Vorrebbero l’Europa in una botte di ferro
Gli strascichi della cagnara elettorale italiana (lasciamo agli aspiranti sindaci e assessori le grida di trionfo o di lutto di queste ore di attesa del destino, giacché andiamo in macchina quando ancora i risultati definitivi del totovoto non sono giunti, né ci scalmaneremmo a trarne oroscopi se li avessimo, bastandoci a tempo debito di commentarli) hanno probabilmente velato gli occhi del lettore comune su quanto intanto avveniva in Germania e nel quartiere generale dell’organizzazione atlantica. E tuttavia, non in fondo alle urne, ma lì si foggiavano i destini dell’Europa.
Che cosa dunque è avvenuto? È avvenuto che si sollevasse un altro po’ di sipario sulla commedia della libertà democratica. A Bonn, i quattro ministri degli esteri – americano, inglese, francese, tedesco – «hanno firmato la pace» fra Occidente e Germania. Firmare la pace significa restituire al vinto «la sua completa sovranità» (come dice l’articolo uno del Patto) con tutto il codazzo di «libertà» sul piano interno ed internazionale. Naturalmente, in nome della completa indipendenza, il governo tedesco s’impegna ad ispirare la sua politica ai principii sanciti nello statuto delle Nazioni Unite, e, soprattutto, le tre potenze occidentali si riservano il diritto di proclamare lo stato di emergenza in Germania e di prendere tutte le misure politiche e militari rese necessarie da un simile stato di emergenza: a) nel caso di un attacco contro il territorio della repubblica federale e contro Berlino; b) nel caso di una insurrezione armata contro le autorità costituite; c) nel caso di gravi disordini o di minaccia alla sicurezza politica (ad esempio, sciopero generale). (art. 6) Come si vede, i legislatori sono stati precisi nella elencazione dei «casi» che giustificheranno l’intervento militare degli angeli custodi della libertà una e quadrupla; ed è chiaro che i soli casi davvero contemplati, nella situazione odierna, sono i due ultimi, la minaccia di sovvolgimenti o anche solo di disordini a sfondo sociale. La democrazia internazionale butta un’altra volta la maschera: le truppe liberatrici sono chiamate, in tutto il mondo, a montare la guardia all’ordine costituito della proprietà e del capitale. Certo, per non venir meno alle buone tradizioni di ipocrisia proprie del capitalismo, in particolare di quello democratico (il quale si dice laico solo perché ha ereditato le migliori arti del gesuitismo), il trattato aggiunge che questo intervento esterno avverrà solo se il governo tedesco non sarà in grado di padroneggiare da solo la situazione; ma è ben chiaro che, per i vigili e preoccupatissimi reggitori mondiali, nessun governo minore avrà mai, da solo, questa possibilità. Né, a tutela dell’ordine sacrosanto, saranno solo le truppe di occupazione (che un protocollo aggiunto a soddisfazione delle ansie francesi pare dichiarerà che rimarranno in Europa «finché la situazione lo esiga» – e si può star tranquilli che la situazione, fino alla morte del capitalismo, lo esigerà sempre), giacché un’altra delle traduzioni in pratica della «completa sovranità tedesca» sarà l’offerta del governo di Bonn all’organizzazione atlantica di 400.000 tedeschi in armi.
E poiché in questi giorni si firma anche l’accordo per la «comunità europea di difesa», l’Europa è, o almeno vorrebbe essere, in una botte di ferro a protezione dai disordini sociali. Il vecchio sogno, comune a russi e americani, di una «polizia internazionale» è, almeno a metà, raggiunto. Gli avvenimenti che seguiranno potranno solo servire a rafforzarlo. La conseguenza immediata è già prevista, e i giornali ne parlano fin d’ora: una ripresa della guerra fredda, un rincrudire dei conflitti sulla linea confinaria fra i due monconi della «Germania liberata», un dilagare del partigianismo filo-russo o filo-americano, che offriranno alle potenze occidentali ed orientali il pretesto giuridico – se mai ce ne fosse bisogno – per dichiarare lo stato di emergenza o, anche senza arrivare a questo, per prolungare ad anni e lustri l’occupazione militare. Azioni e reazioni sono calcolate e dosate per portar acqua al mulino della bardatura bellica e poliziesca dell’Europa.
Dentro la botte di ferro, i capitalisti si sentiranno al sicuro, benedetti dai liberatori di occidente e di oriente. Ma la storia del movimento operaio non conosce da oggi reticolati e casematte: formidabili, certo, e per qualche anno imprendibili, ma pronte a sfasciarsi al primo colpo di piccone della riscossa proletaria. Le botti di ferro del capitalismo non prevengono l’esplosione sociale, come la linea Maginot non ha prevenuto l’invasione militare della Francia: sono non una garanzia contro esplosioni avvenire, ma il risultato di un soffocamento già avvenuto. Quando dovranno servire, nulla potrà impedire che le barriere di cemento armato s’infrangano: oggi, stanno in piedi solo perché l’avversario di classe è prostrato, perché, anzi, ha, sotto la frusta del padrone e dei suoi servi, lavorato a ricostruire le fortificazioni.
La democrazia ha le sue zecche
Personalmente, pur potendo scorazzare, come tanti che hanno angosciosi interrogativi da risolvere, sulle piazze accalcate del Sud invase dai sicofanti elettorali a caccia di voti, non abbiamo assistito a nessun comizio. Sono andati in massa coloro che negli ultimi quindici giorni della gazzarra elettorale debbono lasciarsi informare degli avvenimenti del quadriennio trascorso, avendo osservato nel frattempo lo sprezzante atteggiamento verso la «politica» che è proprio di tutti gli asini registrati sui certificati elettorali, destinati a correre trafelati ed emozionati nelle cabine. Noi che ci pregiamo di conoscere da un secolo le rogne della democrazia elettiva, non abbiamo sentito affatto il bisogno di fare nel nostro laboratorio mentale i processi di sintesi e di analisi di tutte le vomitature rovesciate dai pulcinella oratori sulle attonite masse. Però, portato dall’eco, è arrivato alle nostre narici un puzzo non nuovo né sorprendente: il rancido lezzo delle camicie nere.
Non è venuto a caso che il fascismo abbia tentato di rialzare il capo nel pieno dell’orgia schedaiola. La retorica fascista è figliata naturalmente da quella sconcia megera mercenaria che è la democrazia borghese. Che faceva il nuovo regime mussoliniano se non allungare, moltiplicandolo per quattro, il periodo che la democrazia stabilisce tra le convocazioni dei comizi elettorali? Per venti anni, invece che quattro o cinque, è durato il mandato dato «dal popolo» al governo di Benito Gagnasciuga. Sola differenza quantitativa. In sostanza nulla cambiava sul piano dell’inganno e della sopraffazione su cui si fonda la dominazione della borghesia. Da quando la democrazia ha preso dal fascismo la misura tattica di farsi consegnare le redini del governo dall’azione simultanea delle forze tradizionali dello Stato (esercito e polizia) e di formazioni irregolari arruolate per la guerra civile ad obiettivi controrivoluzionari e conservatori, nulla più permette di discriminarla dal fascismo. Nel 21-22 i quattro fetenti in camicia nera, razzolati nei «bassi» della più pidocchiosa piccola-borghesia, riuscirono ad averla vinta sulle avanguardie rivoluzionarie, che il riformismo aveva isolato addormentando e tradendo le masse, solo con l’aiuto dell’ Esercito regio e della polizia, prontissimi a dare una mano ai manigoldo squadristi come a massacrare o a seppellire sotto decenni di galera i combattenti proletari. Un movimento che va al potere portato dalle forze dello Stato borghese è rivoluzionario? Lo stesso dicemmo nei riguardi della rigurgitata democrazia post-fascista insediata al potere degli eserciti dell’imperialismo anglo-americano. Un regime che lascia inalterate le basi dello Stato borghese fondato sulla dominazione della borghesia capitalistica che sancisce, nella Costituzione della Repubblica, il principio della intoccabilità degli ordinamenti sociali capitalistici, non distrugge il fascismo, sibbene lo sostituisce.
Avemmo il coraggio rivoluzionario di dirlo apertamente, allorché sulla carogna ingloriosa di qualche gerarca si volle redigere l’atto di morte del fascismo, e sostenemmo chiaramente la tesi classista che la democrazia clerico-stalinista continuava la dominazione sociale della borghesia. Continuiamo a dirlo oggi, resistendo fermamente alla sirena antifascista che torna a cantare. Se sulla cagna impudica della democrazia parlamentare sono cresciute le zecche fasciste, ciò sta a dimostrare ancora una volta che le due forme di governo borghese sono fatte l’una per l’altra, vivono in simbiosi. I prossimi giorni ci diranno come la classe dominante riuscirà a trarre vantaggio dalla contrapposizione democrazia-fascismo, in nome della quale, gli operai non debbono dimenticarlo, fu combattuta la seconda guerra mondiale. Toccherà agli operai rivoluzionari svelare il gioco.
Il partito rivoluzionario del proletariato non ha una politica per lottare contro la democrazia, e un’altra per combattere contro il fascismo. Ciò per il fatto che democratici e fascisti sono forze al servizio della unitaria classe borghese. Ha una sola lotta, una sola politica, quella della lotta di classe contro la borghesia , che nega la possibilità della conciliazione degli interessi dei capitalisti e dei proletari, e tende al supremo obiettivo dell’abbattimento rivoluzionario del potere statale borghese, tenendo presente in ogni momento che la condizione per arrivarvi sta nella spietata delimitazione e contrapposizione all’opportunismo, che si acconcia perfettamente e al regime democratico e a quello fascista, mai alla fatica di percorrere la via dura e tormentosa della Rivoluzione.
Le strane guerre
Poiché in Corea continuano le trattative d’armistizio, si è aperto un nuovo e legale teatro di guerra: i campi d’internamento dei prigionieri. È qui, infatti, che, in mancanza di operazioni sul fronte, si è trovato il più recente impiego alle armi, ai fantaccini e ai generali dei due eserciti contendenti.
L’ipocrisia dell’imperialismo voleva, un tempo, che il prigioniero, al pari della popolazione civile, fosse «sacro»: oggi anche questo velo di menzogna è caduto, e la guerra, davvero «totale», si svolge con spiccata predilezione per il retrofronte e per il perimetro dei campi cintati. Così i benefici della «liberazione» non sono negati a nessuno: soldati, civili, prigionieri, vedono piovere senza distinzione sul proprio capo la manna delle quattro libertà, sotto forma di guerra, stato d’assedio, fame, decimazione.
