricostruzione dell’economia capitalista che si dibatte in una crisi mortale, o alla costruzione della economia comunista.
La razionale organizzazione della produzione, l’utilizzazione e la valorizzazione della forza umana è diventato il più grande problema del processo di sviluppo industriale. Nello svolgersi di questo processo è sorta una nuova scienza; quella della razionale direzione industriale, il cui fondatore è l’americano F. W. Taylor. Questa nuova scienza svolge delle idee, che senza dubbio meritano la massima attenzione da parte di tutti gli uomini politici.
Sui nuovi principi scientifici di Taylor e sulla sua scuola molto si è scritto ed in parte anche opere di grande pregio. La più gran parte degli autori dànno la maggior importanza al problema tecnico-meccanico, sebbene essi – come Taylor stesso – non abbiano trascurata l’applicazione politica e sociale.
Perciò è necessario sottoporre gli insegnamenti di Taylor e della sua scuola ad un profondo esame dal punto di vista del proletariato per non abbandonare agli oscuri impulsi della classe lavoratrice il compito di trovare la diritta via per questo complicato problema.
Federico W. Taylor non era affatto una personalità in vista. Egli incomincio come apprendista in un laboratorio-modello di falegname, passò poi nella fabbrica di macchine di Midvale Steel Co. dove in un mese divenne capo nel reparto tornitori e più tardi direttore di fabbrica. Dopo che egli sviluppò la sua teoria della direzione industriale scientifica, l’introdusse praticamente in parecchie industrie e la propagando con la parola e con gli scritti, terminò la sua carriera come dottore onorario e professore nell’università di Filadelfia.
Una carriera ed una personalità tipicamente americana!
Un uomo che si è fatto da sé, un autodidatta di grande ed elevato ingegno. Egli era dotato di una acuta perspicacia, di una vasta coltura ed ancor più di un forte spirito di osservazione. Aveva una spiccata tendenza per i metodi di ricerca scientifici, per approfondire cause ed effetti; una meravigliosa energia e tenacia nel perseguire le sue idee riconosciute per giuste e non si lasciava impressionare, quando un’industria sembrava correre verso la rovina per opera dei suoi esperimenti.
Ma non soltanto nella sua energia, nella sua perseveranza, nella sua tenacia, nella sua attività egli era il tipo del nordamericano, ma anche nella sua credenza nella forza insuperabile del denaro. La sua intera concezione della vita è l’assoluta sottomissione al vitello d’oro. Egli lavorava con metodi scientifici e credeva di sviluppare una vera e propria scienza. Ma non è possibile servire nello stesso tempo Dio ed il diavolo. I suoi lavori, i suoi pensieri e principi sono buoni in sé e meritevoli di ogni lode, ma essi nascono per sforzarsi di fondare un sistema onde trovare il mezzo per aumentare il profitto, per ricavare dall’operaio tutto ciò che da esso, sopratutto fisiologicamente, si può ottenere. Perciò egli basa i suoi calcoli, da buon conoscitore degli uomini e da buon osservatore, sull’avidità di denaro dell’operaio americano in parte ignorante disorganizzato.
Il sistema scientifico del Taylor servi soltanto agli interessi dei capitalisti, poiché egli nel suo pensiero era orientato in modo assoluto verso il capitalismo, nonostante le sue affermazioni politiche e sociali, che del resto rivelano il vero dilettante. II seguente episodio che egli stesso racconta ne è la miglior prova. Egli dice:
«Non appena divenni capo di un gruppo di operai, uno di questi mi si avvicinò e mi disse press’a poco quanto segue:
Ora Federico, ci fa molto piacere che tu sia divenuto capo. Tu conosci dunque che piega prendono le cose. Mettiti dalla nostra parte e tutto andrà bene. Se tu cerchi però di sabotare un nostro qualsiasi accomodamento, puoi star certo che ti aggiusteremo le ossa.
Io risposi francamente, che ora mi trovavo dalla parte dei padroni e che per quanto mi era possibile avrei cercato di raggiungere una giornata giusta di lavoro per ogni tornio».
Si, questo era Taylor. Lo scopo della sua scienza era la determinazione di una «giusta giornata di lavoro», ed egli non si peritava di confessare che per tale scopo impiegava senza scrupoli ogni mezzo. «Licenziavo gli ostinati che continuavano ad opporsi ad ogni miglioramento, ribassavo il prezzo del cottimo, assumevo dei novellini che personalmente istruivo, ed a questi strappavo la promessa che dopo il noviziato essi avrebbero fornito una giusta giornata di lavoro».
