Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Partito Comunista 15

1 - Distingue il nostro partito

« la linea da Marx, a Lenin, a Livorno 1921, alla lotta della sinistra contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei blocchi partigiani, la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco »

Questa la manchette che si trova a fianco del titolo del nostro giornale e che ha sempre costituito la bandiera del partito comunista internazionale. Noi vantiamo di essere rimasti sempre sulla stessa strada, sulla strada sinteticamente indicata da quelle poche righe.

Se è poca cosa per chi concepisce le posizioni del partito come sempre soggette a mutamenti e ad aggiustamenti di rotta in ragione di ’scoperte’ dell’ultima ora o per chi crede che le posizioni del partito siano semplici enunciazioni ideali completamente disgiunte dalla pratica, è invece essenziale per noi che riteniamo queste posizioni come armi e strumenti che devono guidare ed indirizzare appunto l’azione pratica del partito, la battaglia che esso quotidianamente conduce sia oggi, che si svolge soprattutto sul piano della critica e della delimitazione, sia domani quando si svolgerà con le armi in pugno da parte di generazioni proletarie ritornate alla lotta. Non abbiamo successi «pratici» da vantare, non abbiamo raccolto allori nel campo dell’azione pratica e dei cosiddetti «grandi problemi» che, come tempeste in un bicchier d’acqua, fanno fantasticare di «conquiste» e di «avanzate» le «maree» di studenti e di piccolo borghesi nullafacenti pronti a strillare oggi per il Vietnam, domani per Mao, dopodomani per un altro «sensazionale avvenimento». La nostra classe, la classe del proletariato è ferma da cinquanta anni e tutta la stupida agitazione di questi strati si svolge alla superficie della vera lotta di classe, come volgare parodia di questa, e questa superficie non ne viene minimamente incrinata. Nell’arena della «attualità» siamo dunque dei dogmatici, dei talmudici, degli isolati, incapaci di «inserirsi» e di «incidere». Lo abbiamo sempre rivendicato come il nostro maggior vanto intendendo che si fa azione rivoluzionaria, «oggi, nella pratica», proprio sottraendosi alla prassi degli sculettamenti per «cogliere il successo» e mantenendo rigidamente la prospettiva che la ripresa rivoluzionaria passerà al di fuori e contro il misero prostituirsi attuale.

La lotta rivoluzionaria si fonderà su due elementi determinanti: il ritorno delle masse proletarie al combattimento sotto la costrizione delle contraddizioni capitalistiche e l’esistenza di un partito che abbia saputo mantenere integro l’indirizzo e le posizioni rivoluzionarie proibendosi ogni manovra equivoca. L’essere rimasti sulla linea di sempre non solo non cercando approcci con le mille sedicenti «formazioni rivoluzionarie» che impestano l’orizzonte attuale, ma lavorando a delimitarci ed a distinguerci sempre più da esse costituisce per noi la prima importante «attività», la garanzia che il proletariato ritornato alla lotta potrà ritrovare sulla sua strada il suo partito di classe con tradizione ed indirizzo incorrotti.

La manchette del giornale esprime per noi non un simbolo formale ma, molto di più e sinteticamente, un percorso storico reale di scontri e di lotte, di battaglie e di sconfitte del proletariato mondiale, attraverso il quale è passato e si è selezionato il partito di classe. Un percorso storico che forma la base monolitica su cui deve muoversi il partito, attuale e futuro, nella sua azione. Le posizioni a questo riguardo possono essere soltanto due: o questa linea di continuità e perciò di esperienza pratica accumulata dalla lotta proletaria esiste ed allora il partito di classe deve muoversi sulla base di essa; o non esiste, e allora hanno ragione i mille raggruppamenti spontaneisti per i quali la lotta proletaria è nata ieri e per i quali l’«attualità» produce sempre qualcosa di nuovo e di impensato di fronte al quale inchinarsi. Tutti questi raggruppamenti che fanno della «realtà effettuale» il loro idolo noi li abbiamo sempre ed in blocco denominati «opportunismo» e riallacciati, nelle loro varie manifestazioni, a quel grande filone storico, dell’opportunismo appunto, che ha condotto alla sconfitta il proletariato mondiale. Il nostro partito si distingue da tutti gli altri perché sa che questa linea di continuità storica esiste e la pone a base della sua azione in quanto è il frutto dell’esperienza pratica del movimento proletario mondiale ed è teorica solo in quanto si condensa in tesi ed in testi scritti. La linea da Marx a Lenin significa dunque non una frase od un’etichetta, ma l’accettazione integrale da parte del partito oggi combattente delle lezioni derivate da un arco di lotte del proletariato lette alla luce della teoria marxista. Significa in primo luogo l’accettare il dato storico per cui dal 1848 al 1920 la teoria marxista ha dimostrato di essere l’unica teoria rivoluzionaria, capace di interpretare i fatti sociali e politici e perciò ha sconfitto e dimostrato false tutte le teorie anarchiche, individualiste, libertarie anche se diffuse nel movimento operaio. Significa accettare le posizioni sostenute da Marx e da Engels contro anarchici e democratici piccolo borghesi e del dato storico della definitiva separazione dagli uni e dagli altri. Significa accettare le lezioni che il marxismo ha tratto dalla sconfitta della Comune di Parigi e dalle battaglie eroiche del proletariato francese e conducenti alla conclusione che la lotta rivoluzionaria deve essere diretta dal partito di classe, unico e centralizzato, guidato dalla integrale visione marxista; che questo partito deve dirigere in prima persona lo Stato dittatoriale che il proletariato instaurerà dopo la distruzione violenta ed armata della macchina statale borghese. Significa che, alla luce delle battaglie condotte da milioni di proletari in tutto il mondo, hanno avuto torto non solo gli anarchici e i democratici del periodo 1848-1871, ma anche la successiva ondata revisionista e riformista della fine del secolo il cui prevalere portò la II Internazionale all’adesione alla guerra; che viene rivendicata globalmente la lezione delle battaglie condotte dai rivoluzionari marxisti in seno alla stessa II Internazionale contro gli attacchi dei riformisti e delle risorte correnti anarchiche e sindacaliste fino alla fondazione della III Internazionale. Il bilancio di questo arco immenso di battaglie è che il partito proletario si fonda sulla integrale teoria marxista e ne difende l’invarianza e l’integrità contro tutti i tentativi di deformazione, di arricchimento, di aggiornamento. Altro bilancio storico è quello che conduce alla identificazione nello Stato democratico del peggiore nemico della rivoluzione proletaria ed alla negazione di qualsiasi tentativo di conquista legale e pacifica dell’apparato amministrativo borghese. Lezione storica formidabile è che lo Stato borghese non si conquista neanche per via rivoluzionaria, ma deve essere distrutto per far posto ad una nuova macchina statale proletaria. Rivendicazione aperta del totalitarismo di Stato e di partito come armi indispensabili della vittoria rivoluzionaria.

Livorno 1921 significa che il partito attuale accetta integralmente non solo le lezioni ed il bilancio storico che portarono alla fondazione della III Internazionale, ma la lotta della Sinistra comunista d’Italia che portò alla fondazione del Partito comunista d’Italia e le sue indicazioni critiche elevate fin dal 1920 al II Congresso mondiale, pur nell’adesione totale alle posizioni di questo, nel campo della definizione delle caratteristiche del partito di classe (organo e non frazione della classe) e dei problemi tattici (astensionismo contro parlamentarismo rivoluzionario). Le tesi del II congresso mondiale e le posizioni critiche in esso assunte dalla Sinistra italiana il partito le ritiene confermate e convalidate da tutta l’esperienza storica successiva e perciò formanti parti intangibili del suo blocco di posizioni. La lotta della Sinistra contro la degenerazione di Mosca significa che il partito, nei confronti dei fatti che portarono dal 1922 al 1926 alla degenerazione dell’Internazionale ed alla sua subordinazione allo stalinismo, controrivoluzione trionfante in Russia, rivendica integralmente come proprie tutte le posizioni svolte dalla Sinistra italiana per reagire prima agli errori tattici ed organizzativi che minavano la solidità dell’Internazionale, poi alla progressiva deviazione di essa che culminò nella cosiddetta «teoria del socialismo in un solo paese». Significa opposizione netta e definitiva non solo agli antistalinisti generici di stampo anarchoide, ma anche alla Opposizione Russa condotta da Trotski, la quale trasse dalla vittoria dello stalinismo lezioni del tutto opposte, incapaci non solo di spiegare il fenomeno stalinista, ma di definire le cause della degenerazione del movimento comunista mondiale e del suo approdare sulle attuali sponde controrivoluzionarie. Non l’antistalinismo costituisce dunque la base del partito attuale, ma la chiara visione e previsione svolta dalla Sinistra italiana, l’unica che avendo identificato le debolezze della III Internazionale poté preventivamente cercare di reagirvi e lasciare così al partito futuro, dopo la disfatta, una preziosa ed intangibile eredità di posizioni. Il rifiuto dei blocchi partigiani significa netta presa di posizione del partito nei confronti degli avvenimenti storici che si succedettero dal 1926 in poi in Europa con l’affermazione del fascismo e del nazismo e il sorgere di un antifascismo democratico a cui aderì l’Internazionale ormai degenerata e che condusse all’aperta adesione della Russia e dei partiti staliniani alla seconda guerra imperialista fino a culminare nell’azione di aperto e totale tradimento di tutte le posizioni rivoluzionarie sotto la parola d’ordine disfattista e controrivoluzionaria di «resistenza al fascismo» e di «guerra antifascista». Il partito rivoluzionario di classe fu contro i fronti popolari, contro la prima edizione di partigianismo antifascista operata in Spagna nel 1936, contro i blocchi partigiani in funzione antifascista in Italia ed in altri paesi europei, assumendo come suo cardine distintivo la nozione che il proletariato non deve difendere o rivendicare contro il fascismo il ritorno allo stadio sorpassato delle istituzioni democratiche, ma preparare contro democrazia e fascismo le condizioni per l’affermazione della propria dittatura di classe. Il partito attuale rivendica dunque tutta la battaglia condotta su queste basi dalla Frazione di Sinistra organizzata in Francia e la sua separazione definitiva dalle correnti del trotskismo internazionale, dalla cosiddetta IV Internazionale e da Trotski stesso.

È su questa base di posizioni sancite dall’esperienza storica che il partito ricominciò la dura opera del restauro della teoria e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori del politicantismo personale ed elettoralesco. Rivendicazione della integrale teoria marxista la cui restaurazione contro deformazioni e falsificazioni non costituisce però una fase o una «tappa», ma è concomitante alla restaurazione dell’organo rivoluzionario, cioè del partito militante ed attivo e al contatto con la classe operaia, cioè con le sue lotte per quanto parziali e limitate esse siano. In questa triplice direzione si è svolta e si svolge contemporaneamente la «dura opera» selezionando nel suo corso ormai trentennale un indirizzo politico, un’organizzazione ed una azione di partito le cui caratteristiche sono globalmente opposte a quelle di qualsiasi altro raggruppamento politico ed in particolare a quelli che si dicono più vicini al partito o magari «rivoluzionari». Non conosciamo vicini, affini, cugini non perché non lo vogliamo o per mania di purezza, ma perché il corso storico che abbiamo cercato di descrivere ha tracciato con un bilancio terribile di sconfitte del proletariato, l’indirizzo del partito di oggi e di domani. E questo indirizzo, che è frutto non di elucubrazioni intellettuali, ma della esperienza storica, o si accetta integralmente ed in blocco o integralmente ed in blocco se ne è al di fuori. E più al di fuori di tutti ne sono coloro che fingono di accettarne alcune parti rigettandone altre. Sono i peggiori proprio perché coprono la loro reale e globale opposizione al partito con la foglia di fico di qualche giusta posizione.

2 - Dal trifoglio all’erba medica

Instancabili, le ormai annose sirene, lanciano il loro canto ispirato all’unità a nocchieri che, smarrito il nord rivoluzionario, si accostano ignari (?) ai loro scogli. A differenza di quelle del mitico mondo greco non possiedono un corpo affascinante (sono piuttosto grinzose), ma affascinante è il loro canto.

Queste anfibie donzelle avrebbero scoperto, a loro dire, la formula per contrastare il passo al partitaccio staliniano. Per far ciò basterebbe che il «turbinio di atomi della sinistra comunista» si agglomerasse (è un po’ la teoria della formazione planetaria) «su una linea comune fondamentale» ed ecco che, meraviglia delle meraviglie, si avrebbe bell’e scodellato «la ricostituzione del partito comunista senz’altro in grado di fronteggiare il PCI e di strappargli l’egemonia sul proletariato italiano tanto ignominiosamente esercitata». Come trama per un romanzo giallo-rosa (con qualche ritocco) potrebbe anche andare, ma come «apporto teorico» per la ricostituzione del partito rivoluzionario fa semplicemente ridere. Questi signori si sono dimenticati che la lotta (teorica e pratica) per la rivoluzione è lotta delle forze sociali e non frutto delle capacità rammendizie di un qualche individuo più o meno carismatico.

Secondo noi «uscita illusoria dalle difficoltà dell’ora è quella di ammettere che la teoria base deve restare mutevole, e che oggi proprio sia il momento di lanciarne nuovi capitoli (quello di una linea comune fondamentale ad esempio) finché per effetto di un tale atto di pensiero la situazione sfavorevole si capovolga. Aberrante è poi che tale compito sia assunto da gruppetti di effettivi derisorii e, peggio, risolto con la libera discussione scimmiottante lillipuzianamente il borghese parlamentarismo e il famoso urto delle opinioni singole, il che non è nuovissima risorsa ma antica scempiaggine» (Riunione di Milano, 1-9-52).

E ancora: «Il Partito esclude assolutamente che una accelerazione del processo, maggiore di quella che deriva, oltre che dalle cause sociali profonde, dalla opera non clamorosa di proselitismo e propaganda coi ridotti mezzi possibili, si possa trarre da risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri e gerarchie che usurpando il nome di proletari, socialisti e comunisti, dominano oggi le masse» (Base per l’organizzazione – punto n. 10 – 1952).

«I denegatori frontali del marxismo come teoria della storia vanno preferiti ai puntellatori e rattoppatori di essa, tanto peggio se a fraseologia non collaborazionista ma estremista, secondo i quali varianti e complementi critici dovrebbero correggere i suoi insuccessi ed impotenze» (Riunione di Napoli – 1-9-1951).

«Tre gruppi principali di avversari ha oggi il marxismo nella sua sola e valida accezione: … Terzo gruppo i dichiarati seguaci della dottrina e del metodo rivoluzionario che però attribuiscono l’attuale abbandono di esso da parte della maggioranza del proletariato a difetti e mancanze iniziali della teoria che andrebbe quindi rettificata e aggiornata. Negatori – falsificatori – aggiornatori. Noi combattiamo tutti e tre, e riteniamo che oggi gli ultimi sono i peggiori» (Riunione di Milano 7-9-52).

«Il Partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’ordine contingenti comuni a più partiti».

Non dovrebbero, quindi, esservi più dubbi sulla estraneità del partito (e non da ora) a quella prassi del «discutiamo» e dell’«incontriamoci» (magari segretamente – per poi essere, come negli amori segreti, fatalmente scoperti). Noi, a tale andazzo, opponiamo ancora, come nel 1919, il ferreo motto – che è una linea politica -: «Chi non è con noi è contro di noi». «Ciò significa che, per noi, il mondo è spaccato in due: da un lato il nostro partito, dall’altro TUTTO IL RESTO. Non ci interessano minimamente le critiche che da qualunque parte possono venire al nostro movimento, perché sappiamo che esse sono solo il vomito del nostro avversario, il quale, scorgendo in noi lo storico suo becchino, avvampa d’ira e di impotenza teorica… Le nostre non sono discussioni accademiche con il nemico ma tanti colpi di fucile che gli tiriamo contro». Questo scrivevamo nel 1969 nel n. 2 del nostro Programma Comunista, e nel numero seguente in un articolo dal significativo titolo «Noi e gli altri» rincaravamo la dose. L’articolo prendeva lo spunto dal fatto che in una nostra riunione pubblica avemmo «la SORPRESA di veder giungere un rappresentante ufficiale dei cosiddetti gruppi leninisti, il quale PROPOSE un DIBATTITO».

La sorpresa non fu per la presenza di detto «leninista», ma come è chiaro, per il fatto che ci abbia proposto un dibattito. L’articolo continua dicendo che «il nostro partito non fa dibattiti con nessuna altra organizzazione politica e, se invita il pubblico alle sue riunioni, non è per un ’confronto democratico’ tra idee diverse, ma esclusivamente per presentare ed illustrare le posizioni del partito, sempre disposto a rispondere a domande e richieste di chiarimento, mai ad accettare TORNEI ORATORI». (Programma Comunista n. 3 1969).

Da questo fatto traemmo delle conclusioni, ovvero quale deve essere l’atteggiamento del nostro partito rispetto alle organizzazioni dei «cugini».

Alla voce Cugino – culicinus – nel vocabolario si legge: insetto simile alla zanzara per forma e per le molestie … ). Tale atteggiamento, inutile dirlo, era valido allora come lo è oggi.