Prigionieri nelle maglie dell’imperialismo siamo tutti: il sogno gemello di Wall Street e del Cremlino è che il mondo sia un unico, enorme campo d’internamento, aperto alle esercitazioni ultramoderne dei suoi comandanti militari.
Largo agli specialisti
Meritatamente Ridgway è stato chiamato a reggere le sorti militari dell’Europa. Egli viene fresco fresco di Corea, dove si è distinto sia nell’arte di scorazzare in carro armato su e giù per la penisola, sia – e soprattutto – in quella di rendere infinito lo stato di occupazione militare in regime di trattative di armistizio.
L’ideale del modernissimo imperialismo è quello (e ne sanno qualcosa Germania e Giappone, ma qualcosina ne sappiamo tutti): guerra, armistizio, pace, ridotti al minimo comun denominatore del dominio dei carri armati e degli aerei a reazione. È la pratica in vigore di qua e di là della «cortina di ferro»: ma la Corea ne ha dato la sintesi più efficace nel tempo e nello spazio. Ridgway è ben piazzato per recarne i frutti nell’Europa liberata.
Gli scomunicati ricorrono in appello
Se assiduamente denunciamo gli atti di aperta prostituzione dei pretesi comunisti di Togliatti alla Chiesa Cattolica e alla superstizione religiosa, se ci teniamo a provare coi fatti della cronaca quotidiana che il gregge del chiericume sacrestano trova i suoi cani da guardia proprio nei partiti che pretendono di essere portatori di interessi proletari, ciò serve a corroborare di prove la tesi da noi sempre sostenuta, che non si può tradire e fare gettito dei fondamenti dottrinari del marxismo senza tradire e barattare gli interessi proletari a favore della canaglia borghese. Il P.C.I. se ne ride, con fare spregiudicato, delle posizioni teoriche del materialismo storico, pretendendo che è da ingenui combattere il capitalismo senza mascherature e infingimenti in funzione di diversivi tattici. Ma i fatti, gli incamuffabili fatti materiali stanno a provare innegabilmente che i pretesi furbi di Via Botteghe Oscure non solo non hanno spostato di un millimetro i rapporti di forza a favore della classe operaia, ma che le loro pretese manovre tattiche, a cui tanto le masse hanno creduto e credono, sono egregiamente servite al gioco delle forze politiche borghesi. E non staremo a ripetere qui come l’approvazione del famoso articolo 7 della Costituzione con cui si ratificavano i patti Lateranensi conclusi nel 1929 da Mussolini col Vaticano, è valsa a rafforzare la Democrazia Cristiana e l’influenza religiosa sulle masse.
Il più clamoroso gesto di prono ossequio e di servile soggezione alla Chiesa cattolica e al Vaticano, commesso dalla Direzione del P.C.I., dal tempo dell’approvazione, insieme con democristiani, repubblicani, qualunquisti, ecc. dell’articolo 7, si è manifestato recentemente con le dichiarazioni di Nitti, il vecchio boia antiproletario creatore della Guardia Regia, a nome della Lista Cittadina di Roma, che, come è noto, comprendeva candidati comunisti, socialisti, nittiani e via dicendo. Acqua passata? Certamente, ma non bastano quindici giorni a cancellare quanto detto da Ciccio Nitti e pubblicato su l’ Unità. Quando il capolista Nitti rendeva la dichiarazione che riportiamo si trattava di accalappiare i voti dei poveri fessi, e allora tutto era permesso dire, perfino la verità. Non crediamo affatto, come le mandrie ignoranti del medio ceto, che una volta al potere il P.C.I. farebbe fuori la pretaglia cattolica e scaccerebbe il Papa dal Vaticano. Seppure Palmiro non va a messa e non prende l’ostia consacrata, il P.C.I. è oggi, checché ne pensino le bizzocche, una colonna della Chiesa Cattolica: anzi, in quanto controlla le masse e impedisce che imbocchino la via rivoluzionaria, è il massimo garante della conservazione del Vaticano.
Trascriviamo testualmente da l’ Unità (17 maggio ’52) le untuose frasi di don Ciccio: «Nessuno minaccia la Chiesa Cattolica, nella sua altissima missione, che è anche di pace (alla faccia di Joliot Curie!) di affratellamento e di elevazione degli umili; nessuno ne minaccia la libertà e il pieno potere spirituale garantito dai patti Lateranensi, dalla Costituzione, dalla coscienza degli italiani. I candidati della «Lista Cittadina» ne hanno fatto dichiarazione solenne».
Così diceva Nitti alla vigilia delle elezioni. Ma non era una sua posizione personale. Per bocca sua parlava anche la Direzione del P.C.I. e la massa enorme di borghesucci che esso inquadra. Non è da parlare qui degli effetti immediati che dallo strisciare servile della leccatura devota delle pantofole di Pio XII sono scaturiti. In ogni caso, sono i meno interessanti. Quel che importa è la ennesima constatazione che il P.C.I., giorno per giorno, e proprio per dimostrare falsa l’accusa che più gli brucia, di passare per un partito proletario rivoluzionario marxista, disvela il contenuto reale della sua politica. Il P.C.I. deve mostrare ai fanatici della proprietà che non è espropriatore, ai nazionalisti che non è senza patria, ai militaristi che non è rivoluzionario, agli statolatri che non condivide la teoria marxista del deperimento dello Stato, ai superstiziosi religiosi che non è ateo. Il contenuto della sua polemica sta tutto qui: nel provare che esso è tutto il contrario di quello che sembrano attribuirgli la bandiera e il nome. L’apparentamento con le clientele di Nitti, Molè e altra robaccia di purissima marca borghese, sta a dimostrare che gli sforzi volti a questo scopo non falliscono del tutto. Altro, naturalmente, è il linguaggio che i bonzetti parlano agli operai, ai quali si dà ad intendere che la conclusione e la pastetta con le forze dichiaratamente borghesi sia un trucco per ingannare il nemico e sorprendere la sua buona fede.
Trucco? Manovra tattica per addormentare le sentinelle dello Stato borghese? Se fosse vero, se la Direzione del P.C.I. veramente mirasse ad abbattere il millenario potere del Vaticano attraverso la politica del ruffianesimo e dell’adulazione, sarebbe impossibile spiegare la politica che i partiti stalinisti al potere perseguono nei confronti della organizzazione chiesastica e della religione.
L’ Unità pubblicava il giorno 14 maggio ’52, tre giorni prima della dichiarazione di Nitti, notizie dell’avvenuta conferenza di tutte le Chiese dell’ U.R.S.S. Il… trust delle Chiese russe, comprendente la Chiesa Ortodossa, la Chiesa Evangelica russa, la sinagoga centrale di Mosca, la Chiesa Cattolica della Lettonia ecc., era stato chiamato a discutere una relazione del Metropolita Nikolai, membro del Consiglio Mondiale della Pace. Poco ci interessa quanto hanno predicato sulla pace i preti multicolori di Stalin, cui spetta come ai loro degni compari esteri di benedire la carne di cannone proletaria destinata al macello. Senza contare che proviamo invincibile ripugnanza per il puzzo da morto che emana dalla retorica ecclesiastica specie se osannante al socialismo. Quel che interessa è mostrare quante parte attiva prende il clero delle varie chiese russe, finanziate e protette dallo Stato, nella vita pubblica e politica del paese che si spaccia del socialismo trionfante.
Quante chiese in Russia! Quanti papi! Quanti baciapile parassiti! Che ci fanno? In Italia, i dirigenti stalinisti, mentre lavorano a conquistarsi la fiducia della borghesia lasciano credere che la politica di asservimento alla Chiesa Cattolica tende… a distruggerla. In Russia il partito stalinista tiene fermamente il potere ma ciononostante le Chiese russe sussistono e prosperano.
La funzione secolare della pretaglia è sempre stata quella di aiutante del boia. Dovunque si tengono nello sfruttamento e si mandano al macello le masse, il prete è immancabile. La suprema trinità dell’imbroglio e della corruzione Nitti-Nenni-Togliatti aspira a sostituire democristiani e fascisti nel posto di boia del capitalismo italiano. Perciò, è obbligata a farsi la chierica.
La democrazia italiana aveva bisogno dello spettro fascista
Lo spettro fascista è ricomparso. La democrazia italiana ne aveva bisogno, così urgente bisogno che essa stessa si è imposta di concepirlo e partorirlo. Una democrazia bloccarda, cioè fondata sull’abbraccio della cosiddetta sinistra borghese e dei partiti includenti in sé l’opportunismo riformista, può esistere e giustificare la propria esistenza solo alla condizione di enucleare e contrapporre a se stessa una cosiddetta estrema destra reazionaria.
Bene è sgombrare subito il terreno dalle ridicole responsabilità personali. Tutti i partiti della democrazia sorta dai C.L.N., nessuno escluso, fondano le loro accuse sulle responsabilità dei resuscitati gerarchi del disciolto partito fascista. Non staremo certamente ad imitarli, sebbene siamo nella unica ed esclusiva posizione di potere dimostrare che nessuno dei furiosi antifascisti della repubblica papalina può rinfacciarci una sola parola di indulgenza per i lanzichenecchi mussoliniani, che tutti, nessuno escluso, i partiti del C.L.N. lavorarono a sottrarre al piombo o al carcere mediante amnistie e condoni vari. Non perché i partiti della democrazia antifascista collaborarono insieme, nel quadro del salvataggio di tutti gli istituti e le tradizioni della sporca borghesia italiana, a contendere ai vermi le pellacce dei gerarchi littorî, diciamo che il fascismo di ieri e di oggi è creatura carnale della democrazia. Dottrinariamente neghiamo ogni importanza alla persona umana, ai «grandi uomini» nella spiegazione dello svolgimento dei fatti storici e, sul più basso gradino, della dinamica dei partiti. Non si saprebbe perché fare una eccezione per i ceffi fascisti del M.S.I. Fossero crepati tutti gli «uomini della provvidenza» che ora ricompaiono nelle piazze, dopo la laboriosa digestione della paura; avessero tirato le cuoia su Piazzale Loreto o stessero rinchiusi in galera, non per questo ora ci sarebbe risparmiato lo spettacolo nauseante della cosiddetta rinascita fascista e della seconda crociata democratica contro il fascismo. Il ricostituirsi in partito del fascismo non è questione di uomini, non è legato alle determinazioni personali, tantomeno allo spirito di vendetta dei gerarchi scampati al crollo ignominioso della infame repubblica di Salò. Se non fossero stati pronti sul mercato i marescialloni codardi e pennivendoli corrotti, prima epurati poi reintegrati nei posti con gli arretrati, ora non ci sarebbe la reincarnazione fascista nel M.S.I.? Ingenuo chi lo pensa.
