Parti Communiste International

Il Programma Comunista 1954/4

A Berlino si sono fatti affari

La chiusura della Conferenza di Berlino ha dimostrato, se ve n’era bisogno, che i ministri delle quattro grandi potenze non si erano riuniti per portare a conclusione i trattati tedesco e austriaco, ma per avviare un processo di collegamento e di affiatamento fra i due blocchi. Se tedeschi e austriaci si attendevano che truppe di occupazione, controlli, divisioni del territorio, ed altre delizie della sistemazione democratica del dopoguerra sarebbero spariti, i negoziatori sapevano che non di questo si trattava, ma di cominciare a risolvere il problema di stabilire un corridoio fra i due blocchi. La sistemazione tedesca ed austriaca verrà al termine di un processo di nuova divisione di sfere d’influenza e di riallacciamento di rapporti fra i dominatori mondiali; non prima. Né, del resto, l’impegno di continuare per via diplomatica i negoziati sul disarmo, sull’energia atomica e sulla preparazione della conferenza asiatica hanno altro senso che quello di ricucire contatti e concludere transazioni commerciali.

I commentatori non ne fanno mistero. Essi dicono che nulla si è concluso a Berlino, ma si è iniziato uno scambio di cordialità e si sono conclusi degli affari. Contemporaneamente, è stato annunciato che industriali britannici sono riusciti a collocare lunghe liste di loro produzioni in Russia e non si esclude che altrettanto facciano gli americani. La riconciliazione universale delle democrazie ha fatto un passo avanti: il commercio seguirà la bandiera.

La spinta in questo senso è, dai due lati, obiettiva ed irresistibile. Il riconoscimento ufficiale americano dell’aggravarsi della recessione economica, le croniche difficoltà commerciali europee, la necessità di mantenere il ritmo della produzione al livello raggiunto e, se possibile, superarlo, spingono l’occidente verso l’apertura di mercati nel gigantesco spazio asiatico e russo; la penuria di beni di consumo e l’insufficienza di beni capitali spinge quest’ultimo spazio verso le forniture di occidente: la teoria staliniana della coesistenza pacifica, le invocazioni moscovite agli uomini di commercio, s’incontrano con una realtà non meno forte all’interno del blocco atlantico, ed è chiaro che, al di là delle rivendicazioni del primo successo diplomatico, chi veramente guadagna in questa ripresa di contatti d’affari è l’America, il potenziale economico più robusto anche se minato da lacerazioni e contraddizioni interne. Il dollaro preme sulle linee di minore resistenza dell’impero del rublo.

Il processo sarà lento e faticoso, ma è un processo reale. Ritorniamo alle grandi trattative a due o al massimo a tre del periodo di guerra; rivedremo sotto altra forma i prestiti e affitti di rooseveltiana memoria. La timida pace che sembra sopravvenire alla guerra fredda sarà una pace di affari, un paradiso da magnati. Destini, aspirazioni, libertà dei popoli – tutte queste parole sbandierate dall’una e dall’altra parte – stanno traducendosi in soldoni della bilancia commerciale dei grandi complessi capitalistici di oriente e di occidente. Le apparenze di conflitti ideologici rimarranno per ingabbiare le masse, e far passare per «istanze» di pace e di liberazione dei popoli la più sordida delle contrattazioni mercantili.

Cresce la fungaia sindacale

Leggiamo che è stata costituita «da un gruppo di sindacalisti di Roma, Napoli, Genova, Milano e Catania» una nuova organizzazione sindacale, monarchica questa volta: la Confederazione italiana forze del lavoro. Nulla più ci stupisce; le «sinistre» inneggiano da anni alla polizia; le destre più storiche inneggiano finalmente ai sindacati, anzi ne creano esse stesse – la convergenza è perfetta; destra e sinistra sono vasi comunicanti che si scambiano esperienze, consigli ed istituti. D’altra parte, non c’è oggi partito borghese che non abbia il suo «programma sociale», non ce n’è uno che non si proponga l’obiettivo (di saggia conservazione dell’ordine costituito) di accalappiare sul terreno rivendicativo gli operai.

Ma intanto la fungaia sindacale cresce e, mentre la sua moltiplicazione avvantaggia i diversi partiti borghesi – di destra come di sinistra – la classe operaia si allontana sempre più dal tipo classico di sindacato unitario, non già apolitico (che è un «ideale» assurdo), ma costituito sulla base della comune appartenenza dei suoi membri alla classe dei prestatori d’opera, escludente perciò i membri di altre classi, e aperto a varie correnti politiche operaie. Vige per contro un regime di sindacati aperti alla affiliazione politica di un solo partito, chiusi ad ogni altra, costruiti a tavolino da non meglio precisati «sindacalisti», e tutti insieme cooperanti ad una politica di «riforme» e di «apertura sociale» il cui solo scopo è di allontanare i proletari dalla via rivoluzionaria. Fra l’opera di distruzione e di ricostruzione che la classe lavoratrice dovrà per forza di cose intraprendere c’è anche questa: buttare a terra la fungaia dei mille sindacati organizzati come sezione di lavoro di partiti borghesi, e ricostruire il proprio sindacato unitario entro il quale il Partito di classe operi con l’occhio rivolto al fine massimo del movimento dei lavoratori: la preparazione dello sbocco rivoluzionario violento.

Neo-quadripartito: bastone e carota

Nella faticosa alchimia parlamentare e governativa, democrazia cristiana e cosiddetti partiti laici di centro sono finalmente arrivati al traguardo che a taluno era parso avessero abbandonato: hanno cioè ricostruito, poco importa con che «margine» di maggioranza in parlamento, il quadripartito. Ma non è lo stesso quadripartito di prima: è una nuova edizione conforme alle esigenze dei tempi, cioè carica di tutto un fardello di «istanze sociali» e di consimili armamentari. Tanto era sentita, per la conservazione borghese, questa esigenza di faccia nuova, che la democrazia cristiana ha ceduto quello che si diceva incedibile, ha passato finanze e lavoro ai socialdemocratici ed istruzione ai liberali, ha dato un colpo al riformismo e un altro al laicismo, paga di tenersi stretta in pugno la leva della polizia. Si era annunciato dinamico Fanfani; Scelba sarà addirittura supersonico, giacché la condizione per sopravvivere sarà per lui quella di andare a tutta velocità come ha dimostrato di saper andare nel costituire il ministero.

Aspettiamoci dunque un bilancio irto di opere pubbliche, di stimoli all’occupazione, di provvidenze sociali, di iniziative contro i grandi evasori del fisco, di alleggerimento dell’atmosfera bigotta, di piani a lunga e breve scadenza; l’ala «sinistra» dello schieramento borghese (P.C.I. e P.S.I.) dovrà a sua volta promettere più di quello che Scelba – ora coperto di improperi perché al governo, dopo di aver ricevuto, qualche mese fa, il brevetto di buon democratico perché stava fuori del governo – è disposto a promettere; e la destra, ora rifornitasi di organizzazioni «sindacali» ad hoc, dovrà fare altrettanto. Avremo insomma una corsa affannosa a chi presenta più carote, e carote più appetitose.

Ma, con le carote, non mancherà il bastone. L’elogio di tutta la stampa di centro a Scelba è infatti – e meritatamente – duplice: quello d’essere uomo di «sinistra» (la democrazia usa ormai indifferentemente le due mani, è ambidestra, cosicché la distinzione non ha più senso e si può tranquillamente essere destri e sinistri, sinistri e destri, purché si sia borghesi), e quello di avere un forte senso dello Stato. Non staremo a fare insieme con l’opposizione, la polemica sui morti e feriti che hanno, proprio in questi giorni di solenne inaugurazione del neo-quadripartito, rallegrato la bella scena italiana; chi è senza peccato, in materia di botte ai dimostranti e di evoluzioni della polizia, scagli la prima pietra, sia esso democratico di destra o democratico di sinistra, sventoli il tricolore puro o il tricolore con la strisciolina rossa e la stella. Per noi è chiaro che uno Stato che sente l’urgentissimo bisogno di introdurre «riforme» e di «andare verso il popolo», è uno Stato che è deciso a conservarsi e difendersi fino all’ultimo sangue, agita la carota per poter agitare il bastone. L’essenza del riformismo è sempre stata la difesa strenua dell’ordine costituito; una difesa più efficace di quella del puro sgherro armato fino ai denti. E riformista è stato il fascismo. Il neo-quadripartito non può fare eccezione. Sente il morso della crisi; difenderà l’ordine sul doppio (ma solidale) fronte della carezza e della grinta dura.

Non c’è nulla di nuovo, sotto questo sole.

Le commemorazioni di Palmiro Togliatti

Palmiro Togliatti ha «celebrato» a Milano il trentesimo anniversario dell’Unità; ma si è guardato bene, prima di tenere il suo discorso (riprodotto sul «giornale del popolo» con fotografie in tutte le pose, giusto come per Miss Vie Nuove), di rivedersi l’Unità di allora, e, tanto meno, di citarla. L’Unità di trent’anni fa era bensì all’inizio di una curva molto diversa dal Comunista – l’organo fondato a Livorno – era bensì annacquata secondo i dettami del centrismo internazionale e locale, ma non avrebbe mai tollerato di passare per l’organo dell’«unità del popolo italiano» o della «unità di tutte le forze democratiche». Era un giornale di classe, non un giornale di conciliazione delle classi; antiriformista, non ultrariformista; internazionalista, non patriottardo.

Non ci si poteva aspettare che Togliatti parlasse in modo diverso da come ha parlato. Egli ha bensì riconosciuto che «si è creata una Repubblica fondata sul lavoro, e chi comanda, in questa Repubblica, sono coloro che sfruttano il lavoro»; che le libertà democratiche sono fittizie, che il fascismo è sempre vivo, che non esiste eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; ma, riconoscendo questo, si è ben guardato di rifarsi all’Unità di trent’anni addietro e ricordare che questa nostra critica alla democrazia non si riferisce a istituti contingenti, ma alla sostanza permanente del regime politico rappresentativo, e che appunto perciò noi lo neghiamo e lavoriamo a rovesciarlo non con la scheda ma con la violenza di classe. No: la critica di Togliatti significa soltanto questo – la democrazia è stata «deformata»; non si tratta di distruggerla, ma di correggerla, di riportarla alle sue origini (ma le sue origini sono borghesi!), di ricondurla sulla… retta via. Noi non lottiamo – significa la critica togliattiana – per infrangere questo gigantesco castello di menzogne; lottiamo per entrarci dentro e migliorarlo dall’interno: ci entreremo con la maggioranza parlamentare (campa cavallo!) o «con altre forze di ispirazione democratica», con quelli ch’egli stesso chiamò i capitalisti onesti e i patrioti sinceri…

Povero Migliore! Bussa disperatamente ad una porta che non si apre ancora; lunga sarà la sua penitenza, noiosa sarà la sua anticamera. Noi siamo convinti che tornerà al governo con tutti i «democratici di buona volontà», con quegli stessi che si sono macchiate le mani di qualcosa che «non vuole dire». Ma il momento non sarà lui a stabilirlo; aveva forse sperato, insieme con compare Nenni, che la porta si aprisse a Berlino; attenderà ancora. Poi leggerà a Palazzo Viminale l’Unità 195… patriottica, ultrademocratica, ultraparlamentare, ultrariformista, insomma anticomunista e forcaiola. E non si può negare che si sentirà più comodo, più in sella, che nel lontano 1923, nell’oscura stanza di via Napo Torriani, in una poltrona non precisamente di velluto…

Ed ora, largo a noi! 