  1. Il partito nega nel modo più assoluto l’esistenza di una fantomatica sinistra comunista spezzettata in molteplici raggruppamenti che differiscono su questioni tattiche, ma sempre uniti da un comune intento strategico. Esiste invece, da un lato, il nostro partito, unico erede (ed unico a dichiararsi tale) della integrale tradizione della Sinistra Comunista (come si legge nella manchette sotto il titolo del nostro giornale), e dall’altro lato una serie di gruppi e partiti la cui classificazione lasciamo volentieri all’Espresso o al suo concorrente Panorama e che brillano soltanto per la loro confusione ideologica.
  2. Il termine leninismo (come, del resto, bordighismo) è frutto di un errore ideologico della III internazionale e dell’opera nefanda della controrivoluzione.
  3. Lo stesso termine «comunismo di sinistra» non ha alcun significato. Il comunismo è comunismo e basta. Il termine «sinistra comunista» non è nato per identificare un fantomatico comunismo di sinistra, ma per la necessità dei marxisti rivoluzionari di distinguersi dai sedicenti tali.
  4. Non è da ora che questi gruppi confusionisti tentano di riunirsi tra loro (cosa che non ci riguarda) e a più riprese hanno strizzato l’occhio e tesa l’amichevole mano anche al nostro partito. Allora chiamammo questa loro fissazione col nome di «quadrifoglio», il lento ma inesorabile decorrere del tempo li indusse ad un più oculato «realismo» e poco tempo fa tentarono in qualche modo di varare un «trifoglio». Ora, possiamo senz’altro affermare che si è ripiegato alla più prosaica «erba medica», ma in compenso ottimo foraggio (l’agricoltura va incoraggiata!). Già, belle parole, ci possono rispondere, ma oggi siamo nel 1975, la crisi economica avanza e manca un partito comunista rivoluzionario capace di prendere la direzione del movimento operaio, altrimenti ci troveremmo impreparati, perderemmo l’autobus della rivoluzione, apriamoci, conquistiamo la maggioranza…

Per far ciò basta solo «esortare ad una scelta decisiva per le sorti del movimento operaio quanti hanno questa vocazione e sentono che il tempo urge» (chi lo avrebbe mai detto che la rivoluzione è così facile da farsi?). Certo, non è una cosa fattibile dall’oggi al domani, ma l’importante è «sensibilizzare» i compagni sul problema. Altri si prenderanno la briga di ricamare su questo linguaggio incolto delle bellissime teorie tutte piene di «dialettica». Il merletto è in cantiere, non ci interessa se in concorrenza o in rapporto con i cugini; come in ogni buon ricamo si parte dal centro, si comincia col meglio «mettere a punto» e si finisce che le posizioni divengono sempre più sfumate, sempre più … elastiche, tali da abbandonare, come ci cantano le grinzose arpie, «i limiti improduttivi, le intransigenze preconcette, le artificiose distinzioni, le sottigliezze culturali…» tutti presi, prosegue la mesta litania, «da ansia a dedicarsi a positiva azione organizzativa e politica nel senso di un comune denominatore, già attuale, già esistente, già reale» (Ah sì?, senti senti!). Da parte loro, i ricamatori, nel loro merletto (non importa se a scopo fusionista o di filtraggio) ci mettono un po’ di lotta contro la degenerazione dell’IC (quando cominciò?, fu, come alcuni «studiosi» affermano, Lenin stesso l’iniziatore varando la NEP?); un po’ di lotta alla teoria del socialismo in un solo paese (ma quando la teoria fu codificata già l’economia nazionale russa si era impadronita dello Stato e lo Stato del partito e dell’Internazionale). Con gli ultimi avanzi del gomitolo ci ricamano tutto attorno un rifiuto ai fronti popolari, partigiani e nazionali il tutto tatticamente molto sfumato sì da lasciare le finestre del pian terreno ben spalancate (facilmente raggiungibili da sì provati acrobati), anche se la porta rimane … socchiusa.

Quando l’IC passò la parola d’ordine «dittatura del proletariato» a quella di «governo operaio» dicendo che significava la stessa cosa, la Sinistra replicò che se era davvero un semplice sinonimo era stato un errore averlo coniato perché avrebbe generato confusione, e, se significava un’altra cosa (e si è visto) era anche peggio! I nostri ricamatori disdegnano il dare spiegazioni al basso pubblico (tra capi sì che ci si intende!), solo hanno pensato bene, e nei lunghi e assolati giorni di agosto ne hanno avuto il tempo, che, finite le ferie dovesse finire anche, in onore alle aperture e alla serena considerazione, ogni riferimento alla Sinistra, alle lotte da ESSA condotte contro le degenerazioni e i tradimenti. Zitti zitti (è forse bene ricordare ai nostri super-compagni quel passo del Manifesto che dice: «i comunisti ricusano di celare le loro opinioni e le loro intenzioni»), dunque, zitti zitti, quatti quatti, sono usciti dalla rigorosa tradizione della Sinistra per mettersi al rimorchio, o alla testa – fa lo stesso -, di quella generica ed eterogenea corrente antistalinista che noi, in un bellissimo articolo del 1934 così definimmo: «gruppi e gruppetti … che non rappresentarono che formazioni parassitarie della produzione letteraria della opposizione russa in genere e del sopra citato compagno (Trotski) in particolare, con per tratto comune la diatriba, il contrasto personale, la scissione, clima che permise ad opportunisti incarogniti nell’intrigo e nella speculazione di continuare nelle fila dell’opposizione internazionale le stesse manovre che li avevano resi tristemente noti nell’IC» (Prometeo 14-10-1934) – non ci si dica che non è attuale -. E lo stesso articolo, dopo aver ribadito che la riconquista della direzione delle masse proletarie da parte del marxismo rivoluzionario non sarà frutto di espedienti più o meno arguti, più o meno fortunati, ma del «lavoro penoso e difficile ma indispensabile della preparazione ideologica», così conclude: «Non resta ormai che solamente la nostra frazione – lo affermiamo non per vanità, ma neppure lo tacciamo per falsa modestia -, forte della continuità della sua posizione classista che radica nell’esperienza vissuta del proletariato italiano che potrà costituire il fulcro per un sano raggruppamento delle forze di sinistra e del proletariato internazionale che il tradimento in atto dell’IC e l’autoliquidazione del trotskismo lascia ancora più disorientato e senza guida». Quindi il nostro partito non è una delle tante scuole anti-staliniste, è la SOLA organizzazione marxista rivoluzionaria e il suo anti-stalinismo non è che una conseguenza e nemmeno la principale. A chi ci racconta che anche la Sinistra ha sbagliato, che «non è da rivendicarsi tutta la sua tradizione», rispondiamo semplicemente che «nel colmo della battaglia non si abbandona per ’ripararlo’ né lo strumento, né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone».

«Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – e anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affissata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede».

«Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del corpus marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di chi lo rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto» (Riunione di Milano 7.9.’52, punti 13-14-15).

Tra i brut(t)i barbarossa che partono sbattendo la porta perché «della Sinistra non gliene frega un bel niente» (rimembrate?), e altri che vogliono mescolare «il vino del partito di classe con bibite da pochi soldi» (P.C. n. 3 1969), sono da preferirsi certamente i primi. A noi del vago «bisogno di riscoprire il filo rosso del marxismo rivoluzionario» al di fuori del partito non ce ne frega assolutamente niente, lo lasciamo volentieri agli assistenti universitari. Il partito rivoluzionario di classe, il partito della sinistra si distingue per: «la linea da Marx, a Lenin, a Livorno 1921, alla lotta della sinistra contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei blocchi partigiani, la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco»

Alla bussola! alla non impazzita bussola, guagliù!

Agli ordini dei padroni bonzi senza scrupoli

Le centrali sindacali hanno una incommensurabile faccia tosta a proclamare di essere «autonome e indipendenti dal governo, dai partiti e dal padronato». Come se non bastasse la loro linea politica, impostata esclusivamente sulla difesa e lo sviluppo dell’«economia nazionale», sull’«intesa» corretta e «civile» con «tutte le forze sociali», cioè con i padroni grandi medi e piccoli, arriva a proposito, diffuso dai C.U.B. dei ferrovieri di Roma e Napoli, il testo del «verbale della discussione conclusiva del direttivo unitario» della Federazione delle Confederazioni sindacali con la Federazione dei ferrovieri. Nel verbale, stilato nelle «camere segrete» del supremo vertice bonzesco, le cose vengono dette senza veli, certi di non essere ascoltati dai lavoratori.

Stralciamo dal dialogo. Dice Storti: «Il mandato che noi della segreteria unitaria abbiamo ricevuto dal governo è rigidamente limitato… Vorrei richiamare alcune linee principali che abbiamo preso da tempo e sulle quali ci siamo impegnati di persona, anche con il governo». Ribadisce Vanni: «…questo è ciò che il governo chiede a noi e ciò che noi gli abbiamo promesso». Come si sa, il governo ha chiesto ai falsi rappresentanti dei lavoratori che gli aumenti non superino le trentamila lire mensili e questi bellimbusti hanno «promesso», si sono «impegnati di persona» a far passare la linea governativa. Che bella «autonomia» dal governo!

Questi signori hanno discusso non per respingere le proposte governative, ma solo per convincere i lavoratori ad accettare il «mandato» che essi hanno «ricevuto dal governo». Ma i rappresentanti dei lavoratori non devono mandare ad effetto il mandato dei lavoratori, che possono ricevere solo dai lavoratori?

Protetti dalla segretezza non hanno esitato a parlar chiaro. Storti ha continuato: «Abbiamo detto di privilegiare nelle richieste e nella lotta l’occupazione e gli investimenti e per questo ci stiamo impegnando in una politica salariale che, sia detto tra noi, possiamo anche definire moderata»! Capito? Il superbonzaccio insiste che «In queste linee fondamentali non possiamo non coinvolgere tutte le categorie e tanto più quelle che non hanno scadenze contrattuali ravvicinate». Quindi, le quattro palanche svalutate saranno concesse non solo alle categorie oggi in rinnovo contrattuale ma anche alle altre, quando cioè la svalutazione, che cresce ogni giorno, si sarà ancor più accentuata.

Ma a questi signori non solo è stato chiesto di far digerire ai proletari questi irrisori aumenti salariali, ma ancor più la funzione ormai semisecolare dei sindacati tricolore, di essere cioè i cani da guardia della classe operaia. È sempre Storti che parla: «In questi giorni negli incontri col governo e con i partiti, tutti ci chiedono quanto saremo capaci di controllare il movimento e noi rispondiamo di essere abbastanza capaci». E Vanni di rincalzo: «Ce la fate a reggere questa situazione? – ci hanno detto i partiti e il governo -, altrimenti – ci hanno detto – tornate a svolgere il vostro ruolo e lasciateci fare le nostre manovre politiche»!

Che padroni esigenti, governo e partiti! Pretendono che i loro servi sindacali «controllino» gli operai, che gli operai non si ribellino a questa infame funzione dei bonzi, e preannunciano la minaccia che se questo non riusciranno a fare, il «governo e i partiti» prenderanno un’altra strada, ovvero sceglieranno servi più capaci e attrezzati (la CISNAL?, i sindacati «autonomi»?).

Intanto assistiamo alla ignobile manfrina dell’immancabile tira e molla delle trattative con i ferrovieri, appunto, che dovrebbero servire da cavia per quelle con le altre categorie sia del pubblico impiego che delle aziende private. Il governo ha proposto un anticipo di 10-12 mila lire mensili, contro le 25 mila «chieste», o meglio già concordate, al governo nelle riunioni scorse. Un bel voltafaccia. Gridano al tradimento i bonzi, all’inganno, ma non osano dire apertamente quello che hanno detto in «segreto». È la fine dei servi questa, ai quali il padrone chiede di prostituirsi e poi butta in pasto ai suoi nemici.

Ai bonzi non resta che moltiplicare l’impegno ad un servaggio più accentuato ed esigente, se vogliono godere della loro alta posizione sociale e dei loro alti stipendi. Non è da dire che non si sforzino, che non si diano da fare per escogitare una fitta rete di trappole in cui far cadere la volontà dei lavoratori.

Questi padroni sono proprio malvagi con i loro giannizzeri se non riconoscono l’obbedienza alle loro esigenze in questa frase programmatica, contenuta nel «Documento conclusivo dei lavoratori del comitato direttivo della Federazione CGIL-CISL-UIL» diramato giorni or sono tra gli organizzati al sindacato. Al punto 10 della lettera D) si legge: «Una politica severa e rigorosa, di rinnovamento si esprime oggi con una chiara decisione di blocco delle assunzioni nei settori della pubblica amministrazione e delle aziende pubbliche… attraverso l’uso della mobilità…».

Vale a dire che i lavoratori dello Stato dovranno sottostare all’aumento dello sforzo lavorativo, perché vi sarà il «blocco delle assunzioni», che lavoratori non verranno assunti, per le stesse ragioni, e che potranno essere sbattuti dove meglio piaccia alle esigenze aziendali, e tutto col beneplácito dei sindacati cosiddetti rappresentanti gli interessi dei lavoratori.

In questo stesso «documento» si legge pure che l’anticipo di 25 mila lire mensili viene richiesto soltanto per ferrovieri, postelegrafonici e monopoli, e non per gli altri lavoratori dello Stato, come gli insegnanti per esempio e i lavoratori della scuola non insegnanti. Il punto 8 infatti dice: «Per tutte le altre categorie del pubblico impiego l’anticipazione della definizione del nuovo contratto non dovrà comportare anticipazione alcuna della decorrenza dei miglioramenti»! E perché? Nessuno lo spiega, perché la spiegazione rientra negli «ordini» che il governo ha impartito ai sindacati: diluire nel tempo la spesa pubblica, altrimenti la baracca salta. E, come sempre, la spesa dello Stato la paga il lavoratore, tutti i proletari.

Gli ordini del padrone vengono impartiti, come si vede, con rigida fedeltà. La loro esecuzione, però, anche gli stessi bonzi, poveretti, come fanno a garantire che sarà puntuale e precisa? L’elemento decisivo sarà la forza, o quella dello Stato per imporre la sua volontà, o quella dei lavoratori per imporre la loro. I giochetti rinviano il problema, non lo risolvono.

La borghesia per i suoi privilegi getta sul lastrico milioni di operai

L’acuirsi della crisi economica mondiale appena iniziata getta sul lastrico milioni di lavoratori. A nulla vale avere alle spalle anni di esperienza, e essere giovani e volonterosi, e possedere un titolo di studio. «Le superiori esigenze dell’economia» hanno decretato che milioni di uomini debbano supinamente accettare di incrociare le braccia.

Si parla di almeno 5 milioni di disoccupati nella sola CEE, cifra che non dà il quadro esatto della situazione perché non tiene conto delle centinaia di migliaia di giovani in cerca di impiego e di quelli che hanno un lavoro precario; basta pensare che, in Italia i disoccupati «ufficiali» sono circa 800 mila, mentre in una stima che venne fatta nel 1971, si affermava che il numero di coloro che accetterebbero un lavoro se gli venisse proposto era di oltre 3.700 mila. Tra i disoccupati predominano le donne che rappresentano circa l’80% del totale, mentre i giovani al disotto dei 30 anni sarebbero quasi la metà. È questa una tendenza generale che si riscontra in tutti i paesi industrializzati; negli USA, nel 1973 il 55% dei disoccupati erano giovani al disotto dei 24 anni, in Francia i giovani con meno di 25 anni rappresentavano il 45% del totale. Un’altra tendenza generale che si riscontra in tutto il mondo industrializzato è la cosiddetta «disoccupazione intellettuale» e cioè il fatto che la percentuale dei senza lavoro è infinitamente più grande tra i giovani in possesso di lauree o diplomi: da una indagine campionaria risulta che vi sono in Italia 273 mila diplomati e 54 mila laureati in attesa di prima occupazione (l’Unità del 17/10/75).

Questo fatto dovrebbe far riflettere e dimostra quanto siano falsi e demagogici i sermoncini sulla qualificazione e sul diritto allo studio. Chi non ricorda la vecchia massima che ogni persona «perbene» si sentiva in dovere di ripetere?: «Studia e ti farai una posizione». Come risuoneranno beffarde queste parole nella memoria di centinaia di migliaia di giovani «qualificati» costretti all’inattività forzata.

Il grande aumento della popolazione studentesca verificatosi in questi ultimi anni, non costituisce una «conquista» dei lavoratori, come da più parti è stato affermato, ma è determinato dal fatto che la scuola funziona come «sacca» o «area di parcheggio» per assorbire la giovane mano d’opera in eccesso. In un articolo de l’Unità del 10-10-75 (dal quale abbiamo tratto i dati sopracitati) si legge: «Un concorso magistrale iniziato pochi giorni fa, con più di 168 mila concorrenti per 12.700 cattedre, il mezzo milione di candidati dello scorso anno per 1870 posti all’INPS, i 300 mila insegnanti che sono iscritti ai corsi abilitanti, le cronache quotidiane di concorsi come quello della Intendenza di finanza di Napoli con 9.000 aspiranti e 70 posti, sono fatti eloquenti… Nel Nord, quasi la metà dei diplomati ITI intervistati si trova in una condizione di disoccupazione vera e propria o di disoccupazione mascherata; tra i disoccupati, 7 su 10 non hanno avuto offerte di lavoro stabile, né coerenti né incoerenti con il titolo di studio, malgrado ogni loro sforzo nel cercare il lavoro e malgrado una totale disponibilità verso ogni tipo di attività. Nel Sud solo uno su 4 ha una occupazione stabile, un altro risulta disoccupato e gli altri si destreggiano tra la prosecuzione più o meno forzata degli studi e varie forme di precariato».

Di fronte a questa realtà è veramente ridicolo credere di poter difendere il posto di lavoro con chiacchiere sulla qualificazione professionale. La disoccupazione si abbatte su tutti; qualificati e no; è una tendenza ineluttabile della società capitalistica alla quale ci si può opporre solo con l’azione di classe.

I rappresentanti dello Stato e quelli della Confindustria non sono dei cinici, si vede chiaramente che gli dispiace (certamente avranno versato anche qualche lacrimuccia) ma purtroppo non possono farci niente perché – hanno spiegato – l’unico mezzo per risanare i bilanci dissestati delle aziende è di diminuire il «costo del lavoro», se così non si facesse, i margini di profitto si ridurrebbero ulteriormente.

Naturalmente, per far sì che i salari gravino di meno sul costo di produzione, le aziende devono fare in modo che la produttività del lavoro aumenti, perciò le porte sono sbarrate ai giovani e i posti di lavoro che si rendono vacanti non vengono rimpiazzati. Si intensifica quindi il ritmo di lavoro e ciò è testimoniato dalle centinaia di gravi incidenti spesso mortali che si verificano.

Si consolino i disoccupati pensando che il loro sacrificio «salverà» l’economia, vale a dire i profitti. Si consolino anche tutti quei lavoratori che sono rimasti storpiati in «incidenti» sul lavoro e si ricordino che l’adozione di norme che prevengano gli infortuni sarebbe «troppo gravosa» per i bilanci delle aziende.