Pur mantenendo immutato, nonostante gli appelli ciellenistici all’unità antifascista non meno sporchi del vittimismo degli sciacalli fascisti, il giudizio di inappellabile condanna contro i partiti antifascisti firmatari delle pagliaccesche leggi sull’epurazione e dei decreti di amnistia pro-fascisti, noi sappiamo benissimo che una ipotetica politica, improntata a criteri di effettiva repressione, non avrebbe sortito effetti diversi dagli attuali. La bizzarra teoria del «rigurgito del passato» può essere appannaggio e giustificazione solo dei partiti democratici. Per conto nostro abbiamo sempre sostenuto, ed è la realtà innegabile a dirlo, che le forche di Piazzale Loreto non valevano a troncare il processo di formazione del fascismo, connaturato alla dominazione sociale della borghesia. I cronisti delle redazioni borghesi faranno coincidere il ringalluzzirsi dei fascisti con la campagna elettorale per le amministrative nel Sud? Nella migliore delle ipotesi, commetteranno lo stesso sproposito storiografico dei mussoliniani che pretesero di stabilire una data al sorgere della camorra fascista, che era invece il prodotto organico di tutta quanta l’evoluzione storica della borghesia dominante italiana. La verità è che, come la democrazia prefascista dei Crispi, dei Giolitti, dei Nitti, la putrescente democrazia antifascista dei Comitati di Liberazione Nazionale ha portato nel suo incestuoso grembo il canagliume fascista in quanto assicurava la continuità del potere tirannico della classe dominante borghese. Il fascismo del M.S.I. è il figlio legittimo della democrazia parlamentare dei De Gasperi, Pacciardi, Bellavista, Nitti, Orlando, unita in matrimonio al riformismo stalinista dei Togliatti e dei Nenni. Non serve agli uni apportare gli argomenti dei venti anni di cospirazione all’estero, della guerriglia partigiana contro la repubblica di Salò, della insurrezione antitedesca del 25 aprile 1945; né serve agli altri elevare a stendardo di martirologio (loro, i massacratori di operai indifesi e immobilizzati dal tradimento socialdemocratico nel 1919-20) la carogna di Mussolini appesa ai piedi, i posti alla mangiatoia perduti, gli arretrati non pagati. Se nel dare e avere delle perdite sanguinose e degli atti di vendetta dei due opposti campi di partiti esistono sbilanci, essi si annullano nel bilancio generale della classe dominante, della borghesia sfruttatrice, il cui privilegio non ha subito scosse, anzi ha tratto nuove garanzie di continuità nel trapasso dalla Repubblica di Salò all’attuale regime democratico, e altre si appresta a trarne dal ripristino dell’antica immancabile contrapposizione tra Sinistra e Destra. Ai propositi di vendetta della cosiddetta estrema destra monarco-fascista, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale minacciano il ricorso alle armi e alla guerra civile che se dovesse verificarsi ricalcherebbe il modello della guerra di Spagna del 1936-38, dove contro il fronte nazifascista si vide schierato non il fronte della rivoluzione proletaria ma il blocco dei partiti democratici e di quelli pseudo-proletari, prefigurando così lo schieramento politico della seconda carneficina mondiale. E che significa lo schierarsi delle masse proletarie negli opposti campi in cui la stessa classe dominante si divide, se non che la borghesia riesce, sia pure attraverso convulsioni violente, a stringere le masse sfruttate nel quadro di ferro del suo apparato di influenza e di dominazione politica? La democrazia clerico-stalinista ha finora assolto al compito di mantenere il movimento operaio entro il filo spinato della legalità, del rispetto delle leggi borghesi. Svolgerà più agevolmente la sua funzione conservatrice e controrivoluzionaria agitando davanti agli occhi delle masse lo scettro del fascismo, che gioverà al M.S.I., gioverà al socialstalinismo, gioverà al partito democristiano. E a che equivale la somma dei programmi e dell’azione politica di costoro? Alla politica di conservazione dell’unitaria classe borghese di fronte al nemico proletario.
Vorremmo forse confrontare le rivendicazioni del binomio Democrazia-Fascismo? Nei mesi che verranno certamente la classe dominante punterà sul conflitto tra i partiti democratici e stalinisti da una parte, e le forze monarco-fasciste dall’altra, per spostare ancora una volta le masse dalla polemica sociale sul terreno della contrapposizione di vuote ideologie. Non è difficile prevedere che le masse soggiaceranno alla strategia, non nuova ma sempre abile e tempestiva, della borghesia dominante. Su noi non avrà presa l’inganno perché abbiamo vagliato da tempo i programmi e le rivendicazioni reali degli uni e degli altri, e abbiamo provato che la loro realizzazione non fa avanzare di un passo la lotta tra le classi sociali, tra la borghesia e il proletariato. Quale punto dei democratici e degli stalinisti è rigettato dai fascisti? L’ideologia patriottica, no. La superstizione nello Stato al di sopra delle classi, no. La coesistenza pacifica e concorde delle classi per il bene supremo della nazione, no. Neppure misure di organizzazione della produzione, che sono etichettate come socialistiche e che sono solo nazionalizzazioni delle aziende e dirigismo statale, sono rigettabili da alcuno dei blocchi, essendo retaggio dell’intera classe borghese. Leggete la stampa fascista e quella staliniana: sono zeppe di invocazioni alla gestione operaia delle aziende. Guardate a Tito e a Perón, a Bevan e Mossadeq: nazionalizzano a tutto spiano, il loro motto è quello mussoliniano: «tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato». Ognuno dice di attuare… il socialismo. L’uno è il sosia dell’altro.
A coloro che obietteranno che la «situazione» è cambiata, non risponderemo negando. Anzi, accetteremo che essa si presenta, se noi sapremo lavorar bene, meno sfavorevole al nostro compito diretto a mostrare agli operai la sostanziale convergenza controrivoluzionaria, al di sopra delle varie retoriche e mitologie, dello schieramento fascista e di quello demo-staliniano. Ciò non significa che ci nascondiamo le formidabili difficoltà e l’asprezza politica delle reazioni alla nostra fatica di chiarificazione e di delimitazione politica, che il raddoppiato furore partigianista degli uni e degli altri renderà quanto mai ardua. Non cambierà nonostante il «cambiamento» della situazione, la nostra linea di incondizionato rifiuto a qualsiasi sorta di iniziative, non nuove ma mai deposte, di bloccardismo, di fronteunismo, di unione sacra popolare contro il fascismo. Il fascismo non si combatte alleandosi con i suoi complici e manutengoli, quali sono tutti i partiti e le forze politiche che lavorano a mantenere il proletariato nel rispetto della legge borghese. Il fascismo si seppellisce solo seppellendo la legalità borghese.
Le « spese sociali » dello stalinismo
Uno dei clichés della propaganda staliniana è che, se anche è vero che in Russia e Paesi satelliti lo Stato preleva sotto forma d’imposte una quota del reddito personale non inferiore (e spesso superiore) a quella degli Stati democratici occidentali, la spende però in opere di assistenza sociale, per cui i soldi tolti da una delle tasche di Pantalone gli rientrano dall’altra. Lasciamo stare che lo stesso argomento usano i propagandisti dell’Occidente, giacché non v’è Stato per quanto « reazionario » che non si diletti di spese in opere pubbliche e in istituzioni « sociali »: guardiamo un po’ alla sostanza di queste spese.
L’Unità di Genova, del 23-5, annuncia con sommo compiacimento che in Cecoslovacchia, cioè in una delle gemme del diadema democratico-popolare, il bilancio statale contempla stanziamenti a favore delle chiese per un « miliardo e mezzo di corone, pari a circa 18 miliardi di lire italiane », e specifica che un miliardo di corone vanno per l’amministrazione e i bisogni delle chiese, mezzo per gli stipendi dei sacerdoti, 66 milioni per le « assicurazioni sociali dei reverendi parroci e dei padri appartenenti ai diversi ordini », (benedetta la democrazia popolare! i preti, non contenti dell’assicurazione in cielo, ne ottengono l’assicurazione in terra!) 70 per le « istituzioni sociali delle chiese », 51 per « garantire l’insegnamento religioso nelle chiese » e via di questo graziosissimo passo.
L’articolo non si ferma qui, ma vanta l’opera di ricostruzione delle chiese e dei luoghi di culto in genere, e conclude – con grande gioia dei lettori proletari – che « gli stanziamenti di quest’anno, che superano quelli dello scorso esercizio di circa 30 milioni di corone, sono i più importanti che le chiese si siano viste devolvere da qualsiasi governo » – né, aggiungiamo noi, poteva essere diverso, visto che le democrazie popolari sono all’avanguardia del progresso…
Allegri, dunque, il bilancio dello « Stato socialista » contempla un aiuto ai preti che neppure lo Stato tradizionale si sognava di concedere. Sono le « spese sociali » che, secondo la propaganda staliniana, compenserebbero in regime demopopolare l’alta quota di reddito assorbita dalle tasse. E poi le pinzocchere si spaventano del… comunismo!
Borghesi senza proletari? Pt.1
«Noi qui negli Stati Uniti dobbiamo ancora percorrere molta strada per far divenire i dirigenti e gli operai delle fabbriche dei veri e propri soci, ma siamo già sulla buona strada». E sia lodato il cielo. Tale consolante notizia ce l’ha data mister Clinton S. Golden, ex consulente sindacale dell’ECA, in un discorso tenuto in occasione della visita degli industriali europei negli Stati Uniti. Egli ha continuato così: «Tale sviluppo favorevole (cioè la trasformazione degli operai in soci azionisti delle aziende) non avverrebbe su vasta scala se non esistesse un movimento sindacale forte ben disciplinato ed organizzato che ha già saldamente stabilito, con la maniera forte (mamma mia, come sono terribili i sindacalisti USA!) i suoi diritti circa i contratti collettivi».