Poiché tali erano i suoi principi, anche il suo lavoro rimase unilaterale. Malgrado tutto Taylor ha fatto molto. Le sue idee, se trovassero una generale realizzazione nel sistema capitalistico, sarebbero nefaste; esse sono però adatte ad essere maggiormente sviluppate ed applicate in una organizzazione economica ragionevole per stimolare la produttività del lavoro e con ciò contribuire a guidare l’umanità tormentata sulla via di un avvenire felice.
Questo dovevo premettere, non per diminuire l’opera di Taylor, ma per porla nella sua vera luce e perché attraverso l’uomo possiamo meglio comprendere i suoi insegnamenti.
*
Taylor parte dal punto di vista che l’effetto utile, la produttività del nostro lavoro è del tutto insufficiente e potrebbe essere maggiormente redditizia con una più razionale organizzazione del rapporto fra il consumo del lavoro ed il suo risultato. La causa di questa insufficiente produttività del lavoro consiste nel fatto che si occupa solamente redditizia con una più razionale organizzazione del rapporto fra il consumo della forza-lavoro ed il suo risultato. La causa di questa insufficiente produttività del lavoro sta nel fatto che ci si occupa solamente di perfezionare continuamente le macchine e gli impianti tecnici e non di rendere più razionale la tecnica del lavoro umano; il quale è rimasto indietro nello sviluppo. Taylor perciò si dedico allo studio della tecnica e dei metodi di lavoro dell’uomo. Lo scopo è l’organizzazione del lavoro economico, onde evitare lo sperpero della forza umana e raggiungere la massima potenzialità del singolo operaio e dell’industria.
Durante la sua decennale attività pratica in diverse grandi industrie, Taylor aveva osservato che gli operai non esplicavano la loro massima potenzialità di lavoro; essi compivano ripetutamente manipolazioni inutili, irrilevanti, inopportune ed invecchiate; con un lavoro falso facevano dei movimenti inutili solo perché così era Stabilito, perché anche gli altri così facevano, perché i loro antenati da migliaia di anni nell’esecuzione di certi lavori usavano gli stessi irrilevanti metodi di lavoro che si trasmisero ereditariamente di generazione in generazione.
Ogni lavoro, anche quello apparentemente più primitivo, è la combinazione dell’attività del pensiero e del braccio. Taylor constatò che gli operai perdevano un tempo eccessivo per cercare un giusto metodo di lavoro, per vedere come i singoli lavori ad essi trasmessi dovevano essere eseguiti, e raramente trovavano il modo opportuno di lavorare, mancando per tale ricerca della necessaria preparazione ed intelligenza.
Inoltre egli constatò che nella scelta di un operaio per un determinato lavoro non venivano prese in considerazione le sue qualità fisiche e psichiche; nel collocamento degli operai decideva il puro caso. Anche altri momenti fisiologici e psicologici che influiscono sulla potenzialità del lavoro, come lo spossamento, il rapporto fra la nutrizione ed il lavoro, la differenziazione della capacità al lavoro maschile o femminile, ecc., rimanevano inconsiderati.
Infine egli constatò che l’usuale sistema del salario a tempo od a cottimo influiva svantaggiosamente sul piacere del lavoro e sulla sua produttività; il puro salario a tempo non tiene affatto conto dello zelo e della valentia del singolo; la base di misurazione per il salario a cottimo è spesso arbitraria, sempre incerta, e da essa nascono continui dissensi fra operai e datori di lavoro.
Taylor trasse le conseguenze di queste sue considerazioni ed introdusse nell’organizzazione delle innovazioni, che si possono riassumere brevemente nei seguenti principi:
- La divisione del lavoro, com’è stata fin’ora applicata, è semplicemente tecnica. Essa deve venire ulteriormente completata. Ogni singolo lavoro, ogni movimento, ogni manipolazione deve venire osservata ed analizzata con molta attenzione, come oggetto di uno studio scientifico. Questa esatta, sistematica scomposizione di ogni lavoro, renderà possibile una perspicace separazione degli elementi spirituali e materiali esistenti in esso. Mentre fin’ora l’operaio eseguiva l’intero lavoro, secondo i principi di Taylor esso deve eseguirne soltanto l’elemento materiale l’elemento spirituale viene affidato ad uno speciale ufficio, l’«Ufficio del lavoro». Questa partizione del lavoro in elemento spirituale e materiale è una delle caratteristiche delle industrie dirette secondo i principi scientifici.