Industriali, rappresentanti dello Stato, giornalisti superpagati rivolgono continui ammonimenti agli operai affinché moderino le loro rivendicazioni salariali.

Lo stesso presidente del consiglio Moro ha rivolto il 12 settembre scorso un vibrante appello in questo senso: «I pericoli e i rischi maggiori vengono proprio dalla dinamica salariale, visto che in certi casi il nostro costo del lavoro è il più alto del continente». Egli ha indicato come limite massimo sopportabile un aumento salariale del 10% ed ha aggiunto: «Ci rivolgeremo alle forze produttive, ci rivolgeremo in modo particolare alle grandi forze sindacali, che sono tanta parte della nostra società, facendo appello alla loro coscienza del pubblico bene che non contraddice l’interesse di classe».

(Corriere della sera, 12-9-75) L’ultima precisazione: «che non contraddice l’interesse di classe» sembra volta a tranquillizzare quei sindacalisti che si facessero qualche scrupolo nel soddisfare le esigenze del governo e del padronato. Ma non si preoccupi onorevole! Quando si tratta di «salvare l’economia nazionale» i dirigenti sindacali sono sempre pronti a sacrificare gli interessi di classe dei lavoratori.

Non vi era nessun bisogno che il capo del governo richiamasse i dirigenti sindacali al patriottismo: Essi fanno già tutto quanto è in loro potere perché «il costo del lavoro» non aumenti, perché la pace sociale non venga turbata e perché i lavoratori sopportino senza ribellarsi la falcidia dei salari e la disoccupazione. Essi hanno dimostrato a più riprese la loro «buona volontà» affermando che difesa del salario e difesa della occupazione sono due obiettivi collegati, che non si può «privilegiare» l’uno a scapito dell’altro e che perciò gli operai occupati devono contenere le loro rivendicazioni salariali per non danneggiare i disoccupati.

Un comunicato della federazione CGIL CISL UIL in risposta al discorso di Moro dice: «… l’intreccio fra politica dell’occupazione, i rinnovi contrattuali, con priorità esplicita dell’occupazione, che la federazione pone al centro della propria strategia per i prossimi mesi, costituisce di per sé la prova del senso di responsabilità del movimento sindacale e della sua compenetrazione nei problemi del paese».

Il segretario confederale della CGIL Vignola, in un articolo su l’Unità del 7-10-75 scrive: «… tendiamo a commisurare le rivendicazioni salariali e normative all’obiettivo di conquistare risultati concreti sul terreno della occupazione e di un avvio di una nuova politica economica e affermiamo che ai risultati immediati e concreti di occupazione che riusciremo a conquistare, commisureremo le conclusioni stesse cui pervenire nelle vertenze contrattuali».

Ma l’ineffabile Luciano Lama è andato più oltre ed ha addirittura scoperto che chi rivendica l’aumento dei salari… fa il gioco dei padroni: «… ai soliti estremisti che, non rispondendo delle loro posizioni se non a piccoli gruppi di lavoratori disorientati, combattono la linea delle Confederazioni costruita sulla priorità della occupazione e degli investimenti e affidano invece ogni prospettiva ai soli aumenti salariali, noi rispondiamo francamente che ancora una volta la loro scelta coincide con quella di importanti gruppi padronali. Questi sono chiaramente favorevoli ad aumentare le retribuzioni dei lavoratori occupati, purché si rinunci in fabbrica e nel paese a qualsiasi programma di investimenti e di controllo dell’occupazione» (l’Unità 12-10-75).

Per quanto sforziamo la nostra fantasia ci riesce difficile immaginare l’industriale che sogghigna soddisfatto dopo aver aumentato i salari dei suoi operai. Così come ci riesce difficile credere che Agnelli, Moro, La Malfa ecc., più volte dichiaratisi contrari all’aumento dei salari, siano dei paladini della classe operaia.

Con queste affermazioni, che sono dei semplici giochi di parole, le dirigenze sindacali tentano di far credere ai lavoratori che esiste una sorta di incompatibilità tra la difesa del salario e la difesa della occupazione.

Che ciò sia falso, che anzi questo sia solo un volgare stratagemma per tenere bloccati i lavoratori, è dimostrato dalle seguenti considerazioni:

  1. mentre proclamano di mettere al primo posto il problema della occupazione i sindacati confederali e autonomi non solo non fanno nulla per opporsi all’ondata di licenziamenti e di messa in cassa integrazione; anzi, con la loro pratica di contrattare caso per caso, settore per settore, azienda per azienda, località per località, impediscono che si crei un movimento in difesa del posto di lavoro generalizzato a tutte le categorie. Con ciò ottengono il doppio effetto di mandare a casa senza traumi centinaia di migliaia di disoccupati e di tenere a freno i lavoratori occupati.
  2. Mentre accettano di fatto l’ondata dei licenziamenti, non si oppongono all’aggravamento delle condizioni e dei ritmi di lavoro dei lavoratori occupati, passata ovunque sotto il nome di «ristrutturazione» o, nel caso dei lavoratori della scuola, di «riforma». Sono anzi concordi con il padronato nel volere una maggiore «mobilità del lavoro», un maggior «utilizzo degli impianti» e cercano in ogni modo di soddisfare la dichiarata esigenza padronale di accrescere la «produttività del lavoro» il che, tradotto in termini di classe, significa maggiore sfruttamento.
  3. Legano la sorte dei disoccupati alle possibilità di «ripresa degli investimenti» accettando con ciò la tesi dei capitalisti i quali affermano che senza adeguati margini di profitto non vi può essere produzione e che perciò i salari si devono comprimere per allargare o non diminuire i profitti delle aziende. Nel frattempo gli operai stringeranno la cinghia per non aumentare il costo del lavoro e perché padroni di vecchio stampo e moderni «managers» delle aziende statali continuino ad ingrassare. Intanto i disoccupati camperanno (si fa per dire) di sussidi in attesa della ripresa degli investimenti.

Questa è la logica dei capitalisti i quali vivono di profitto estorto agli operai e perciò pensano che la fine del profitto significhi il crollo della civiltà, il diluvio universale. Che crolli pure il loro mondo, la loro civiltà che ci regala solo sfruttamento, guerre, fame, distruzioni.

A sostegno della falsa tesi di un contrasto di interessi tra lavoratori occupati e disoccupati che si dovrebbe mediare, viene generalmente argomentato che esiste un monte salari che non può superare un certo limite, che anzi deve essere compresso, dal quale vengono attinte: le retribuzioni per i lavoratori occupati, i contributi previdenziali e assistenziali, la cassa integrazione e i sussidi a disoccupati.

Partendo perciò dalla premessa rispondente alle esigenze capitalistiche che il monte salari non debba aumentare, i sindacati arrivano alla conclusione che non si devono rivendicare aumenti di salario, perché ciò «andrebbe a danno dei disoccupati». È un modo come un altro per imbrogliare le carte. La realtà è che pur di non vedere ridurre i loro profitti i capitalisti sono disposti a tutto: «il costo del lavoro non deve aumentare». I dirigenti sindacali si prestano a questo gioco infame e la loro «nuova strategia» consiste nel non difendere né i lavoratori occupati, né quelli disoccupati. I richiami al senso di responsabilità e allo spirito di sacrificio che ben pasciuti lacchè rivolgono ogni giorno alle masse sfruttate, non devono commuovere nessuno: sacrifici per chi? – per salvare l’economia nazionale – dicono i vari duci sindacali. Per salvare i privilegi di una banda di sfruttatori e di ruffiani, rispondiamo noi.

Non c’è dubbio che gli interessi dei lavoratori occupati e di quelli disoccupati sono legati; ma non nel senso indicato da questi signori. La massa dei disoccupati preme sugli occupati e fa sì che i salari vengano ulteriormente compressi e che i ritmi di lavoro vengano aumentati. Lo spettro della disoccupazione grava su tutti e agisce come arma terroristica nei confronti degli operai più combattivi.

Di fronte a questa prospettiva i lavoratori possono difendersi in un modo solo: imponendo il BLOCCO DEI LICENZIAMENTI e il SALARIO PIENO AI DISOCCUPATI.

Secondo i dirigenti sindacali queste sono parole d’ordine irresponsabili. Ma non è irresponsabile la loro politica che sacrifica le esigenze vitali di milioni di lavoratori per salvare i profitti delle imprese?

Questi signori mostrano tanta comprensione per le esigenze delle aziende e sono sempre pronti a soddisfarle. Ma le esigenze dei capitalisti cozzano contro le esigenze degli operai, perciò noi diciamo: se i bilanci non vi quadrano, arrangiatevi! Vendete la villa al mare, fate a meno della barca, riducetevi i vostri iperbolici stipendi; fatevi pure i vostri convegni con gli amici sindacalisti, piangete insieme sulle sorti della vostra economia, ma non chiedete sacrifici a noi per salvare i vostri privilegi. La nostra parola d’ordine è DIFESA AD OGNI COSTO DEL SALARIO E DEL POSTO DI LAVORO.

Spagna: Fronti democratici ed antifascisti in funzione antiproletaria

Gli ultimi avvenimenti spagnoli, la stretta poliziesca imposta dal regime franchista, per ora culminata nell’assassinio di tre militanti del FRAP e di due dell’ETA, hanno risvegliato l’interesse del democratume piccolo-borghese. Lugubri lamenti di morte si sono levati da ogni parte per compiangere le vittime dell’efferato e crudele regime franchista e fascista. Così come una volta per il Viet-Nam, poi per il Cile, adesso per la Spagna pullulano i Comitati di Solidarietà, le mozioni firmate da illustri intellettuali, i convegni, le prediche dai pulpiti delle chiese nere e rosse. La giustizia è stata lesa, la libertà calpestata, la carta dei diritti dell’uomo ignorata! La codarda piccola borghesia ha paura di chi stralcia i principi metafisici dai quali essa vorrebbe, idealisticamente, fosse governato il mondo e… protesta.

Naturalmente il suo appoggio più valido viene dall’opportunismo, dai vari partiti «comunisti» nazionali, dai vari partiti socialisti, dai sindacati ufficiali, tutti degnamente spalleggiati dal codazzo dei gruppuscoli. È stato persino proclamato uno sciopero europeo di ben quindici minuti, naturalmente per la libertà e la democrazia in Spagna. La cosa, come si poteva ben prevedere, è finita in burla, ma lo scopo che si prefiggeva l’internazionale bonzesca è stato raggiunto lo stesso: gli operai sono stati mobilitati, si fa per dire, in modo pacifico, disciplinato, responsabile, così da non nuocere a nessuno ed in particolare alle varie economie nazionali, per difendere la democrazia e contro il fascismo.

Alla classe operaia spagnola è venuto davvero un bell’aiuto!

Sarebbe lo stesso se si pretendesse di far del bene ad una folla affamata distribuendo biglietti gratis per partecipare ad uno spettacolo teatrale. Il proletariato spagnolo, schiacciato dalla crisi economica, costretto a salari da fame, non ha bisogno di spettacoli teatrali a base di recite sulla democrazia parlamentare, ma di ritrovare la dura strada della lotta rivoluzionaria di classe che non è tappezzata di rose ma è l’unica che potrà emanciparlo dalla schiavitù del salario.

Ma l’opportunismo combatte proprio perché questo alimento non giunga ai cuori del proletariato, perché la sua volontà di lotta non trovi lo sbocco rivoluzionario e si esaurisca in mille rivoli, in battaglie isolate, perché il capitalismo non venga distrutto, ma possa camaleonescamente mutarsi da fascista in democratico.

Via la falange, al suo posto la Costituente, così come in Italia nel 1946, per mantenere in una continuità di sostanza, anche se non di forma, il regime del profitto, lo sfruttamento del lavoro salariato.

Anche per la Spagna si pone il problema che si è posto poco più di un anno fa per il Portogallo. Il regime dittatoriale di Franco non è in grado di resistere agli attacchi che il proletariato potrebbe sferrare nei prossimi mesi, spinto dal continuo peggioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro; il governo fascista nonostante il dispiegamento aperto di tutto il suo apparato poliziesco non riesce a reprimere le lotte operaie (vedi i possenti scioperi che hanno scosso violentemente negli ultimi anni la penisola iberica e il conseguente provvedimento del regime che è stato costretto a riconoscere come legali gli scioperi economici) né i movimenti indipendentisti; tutta la struttura amministrativa dello Stato è in crisi, se non viene proposta una «valida alternativa»; il proletariato potrebbe porsi in antitesi violenta al regime che lo sfrutta e, liberandosi del burattino Franco, imboccare l’unica strada per la sua definitiva liberazione, distruggere il suo nemico vero cioè lo Stato borghese ed instaurare la dittatura rossa contro tutte le altre classi. Questo è ciò che tutti temono come la peste (e che, come quella, tornerà presto ad aggirarsi tra i miasmi di questa società putrescente). Bisogna illudere quindi la classe operaia dell’esistenza di una seconda via, più buona, più facile, più vicina. Il fascismo viene presentato come qualcosa completamente a sé stante, la democrazia come la panacea di tutti i mali, la classe operaia come una delle tante componenti del popolo spagnolo insieme ai bottegai, ai contadini, agli studenti, agli artigiani, ai capitalisti onesti etc., i cui interessi vengono sottoposti a quelli generali della Nazione e dello Stato. Le classi, secondo la canaglia stalinista, non esistono più, esiste il popolo, schiacciato dalla dittatura, ed i cattivi dittatori, che tra l’altro sono ben pochi, Franco ed alcuni crudeli e retrivi ambienti dell’Esercito (anche il principe Juan Carlos non si sa bene cosa vuol fare, un po’ sta qua, un po’ sta là). Si tratterebbe così di sviluppare un vasto «movimento d’opinione» contro la dittatura che pacificamente si imponga al dittatore in forza delle sue idee e dei soldi della CEE che vedrebbe di buon occhio un cambiamento di regime. Esorcizzato così lo spettro della rivoluzione tutti riprenderebbero i loro posti, i capitalisti continuerebbero ad accumulare profitti, i bottegai a derubare i loro clienti, gli operai a sgobbare, la guardia civil, magari col nuovo nome di «celerinos», a sparare sugli operai. Tutti vivrebbero felici e contenti.

Ma sentiamo queste cose dalla viva voce dei protagonisti e cioè da alcune interviste a dirigenti del P.C.E. apparse nei giorni scorsi su l’Unità e su Rinascita:

1ª Questione: VIOLENZA.

Da l’Unità del 1-10-75 (parla un dirigente del P.C.E.):

«Il governo vorrebbe che l’opposizione si lasciasse andare ad una risposta violenta (all’assassinio dei 5 patrioti), ma l’opposizione non è disposta a fare il gioco dei fascisti.(…). Di fronte alla politica terroristica del governo che tenta di far rivivere in Spagna lo spirito della guerra civile e che minaccia di precipitare il paese nel caos, l’opposizione si presenta davanti alla reazione e davanti ai governi del mondo come la rappresentante del popolo di Spagna che vuole vivere nella pace e nella democrazia».

Da Rinascita del 3-10-75 (parla M. AZCARATE membro del C.E. del P.C.E.):

«Il tentativo che si opera è quello di riportare il problema della fine del franchismo sul terreno della violenza e della guerra civile. È insomma il tentativo di sbarrare la strada alla possibilità di una trasformazione democratica e quindi di una rottura col passato col minimo di violenza possibile».

Perché improvvisamente tanto buon cuore, tanta umanità in questo partito che nel 1936/37 non si peritò a massacrare con le armi di Mosca staliniana migliaia di operai rivoluzionari, ad imprigionare, torturare ed assassinare i capi più sinceri del proletariato spagnolo? Improvvisamente i nostri stalinisti sono diventati pacifisti? Niente di tutto questo, essi saranno pronti a riprendere le armi per la difesa della loro amata democrazia contro i rivoluzionari comunisti, temono più di ogni altra cosa però che le armi le impugni il proletariato sfuggendo al loro controllo di servi della borghesia. Ecco quindi che essi prospettano un cambiamento di regime che venga «dall’alto» cioè attraverso le alte gerarchie dell’esercito, gli strati più avanzati della borghesia spagnola, la chiesa etc. e temono un cambiamento imposto «dal basso» cioè dall’intervento nella lotta del proletariato in armi sotto la direzione del suo partito.

A proposito dell’intervento dell’esercito si legge su l’Unità del 1-10-75 (parla un dirigente del P.C.E.): «All’interno dell’Esercito esistono correnti democratiche molto forti. Specialmente tra gli Ufficiali subalterni (tenenti e capitani) e tra i comandanti (Maggiori e Colonnelli) che aspirano ad una democratizzazione della società spagnola. (…) Si tratta di un fattore che consideriamo molto importante, che può avere una funzione di grande rilievo nel dare finalmente alla Spagna un assetto democratico». E su Rinascita del 3-10-75 (parla il corrispondente da Madrid): «È un fatto che negli ultimi mesi si è consolidato tra i militari un movimento democratico e progressista che con sempre maggiore insistenza si pone il problema di un possibile intervento delle forze armate che faccia precipitare la crisi del franchismo. In sostanza non si esclude la possibilità di un golpe antifranchista da parte dell’esercito. Due sono al riguardo le possibili ipotesi: la prima, che potrebbe essere tentata dall’alta gerarchia dell’esercito e sostenuta dagli americani è quella di un golpe che liquidi Franco e imponga la successione di Juan Carlos. Si tratterebbe in definitiva di un salvataggio in extremis con il sostegno delle armi dell’ipotesi aperturista. La seconda è quella di un vero e proprio colpo di stato che liquidi radicalmente il potere franchista ed imponga le piene libertà democratiche».

Il proletariato, secondo queste carogne dovrebbe attendere la propria liberazione dall’apparato militare dello Stato borghese, si badi bene, non dalla ribellione dei proletari-soldati uniti al proletariato delle città e delle campagne sotto la guida del partito comunista rivoluzionario, ma dalle alte gerarchie dell’esercito, quelle stesse che hanno partecipato alla guerra civile del 1936 e che non hanno mai rinnegato le loro glorie passate di massacratrici di operai.