Grazie mister Golden. Voi ci date ancora l’ennesima conferma di quanto attuale e completa sia la teoria marxista. Il vostro modo di fare il ciarlatano dalla faccia di bronzo, Marx lo conosceva fin dal lontano 1848, data del Manifesto dei Comunisti. Ma da quel tempo è passato un secolo intero di dominazione capitalistica e, a scorno della concretezza degli ideologi pari vostri, non abbiamo assistito ad uno, diciamo uno solo, esempio di realizzazione di quello che Marx ed Engels definivano col termine di «socialismo conservatore e borghese». Da quel tempo, qualunque operaio è divenuto per il gioco tirannico delle leggi sociali vigenti un socio, un padrone di aziende, ha dovuto spogliarsi della sua primitiva natura sociale, e divenire esso stesso uno sfruttatore, ha dovuto cioè passare nella classe dei borghesi.
L’impossibilità che la classe dei proletari, dei prestatori di opera possa comunque divenire socia di affari della classe borghese sfruttatrice è dimostrabile dai vostri stessi ragionamenti. Gonfiando le gote, voi dite: «Non credo che il capitalismo possa a lungo sopravvivere in qualsiasi paese in questi giorni calamitosi, se il capitalismo e i lavoratori non accettano con fede il principio che una economia possa espandersi in profondità, e se non fanno quanto deve essere fatto per espandere l’economia in tal senso». Ma che significato pratico hanno i vostri ragionamenti sulla espansione dell’economia? In sostanza si tratterebbe, nientepopodimeno, di questo: «Importante per una economia che si espande sono la suddivisione e la distribuzione dei benefici derivanti dalla produzione e dalla produttività in aumento. E’ assolutamente essenziale che di tali benefici ne vengano a godere gli operai sotto forma di salari più alti; gli altri consumatori, sotto forma di prezzi più bassi; ed i proprietari sotto forma di profitti, che dovrebbero essere reinvestiti nel processo produttivo in un ciclo ininterrotto».
Il fatto inoppugnabile, e solo questo, che il vostro discorso è pubblicato sulle splendide pagine de «Nel mondo del lavoro», stampato con i dollari U.S.A. e gratuitamente distribuito, ci rassicura, egregio mister Golden, che non stiamo leggendo un discorso di Di Vittorio. Infatti l’argomento è identico. Due gocce d’acqua, d’acqua marcia, si intende. Ma lasciamo correre… Salari alti, prezzi bassi, reinvestimento dei profitti: ecco riassunto in sintesi la vostra teoria (vostra nel senso sociale, non personale giacché voi siete solo uno scimmiottatore maldestro) della «profondità del mercato». A dimostrazione della vostra idiozia tipicamente americana, tenete ad aggiungere: «Se queste cose (vedi sopra) non vengono fatte accuratamente, saggiamente, prudentemente ed in modo continuativo, i mezzi della tecnica moderna diventano una dannazione piuttosto che una benedizione perché allora la capacità di produzione sorpassa la capacità di consumo».
Benissimo. Avete messo il dito sulla piaga. la quadratura del cerchio capitalista è rappresentato appunto dall’insolubile problema sociale che è determinato dalla fondamentale esigenza dell’equilibrio tra salari e prezzi. Rifuggendo da errate interpretazioni lassalliane del rapporto salario-profitto, non abbiamo difficoltà ad accettare che il capitalismo riesca, nel campo della grande industria, ad ottenere e gli uni e gli altri. e i salari relativamente alti e i prezzi bassi. Ma ciò si ottiene in un solo modo: innalzando forzosamente il livello della produttività del lavoro, il che significa aumentando percentualmente gli sforzi produttivi dei lavoratori, affinché un accresciuto montante della produzione compensi il lecco elargito agli operai occupati. Esempio pratico di un aumento di produttività: la massa di prodotto realizzabile occupando 1.000.000 di operai, viene ottenuta mediante la meccanizzazione ad oltranza dei mezzi di produzione e mediante l’accresciuto sforzo lavorativo degli operai il che consentirà la riduzione della massa impiegabile dei lavoratori, poniamo a 250 mila unità. Ovviamente il tasso del profitto salirà in proporzione, e agli imprenditori riuscirà possibile aumentare relativamente i salari degli operai occupati. Ma, e gli altri 750.000 operai che sono stati sacrificati sull’altare del Dio Produttività e gettati sul lastrico, ad ingrossamento della armata industriale di riserva? Si gioveranno anch’essi degli aumenti di salari concessi agli operai occupati?
Grandi ritorni
Cara Battaglia,
il deputato socialista di Firenze, on.le Garosi, in un discorso tenuto a Tempio Pausania (Sassari) il 1º maggio del 1920, alle ore 10 precise sulla Piazza Nino di Gallura, davanti a circa quattromila operai e operaie, dopo aver esaltato la rivoluzione di Ottobre capeggiata da Lenin e dal partito bolscevico, concludeva additando al ludibrio dei proletari il «Nitti delle guardie regie, Nitti della signora dalla pelliccia di 300.000 franchi, la signora che colla sua lussuosa macchina trascorre le giornate più belle della sua non ancora tramontata giovinezza vagolando da una capitale all’altra d’Europa a godere le gioie del mondo col sudore tratto dalle vostre fatiche, mentre voi, lavoratori e lavoratrici, godete la polvere e respirate la puzza della benzina». Tra gli applausi scroscianti, un solo fischio anonimo.
Che ne penseranno l’interruttore del 1920 e le masse che assistevano al comizio e che ora avrebbero dovuto eleggere in nome degli «interessi popolari» il Nitti della signora dalla pelliccia da 300.000 lire non svalutate? Per i lavoratori l’imbroglio continua; e le guardie e le pellicce circolano tranquille.
Saluti.
Uno di Arenzano presente al discorso
Consigli di gestione e azionariato operaio
L’accusa più ricorrente che viene mossa a noi, anche da operai scarsamente informati del nostro lavoro politico, è che tendiamo ad applicare a tutte le forze dello schieramento politico uno schema mentale di intransigente ostilità. Ciò succede perché gli operai influenzati da falsi partiti proletari non riescono a riferire realisticamente le rivendicazioni programmatiche e l’azione politica di codesti partiti alle esigenze della lotta di classe tra borghesia e proletariato. Ora non occorre proprio partire da una preconcetta ostilità contro i partiti in cui si divide la classe dominante italiana, per concludere che nulla di sostanziale li divide sul piano delle «soluzioni» da essi rispettivamente proposte in relazione alla lotta di classe. Prendiamo ad esempio la politica seguita dai principali partiti in vista della cosiddetta partecipazione degli operai alla gestione delle aziende.
La dominazione della classe borghese si effettua nell’esercizio del diritto di proprietà privata sui mezzi di produzione e sui prodotti del lavoro sociale. Dove esiste la proprietà statale, lo sfruttamento del lavoro sociale si perpetua, nonostante il camuffamento della classe dominante, nelle forme di distribuzione mercantile e monetaria, per cui i produttori restano nella condizione di operai salariati non aventi diritto di possesso sui beni prodotti. Che la questione del controllo sui mezzi di produzione e sulla massa totale dei beni prodotti sia al centro della lotta di classe tra operai e capitalisti è ammesso ormai non solo dai marxisti, ma da tutti i partiti politici in cui la classe dominante si scompone. Le prove sono fornite dalla enorme letteratura (che ogni partito pseudo-proletario o borghese, non esclusi i fascisti, attivamente collabora a ingrossare) e che specula, sproloquiando, sul tema della cosiddetta ammissione degli operai alla gestione delle imprese e alla spartizione degli utili. Siamo disposti a farci harakiri, se qualcuno riuscirà a provarci che uno solo dei partiti, che oggi tengono il cartellone in Italia e fuori, non includa nel suo programma la rivendicazione della gestione interclassista delle aziende…
Per comodità di esposizione, dobbiamo interessarci dei partiti principali, lasciando i minori, quelli che non hanno vasta influenza politica e una estesa macchina sindacale alle dipendenze. Consideriamo la «politica sociale» dei massimi partiti italiani: il P.C.I. e il partito democristiano, lasciando subito da parte la ipocrita e vana pretesa della C.G.I.L. e dalla C.I.S.L. di svolgere attività autonoma dalla lotta politica. Entrambi discutono quotidianamente, tirando in ballo la Costituzione, sul principio dell’inserimento degli operai nella gestione delle aziende. Divergenti, ma solo apparentemente, sono le soluzioni pratiche che ognuna delle due grandi organizzazioni politiche e sindacali propugna. L’abbiamo detto nel titolo: Consigli di Gestione e azionariato operaio.
Ogni operaio che lavora in una grande azienda industriale ha sufficienti nozioni della natura e delle funzioni del Consiglio di Gestione ideato, proposto e in molti casi attuato dalle forze sindacali legate alla C.G.I.L…. e per essa al P.C.I. Il Consiglio di Gestione è un organo composto di rappresentanti del salariato e degli impiegati di una data impresa, cui è affidato il compito di collaborare con la Direzione nella gestione dell’impresa, interessandosi di migliorare le attrezzature, razionalizzare i processi produttivi, incrementare le vendite dei prodotti, procurare, magari con azioni di massa, ordinativi, commesse, finanziamenti governativi ecc. Clamoroso il caso del Consiglio di Gestione della FIAT che recentemente contrapponeva un modello di auto utilitaria al progetto approvato dalla Direzione stessa della FIAT, dimostrando che quest’ultimo comportava più alti costi di produzione. Meglio di mille ragionamenti, il caso della FIAT vale ad illustrare la funzione del Consiglio di Gestione propugnato dal P.C.I. È chiaro che un simile organismo, nonostante abbia finora solo un voto consultivo e sia stato ridotto dai capitalisti a mera formalità burocratica, tende a fare meglio… dei capitalisti gli affari del Capitale. Esso, se accettato dalla borghesia industriale, lavorerebbe sicuramente a snellire i processi produttivi e a ridurre i costi di produzione delle automobili, delle sigarette, delle navi e via dicendo. Ma risolverebbe il problema storico del controllo sui prodotti del lavoro sociale, che è il fondo della lotta di classe? No, evidentemente. Il Consiglio di Gestione ammette la partecipazione dei rappresentanti operai alla conduzione degli affari economici e produttivi delle aziende, ma non scalfisce affatto il principio fondamentale su cui vigila la forza armata dello Stato borghese: il diritto di proprietà del capitalista sulla massa dei prodotti.