Secondo i procedimenti in uso nelle fabbriche, la direzione non interviene affatto, o soltanto molto poco, nel campo d’attività dell’operaio e si limita a trasmettere attraverso i capi, gli ordini di esecuzione di certi lavori. Secondo il sistema di Taylor avviene altrimenti, L’Ufficio del lavoro consegna nelle mani dell’operaio un’istruzione scritta, elaborata fino nei più minuti dettagli e provveduta delle necessarie illustrazioni, sul modo d’esecuzione di un determinato lavoro. L’intero svolgimento del processo di lavoro deve venire in precedenza esattamente elaborato nell’Ufficio del lavoro, cosicché ogni impiegato dell’industria deve apprendere dall’istruzione scritta ciò che egli deve fare e come deve farla. Non è più permessa alcuna riflessione, ricerca o attesa; tutto è stabilito e regolato in precedenza, tutto è considerato. L’Ufficio del lavoro ha eseguito tutto il lavoro intellettuale, ha stabilito ogni movimento ed il tempo per ogni dettaglio di lavoro all’operaio rimane soltanto l’esecuzione materiale, secondo l’istruzione avuta. In questo modo l’operaio deve venire «automatizzato» perché secondo l’esperienza un automa è sempre più economico e più produttivo di un operaio di valore e degno di considerazione per le sue riflessioni ed osservazioni.
- Le basi di questa divisione del lavoro devono essere formate con molta esattezza, secondo principi scientifici derivati da studi industriali sui metodi di lavorazione. Ogni movimento dell’operaio nell’esecuzione di qualsiasi lavoro deve venire osservato, segnato, eventualmente rilevato cinematograficamente ed esaminato nella sua precisione. I movimenti inopportuni ed inesatti devono essere sostituiti con altri opportuni ed esatti, quelli superflui aboliti. Questo studio dei movimenti costituisce una parte preziosa del sistema di Taylor.
Con questi studi psicologici e fisiologici devono essere trovate le leggi del governo economico della forza umana, e stabilite le pause ed il tempo di lavoro, la capacità ed il grado d’attività del singolo operaio. Egualmente deve essere esaminata scientificamente la costruzione degli strumenti, degli attrezzi e la natura degli impianti secondo la loro opportunità. Tutto deve essere organizzato in modo tale che l’uomo e la macchina diano il massimo di produttività.
- Per creare una base per la misurazione del salario a cottimo e della giornata di lavoro, devono farsi studi esatti su quanto l’operaio può lavorare senza danneggiarsi. Devesi perciò stabilire con esattezza scientifica il minimo di tempo nel quale un lavoro od una parte di lavoro può essere compiuto. A ciò servono i celebri o famosi studi del tempo chiamati anche studi del lavoro di Taylor. Non si tratta qui di vedere, per mezzo delle note osservazioni, in quanto tempo viene eseguito nell’industria un dato lavoro. Si tratta invece dello studio degli elementi del lavoro, che devono essere esaminati in sé, nei loro reciproci effetti, nella loro opportunità, nel tempo che essi richiedono. Devesi perciò, stabilire con l’aiuto di un cronometro il tempo che l’operaio impiega effettivamente per ogni singolo atto. Ogni movimento che può influire sul risultato deve venir esaminato e segnato. Il controllo se l’operaio usufruisce di mezzi ausiliari adeguati allo scopo, se egli veramente segue i migliori procedimenti di lavorazione e utilizza i vantaggi che l’ambiente gli offre questi sono i punti di vista che costituiscono l’oggetto per uno studio del lavoro ben impostato. Quando sono stati chiariti questi punti, allora ci si può inoltrare nel secondo problema, che costituisce lo scopo dello studio del lavoro: qual’è il tempo minimo nel quale un operaio, senza danno per sé, può eseguire un lavoro che gli è stato affidato? L’accertamento di questo tempo minimo non è però l’unico scopo di questo studio. II suo risultato è in realtà quasi sempre la diminuzione del tempo del lavoro e conseguentemente l’aumento del prodotto. In pochissimi casi il metodo di lavorazione fin’ora seguito dagli operai risulta come il più rapido; per lo più un determinato lavoro deve essere eseguito o da altri operai o in modo diverso per venir compiuto nel tempo minimo. Accanto ad una diminuzione del tempo di lavoro, da tali studi deriva anche un cambiamento nel processo del lavoro.