Durante il dopoguerra, gli Stati Uniti, i veri grandi vincitori della seconda guerra mondiale, hanno svolto nei confronti dei Paesi minori (alleati o cobelligeranti o affiliati) una politica intesa soprattutto a creare condizioni di stabilità sociale. Ci hanno rifornito di «aiuti» di diverso genere, di scatolette alimentari e pillole prima, di macchine e quattrini poi; altrove hanno anche lasciato eserciti di occupazione. Le diverse «agenzie» che si sono succedute con scopi «assistenziali» all’Europa hanno avuto in realtà un compito di contro-assicurazione agli Stati Uniti e, in genere, alla stabilità del mondo borghese. Era una politica costosa, almeno immediatamente; ma i rischi erano più che ripagati dalla sicurezza in patria e dal «commercio che segue la bandiera» (la bandiera, magari, in latta da scatolame o in dollaro di occupazione). Comunque, anche le spese generali e di copertura dei rischi a un certo punto devono terminare la loro funzione: non sono fini in sé, sono mezzi.

Ed ecco, ora, completata grosso modo l’opera di beneficenza a fine auto-assistenziale, farsi avanti i business-men, gli uomini d’affari. Volete che non soltanto commerciamo ma, come già volle Truman e non disvuole Ike, esportiamo capitali o, in altri termini, investiamo nelle aree depresse e nei Paesi minori? Prontissimi: ci avete spianata la strada, ci avete creato condizioni di tranquillità e di fiducia. Prontissimi: ma non ci basta. Siccome il margine fra rendimento dei capitali investiti in patria e quelli investiti all’estero non è molto elevato, chiediamo, prima di tutto, che ci alleggeriate le imposte, visto che, dovendo investire all’estero, saremo soggetti a una doppia tassazione; in secondo luogo, che ci assicuriate contro l’espropriazione degli impianti e l’inconvertibilità delle monete; infine, non contenti degli eserciti di occupazione e delle pattuglie di assistenza a fine stabilizzatore che avete mandato un po’ dovunque, ci assicuriate contro i rischi «di guerra, insurrezione e rivoluzione». Scusate se è poco!

Questo è il succo dell’ormai famoso rapporto Randall, di cui i nostri bravi borghesi hanno detto così bene per quel tanto di solidarietà di sangue che i capitalisti sentono per i colleghi di tutto il mondo. Solidarietà e invidia per i cugini americani, questi nati con la camicia che hanno fatto affari d’oro con la guerra propria ed altrui, col dopoguerra e con la guerra fredda, ed ora si dispongono a spedire all’estero capitali garantiti, condizionati, assicurati – se occorre contro i rischi delle guerre e insurrezioni ch’essi stessi fomenteranno. Largo ai giovani: ed evviva la libertà dalla paura!

INA - Case ed altre fanfa(ro)nate

Fanfani promette la casa a tutti gli italiani, e non dubitiamo minimamente che la stessa promessa solenne farà il sopravvento (fino a quando?) Scelba. A dire il vero, non è una promessa nuova, e le iniziative prese in questo campo sono ormai pluriennali. Con quale risultato?

Prendiamo il caso di uno degli istituti «benemeriti» in questo campo, e dei più legati all’universale fanfaronismo italico. Leggiamo sulla Nuova Stampa i dati che ci offre il prof. De Fenizio sul bilancio 1952-53 dell’Ente:

«Su novanta lavoratori che versano il loro contributo, soltanto dieci, in media, hanno presentato domanda di assegnazione per appartamenti; e finora uno soltanto ha conseguito l’assegnazione».

È dunque chiaro che, andando di questo passo, non solo non ci sarà una casa per ogni italiano, ma lo scarto fra incremento demografico ed incremento edilizio aumenterà costantemente; è altresì chiaro quello che abbiamo più volte ripetuto, che cioè questi piani di costruzioni edilizie popolari finanziate dai lavoratori sono un mezzo non per fornire case ma per pompare redditi di lavoro. Ancora: «sinora i vani costruiti furono più di 500 mila, ripartiti in 100 mila alloggi fra grossi e piccini. Il restante programma, sino al 1956, contempla la costruzione di altri 300 mila vani». Dunque, che sono 800 mila vani quando il De Fenizio ammette che per colmare il deficit formatosi dal 1931 in poi, si dovrebbero costruire almeno 5 milioni di vani oggi (noi abbiamo altra volta calcolato questo fabbisogno in un numero ben maggiore: almeno 15 milioni) e proseguire poi ad un ritmo di almeno 600 mila vani annui «per tener dietro alla dinamica della popolazione»? Quei 500 mila vani costruiti finora sono dunque 100 mila meno di quella che dovrebbe essere la costruzione annua, una volta colmato il deficit sempre aperto; senza contare che le case costruite sono tanto appetibili che ottanta operai contribuenti su novanta non ne vogliono neppure sapere e preferiscono, «conti fatti», il «vano» presente, per orribile che sia…

Niente di fatto, dunque, salvo lo sperpero di miliardi e miliardi. Nel tirare il bilancio della gestione I.N.A., l’articolista non conclude, d’altronde, col riconoscimento delle sue benemerenze come mezzo per assorbire mano d’opera? Non strumento «per risolvere il problema della casa», ma semplice volano dei guai sociali, delle perturbazioni economiche del regime, forma di assicurazione contro i rischi di funzionamento del regime capitalista finanziata coi soldi dei salariati.

Questioni storiche dell'Internazionale comunista (Pt.2)

II

Il partito politico internazionale – non la coalizione e federazione di partiti autonomi ma un organismo unitario a direzione centrale – è uno strumento di lotta che appartiene unicamente alla rivoluzione proletaria. Le epoche storiche passate non potevano produrre un analogo fenomeno, perché poggiavano su meccanismi economici che funzionavano in ambienti sociali circoscritti. La stessa rivoluzione borghese capitalistica, che pure allargava di molto la sfera sociale della produzione, non usciva dal quadro dello Stato unitario, nonostante il fatto che gli scuotimenti sociali e politici si ripercuotevano spesso in un’area più vasta che i confini della nazione.

Un esempio classico è fornito dalla Rivoluzione francese (1789-1815). Il crollo delle impalcature assolutiste semi-feudali in Francia suscitò moti rivoluzionari oltre le frontiere francesi e il giacobinismo diventò un movimento universale nell’Europa occidentale e centrale. Con l’appoggio politico e il sostegno delle armate sanculotte, i governi rivoluzionari di Parigi favorirono energicamente la lotta dei democratici rivoluzionari d’Italia, Belgio, Olanda, Svizzera, Germania, Polonia. Risultato dell’azione convergente degli eserciti repubblicani e delle insurrezioni locali furono in Italia la Repubblica Cispadana trasformata nel luglio 1797 in Repubblica cisalpina, la Repubblica ligure e la Repubblica veneta (maggio-giugno 1797), la Repubblica romana (1798), la Repubblica partenopea (1799); in Isvizzera sorse la Repubblica elvetica (1798); in Olanda la Repubblica batava (1795); in Polonia fu costituito il Granducato di Varsavia, nucleo della costituenda Polonia spartita nel 1795 tra Russia, Austria e Prussia. Ma il giacobinismo europeo non fu affatto un partito internazionale. Le costruzioni politiche d’oltre frontiera rappresentarono per la Francia rivoluzionaria altrettanti puntelli del regime interno e ciò apparve chiaro per la politica del Direttorio, e in seguito di Napoleone, che dovevano assoggettare le terre occupate a regimi che nelle forme democratiche e repubblicane imponevano una politica volta a servire gli interessi talvolta esorbitanti dello «Stato-guida» francese. Era nel determinismo della rivoluzione democratico-borghese che le repubbliche nazionali, suscitate dalle armate napoleoniche lungo il loro trionfale cammino, subissero l’influenza dominatrice del nazionalismo francese e dialetticamente vi si opposero, invocando gli stessi «immortali principii» dell’89.

L’esempio più recente della inconciliabile opposizione tra rivoluzione capitalista ed internazionalismo è stato fornito dalla rivoluzione russa. Oggi riesce agevole comprendere che il fallimento della battaglia proletaria in Russia e il conseguente svolgersi del corso storico capitalista, pervenuto all’attuale regime che nulla più conserva di proletario e comunista, si è accompagnato alla progrediente involuzione della Terza Internazionale e alla sua totale scomparsa. Lungi da noi la tentazione di accomunare gli odierni partiti stalinisti, che dappertutto agiscono come strumenti di conservazione e di controrivoluzione ai partiti giacobini di 150 anni or sono, i quali, pur lottando per rivendicazioni prettamente borghesi operavano rivoluzionariamente in un ambiente storico dominato dalla reazione aristocratico-clericale. Al contrario i partiti staliniani, anche nelle zone ancora prevalentemente precapitalistiche, cioè nelle condizioni ambientali proprie della rivoluzione democratico-borghese, lavorano nell’interesse dell’imperialismo. Vedemmo, infatti, il partito stalinista dell’India appoggiare la lotta del nazionalismo rivoluzionario contro l’Inghilterra, durante il periodo dell’alleanza tra Hitler e Stalin, per passare poi alla politica dell’appoggio all’Inghilterra, allorché nel giugno 1941 la Germania invase il territorio russo, costringendo il governo di Mosca ad allearsi con l’Inghilterra. Nella fase «di guerra fredda» il partito comunista indiano operava per la terza volta un rovesciamento di fronte, accostandosi di nuovo al movimento indipendentista. Perciò in forza di questa e molte altre prove, si può correttamente sostenere che partili staliniani hanno svolto e svolgono un ruolo completamente controrivoluzionario e che il Governo di Mosca ha adoperato e adopera le sue filiazioni politiche estere nell’interesse esclusivo della rivoluzione capitalista svolgentesi entro le sue frontiere, come fecero, in forme ideologiche e condizioni obiettive diverse, i governi rivoluzionari di Francia.

