Da Sing Sing a Berlino: Esecuzione capitale ed esecuzione del Capitale
La sedia elettrica di Sing Sing che ha folgorato Julius ed Ethel Rosenberg ha dato la replica alla scarica del plotone militare russo che aveva abbattuto il rivoltoso berlinese Willy Göttling, primo di una tremenda serie.
Noi marxisti non siamo né contro l’uso della violenza né contro la pena di morte come nei vieti principii di ipocrita filantropia, accreditati presso il filisteo borghese. Se la lotta delle classi si svolge in guerra civile e questa è condotta tra due organizzazioni armate, tutti i mezzi che valgono a vincere non sono esclusi, ed in principio si ammette e spiega anche la soppressione dell’avversario catturato, a cui tutte le rivoluzioni si sono viste costrette. Il moto proletario non adulterato eviterà domani le forme ripugnanti e torturatrici della procedura “secondo giustizia”.
Non ha dunque senso l’indagine giuridica e morale sul soggetto dell’esecuzione: interessa vedere qual è la forza sociale che la compie.
I Rosenberg erano cittadini americani? Ma la guerra di classe si fa tra figli di una stessa patria e avete fatto analoga guerra per fini partigiani e democratici tra connazionali come in Italia. Erano spie pagate e lo facevano per denaro e non per opinione politica? E il cittadino Eisenhower non fa il generale e il presidente essendo pagato? “My job” dicono questi disgustosi quacqueri. Di cappello al vostro e al job del boia.
Anche una vera rivoluzione potrà sopprimere i suoi avversari. Ma oggi di là e di qua dall’Atlantico, si “eseguisce” per conservare i poteri del Capitale.
Le due organizzazioni di propaganda stanno al varco di tutte le notizie col loro nugolo di agenti pagati anche loro per una funzione che non ha nulla da invidiare a quella della spia. Le due propagande opposte coi loro clichés in collezione tutti pronti per l’inchiostro si tengono direttamente bordone, e si accreditano l’una con l’altra mentre stoltamente si insultano.
Talvolta però sono colte di sorpresa da un evento improvviso e fuori dalle loro prospettive. Ed allora solo dopo alcune ore imbroccano la suonata. Dopo il primo giorno l’insurrezione dei lavoratori berlinesi è stata dalla stampa atlantica truccata come un movimento per la libertà e la democrazia di Occidente, marca sedia elettrica, e processo ai criminali di guerra, come una lotta per l’unità della patria tedesca e per le “libere elezioni”. Ed allora si fa gioco ai governatori militari russi ed alla stampa stalinista che hanno interesse a far credere – ma riusciranno proprio in eterno nei loro inganni senza precedenti storici?! – che si tratta di provocazione e sobillazione occidentale, e altre sconcezze. Allora è vero che il pittore disoccupato Göttling era anche lui “agente pagato” dalle ambasciate alleate, come i Rosenberg da quelle russe. Ora l’una e l’altra cosa potrebbero essere vere, ma ciò nulla toglierebbe alla verità storica che la giustizia americana e il militarismo russo hanno lavorato contro la classe operaia e per la salvezza dei regimi del capitale, lontani, diversi, ostili tra loro, ma ciò malgrado inchiodati allo stesso troncone sociale.
Solo nel primo giorno la stessa stampa democratica atlantica è stata travolta dalla verità – e con essa la sua stampa rivale che tardi si è rifatta con pietose storture sugli “errori” economici e sulla reazione dei lavoratori che si sono lasciati sobillare! Si sarebbe dimenticato di abrogare le norme della legge del 28 Maggio che imponeva più lavoro per meno denaro, e non aumentava la paga del cottimo! Ma da un secolo sappiamo che si deve lottare contro il cottimo e per la riduzione della giornata! Errori di schematismo: ve la siete cavata così. La raffica di pallottole, ecco una cosa senza errori di schematismo!
Nei primi resoconti si sono visti gli edili dei cantieri della Stalinallee, alla comunicazione delle nuove norme, lasciare spontanei e compatti il lavoro. Sono i valorosi lavoratori di mille lotte sindacali e politiche, sono i nipoti dei vecchi socialisti, i figli degli spartachisti di Carlo e di Rosa. “Hanno marciato verso la grande storica piazza dei quartieri orientali, sacra alle manifestazioni dei ‘rossi’ di trent’anni fa, dove sorge la Camera del Lavoro, dove arringava la Luxemburg: l’Alexanderplatz”. Sono lì presso le Hallen, i grandi mercati, frequentati dai “puri” berlinesi, autisti, scaricatori, addetti alle vendite. “Tutta gente – diceva una canzone berlinese dell’altra guerra – che non perde mai un’occasione di fare a cazzotti”.
I borghesi vedono l’immenso corteo, lo credono ufficiale, poi capiscono e si infilano nelle stazioni della metropolitana. “I borghesi tedeschi hanno sempre preferito far fare le rivoluzioni agli altri, pronti ad accettarle senza protesta”. Detto bene, corrispondente borghese ignoto, dovete aver letto del Marx.
Le cronache dello scontro tutti le hanno lette e non è credibile, senza rovesciare questa sporca società di 180 gradi, pensare che i lavoratori di ogni paese le abbiano lette senza fremiti di solidarietà per il movimento, e per gli eroi “pagati” per tentare di spezzare a sassate le antenne radio dei carri a cingoli, lasciandoseli passare sul corpo senza rinculare.
