Non aumento della produttività, ma riduzione dell’orario di lavoro
Tutto l’opportunismo sindacale e politico, ormai avallato e protetto dallo Stato capitalista, ha perduto ogni freno. Convinto di avere ormai nelle mani una classe operaia dispersa e soggiogata, esso dichiara « superato » il marxismo per intervenute condizioni « nuove »: un capitalismo di « tipo nuovo » il cui impero non occorre più distruggere, ma che potrebbe essere modificato e migliorato per il bene di tutti, per realizzare cioè la famigerata « coesistenza pacifica » tra le classi. Ci serviamo delle loro parole per dimostrare, non a noi che ne siamo convinti da un secolo, ma agli operai, che il marxismo è valido oggi quanto ieri, smascherando il tradimento dei dirigenti sindacali e politici che operano per la conservazione del sistema di sfruttamento capitalistico, essendosi ormai inseriti nella crescente schiera di coloro che vivono del plusvalore estorto al lavoro dell’unica classe produttrice.
Citando Marx che dice: « quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, e quanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, tanto più potrà crescere l’intensità del lavoro », noi troviamo queste parole perfettamente adatte al nostro 1967: a dimostrazione della falsità di quanto capitalisti ed opportunisti sostengono, cioè che col progresso tecnico sono migliorate le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia – scambiando per « miglioramento di vita » la relativa maggior disponibilità di prodotti.
Nella fase di accumulazione primitiva, il lento processo produttivo dato dalla mancanza di automazione, costringeva il capitalismo a realizzare il suo profitto con la massima estensione della giornata lavorativa. Gli operai lavoravano dieci e più ore al giorno, di cui un terzo andava a ricostituire il loro salario e la parte più grossa andava al profitto. Col passaggio della giornata lavorativa a otto ore, lo sviluppo tecnologico progredisce enormemente. Le macchine sempre più perfezionate assumono nel modo capitalistico di produzione un ruolo gigantesco, e relegano il lavoratore nella posizione di appendice della macchina. Tutto questo non è progresso: lo è solo per gli opportunisti e per il capitalismo, non per noi marxisti, perché la classe operaia, lungi dall’aver migliorato la sua esistenza, viene così sottoposta a un ritmo di lavoro massacrante, portato all’esasperazione.
Sotto il capitalismo, lo sviluppo tecnologico consente infatti la massima intensificazione della produttività; si contrae così il tempo di lavoro necessario all’operaio per riprodurre la sua forza lavoro (il salario) ed aumenta in rapporto la parte del sopralavoro, intensificando lo sfruttamento a favore della larga parte destinata al profitto. Le macchine anziché alleviare la fatica degli operai, sono, in mano al capitalismo, e proprio per la sua esigenza di accrescere costantemente la massa dei prodotti e quindi del profitto, l’arma con cui schiaccia sempre di più il proletariato sottoponendolo ad uno sfruttamento senza precedenti.
Prendiamo ad esempio l’industria tessile e quanto in merito scrivono gli stessi opportunisti, le cui analisi, come è loro costume, non si fondano mai sul lungo processo storico, bensì su brevi periodi di tempo, ma che servono tuttavia a smascherarli. Essi dicono (Rinascita N. 10 del 10-3-1967): « Se esaminiamo ciò che è avvenuto fra il ’65 ed il ’66 in una parte del grande settore tessile chimico, cioè nell’industria tessile tradizionale, ci accorgiamo che non vi è stata soltanto una rapida ripresa produttiva ma che sono anche rapidamente aumentati i livelli di produttività … ».
Estendendo questo ragionamento a tutti i settori dell’industria, noi diciamo che la ripresa produttiva, il superamento della crisi in cui l’economia si è trovata dal ’61 al ’65, è stato possibile proprio grazie all’ulteriore aumento della produttività, grazie alle migliaia di licenziati che l’aumentata intensificazione del lavoro ha mandato ad accrescere l’esercito di riserva che permette al capitalismo il contenimento dei salari.
Ancora da Rinascita: « La percentuale di fibre sintetiche nella produzione tessile è in costante aumento … La maggior resistenza alle rotture del filato, propria di queste fibre, eleva la resa produttiva di qualsiasi macchina, e rende possibile un’assegnazione estremamente alta di macchine a ciascun operaio. Il lavoratore è obbligato ad uno sforzo permanente di controllo e di deambulazione, e questa operazione è cresciuta a dismisura fino ai limiti della sopportabilità umana ».
Che cosa contrappongono i sindacati opportunisti a questa realtà? Essi rivendicano un diverso orientamento dell’intervento statale; ma nell’interesse di chi?
Lo dice chiaramente Novella su Rassegna sindacale del 25-3-67: « Noi intendiamo per dinamica della produttività sociale la espansione quantitativa e qualitativa dei mezzi di produzione e la crescita dell’efficienza di tutti i settori dell’economia … Uno sviluppo economico rapido, continuo, equilibrato esige che il rapporto profitti-investimenti sia controllato ed indirizzato in modo tale da qualificare tutte le articolazioni del processo di accumulazione al fine di utilizzare tutte le risorse del paese, e ciò anche attraverso una lotta coerente contro tutti gli sprechi che volatilizzano tanta parte del reddito nazionale in attività non produttive », ecc ….