Subodorando che l’interesse di classe delle masse lavoratrici le porta istintivamente a porsi la questione del possesso dei prodotti del loro lavoro, altri nemici della classe operaia puntano sul cosiddetto azionariato operaio. Si tratta della pretesa di trasformare i lavoratori in proprietari. Un esempio pratico dell’applicazione di tale furfantesco principio, errato teoricamente e truffaldino in pratica, è stato dato recentemente dalla Montecatini la quale decideva di distribuire a ciascuno dei suoi dipendenti, operai e impiegati, un certo numero di azioni. Siccome abbiamo considerato le funzioni del Consiglio di Gestione, supponendo cioè che tale misura fosse felicemente realizzata, facciamo l’ipotesi che i dividendi spartiti a fine d’anno dal Consiglio di Amministrazione delle varie società industriali fossero veramente distribuiti agli operai in misura non irrisoria, come accade in pratica, quando agli operai vengono assegnate, come nel caso della Montecatini, una mezza dozzina di azioni a testa. In tale caso, ipotetico ed astratto, si realizzerebbe la demagogica parola d’ordine propria dei cattolici: «Tutti proprietari», che dovrebbe allontanare definitivamente lo spettro della messa in comune dei mezzi di produzione e dei beni di consumo, che il comunismo rivendica. È chiaro che in tale ipotetico caso non si verificherebbe nessuna novità sostanziale, ma bensì un più stretto assoggettamento delle masse alle leggi economiche che reggono il sistema capitalista, una più trascinante spinta del salariato a seguire il capitalismo nelle convulsioni che sono inseparabili dalla sua propria dinamica che si esprime nella concorrenza, nelle crisi commerciali, nelle guerre imperialiste. Esempio: se fosse possibile che gli operai della Montecatini partecipassero in misura notevole alla spartizione degli utili e lo stesso avvenisse, poniamo, per la I.G. Farben tedesca, la partecipazione agli utili delle masse lavorative concesse dai due colossi monopolistici non cancellerebbe affatto le cause di concorrenza e di rivalità che sono inseparabili dall’esistenza stessa delle ditte capitalistiche.
È chiaro che né la effettiva partecipazione del salariato alla gestione delle aziende, sbandierata dagli autori dei Consigli di Gestione, né la concessione agli operai di un pacchetto azionario tale da assicurare agli «azionisti operai» il potere di influenzare le deliberazioni dei Consigli di Amministrazione delle Società, sono rivendicazioni suscettibili di pratica realizzazione. Esse sono solo formule propagandistiche che il capitalismo sa di non poter mai realizzare, a meno che non si accetti che la borghesia possa rinunciare volontariamente ai propri privilegi, il che è per lo meno ingenuo come credere al Paradiso. Ma appunto per dimostrarne la falsità e le finalità reazionarie, abbiamo supposto la piena realizzazione del principio stalinista del Consiglio di Gestione e di quello democristiano dell’azionariato operaio. In conclusione, le famose riforme di struttura, proclamate da stalinisti, democristiani, socialdemocratici, fascisti, ecc… ecc… (altra trovata sono i Comitati aziendali di produzione fondati sul piratesco principio che maggiore produttività equivale a migliore tenore di vita della classe operaia) tendono a legare gli operai alle imprese capitalistiche, facendoli partecipi non già degli utili né della direzione tecnica e amministrativa, ma solo della loro politica di conservazione e di incessante accumulazione. È chiaro che tali riforme possono essere accettate solo da coloro che illudono gli operai con mirabolanti piani di distruzione pacifica e progressiva del capitalismo, che insegnano alle masse la falsa dottrina della eliminazione del capitalismo mediante i mezzi legali offerti dalla stessa classe dominante. Gli operai rivoluzionari che hanno afferrato l’incontrovertibile verità che il capitalismo si distrugge in una lotta violenta, extralegale, insurrezionale, non possono accettare né la rivendicazione dei Consigli di Gestione né quella dell’azionariato operaio, attorno alle quali ruotano, a parte le differenze verbali e formali, i programmi «sociali» di tutti quanti i partiti politici italiani.
Straightening Dogs' Legs
1994 Introduction
In the years that followed the Second World War, conditions were hostile to the survival of a revolutionary minority: the defeated Axis countries were occupied by the Allied armies who imposed counter-revolutionary order, and everywhere proletarians were disarmed and defeated. Although a few thousand rallied around the Communist Left in Italy, the great majority of proletarians succumbed to the reformist and Stalinist parties, whose watchword might just as well have been: “prostrate yourselves before the national interest”. Under these conditions, there could be no revolutionary upsurge.
The situation, then, was objectively unfavourable to the communist party. Since any possibility of criticism with actual weapons was ruled out, our party devoted its main energy to honing the weapons of criticism. What was needed was to reaffirm the fundamental points of Marxism in relation to the conditions of the time and this meant demonstrating that no “new facts”, of any description, would warrant any updating of the principles or programme of communism. Only by reiterating the line of the historic Marxist party would it be possible to re-establish the formal party on a sound basis. Given that the counter-revolution had become entrenched and was unlikely to loosen its grip for the foreseeable future, any recourse to frenzied activism justified by theoretical “novelties” would certainly weaken the party, and actually delay the revolution.
The series of articles “On the Thread of Time”, which started to be published in our bi-monthly paper Battaglia Comunista in 1949, was a key element in this work of reconstruction. The series constantly referred to the positions taken by Marx and Engels in situations akin to those faced by our party in the period after World War II. For this reason, the articles were generally divided into two sections, “Yesterday” and “Today”.
In the article translated here, however, this format was temporarily abandoned. In its place a range of wrong counter-theses are opposed to theses which are correct. For the most part, the counter-theses had already been expressed by various comrades in the Internationalist Communist Party (the name adopted by the formal party in the fifties). Their views had already been responded to on many occasions, in articles and reports of meetings, in correspondence and discussions, and yet it was still felt, after several years of it, that a summary of the issues which had been raised was required. It was pointed out at the time that erroneous views are all the more dangerous for appearing to be close to Marxism.
Within a few months of the publication of the article the dissenting tendency would leave the party, taking with them the titles of the party’s press. This was quite permissible under bourgeois law, but it was all they could to take with them; Marxism they would leave behind. From that time on the various vicissitudes of this group would be of minimal interest to us.
So, the restatement of Marxist positions contained in the present article was, at least in part, in response to an ephemeral upheaval. Why republish it today? The explanation of the original title provides the answer: “Le Gambe ai Cani” is a contraction of an Italian expression which means literally to straighten the dog’s legs; a metaphor for zealous attempts to redeem the irredeemable; in the present article implying the effort to straighten out misconceptions which will persistently reappear, no matter how often attempts are made to clear them up.
The situation is now more favourable for us than it was back in the fifties. Since the mid-seventies, the capitalist crisis has let up for shorter periods. The system of alliances which dominated the world for four decades has collapsed or is in the process of collapsing. Russia, today even less “equivalent” to the U.S. than it was in 1952, has dropped the organisations in the West which were subservient to it and which are now completely indistinguishable from the rest of the bourgeois mire. We are witnessing a tentative rebirth of class organisations in some parts of the world and the grip of the counter-revolution seems less firm than before.
These changes in the world situation have only confirmed the arguments which were put forward in the present articlee. The activist folly of the fifties doubters has not accelerated the course of history by one iota. Yet just as we can be sure that the confusion and lack of precision countered in this text will crop up again, so we can also be certain that Marxism doesn’t need to be revised or changed. Marxism is a theory applicable in both revolutionary and counter-revolutionary periods, and the article is still a powerful summary of our positions, of use both to party members and to those drawn towards the party tradition.
[Editorial Note: we refer above to the titles of the party’s publications being taken by the dissenting tendency and that this was “quite permissible under bourgeois law”. But it wasn’t actually a question of ownership in the sense of person(s) putting up money and taking what they considered themselves to be entitled to. Under Italian law publications have to be registered with the State. The named individual becomes responsible for what is printed and can be merely a nominal representative and not necessarily responsible for doing the bulk of the work. By taking the titles of the party’s publications the hardest workers were therefore left without a journal and a review, and the editor of both publications was left sitting at his desk.
Despite the problems all this caused, we steadfastly refused to get bogged down in arguments about assets, money and materials, and we certainly weren’t going to allow bourgeois law to make decisions about our political affairs. For those who went off with our ex-titles, nothing more needs to be said. Up to the time of their departure these titles were ours, and thus they remain. They contain our work and are the product of years of struggle and clarification. No matter what has become of them now (and whether they actually justify the use of paper they are printed on), the early editions of Battaglia Comunista and Prometeo will remain forever untarnished].
1952 Preface
At the end of the Second World War, it was easily to conclude that a few weeks would suffice to dispel the noble yet futile illusion that great armed, revolutionary working class movements would emerge, similar to those at the end of the First World War.
There were two principal aspects of this complex development which we will reiterate once again. The victorious armies, instead of resting content with the unconditional surrender of the enemy’s general staff and government powers, completely suppressed the functions of both, occupying the entire territory of the conquered countries and establishing within them an indefinite state of emergency. From this flowed the uselessness in practice of the favourable power relations that existed between proletarian class and state defeated in war, and the impossibility of a rapid transition from support or acceptance of the war to defeatism. The other aspect was the decomposition of the revolutionary movement of the Third International, which, following on from a series of tactical deviations to the right in 1922, around the time of the formation of the Italian party, bit by bit deserted revolutionary positions until finally it ended up resituating itself on the terrain of the traitor movements of the second International and the First World War; indeed becoming even worse than them.
On the other hand these two factors in post Second World War power relations were apparent not only at the beginning of the war, but from the time when totalitarian bourgeois governing parties were being formed in various European countries. Using this historical fact to establish the inviolable prospect of a new type of “ideological war” at the European level, and “interclassist blocs” within the various nations, the deserters from communism who took their lead from Moscow would wallow in this political perspective in the most crass and disgusting way. The fact that having ceased to be classist and communist they remained totalitarian, and that through their politico-military manoevrings abroad they had had a brief love affair with the bourgeois totalitarian Nazis just compounded their betrayal.
The conclusion to be drawn from these premises was that the time the proletarian movement would take to recover, and rid itself of the old opportunist scabies and the new and even more paralysing syphilitic sores, was measurable in decades not years, and that the task of those groups that had stuck to, and defended, the position which 99% of the communists of 1919 vintage had deserted, would turn out to be a long and difficult one, beginning with the laborious job of drawing up a balance-sheet of the counterrevolutionary catastrophe; which needed to be examined, understood and utilized to effect a complete reorganisation.
It is towards this end that the limited forces available have been working in Italy for the past seven years (forces which are maybe even weaker outside Italy) recovering historical and informational data and carrying out analytical work which has taken a resolute stand against glib pessimism of the type which maintains that since things have gone so wrong then first principles must – if not entirely, at least for the most part – be abandoned and replaced The review, Prometeo, and the newspaper, Battaglia Comunista, have worked hard to maintain this essential cornerstione: the continuity of the theory and the method of action of the communists.