Quanto detto fin qui non costituisce certamente un’esercitazione letteraria. Tutt’altro. La battaglia ingaggiata nel 1917 in Russia fallì appunto, e noi ne subiamo le tragiche conseguenze, perché il movimento dell’Internazionale comunista si infranse contro la resistenza della reazione borghese e dell’opportunismo. Il crollo della Terza internazionale, liquidata definitivamente con un provvedimento burocratico imposto dal Ministero di Mosca, era da spiegarsi soltanto con il grado di sviluppo della lotta di classe nel mondo, oppure bisognava sostenere che alle negative condizioni obiettive andavano aggiunti fondamentali errori della dirigenza dell’Internazionale? Ecco il problema. Oggi, è facile, guardando all’indietro gli avvenimenti, individuare le cause, il decorso e lo sbocco finale della degenerazione nazionalista di quello che fu, dal 1919 al 1924, il glorioso partito mondiale del comunismo rivoluzionario. Enormemente più difficile e, conviene dirlo, veramente eroico fu criticare in maniera aperta e intransigente l’indirizzo politico del Comintern negli anni in cui il prestigio dei capi russi era immenso. Eppure questo lavoro fu svolto dalla Sinistra Comunista Italiana, che fino al 1926 si batté contro le aberrazioni del fronte unico, del governo operaio e contadino, dei blocchi antifascisti sostenendo che simili stratagemmi tattici falsavano il programma comunista e indebolivano la lotta internazionale per il comunismo.

L’esperienza della Terza Internazionale ci insegna che la rivoluzione comunista potrà trionfare sul capitalismo alla condizione che sappia affidare la attuazione del suo programma ad un’organizzazione politica internazionale immune delle deformazioni patologiche che la Sinistra Italiana individuò e condannò nel corso della evoluzione della Terza Internazionale. Alla Sinistra Italiana non spetta, dunque, solamente il merito storico della restaurazione della dottrina e del programma marxista, in lotta con il tradimento staliniano. Nel corso della serrata polemica sostenuta nei confronti della dirigenza dell’Internazionale, la Sinistra Italiana riuscì a formulare la giusta tattica rivoluzionaria del partito internazionale, raddrizzando i tragici errori del bolscevismo russo, che pure magnificamente aveva saputo condurre la lotta contro l’opportunismo locale. Che i partiti comunisti affiliati alla Terza Internazionale siano divenuti irrimediabilmente strumento del nazionalismo borghese grande-russo è un fatto innegabile, ma certamente meno importante che la spiegazione delle cause della loro compiuta involuzione reazionaria. Quel che importa è che la nuova Internazionale, potrà utilizzare quando risorgerà – e finché dura il capitalismo e la dominazione di classe nessuna forza umana potrà impedirlo – la lezione impartita dagli errori del Komintern e dalla lotta della Sinistra Italiana.

La terza internazionale e l’opportunismo

La nuova associazione internazionale dei lavoratori fu profetizzata da Lenin fin dallo scoppio della prima guerra mondiale. La votazione dei crediti di guerra e l’attiva collaborazione ai poteri belligeranti da parte dei partiti socialisti tradizionali ebbe l’effetto di far passare il fronte di guerra anche nella Seconda Internazionale, cui essi erano affiliati. «La Seconda Internazionale – scrisse Lenin nel 1° novembre 1914 – è morta, uccisa dall’opportunismo. La Seconda Internazionale ha compiuto la sua parte di necessario lavoro preparatorio, per l’organizzazione delle masse proletarie durante il lungo periodo della più dura schiavitù capitalistica e dei più celebri progressi del capitalismo negli anni della pace, nell’ultimo trentennio del secolo decimonono ed al principio del ventesimo. Alla Terza Internazionale spetta il compito di organizzare le forze del proletariato per l’assalto rivoluzionario al regime capitalista, per la guerra civile alla conquista del potere politico contro la borghesia d’ogni paese, per la vittoria del socialismo».

La rivendicazione e i compiti della nuova Internazionale erano così chiaramente posti. La successiva pubblicazione dell’«Imperialismo», avvenuta nella primavera del 1915, segnava una data decisiva del movimento internazionalista. Il marxismo rivoluzionario annunciava – per bocca di Lenin – l’avvento dell’epoca delle finali battaglie nella lotta di classe tra borghesia e proletariato, e al fronte della guerra imperialista che realizzava la «federazione di tutti gli Stati contro il proletariato» preannunciava l’unificazione delle forze della Rivoluzione proletaria nei ranghi dell’Internazionale comunista.

Le conferenze internazionali di Zimmerwald (18-21 settembre 1915) e di Kienthal (6-12 maggio 1916) costituirono altri importanti passi in avanti del movimento internazionalista, sebbene il marxismo rivoluzionario vi risultasse in minoranza. Fu a Kienthal che l’Ufficio di Zimmerwald di Sinistra, composto da Lenin e dai suoi compagni di corrente, propose di trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria in tutti i paesi, anticipando così la posizione fondamentale della Terza Internazionale. Ma doveva essere la Rivoluzione d’Ottobre, che consegnò il potere politico al proletariato comunista di Russia, a spalancare le porte alla nuova associazione internazionale.

Se la guerra imperialista, con il suo corteggio di orrori e di crudeltà immani, aveva condannato agli occhi delle masse l’ala destra riformistica della socialdemocrazia, che aveva aderito senza riserva alla guerra, il dopoguerra, che doveva smascherare la demagogia e la vacuità del verbalismo rivoluzionario, scosse violentemente il prestigio del centro massimalista. I piccoli gruppi rivoluzionari, l’ala sinistra, che fin dal 1914 avevano avversato la guerra e invocato l’assalto rivoluzionario al potere capitalistico, acquistarono enorme influenza e, aderendo alla Terza Internazionale fondata a Mosca nella primavera del 1919, trascinarono seco, in un crescendo trionfale di entusiasmo, milioni di lavoratori. Alla testa del grandioso movimento, che doveva riempire di terrore la borghesia del mondo, furono in Italia la Frazione Comunista Astensionista, in Germania la Lega Spartachiana, in Olanda la Sinistra tribunista. Negli anni 1919 e 1920 la maggioranza dei lavoratori socialisti in Francia, in Italia, in Germania, nei territori dell’ex impero Austro-ungarico, nei Balcani, nella Scandinavia, in Polonia, era per il bolscevismo e la Terza Internazionale, cioè per la dottrina e l’organizzazione politica che la Rivoluzione d’Ottobre e le imprese rivoluzionarie, anche se sfortunate, dei comunisti in Germania, in Ungheria e in Baviera dimostravano essere il nemico più risoluto e conseguente del capitalismo.

Il primo Congresso della Terza Internazionale significò, per così dire, solo la posa della prima pietra

del grandioso edificio che doveva essere innalzato dal Secondo Congresso tenuto nel luglio-agosto del 1920. Il ristabilimento dei traffici internazionali e la sconfitta della rivolta bianco-imperialistica contro il potere dei Soviet, senza omettere le irresistibili pressioni dal basso che costrinsero i governi europei ad allentare le maglie del blocco contro la Russia bolscevica, permisero a molti delegati di raggiungere Mosca. Il Partito Socialista Italiano, che aveva aderito in blocco alla Terza Internazionale, nonostante le divisioni interne, mandò a Mosca Serrati, Graziadei e Bombacci; la C.G.L. inviò i suoi segretari D’Aragona, Duroni e Colombino. A rappresentare la Frazione Comunista Astensionista fu delegato Amadeo Bordiga. Il caso del P.S.I. che inviava a Mosca una delegazione in cui figuravano persino esponenti del riformismo personalizzava la situazione internazionale del movimento operaio. Il processo chiarificatore che aveva fatto importanti passi con la separazione e la violenta opposizione della Lega Spartachiana, che fin dalla fine del 1918 si era costituita in partito comunista (K.P.D.) era ben lungi dal ritenersi avviato su scala mondiale. In effetti, riformismo e comunismo sebbene irriducibilmente nemici sul terreno della teoria e del programma, non si erano ancora discriminati su quello politico in non pochi casi. Se si considera che nella travolgente ondata di entusiasmo, persino formazioni di operai cristiani e di pacifisti optarono per la Terza Internazionale, si comprende come il compito più urgente del Secondo Congresso fosse la delimitazione netta del programma e dei compiti dei partiti che domandassero di aderire all’Internazionale. Era facile prevedere che senza questo importante lavoro il nuovo organismo internazionale non sarebbe neppure cresciuto, ripetendo la sorte della Prima Internazionale, sfasciatasi per l’inconciliabile opposizione tra marxisti e bakuniniani.

Il Secondo Congresso fu all’altezza del delicato quanto arduo compito. Il risultato dei suoi lavori si condensò nel testo contenente le «condizioni di ammissione alla Internazionale Comunista», che furono adottate nella seduta del 30 luglio 1920. Nel preambolo, dopo di aver proclamato: la «Seconda Internazionale è definitivamente distrutta», si metteva in guardia contro il facile ottimismo delle masse politicamente impreparate e perciò incapaci di scorgere il calcolo opportunista sotto le affrettate mozioni di adesione adottate da direttivi di partito e raggruppamenti sicuramente equivoci, e si dichiarava apertamente: «L’Internazionale Comunista è minacciata dal pericolo di essere inquinata da elementi vacillanti ed indecisi che non si sono ancora definitivamente liberati dalla ideologia della Seconda Internazionale.

«Oltre a ciò in alcuni grandi partiti (Italia, Svezia, Norvegia, Jugoslavia, ecc.) la cui maggioranza sta sul terreno del comunismo, è rimasta fino al giorno d’oggi una notevole ala riformista e socialpacifista, che aspetta soltanto di risollevare il capo e cominciare il sabotaggio attivo della rivoluzione proletaria, aiutando così la borghesia e la Seconda Internazionale».