Anche noi non escludiamo un intervento diretto dell’esercito, così, come è accaduto in Portogallo (e in Cile) ma sappiamo che comunque questo intervento verrà consumato e quale che sia la bandiera dietro la quale si nasconderà, sia pure quella rossa ormai così tante volte usurpata, significherà una cosa soltanto: cambiamento di cosche a capo del Governo, fumo negli occhi per meglio fottere i proletari, mantenimento ed anzi perfezionamento dell’apparato di violenza dello stato capitalista spagnolo.

Quanto affermiamo si può constatare proprio in questi giorni in Portogallo dove la pretesa «rivoluzione» dei garofani rossi va sempre più prendendo l’aspetto della reazione. Anche là si è illuso il proletariato che sarebbe bastato stare ad aspettare immobili (anche senza scioperare per non creare confusione e non danneggiare l’economia) che l’esercito donasse al paese il socialismo. Sono venute le leggi antisciopero, il completo monopolio dei mezzi d’informazione da parte del governo, operai combattivi incarcerati, le sedi staliniste devastate da folle di contadiname aizzato dal clero. E la borghesia attende il momento propizio per tirare la legnata decisiva. È questo che si vuole anche in Spagna?

Da parte nostra, di fronte agli inviti all’azione legale, pacifica, democratica con i quali gli opportunisti rintronano la testa agli operai, in Spagna come qui, non abbiamo che da riproporre al movimento operaio internazionale il suo riarmo, ideologico, politico ed organizzativo.

Senza partito rivoluzionario non può esistere movimento rivoluzionario.

Lo Stato borghese non può essere conquistato dalla classe operaia, ma deve essere distrutto e sostituito con un altro tipo di Stato, quello della dittatura proletaria. Distruggere lo Stato borghese significa distruggerne l’apparato poliziesco, militare, giuridico, amministrativo, significa condurre una guerra rivoluzionaria contro le classi dominanti. Rinunziando all’uso della violenza proletaria gli opportunisti condannano il proletariato a subire la violenza borghese.

2ª Questione: IL FRONTE UNICO.

La cosiddetta «opposizione ufficiale» al franchismo è rappresentata da due principali organizzazioni: la «junta democratica» composta dal P.C.E., da vari partiti socialisti e dalla destra liberale (monarchici) – L’Unità, quando parla della composizione della junta, si dimentica sempre quest’ultimo partito, forse si vergogna a dire che i comunisti spagnoli sono alleati con i monarchici? Eppure è stato Togliatti a dare a tutti lezione in questo campo! – La seconda organizzazione è la «Plataforma di convergencia democratica» composta da D.C., P.S.O.E., carlisti (monarchici) etc.

La Spagna non è nuova purtroppo all’esperienza del Fronte Popolare. La guerra civile antifranchista del ’36 fu condotta proprio dal Fronte Popolare con effetti disastrosi. Il proletariato, mancando il suo partito, fu incapace di comprendere la questione della presa del potere politico, che restò sempre ben saldo nelle mani della borghesia; i suoi pretesi capi anarchici e trotzkisti ne tradirono le spinte più genuine consegnandolo inerme nelle mani degli stalinisti prima e dei franchisti poi. La rivoluzione mancata finì in un bagno di sangue.

Trotzkij in un suo scritto del 1937, la «Lezione della Spagna», trae alcune acute osservazioni sulla questione del fronte unico: «Secondo la concezione dei socialisti e degli staliniani, cioè secondo i menscevichi della prima e della seconda leva, la rivoluzione spagnola doveva assolvere solo compiti democratici e per questo era necessario il fronte unico con la borghesia ”democratica”. Partendo da questo punto di vista, qualsiasi tentativo del proletariato di uscire dal quadro della democrazia borghese è giudicato non solo prematuro, ma addirittura funesto. D’altronde all’ordine del giorno non è la rivoluzione ma la lotta contro Franco. Che il fascismo sia la reazione borghese e non la reazione feudale, che contro questa reazione borghese si possa lottare con successo solo con le forze ed i metodi propri della rivoluzione proletaria; ecco una nozione che il menscevismo, derivazione del pensiero borghese, non vuole e non può fare propria». E continua: «In fondo i teorici del Fronte Popolare non vanno oltre la prima operazione dell’aritmetica, cioè l’addizione: la somma dei comunisti, dei socialisti, degli anarchici, dei liberali è maggiore di ciascuno dei termini che la compongono. Ma l’aritmetica non basta in questa storia. Ci vuole almeno la meccanica: la legge del parallelogramma delle forze vale anche in politica. La risultante, come è noto, è tanto minore quanto più divergono le forze componenti. Quando degli alleati politici tirano in direzioni opposte la risultante è zero.(…) L’alleanza tra proletariato e borghesia i cui interessi, nelle questioni fondamentali, divergono attualmente di 180°, non può, come regola generale, che paralizzare la forza rivoluzionaria del proletariato».

Queste osservazioni di Trotzkij scritte 40 anni fa, confermando la nostra tesi dell’invarianza storica del marxismo e dell’opportunismo, possono benissimo adattarsi alla odierna situazione spagnola. Per il P.C.E., per il P.S.O.E., per il FRAP etc., insomma per tutti i partiti cosiddetti di sinistra, la rivoluzione spagnola dovrebbe assolvere solo compiti democratici; il P.C.E. filo-cinese, componente del FRAP, ripropone addirittura apertamente la odiosa teoria antimarxista della rivoluzione per tappe e dichiara nel suo programma: «La Democrazia Popolare è una ”dittatura” congiunta antioligarchica, antimperialista, del proletariato e di altre classi popolari.(…) Una volta abbattuta l’oligarchia e cacciati dalla Spagna gli imperialisti americani e instaurato il nuovo potere, continua la lotta di classe in seno alla società. Per questo è necessario che il partito proletario mantenga fermamente la direzione della classe operaia ed assicuri così il processo ininterrotto verso la fase nettamente socialista della rivoluzione».

Povero Marx! Dopo la sconfitta della Comune di Parigi nel 1871 ad opera delle riappacificate, per l’occasione, borghesie di Francia e Germania, egli dichiarò non più riproponibile, nell’area storica europea, ogni alleanza tra proletariato e borghesia per portare a termine le rivoluzioni borghesi nazionali; questi sciagurati ripropongono una simile alleanza oggi, in Spagna, cioè in un paese non solo capitalistico ma addirittura imperialista. D’altra parte il fascismo non è espressione dell’arretratezza agraria, né tantomeno un tipo di Stato particolare che debba essere distrutto in quanto tale e sostituito con un tipo di Stato diverso cioè democratico; il fascismo è l’espressione più moderna dell’oppressione politica della borghesia sul proletariato e riflette, a livello politico, la monopolizzazione e centralizzazione del capitale e del potere economico. È un modo che la borghesia ha a disposizione per gestire il suo Stato che è sempre lo stesso, sia rivestito di apparenze democratiche o si presenti brutalmente per quello che è, cioè dittatoriale e fascista.

Non si tratta quindi per il proletariato di lottare in unione con altre classi contro il fascismo e poi (o mai?) di continuare la lotta per il socialismo, ma bensì di lottare, non solo disunito, ma in aperto contrasto con le altre classi (cioè la borghesia e la classe dei proprietari fondiari) sotto la guida del solo partito comunista rivoluzionario per la distruzione dello Stato borghese (così in Spagna come in tutta Europa, in U.S.A., etc.) e per l’instaurazione della sua dittatura, la dittatura del partito comunista. L’unità della classe operaia nella rivoluzione comunista non può realizzarsi attraverso patteggiamenti tra il partito comunista rivoluzionario ed altri raggruppamenti politici anche se questi si richiamano al proletariato, ma soltanto sul piano dell’azione sindacale di classe. SÌ quindi al fronte unico sindacale, NO al fronte unico politico. Dalle nostre tesi su «Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1945 – »: «Il partito bolscevico, realizzando il fronte unico contro Kornilov, lottava in realtà contro un effettivo ritorno reazionario feudale e, di più, non aveva da temere una maggiore saldezza delle organizzazioni mensceviche e socialiste rivoluzionarie, che rendesse possibile un suo influenzamento da parte di queste, né un grado di solidità e di consistenza del potere statale che consentisse a quest’ultimo di trarre vantaggio dalla alleanza contingente con i bolscevichi per poi rivolgersi contro di loro.

Completamente diversi erano invece la situazione ed i rapporti di forze nei paesi di avanzata civiltà borghese. In essi non si poneva più (ed a maggior ragione non si pone oggi) la prospettiva di un ritorno reazionario del feudalesimo, e veniva quindi a mancare del tutto l’obiettivo stesso di eventuali azioni comuni con altri partiti. Di più, in essi il potere statale e gli aggruppamenti borghesi erano talmente consolidati nel successo e nella tradizione del dominio, che si doveva ben prevedere che le organizzazioni autonome del proletariato, spinte a contatti frequenti e stretti per la tattica del fronte unico sarebbero state esposte ad un pressoché inevitabile influenzamento ed assorbimento progressivo da parte di quelli. (…) Con l’aperta e progressiva degenerazione della Internazionale dopo il IV congresso, la parola del Fronte Unico servì ad introdurre la tattica aberrante della formazione di blocchi elettorali, con partiti non più soltanto non comunisti, ma anche e perfino non proletari, della creazione dei Fronti Popolari, dell’appoggio a governi borghesi, ovvero – e sorge qui la questione più attuale – del proclamare, nelle situazioni in cui la controffensiva borghese fascista aveva conseguito il monopolio del potere, che il partito operaio soprassedendo alla lotta per i suoi fini specifici, dovesse costituire l’ala sinistra di una coalizione antifascista comprendente non più i soli partiti proletari, ma anche quelli borghesi democratici e liberali, con il postulato di combattere i regimi totalitari borghesi e di attuare dopo la loro caduta un governo di coalizione di tutti i partiti, borghesi e proletari avversi al fascismo. Partendo dal fronte unico della classe proletaria, si arriva così alla unità nazionale di tutte le classi, borghese e proletaria, dominante e dominata, sfruttatrice e sfruttata».

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale Pt.1

In questo numero del giornale, con il resoconto sul corso del capitalismo, continuiamo a pubblicare i rapporti esposti nella intensa riunione di lavoro che si è tenuta nei giorni di sabato 11 e di domenica 12 dello scorso ottobre. Seguirà il testo per esteso degli altri rapporti sulla «Storia della Sinistra» e su «Fascismo ed Antifascismo».

Nel n° 22 del 1957 del «Programma Comunista» figurava una tabella in parte calcolata dall’ufficio statistico della Società delle Nazioni, in parte da noi aggiornata così intitolata: «Distribuzione percentuale della produzione industriale nel mondo».

Il quadro aveva il merito di rifarsi più indietro nel tempo delle normali serie presentate dalla scienza economica ufficiale, empirica ed immediatista come la fame di plusvalore di chi finanzia studi e ricerche. Al contrario all’utile conoscenza di partito del divenire dell’economia capitalistica torna necessaria un’indagine che abbracci lunghi periodi nei quali si evidenzino quelle leggi economiche che segnano una tendenza storica, non priva di perturbazioni e riflessi nel breve periodo. Per un movimento che si prefigge fini generali, di trasformazione radicale dell’ordine umano di vita associata, solo una volta conosciuto il necessario andamento secolare del capitalismo è possibile indagarne i fenomeni più immediati; è l’opportunista per contro che, tutto preso a tappare l’ultima recentissima falla, non vuole e non può vedere «oltre il buco».

Il quadro, già esposto alla riunione in forma di grafico, è qui tradotto in cifre.

In alto riporta le quote relative alle sette maggiori potenze borghesi per quanto riguarda il concorso al totale mondiale della produzione industriale; in basso la quota di partecipazione degli stessi paesi al commercio mondiale. Il quadro delle produzioni, fino al 1936-38, riproduce quello di allora della Società delle Nazioni, per gli anni seguenti, una volta ricavata da fonti diverse che qui non stiamo a descrivere comunque tutte sufficientemente coerenti tra loro, la colonna ultima a destra dell’indice della produzione industriale mondiale, tratti dal tradizionale lavoro di partito gli indici della produzione industriale dei singoli paesi e comparati questi e l’indice mondiale, con semplice calcoletto si sono aggiornate tutte le quote percentuali. Questi indici rappresentano il peso relativo di una determinata concentrazione di capitale nell’arena mondiale. Quindi, benché il volume prodotto in ogni paese tenda sempre ad aumentare a dismisura, le cifre qui presentate possono invece, nel tempo crescere oppure diminuire: se lo sviluppo industriale di quel capitale è più veloce di quello del capitale mondiale preso come un tutto, l’indice cresce; se il suo sviluppo, pur positivo, è meno veloce della media mondiale quel capitale sarà superato dagli altri e la sua quota destinata a contrarsi.

Prima ancora di scorrere le sette colonne di cifre possiamo quindi prevedere che, in fede alla nostra ormai secolare dimostrazione del rallentamento storico del saggio di espansione di ogni impianto estorcente plusvalore da lavoro salariato, per ciascun paese, ad un periodo capitalisticamente giovanile, con velocità superiori alla media e perciò quote mondiali crescenti fino ad un massimo, seguirà un declino nel quale, aumentando il peso relativo delle altre economie nelle quali via via si afferma l’industrialismo moderno, pur crescendo il volume prodotto dalla vecchia potenza, la sua quota è destinata a calare.

Possiamo inoltre prevedere che l’evento di questo massimo valore nella partecipazione alla produzione mondiale si verificherà tanto più indietro nel tempo quanto più antico è l’impiantarsi del modo di produzione capitalistico in quel paese.

Questa semplice verifica del ribollire continuo nella distribuzione mondiale del capitale, che di conseguenza fluisce incessantemente da un paese all’altro e poi ancora ad un altro, ci preme particolarmente in quanto, essendone questo fenomeno soltanto una conseguenza rafforza la dimostrazione della nostra storica legge sul saggio del profitto, sotterraneo, seppur meschino motore di un ordine sociale senza pace.

Per il 1913 sono previsti due righi: il secondo si riferisce ai territori che i diversi paesi avranno alla fine della guerra.

I paesi si susseguono qui in ordine di anzianità della data alla quale raggiunsero il massimo peso mondiale; li elenchiamo: Gran Bretagna e Francia, prima del 1870; Germania, al 1900; Italia e Stati Uniti, nel 1929; Russia e Giappone, non ancora negli anni ’70. L’ordine della graduatoria non fa una grinza con ciò che poteva essere ragionevolmente previsto in accordo con la storia economica dei sette paesi.

Cominciamo a leggere la Gran Bretagna: nel 1870 pesa 1/3 del tutto. Non disponiamo di dati più antichi ma pensiamo che il massimo relativo (stiamo parlando della produzione industriale inglese in un mondo ancora al più manifatturiero) sarebbe da cercare bene innanzi. Da allora crollo inesorabile fino al misero 3,2% nel 1974: da prima potenza, presa da Marx a campione infame del capitalismo mondiale di allora e di oggi, alla 5ª posizione odierna (ripetiamo, benché il volume prodotto in Gran Bretagna sia oggi 7 volte quello di allora!).

Segue la Francia. Anch’essa nel nostro quadro ha il massimo nel 1870 ma forse, disponendo dei dati, questo si spingerebbe indietro, ma meno addentro nel secolo che per la rivale di sempre: la sua caduta infatti, benché continua, appare meno veloce che per l’Inghilterra tanto che sembra, in questo 1974 di crisi, averla quasi raggiunta. La Francia passa in un secolo dal quarto al sesto posto nel mondo.

La colonna della Germania, poi Repubblica Federale, è una limpida dimostrazione del nostro materialistico teorema essere la necessità economica che ditta sui governanti e non magicamente il contrario: la continuità della curva del coefficiente tedesco scorre insensibile attraverso regimi assoluti, socialdemocratici, poi nazisti, poi democratici: lo Stato del capitale, una volta impiantato e liberate le forze produttive, è al loro servizio, chiunque lo diriga; le cosiddette «scelte» di politica economica, quando non rispondono a necessità contingenti dell’accumulazione, non sono che illusioni spacciate da riformatori in mala fede, tanto hanno esclusivamente a cuore la conservazione ad ogni costo del regime del capitale. Solo quando non si venderà più forza lavoro e quando i beni non si produrranno come merci, solo allora l’umanità non assisterà impotente a questa ripartizione assurda della produzione sulla terra secondo l’andamento stravagante del profitto che limita ad un territorio forse di un decimo delle terre emerse il 50% delle industrie e delle tecniche moderne: da un lato mostruose concentrazioni ove è critica la stessa sopravvivenza, dall’altro se non completo abbandono, aree di rapina condannate a forme sociali e produttive forzatamente ibride con un passato storicamente superato.

L’economia fa il suo corso, come in Germania ciò che non è riuscito alla grinta segaligna hitleriana, ringiovanire il capitale che come vediamo è dal 1900 in relativo rinculo, non riuscirà al sorriso paffuto dei democratici filo atlantici. Nel 1974, in terza posizione nel mondo, la Repubblica Federale copre il 7,3%.

Nella tabella seguono gli Stati Uniti, al primo posto indiscusso fin dal 1880. Ma è facile riconoscere che, seppure gigante, la parabola americana trovasi già nel ramo discendente: il massimo si ebbe nel 1929, alla vigilia della grande crisi, col 42% del mondo; brusca caduta negli anni successivi; lieve ripresa nel 1956, facile con mezzo mondo distrutto, fino a calare oggi ad 1/4 del tutto.

Notiamo che dal 1929 al 1936 a seguito della crisi i paesi industrializzati qui presi in considerazione diminuirono tutti i loro pesi mondiali (tranne URSS e Giappone adolescenti) a vantaggio della voce «altri», ottenuta per differenza, che passa dal 19,3% al 30,2%, dimostrando così che le «grandi potenze» sono – è vecchia tesi di partito – molto più vulnerabili nelle crisi economiche dei paesi meno industrializzati.

L’Italietta, ultima in grandezza, come anzianità va inserita qui; suo massimo, come gli USA, al 1929, poi declino nonostante la piccola ripresa del «miracolo». Oggi in coda al 7° posto col 2,8%.