Given the nature of the task and the means needed to accomplish it, clearly any noisy impact on “Italian politics”, as those in radio, the newspapers and election candidates booming out through their megaphones understand it, would be distinctly lacking. In fact, it was decidedly for the best as crude impatience has only ever made a difficult path even longer. After all, Marxism has toiled for a century to boot out those inclined to such emotions; and when it succeeds, and against the prevailing wind too, then that’s a good result.
This work is founded on an appeal to the movement’s fundamental texts and theses, on its experience and on its history from the time it arose, and on the evaluation of recent historical facts in the light of the original Marxist vision: what has been elaborated can be found distributed in various passages and studies, with constant, untiring reference to the essential quotations.
Put bluntly, this is our position: new facts do not lead us to correct the old positions, nor to supplement or rectify them. Today we interpret the original Marxist texts in the same way as we did in 1921 and even before that; and we interpret later facts in the same way; the old proposals regarding methods of organisation and action remain valid.
This work is neither entrusted to individuals nor committees, much less so to bureaus. In timing and quality, it is part of a unitary operation that has been unfolding for over a century, going well beyond the birth and death of generations. It is not inscribed in anyone’s curriculum vitae, not even of those who have spent an extremely long time coherently elaborating and mulling over the results. In this work of elaboration of key texts, and also of studies interpreting the historical process that surrounds us, the movement prohibits, and has to prohibit, personal, extemporary and contingent initiatives being taken.
The idea that some obliging bloke, with pen and inkwell and an hour or so to spare, starts writing texts from scratch, or else, the Cyrenic, long-suffering “base” is urged to do so by some circular letter or by some ephemeral academic meeting, whether noisily public or in secret, well, it is just childish. The results of such efforts should be disqualified from the outset; especially when such an array of dictates is the work of those who are obsessed with the effect of human intervention in history. Is it men in general, particular men, or a given Man with a capital M who intervenes? It’s an old question. Men make history, it’s just that they have very little idea how and why they make it. As a rule, all the ‘fans’ of human action, and those who mock what they allege to be fatalist automatism, are generally the very people who privately nurture the idea that their own wee bodies contain that predestined Man. And they are the very ones who do not and cannot understand anything at all: they fail to see that whether they sleep like logs, or realize their noble dream of rushing around like men possessed, history will not be affected one iota.
Coldly cynical, and totally lacking in sympathy for any of these super-activist specimens so convinced of their own importance, to them, and to every synedrion of innovators and would-be helmsmen, we repeat: Go back to sleep! You can’t even set an alarm clock.
The task of setting the Theses in order and straightening out all the dogs’ legs veering off on all sides – a task which always arises when least expected – needs considerably more than a short speech or an hour or so at some little congress.
It isn’t easy to compile an index of all the places where it is necessary to plug the holes, a work evidently seen as inglorious by those born to “pass into history”, whose style, rather than patching up, is to totally destroy. Still, we think a small index might be useful, even though it obviously won’t be perfect and will contain repetitions and inversions. We will compare correct with erroneous theses: we won’t however call the latter anti-theses since such a term is easily confused with antithesis, which suggests two different theses side by side in opposition. We prefer to use the term counter-theses.
Also, purely for clarity’s sake, we will divide the points we wish to make into three obviously interconnected sections, namely: History, Economy and (in inverted commas) Philosophy. We completely disregard those theses which are blatantly bourgeois and opposed to our own, and whose refutations are well-known, and sometimes we consider as counter-theses notions which are, more than anything, just incorrect formulations, but ones which have nevertheless prevailed as bad habits and given rise to much misunderstanding.
Historical theses and counter-theses
Counter-thesis 1. From around the beginning of the nineteenth century, society is divided into two conflicting classes: the bourgeois holders of the means of production, and proletarian wage-workers.
Thesis 1. According to Marx there are three classes in the fully industrial countries:
1 – Industrial, commercial and banking capitalists
2 – Landowners, the designation being entirely apt in the bourgeois world with its free market in agrarian land,
3 – Wage-labourers.
In all countries, but above all in those whose industry is barely-developed, and during the period in which the bourgeoisie has not yet taken political power, there are other classes present in varying degrees, such as: feudal aristocracy, artisans, peasant proprietors.
First the bourgeoisie, and then the wage earners, began to have historical importance at various times in various countries: Italy, 15th Century – Low Countries, 16th Century – England, 17th Century – France, 18th Century – Central Europe, America, Australia, etc., 19th Century – Russia, 20th Century – Asia today.
The result is class struggles composed of different class fronts and in areas which are very different.
Counter-thesis 2. Proletarians are, and demonstrate themselves to be, indifferent to the revolutionary struggles of the bourgeoisie against the feudal powers.
Thesis 2. The proletarian masses struggle everywhere on the insurrectionary terrain to overthrow feudal privileges and absolute power. In various countries and at various times, a significant part of the working class ingenuously see in bourgeois democratic demands a real conquest for poor citizens too. Another stratum, which can see that the bourgeois taking power are also exploiters, is influenced by the doctrine of “reactionary socialism” and wants to ally itself, in its hatred for the bosses, with the feudal counter-revolution. The most advanced part holds to the correct position: bosses, and the workers they exploit, can share no common ground in terms of ideological and “civil” demands, but the bourgeois revolution is necessary, both in order to pave the way to the use on a grand scale of associative mass production, which allows an improved standard of living, and greater consumption and satisfaction to the poor part of society, and in order to then make possible the social management, initially by the proletariat, of the new forces. Hence the workers strike out with the big bourgeoisie against the nobility and clergy, and even (Communist Party Manifesto) against the reactionary petty bourgeoisie.
Counter-thesis 3. Where counter-revolutions happened after the bourgeois victory (feudal and dynastic restorations) the struggle did not concern the workers, because it took place between two of its enemies.
Thesis 3. In every armed struggle supporting restoration (the anti-French coalitions are examples of this) and against it (for example, the French republican revolutions of 1830 and 1848) the proletariat fought and needed to fight in the trenches and on the barricades alongside the radical bourgeois. The dialectic of class struggles and civil wars has shown that such help was necessary to the property-owning and industrial bourgeoisie in order to win; but immediately after its victory the bourgeoisie would hurl itself ferociously against the proletariat, which wanted power and social advantages. This same pattern is followed in the inevitable succession of all revolutions and counter-revolutions: the historic help given to the bourgeoisie during its insurrection is the condition for one day being able to defeat it, following a series of attempts.
Counter-thesis 4. Every war between feudal and bourgeois states, or insurrection for national independence from the foreigner, was a matter of indifference to the working class.
Thesis 4. The formation of national States of more or less uniform race and language is the best condition for replacing Medieval with capitalist production, and every bourgeoisie struggles to achieve that end even before the reactionary nobility is overthrown. This arrangement into national states is a necessary transition for the workers (especially in Europe), since internationalism, immediately affirmed by the very first workers’ movements, cannot be arrived at without overcoming the localism in production, consumption and demand typical of the feudal period. Thus it was in its class interests that the proletariat fought for the liberty of France, Germany, Italy and the Balkan statelets; up until 1870, when this arrangement could be said to have been terminated. During the period when the alliance in the armed struggle was still in place, differentiation of class ideologies developed, and the workers shunned national and patriotic struggles. Of special interest to the proletarian movement’s future were the victories against the Holy Alliance, against Austria in 1859 and 1866, and finally against Napoleon III himself in 1870; victories against Turkey and Russia were always of interest; and conversely defeats were negative conditions (Marx, Engels, in all their work; Lenin’s 1914 theses on war). All these criteria are applicable to the modern “Orient”.
Counter-thesis 5. From the moment that the bourgeoisie takes power over the whole of the continents in which the white race predominates, wars become wars of imperialist rivalry; not only does no workers’ movement have any interests in common with the government at war, continuing instead to fight the class struggle to the point of defeatism, but the very outcome of the war in one direction or the other has no influence on the future development of the class struggle and proletarian revolution.
Thesis 5. Lenin is right that wars from 1871 onwards, following the period of “peaceful” capitalism, are imperialist, and that ideological acceptance of them is betrayal; and right that in 1914, whether in the countries of the Entente or in those of the Germans, the duty of every revolutionary workers’ party was to work in opposition to the war and transform it into civil war, above all by exploiting military defeat.
Ruling out any joint armed action with the bourgeois, whether regular or irregular, doesn’t mean that the various effects of military events are no longer worthy of consideration. It is inane to argue that when such immense forces clash the consequences of military reversals are more or less the same. In a general sense it can be said that the victory of the older, richer and politically and socially more stable of the bourgeois States is less favourable to the proletariat and its revolution. There is a direct link between the unfavourable course of the proletarian struggle over the last 150 years – at least thrice the time calculated by Marxism – and the constant success of Great Britain in the wars against Napoleon, and then against Germany. English bourgeois power has now been stable for three centuries. Marx set great store by the American civil war, but the latter did not result in the formation of a power capable of defeating Europe; rather it formed a buttress to English power, and this buttress has gradually become the centre through wars conducted in common and not through direct conflict.
In 1914, Lenin clearly indicated the most favourable solution to be a military defeat of the Tsar’s armies as it would render the outbreak of the class struggle in Russia possible: and he struggled with all his might against the notion that the worst hypothesis was a German victory over the Anglo-French, while branding with equal force the German social-chauvinists.
Counter-thesis 6. The Russian revolution was nothing more than the outbreak of the proletarian revolution at the point where the bourgeois were weakest, and from which the struggle could extend itself to other countries.
Thesis 6. It’s obvious that the proletarian revolution can only win internationally, and that it can and must begin wherever the relation of forces is most favourable. The thesis that the revolution must first commence in the countries with fully developed capitalism, and then in others, is pure defeatism. Against this opportunist position Marxism adopts an approach which is historically very different.
In 1848, Marx considers that in spite of the violent Chartist struggles the class revolution will not explode into being in industrial England. He regards the French proletariat as able to give battle by grafting itself onto the Republican revolution. But above all he considers the fulcrum to be the double revolution in Germany. Here feudal institutions are still in power and Marx sketches out in precise political terms the Germanic proletariat’s manoeuvrings; first with liberals and bourgeois, then immediately afterwards against them.