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Proseguire in questa citazione non porterebbe che a confermare sempre più la chiara politica collaborazionista di coloro che pur si dichiarano rappresentanti degli interessi del proletariato, e che in effetti si sono affiancati alla borghesia nel cercare la strada migliore per consolidarne il potere.
Gli investimenti, quali che siano i loro « orientamenti », significano appunto espansione dei mezzi di produzione; significano cioè più macchine, più automazione, più sfruttamento, a tutto beneficio di quel reddito nazionale che tanto sta a cuore ai servi del capitalismo. Essi rivendicano la riduzione di una o due ore di lavoro alla settimana, che, anche se ottenuta nessun vantaggio porterebbe agli operai e non intaccherebbe minimamente il profitto; contemporaneamente avallano il lavoro straordinario, e fondano la loro « piattaforma contrattuale » sulla contrattazione del macchinario, sulla riduzione dei ritmi di lavoro.
Lo sviluppo tecnologico, l’automazione, e le sue estreme conseguenze, che Marx definisce come « il modo materiale di esistenza del capitale », sono indispensabili al capitalismo proprio perché non produce beni d’uso, ma merci, e la concorrenza sul mercato lo costringe ad abbassare continuamente i costi di produzione mantenendo così il più basso possibile il costo del lavoro. Tutto questo il capitalismo lo realizza con l’aumento vertiginoso della produttività, ossia col massimo sfruttamento della forza lavoro. Come il salario degli operai rappresenta mediamente il minimo necessario perché possano riprodurre la loro forza lavoro, e questo è dimostrato ancor più dal fatto che gli operai sono costretti ad erogare il lavoro straordinario per raggiungere il minimo per la loro sopravvivenza, così l’assegnazione del macchinario non è al limite minimo, ma al massimo che l’operaio possa sopportare; ed il massimo è rappresentato sia dai 50 telai, ad esempio, che il padrone tenta di imporre, sia dai 40 telai che i sindacati accettano nel firmare i loro accordi.
Sessanta anni fa, la classe operaia ottenne con le sue lotte la giornata lavorativa legale di 8 ore, realizzando quella che Marx chiamò « una vittoria dell’economia politica del proletariato sull’economia politica del capitalismo ». Ma è una vittoria che l’opportunismo ha rivolto a tutto vantaggio del capitalismo non riproponendo più alla classe operaia, in sessant’anni di vorticoso aumento della produttività, la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro alla scala sociale. Anzi, abbiamo dimostrato che solo il capitalismo ha vinto, e che gli operai lavorano oggi le stesse 10 ore di un secolo fa ma in ancor più disumane condizioni di sfruttamento. I livelli di produttività sono in costante aumento in tutti i settori della produzione per cui rivendicare solo la riduzione del carico di lavoro corrisponde a cercare un compromesso che lasci immutata la forma sociale di sfruttamento.
S’impone invece a tutto il proletariato la rivendicazione storica della riduzione drastica e generale della giornata lavorativa, contemporaneamente all’abolizione del lavoro straordinario, che i sindacati opportunisti non proporranno mai alla classe operaia perché esce dalla pura contrattazione economica da essi condotta, che consente di contenere le lotte operaie, e trasferisce invece l’attacco su un piano politico in cui tutto il proletariato si troverebbe mobilitato in uno scontro aperto col suo nemico di classe, in una lotta che miri a colpire la forma sociale di sfruttamento. Più che mai oggi questa sarebbe una vittoria dell’economia politica del proletariato sull’economia politica del capitalismo, come preannuncio della vittoria della rivoluzione proletaria!
L’unità sindacale dei bonzi spiana la strada al fascismo aperto
Abbiamo già dichiarato in precedenti articoli sull’unificazione sindacale come questo progetto controrivoluzionario favorisca la conquista dell’organizzazione proletaria da parte dello stato borghese.
Giovanni Mosca, segretario della CGIL, dichiara su Rassegna sindacale del 1º maggio, che l’autonomia sindacale «potrebbe anche definirsi quale ricerca ed affermazione di un ruolo nuovo del sindacato in termini anche di potere, in una società democratica che a vent’anni dalla sua definizione costituzionale vede ancora accentrato nel triangolo partiti-governo-parlamento il reggimento generale del paese». Come si vede, tutta la politica opportunista è incentrata sulla prospettiva di inserire il sindacato nell’apparato statale e questo conferma quanto noi diciamo da sempre: che il sindacato non può avere posizioni autonome da «partiti e governi». L’organizzazione economica esprime indubbiamente una realtà di classe che scaturisce dalla necessità immediata che gli operai hanno di difendersi dallo sfruttamento, ma nello stesso tempo essa esprime anche i limiti in cui la lotta di classe può essere costretta quando si vuol separare l’aspetto immediatamente economico delle agitazioni dalla loro sostanza politica, riflessa nel programma del partito di classe.
Il sindacato rappresenta l’elemento spontaneo nello scontro fra proletariato e borghesia, ed è proprio questa sua natura spontanea che riflette l’impossibilità da parte del proletariato di possedere la coscienza dei propri fini di classe ma solo quella delle sue necessità immediate, e che impedisce quindi una collocazione autonoma del sindacato.