Ed eccoci alla Russia. Lo scrivemmo già nel 1957 che i dati del 1929 e del 1938, dai quali derivava quello del 1956, ci «conservavano qualche dubbio». Qui le tre cifre sono state ricalcolate con i nuovi indici oggi disponibili e la variazione è nel senso allora previsto per tutti e tre. L’URSS, paese dal capitalismo giovane, sembra aver raggiunto il suo massimo relativo solo negli ultimissimi anni, o per lo meno di esserne vicina. Si osservi, nel 1974: 24,7% per gli USA, 20,9% per la Russia; l’uno in declino, l’altro per ora in espansione. Nel 1975 – attendiamo le cifre – le due quote si dovrebbero sfiorare.

Ultimissimo arrivato il Giappone, insignificante, fino al 1885 è contagiato negli «altri», in una ascesa che non conosce per ora massimo, salvo la batosta bellica ben rimarginata assurge oggi a quarta potenza industriale.

Scorrendo il quadro nel suo insieme si nota come da un equilibrio mondiale che nell’ultima parte dell’ottocento vedeva il dominare delle due potenze anglosassoni, l’America allora in giovanile ascesa, sia oggi passato ad una supremazia di Russia e Stati Uniti, che si contendono il primato. Mentre al terzo posto permane il tedesco e il Giappone ha tolto alla Francia la quarta posizione. L’insieme delle quattro potenze europee nei cento anni passa dal 57,7% al 16,4% ben significando il declino del vecchio continente.

Niente possiamo dedurre dalla colonna intestata agli «altri paesi» comprendendo questa sia paesi altamente industrializzati ma oltre il 7° posto per dimensioni e tutti quelli ai quali l’avvento della moderna ripartizione imperialistica del mondo ha riservato il ruolo di «polo della miseria».

La parte centrale, corsivo, della tabella riporta, come l’analoga del 1957, una serie di coefficienti ottenuti come rapporto fra le quote della produzione industriale e la percentuale mondiale della popolazione dello stesso paese nello stesso anno (anche le percentuali della popolazione appaiono nel quadro). Si ottengono così degli indici che hanno il merito di essere confrontabili fra loro anche orizzontalmente, e che sono proporzionali alla produttività relativa pro capite di una economia.

Per esempio il 4,6 degli USA nel 1974 significa che mediamente ogni americano contribuì al totale del prodotto mondiale proporzionalmente a 4,6 mentre il russo soltanto a 3,1, il tedesco a 4,6, l’inglese a 2,1, ecc. (senza scordarci che in america e ovunque quel «mediamente» in realtà non esiste perché c’è l’americano proletario che contribuisce a quel 4,6 ed il borghese americano che contribuisce soltanto al numero di chi sta a guardare).

La cifra più alta di tutto il quadro, che qui parte dal 1929, è il 6,81 degli Stati Uniti alla vigilia della crisi dell’interguerra e ciò significa quanto il sistema americano fosse più efficace dei contemporanei; gli è valso ad evitare la crisi? al contrario ciò ne è stato la causa: più produttività, più espansione, tanto più profondo il baratro della sovraproduzione.

Nel 1929 seguivano in «produttività» Gran Bretagna al 4,1, Germania al 3,5, Francia al 3,1; gli altri molto lontani: Italia all’1,6, Giappone ancora 0,8 e Russia popolosa allo 0,6; dal primo all’ultimo 10 volte tanto. Molto più stretto il ventaglio alla vigilia della seconda guerra per il rinculo USA nella crisi ed il progresso di Russia e Giappone. Nel 1956 gli Stati Uniti vincitori si distanziavano di nuovo con la loro efficienza industriale. Il quadro è invece più uniforme in questi ultimi anni: la Repubblica Federale ha raggiunto in produttività l’america al 4,6, segue in rapida ascesa la Russia al 3,1, quindi il Giappone, Gran Bretagna e Italia fra il 2,0 e il 2,5. Ad un umile 0,4 gli «altri» fra i quali – lo deduciamo – i più non sono all’altezza dell’olimpo borghese.

L’ultima colonna è composta di indici proporzionali alla produzione industriale mondiale, totale in alto, pro capite in basso.

L’ultima partitura in basso del nostro quadro riguarda invece la partecipazione al commercio mondiale fatto uguale a 100. È noto che le possibilità di esportazione di un dato paese sono tanto maggiori quanto più bassi relativamente ai concorrenti si tengono i costi di produzione cioè quanto maggiore ivi è la produttività del lavoro. Questa del resto aumenta storicamente nel corso del capitalismo con la trasformazione di sempre maggiore plusvalore in mezzi di produzione, macchine ed impianti, presupposto per una produzione a scala più grande e per un abbassamento dei valori delle merci. Un capitale nazionale quindi capace di aumentare anche relativamente sul tutto la sua produzione industriale diventerà via via più concorrenziale della media e si presenterà sul mercato con scarti maggiori fra costi e valori. Processo inverso dell’evolversi dei costi nel periodo invece nel quale la produzione di quel paese cresce più lentamente della media: i costi progressivamente si innalzano, presto raggiungendo il valore medio di mercato (in realtà, in assoluto, è questo che diminuisce), fino a superarlo; il mercato, sensibilissimo a tali variazioni, si adegua rivolgendosi altrove. Possiamo quindi prevedere che la curva della quota mondiale dell’interscambio commerciale assomigli a quella già vista della partecipazione percentuale alla produzione. Esemplare la curva degli Stati Uniti: aumento fino al 1956 col 16,4% del mercato mondiale, poi declino fino al 13,3% odierno. Si nota come l’anno di massimo dominio sul mercato internazionale si verifica più tardi del massimo produttivo del 1929.

Da allora sia USA sia Inghilterra stanno perdendo terreno. La Francia è stazionaria e tutti gli altri sono oggi in espansione commerciale, in particolare la Repubblica Federale che già contende agli USA il predominio mondiale; anche il Giappone aumenta le sue esportazioni velocemente superando negli ultimi venti anni Francia, Gran Bretagna e la stessa grande Russia. Quest’ultima infatti, come già vedemmo, è all’ultimo posto nel quadro, e subisce una ulteriore non lieve contrazione negli ultimissimi anni: il verdetto dell’inappellabile tribunale internazionale dei mercanti per la Russia è segnato; capitalismo mercantile e nemmeno «del migliore», con la sua bassa produttività non si guadagna che un trentesimo del mercato.

Risulta quindi che i diversi paesi dopo essere assunti a potenze industriali e indirizzato il loro commercio sui mercati esteri, conservano tale posizione anche quando l’importanza relativa delle loro macchine produttive tende a contrarsi (anche se per una migliore conferma occorrerebbero informazioni sugli anni precedenti che qui mancano): tipico l’esempio dell’Inghilterra che da lungo tempo continua ad occupare larga parte del mercato mondiale vivendo per così dire di rendita sulla passata supremazia.

Confrontando il 1974 e con gli anni dell’interguerra notiamo che, a differenza del riparto della produzione, quello del commercio non subisce forti variazioni negli anni, specialmente per l’indolenza dello sviluppo dell’interscambio russo: stessa fetta agli USA e stessa alla oggi Repubblica Federale, allora Germania, stessa alla Francia. Solo si scambiano le quote la decadente Gran Bretagna ed il nascente Giappone.

Possiamo oggi, similmente a quanto facemmo nel 1957, sulla base dei dati del passato, fare delle previsioni sul futuro del corso capitalistico? Certo dall’andamento delle diverse curve possiamo trarre delle leggi, il prolungamento delle quali oltre l’oggi descriva il futuro capitalistico e già notammo una certa nostra conoscenza della forma di tali curve: per esempio, qui, la concavità verso il basso, la tendenza a non salire oltre un massimo e poi declinare. Ma non possiamo certo prolungare queste curve all’infinito: osservammo che il novello capitale giapponese avrebbe stoffa per tagliare plusvalore ancora per decenni, se troverà materie prime da importare, se potrà disporre di un mercato sufficiente ad assorbire le sue merci, se, prima di tutto, la crisi internazionale del sistema economico non lo trascinerà in una precipitazione peggiore delle passate, per poi riprendere, dopo immani distruzioni, la sua espansione. Questa è una delle possibilità della storia. Altra possibilità è la nostra rivoluzione internazionale e proletaria, anticapitalistica e antimercantile. Possiamo chiedere al quadro qui sotto o ad altro più completo una risposta, un indice delle probabilità del futuro sul quale conteggiare i premi della assicurazione sul successo del comunismo? Sarebbe veramente pretendere troppo da una tabella atta solo a descrivere leggi del capitalismo. Se vincerà il proletariato, nella nostra società comunistica non sarà possibile ulteriormente nemmeno aggiornare queste tabelle, ne occorreranno delle nuove, con altre leggi ed altre curve alle passate nemmeno raccordabili: come misurare il commercio estero del Regno Unito in dollari quando non esisteranno più né Regno Unito, né commercio, né tantomeno dollari? Nell’evolversi del capitalismo non leggiamo un impossibile approssimarsi graduale verso la nuova società, ma solo il correre della vecchia alla sua rovina.

Statali traditi da autonomi e confederali

La crisi capitalistica che incalza sta naturalmente picchiando su tutti quegli strati sociali intermedi che gravitano intorno alle tre classi fondamentali in cui si divide questa società, proletariato, borghesia e proprietari fondiari, e tende a riacutizzare le differenze sociali tra queste classi poiché riduce i margini che il capitalismo ha a disposizione, in fase di ascesa, per mascherare il suo dominio.

Uno dei primi strati ad essere colpito dalla crisi è dunque quello della cosiddetta aristocrazia operaia che sta incassando duri colpi sotto la stretta dell’inflazione. Stanno inoltre andando verso la sparizione tutti quei «privilegi» che la classe borghese aveva concesso ad una parte dei suoi schiavi (in questo appoggiata dall’opportunismo politico e sindacale) per dividerne il fronte di lotta ed introdurre nella classe oppressa le false idee di «progresso continuo», di «pace perpetua», di «libertà», «democrazia», etc.

Una delle categorie che da anni sta subendo colpi su colpi è quella degli statali. Una categoria ritenuta privilegiata ma che privilegi non ha più se si toglie forse quello della sicurezza del posto di lavoro (almeno per il personale di ruolo). La questione fondamentale da risolvere per questi lavoratori e che toglie subito ogni dubbio a chi pensa ancora che si tratti di una categoria «privilegiata», è quella del salario. È inutile avere l’orario settimanale di 36 ore, la sicurezza dell’impiego, la qualifica di «scribacchino», se si riscuote uno stipendio che non consente di vivere e che costringe a fare un secondo lavoro se si vuole arrivare alla fine del mese. Gli stipendi per i lavoratori dipendenti dai vari «Ministeri» vanno dalle 138.927 lire mensili (stipendio base L. 67.105) del parametro 120/128, alle 227.105 lire (137.007 di stipendio base) del parametro 245 che corrisponde al parametro più alto della carriera esecutiva (impiegato di Cat. C.). Sono, come si vede, stipendi da fame. La prima questione da affrontare quindi, nei riguardi degli statali, durante le trattative avvenute alcuni giorni fa tra governo e sindacati sui problemi del pubblico impiego avrebbe dovuto essere proprio questa: Rivalutazione reale ed immediata dei salari più bassi attraverso aumenti maggiori per le categorie peggio pagate. Le altre questioni per questi lavoratori sono effettivamente secondarie, non esistono o quasi i problemi che vi sono nelle fabbriche, quali l’ambiente di lavoro, l’intensità del lavoro etc., anche se per talune categorie vi sono anche problemi di questo genere. I sindacati confederali si sono invece presentati alle trattative col governo con tutt’altre idee per la testa. Sapendo che gli «statali» non sono i «ferrovieri» e non c’erano da aspettarsi brutte sorprese tipo «Cub», i nostri amati bonzi hanno giocato a carte scoperte. Gli aumenti salariali sono stati completamente tralasciati, riservando questo scottante argomento ai successivi incontri tra governo e sindacati di categoria e si sono invece sommamente preoccupati di «indicare al governo il modo migliore di utilizzare i pochi fondi che era disposto a concedere, in maniera da ottenere il duplice scopo di bloccare le categorie più combattive (ferrovieri, postelegrafonici, monopoli) e di sfruttare nella maniera più intensiva possibile la forza lavoro (mobilità del lavoro, aumenti concessi sulle ore straordinarie, sul superlavoro, sulle competenze accessorie)» come si legge su un volantino di un gruppo di lavoratori della scuola organizzati su una base di classe, in opposizione alla attuale politica delle confederazioni. Nel caso degli statali è infatti proprio a questo scopo di una migliore organizzazione e sfruttamento della forza lavoro che corrisponde la fantomatica richiesta bonzesca della «qualifica funzionale», benché spesso venga fatta passare come un provvedimento che comporterà anche aumenti salariali. A noi statali non interessa affatto che i nostri rappresentanti sindacali «riformino» i ministeri, per farli funzionare meglio (a pro di chi?) o cose di tal genere; il fatto è che noi abbiamo bisogno di consistenti aumenti salariali subito, mentre l’aumento di 20.000 lire che si sta prospettando è una presa in giro e la qualifica funzionale, con i suoi molto ipotetici aumenti salariali, è una cosa a venire; non si può campare di speranze! La politica sindacale ha invece tradito completamente le nostre rivendicazioni soggiogando i nostri interessi a quelli dello Stato che, gravemente ammalato, può essere rimesso in forze, secondo la terapia degli ammazzacristiani confederali, solo da potenti trasfusioni di sangue proletario. A questo disegno i proletari coscienti devono rispondere: LA CRISI LA DEVONO PAGARE I PADRONI, NON GLI OPERAI!

Un esempio della tattica seguita dai confederali si può trarre in modo lampante dalla questione dell’aumento ai «finanziari». Questi lavoratori, dipendenti dal Ministero delle Finanze, avevano ottenuto (il provvedimento era già stato approvato dal Senato) un assegno di L. 1.100 per ogni giornata di effettivo servizio prestato dal 1-6-1975 al 31-12-1977. Tale aumento, pur concesso in forma canagliesca, legato alla presenza e quindi tolto in caso di malattia, non pensionabile etc., era pur sempre «qualcosa» nelle condizioni attuali di quei lavoratori. I sindacati si sono opposti, nelle trattative col governo, alla concessione di questo aumento e hanno persino minacciato di ricorrere ai gruppi parlamentari per far bloccare il provvedimento. La scusa addotta è stata quella che i sindacati potevano accettare l’aumento solo nel quadro della «qualifica funzionale» e che i problemi del pubblico impiego dovevano essere risolti in maniera «coordinata»; la ragione vera è che i bonzi sindacali, i più strenui e coerenti difensori dello Stato borghese, si preoccupavano che concedendo un aumento extra a questa categoria, si provocassero richieste analoghe da parte di tutte le altre (che percepiscono gli stessi stipendi dei finanziari) e che per evitare questo pericolo si dovessero quindi limitare gli aumenti immediati alle categorie più combattive, quelle che stavano per scappare di mano.

Quanto importasse ai sindacati la questione degli aumenti «coordinati» per tutto il pubblico impiego si può vedere dal fatto che poi si è deciso di concedere lo stesso i pochi soldi ai finanzieri ma sotto forma di «indennità per sopralavoro», vista l’enorme massa di lavoro ammassatosi negli uffici finanziari durante gli ultimi anni. Si è inoltre raggiunto l’accordo per aumentare l’indennità per il lavoro straordinario che per un lavoratore è fino ad oggi di circa 350/400 lire l’ora portandola a circa 1100/1200 lire l’ora e si è inoltre aumentato a 60 ore mensili il numero di ore straordinarie effettuabili ogni mese.

In questo modo si è legato ogni aumento di salario alla produttività del lavoro, si è scongiurato il pericolo di rivendicazioni salariali da parte di altre categorie non sottoposte a sopralavoro e si è raggiunto lo scopo di dare una certa «elasticità» al salario, che adesso potrà venire notevolmente aumentato facendo tutte le ore di straordinario possibili, metodo infame applicato ai salari operai.

Nulla di più preciso è stato deciso, a quanto sappiamo, in questi primi accordi generali e ci riserviamo di tornare sull’argomento una volta stipulati gli accordi particolari con i sindacati di categoria. Una cosa emerge già chiara adesso da tutto questo: i sindacati confederali non difendono gli interessi dei lavoratori, né di quelli del pubblico impiego, né di quelli dell’industria privata; i sindacati autonomi, o per meglio dire autonomi dalla classe operaia perché sono ben legati allo Stato e ai padroni, non costituiscono certo una alternativa alle centrali confederali. «L’unica via per difendere realmente i nostri interessi di classe è quella di organizzarci per combattere sia la politica dominante nei sindacati confederali, sia quella dei sindacati autonomi sulla base delle nostre reali rivendicazioni, lottando per ricostituire dei veri organismi di difesa dei lavoratori salariati che rifiutino ogni subordinazione alle esigenze dell’economia nazionale e dello Stato.

Contro la politica di tradimento dei dirigenti sindacali confederali e dei sindacati autonomi! Per la ripresa della lotta di tutti i lavoratori sulla base dei loro reali interessi di classe» (come si afferma nel volantino già citato).

Investimenti, occupazione, controllo: campa cavallo... 

Si racconta che al direttivo della FLM sindacato unitario dei metalmeccanici, ci sia stata maretta e che il gran capoccia Trentin abbia tuonato contro la linea morbida dell’Esecutivo della Federazione. Pronte le smentite e la riaffermazione che esiste ”perfetta intesa tra il vertice e la base”.