Seguivano le 21 condizioni di ammissione. Esse erano ispirate allo scopo della formazione di partiti politici di tipo comunista, intesi cioè come strumento della lotta armata contro il potere borghese, e perciò soggetti ad un regime di forte accentramento e di ferrea disciplina, mentre l’organizzazione partitica della socialdemocrazia era foggiata ai fini della competizione elettorale. Ma tale risultato non era possibile senza una netta rottura con il riformismo e il socialpatriottismo. Inutile era formulare il programma comunista, la cui accettazione era imposta dalla «condizione» XV, se i partiti che l’avessero approvata avrebbero continuato ad alimentare nel proprio seno quella che con termine oggi in voga si potrebbe definire la quinta colonna opportunista. La condizione VII obbligava i partiti che desideravano appartenere alla Internazionale Comunista a rompere completamente col riformismo e il centrismo, e citava i nomi dei capi che a quelle tendenze si rifacevano: Turati, Kautski, Hilferding, Hillquist, Longuet, Mac Donald, Modigliani. Ma la condizione VII se colpiva i capi opportunisti, lasciava da parte la questione dell’atteggiamento da assumere nei confronti di chi votava contro il programma nei congressi di adesione. A ciò servivano i punti 20 e 21. L’apposita commissione del congresso, su una mozione di Lenin, approvò la condizione XX che almeno i due terzi dei dirigenti dei partiti che chiedevano di aderire dovessero essere dei provati comunisti. A nome della Sinistra Italiana, Bordiga propose, appoggiato da altri rappresentanti di sinistra, una formulazione più radicale che divenne la condizione XXI. Essa diceva: «Quei membri del partito che respingono le condizioni e le tesi formulate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal Partito. Lo stesso vale specialmente per i delegati al congresso straordinario».

Lenin, da quel geniale marxista che era, non disconosceva, l’abbiamo visto, il lavoro svolto dalla Seconda Internazionale. Ma, alla fine della sua esistenza, essa disvelò tutte le deficienze e le magagne derivanti dall’essere un allineamento di partiti a direzione nazionale, uniti da legami blandamente federativi. Che mancasse un centro dirigente fu chiaro allo scoppio della guerra mondiale, allorché ogni partito esercitò la sua autonomia di azione schierandosi col proprio governo nella sacra unione patriottica. Al contrario, la Terza Internazionale si presentò come organismo unitario, i cui partiti-membri accettavano la direzione di un centro supremo; con l’adozione delle 21 condizioni di ammissione, essa si avviò potentemente a diventarlo. I risultati del Secondo Congresso non si fecero attendere. In Germania, la maggioranza dei delegati del partito socialista indipendente accettò al Congresso di Halle le 21 condizioni e si fuse col partito comunista di Germania. In Francia nacque al Congresso di Tours il partito comunista. Lo stesso avvenne in Inghilterra. Ma dove il comunismo combatté la sua grande battaglia fu in Italia nel gennaio 1921, data della fondazione del Partito Comunista d’Italia.

In seguito si verrà a parlare delle vicende della formazione del Partito Comunista d’Italia, di cui si dovrà tenere conto perché la lotta polemica della Sinistra Comunista Italiana nel seno della Terza Internazionale si legò strettamente al conflitto di corrente nel seno del P.C. d’Italia, che si delineò, sul terreno teorico, fin dall’epoca dell’uscita dell’«Ordine Nuovo» e venne alla luce allorché gli ex ordinovisti assunsero la direzione del partito. La storiografia di comodo dei togliattiani ha l’interesse di far apparire l’ordinovismo in costante dissidio del «settarismo bordighista», falsando così la storia. In realtà, al Congresso di Livorno, al Congresso di Roma, nei dibattiti dell’Internazionale almeno fino al 1923, le posizioni della direzione di sinistra furono costantemente riconosciute dai seguaci di Gramsci.

Ma di ciò appresso. Il contributo dato dalla Sinistra Italiana alla elaborazione della tattica del partito internazionale del comunismo non si arrestò al lavoro svolto brillantemente al Secondo Congresso. Nei successivi congressi, i delegati della Sinistra Italiana dovettero assumersi l’ingrato ma necessario compito di criticare i falsi indirizzi impressi, a volta a volta, al movimento internazionale, arrivando persino a formulare la profezia della futura involuzione reazionaria del grande organismo che tanta passione rivoluzionaria aveva suscitato al suo sorgere.

La "liquidazione del fascismo"

Il problema della liquidazione del fascismo non ha alcun senso, in quanto il fascismo è il moderno contenuto del regime borghese, e si può superarlo storicamente ed annientarlo solo rovesciando il potere della classe capitalistica ed i suoi istituti, compito che non può essere assolto da coalizioni politiche tanto ibride quanto impotenti e per nulla intenzionate a demolire il fascismo, ma solo dall’azione rivoluzionaria del proletariato. Per conseguenza, il partito squalifica e respinge tutto l’armamentario di repressione del fascismo, inscenato dagli attuali governi d’Italia. L’unica seria lotta contro il fascismo non consiste nel rintracciare e perseguitare i militanti, gli squadristi, i gerarchi del periodo fascista, in gran numero già annidati nelle presenti gerarchie, con metodo e stile immutati, ma nello scoprire e colpire gli interessi di classe e gli strati sociali che compirono quella mobilitazione, e che sono i medesimi che tentano oggi di serbare il controllo dello Stato. Questi colpi possono essere portati solo da forze di classe; e quando saranno per esserlo, tutti gli organismi più diversi e le gerarchie più disparate che oggi parlano di sradicare il fascismo (chiesa, monarchia, burocrazia civile e militare, strati dei professionisti della politica e del giornalismo ecc.) faranno blocco dalla parte controrivoluzionaria della barricata.

Da «La Piattaforma Politica del Partito» .

"Responsabilità"

Con questo titolo l’Unità del 17-2-54, commenta la morte di un operaio dell’O.M., deceduto sotto i colpi delle forze di repressione borghese. Ma c’è da chiedersi: responsabilità di chi? Del governo Scelba, afferma perentoriamente l’estensore dell’articolo in questione e, aggiunge, della borghesia italica. E perché, aggiungiamo noi, non anche dell’ « opposizione parlamentare » di Sua Maestà la repubblica?

Che il capitalismo usi la violenza, se necessario, contro gli operai, che gli operai cadano nella lotta contro il capitalismo che difende la propria conservazione è un fatto normale della dinamica della lotta fra le classi, che viene a confermare l’analisi marxista della società borghese. È un fatto necessario anche se doloroso.

Ma, dato che si parla di responsabilità, ci si deve domandare: come è indirizzata questa lotta? Verso quali scopi? Per quale fine?

Per poter rimettere le commissioni interne a collaborare con le direzioni aziendali. Ecco la risposta. Ed è perciò che a questa ristretta, misera e fallimentare prospettiva non può che corrispondere un’impostazione di lotta fallimentare.

Questa pestifera teoria ordinovista, che sostituisce la commissione interna al Partito di classe, che parte dalla concezione della commissione interna come organismo di attacco della lotta di classe, intorno a cui si enuclea il proletariato rivoluzionario, passa per le commissioni interne come organismo di difesa degli interessi operai e arriva alle commissioni interne come trait d’union, come organo di collaborazione tra capitalisti e salariati all’interno dell’azienda.

Una teoria, falsa in partenza, deve essere ancora più falsa in arrivo: da un organismo che si pretende per la lotta di classe, in partenza, allo stesso organismo che è per la collaborazione di classe in arrivo. Parabola discendente, degenerante, che riflette il moto di un partito scivolato nel letamaio parlamentare. Chi nasce uccello da palude non può diventare aquila anche se con la fantasia lo può credere.

E intanto un altro anonimo combattente del proletariato è caduto – inutilmente – dobbiamo dire? Forse, anche se ne dubitiamo.

Ad ogni modo ecco i fatti. La direzione dell’O.M. mette la commissione interna in pensione, o, per meglio dire, non la scioglie, la manda a lavorare. Questo vuol dire, semplicemente, che la C.I. ha svolto il suo compito di addormentamento del proletariato, allo stato attuale delle cose, fino in fondo, ed è stata stipendiata per questo. Oggi riceve il benservito destinato al servo sciocco che non serve più; forse domani sarà richiamata per svolgere il medesimo compito di ieri con le stesse persone o con altre, non ci interessa.

Quel che non si vuol capire è che tutto ciò obbedisce alla stessa dinamica di conservazione che l’altro ieri ha messo in pensione la democrazia per il fascismo; ieri il fascismo per la democrazia « nuova » ed esarchica; oggi, la democrazia « nuova » per l’unipartitismo e mezzo.

Ma questi « cambi della guardia », è naturale, ledono degli interessi parassitari costituiti; perché diventa scomodo, per chi è abituato a guadagnarsi il pane e companatico senza far niente, con la comoda scusa di « difendere gli interessi operai », il doverli difendere, perché si è costretti a farlo per difendere i cadreghini, anzi si chiamano gli operai a difendere i propri cadreghini: diventa più scomodo ancora, anzi scomodissimo, il dover difendere gli « interessi operai » guadagnandosi il pane e il sale lavorando. Da qui l’agitazione. Ma, mentre per la C.I. si trattava di difendere i propri privilegi, gli operai obbedivano a una loro necessità, anche se falsata dalla direzione del moto, necessità dovuta alla compressione del loro tenore di vita, alla continua riduzione dei cottimi, al poliziesco dirigismo aziendale. E questo malcontento invece di essere indirizzato verso il suo canale socialmente necessario « la lotta di classe contro classe » è deviata sul terreno legalitario per la lotta di conservazione di un organismo parassitario borghese e ingrandita di riflesso sul piano politico attraverso il più rancido parlamentarismo per la difesa delle libertà costituzionali. Ma costituzionali per chi? Per la borghesia!

Il proletariato è chiamato a morire per difendere la costituzione borghese, gli organismi borghesi, la collaborazione di classe tra capitale e lavoro. E ci si viene a parlare di responsabilità.

Ma la responsabilità è anche vostra, signori dell’Unità. Vostra, del capitalismo e dei suoi più o meno onorevoli lustrascarpe.

Rendita differenziale appetito integrale

« Hors d’œuvre »

Noi siamo giunti al loco ov’io t’ho detto… siamo al capitolo terribile, quello che di solito, nell’ingranaggio pietoso della scuola borghese di ogni grado, è il terrore dello studentello, il classico ponte dell’asino, il pericolo che vacilli l’ideale radioso: uscire raggiante dalla sala, sventolando all’indirizzo del docente il più scurrile dei gesti (ogni riferimento a saluti politici non è che fortuito).