- Sulla base dei dati degli studi sul tempo viene stabilito il lavoro giornaliero. Su di esso si regola il sistema del salario di Taylor, seguendo il principio di lasciare al singolo operaio la possibilità di avere un’entrata il più possibile elevata, riducendo però sia le spese generali come quelle per unità di produzione. Il salario a cottimo viene stabilito in modo che l’operaio, che raggiunge il quantitativo di lavoro fissato, guadagna dal 30% al 60% in più di quanto non importi usualmente il normale salario giornaliero in altre simili industrie. L’operaio riceve però un elevato salario soltanto quando compie il lavoro stabilito in un determinato tempo base od in un tempo inferiore; se egli supera il tempo base il lavoro prodotto rimane inferiore a quello stabilito e perciò riceve un salario più basso. Questo è il salario a cottimo differenziale di Taylor. In sostanza tale sistema serve anche per stabilire i premi del lavoro, secondo i quali all’operaio che ha fornito il suo lavoro nel tempo prescritto, viene concesso un premio dal 30% al 100% sul suo salario ordinario.
I risultati che Taylor raggiunse con l’attuazione dei suoi principi furono veramente incredibili, per quanto la Bethlehem Steel Co., dove Taylor personalmente introdusse il suo sistema con sperpero di spese colossali, dopo alcuni anni dovette nuovamente abolirlo, e così molte altre industrie che avevano sperimentato l’introduzione dei metodi industriali di Taylor, istituirono altri sistemi di riorganizzazione, dopo aver sciupato molto denaro nei studi preliminari. In parte ciò potè essere causato da una concezione inesatta dei principi di Taylor. Quando però osserviamo i risultati ottenuti in alcune industrie taylorizzate, noi vediamo che essi meritano la massima attenzione. Taylor stesso informa che negli stabilimenti Bethlehem erano occupati dai 400 ai 600 operai caricatori, il cui lavoro medio giornaliero per uomo era di 16 t. Nel terzo anno dopo l’introduzione dei nuovi sistemi, il lavoro giornaliero di un uomo sali in media a 59 t., cosicché la maestranza potè venir ridotta a 140. Un taylorista, Frank B. Gilbrecht, con la nuova organizzazione tecnica del lavoro dei muratori, dopo aver trovato gli uomini adatti ed averli abituati ai nuovi metodi, raggiunse in media un lavoro orario di 350 mattoni, mentre con il vecchio sistema non superava i 120 mattoni. Walento informa che in una fabbrica di costruzione di macchine prima della taylorizzazione il valore della produzione settimanale era di 106.200 dollari, dopo invece, con lo stesso numero degli operai e con l’aumento solo degli impiegati da 10 a 51, esso raggiunse i 313.000 dollari. In un altro esempio Taylor dice che nella sua fabbrica, con l’introduzione dei metodi industriali scientifici, ottenne che 35 operaie adibite all’esame delle boccie compissero lo stesso lavoro che prima era fatto da 120 operaie ed inoltre la sua qualità salì del 60%.
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Taylor assicurava ripetutamente, che il suo sistema voleva elevare al massimo possibile la produttività del lavoro attraverso norme d’organizzazione e ricerche scientificamente condotte riguardo al metodo razionale di lavoro, escludendo ogni eccesso di fatica degli operai. I risultati sbalorditivi dei suoi esperimenti egli li considerava dovuti esclusivamente all’impiego pratico dei suoi metodi industriali. Egualmente il prof. Wallich attesta che soltanto una piccola parte del risparmio di tempo raggiunto con il metodo di Taylor si ottiene con un più attivo lavoro degli operai, la maggior parte si ha con la creazione di migliori condizioni di lavoro, con il miglioramento degli strumenti e degli impianti, con una buona preparazione ed una rigorosa regolamentazione dello sviluppo del lavoro. Ciò deve essere esaminato più da vicino.