È ineluttabile che nel settore manifatturiero in generale e in quello della grande industria in particolare, la linea disfattista imposta dalle Centrali sindacali, mandataria dell’ordine padronale e governativo, trovi resistenze e ribellioni, perché è il settore in cui la crisi si sta sviluppando con maggior intensità e di conseguenza gli operai vengono colpiti duramente e direttamente sia nel salario, sia nella stabilità del posto di lavoro. Lo stillicidio delle sospensioni e dei licenziamenti non colpisce, almeno per ora, i lavoratori dello Stato, ma si abbatte inesorabilmente sugli operai industriali. Nessun lavoratore però, a qualsiasi categoria e settore appartenga, può sfuggire alla falcidie del ribasso continuo del salario reale. Gli stessi bonzi sono costretti ad ammettere che, secondo i loro calcoli molto astratti, alla fine dell’anno i salari perderanno una capacità di acquisto tra il 5% e il 10%. Si vede proprio che i bonzi non vanno a fare la spesa, che pane e companatico se lo trovano scodellato a domicilio. Ma i sindacati non tirano la conclusione da questo stato di cose che il terreno di manovra si sta riducendo sempre di più e che occorre almeno prepararsi per lo scontro con le forze padronali e con quelle politiche. Essi traggono, invece, la soluzione opposta, quella cioè, espressa sempre dallo stesso Trentin che ”bisogna creare nuove convenienze alle imprese in un quadro di certezza nel tempo, per permettere la loro riconversione…”. È la riaffermazione della linea ”morbida”, per cui il salario e la condizione operaia non dipenderà dagli operai stessi in lotta per la loro emancipazione, ma dalle ”convenienze” che si saranno dovute ”creare alle imprese”, detto, cioè, in termini chiari senza sotterfugi, dalle possibilità di lucro, di profitto che le imprese troveranno. E qui viene fuori il West italiano, cioè il ”vergine” Mezzogiorno, per il quale da decenni si è inteso preparare un letto caldo allo sviluppo della industria, e in cui per decenni si sono mangiati montagne di miliardi di lire. Si invita, quindi, lo Stato a favorire gli investimenti nel Sud, sollevando le imprese da oneri fiscali e previdenziali, perché i poveri capitalisti si decidano finalmente a prendere in considerazione che anche là esistono braccia vigorose da sfruttare e ottimi guadagni da fare. E probabilmente questa volta qualche cosa in questa direzione verrà fatta, per creare degli immensi campi di lavoro per i disoccupati delle altre regioni e locali, quando la marea della disoccupazione si farà oltremodo minacciosa. La politica dei lavori pubblici è sempre stata una valvola per far sfogare la miseria e la disoccupazione.

Nel frattempo, però, la Innocenti Leyland del monopolio automobilistico internazionale, facente capo alla Leyland inglese, ha deciso il licenziamento di ben 1500 operai della fabbrica di Lambrate a Milano. La politica di riconversione, perdurando la chiusura di aziende, diventa problematica. Non basterà il Sud ad ospitare anche gli operai meridionali espulsi dalle fabbriche del Nord. Ma non basterà nemmeno la ”riconversione”.

Ed allora quale può essere il significato vero di tutte queste manovre, della politica che ”privilegerebbe” l’occupazione sui salari, gli investimenti e il controllo della ”mobilità” sui salari? Sono tutte frasi ad effetto. In realtà quella che pesa sulle aziende, che impedisce alle aziende di trarre profitto in ogni situazione, è il costo della mano d’opera, il monte salari. Quando la congiuntura economica è sfavorevole le aziende corrono subito a limitare la spesa per salari, o licenziando o riducendo il salario. Il salario è un costo reale e immediato che grava subito sul bilancio delle imprese. Quindi l’obiettivo primo di qualsiasi contrattazione del padronato è quello di limitare questa spesa, di renderla compatibile con la realizzazione del profitto. I Sindacati, mettendo in terzo ordine i salari, appunto, non fanno altro che soddisfare gli interessi aziendali a scapito di quelli operai. L’occupazione, lo sviluppo, gli investimenti che sono questioni non risolubili all’immediato, di conseguenza, non sollevano la situazione contingente della classe operaia, servono ad illuderla, ad addormentarla nella dolce speranza che il ”benessere” ritornerà. Ma nella prospettiva, per noi certa e sicura, che la crisi si svolgerà in profondità, sconvolgendo qualsiasi rapporto economico e sociale, il padronato e il suo stato maggiore governativo non si cullano nelle illusioni che basti un piano di ”rinnovamento”, come pretende il PCI, per riportare l’equilibrio tra le classi perché la crisi economica si risolva solo con una crisi sociale e politica, la crisi di regime il cui sbocco dipenderà dai rapporti di forza tra le classi sociali.

In tempi normali il capitalismo è costretto per la conservazione del suo meccanismo a limitare le sue pretese, a regolamentare ogni sua attività e quindi anche lo stesso sfruttamento della classe lavoratrice, come lo stesso Marx ebbe a constatare nell’Inghilterra di un secolo fa. Ma quando la macchina produttiva si inceppa ogni regolamento tendente a smussare le punte acute del sistema salta e vige la legge del più forte, della violenza organizzata.

La classe che non prevede questo sbocco, questo periodico epilogo dei rapporti economici e sociali, è condannata a pagare di persona il costo delle crisi, del dissesto economico, con un più feroce schiacciamento, la miseria, e il sangue in guerre vieppiù distruttive e micidiali.

Qui è la maggiore infamia dei rappresentanti sindacali e politici del proletariato perché, ben sapendo come si svolgeranno le cose, le nascondono alla classe lavoratrice, illudendola che non vi sarà scontro frontale tra proletariato e borghesia, tra proletariato e Stato capitalista.

Mai come in questi tempi in cui l’insicurezza tormenta le classi meno abbienti, ripropone lo spettro di una disoccupazione senza fine e di una nuova miseria economica senza sbocco, tempi che preludono alla tragedia, gli ideologi di ogni razza e colore intonano inni alla fraternità, alla comprensione, alla pace tra le classi consapevoli che solo gli operai abboccano perché intanto gli Stati si armano fino ai denti, i reparti della repressione di classe affilano e affinano armi e tecniche antioperaie e anticomuniste.

Investimenti, occupazione, controllo: campa cavallo che l’erba cresce.

È questo che promettono ai disoccupati della Innocenti, al milione e mezzo di senza lavoro, ai tre milioni di giovani in cerca di un posto.

Lo sciopero è scontro non una passeggiata

Lo sciopero ormai, secondo le confederazioni sindacali non è più un’arma del proletariato per difendere le sue condizioni di vita e di lavoro contro le angherie della classe borghese, non è più uno strumento di lotta col quale i proletari dimostrano agli sgherri della borghesia la loro forza; NO, nulla di tutto questo, secondo i sindacati confederali non ci sono più classi nemiche, né padroni contro cui lottare, lo sciopero è per… , cioè per lo sviluppo dell’economia (capitalistica), per la riforma dello Stato (borghese), per la difesa degli interessi nazionali (imperialistici).

Con questa politica traditrice e demoralizzante verso la classe operaia i sindacati si apprestano ad affrontare le scadenze contrattuali di questo autunno ed inverno ed una crisi capitalistica che minaccia di gettare fuori dalle fabbriche milioni di operai e di ridurre gli altri a lavorare per un tozzo di pane.

Se lo sciopero non deve essere un’arma di lotta, se le manifestazioni devono essere tranquille passeggiate per le strade cittadine è logico allora che gli operai non sentano alcun interesse a parteciparvi e stiano a casa. Ma è proprio questo che le confederazioni sindacali vogliono, troncare le gambe alla classe operaia, agli operai più combattivi, a quelli che vogliono che lo sciopero, visto che tra l’altro l’operaio LO PAGA DI TASCA SUA, sia un’arma di lotta, rechi più danno possibile alla classe nemica, per strapparle i privilegi che ha e che, essa sì, difende con forza e violenza.

La classe operaia oggi non è più forte di ieri, anzi è più debole, la paura della disoccupazione già si fa sentire, lo spettro della crisi già grava sulle famiglie proletarie; a maggior ragione quindi, in questi momenti di debolezza oggettiva della classe, il sindacato dovrebbe riunire tutte le forze e chiamarle alla lotta più dura contro la classe borghese. La classe operaia imparerà a sue spese che essa non ha da venire a patteggiamenti con nessun preteso alleato, né tantomeno con i suoi nemici, come vorrebbero far credere i preti sindacali, ma ha solo da riprendere la strada della lotta di sempre riempugnando le sue classiche rivendicazioni che sono:

AUMENTI SALARIALI GENERALIZZATI ED INVERSAMENTE PROPORZIONALI CIOÈ PIÙ ALTI PER I PEGGIO PAGATI.

SALARIO PIENO AI DISOCCUPATI AI PENSIONATI ED AGLI SCIOPERANTI.

RIFIUTO DEGLI STRAORDINARI E DEL COTTIMO.

RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO A TRENTASEI ORE SETTIMANALI A PARITÀ DI SALARIO.

PER L’ESTENSIONE E L’UNIFICAZIONE DELLE LOTTE DI TUTTI I LAVORATORI FINO ALLO SCIOPERO GENERALE!

Cosciente che l’unico mezzo per la sopravvivenza è quello dello scontro aperto con la classe nemica.

Svizzera: la "Cassa Pensioni" è un furto organizzato sul salario

Infatti il CAPITALE «deve ridurre la parte del prodotto lordo destinata al consumo per aumentare la PARTE DESTINATA AGLI INVESTIMENTI». Per il Capitale «il fine della espansione», sul quale ogni specie di carogne e imbecilli rumina senza posa, è la propria accumulazione.

Vediamo quindi quanto viene trattenuto da un salario medio operaio e che ritorna ad ingrossare la forza anonima del capitale; consideriamo una paga base di 2.600 Fr. alla quale si aggiungono, mediamente, assegni familiari per 50 Fr. ed un contributo della ditta per altri 50 Fr. arrivando ad un totale di 2.700 Fr.

Si hanno le seguenti trattenute: Assicurazione vecchiaia e superstiti (Federale) Fr. 130 pari al 5%; Assicurazione infortuni non professionali Fr. 31,20, l’1,2%; Cassa pensione aziendale Fr. 85, il 3,3%; cassa malati Fr. 105 il 4,00%: nel totale il capitale si riprende il 13,5%.

Ma alla spartizione della torta come potevano mancare i famelici sindacati svizzeri più bramosi degli stessi padroni nell’accumulare capitali per redditizi investimenti? Tutti i mezzi sono buoni; si sono accordati col padronato sul prezzo unitario per la loro collaborazione di classe: 7 franchi per ogni operaio, anche se non sindacalizzato, sotto il nome ipocrita di «Contributo di solidarietà».

Ciò che interessa al padronato e Stato borghese, lo ripetiamo, è il profitto. Quello che interessa al padronato e allo Stato borghese è perciò la seconda parte del valore aggiunto, quello che sarà investito e non «consumato in maniera improduttiva». Ecco perché tendono a comprimere al massimo la «massa salariale» e in questa non rientrano naturalmente i «contributi forzati».

Il risparmio forzato o «massa salariale» che è stata anticipata dalla classe operaia con il loro sudato e tormentoso lavoro, è di 43 miliardi di Fr., che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il capitalismo ha divorato e ingoiato nella frenetica rotazione della produzione anarchica e distruttrice, 43 miliardi SCOMPARSI SOLO PER GLI OPERAI.

È la rivista Vie Economique che ci fornisce tutti i dati relativi al furto legittimo delle casse di previdenza sociale e casse pensione aziendale per cui valgano ancora e sempre le parole di Marx che è «un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale».

L’accumulazione di capitale è la seguente:

a) importo delle quote incassate da casse di assistenza pubbliche e private: 4,8 miliardi di Fr. nel 1974.

Il 35% di queste quote è apportato dalle casse pubbliche che riuniscono il 20% degli assicurati a conferma delle lacune di coperture assicurative delle casse private;

b) importo delle rendite versate: 1,9 miliardi per il 1974 con un beneficio netto quindi di 3 miliardi di Fr.

Si tratta di quelle «Casse di risparmio forzato» – di nome dedicate all’assistenza della classe operaia, di fatto strumento di rastrellamento finanziario – che già il Partito apostrofò come «furto legalizzato».

Sempre della rivista sopraindicata:

  1. I fondi delle casse pubbliche servono puramente e semplicemente a finanziare lo Stato e le sue spese (Confederazione, Cantoni, Comuni o aziende parastatali come le FFS). Si tratta in pratica del 58% dei fondi. Il resto è impiegato in obbligazioni (12%), in ipoteche (10%), in immobili 8,6%. I fondi della «Cassa pensione aziendale» del Canton Ticino che ammontavano a fine ’74 a circa 270 milioni di Fr. sono tutti «prestati» allo Stato.
  2. Per quanto riguarda i fondi delle casse private il 12,6% del totale è «prestato» direttamente ai padroni, il 32% è investito in obbligazioni e in buoni di cassa (nelle banche cioè, che lo immettono nel circuito creditizio), il 25% in immobili e il 16% in ipoteche.

Questi sono i crudi dati che la borghessissima rivista ci fornisce. Per i marxisti nessuna meraviglia, nessuna scoperta; solo l’opportunismo, che ovunque non si differenzia per nulla da quello elvetico, sia esso italiano, turco, greco, spagnolo o jugoslavo, si scandalizza per la «truffa del secolo».

L’opportunismo tradizionale che si definisce comunismo responsabile, concreto e reale, invece difende queste «garanzie borghesi» perché legato a filo doppio allo Stato borghese ed alla sua conservazione, come pure alla conservazione del sistema di produzione capitalistico, per il fatto semplice che l’opportunismo si pasce alla greppia e sopravvive soltanto se questo modo di produzione potrà rimanere in vita.

L’opportunismo, dichiarando sorpassato il marxismo si è scordato che il capitale brama molto profitto con poco capitale e che, affinché il rapporto di questi non diminuisca è necessario che diminuiscano i salari o aumenti il plusvalore, ossia lo sfruttamento della classe operaia. E infatti si verificano tutti e due questi casi: da un lato, lo stesso aumento della produttività aumenta l’intensità del lavoro e con essa la quantità di valore che l’operaio produce: dall’altro, il salario, come vediamo, viene decurtato in cento modi.

La condizione della classe operaia è sempre stata ed è tuttora quella di «venditore al minuto di forza lavoro», «una merce come le altre», come nel Manifesto di Marx.

I venditori invece di fumo democratico, dell’oppio del progressismo popolare, della giustizia sociale e che «ogni diritto ha origine soltanto dal lavoro», criticando sulla stampa elvetica, da quella dichiaratamente borghese a quella falsamente di «sinistra» questa legge (la truffa del secolo) che sarebbe in «contrapposizione a quanto proponevano i lavoratori», propongono nientemeno che la «pensione popolare per tutti, garantita dalle istituzioni statali» (Emigrazione italiana del 10-8-75).

«Garanzia», «giustizia», «diritto», sono gli slogan pubblicitari degli opportunisti i quali indicano ancora al proletariato la rivendicazione della pace e della giustizia sociale nel quadro dei rapporti capitalistici di produzione.

«Noi comunisti, non dobbiamo richiamarci né alla scienza della morale o del diritto e della giustizia, né ad alcun moto sentimentale di umanità equità e perfino compassione. Ciò che è moralmente giusto, anzi perfino ciò che è giusto secondo la legge, può essere lontano le mille miglia dall’essere socialmente giusto. Sulla giustizia o ingiustizia sociale una sola scienza decide: la scienza che si occupa dei fatti materiali della produzione e dello scambio, la scienza dell’economia politica».

Noi, Partito del proletariato rivoluzionario, con Engels, buttiamo in faccia a questi signori la necessità della violenza rivoluzionaria della classe che si traduce nell’unica riforma possibile, la nostra, l’abolizione del sistema salariato!

Parla Engels:

«Il processo può quindi descriversi come segue: l’operaio cede al capitalista l’intera forza lavoro di un giorno, cioè quanto può cedere senza rendere impossibile l’ininterrotta ripetizione del processo. Nello scambio egli riceve esattamente tanto, e non più, in mezzi di sussistenza, quanto è necessario per rendere possibile la ripetizione dello stesso processo ogni giorno. L’operaio dà tanto e il capitalista tanto poco, quanto la natura del contratto permette. Una ben strana specie di giustizia, in verità!»

«Esaminiamo ora da quale fondo il capitalista attinga per pagare questi ”giustissimi” salari. Dal capitale naturalmente. Ma il capitale non produce nessun valore. L’unica sorgente della ricchezza, a prescindere dalla terra, è il lavoro; lo stesso capitale non è che prodotto accumulato dal lavoro. Ne segue che il compenso del lavoro viene pagato col lavoro e che l’operaio è retribuito col prodotto del suo proprio lavoro. Secondo quella che abitualmente si chiama giustizia, il salario del lavoratore dovrebbe consistere del prodotto del suo lavoro. Ma questo, secondo l’economia politica, non sarebbe giusto. Al contrario, il prodotto del lavoro dell’operaio va al capitalista, e l’operaio ne riceve non più che i puri mezzi di sussistenza. E la fine di questa straordinariamente ”giusta” lotta di concorrenza è che il prodotto del lavoro di coloro che lavorano si accumula inevitabilmente nelle mani di coloro che non lavorano, e diventa nelle loro mani il mezzo più potente per asservire gli uomini che l’hanno generato».

Che cosa è mutato dal lontano 1881 ad oggi? Che cosa vi è da aggiungere oggi a questa tragica realtà, che cosa da togliere? Nulla, resta solo da stabilire dove la classe operaia può trovare la sua «giustizia». Forse con un compromesso col capitale sotto forma di «Capitale di Risparmio»? I comunisti «dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento dell’ordinamento sociale presente».

Sempre nel campo delle prestazioni sociali assistiamo in Svizzera in questi ultimi mesi ad un aumento vertiginoso sull’assicurazione sociale contro le malattie.

Presto ci districchiamo dal «valutare» la votazione dell’8 dicembre ’74, l’iniziativa socialdemocratica del Partito Socialista Svizzero e sul controprogetto del Governo: si tratta sempre di rafforzare il potere del capitale nella sua lotta contro la classe operaia, o comunque le iniziative sono una diretta conseguenza della concorrenza fra il capitale e la piccola-borghesia per la spartizione di una maggiore fetta di profitto; gli operai non sono soltanto svantaggiati, ma devono anche trascinare una palla di cannone al piede, semplicemente perché tutto il «polpettone, in Svizzera e dappertutto, lo fanno poche migliaia di cuochi, sottocuochi e sguatteri, che si ripartiscono in lotti «a braccio» alcuni milioni di elettori».

In breve la Cassa Malattia assorbe sul salario circa il 5% per ogni persona a carico; il rimborso delle spese è solo nella misura del 90%. Per di più nel rimborso è detratta una franchigia di 30 Fr.