La scolastica fu la gloria del Medioevo ed è la vergogna del tempo capitalistico moderno; è uno e non il solo, dei campi in cui raggiunge fastigi eccelsi il contrasto tra la sbornia di retorica inneggiante al trionfo della cultura e la prassi sfacciata della diffusione e accreditamento alla menzogna di classe, al servilismo, all’espedientismo, al carrierismo in cui prevale chi « sente » il gran traguardo della vita borghese contemporanea: venalità, fannullonismo.

Non a caso dicemmo che i maestri del comunismo dedicarono più pagine alla questione agraria, che andiamo riesponendo, che non alla questione « industriale ». Tanto nelle esposizioni organiche che in quelle storiche, seguendo il sorgere della società borghese ed il formarsi della scienza economica, l’esigenza determinante della richiesta non riguarda il bilancio del produttore immediato che lavora e consuma; né quello dell’ « azienda » capitalista che produce e smercia; ma riguarda il quadro immenso della popolazione vivente e della sua alimentazione, lo studio della complicata macchina con cui il cibo arriva agli uomini, sempre meno semplice da quando Eva stese la mano al pomo senza avere preliminarmente eseguita nessuna delle operazioni aritmetiche.

La stessa questione si posero tutti e Quesnay e Ricardo e Malthus, particolarmente battuto in breccia da Marx, con la sua disequazione tra cibi e bocche: i primi crescono in ragione aritmetica (uno, due, tre, quattro…), le seconde in ragione geometrica (uno, due, quattro, otto…); da che la fame. Non potendo quindi aumentare cibo, diminuite bocche facendo meno figli. Parlava un prete e dio disse di crescere e moltiplicare; il vescovo anglicano non propose di amare e non generare, ma girò la questione con la moral restreint, ossia la rinunzia all’amore: vecchia ricetta dell’alto Medioevo e di una economia vagheggiata da San Benedetto e da Carlo Magno con comunità che lavorano per mangiare e non prolificare. Ma, al solito, di cappello a Benedetto e a Carlo, che con le loro aziende conventuali al tempo stesso antevidero l’oppressione selvaggia del capitale sugli eserciti di lavoratori e la successiva economia associata; mentre Malthus retrovedeva l’impossibile e l’inumano. E Marx, che dedica capitoli interi ad analizzare ad esempio le equazioni di Ricardo e gli sforzi degli economisti inglesi per spiegare le ondate di alzata e crollo dei prezzi del grano, Marx sdegna di ricalcolare Malthus, sia pure per ridurlo all’assurdo, ma lo sgombra a pedate non matematiche. Onde ecco una citazione, ottimo aperitivo al fiero pasto imbandito:

« Una fondamentale volgarità di sentimenti caratterizza il Malthus, una volgarità che può permettersi soltanto un prete, il quale riconosce nella miseria umana la punizione del peccato originale e in generale ha bisogno di « una terrena valle di lacrime », ma che in pari tempo, per riguardo alle prebende che gode e con l’ausilio del dogma della predestinazione, trova assolutamente vantaggioso « addolcire » alle classi dominanti il soggiorno nella valle di lacrime ».

Simpatia allo stoicismo

Non si può astenersi da una digressione utile, sulla soglia della teoria di Ricardo sulla rendita, imbattendosi in una delle decisive sintesi, dettata dal confronto tra questi e Malthus, magnifico invito ad abbeverarsi di dialettica.

Malthus, sotto la bufera di male parole, ha tuttavia un merito, « rispetto ai miserabili maestri di armonie dell’economia borghese », che

« è appunto l’accentuato rilievo delle disarmonie che certamente in nessun caso egli ha scoperto, ma a cui in ogni caso si attiene, le dipinge e divulga con pretesco e compiaciuto cinismo ».

Dunque la critica del capitalismo anche in quel del 1815 è possibile e giusta, ma la posizione storica e politica contro di esso è da combattere. In noi marxisti non si fa mai scienza per la scienza, ma sempre lotta politica (stiano ben tranquilli i compagni d’oltralpe che si preoccupano di garantire che queste trattazioni siano legate all’attualità, venere spesso… infrancesata). Malthus non aveva altro scopo, per il quale consuma plagi e falsi scientifici, che quello di « difendere la proprietà fondiaria reazionaria contro il capitale ‘illuminato’, ‘liberale’ e ‘progressista' ». Legnate dunque a Malthus! Plauso a Malthus, in quanto sa che illuminismo, liberalismo e progressismo sono pure, purissime balle della borghesia. Ma, « l’odio della classe operaia inglese contro Malthus è pienamente giustificato »!

Il contrasto tra Malthus e Ricardo è questo; il secondo esprime la pressione di prorompenti forze produttive ed esalta la produzione per la produzione, alla quale sacrifica ogni interesse particolare e di classe, ed anche del proletariato, apertamente dicendolo; il primo, topo da doppio gioco, quando la produzione urta l’interesse di classe dei proprietari e dei rentiers, sacrifica la stessa ipocritamente e per tale scopo compie falsi scientifici: questo per Marx significa essere « volgare ». E nei riguardi delle classi operaie?

« Non è volgare da parte di Ricardo quando egli mette i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la « produzione » esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché essi in effetti sono solo merci nella produzione borghese. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico « . Vecchio béguin per la filosofia stoica greca, Carlone? Qua la mano!

« (…) Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e al celibato. [Ma] quando le medesime esigenze della produzione riducono al proprietario fondiario (Landlord) la sua « rendita »(…), cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti « .

La produzione fine a se stessa? E’ dunque questo un mito immanente per tutti i tempi di noi « stoici » e materialisti? Qui la sintesi che abbiamo accennato:

« Giustamente, per il suo tempo, Ricardo considera il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione della ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimentica allora che la produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra [tastatevi, o pacifisti, il corneo grugno], in cui i singoli in ogni caso si rovinano (…). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui umani e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo [tra il bene della specie e quello dell’esemplare] e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacché i vantaggi della specie, nel regno umano come in quello animale e in quello vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui… ».

Se quindi la « brutalità » di Ricardo non si ferma per la morte di proletari o della proprietà fondiaria e se insomma la sua concezione serve gli interessi della borghesia industriale, ciò è unicamente perché in quel trapasso storico « quegli interessi coincidono con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano ».

L’impianto del modo di produzione capitalistico, che non può avvenire senza feroce sterminio di persone umane, è la via storica obbligata per elevare la capacità produttiva di specie verso quel grado che solo consentirà di superare l’antagonismo che, nella forma delle lotte di classe, sacrifica ad ogni passo l’individuo alla palingenesi sociale. Storicamente il grido: produzione per la produzione! Non significa che la massa sempre maggiore di produzione sia fine a se stessa, ma che si tratta di fare un grande balzo qualitativo nella produttività del lavoro, con l’associazione e l’uso delle forze meccaniche, ponendo le condizioni dell’economia associata, in cui si potrà produrre con meno lavoro, con « proporzionalità « ai bisogni quale Sismondi invocava, e perfino eliminare enormi inutili settori della produzione: solo allora comincerà a cedere l’antagonismo tra il bene di ciascuno e quello di tutti: troppo la cosa era da Ricardo lontana.

Se la Russia del 1953 vale l’Inghilterra del 1815, si permetta a Stalin di calcolare come Ricardo e si basi la lotta contro lo stalinismo sullo smascheramento della pretesa bassamente controrivoluzionaria di costruir socialismo; non su ipocrite lacrime per ecatombi di uomini consacrate a questa europeizzazione dell’Asia, su sentimentalismi per il rientro di rimasugli di armate messe in moto dall’imperialismo ribollente, e lanciate nella fornace della storia capitalista. Filosofia sulle categorie di specie e individuo, o luce diretta sulle polemiche di oggi tra gli stessi « antistalinisti » o, amici, attualità politica « à crever les yeux »?

Misteri del calcolo sublime

Torniamo dunque allo sbigottimento per la famosa formula della rendita differenziale e diciamo di che si tratta: nulla di mefistofelico. Il profano che sente parlare di calcolo differenziale allibisce, al più sa ad orecchio che insieme al calcolo integrale forma il calcolo infinitesimale e alzandosi ancora più stratosfericamente il calcolo sublime, che poi non significa nulla, così come un fesso sublime non è che un fesso. La pura matematica è quella scienza che con nuove parole e simboli dice sempre la stessa cosa. Cosa è l’elevazione a potenza? Una moltiplicazione. E la moltiplicazione? Un’addizione. E l’addizione? Una numerazione, come con le dita sulla punta del naso. Logaritmo, radice, divisione, sottrazione, non sono che le stesse cose fatte all’indietro, come la numerazione indietro: il naso sulla punta delle dita. Ora l’integrazione è ancora più semplice: una lunghissima addizione. E la differenziazione? Una stucchevole sottrazione. Per ambo queste occorrerebbe una bestia che non avesse la mano di cinque dita: poniamo il millepiedi. Dunque tutto si riduce alla numerazione e allora sapete benissimo di che si tratta.

Ora vi ho fregati. Proprio quello che non sapete voi e non so nemmeno io e nemmeno chi, a nostra differenza, trascende il calibro del fesso comune, è la definizione della numerazione. Pensate allo spazio, al tempo, ai figli consecutivi o alle ciliegie del paniere, e ditemi come siete proprio sicuri che con l’identico scatto si va da uno a due e da nove a dieci, e la data di pubblicazione di questa legge nella « Gazzetta Ufficiale ».

Comunque in economia la cosa si capirà subito. La cultura universitaria vuole sciogliere il rebus economico applicando la matematica. Noi sappiamo all’opposto che applicando sola matematica mai si è cavato un ragno dal buco e ci serviamo invece della nozione economica immediata che tutti abbiamo per capire la matematica Questa infatti è nata dopo l’economia quanto e più che dopo la fisica: è stata prima agrimensura e poi geometria, prima computisteria e poi algebra e calcolo. Citammo a proposito dell’interesse perpetuo, difficile astrazione teorica, alla portata dell’intuito di tutti, il fatterello della servetta che sapeva il calcolo integrale.

Facilmente metteremo in equazione tutta l’economia di classe. Chi vive a salario limitato deve suddividerlo tra cento acquisti: alla fine di quindicina o di mese il conto non torna mai. Togli e deduci la casa, le scarpe, il pane, il vino, ecc., la cifra si assottiglia paurosamente, pur riducendo a briciole i « sottrattori ». Se la grandezza che trattiamo la chiamiamo valore (potremmo chiamarla anche Teresina, pregando la facoltà di filosofia di introdurre la categoria Teresina), il proletariato si dibatte facendo continue e sempre più sottili sottrazioni di valore: differenziando dunque il valore. Questo si indica dai matematici con delta, la lettera greca D . Ed allora essi chiamano V il valore (o T, Teresina, o se volete V, Teresina stessa: non fa nulla). Delta V sarà il differenziale del valore, un valore piccino piccino, da centesimo di lira inflazionata.