For at least twenty years and especially after 1905, the year in which the Russian proletariat appears on the scene as a class, the Bolsheviks prepare a similar prospect for Russia. It is based on two elements: the decrepitude of feudal institutions which (the Russian bourgeoisie being as cowardly as it is) must be overthrown – and the need for a defeat, like the one inflicted by Japan, which will provide a second opportunity.
The proletariat and its party, closely linked doctrinally and organisationally with parties in countries which had been bourgeois for some time, identified this as their task: to take on the fight for the liberal revolution against Tsarism, and for the emancipation of the peasants from the boyars; thence on to the seizure of power by the Russian working class.
Many revolutions in history have been defeated, some through not having managed to take power, others by means of an armed repression which overthrew them (the Paris Commune), others without military repression, but through destruction of the social fabric (Italian bourgeois Communes). In Germany the expected double revolution made the first transition militarily (and socially) but failed at the second. In Russia the double revolution successfully accomplished both the first and second military civil war transitions, made the first socio-economic transition, but failed to make the second, that is, from capitalism to socialism; although due not to an invasion from outside, but as a result of the international proletarian defeat beyond Russia (1918-1923). Today the effort of Russian power is not directed towards socialism, but towards capitalism, in its revolutionary march on Asia.
The historical turning-point which could have had Germany in 1848 or Russia in 1917 at its centre cannot really be portrayed as an internal national revolution, it being unthinkable that analogous global influence could be exerted by China for example, even though it is already on the way from feudalism to bourgeois-ism.
The weak point for locally initiating the new international revolutionary phase, from that time on, could only come from a war lost in a capitalist country.
Counter-thesis 7. Granted that it is clear that the formation of totalitarian systems of government in capitalist countries has nothing to do with the counter-revolutions of the restoration covered in theses 2 and 3, and that it is an expected consequence of the economic and social concentration of forces; and that consequently it is to relapse into betrayal to recognise the need for a proletarian-bourgeois bloc to restore liberalism in the economy and in politics and to adopt the partisan method of struggle. And granted that it would also be a mistaken position, in the event of conflict between bourgeois states, to support the group opposed to the one planning to attack Russia – in order to defend a regime which nevertheless derives from a proletarian victory – no influence on the proletarian class perspective and revolutionary revival must be attributed to the solutions of the second imperialist war.
Thesis 7. The historical problem is not exhausted by acknowledging that all the crusaderist interpretations of the war, as ‘ideological’ conflict between democracy and fascism, are just as bad as those given in 1914, to do with liberty, civilisation and nationality. On both sides, these propaganda aims concealed the aim of the conquest of markets and economic and political power; which is correct, but it is not enough. The ending of capitalism can only be realised as a series of explosions of those unitary systems that are the territorial class states; this is the process which should be identified and, if possible, hastened; and from the time of the appearance of imperialist wars, the possibility that it can be hastened by means of proletarian political and military solidarity is ruled out. But it is no less important to decode this process of the ending of capitalism, and to adapt the strategy of the International of the revolutionary parties accordingly. In place of this principled line, however, Russian policy has substituted the cynical state manoeuvre of a new system of power, and this shows that it is part of the constellation of world capitalism. From here the proletarian class movement must start its difficult recovery. And the first stage is: understanding.
At the outbreak of war the Moscow State reached an agreement with the Berlin State. There can never be enough criticism of this historic about-face, accompanied as it was by the deployment of Marxist arguments on the imperialist and aggressive nature of London’s and Paris’s war – which the self-styled communist parties in the countries of the two blocs were invited to participate in.
Two years later the Moscow State allied itself with the London, Paris and Washington governments, and directed all its propaganda toward demonstrating that the war against the Axis was not an imperialist campaign but an ideological crusade for liberty and democracy.
Not only is it hugely important for the new proletarian movement to establish that in both phases revolutionary directives were abandoned, but also to evaluate the historic fact that in the second phase the Russian State, whilst gaining strength and resources for its internal capitalist advance, also contributed to the conservative solution to the war. It did this by contributing an enormous military force which averted a catastrophe at least in the state centre of London, for the nth time unscathed by the storm of war. If such a catastrophe had occurred it would have been an extremely favourable condition for a collapse of the other bourgeois States, starting with Berlin, and for setting Europe ablaze.
Counter-thesis 8. The present antagonism between America and Russia (along with their respective satellites) is between two imperialisms who should both be opposed in the same way. Therefore, whether one or the other gains the upper hand or whether a lasting compromise is established, the conditions under which the revival of the communist movement and the world revolution will be more or less similar.
Thesis 8. Such equations and parallels, when not restricted to condemning support to States in the event of a third world war, to partisan actions on both sides, and to opposing any renunciation of domestic autonomous defeatist actions by the proletariat, forces permitting, are not only inadequate but ridiculous. We can never obtain sight of the path to the world revolution (forecasting it remains a necessity even when history belies the favoured possibilities; without it there is no Marxist party) unless we tackle the question of the absence of a revolutionary class struggle between American capitalists and proletarians, and in England too; places where industrialism is most powerful. The response to this question cannot be separated from the evident success of all the imperialist enterprises and their exploitation of the rest of the world.
Whereas the systems of power in America and England only need to conserve world capitalism, for which they have become prepared over the course of a long and violent historical movement in that direction; proceeding with measured step towards social and political totalitarianism (another inevitable premise to the final collision of forces), and whereas the bourgeois regime is also very advanced within the satellites of this bloc, in the other bloc, on the other hand, conditions are quite the opposite. Here, in the European and extra-European territories, we find a younger bourgeoisie still engaged in a social and political struggle against feudal remnants, and the state formations are newer and have a less consolidated structure. Meanwhile this bloc is reduced to making use of democratic and class-collaborationist trickery in a merely superficial way, it having used up all the resources of the one-party and totalitarian government, thus abbreviating the cycle. Obviously it will relapse into crisis if there is a collapse of the formidable capitalist system centred in Washington, which controls five-sixths of the economy ripe for socialism, and of the territories where there is a pure wage-working proletariat.
The revolution will have to include a civil struggle in the United States; which a victory in world war would put off for a period measurable in half-centuries.
Since today the un-degenerated Marxist movement is minute, it is unable to deploy greater forces to destroy one or the other system from within, although in principle we strive for this. Basically it’s a matter of gathering together those proletarian groups (still very few) which have understood the part Moscow and the pro-Moscow parties have played, through their political collaboration at the highest level for over thirty years, in this consolidation of capitalist power into great organised systems.: first with phoney politics, then with the millions upon millions who fell in battle, it is they who contributed most to ensuring the criminal subjection of the masses to the prospect of welfare and liberty under the capitalist regime and to “Western and Christian civilisation”.
And the way in which the proletariat organised by Moscow fights the latter within the Atlantic countries is this accursed civilisation’s greatest success and best insurance; something unfortunately which also applies to the chances of a possible military attack from the East.
Economic theses and counter-theses
Counter-thesis 1. The cycle of the capitalist economy’s development is heading towards a continuous depression of the standard of living of workers, who are left with barely enough to maintain life.
Thesis 1. The doctrine of the concentration of wealth into units that are ever-greater in volume and fewer in number still stands. However, this theory of mounting impoverishment doesn’t mean the capitalist system of production hasn’t enormously increased the production of consumer goods, by breaking up small-scale production and consumption within small isolated enclaves, progressively increasing the satisfaction of the needs of all classes. Marxist theory maintains that in the process the anarchy of bourgeois production disperses nine-tenths of this multiplied-a-hundredfold energy. It also pitilessly expropriates all the medium-scale owners of small reserves of useful goods, thus enormously increasing the number of those without reserves, whose remuneration is consumed as soon as it is received. In such a way the majority of humanity is rendered defenceless against economic and social crises and the fearful destruction of war inherent in capitalism; and against the latter’s policy, predicted over a century ago, of exasperated class dictatorship.
Counter-thesis 2. Capitalism is overcome if one can assign back the quota of surplus-value taken from the worker (the undiminished fruits of labour).
Thesis 2. Capitalism is overcome when one restores to the working community not the quota of profit on the ten per cent consumed, but on the ninety per cent squandered in economic anarchy. This is not achieved by applying a new accounting system to the values exchanged but by removing from consumer goods their character of commodities, by abolishing money wages, and by means of the central organisation of general productive activity.
Counter-thesis 3. Capitalism is overcome in an economy in which groups of producers control and manage single enterprises and trade freely among themselves.
Thesis 3. A system of mercantile exchange between free, internally autonomous enterprises, as propounded by co-operativists, syndicalists and libertarians, has no historical potential and is entirely non-socialist. It is even retrograde in relation to many sectors which were already organised on a general level in bourgeois times, responding to technical advances and the complexities of social life. Socialism, or communism, means society as a whole acting as one, unique association of producers and consumers. Every company based system preserves the internal despotism of the factory and the anarchy of having to adapt expenditure of labour energy to consumption levels, which today are at least ten times more than necessary.
Counter-thesis 4. Even if State direction of the economy and State management of productive enterprises isn’t socialism, it nevertheless modifies the character of capitalism as Marx understood it, thus modifying the prospect of its collapse and determining a third unforeseen form of post-capitalism.
Thesis 4. The economic neutrality of the political State has never been anything more than a bourgeois claim laid against the feudal State. Marxism has shown that the modern State represents the dominant capitalist class, not society as a whole; and it has also stated from the very beginning that the State is an economic force in the hands of capital and the entrepreneurial class. Dirigisme and State capitalism are further forms of the subjection of the political State to enterprise capital. They outline the expected final, desperate class conflict, which is not a clash of statistical numbers but of physical forces: the proletariat organised into a revolutionary party against the constituted State.
Counter-thesis 5. Given the unforeseen form of economy referred to above, Marxism must, if it is to remain valid, look for a third class which takes power after the bourgeoisie – a now defunct human group of share-holders – but which is not the proletariat. This class, which is the one which governs and has privileges in Russia, is the bureaucracy; or, as is argued for America, the class of managers, to wit, the technical and administrative directors of enterprises.
Thesis 5. Every class regime has had its administrative, judiciary, religious and military bureaucracy, the totality of which is an instrument of the class in power. But the components of this bureaucracy don’t constitute a class in themselves since class is the totality of all those who stand in the same relationship with the means of production and consumption. Since it was unable to feed its own slaves the class of slave-owners had already begun to disband (Communist Party Manifesto) under the reigning imperial bureaucracy, which struggled against the anti-slavery revolution and bloodily repressed it. The aristocrats had long known ruin and the guillotine, yet still the state, military and clerical networks fought to defend the old regime. The bureaucracy in Russia is not definable without arbitrarily separating out a few big fish from the rest: under State capitalism everyone is a bureaucrat. This alleged Russian bureaucracy, in America, managerial class, are instruments without a life and history of their own and are in the service of world capital against the working class. Class antagonisms tend towards outcomes which correspond to the Marxist perspective, which is based on economic, social and political facts, and not to any other outdated idea; and much less to new ideological constructions born out of the present obfuscated atmosphere.