Quando il capitalismo va verso una crisi generale le cui dimensioni e profondità impongono alla borghesia di togliere al proletariato qualunque illusione di convivenza pacifica fra capitale e lavoro, la politica di riforme dei dirigenti politici e sindacali viene sconfessata dai fatti stessi; il proletariato tende allora a collegarsi con il suo partito non attraverso una trasformazione qualitativa dell’«individuo» operaio, ma attraverso un consenso sempre più largo della classe alle parole d’ordine e alle rivendicazioni che i comunisti rivoluzionari, sotto la direzione del partito, agitano nei sindacati e sui posti di lavoro. Le agitazioni operaie non potranno più essere svincolate dal loro contenuto politico: più il capitalismo avrà bisogno della pace sociale per tentare di risolvere la crisi economica in cui si dibatte, più ogni sciopero ed ogni rivendicazione costituiranno la massa d’urto capace di mettere immediatamente in difficoltà l’apparato statale borghese e andrà maturando quel momento storico in cui borghesia e proletariato dovranno misurarsi reciprocamente in uno scontro frontale senza compromessi. È evidente, quindi, che l’organizzazione economica è un’arma molto importante nella lotta che il proletariato conduce contro la borghesia, ma la storia ha dimostrato e dimostra tutt’oggi che quest’arma può servire anche la causa della conservazione capitalistica e della controrivoluzione.
Nel corso della crisi rivoluzionaria che si profilò nel 1919, la borghesia, favorita dalla debolezza dei partiti proletari che non approfittarono della situazione favorevole, reagì mobilitando le sue bande di repressione che dovevano appoggiare l’apparato statale insufficiente da solo a mantenere l’ordine borghese. Il fascismo infatti non agitava una propria ideologia ma demagogicamente rivendicava sul piano economico il concetto liberale della non ingerenza dello stato nell’economia e la libertà di azione nelle aziende, allo scopo di attrarre a sé gli strati piccolo-borghesi oppressi dal grande capitale per organizzarli in funzione antiproletaria. In questa prima fase il fascismo non si presenta immediatamente nella sua forma violenta e dittatoriale; pur dando alla borghesia l’organizzazione fortemente centralizzata di cui essa ha bisogno, esso cerca di guadagnare la fiducia del proletariato costituendo organizzazioni economiche operaie in concorrenza con i sindacati di classe. A queste organizzazioni economiche si aderisce sulla base della professione, per cui esse a differenza dai sindacati liberi non rappresentano più la sola classe operaia, ma elementi provenienti da tutte le classi.
Il fascismo tenta così di separare il proletariato dalle organizzazioni rivoluzionarie, sostituendosi ad esse per condurlo sul piano della collaborazione di classe con una tattica semi-democratica. Questo espediente non riuscirà però ad eliminare le ragioni di fondo che hanno spinto gli operai in lotta aperta contro la borghesia, e che risiedono nella crisi economica, cioè in fatti materiali irreversibili; il fascismo non potrà migliorare le condizioni di vita del proletariato, rappresentando esso stesso la forma organizzativa con cui la classe dirigente cerca di mantenere il proprio dominio sulla classe operaia.
La violenza e la dittatura aperta scioglieranno il nodo storico a favore della borghesia; le Camere del Lavoro verranno distrutte e gli operai obbligati con la forza ad entrare nei sindacati fascisti, ormai incorporati nell’apparato statale di cui il fascismo ha assunto la direzione. La classe operaia sarà fisicamente unificata in un’unica organizzazione economica, ma questa unificazione fisica, lungi dal corrispondere ad uno sviluppo dell’unità di classe del proletariato segnerà invece la fine di ogni conflitto sociale.
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, l’operazione si sta ripetendo; dopo un ventennio democratico in cui l’opportunismo, degno erede del fascismo, ha salvaguardato lo sviluppo dell’economia capitalistica facendo difendere agli operai gli obiettivi borghesi della ricostruzione delle aziende e dell’efficienza produttiva, la crisi bussa di nuovo alle porte del sistema capitalistico, restringendo i margini di profitto con cui la borghesia poteva mantenere i salari degli operai ad un livello sufficiente a contenere le lotte del proletariato entro limiti strettamente sindacali e di pacifica trattativa.
L’unificazione sindacale, preludio del sindacato di stato, di cui l’opportunismo si vanta come di un ulteriore sviluppo dell’unità proletaria, può essere invece assimilata alla prima fase del fascismo, e rappresenterà il mezzo con cui la borghesia si assicurerà nuovamente la pace sociale di cui avrà bisogno in un futuro non troppo lontano.
La prassi con cui si cerca di realizzare il sindacato unico dimostra anche che un sistema di produzione quale quello capitalistico storicamente maturo per essere abbattuto, può invece invertire o ritardare momentaneamente il corso storico raffinando la sua tattica nelle sovrastrutture politiche e imparando la lezione non tanto del presente quanto del passato delle lotte e delle sconfitte del proletariato.
Infatti, se cinquant’anni fa la borghesia volle soffocare l’ondata rivoluzionaria e risollevarsi dalla crisi produttiva, dovette ricorrere all’impiego della violenza distruggendo materialmente le organizzazioni rivoluzionarie e le Camere del Lavoro, dimostrando almeno al proletariato momentaneamente sconfitto che le organizzazioni operaie sono un pericolo che la borghesia teme al punto di doverle annientare. Oggi, sono gli stessi dirigenti della CGIL aiutati dai partiti «di sinistra» che preparano per il capitalismo le armi della controrivoluzione, cercando di diluire l’organizzazione economica di classe in una corporazione che del fascismo abbia tutte le stigmate meno, per ora, quella troppo pericolosa della camicia nera, e non certo per uno scrupolo dottrinario bensì per cercare, come tentò il fascismo stesso, di compiere l’operazione con il consenso della classe lavoratrice.