Ed ecco la prima equazione:

D V = miseria = proletariato.

(leggi: differenziale del valore uguale miseria, uguale proletariato).

Un segno curioso che sta tra la esse maiuscola corsiva e la chiave di violino si chiama integrale: significa l’addizione di tanti tanti di quei cosini col delta, che sono gli infinitesimi, i differenziali.

Ora tutto il trucco, che in dottrina si è scoperto fin dai greci, è questo: tanti di quei cosini, ma tanti tanti da passare ogni numero nominabile, fanno un totale grosso, palpabile, che i matematici chiamano finito. Infiniti valori da ancora meno di un centesimo fanno un miliardo, di dollari se vi aggrada. Ma forse che questo non lo sanno tutti i componenti della società mercantile?

Ed allora l’integrale di tanti valorucoli forma la ricchezza. Seconda e semplicissima equazione:

∫ D V = ricchezza = capitalismo

(leggi: integrale dei differenziali di valore, uguale ricchezza, uguale capitalismo).

Abbiamo dunque stabilito che le parolacce integrale e differenziale non fanno paura. Abbiamo stabilito che è banale dire: voglio occuparmi di economia (senza di che riconosco di non potere occuparmi di politica e neanche occuparmi di un accidente secco) ma non voglio sapere di matematica nell’economia: è banale perché è stata mamma Economia a figliare la Matematica, alta e bassa.

Siamo andati anche più oltre del bisogno. La rendita fondiaria di cui si occupa Ricardo, e Marx, è differenziale perché deriva da un’operazione di sottrazione, da un margine, da un premio. Allo stesso titolo che la cresta sulla spesa di quella tale enciclopedica servetta è differenziale. Per Ricardo la rendita non può essere assoluta, ma solo differenziale. Per Marx in dato senso si dà anche rendita assoluta. Assoluta vuol dire che scaturisce sempre, differenziale che risulta da un margine, il quale può anche mancare. La cresta sulla spesa non è che differenziale: se la padrona sa tutti i prezzi dei fornitori e questi non fanno ribassi, la cresta scende a zero (parliamo da matematici, per Bacco Bacchiglione!).

Introduzione brillante

La sesta sezione del terzo libro del Capitale tratta la Trasformazione del plusprofitto in rendita fondiaria. E’ in queste pagine che viene esposta da Marx la teoria di Ricardo (largamente trattata poi nel III e nel IV tomo della Storia delle dottrine economiche), e quindi la propria, che non nega quella di Ricardo ma la comprende come uno dei tanti possibili casi studiati. Un tale passo è, nella storia della scienza, classico: così ad esempio la teoria di Einstein non nega quella di Galileo, ma la comprende come uno dei suoi casi: quello che la velocità del mobile considerato sia molto piccola rispetto a quella (enorme) della luce. Quindi Einstein e Galileo dicono lo stesso sulla teoria del Rapido delle 14 (esso è molti milioni di volte più lento della luce). Marx fa ciò con copia di prospetti numerici e infine con poche semplici equazioni. A voi piace la « chiacchierata » ed è robustissima anche questa. Tra qualche tempo prevediamo che l’anonimato marxista editerà un testo « 3 D »: chiacchierata, svolgimento numerico, formule algebriche in parallelo ma indipendenti.

Spigoliamo allora anzitutto, dalla Introduzione a questa parte, un gruppo di pagine evidentemente organico e definitivo, come non sempre avviene nel complesso del terzo libro, edito postumo e da altra, se pure qualificata mano, « impaginato ». Forse ci ripeteremo, ma non sarà male prendere fiato prima del toboggan submatematico:

« L’analisi della proprietà fondiaria nelle sue diverse forme storiche esula dai limiti del presente lavoro. Ce ne occupiamo unicamente in quanto una parte del plusvalore prodotto dal capitale finisce nelle mani del proprietario fondiario. Il nostro presupposto è, quindi, che l’agricoltura, precisamente come la manifattura, sia dominata dal modo di produzione capitalistico, ossia che l’economia agricola venga esercitata da capitalisti, che si distinguono in linea di massima dagli altri capitalisti soltanto per l’elemento in cui sono investiti il loro capitale e il lavoro salariato messo in opera da questo capitale ».

Scusate l’insistenza, ma qui ancora non entrano in scena né il barone feudale, né il servo, né il contadino piccolo proprietario:

« Quando, perciò, ci viene ricordato che sono esistite ed ancora esistono altre forme di proprietà terriera e di agricoltura, ci viene fatta un’obiezione che non intacca per nulla quanto veniamo esponendo. Ciò può riguardare unicamente quegli economisti che trattano il modo di produzione capitalistico nell’agricoltura, e la forma della proprietà fondiaria ad esso corrispondente, come categorie non storiche ma eterne ».

Marx ricorda che per il piccolo contadino autonomo, produttore immediato, la proprietà legale della terra è una delle « condizioni di produzione ». Ora, se il capitalismo « presuppone in generale che i lavoratori siano espropriati dalle condizioni di lavoro », nell’agricoltura esso presuppone che « i lavoratori rurali vengano espropriati dalla terra e subordinati a un capitalista, che esercita l’agricoltura in vista del profitto ».

Dunque nel nostro studio abbiamo solo « braccianti »; non contadini-proprietari, non mezzadri, non coloni lavoratori (che bella cosa!).

Abbiamo dunque tre figure: proprietario fondiario, capitalista affittaiuolo, operaio salariato. Da teorico sicuro, Marx semplifica ulteriormente:

« Noi ci limitiamo quindi esclusivamente all’investimento del capitale nella agricoltura propriamente detta, ossia nella coltivazione della pianta fondamentale, che serve al nutrimento di una popolazione ». Più ancora: « possiamo prendere, p. es., il grano, costituendo questo l’alimento principale dei popoli moderni a sviluppo capitalistico ».

Informatissimi, arricciate nasi: lo scatolame americano dove lo mette?

Quando lo avete afferrato, ecco che vi tocca altro sforzo: « Oppure le miniere, poiché le leggi sono le medesime ». Ma gli aggiornatori di Marx si possono perfino mandare a mangiar sapone, prodotto industriale.

Adamo Smith ha il grande merito di aver mostrato che la rendita fondiaria derivante da altre produzioni agricole: lino, piante tintoriali, allevamento del bestiame, ecc., è determinata dalla rendita che si forma dal capitale collocato nella produzione dell’alimento principale: « Dopo di lui non è stato fatto alcun progresso in questo campo ». Smith nasce nel 1723, muore nel 1790. Marx fa tabacco per la pipa di un ottant’anni di « progresso scientifico ». Anche non fumando, mandiamogliene dietro un’altra ottantina. Così non ci diranno: voi non leggete nulla, Marx leggeva tutto. Noi leggiamo Marx.

Anche qui egli, del resto, si ricollega all’inscindibile unità della teoria. La redazione di queste pagine è degli ultimi anni, forse 1882:

« Il capitale può essere fissato nella terra, venire incorporato, parte in modo più transitorio, come in miglioramenti di natura chimica, concimazione e così via, parte in modo più permanente, come nei canali di drenaggio e di irrigazione, nei lavori di livellamento, nella costruzione di fattorie ecc. E ciò ho altrove chiamato la terra-capitale ».

E rinvia alla Miseria della filosofia del 1847, largamente esposta nel precedente di questi scritti.

La rendita di Ricardo

L’opera di Smith sulla Ricchezza delle nazioni è del 1776: un anno dopo, un fittavolo economista, Anderson, dava questa netta formulazione:

« Non è (…) la rendita del terreno che determina il prezzo del suo prodotto, ma è il prezzo di questo prodotto che determina la rendita del terreno ».

Così era dato il colpo di grazia alla teoria fisiocratica, all’opinione che la rendita era dovuta alla eccezionale produttività dell’agricoltura, derivata questa dalla speciale fertilità del suolo nota Marx. Scartata questa opinione fisiocratica restano quattro modi di spiegare l’origine della rendita.

Primo. Avendo i proprietari fondiari il monopolio della terra, ossia la legale facoltà di vietare l’accesso a chi loro non piaccia, essi vengono ad avere il monopolio dei generi alimentari, che sono quindi venduti al di sopra del loro valore. Quindi sorge un costante margine o premio che costituisce la rendita.

Secondo (è la teoria di Ricardo). Non esiste rendita fondiaria assoluta ma solo rendita differenziale. Ossia non per tutti i terreni avviene che il prezzo di vendita delle derrate faccia premio sul prezzo di produzione, ma solo per i terreni che sono, secondo una certa scala, più fertili della « terra peggiore ». Questa, con la vendita del prodotto, remunera il lavoro e il capitale investito col suo profitto e basta: non vi è margine per il proprietario fondiario. In tal caso la gestione è possibile solo se fittavolo e proprietario sono la stessa persona, perché un canone di fitto non potrebbe essere pagato. Mano mano che la terra è più fertile, il prezzo di vendita è lo stesso, la spesa di produzione minore; il margine è il fitto pagato al proprietario.

Terzo. La rendita è l’interesse del capitale che è servito a comprare la terra. Questa teoria di alcuni difensori della proprietà fondiaria contro Ricardo è per Marx insostenibile, non potendo spiegare la rendita che non deriva da capitali investiti, come per le miniere e le cadute di acqua (punto importante: ad esempio lo Stato italiano ha già incamerata questa forma di rendita e sia le risorse del sottosuolo che quelle idriche si danno non in proprietà ma in sola concessione ai privati gestori, che pagano un canone allo Stato).

Quarto. E’ la teoria di Marx. Si ammette una rendita anche per il terreno peggiore, e questo è la rendita assoluta, cui si aggiunge la rendita differenziale passando ai terreni di maggiore fertilità. Non occorre come nella prima delle quattro soluzioni distruggere la legge del valore.

La difficoltà è rimossa rilevando che, sul prezzo di produzione, il valore, dato dal tempo di lavoro medio, realizzabile sul mercato, fa in dati casi un premio. L’errore di Ricardo era di fare uguali per sistema prezzo di produzione e valore, ossia medio prezzo di mercato. Ma vi sono certe categorie, tra cui i prodotti agricoli sia pure della terra più scarsa di fertilità, che consentono un prezzo di produzione al di sotto del valore e prezzo di mercato: tale differenza sistematica è la rendita assoluta. Questa non cessa di essere una parte del plusvalore e del profitto: corrisponde ad un sopraprofitto – donde il titolo della trattazione marxista – che diviene rendita e che con un gioco di parole andrebbe chiamato « sopraplusvalore ».