“Philosophical” theses and counter‑theses
Counter-thesis 1. Since economic interests determine everyone’s opinions, in today’s society the bourgeois party represents the capitalist interest, and that composed of workers socialism. Therefore every problem can be resolved by consultation, not of all citizens, which is an invention of the democratic bourgeoisie, but of all workers, whose similar situation gives rise to similar interests and the majority of whom clearly see what the future holds for it in general terms.
Thesis 1. In every age the dominant opinions, culture, art, religion and philosophy are determined by men’s situation in relation to the productive economy and by the social relations derived from it. Hence in every age, especially at the peak and centre of its cycle, one can see that everyone tends towards opinions which not only don’t derive from eternal truths or spiritual enlightenment, but which are far removed from their actual interests, whether of an individual, professional or job category or class nature, these opinions being in large measure shaped in the interests of the dominant class and its necessary institutions.
Only after long and painful clashes of interests and needs, after long physical struggles provoked by class conflicts, does the subject class forge a new opinion and doctrine of its own capable of opposing the reasons given in defence of the constituted order and proposing its violent demolition. Even long after the physical victory, the prelude to the long dismantling of traditional influences and lies, still only a minority of the interested class is in a position to securely set itself on the new course.
Counter-thesis 2. Class interest determines class consciousness, and consciousness determines revolutionary action. By the reversal of praxis is meant the contrast between the bourgeois doctrine, according to which every citizen must form a political opinion for reasons of ideals or culture, and accordingly act even against his own group interest, and the Marxist doctrine, according to which each person’s individual opinions are dictated by their group or class interests.
Thesis 2. The reversal of praxis, according to the correct vision of Marxist determinism, means that, whereas each individual acts according to environmental determinations (including not only his physiological needs but also all the innumerable influences of the traditional forms of production) and only after having acted tends to have a “consciousness”, imperfect in varying degrees, of his action and the reasons he acted; and whereas this is the case also for collective actions, which arise spontaneously and due to material conditions before they become ideological formulations, the class party regroups the advanced elements from within the class and society who possess the doctrine of what lies ahead. The party is therefore the only one which, not arbitrarily or by reason of emotive enthusiasms but by proceeding rationally, is an element of that active intervention which in the language of the professional philosophers would be called “conscious” or “intentional”. Conquering class power, the dictatorship, are functions of the party.
Counter-thesis 3. The class party shapes the revolutionary doctrine and in response to new events and situations transforms it according to the new needs and requirements of the class or of tendencies within it.
Thesis 3. A historic revolutionary class struggle, and a party which acts on its behalf, are real facts and not a doctrinaire illusion, inasmuch as the body of the new theory (which is nothing other than a discrimination of future courses of events yet to happen, the conditions and premises for which can nevertheless be identified in the preceding reality) was formed when the class appeared in History within a new disposition of forms of social production. The continuity of the class doctrine and party, across a wide area and over a long period of time, is the proof of the correctness of the revolutionary forecast.
After every physical defeat of the revolutionary forces there follows a period of disorientation, taking shape as a revision of chapters of the theoretical corpus with new facts and events given as the pretext. The entire revolutionary plan will have been shown to be valid only when, and only if, the goal having been achieved, it can be confirmed that after every lost battle the forces were reconstituted on the same basis and on the same programme established at the time of the “declaration of class war” (1848). Any preparedness to accommodate new, different interpretations of the theory, as demonstrated not by any philosophical or scientific lucubration but from the sum of historical experiences derived from a century of struggle by the modern proletariat, is for Marxists equivalent to a confession of having defected.
Further explanations of these synthetic notes are spread through numerous party writings, and in conference and meeting reports.
Putting a break on dangerous improvisations shouldn’t be considered a task that is a monopoly, or an exclusive right, of anyone in particular.
There is still room for improvement in the presentation of the arguments; the exposition can be made clearer and more effective. Maybe after another seven years, working seven hours a week, it might have improved a bit.
And then, if a few whiz-kids do show up, even a whole load of them, it will then be appropriate to say (as we recall the cold Zinoviev once saying) that men of the sort that only appear every five hundred years have arrived; and he was referring to Lenin.
We expect they’ll be embalmed. We don’t feel we deserve such an honour.
Primati italici
Il Notiziario della Pesca, sotto il titolo «All’Italia il primato degli oneri sociali del lavoro» informa che in Italia detti oneri ammontano al 48,70% dei salari corrisposti, in Francia al 34,8, in Belgio al 22,76, in Germania Occidentale al 22, in Olanda al 19, in Grecia al 15, in Finlandia al 10,70, in Inghilterra all’8 e in Danimarca al 5,30. Da ciò conclude: «l’Italia è quindi all’avanguardia di tutte le nazioni europee nell’opera di previdenza e assistenza a favore delle classi lavoratrici».
Da questa conclusione, Il Timone del 5-12 aprile 1952 trae amare deduzioni sull’onere schiacciante che sopportano le nostre industrie per soddisfare le ingorde fauci dei vari I.N.P.S., I.N.A.I.L., I.N.A.M., I.N.A.-CASA ecc. ecc., perché infatti la «somma paurosa di contributi che opprime tutte le industrie, rendendo i nostri costi di produzione più alti di quelli stranieri, è destinata non già ad assicurare il benessere delle classi lavoratrici ma a garantire lauta e comoda vita a organizzazioni parassitarie le quali in Italia hanno assunto proporzioni enormemente superiori a quelle di altri paesi».
Dunque Il Timone «scopre» che è demagogia vantare certi primati di legislazione sociale, perché non è la classe operaia italiana a beneficiarne ma i parassiti burocrati di tutti gli istituti di previdenza. Il buon Timone va in bestia perché dalle povere tasche dell’industriale italiano (secondo lui è l’industriale e non l’operaio attivo che paga con una parte del suo salario) si fanno tirar fuori troppi quattrini e si provocano così gli alti prezzi dei prodotti che non troveranno perciò più acquirenti sul mercato internazionale.
Che cosa propone allora Il Timone per risolvere i due problemi che gli stanno a cuore, cioè quello economico della realizzazione del massimo profitto industriale e quello politico (tener meglio soggetta la classe operaia) dell’assistenza sociale? Una riforma.
Sempre gli stessi, questi borghesi. Quando vogliono la moglie ubriaca e la botte piena invocano sempre la stessa cosa: riforma. Perché allora, non affidate l’amministrazione dei vostri affari al partito di Togliatti che della riforma è il massimo propugnatore?
Questo partito si è assunto il grave compito di guidare la barca capitalista sul maremoto delle agitazioni operaie. Esso vuol riuscirci appunto con l’uso del solo timone: la riforma, pur sapendo che fa acqua da tutte le parti. Chiedete consiglio alle Botteghe Oscure!
Il marittimo
I cari ricordi di guerra
Nell’ottobre ’43 la guerra infuriava, milioni di proletari si scannavano sui fronti e dietro tutti i fronti. I dirigenti delle due sponde si preparavano a «liberare» i popoli: e brindavano allegramente.
Il capo della missione U.S.A., Magg. Deane, ricorda nella sua Strana Alleanza uno di questi brindisi in cui i «nemici» di oggi – americani e russi – si abbracciavano al coperto di montagne di cadaveri, e faticavano solo, i poveretti, a tagliare i monumenti di gelato.
Leggete, o votati all’austerità e alla liberazione di tutto il mondo:
«Io non avevo mai visto una tavola preparata con tanto lusso: in mezzo c’erano grandi vassoi di argento pieni di frutta fatta venire espressamente dal Caucaso; soltanto nei banchetti ufficiali si vedeva frutta fresca a Mosca. I bicchieri di cristallo, bellissimi, coprivano tutta la gamma dalle coppe per lo champagne ai bicchierini per la vodka. Lungo tutta la tavola correva una fila di bottiglie, ritmate da piatti d’argento pieni di zakouskàs russi, compreso il caviale fresco, grigio, a grana grossa, e quello pressato, nero, solido come catrame; c’erano anche cocomeri in conserva, salmone e storione crudo, fette di prosciutto, salumi, cioccolato avvolto in stagnola multicolore, e le altre leccornie di cui i russi hanno bisogno per stuzzicare l’appetito prima di cominciare il pasto. Le posate erano d’oro massiccio ed i piatti della più bella porcellana che sia mai stata incrostata d’oro. Lo spettacolo era straordinario, e faceva venire in mente la scena del banchetto nel film “Le sei mogli di Enrico VIII”. La colazione fu una sfilata interminabile di piatti, che cominciò con un borsch piuttosto pesante, continuò con un pesce delizioso in salsa olandese, un arrosto con l’insalata e vari altri piatti squisiti, e finì con un enorme monumento di gelato, che presentò problemi vari e difficili ai vari delegati che se ne dovettero servire».
Fuori, patetici appelli erano lanciati alla popolazione civile perché tirasse la cinghia e ai soldati perché offrissero la vita in nome della libertà altrui… di mangiare il gelato.
Vita del partito
A Messina, durante la campagna elettorale, un compagno ha proceduto ad una larga distribuzione del nostro giornale ed è intervenuto nei «comizi volanti» illustrando la nostra posizione nei riguardi della democrazia, dello stalinismo, delle elezioni, e denunciando l’ennesima truffa elettorale.
A Treviso, durante una conferenza tenuta da un gruppo anarchico, un compagno ha preso la parola illustrando la nostra posizione di lotta frontale contro tutte le manifestazioni politiche della dominazione borghese, contro i due blocchi imperialistici e contro i partiti del tradimento che sono a loro affiliati, e riaffermando il concetto che la guerra è radicata nel regime capitalista e da esso inestirpabile.
A Piombino, i compagni di Portoferraio e Piombino, con la partecipazione di compagni fiorentini, hanno discusso sulla situazione attuale e i compiti del Partito. Dopo aver constatato come l’alleanza capitalistico-opportunista soffochi in tutti i Paesi la ripresa proletaria, i compagni hanno riaffermato l’accettazione completa della «base per l’organizzazione», e la necessità di intensificare la preparazione seria e continua dei militanti del Partito, al di fuori di ogni pomposa pretesa volontaristica.