Opporsi all’unificazione sindacale risponde quindi a due necessità fondamentali per il proletariato: conservare la propria organizzazione di classe, che l’accidente storico vuole oggi in mano a dirigenti opportunisti e in cui il partito potrà reclutare l’esercito proletario rivoluzionario, ed accelerare la crisi capitalistica negando alla borghesia la tregua sociale che essa intende ottenere con un sindacato legato agli interessi del suo apparato statale.
Testimonianze della nostra battaglia
A proposito della vertenza delle navi-traghetto nello Stretto di Messina, da noi ripetutamente illustrata su queste colonne, riproduciamo l’ultimo volantino distribuito dai nostri compagni.
AI LAVORATORI DELLE NAVI-TRAGHETTO
Siamo stati i primi ad avvertire che la vertenza, così male impostata com’era, sarebbe stata lunga ed aspra. I fatti ci hanno dato ragione e le vecchie illusioni di grossi guadagni sono ormai cadute. Abbiamo dichiarato senza mezzi termini che eravamo contrari a ogni meschina richiesta di natura corporativa. Diciamo ora che la rivendicazione posta da SFI-SAUFI-SIUF è anticlassista quanto quella del SASMANT. Per noi l’art. 73 è sostanzialmente la stessa cosa dell’art. 83 delle C. A. Chi non è d’accordo, non ha mai capito un’acca di ciò che significa una sana politica sindacale di classe. Nonostante questa opposizione di principio e pur senza alcuna illusione di comodo, abbiamo dichiarato altre volte che parteciperemo in prima fila ad ogni lotta del personale.
QUESTA rimane ancora e sempre la nostra posizione.
Ma è giunto il momento di passare dalla critica di principio a quella di merito col preciso scopo di salvare il salvabile ovvero di difendere le qualifiche più basse e più numerose il cui interesse è stato messo sotto i piedi da tutti: 1) dall’Azienda e dal SASMANT, che son d’accordo di ripartire qualunque somma disponibile nell’alto rapporto 4 a 1 tra la qualifica di vertice e quella di base; 2) dalla trinità SFI-SAUFI-SIUF, per la sua proposta di ridurre solo di poco questo rapporto, stabilendo quello di 3 a 1; 3) dal SAPENT, che finora non ha detto una sola parola né all’Azienda, né al SASMANT che lo ha partorito, per rendere ancora più ufficiale l’assurda divisione degli equipaggi in due compartimenti (ma in quale marineria esistono queste mostruosità?).
Vogliamo ora ricordare a tutto il personale esecutivo che nel Reparto Navigazione di Civitavecchia il rapporto col quale viene corrisposto l’art. 83 è di 8 a 5. Ciò significa che, per ogni 5 lire che riceve la qualifica più bassa a Civitavecchia, la qualifica più alta ne riceve solo 8, mentre a Messina, secondo la proposta SFI-SAUFI-SIUF, ne riceverebbe 15 e secondo l’intesa Azienda-SASMANT ne riceverebbe 20. Nei tre casi, dunque, la distanza tra qualifica più alta e più bassa è rispettivamente di 3, 10, 15. Non è difficile capire che il rapporto più alto fa comodo solo al padrone, che con quattro soldi vorrebbe accontentare «tutti».
Noi proponiamo che per Messina si stabilisca almeno lo stesso rapporto che a Civitavecchia. S’indignino pure i sacerdoti dell’egoismo arraffa-tutto per questa nostra proposta proletaria. A Civitavecchia essa è una realtà che non ha mai scandalizzato nessuno. Gli smemorati dirigenti sindacali hanno dimenticato di colpo che a volere quel rapporto per Civitavecchia furono proprio, a suo tempo, tanto SFI-SAUFI-SIUF quanto il SINT, cioè il padre del SASMANT, il nonno del SAPENT.
La ragione del rapporto 8 a 5 va ricercata non in una professione comunista dei dirigenti sindacali di allora, ma nel semplice fatto che l’art. 83 è corrisposto per il rimborso del vitto consumato a bordo, e che, com’è noto, costa uguale per tutti. Non c’entrano dunque la responsabilità e l’impegno di ciascuna qualifica, che son cose già riflesse negli attuali stipendi e che si rifletteranno ancora più negli stipendi cosiddetti funzionali di là da venire. A questo punto, visto che nessuna differenza di principio esiste fra le richieste dei sindacati, la finiscano essi una buona volta con le loro reciproche azioni di disturbo e di rinnegamento del loro passato. La smettano tanto con le trattative separate quanto con l’unità forzata ed imposta dall’alto dal padrone, come avvenne il 13 aprile.
LAVORATORI PIÙ PROLETARI DELLE NAVI TRAGHETTO, FATE OGNI PRESSIONE PER IMPORRE AI SINDACATI L’UNITÀ DEGLI EQUIPAGGI!
Messina, 24-4-1967.