Taylor stesso dice che la caratteristica più rilevante del nuovo sistema è il contingente di lavoro giornaliero. Egli riconosce dunque da sé che, nell’esecuzione pratica dei suoi principi, il contingente ed il premio considerati come stimolo per il raggiungimento di una superproduzione, costituiscono la condizione fondamentale dell’intero sistema. II contingente di lavoro è il risultato di ricerche coscienziose e scientifiche su quanto un operaio può lavorare, senza danneggiarsi in nessun modo – dice Taylor. Vediamo innanzitutto come vengono fatte queste osservazioni: «Si sceglievano due lavoratori di prima classe la cui capacità di lavoro materiale era già stata prima provata e si era a lungo ben conservata. Per tutta la durata dell’esperimento essi venivano pagati con doppio salario e ad essi si imponeva di lavorare per tutto il tempo con la massima potenzialità; di tempo in tempo facevamo delle ispezioni per vedere se non erano rimasti indietro con il loro lavoro; ad ogni esperimento, seguiva un momentaneo licenziamento». E poi in altri casi: «Si prendevano due o tre lavoratori di pala di prima classe, ai quali pagavamo un salario extra perché lavorassero con onestà e con attendibilità. Così speravamo di poter stabilire, in quanto tempo un uomo poteva fornire un cavallo di forza, cioè, quanti metri-chilogrammi di lavoro è in condizione di offrire nel modo migliore un operaio in una giornata».
E nonostante che per la determinazione di una giusta giornata di lavoro si prenda per base, per un dato lavoro qualificato, l’opera di un operaio di prima classe e fisicamente valente, il quale per di più con la promessa di doppio salario da una parte e la minaccia di licenziamento dall’altra, viene stimolato e spinto ad un lavoro forzato, pure questa è la ripetuta assicurazione di Taylor:
«II contingente di lavoro è sempre determinato in modo che esso non rappresenta affatto circa il massimo, ma è tale che l’uomo più adatto ad una determinata attività, nel corso del tempo sostanzialmente si perfeziona e può divenire e diverrà, più contento e più benestante». Ciò è ben poco convincente.
La realtà è che Taylor stesso, dove paria dei metodi di studio del lavoro, desidera sempre determinare l’opera di un operaio di prima classe. Oltre a ciò, il sistema del salario che Taylor impiega, è tale che ad una più alta produzione corrisponde un guadagno più elevato del salario normale; se però essa rimane al disotto di questo massimo livello, il guadagno precipita fortemente. Ciò significa che egli differenzia il guadagno, proporzionalmente a limitate differenze di lavoro, in modo così forte che da una parte l’avidità di denaro spinge gli operai particolarmente vigorosi ed abili ad una produzione sempre maggiore, dall’altra gli operai medi e meno capaci sono costretti ad una continua tensione delle loro forze. In queste circostanze, parlare di protezione degli interessi dei lavoratori è una cosciente ipocrisia od un incosciente nonsenso. Poiché giustamente dice il Sachs che la sola cognizione di ciò che l’operaio può produrre in determinate condizioni, può condurre ad un sistema di sudore. II dott. Sachs deve però riconoscere in modo assoluto che ogni industriale ragionevole, che fa lavorare secondo il sistema di Taylor, farà di tutto per occupare nella sua industria operai che producano il massimo. Naturalmente egli non pretenderà, come base, dall’operaio medio l’opera del migliore operaio; sarebbe una fatica inutile. L’operaio viene spinto da sé ad avvicinarsi per quanto è possibile al massimo di produzione, altrimenti egli perde il posto, ed il trovarne un altro gli sarà tanto più difficile quanto più il sistema sarà diffuso. Che ciò conduca ad un prematuro esaurimento delle sue forze, non occorre ulteriormente dimostrarlo. E se ciò non si osserva ancora, è molto facile osservare che con il piccolo numero di fabbriche che lavorano secondo il sistema di Taylor, gli operai in esse impiegati, che sono resi inadatti a lavorare con altri sistemi, nelle altre industrie non vengono accettati. Per nessuno queste possono essere prove della salute e della felicità dei lavoratori. La quale felicità consisterebbe senz’altro nel fatto che secondo detto sistema più a lungo essi lavorano, più elevato è il loro guadagno. Ci si domanda per quanto tempo essi potranno resistere. Tosto che la loro energia sarà esaurita, non vi sarà più posto per essi nel sistema di Taylor. Una prova veramente importante sarebbe una statistica sull’età media dei lavoratori e sulla durata della loro occupazione, rilevata da un grande numero di industrie simili ed estesa ad uno spazio di tempo dai 15 ai 20 anni.