Ma ciò che più preoccupa la borghesia svizzera è che, con la minacciata partenza dei lavoratori stranieri vengono a mancare giovani e sani contribuenti (dal Corriere del Ticino 12-10-74 L’AVS subirà davvero un tracollo per la perdita dei contribuenti stranieri?) «Non direi il tracollo, vi è modo di evitare questo tracollo. Mancherà tuttavia all’AVS circa 1 miliardo di Fr. all’anno, che è il contributo pagato dagli stranieri. Non bisogna dimenticare che gli stranieri, che sono oggi in generale popolazione giovane, non percepiscono l’AVS: essi pagano oggi in generale per parecchi anni senza percepire un soldo dall’AVS: ora questi contributi mancheranno. Per porre rimedio a questo stato di cose esisterebbero due soluzioni: o si riducono notevolmente le rendite, per risparmiare il miliardo di Fr. che verrebbe a mancare, o si aumentano i premi. Ma non so se questi premi sono ulteriormente aumentabili perché sono già stati aumentati notevolmente negli ultimi anni e non bisogna dimenticare che una percentuale del salario dovrà ancora essere destinata a finanziare l’assicurazione malattia: quindi non mi pare molto probabile che il Consiglio federale oggi possa aumentare i premi. Dovrà quindi inevitabilmente ridurre le prestazioni dell’AVS».

Questo argomento per noi non è per nulla nuovo, le soluzioni borghesi sono e restano sempre: accumulazione di capitale.

Ai proletari di tutti i paesi il Partito non può che ripetere quanto già pubblicato nel 1969 e 1972 sulle revisioni delle «Casse pensioni Aziendali»: FURTO LEGALIZZATO.

«Il furto secolare cui tutta la classe operaia è sottoposta e che inizia in fabbrica sotto l’estorsione di lavoro non pagato, è aggravato dai mille espedienti delle leggi con cui la borghesia, che non lascia niente al caso, salvaguarda i propri interessi fin nei minimi particolari.

Ma l’aspetto più feroce è il ruolo che svolgono i falsi rappresentanti della classe operaia: PSS, PSA, PdA, USS e gruppettame, che s’incaricano di filtrare fino ai lavoratori le più atroci vessazioni alle quali il capitalismo li sottopone quotidianamente, sono costoro infatti, col loro vergognoso comportamento, ad avallare il fatto che i furti che si perpetuano sulla pelle degli operai appaiono legittimi. Non è di oggi il problema della pensione e soprattutto della ”Cassa pensione aziendale”, che rappresenta un vero insulto alla miseria dei lavoratori, sfruttati finché rendono e poi lasciati alla ”carità”, alla fame, dalla società capitalistica. In realtà queste mutue o assicurazioni ”Cassa pensione aziendale” e ”Assicurazioni vecchiaia” e ”Cassa malati”, ecc. altro non sono, che forme di rapina delle quali il capitalismo si serve, aiutato da tutta la corte celestiale dell’opportunismo per maggiormente spogliare il già misero proletariato.

Queste assicurazioni definite dallo stato borghese e da tutta la risma dell’opportunismo come ”l’insieme di misure adottate dallo Stato per proteggere i cittadini di fronte a quei rischi di carattere individuale che si presentano continuamente per ottima che sia la situazione dell’insieme della società in cui viviamo”, non sono altra cosa che casse di risparmio forzate, create o strumentalizzate dal capitalismo, per ”proteggere” i contribuenti forzati, ossia i lavoratori, se non per l’autofinanziamento di nuove o già esistenti imprese capitalistiche, appropriandosi per mezzo di queste assicurazioni di un’altra buona parte del già magro salario del lavoratore.

Il fatto che sia proprio il padronato stesso ed ora lo Stato borghese a farsi portavoce di una modifica delle pensioni non è per nulla in contraddizione con i fini generali del modo di produzione capitalistico.

Come già stabilito da Marx nel ”Capitale”, il sistema capitalistico di produzione ha come fine ultimo l’accumulazione, cioè l’investimento produttivo plusvalore estorto alla classe operaia. Il Capitale vuole profitto per il profitto, e per aumentare la parte del profitto che può essere nuovamente investita per creare altro profitto, esso deve ridurre la parte del prodotto lordo destinata al consumo, cioè, in altri termini, ridurre la massa salariale e la parte di profitto consumata dalla stessa borghesia in maniera improduttiva. Ridurre la parte del prodotto destinata al consumo per aumentare la parte destinata agli investimenti.

Questo è l’imperativo dell’economia capitalistica in ogni paese del mondo.

Noi comunisti, che siamo abituati a lottare solo per gli interessi della classe proletaria, sappiamo da ormai secolare esperienza che le rivendicazioni degli operai debbono vertere su punti essenziali e immodificabili come:

  1. Estensione ed unificazione delle lotte di tutti i lavoratori sino allo sciopero generale;
  2. Per l’aumento generale dei salari;
  3. Per il pieno salario ai disoccupati e ai pensionati;
  4. Contro il padronato e lo stato capitalistico;
  5. Superando di slancio tutte le direttive sindacali e politiche che tendono ad addomesticare il vostro sacrosanto diritto al pane e al lavoro!

Per contro, conosciamo altrettanto bene la costanza dei capitalisti nello spremere dalle forze della classe operaia i massimi profitti prolungandone o intensificandone lo sforzo lavorativo al limite fisico massimo e con la compressione sistematica dei salari.

Ma ai lacché della borghesia, paludati in vestimenta dalle mille sfumature ”rosse” preme velare la realtà delle cose agli occhi dei proletari, far dimenticare l’antagonismo inconciliabile che esiste fra i loro interessi e quelli dei capitalisti e far credere che il rinvigorimento dell’economia nazionale rappresenti il non plus ultra per un effettivo miglioramento delle loro condizioni economiche.

Parla Marx (Lavoro Salariato e Capitale): «Nel quadro dei rapporti fra capitale e lavoro salariato, gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro salariato sono diametralmente opposti».

E ancora: «Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto il salario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido. La situazione materiale dell’operaio è migliorata ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito. Dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento più rapido possibile del capitale produttivo, significa soltanto che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e che la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé».

«La classe proletaria non è un’accolta di bestie da soma, non può e non deve cedere al bruto asservimento del capitale, deve ribellarsi alla degradazione in cui è stata fatta precipitare, deve unire i propri sforzi e opporre la propria resistenza organizzata nel partito di classe agli attacchi del capitale per porre freno al suo tirannico potere richiedendo l’aumento del salario e la diminuzione dell’orario e della intensità del lavoro, per migliorare temporaneamente la propria situazione. Nello stesso tempo, la lotta di classe non può esaurirsi nei limiti di una azione soltanto rivendicativa, cioè in una guerra puramente economica, entro l’assetto capitalistico, perché da questa tenzone uscirebbe inevitabilmente sconfitta dal più forte: il Capitale».

«È necessaria quindi la trasformazione della lotta economica in lotta politica; in quanto il proletariato deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società».

«Invece della parola d’ordine conservatrice: ”Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”; gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: ”Soppressione del sistema del lavoro salariato”».

(Marx: Salario, prezzo e profitto).

La classe proletaria organizzata nel Sindacato di classe, temperata dalla incessante guerra contro il capitale, si stringerà allora intorno al programma del vero partito comunista centralizzato, il quale la guiderà nel grande compito riservatole dalla storia stessa di distruggere violentemente lo Stato Capitalista, lo Stato della schiavitù salariale, e la condurrà alla vittoria di classe, alla dittatura proletaria, al comunismo»

Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra (III parte) Pt.2

Le citazioni che si allineano e che vanno dal 1922 al 1970, seguono una linea di continuità nella concezione comunista delle questioni di organizzazione. Secondo questa linea l’organizzazione centralizzata e disciplinata del partito poggia non sulla consultazione democratica delle opinioni della maggioranza né tanto meno sulle imposizioni di un capo o di un gruppo di capi, ma sulla chiarezza e sul chiarimento continuo delle linee di dottrina, principi, programma, finalità e sulla acquisizione sempre più profonda di queste linee da parte della organizzazione. Poggia, di conseguenza, sulla delimitazione e chiarezza delle norme tattiche che devono essere conosciute da tutti e chiarite in tutte le loro possibili implicazioni. Il lavoro di costruzione organizzativa è dunque un lavoro necessario che mira costantemente a rendere chiaro e inequivocabile a tutta la organizzazione il patrimonio storico di esperienze e bilanci dinamici di cui l’organizzazione non è che l’espressione attuale. Se esiste l’omogeneità e la accettazione da parte di tutti gli aderenti delle basi teoriche, programmatiche, tattiche, esisterà anche necessariamente, come risultato, l’omogeneità e la disciplina organizzativa; la ubbidienza generale e spontanea agli ordini del centro.

Se questa omogeneità non esiste è vano cercare rimedio alle divergenze attraverso la compressione disciplinare, la imposizione forzata degli ordini centrali, l’esistenza di un forte organo centrale capace di imporre le sue decisioni alla periferia. Bisognerà viceversa lavorare a ricostituire questa base omogenea scolpendo e precisando le linee della dottrina, del programma e della tattica alla luce della nostra tradizione. Ora questo non equivale a dire che il partito non deve avere organi centrali con poteri assoluti non contestabili da nessuno. Significa dire che la garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro non sta nella capacità di esso di punire i disubbidienti, ma nel fare in modo che disubbidienti non ve ne siano, e questo non si ottiene con misure organizzative, ma con un lavoro continuo costante di tutta la organizzazione teso alla acquisizione delle sue basi di dottrina, di programma, di tattica.

Quando si dice «sorgono divergenze su problemi di teoria di programma di tattica, perché non abbiamo sufficiente centralizzazione organizzativa, perché il centro non è capace di imporre per amore o per forza le sue soluzioni all’organizzazione», si capovolge il problema e si esce dal solco storico che la Sinistra ha tracciato. Di più: si distrugge il partito, perché si pone all’inizio quello che deve stare alla fine di un processo. La disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo e, se in un determinato momento gli ordini del centro trovano resistenza nell’organizzazione, questo significa che, o sono ordini che deviano dalle basi tradizionali su cui l’organizzazione poggia (e allora la resistenza è positiva), o l’organizzazione nel suo insieme non ha acquisito le sue basi tradizionali. In ambedue i casi la imposizione, la misura amministrativa, la punizione può servire all’immediato a far muovere il partito, ma non certamente a risolvere la situazione. È una obiezione vile contro la Sinistra quella che dice che, pur possedendo l’omogeneità teorica, programmatica, tattica, non è detto che automaticamente si possieda l’organizzazione centralizzata. L’organizzazione si deve costruire, è vero, ma deve poggiare sulle basi già viste. E allora la costruzione dell’organizzazione diviene un fatto tecnico, la logica conseguenza in termini di strumenti pratici che servono a coordinare, armonizzare, dirigere tutto il lavoro e l’azione del partito. Ci vorrà un organo centrale funzionante dal quale emanino le disposizioni; ci vorranno dei responsabili dei vari settori di attività; ci vorrà una rete di comunicazioni centralizzata e metodica; ci vorranno mille strumenti di lavoro e dovranno essere messi in piedi con fatica. Certamente! Ma a niente serviranno se non poggeranno su quella base. E guai se in un determinato momento si pensasse di ottenere da questi strumenti formali la garanzia del buon funzionamento del partito e della sua disciplina interna. Si tratta di strumenti tecnici che il partito deve utilizzare per poter agire in maniera coordinata e centralizzata, ma non costituiscono assolutamente la garanzia della azione stessa, della centralizzazione e della disciplina.

Dalle «Tesi di Roma» – 1922 – in «In difesa» pag. 44.

«29 – (…) Non avendo il programma del partito il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro, la tattica nelle successive situazioni deve essere in rapporto al programma, e perciò le norme tattiche generali per le situazioni successive devono essere precisate entro certi limiti non rigidi, ma sempre più netti e meno oscillanti mano mano che il movimento si rafforza o si avvicina alla sua vittoria generale.

Solo un tale criterio può permettere di avvicinarsi al massimo accentramento effettivo nei partiti e nell’Internazionale per la direzione dell’azione, in modo che la esecuzione delle disposizioni centrali sia accettata senza riluttanza non solo nel seno dei partiti comunisti, ma anche nel movimento delle masse che essi sono pervenuti ad inquadrare; non dovendosi dimenticare che a base dell’accettazione della disciplina organica del movimento vi è un fatto di iniziativa dei singoli e dei gruppi dipendente dalle influenze della situazione e dei suoi sviluppi, ed un continuo logico progresso di esperienze e di rettifiche della via da seguire per la più efficace azione contro le condizioni di vita fatte dall’assetto presente al proletariato. Perciò il partito e l’Internazionale devono esporre in maniera sistematica l’insieme delle norme tattiche generali per l’applicazione delle quali potranno chiamare all’azione e al sacrificio le schiere dei loro aderenti e gli strati del proletariato che si stringono attorno ad esse…»

Dalle «Tesi per il IV Congresso dell’I.C – 1922» – In «In difesa» pag. 66.

«Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, l’Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare.

Una organizzazione politica, fondata cioè sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni.

Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.

Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che, assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riduce al minimo le ribellioni e le diserzioni. Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità».

Introduzione al Progetto di Tesi sulla Tattica presentato dal P.C. di Italia al IV Congresso di Mosca (Nov.-Dic. 1922) – «Programma Comunista» n. 15 1965.

«…Alcuni punti interessano il problema dell’organizzazione. Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunistici e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro. Fin da allora si ribadiva che questa è la sola garanzia su cui il Centro può basare la sua sicura autorità».

Discorso al IV Congresso – 1922.

«Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali… Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato, e dall’altro lato i più sinceri impegni a rispettarla… La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo al lume della dialettica marxista quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto ed in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica. La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella precisazione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisazione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure di organizzazione…».

Organizzazione e disciplina comunista – Maggio 1924

«…Considerare la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile da impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: la Internazionale è il partito comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.

Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono ad adesione «volontaria». Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti… Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniforma alla disciplina interna; ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando creda… Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi, della obbedienza assoluta nella esecuzione di ordini venuti dall’alto. Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività…».

«Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»; vi è un insieme di ordini e di disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che, emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa… Noi riassumiamo così la nostra tesi; e crediamo di essere fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera con la quale il partito agisce verso «l’esterno», hanno a loro volta conseguenze sull’organizzazione e costituzione «interna» di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per una azione, una tattica, una manovra strategica «qualunque», ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti. Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica…».

Discorso al V Congresso. XIII Seduta. 25.6.1924 – P.C. n. 16 – 56.

«…Noi vogliamo una vera centralizzazione, una vera disciplina. E per questa occorre chiarezza nella direttiva tattica e continuità nella posizione della nostra organizzazione di fronte agli altri partiti».

Questioni generali: azione e tattica del Partito – Tesi di Lione (gennaio 1926) – «In difesa» pag. 101.

«Negare la possibilità e la necessità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore; ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti del partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte della autorità gerarchica è preminente e nulla quella della adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita del partito stesso. La buona tattica è quella che, alla svolta delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possano andare in senso opposto alla affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria; essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione… Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione… Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali…»

Discorso al VI Esecutivo Allargato (febbraio-marzo 1926) – P.C. n. 17 1965.

«È un fatto che noi dobbiamo avere un partito assolutamente omogeneo, senza divergenze di idee e senza raggruppamenti diversi nel suo seno. Ma questo non è un dogma, non è un principio a priori; è un fine per il quale si deve e si può combattere, nel corso dello sviluppo che porta alla formazione di un vero partito comunista, alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche ed organizzative siano poste e risolte correttamente…».

Natura, funzione tattica del partito rivoluzionario della classe operaia 1945.

«…La causa di questi insuccessi deve farsi risalire al fatto che le successive parole tattiche sono piovute sui partiti e in mezzo ai loro inquadramenti col carattere di improvvise sorprese e senza alcuna preparazione della organizzazione comunista alle varie eventualità.

I piani tattici del partito, invece, pur prevedendo varietà di situazioni e di comportamento, non possono e non devono diventare un monopolio esoterico di gerarchie supreme, ma devono essere strettamente coordinati alla coerenza teorica, alla coscienza politica dei militanti, alle tradizioni di sviluppo del movimento, e devono permeare l’organizzazione in modo che questa sia preparata preventivamente e possa prevedere quali saranno le reazioni della struttura unitaria del partito alle favorevoli e sfavorevoli vicende dell’andamento della lotta. Pretendere qualche cosa in più o di diverso dal partito, e credere che questo non si sconquassi ad impreveduti colpi di timone tattico, non equivale ad averne un concetto più completo e rivoluzionario, ma palesemente, come mostrano i concreti raffronti storici, costituisce il classico processo definito col termine di opportunismo, per cui il partito rivoluzionario o si dissolve e naufraga nella influenza disfattista della politica borghese, o resta più facilmente scoperto e disarmato dinanzi alle iniziative di repressione».

Da «Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe» – 1948

«Alla base del rapporto fra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dall’antipatico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettico. Il rapporto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l’azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base. Il problema quindi della famosa disciplina consiste nel porre ai militanti di base un sistema di limiti che sia l’intelligente riflesso dei limiti posti alla azione dei capi…».

Dal «Dialogato coi morti» – 1956.

«Dove le garanzie? … Le nostre garanzie sono note e semplici.

Teoria. Come abbiamo detto non nasce in una fase storica qualunque, né attende per farlo l’avvento del Grande Uomo, del Genio. Solo in certi svolti può nascere: delle sue «generalità» è nota la data, non la paternità. La nostra dovette nascere dopo il 1830 sulla base dell’economia inglese. Essa garantisce in quanto (anche ammettendo che l’integrale verità e scienza sono obiettivi vani, e solo si può avanzare nella lotta contro la grandezza dell’errore) la si tiene ferma nelle linee dorsali formanti un sistema completo. Durante il suo corso storico ha due sole alternative: realizzarsi o sparire. La teoria del partito è un insieme di leggi che reggono la storia ed il suo corso passato, e futuro. Garanzia dunque proposta: niente permesso di rivedere, e nemmeno di arricchire la teoria. Niente creatività.