I comunisti internazionali
Pagnotta assicurata
Risulta che in certe aziende i sindacati hanno essi stessi delegato… i padroni a detrarre le quote sindacali dal salario, e addirittura per la durata del contratto: 3 anni! Così la pagnotta (e il companatico) sono assicurati ai bonzi tramite le direzioni aziendali, e guai a chi protestasse: la pagnotta la perderebbe lui.
E’ o no fascismo, questo?
I bonzi sindacali alla gogna
L’«autodisciplina dello sciopero»
È in via di ratifica un accordo fra i sindacati ferrovieri (Saufi-Cisl, Sfi-Cgil, Sinf-Uil) e i rappresentanti dell’azienda, secondo cui, contro il riconoscimento di risibili «diritti sindacali», i primi si impegnano all’AUTODISCIPLINA DELLO SCIOPERO accettando di preavvertire di 8 giorni la data di uno «sciopero generale, cioè che investa tutta l’attività dell’azienda e che riguardi una parte dei servizi riferiti a più compartimenti» e perfino, sul piano locale, una sospensione del lavoro estesa «a tutti i servizi di compartimento o a un settore di attività di più impianti di un compartimento, oppure ai servizi di un singolo impianto» – in poche parole, TUTTI gli scioperi; stabiliranno le modalità di esecuzione «in modo da evitare che sia lasciato all’arbitrio individuale di stabilire l’ora, la località o la durata dell’astensione»; esenteranno il personale «strettamente indispensabile» addetto al funzionamento delle linee telefoniche, che «per ragioni di pubblico interesse, di tutela del personale e di sicurezza degli impianti, dovrà essere garantita AL COMPLETO»; rinunceranno ad azioni di sciopero, «con riserva di aprire trattative, se l’azienda sospende le disposizioni interessanti il personale eventualmente contestate» – insomma, imbavaglieranno e ammanetteranno i ferrovieri affinché Sua Eccellenza l’economia nazionale e il reverendissimo ordine pubblico non ne soffrano, e guai a chi trasgredirà. L’«Unità» del 18, nell’annunciarlo, si augura che il previsto accordo «contribuisca alla «umanizzazione del lavoro»: un’umanizzazione ottenuta mediante la riduzione dei ferrovieri a miti ed innocui… agnelli.
Viva… lo straordinario
Le associazioni padronali hanno disertato le trattative per il rinnovo del contratto dei tessili, scusandosi col dire che i lavoratori di alcune aziende non hanno effettuato il lavoro straordinario! Ebbene, che cosa rispondono i tre sindacati riunitisi a Milano? Essi («Unità» del 13-5) «hanno ancora una volta constatato come la motivazione addotta dalle associazioni industriali sia assolutamente sproporzionata ai fatti imputati alle organizzazioni sindacali le quali, d’altra parte, erano già intervenute per normalizzare la situazione sindacale in alcune aziende in merito al lavoro straordinario», cioè riconoscono di aver fatto i cani da guardia perché lo straordinario FOSSE EFFETTUATO! Dopo di che, un’ennesima protesta, e l’invito ad «un incontro più ravvicinato per consentire l’esame dei problemi che maggiormente interessano i lavoratori in relazione al rinnovo del contratto di lavoro».
Come stupirsi che le centrali sindacali, invece di proclamare uno sciopero generale senza limiti di tempo contro l’evidente manovra dilatoria dei padroni ne abbiano decisi 4 di 24 ore ciascuno in giorni diversi?
Briciole ai «musi neri»
Dopo lunghissime lotte operaie, i sindacati dei minatori hanno sottoscritto un contratto che, «MENTRE LASCIA SOSTANZIALMENTE INALTERATO L’ACCORDO PRECEDENTE SULL’ORARIO DI LAVORO» («Unità» del 14-5: e sarebbe una conquista!), aumenta i minimi del… 5%, riduce di un’ora il lavoro settimanale a partire dal… 1° maggio ’68 e di un’altra dal… 1° maggio ’69, accetta uno scatto di anzianità dell’1,50%, e così via dello stesso allegro passo. Avevano lottato a corpo perduto: ecco come li liquidano i «dirigenti»!
«Contratto senza sciopero»
Con il titolo: «Un contratto senza scioperi», «Conquiste del lavoro» – organo della CISL – del 7-20/5-67 annuncia, con indicibile soddisfazione, che i petrolieri ENI, «malgrado le riserve della CGIL», hanno conquistato un aumento salariale del 4%! L’aspetto più carognesco dell’agitazione sta però nell’esaltazione da parte di tutti i sindacati del conseguimento di un parziale adeguamento salariale (4%) al crescente aumento del costo della vita senza far ricorso allo sciopero, ritenuto dagli spudorati dirigenti della CISL, «non più come lo strumento valido per risolvere le vertenze sindacali», cosa che fa il pendant con le innumerevoli dichiarazioni della CGIL per il pacifico funzionamento delle Commissioni Paritetiche e delle «trattative responsabili, consapevoli», ecc., ecc…
In che cosa consistano le «riserve» della CGIL, lo lasciamo dire all’articolista della CISL: «… regolarmente la CGIL o si ritira o si riserva, salvo poi a firmare gli « abbietti pateracchi »…». Il bonzo cislino dimentica di far notare che è in virtù delle «riserve» della CGIL che i «pateracchi» vengono firmati, in quanto gli operai inquadrati nella CGIL sono in questo modo bloccati nei continui tentativi di non piegare la testa dinanzi al padronato.