Questa prova non è mai stata ricercata dai propugnatori della genuina coltura di Taylor. Poiché è un fatto generalmente conosciuto, che l’organismo umano, come ogni altro organismo, è elastico e può sopportare per un certo tempo una superfatica senza che il danno sia subito appariscente. Non si può dunque indicare subito, quando è necessario, di quanto un operaio si strapazzi; verosimilmente la diminuzione della sua potenzialità si constaterà per la prima volta quando egli è già sceso così in basso col suo lavoro che con lo sforzo psichico (volontà, attenzione, ecc.), non può più compensare la diminuzione delle forze fisiche. Veramente ci sono delle relazioni in questo senso. Così leggiamo in Kochmann: «Con apparenza degna di fede, veramente da ciò non controllabile, viene riferito che gli operai nelle industrie taylorizzate, prendono delle medicine stimolanti per essere all’altezza degli sforzi richiesti dal nuovo modo di lavorare, e che si debba spesso prevenire che essi si tingano i capelli e si imbellettino per conservare un’apparenza fisica fresca e giovanile». Taylor forse può avere seriamente concepito il suo sistema con intenzioni umane. Ma non era in suo potere di regolarlo secondo la sua volontà. Lo spirito che egli generò, si rivoltò contro di lui; i capitalisti, ai quali egli ha insegnato come si può stabilire il massimo di lavoro, ridono del suo sentimentalismo ed utilizzano i suoi insegnamenti senza riguardi.
Il bravo teorico Taylor, poté forse non aver previsto, ciò che la sua conoscenza degli uomini doveva veramente prevedere, come la sua scienza sarebbe stata tradotta in pratica dal capitalista americano. Nella pratica non era sufficiente neanche l’opera dell’operaio di prima classe. Frenz informa, che si è andati un passo oltre. L’Ufficio del Lavoro venne istruito sul metodo per fissare il tempo più basso possibile, in modo che il contingente di lavoro prescritto fosse elevato per gli stessi migliori operai. L’ufficio per lo studio del tempo considerava la sua migliore opera in ciò: che il minimo numero possibile di operai potesse rimanere nei limiti di tempo fissati. Alle lagnanze degli operai ci si poteva appellare al carattere scientifico delle ricerche. In taluni casi l’impiegato all’ufficio suddetto veniva finanziariamente interessato ad una limitata parte del tempo trattenuto. Inversamente era a ciò interessato il miglior operaio nell’officina; se il massimo possibile di tutti gli operai raggiungono la produzione più elevata, viene ridotto il 100 per cento del tempo. Così appare la cosa nella pratica capitalista. L’idea del contingente di lavoro di Taylor è divenuto un mezzo di potente sfruttamento e gli operai, che con il loro sano istinto sentono ciò, si pongono energicamente contro l’applicazione di questo sistema scientifico per spremere la forza umana.
(continua).
La coltura proletaria e il Commissariato dell' l'Istruzione pubblica (N.d.R.)
Pubblicando nel numero precedente l’articolo di Lunaciarski «La coltura proletaria ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica», omettevamo di render noto ai nostri lettori che fin dal 1° dicembre 1920 il Proletcult (coltura proletaria) è divenuto un organo del Commissariato del popolo per l’Istruzione.
L’esperienza dirà quali saranno le conseguenze pratiche di tale riforma e se essa sia stata utile o no. Certo è che, a nostro modo di vedere, non sono da temersi gli effetti dannosi paventati dal Lunaciarski nel suo articolo, poiché effettivamente non si tratta della soppressione di un organo e conseguentemente dell’assorbimento della funzione da esso esplicata da parte di altro organo non idoneo a tale compito, bensì di una più stretta fusione di due organi speciali (Proletcult e Sezione dell’I.P.), l’attività dei quali sebbene diversa (l’uno laboratorio di studio rigorosamente destinato al proletariato per aiutarlo a creare una coltura originale e propria; l’altro apparato d’insegnamento destinato a diffondere la conoscenza di tutte le branche del sapere umano) pure si svolge nello stesso campo d’azione l’Istruzione pubblica.
Con la trasformazione del Proletcult in organo del Commissariato dell’I.P., le funzioni dei due organismi differenti ma simili, sono maggiormente avvicinate e tutte due subordinate ad un unico centro direttivo. Rimane pur sempre vero però il concetto di educazione proletaria quale lo espone il Lunaciarski, concetto che non viene affatto intaccato dalla riforma suindicata. E che tale sia il pensiero dominante fra i più autorevoli compagni che oggi dirigono le sorti della Russia soviettista, lo prova anche un discorso di Lenin pronunziato al Congresso Panrusso delle Organizzazioni per l’educazione politica, il 5 novembre 1920 dal quale risulta come lo stesso presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo sia contrario a quelle due concezioni estreme che il Lunaciarski enuncia come due pericolosi errori in tale sede.