Organizzazione. Deve essere continua nella storia, quanto a fedeltà alla stessa teoria e alla continuità del filo delle esperienze di lotta. Solo quando ciò per vasti spazi del mondo, e lunghi tratti del tempo, si realizza, vengono le grandi vittorie. La garanzia contro il centro è che non abbia diritto a creare, ma sia obbedito solo in quanto le sue disposizioni di azione rientrino nei precisi limiti della dottrina, della prospettiva storica del movimento, stabilita per lunghi corsi, per il campo mondiale. La garanzia è che sia represso lo sfruttamento della «speciale» situazione locale e nazionale dell’emergenza inattesa, della contingenza particolare. O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura. Come abbiamo sempre trattato, vi sono grandi suddivisioni storiche e ’geografiche’ che danno fondamentali svolti all’azione del partito: in campi estesi a mezzi continenti e a mezzi secoli: nessuna direzione di partito può annunziare svolti del genere da un anno all’altro. Possediamo questo teorema, collaudato da mille verifiche sperimentali: annunziatore di ’nuovo corso’ uguale traditore.

Garanzia contro la base e contro la massa è che l’azione unitaria e centrale, la famosa «disciplina», si ottiene quando la dirigenza è ben legata a quei canoni di teoria e pratica, e quando si vieta a gruppi locali di ’creare’ per conto loro autonomi programmi, prospettive e movimenti. Questa dialettica relazione tra la base e il vertice della piramide (che a Mosca trent’anni addietro chiedevamo di renverser, capovolgere) è la chiave che assicura al partito, impersonale quanto unico, la facoltà esclusiva di leggere la storia, la possibilità di intervenirvi, la segnalazione che tale possibilità è sorta. Da Stalin ad un comitato di sottostalinisti, nulla è stato capovolto.

Tattica. Sono vietate dalla meccanica del partito ’creatività’ strategiche. Il piano di operazioni è pubblico e notorio e ne descrive i limiti precisi, ossia i campi storici e territoriali. Un esempio ovvio: in Europa, dal 1871, il partito non solidarizza con alcuna guerra di Stati. In Europa, dal 1919, il partito non partecipa (non avrebbe dovuto…) ad elezioni. In Asia ed Oriente, oggi tuttora, il partito appoggia i moti rivoluzionari democratici e nazionali ed una alleanza di lotta tra proletariato ed altre classi fino alla borghesia locale. Diamo questi crudi esempi per evitare si dica che lo schema è uno e rigido sempre e dovunque, ad eludere la famosa accusa che questa costruzione, materialistica storica integralmente, derivi da postulati immoti, etici od estetici o mistici addirittura. La dittatura di classe e di partito non degenera in forme diffamate come oligarchie, a condizione che sia palese e dichiarata pubblicamente in relazione a un preveduto ampio arco di prospettiva storica, senza ipocriticamente condizionarla a controlli maggioritari, ma alla sola prova della forza nemica. Il partito marxista non arrossisce delle taglienti conclusioni della sua dottrina materialistica; non è fermato, nel trarle, da posizioni sentimentali e decorative.

Il programma deve contenere in linea netta l’ossatura della società futura in quanto negazione di tutta la presente ossatura, punto dichiarato di arrivo per tutti i tempi e luoghi. Descrivere la presente società è solo una parte del compito rivoluzionario. Deprecarla e diffamarla non è affare nostro. Costruire nei suoi fianchi la società futura nemmeno. Ma la rottura spietata dei rapporti di produzione presenti deve avvenire secondo un chiaro programma, che scientificamente prevede come su questi spezzati ostacoli sorgeranno le nuove forme di organizzazione sociale, esattamente note alla dottrina del partito.

Marxismo e autorità. P.C. n. 18 1965.

Interna vita del partito rivoluzionario.

L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta il conto dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese un qualche senso?

Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte ed illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il Centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilità, fin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni, ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro; il centro non può inventare nuove tattiche e mosse sotto pretesto di fatti nuovi. Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forza dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

Tesi di Napoli (1965).

«13) Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito».

Tesi di Milano (1966).

«7) Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali, ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrata nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e della azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista…».

Prefazione (1970) alle tesi per il IV Congresso (In difesa pag. 63).

E di riflesso salta il fondamento di una disciplina internazionale non fittizia, non meccanica, non basata sull’esegesi degli articoli di un codice penale o civile, ma organica, subentrandole la disciplina formale imposta da un organo insieme deliberante ed esecutivo, la cui capacità di mantenere nel gioco complesso e imprevedibile delle manovre il filo della continuità teorica, pratica e organizzativa, è data a priori per ammessa in forza di un’immunizzazione supposta permanente».

«La disciplina è il prodotto della omogeneità programmatica e della continuità pratica: introducete la variabile indipendente dell’improvvisazione, e avrete un bel circondarla di clausole limitative; al termine del processo c’è solo il knut. Se preferite, c’è Stalin».

Prefazione (1970) alle tesi di Lione (In difesa, pagg. 86, 87, 88).

«Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza ed invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostituisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto…».

«…Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente come era all’origine, si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei «partiti veramente bolscevichi»: è noto che cosa diverranno, sotto il tallone stalinista, queste caricature del partito di Lenin. Al IV Congresso avevamo ammonito: «La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella definizione dei limiti entro i quali i nostri metodi devono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali, e delle misure di organizzazione». Ripetemmo al V Congresso che era illusorio rincorrere il sogno di una disciplina di tutto riposo, se mancavano chiarezza e precisione nei campi pregiudiziali ad una disciplina e omogeneità organizzativa; che era vano cullarsi nella chimera di un partito mondiale unico, se la continuità e il prestigio dell’organo internazionale erano continuamente distrutti dalla «libertà di scelta», concessa non solo alla periferia ma al vertice, nei principi determinanti l’azione pratica e in questa stessa azione; che era ipocrita invocare una «bolscevizzazione» che non significasse intransigenza nei fini e aderenza dei mezzi ai fini».

Prefazione (1970) alle tesi del II dopoguerra (In difesa, p. 130).

Se il partito è in possesso di tale omogeneità teorica e pratica (possesso che non è un dato di fatto garantito per sempre, ma una realtà da difendere con le unghie e coi denti e, se nel caso, riconquistare ogni volta), la sua organizzazione, che è nello stesso tempo la sua disciplina, nasce e si sviluppa organicamente sul ceppo unitario del programma e dell’azione pratica, ed esprime nelle sue diverse forme di applicazione, nella gerarchia dei suoi organi, la perfetta aderenza del partito al complesso delle sue funzioni, nessuna esclusa».

Anatomia dei “fatti merdosi”

Abbiamo respinto fin dal lontano 1912, nella classica polemica sulla «cultura» che ci vedeva schierati contro le tesi «ante-litteram» ordìnoviste di Tasca, a proposito della preparazione e dell’educazione dei giovani socialisti, la pretesa che la lotta di classe potesse scindersi in due campi separati, teoria da una parte, pratica dall’altra, in una astratta divisione del lavoro che scimmiottasse la divisione capitalistica del lavoro e delle funzioni. Avemmo ragione allora e continuiamo ad averne oggi, quando spuntano da tutte le parti «specialisti» che magari dall’alto di uno scanno universitario (ne hanno fatta di carriera i signorini!) propongono le loro stomachevoli «revisioni» del marxismo, alla luce di «fatti nuovi» sempre più idolatrati, sempre più merdosi.

Con lo schematismo che ci ha reso invisi ai prestidigitatori di professione, esprimiamo ancora una volta il nostro disprezzo nei confronti della presunta «scienza e cultura» borghese ancor più nefasta per il proletariato quando si riveste dell’aureola della «marxologia accademica». Non lo facciamo per reclamare il marchio dell’«esclusività» per un «marxismo puro», tra tanta concorrenza (chi non è marxista oggi alzi una mano!), ma per assolvere al compito storico che spetta al partito rivoluzionario comunista, che consiste nella difesa della teoria e delle possibilità future di vittoria contro lo Stato e la società borghese.

Prendiamo lo spunto da un documento che circola reclamizzato a dovere dalla propaganda ufficiale della classe dominante e dai suoi lacché, che va sotto il titolo di «intervista politico-filosofica» del marxologo Lucio Colletti. Col pretesto di polemizzare con la mancanza di coraggio del P.C.I. nel «revisionare» veramente il marxismo ed i suoi dogmi, il «sopracitato» sfodera la sua «anatomia del comunismo» preoccupato che il materialismo storico possa correre il rischio di diventare «un puro e semplice hobby di qualche professore universitario». La mancanza di senso dell’humor, e dell’autocritica tocca i toni del grottesco, in questi «profondi» che a forza di autocritiche e di mea culpa non sanno più di che parlano: e che fa Colletti se non coltivare l’hobby del marxismo, ammirato e riverito perfino da arnesi del tipo di gesuiti di Civiltà Cattolica?

L’autore dell’intervista incardina le sue penose tesi sulla proposta di mettere in discussione «alcuni cardini dello stesso pensiero dell’autore del Capitale» (La rivolta contro i padri sembra proprio un’ossessione dei figli del secolo allevati alle vischiose sorgenti del culto dell’inconscio).

Ma vediamo quali sarebbero i punti deboli del socialismo scientifico: «Le previsioni di Marx e di Engels non si sono verificate, non c’è stata nessuna verifica empirica (questa è la perla) della caduta del saggio di profitto (elemento portante della predizione del crollo del capitalismo) e non si è realizzato ciò che doveva costituire la verifica risolutiva del ”Capitale”, una rivoluzione socialista in Occidente».

Ed incalza (si fa per dire): «per una teoria di ambizione ”scientifica” la verifica nei fatti delle sue ipotesi di lavoro è assolutamente indispensabile. Solo le metafisiche, a qualunque titolo, possono farne a meno». L’idealista Fichte soleva dire che «i fatti hanno sempre torto». Ma il marxismo non può permettersi di questi lumi. Ed ha ragione, tanto è vero che con una buona dose di «scurrilità», senza appellarsi al torto o alla ragione, li ha definiti «merdosi», punto e basta, o quando si è sentito in vena di buone maniere, li ha definiti, con Engels, «duri falsi».

Non hanno nessun rapporto col marxismo moralismi o proudhonate che pretendono di stabilire la verità in astratto, ma tanto meno la richiesta, questa sì metafisica e astorica di vedere con gli occhi del «qui ed ora» la verifica «empirica» della caduta del saggio di profitto.

Un «cultore» dell’Engelsismo-marxismo come Colletti dovrebbe sapere che Marx ha parlato di caduta tendenziale del saggio di profitto e non ha mai «predetto» la sua caduta empirica.

Come si vede il «neopositivismo» di Colletti (è noto come il «filosofo» ami civettare con Popper e compagni) è speculativamente molto più penoso dell’idealismo di Fichte. È Lenin che ha insegnato a non fare di ogni erba un fascio, a non mettere nello stesso sacco idealismo soggettivo, idealismo assoluto, idealismo oggettivo, ed – aggiungiamo noi – non è proprio il caso di tirar fuori i fatti di Fichte con quelli di Popper! Rispettiamo molto di più quelli del primo, che almeno avevano sempre torto! Dal momento che non abbiamo nessuna intenzione di essere sommersi dalla profluvie di «accademiche citazioni» di cui il «professore» è specialista (lo stesso Todisco, esperto in inquinamenti e tubi di scarico ha sentito il bisogno di avvertire sul Corriere della Sera di non voler riferire «sull’imponente retroterra culturale e sui più ardui passaggi di pensiero con il quale il Colletti sorregge la sua diagnosi circa il male interno che travaglia il marxismo in casa e fuori») dobbiamo seccamente ribadire che la «verifica empirica» fa parte del linguaggio e dell’armamentario del positivismo merdoso (ci si scusi l’irriverenza del linguaggio scurrile, ma è padre Marx che parla così!)

Solo i socialdemocratici e revisionisti hanno preteso di attendere il crollo del capitalismo, secondo un determinismo piatto che non ha niente in comune col materialismo dialettico, che è anzi il suo esatto rovescio. Il capitalismo può crollare per collasso meccanico solo per chi attende o si aspetta la caduta empirica del saggio di profitto, per tipi alla Colletti, per intendersi.

E che dire poi della mancata «rivoluzione in Occidente»? Anche questa per il professore è una «contestazione». Non una parola sulla degenerazione dell’Internazionale Comunista, sui rapporti di forza storici e di classe che si sono determinati. Lo comprendiamo bene, dal momento che (non ne facciamo una questione di individui, non ci interessa!), Colletti, come tanti altri, ha abbandonato il partitaccio P.C.I. nel 1964, e se si sente di revisionare un lontano padre come Marx, vive ancora nella soggezione di papà Stalin, la cui ombra inquietante aleggia ancora su figli degeneri del suo calibro, che per quanti sforzi facciano non potranno mai, per costituzione, mettere in discussione aberrazioni del tipo «socialismo in un solo paese, democrazia e vie nazionali», ma che, anzi, hanno ed avranno sempre da lamentarsi che non si vada più lesti sulla via della totale capitolazione di fronte al mito della «libertà», della «giustizia», della «democrazia» (meglio se operaia!) e deità di tal genere.

La mancata rivoluzione in Occidente non è un semplice incidente di strada, un «fatto» non «verificatosi», ma uno svolto storico prodottosi nel corso di un processo rivoluzionario che non può essere scandito a colpi di fatti, ma di lotte reali, transitoriamente conclusesi con la sconfitta del proletariato negli anni 1921-26, duramente pagata in oltre un cinquantennio di controrivoluzione della quale non si vede ancora la fine. Questa è la tragedia che non può essere né catalogata né revisionata. I professori alla Colletti l’hanno al contrario già e definitivamente chiusa nell’armadietto dell’aula universitaria, proni a 180 gradi di fronte ai nuovi fatti prodotti dal cosiddetto «neocapitalismo».

Noi, siamo ancora lì, non ad analizzare, ma a difendere, contro tutti le tesi che opponemmo ai materiali esecutori della defezione e del tradimento storico.

Ci saremmo aspettati che un programma ambizioso come «L’anatomia del comunismo» non si riducesse ad una «autopsia». Ma per il professore la rivoluzione è un cadavere, le uniche realtà vive sono i fatti e i valori «immarcescibili» della libertà di stampa, di espressione, del pluralismo, della critica, che vorreste potessero essere garantiti per sempre, non solo nella putrida società borghese, ma anche nella sua immaginaria (essa sì!) società socialista.

Non contento delle sue brillanti «rettifiche» al marxismo, se la prende con i suoi colleghi in accademia, tipo Baran, Sweezy, Sraffa, che non si decidono a gettare alle ortiche gli ormai logori arnesi escogitati da Marx, che insistono ad utilizzare nel campo della critica dell’economia politica categorie superate, anche se formalmente rinnovate con un semplice e facile mutamento di nome.

Per la verità i signori ricordati hanno già abbondantemente ridotto il marxismo ad una maschera irriconoscibile, stravolgendo totalmente i criteri di lettura dell’economia borghese propri del Capitale. Solo che, secondo Colletti, dimostrano poco coraggio e non si decidono a buttare a mare definitivamente bazzecole tipo la teoria del plusvalore. Sweezy e Baran, nel loro «Capitale monopolistico», sostituendo il concetto di plusvalore con quello di «surplus», hanno preteso di rivisitare il marxismo alla luce del «neocapitalismo», ed in sostanza hanno compiuto l’ammirevole acrobazia di spiegare i misteri del capitale nella sua fase imperialistica ultraputrida riportando in auge un arnese degno dei fisiocratici o di «rivoluzionari» tipo abbate Sieyés, divisi a metà tra la vecchia economia mercantilistica e la nuova tipicamente capitalistica.

Per Colletti comunque, che è esigente, hanno fatto poco, perché bene o male non hanno chiaramente detto che Marx è un fesso, ma subdolamente hanno fatto finta di rispettarne la memoria.

Si lamenta con Sraffa (altra celebrità universitaria) sostenendo che costui si sarebbe limitato ad emendare un piccolo «neo», quello riguardante il modo in cui Marx opera la trasformazione dei valori in prezzi nel III Libro del Capitale: «non voglio dire che Sraffa abbia torto; sono disposto ad accettare in via di ipotesi che egli abbia ragione. Ma è del tutto assurdo accettare Sraffa, la cui opera implica la completa demolizione dei fondamenti dell’analisi di Marx, e pretendere al tempo stesso che si tratta del modo migliore di puntellare l’opera di Marx». Colletti o è ingenuo (Civiltà Cattolica, che se ne intende, dice «onesto») o fa il furbo: i «marxologi» che si rispettino, i veri e abili revisionisti, devono demolire facendo finta di puntellare – lui vorrebbe demolire e gridarlo ai quattro venti.

Ma allora l’opportunismo che senso avrebbe? Dobbiamo convenire che un «individuo» come lui non serve né alla causa della rivoluzione (almeno questo speriamo che sia chiaro) né a quella dell’opportunismo organizzato; armi e bagagli è ormai dalla parte della borghesia, esplicitamente, quella popolata di «individui liberi» o che almeno si pensano tali.

Infatti, come un «liberale d’altri tempi» auspica che venga un socialismo in cui viga la libertà di sciopero, di elezione, di espressione, valori che – lamenta – molti militanti respingono come «vieto parlamentarismo» (magari – diciamo noi – dal momento che il proletariato è legato attualmente mani e piedi al mito del gioco delle schede e delle chiacchiere inconcludenti). E che cos’è tutto questo, se non la proiezione (idealizzata ed immaginata) nel futuro di uno stato di cose che tra l’altro non è mai esistito neanche nella società liberale? Più confusione di così si muore.

Una piccola postilla e poi la finiamo: mentre tutte queste belle cose la democrazia borghese non ha mai potuto «garantirle» specie quando il suo dominio è stato ed è messo in discussione, il socialismo quello che lui dice «predetto da Marx» e che noi, unici, sosteniamo, non le prevede affatto, e lo dice esplicitamente, indicando nella dittatura proletaria l’unica transizione alla società senza classi, un tipo di potere che non «garantisce» in astratto nessuna libertà formale preventiva di tipo borghese.

Piaccia o no a Colletti e compagni.