Forme «valide»
Preavvisare di 15 giorni lo sciopero dei cementieri e laterizi è servito ai bonzi sindacali per sospenderlo a fine marzo, rimandandolo al 18 e 20 aprile in previsione di trattative che, per il settore manufatti in cemento, vengono ulteriormente rimandate al 9 maggio, mentre per i laterizi si firma il nuovo contratto che dopo 20 mesi di lotte porterà agli operai il solito aumento del 5% ed un ulteriore 1% dal 1-1-69. Ottengono inoltre quello che i bonzi osano chiamare una vittoria: 1/2 ora di riduzione settimanale dell’orario di lavoro nel 1968 e 1/2 ora nel 1969!!
Gli operai raccolgono così i magri frutti delle lotte articolate ed aziendali, che le dirigenze sindacali, al servizio dello sfruttamento capitalista, intendono gabellare come l’unica forma «oggi» valida per il successo delle rivendicazioni proletarie.
Indegni baratti
Insabbiate nella stessa infinita serie di trattative «a tutti i livelli» sono pure le vertenze delle due importanti categorie Autoferrotramvieri – Autolinee i cui scioperi, mai unificati, passano da una sospensione all’altra, ultima quella del 16 maggio, che i due settori dovevano condurre uniti, contro le trattenute delle giornate di sciopero.
Una circolare delle tre centrali sindacali annuncia la sospensione incitando sfacciatamente gli operai a «stare pronti e decisi a riprendere l’azione a data da destinarsi, in modo articolato rispondente alle caratteristiche delle diverse località ed aziende, anche per ottenere possibili accordi preliminari a livello aziendale».
Questo ha significato, ad esempio, per l’ATAF di Firenze, l’imposizione direzionale dell’agente unico, che nessun miglioramento di vita e di lavoro porterà ai lavoratori, perché i sindacati si guardano bene dal contrapporgli la rivendicazione della riduzione drastica dell’orario di lavoro, ma si dichiarano disposti ad accettarla, se verrà corrisposta ai lavoratori la 14ª mensilità fino ad ora pagata solo a metà. Questo si risolverà solo nell’interesse dell’economia aziendale, di cui peraltro i sindacati si sono costantemente preoccupati, aumentandone i profitti e determinando la riduzione degli occupati e l’intensificazione dello sfruttamento degli operai rimasti. Col preavviso di uno sciopero per le autolinee da effettuarsi il 30-31/5 queste vertenze proseguono senz’altra prospettiva che la più o meno lontana firma di un contratto di cui già si intravedono i termini burleschi.
Vecchiume degli "innovatori"
Gli «innovatori» dei nostri tempi pretendono di aver scoperto una tattica sindacale inedita, rispondente alle necessità della lotta contro un capitalismo a sua volta «nuovo» e appunto perciò ribattezzato in «neo-capitalismo». Questa geniale scoperta sarebbe… l’articolazione.
Il guaio è che la formula è vecchia quanto l’opportunismo delle bonzerie sindacali. Nel 1922, essa si chiamava «lotta frazionata» o «separata», e consisteva, proprio come oggi, nel far scioperare divisi gli uni dagli altri, ad esempio (maggio-giugno 1922), i metallurgici della Venezia Giulia, della Liguria e della Lombardia, e tutti i metallurgici separati dalle altre categorie operaie, proprio mentre l’offensiva padronale si scatenava unitaria su tutte. Le rare volte che, come nel luglio 1922 – ma per i soli metallurgici -, le bonzerie proclamavano lo sciopero generale, erano più che leste a ordinarne la cessazione firmando col padronato tanto di accordi perché le lotte tornassero a «circoscriversi nell’ambito delle vertenze locali», ovvero lo proclamavano… di sorpresa e… in segreto per tutti i lavoratori (come nell’agosto) solo per favorire un cambiamento di governo e pronte a disdirlo al primo ultimatum statale padronale o fascista.
Allora come oggi, a questa tattica bastarda, che permise allo Stato e alle squadracce fasciste di abbattere una dopo l’altra le roccaforti operaie e che rese innocuo ed inefficace l’esperimento di unità sindacale dell’Alleanza del Lavoro, i comunisti opposero la linea della «fusione in una sola azione di tutte le vertenze parziali sollevate dall’offensiva borghese», e «dell’impiego dell’azione diretta sindacale fino allo sciopero generale» nella difesa del salario e di tutte le conquiste proletarie.
La bestiaccia dell’opportunismo legalitario è tanto vecchia quanto pretende di essere nuovo il suo linguaggio. E, contro di essa, noi non abbiamo ragione di cambiare il nostro: anzi, ne abbiamo mille di più per mantenerlo integro – essendo proprio nel «frazionamento», o nell’«articolazione», voluti e praticati dai bonzi di oggi e di ieri, la radice di tutte le sconfitte proletarie.
La voce dell’emigrante
Le restrizioni che il governo svizzero va lentamente applicando alla emigrazione della manodopera colpiscono soprattutto gli operai italiani che ne rappresentano la maggioranza.
È un processo di assestamento iniziatosi circa tre anni or sono con tendenza ad accelerare il ritmo via via che i mercati mondiali cominciavano a saturarsi. Relativamente agli altri paesi, l’Italia in coda, la Svizzera rappresentava un mercato dove la forza lavoro trovava e trova tuttora livelli salariali fra i più alti d’Europa. Anche questa condizione andrà lentamente modificandosi in stretta connessione con la sempre più aspra lotta di concorrenza.