Naturalmente per chiarire la dimostrazione di Marx occorre ben stabilire i concetti: prezzo di produzione – valore di scambio – prezzo di mercato e nel fare ciò non lasciarsi deviare dai correnti concetti dell’economia borghese.

Il prezzo di produzione di Marx non è il costo di produzione… del dott. Costa. Per il capitalista, il costo di produzione comprende tutte le sue spese ed erogazioni: materie prime, lavoro e spese generali. Tutta la differenza tra il passivo del conto di gestione, così costituito, e il ricavo e la vendita, il famoso « fatturato », è utile dell’azienda o, con altra parola, profitto capitalistico. Lasciamo ora andare che nel gergo aziendale questa cifra di margine non si rapporta al movimento spese del ciclo considerato, ma al capitale sociale dell’impresa, anticipato dagli azionisti e che dovrebbe – molto dovrebbe, specie in tempi di oscillazione valutaria – corrispondere al valore patrimoniale di tutta l’azienda, alla cifra con cui si comprerebbe questa con tutti gli immobili, il macchinario e l’accorsamento.

Marx nel prezzo di produzione include oltre alla spesa materie prime e alla spesa salari anche già, se così può dirsi, il profitto del capitale.

Per rendere chiaro questo, dobbiamo lasciare la bassa quota della dinamica economica aziendale e passare ad una dinamica sociale, trattare il profitto non del capitalista singolo o della determinata azienda ed impresa, ma il profitto della classe capitalista (come Quesnay trattò la rendita della classe fondiaria) e meglio ancora il profitto del capitale sociale, in altro senso da quello aziendale, nel senso che già si esprime solo in parte con l’espressione di capitale nazionale – quale esiste nella nazione capitalista; in tutte quelle che rovesciano i prodotti su un mercato di scambio interno ed esterno.

Impostazione di Marx

E’ naturale che la teoria della rendita fondiaria non sia costruibile senza prima avere stabilito quella del saggio medio di profitto del capitale: se ne trattò nel Dialogato con Stalin.

Marx ritiene il postulato ricardiano che il prezzo di una mercanzia è dato dalla quantità e quindi dal tempo di lavoro che è stato necessario per avere la stessa. Naturalmente si tratta del prezzo medio per una larga estensione e per un certo tempo e a queste condizioni assumiamo la cifra di tale prezzo come misura del valore di scambio. La definizione per una singola azienda o per un singolo blocco di prodotti cade in difetto: non si deve badare al contingente cumulo di spesa-ore di lavoro che sono occorse, ma a quello che mediamente occorrerebbe nelle date condizioni sociali per riprodurre la merce in discussione.

Vogliamo far dire a Marx questo concetto che di continuo ricordiamo? Basta ricorrere alla stessa sua esposizione del punto di vista di Ricardo.

« Il valore della merce di una determinata sfera di produzione non è determinato dalla quantità di lavoro che la singola merce costa, ma da quello che costa la merce prodotta nelle condizioni medie della sfera ».

Se allora dalla congerie dei prezzi di mercato del ramo, poniamo cotoni, deduciamo la cifra media, tralasceremo tanti scarti in più o in meno, dovuti a occasionali circostanze di luogo e tempo, di scarsezza e abbondanza e questi daranno luogo in mille modi a sotto- e sopra-profitti accidentali, che non interessano.

Di questa cifra di valore di scambio sociale facciamo allora la scomposizione nei vari termini e ne deduciamo quanto il borghese chiama le sue spese. Due categorie: capitale costante, ossia materie prime, logorio di macchine e simili – capitale salari o variabile. Resta sempre un terzo elemento per saldare il conto del valore di scambio: ed è il plusvalore, che nella cifra bruta vale il profitto, comprensivo di utile di impresa e di interesse di capitale, se il fabbricante ha preso contante a prestito. Saggio del profitto è il rapporto tra questo utile tratto dal prezzo medio di mercato e le spese anticipate. Fatto tale calcolo in base ai dati generali, sociali, Marx chiama prezzo di produzione la somma dei tre elementi inglobati nella mercanzia: capitale costante, capitale variabile, plusvalore o profitto medio che sia. Una singola azienda che abbia realizzato contratti più favorevoli o per avventura pagato meno del salario medio e meglio comprato materie prime, farà una differenza maggiore che Marx chiama sopraprofitto.

E’ inevitabile che una tale sopravalenza sia compensata da altrettante minusvalenze e minusprofitti. Forse che se in una fabbrica l’utile diventa perdita, si concluderà che non vi è plusvalore e sfruttamento? A questo arriverebbero i vari Chaulieu che studiano la dinamica entro l’azienda e sono all’altezza di Proudhon, quando intitolano Dinamique du capitalisme una loro banale Méthaphysique de l’exploitation. In francese questa parola significa allo stesso tempo sfruttamento e intrapresa. Sono poco pasticcioni, chez eux!

Eliminati tutti questi scarti che si compensano, non sono più di faccia il padrone e i suoi operai, ma il capitale nazionale (o mondiale) e il proletariato, il lavoro umano e sociale.

Lo studio della produzione capitalistica nella sua purezza, col gioco della pienissima concorrenza e della legge dei valori (cara a Stalin) che dovrebbe condurre alla famosa armonia tra lavoro e consumo (e se la concorrenza non è più libera, meglio; la porta contro cui lottiamo si sfonda da sé e fessi noi se le volgiamo le spalle come la classe operaia di Europa nell’interguerra; quando tutto il profitto diventerà una « rendita industriale » non ci vorrà tanta matematica a snidare fuori la camorra di classe) perviene a mettere di fronte, nel bilancio sociale, due classi antagoniste e se noi sappiamo tutto il capitale costante nella società e tutto il numero dei proletari nella popolazione, il saggio medio della plusvalenza e quello del profitto ci lasciano calcolare quanta ricchezza passa, nel Quadro di Carlo Marx, dalla classe operaia alla capitalista,

Nel che nemmeno è raggiunta tutta la « filosofia » dello sfruttamento, in quanto occorre stabilire storicamente fino a quando un tale flusso risponde a crescita e delle forze produttive e della parte di redditi destinata a servizi sociali ignoti al precapitalismo quasi del tutto; da quando invece risponde a sperpero folle delle destate forze di produzione, a dissesto e catastrofe nell’ingranaggio immane dei servizi generali.

La soluzione di Marx

I normali settori industriali presentano evidentemente sopraprofitti, ma solo contingenti e accidentali. Difatti l’analisi di Marx ha condotto a queste leggi sul profitto: esso tende ad uniformarsi tra i vari settori della produzione ad un saggio identico; questo saggio tende a discendere nel corso dello svolgimento capitalistico, mentre aumentano enormemente la massa del capitale investito, il numero dei lavoratori salariati, la produttività del lavoro come rapporto tra materie trasformate e tempo impiegato (concetto di composizione organica del capitale) e quindi la massa sociale del profitto: sia questo chiaro o non chiaro al fu Stalin, al fatto fuori Beria, al felicemente regnante Malenkov.

Quindi – se quello che dite voi teorici capitalisti sulle gioie del lasciar concorrere è vero – non possono sorgere sopraprofitti sistematici nei vari rami della produzione dei manufatti. Ma naturalmente se un’organizzazione avesse, poniamo, tutta la gomma del mondo, potrebbe dettare il prezzo al mercato e allora questo sarebbe sistematicamente al di sopra del valore e dell’identico prezzo di produzione: tale organizzazione, pappatosi il suo tasso medio di profitto come ogni libero capitalista, si papperebbe pur sempre un sopraprofitto, istantaneamente e facilmente trasformato in rendita gommaria. Che altro è il parassitismo capitalista che Lenin descrive sorto dai trusts e monopoli? Il capitalista e i manutengoli del capitalismo si godranno queste rendite dal momento che

« costituisce uno dei grandi risultati del modo di produzione capitalistico » l’instaurare uno stato di cose tale « che il proprietario fondiario può trascorrere tutta la sua vita a Costantinopoli, mentre il suo fondo si trova in Scozia » (Introduzione citata).

Questo il « barone » non lo poteva fare, per tutti gli dei; doveva custodire il feudo dal suo castello in armi e caso mai a Costantinopoli non andava in crociera ma in Crociata.

Come dunque al tempo di Marx e di Ricardo prima di lui, questo sopraprofitto si trasformava in generale, nel settore agricolo tutto, in rendita fondiaria, dopo pagato al saggio medio di tutta l’industria l’utile del fittavolo imprenditore?

Ricardo supponeva che sia nell’industria che nell’agricoltura, sul terreno meno fertile, il prezzo di produzione fosse lo stesso del prezzo di vendita, sempre parlando di medie generali. Allora un tale terreno non dà rendita, ma solo copre come abbiamo già detto spese e profitto di impresa. Ricardo considera il valore di ogni prodotto legato al prezzo medio di vendita al mercato, e questo è vero, senza di che la teoria del valore condivisa da Marx cade in fallo. Ma Ricardo lega anche il prezzo di produzione allo stesso valore del prodotto. Marx invece ammette che questo sia vero per tutti i prodotti dell’industria, ma osserva che dedotto da questa il profitto medio, parte del prezzo di produzione, nulla vieta che nella speciale produzione agraria, essendo sempre le derrate vendute al loro valore e il profitto del fittavolo pari a quello del fabbricante, il prezzo di produzione risulti minore. Perché ciò sia, basta che a parità di prodotto vi sia meno impiego tanto di capitale che di lavoro nella media sociale: ciò vale dire che il lavoro applicato alla terra sia più produttivo che quello applicato all’industria. Ed allora lo scarto tra prezzo di produzione e valore venale ricavato al mercato, fermo restando il profitto, deve essere versato al proprietario fondiario, in quanto le leggi e la forza statale gli danno questa facoltà.

E’ questo un evento immancabile anche per il terreno più vile? No certo, e infatti vi sono terre senza rendita. Ciò significa solo che non si trova capitale di fittavoli disposto ad investirsi. Se infatti la terra dà soltanto un margine utile eguale al profitto di impresa, il fittavolo non può entrare senza pagare qualcosa al proprietario e dovrebbe investire il suo capitale sotto il profitto medio: allora cerca altro terreno, fa l’industriale, e anche tiene i soldi alla banca.