Il mercato interno, che ha limitate possibilità di assorbimento data la piccolezza del paese, non può dare all’apparato produttivo quella velocità nella trasformazione tecnologica che hanno invece i grandi complessi industriali della Germania, dell’Inghilterra e della Francia. Non si possono arrischiare temerari investimenti specie in condizioni già in partenza sfavorevoli. A parte alcuni complessi industriali legati al grande concerto produttivo europeo e il robusto cartello dell’industria chimica di Basilea, il tessuto produttivo svizzero si regge sulla media e piccola industria e su una notevole rete artigianale molto qualificata e molto bene organizzata dal punto di vista tecnologico. L’apparato distributivo è a livello americano: i Supermarket sono diffusissimi. I due più potenti sono la Migros e il Konsumverein, che hanno tutti e due una rete distributiva estesa a tutto il paese.
Il livello qualitativo professionale della classe operaia indigena può considerarsi senz’altro elevato. Ad aumentarne il tono ha contribuito anche l’afflusso della mano d’opera specializzata e qualificata italiana, inseritasi, si può ritenere, stabilmente nel tessuto produttivo del paese.
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Attualmente, compresi gli stagionali, il contingente italiano si aggira intorno al mezzo milione. Prospettive? Per il momento, lenta ma graduale riduzione in concomitanza a quanto avviene in Germania. La classe dominante svizzera sa che, quando si aprirà la grande crisi internazionale, potrà manovrare la valvola di sfogo degli immigrati facendoli rientrare ai loro paesi di origine. Per ora, la navicella naviga senza scosse mantenendo la velocità di ritmo produttivo della forza lavoro sullo stesso livello dei paesi industrialmente più potenti, anche se a scapito della qualità del prodotto, come del resto avviene in tutto il mondo.
A parte gli specializzati e i qualificati già inseriti, la mano d’opera italiana dà, con quella spagnola, una percentuale altissima di manovalanza. E questa, naturalmente, assolve tutti i lavori più gravosi, più sporchi, più malsani e, occorre dirlo?, meno retribuiti.
Tra operai indigeni e operai immigrati (italiani, spagnoli, turchi, greci, ungheresi e, in minor numero, austriaci e germanici) non corre nessun legame di solidarietà di classe, ma v’è piuttosto una ostilità che spesso rasenta l’odio. L’odio stupido e imbecille del nazionalismo, che finisce per contagiare ambo le parti; è come un focherello che arde sempre e dal quale basta un fiato ben orchestrato per far divampare la fiammata. Purtroppo, gli operai svizzeri non mostrano per ora alcuno spirito di classe. Ognuno bada ai fatti suoi (vulgo interessi) personali e familiari. E ognuno non si fida dell’altro anche se lavorano insieme. Sono dei benpensanti o meglio dei non pensanti, col cervello, in fatto di politica, sempre in vacanza. E si badi che quasi tutti leggono un giornale; ma è il giornale locale, del campanile, della parrocchia. La protesta, la scarica degli istinti aggressivi, si dirige perciò quasi sempre contro gli immigrati, «colpevoli» dell’aumento del fitto delle case, del caro vita, di tutto ciò che l’opinione pubblica non gradisce o di cui si sdegna. Anche nelle fabbriche, se qualcosa non va, è quasi sempre «colpa» degli immigrati, italiani in testa.
Religioni? Questo è l’unico campo nel quale il libero cittadino svizzero sia veramente libero. Ce ne sono per tutti i gusti; dalla Christian Science alle religioni orientali. E tutte prosperano con sommo diletto spirituale (?) della classe dominante.
Sindacati? Ormai, non ci crede più nessuno, neanche i giovani elvetici. Gli italiani sono stati i primi a schifarsene, poi gli spagnoli, i quali, pregni dell’odio di classe accumulato sotto il regime franchista, credevano, appena messo piede sul suolo elvetico, di trovare nel sindacato l’organismo da tanto tempo agognato per la difesa dei loro interessi, ma, appena giunti a contatto con la cosiddetta realtà, hanno dovuto amaramente constatare che nessuna differenza esisteva, nelle funzioni che essi esplicano, tra sindacati franchisti e svizzeri.
Le quarantaquattro ore settimanali, il sabato libero, le due settimane di ferie per tutti, sono stati sì concordati coi sindacati ma dopo ch’erano stati stabiliti a priori dagli organismi padronali che, volenti o nolenti, adottano ancor oggi il metodo paternalistico così caro alla tradizionale e campanilistica mentalità elvetica, e rimasto integro allo stato più «puro» nella gratifica natalizia.
A completare il quadro, ricordiamo l’opera su grande scala che svolge, sotto la protezione delle autorità locali e con l’appoggio di quelle italiane, la chiesa cattolica attraverso le Acli che, come un polipo, muovono tutti i loro tentacoli per la tutela, la protezione, la difesa dei bisogni e dei diritti dell’emigrante italiano in terra straniera. E, dove non possono i tentacoli del potere spirituale, arriva la Colonia Libera. Dopo le canzonette nostalgiche della mamma e della patria lontana, ballo sino al mattino!
"Autolimitatevi"
I giovani leoni della « sinistra » toscana, quelli che rifiutano ogni programma prefissato e quindi il partito (essendo secondo loro sufficiente per l’emancipazione del proletariato che questi « prenda coscienza del suo sfruttamento »), hanno lanciato alla Olivetti di Massa la seguente, genialissima parola d’ordine: « Operai, autolimitatevi nel cottimo! »
Oh, luminari della scienza nuova delle lotte proletarie! Non si tratta di battersi su scala generale contro il cottimo, gli incentivi ecc., ma di risolvere individualmente il problema accettando collettivamente il cottimo e lasciando ai singoli di « autolimitarsi » nell’attuarlo, al modo che il problema della fame nel mondo dovrebbe essere risolto, secondo i borghesi, dall’autolimitarsi nel procreare figli o dall’abbracciare il… vegetarianismo! Niente organizzazione generale di classe, niente partito e neppure sindacato: ogni operaio a sé di fronte al meccanismo della produzione capitalistica, ognuno « autolimitantesi » nella misura in cui il pensiero del pranzo e della cena lo permette. Se non si tratta di essere buffoni!
Francia-Belgio: Impennate proletarie
La politica di aperto sabotaggio delle azioni unitarie di classe, praticata dai mandarini sindacali, riesce in generale ad aver ragione della istintiva combattività proletaria – tanto ha dietro le spalle l’appoggio entusiastico del padronato. Accade però non di rado che, sia pure solo per qualche giorno, gli operai puntino energicamente i piedi, e allora sono guai.
Sono gli scioperi «selvaggi» in Inghilterra, oppure è il caso avvenuto di recente alla Rhodiatoce di Lione di cui parla l’ultimo numero del nostro «Prolétaire». Là come da noi, i sindacati avevano accettato di sospendere lo sciopero per avviare trattative con la controparte: ma i 1200 operai delle squadre dette «4×8», quelli peggio pagati e sottoposti al lavoro più rude, si rifiutarono di sciogliere i loro picchetti e, all’ordine di riprendere il lavoro, chiusero addirittura le porte dello stabilimento di Vaise. Lasciata colpevolmente isolata, questa istintiva riaffermazione dei metodi tradizionali di lotta di classe non poteva provocare da sola la ripresa dello sciopero di tutte le maestranze, e alla fine i coraggiosi «4×8» dovettero piegare la testa e non solo riprendere il lavoro, ma ingoiare il rospo del «compromesso» concluso dai sindacati per cui l’originale richiesta di un sostanziale aumento dei salari si convertiva nella codarda accettazione di un risibile 5% prima e di un vergognoso 3,80 per cento poi, a tutto sfavore delle categorie peggio pagate. Ma la cosa non è passata liscia, e la stampa delle bonzerie politiche e sindacali ha dovuto non solo ammettere la «gravità» degli atti di «ribellione» operaia e degli incidenti connessi, ma riconoscere che i salariati nutrono «un certo rancore per non aver ottenuto vittoria su tutte le rivendicazioni poste»; che «l’accordo concluso non ha regolato immediatamente la ripresa del lavoro», e che sono stati necessari due grandi comizi «per spiegare il tenore e la portata dell’accordo». In parole povere, i bonzi hanno sudato sette camicie per convincere i «provocatori» a cessare l’agitazione, e ci sono riusciti solo perché un reparto o una categoria soli, lasciati nell’abbandono, prima o poi sono costretti a cedere, la rabbia in corpo e la morte nel cuore. Noi diciamo: Viva i «4×8», e abbasso coloro che li hanno abbandonati per infine tradirli – giacché, oltretutto, sono essi a pagare le spese con un 3,80% di aumento che, applicato ad un salario minimo, rappresenta una beffa.
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E vada il nostro saluto agli operai della General Motors ad Anversa che, sdegnati per il contratto collettivo sottoscritto dai sindacati, hanno sospeso il lavoro causando danni alla catena di montaggio, perché «diverse macchine sono rimaste troppo a lungo nei forni». Le Soir del 23-4, che cita l’episodio (secondo la prassi sindacale belga, un contratto collettivo può essere respinto dal personale solo se il 60 per cento dei membri presenti alla assemblea votano contro: nel caso in questione, i contrari erano stati «appena» il 53%!), narra che, «alla mensa, un operaio salì su un tavolo e incitò i compagni a cessare il lavoro, stracciando in pubblico la sua tessera sindacale. Il lavoro fu interrotto da un certo numero di operai e la direzione licenziò immediatamente l’istigatore». Risposta dei sindacati? Essi «disapprovarono l’azione e alla F.G.T.B. [la CGL belga, socialista] si sottolineò che l’attitudine di coloro che si lasciano trascinare da alcuni irresponsabili [oh, le canaglie!] in materia sindacale può aver per effetto la perdita di certi diritti e un danno finanziario». Furba, la direzione — trovatasi di fronte alla minaccia di un nuovo tentativo di sciopero — ha giudicato, essendo venerdì, che era meglio non intervenire con atti di forza «sperando che un week-end di riflessione appianasse il contrasto», evidentemente con l’aiuto dei persuasori occulti della FGTB.
Così, fra l’indegna minaccia di «danni finanziari» agitata dai bonzi e il «week-end di riflessione» sul licenziamento dell’«irresponsabile», l’agitazione si è spenta. E poi dovremmo non sentirci ribollire il sangue contro i pirati del collaborazionismo!