Ma Marx ha provato che in altre situazioni che non siano quelle dell’Irlanda, ad esempio, del XVIII secolo, in genere su qualunque terreno il capitale condottovi come materie e lavoro rende più del medio profitto industriale: questo minimo è dunque rendita fondiaria assoluta, ossia una rendita base, minimum, che ritrae ogni proprietario di terra, anche di semplici brughiere.

Ora se una stessa superficie di terreno consta invece di humus fertile, può aversi, per fissare le idee, che con lo stesso concime comprato e le stesse giornate di zappatura si abbia grano in quantità maggiore e maggiore ricavo. Allora il proprietario troverà un fittavolo che, guadagnando lo stesso profitto del caso precedente, potrà pagare un canone molto maggiore, di una differenza pari al prezzo di mercato della parte di grano in eccedenza. Questo aumento di canone è rendita differenziale.

Per Ricardo: la terra più sterile dà zero rendita e normale profitto di impresa; le terre man mano migliori danno progressivamente rendite differenziali.

Per Marx: la terra più sterile dà tuttavia abbastanza grano da fare premio sul profitto di impresa al saggio medio: questa la rendita assoluta. Passando ai terreni mano mano più fertili, a questa rendita assoluta si aggiungono variabili quantità di rendita differenziale.

Si intende che qui e per ora non abbiamo fatto che presentare le due dottrine, di cui non è breve cosa esaurire il confronto completo che dimostra valida la seconda; e non troverebbe luogo che in una esposizione totale dell’economia marxista. Ma su taluni confronti particolari sarà il caso di tornare.

Né questa volta passeremo a cifre, che Marx rende più espressive con il suggestivo esempio dell’industriale che prende la sua forza motrice da una caduta d’acqua anziché, come i suoi colleghi, da macchine termiche. Dato che costui vedrà diminuire il suo prezzo di produzione, fermo restando il valore medio dei suoi manufatti e la vendita al mercato, ben potrà egli addossarsi un canone senza il quale il proprietario del salto non gli darà il permesso di applicarvi il motore idraulico: questa è una vera rendita assoluta.

Per la rendita assoluta integrata da quelle differenziali, non meno elegante è l’esempio della miniera, nell’ipotesi che la resa di estrazione vada, a parità di capitale dell’impresa esercente, aumentata da accorgimenti tecnici nel lavoro di escavazione.

Riforma fondiaria italiota

Lo Stato fascista in Italia, dicevamo, forse avendo letto Marx, confiscò – non senza indennizzo – acque e miniere. Possiamo dire che con tale atto confiscò ogni rendita assoluta non agraria. Con ciò non confiscò certo la quota assai più alta dei profitti delle industrie estrattive e delle industrie idroelettriche, di cui i lauti appetiti sono ben noti.

Ora in materia agraria si vuole, pare, a scuola fascista (altro che fascismo esprimente interessi fondiari contro interessi manifatturieri, o ordinovisti!), espropriare – pagando bene seppure scriteriatamente – la rendita agraria assoluta italiana. Infatti la regola di prendere i terreni a minimo imponibile lasciando quelli ad alto imponibile, vale prendere i più sterili. Se fosse vera la teoria di Ricardo che sulla terra peggiore la rendita è zero, si salverebbe tutta la rendita differenziale e Pantalone… sarebbe uno scemo integrale.

Ricardo, come ministro di un paese borghese, non sarebbe stato così minchione. Senza essere né sovversivo e tanto meno comunista, era tutta la rendita che egli voleva incamerare, tutta la sua rendita differenziale; ossia si sarebbe gettato in nome del re sulle terre migliori. Vi avrebbe lasciato la grande azienda capitalista, l’impresa avrebbe avuto il suo profitto pari all’industria e la rendita sarebbe finita nelle casse statali.

Se, come è vero e come Marx dimostra, una certa rendita, molto bassa, sta anche sulle terre dei « latifondi », lo Stato riformatore acchiapperebbe sempre un qualcosa (come dimostrammo altra volta, con le cifre dell’agricoltura nazionale, una miseria) ma alla condizione di mettersi a fare il rentier mantenendo i già esistenti capitalisti agrari, ossia i nostrali affittaiuoli e fermiers, i fittatori di Campania, i gabellotti di Sicilia, gli industrianti di campagna (termine teoricamente impeccabile) di Calabria, che potrebbero pagare il canone redditiero traendolo dal sopralavoro dei contadini braccianti. Ricardo, stoico ma non cinico (come i filibustieri in circolazione), avrebbe fatto così.

Tirando fuori invece la formula sciagurata della parcellazione ai contadini, la coglioneria iperbolica di un’agricoltura feudale e non passata, tra le prime del mondo, al pieno modo borghese di gestione, non si è fatto che distruggere la magra rendita assoluta che non ripartisce tra i contadini proprietari altro che la condanna ad erogare doppie ore di lavoro per grano da campare e rate da pagare, dato e fin quando non fuggano dal lotto. Quanto alle pingui rendite differenziali, esse restano sacrosante, a disposizione del capitale della Speculazione italiana, che se per principio detesta l’investimento agrario, tanto meno lo avrebbe fatto mai nella « terra peggiore », ove invece bisognava portarlo, la corda al collo, a calci nel sedere.

La formula dunque: si salvi la rendita differenziale, con gli stessi onori dovuti al capitale delle anonime; perisca la rendita assoluta; se non si sapesse che cosa è lo Stato italiano, quale spregevole edizione sia degli Stati di classe del capitale, a quale ulteriore funzione di ingannatore delle masse lavoratrici scenderebbe se andasse in mano a partiti di opposizione « antifeudale », si potrebbe ben riassumere in una apostrofe concisa: Stato, quanto sei fesso!

Abadan e la pace sociale

Una notizia-stampa reca che una delegazione petrolifera anglo-franco-americana rimetterà piede, dopo la nota vertenza iraniana, ad Abadan. Evidentemente, la tecnica inglese del «vedere ed aspettare», cioè di lavorare sulla pazienza, sul lento ma sicuro effetto delle leggi economiche, ha raggiunto il suo scopo: l’Iran ha «nazionalizzato» il petrolio, ma non è stato in grado di far funzionare le sue raffinerie, sia perché gli mancavano tecnici e capitali, sia perché i grandi produttori mondiali hanno intensificato la produzione di altri pozzi petroliferi (specie in Arabia) e rifornito il mercato internazionale di prodotti meno cari. Così – senza intervento armato, con l’arma della finanza e della pressione economica – l’Inghilterra ha vinto: la nazionalizzazione resterà, ma la produzione sarà ripresa sotto l’egida degli ex-proprietari, assicurando allo Stato quegli introiti che la paralisi degli impianti gli aveva impedito di ottenere al ritmo di prima.

La stessa notizia dice però che la delegazione, pur lieta di ritornare in terra iraniana, guarda con preoccupazione all’avvenire, giacché del petrolio di Abadan farebbe volentieri a meno. Infatti, la produzione, grazie alla attivazione o intensificazione di pozzi in altre zone, è oggi, su scala internazionale, superiore al consumo, e il riafflusso sui mercati del petrolio iraniano – difficile d’altronde in ragione degli alti prezzi – avrebbe per conseguenza una crisi di sovrapproduzione.

Così, non solo la nazionalizzazione avrà sortito l’effetto di richiamare nell’Iran inglesi e americani, ma il ritorno di questi ultimi varrà solo a controllare che la produzione ripresa non rovini il mercato mondiale del petrolio. Perché allora, si dirà, la riprendono? È chiaro: non per ragioni economiche (o economiche solo nel senso che procureranno di manovrare le scorte in modo da non introdurre nuovi fattori di concorrenza negli scambi internazionali già intasati), ma per ragioni di conservazione, per ragioni sociali e politiche. Le centrali internazionali del capitalismo – Wall Street alleata con la City e i banchieri francesi – non hanno nessun interesse che la situazione sociale iraniana si aggravi; sono disposte a pagare un prezzo purché la stabilità interna, già migliorata col nuovo governo, si rafforzi anche sul terreno dei rapporti fra capitale e lavoro. È una funzione di polizia senza poliziotti visibili, quella che attende la delegazione occidentale ad Abadan: riprendere la produzione senza che questa ripresa eserciti dannose influenze sul mercato mondiale, e col vantaggio di impedire che la situazione sociale interna imputridisca.

La «pace sociale» val bene una messa.

Laggiù

Laggiù è l’Indocina, la terra che ha fruttato una piramide di miliardi alla Francia in un capitolo della sua storia coloniale ed imperiale fra i più ribaldi e sfrontati, che ora costa miliardi allo Stato, migliaia di vite a indigeni e metropolitani ma frutta pur sempre miliardi ai fornitori internazionali di armi, ai trafficanti in piastre ed altri benemeriti della civiltà capitalista. Laggiù è un teatro di guerra che potrebbe essere anche altrove, che è stato prima in Grecia e in Corea, che è anche nel Kenya; una valvola di sfogo al ribollire di contrasti e di tensioni che caratterizza questa fase della evoluzione borghese. Il fuoco potrà cessare, come in Grecia e in Corea, per divampare altrove, o per covare sotto le ceneri; il sangue potrà cessare di scorrere per essere succhiato dall’implacabile pompa aspirante dello sfruttamento; ma le ragioni profonde permarranno, e sulla scena coloniale o metropolitana, finché dura il regime del profitto, sangue e fame continueranno a danzare la loro macabra danza. Laggiù è qui, è dovunque il capitalismo afferma il suo dominio; le stesse forze sono in gioco; gli stessi protagonisti calcano le scene; una sola è la vittima, l’«ignoto» proletario in tuta da lavoro o in casacca da militare, bianco o giallo, negro od olivastro, gemente sotto un solo giogo mondiale.

Laggiù è tutto il mondo di chi fatica e a cui si è promesso, si promette si prometterà la pace, e si è dato, si dà e darà la guerra.

Vita del Partito

Si è tenuta a Luino la periodica riunione fra compagni e simpatizzanti. Sono stati passati in rassegna i principali punti della nostra critica ideologica e politica, e i problemi della nostra attività generale e locale.

Una riunione in tema di riorganizzazione dell’attività locale si è svolta il 14 u.s. a Trieste.

La sezione milanese ha già in parte ricostituito la sua bibliotechina di testi marxisti e si propone nel corso dell’anno di mettere a disposizione dei compagni un numero di volumi indispensabili per la formazione dei militanti rivoluzionari.