Tra le righe – dei giornali del 17 Giugno – è dato leggere quale era lo spirito della folla: “Non vogliamo l’abolizione delle norme, ma le dimissioni del governo!” – “Basta con i soprusi” – “Avete tradito le classi lavoratrici” – la massa urlava sotto il Palazzo del Governo, mentre gli agenti tedeschi della polizia popolare si strappavano i distintivi facendo causa comune con gli insorti. E un grido inequivocabile: “Siamo comunisti!” – ed altro di indiscutibile senso storico: “I bonzi a morte!”.
Può darsi che esista una ricevuta di rubli per la cospirazione di sabotaggio della bomba atomica, e una di dollari per la propaganda in Berlino Est. Ciò non ha senso alcuno. Il fatto storico che associa nelle consegne di sterminio il presidente dal sorriso stereotipo da vamp, e la professionale freddezza dei generali sovietici, è che essi sono stati fino a ieri alleati e stretti nella lotta contro il genio malefico dell’antilibertà e dell’antipace, trascinando dietro di sé le masse del mondo intero, promettendo che abbattuto quel mostro i nuovi poteri avrebbero amministrato tolleranza e rispetto della “persona umana”.
Se oggi folgorate e sparate è la prova che invano avete entrambi barato alla storia. L’uso della forza è inevitabile oggi che siete voi al potere, perché esso solo, allorché saranno caduti gli inganni delle crociate per la libertà democratica e il progresso popolare, muovendo da tutte le Stalinallee e le Karl Marx Platz del mondo, disperderà questo potere, brucerà il coprifuoco, infrangerà ogni stato d’assedio.
Il gran provocatore
Dopo aver scaraventato sugli arrestati, sui morti e sugli operai in generale di Berlino l’accusa di provocatori o traviati da provocatori, i dirigenti russi hanno fatto come di dovere l’autocritica, e concluso che, se gli operai non li seguono, la colpa è degli errori commessi dal regime. Le «norme» di lavoro sono perciò state abbassate, gli assegni familiari aumentati, l’attuazione dei piani di costruzione di case operaie accelerata. Si vuol mettere una pezza all’«incidente».
Ma la pezza è peggiore del buco. I dirigenti russi ammettono così che il grande «provocatore» è la persistenza di un regime di sfruttamento della forza-lavoro che accomuna est ed ovest in un’unica legge di difesa del profitto. Fosse o no chiara negli operai berlinesi la coscienza delle ragioni per cui si sono mossi, la loro rivolta è una schiacciante dimostrazione che, su tutti i fronti del mondo «liberato», la legge capitalistica della giungla impera, e che il gigante proletario giace affranto da una gragnuola di sconfitte, ma non domo.
Gli operai berlinesi sono insorti contro la galera del lavoro salariato
I sanguinosi fatti di Berlino Est, che la propaganda orchestrata dai politicanti americani ha preteso di elevare al rango di rivolta contro il comunismo e la stampa stalinista di ridurre al livello di una banale provocazione ordita da teppisti all’uopo pagati, costituiscono senza dubbio un tragico episodio. Tragico per quali motivi, e per chi? Lasciamo da parte i facili effetti emotivizzanti, le speculazioni, tanto più freddamente calcolate quanto più celate nelle astute lamentazioni sui dimostranti schiacciati sul lastrico dai carri armati russi lanciati nelle strade e nelle piazze tumultuanti, sugli arresti in massa, lo stato d’assedio, le esecuzioni sommarie.
Tragici sono stati i fatti di Berlino Est per il proletariato internazionale, perché – mentre gli operai berlinesi insorgevano contro la galera del lavoro salariato – ancora una volta l’imperialismo è riuscito a sfruttare per i suoi fini di guerra una manifestazione della collera proletaria contro lo sfruttamento capitalistico e un tentativo di scuoterne il pesante giogo. Una decina di morti sono meno di una goccia di sangue perduto dal gigante proletario, cui ben più tremende emorragie sono valse solo ad accrescerne la forza vitale. E sia detto a scorno di coloro che quotidianamente svolgono la nefanda opera diretta ad apprendere alle masse l’arte di belare pietosamente sulle proprie sofferenze, mentre l’esigenza vitale di uscire dall’inferno dell’imperialismo spezzandone le basi sociali impone al proletariato di esprimere dal proprio seno combattenti intrepidi, disposti al supremo sacrificio della vita. Non, dunque, lutto per le uccisioni e i cadaveri. Nella lotta di classe, che è inevitabile scontro di opposte potenze sociali, anche una sanguinosa disfatta può essere salutata, benché dispensatrice di crudeli tragedie individuali, come un dato positivo, come la premessa di vittorie future. Ciò avviene allorché la sconfitta mette in luce le manchevolezze esistenti nello schieramento proletario e, quel che conta, mostra le posizioni dalle quali il nemico ha combattuto e che occorrerà espugnare per arrivare alla sua distruzione.
Le manifestazioni di Berlino Est sono costate la vita di un numero imprecisato di operai, ma, quel che è di gran lunga più tragico, non sono servite ad aprire uno spiraglio nella cortina di infatuazioni partigiane che avvolge le menti proletarie. In verità, hanno mostrato di quale fulminea reattività e potere di influenzamento dispongano le opposte, ma solidali sul terreno antirivoluzionario, centrali imperialistiche. Hanno dato la misura della strapotenza delle forze della conservazione, che dovevano scattare in piedi ad imbrigliare un’esplosione sociale scaturita dal crudo contrasto tra le forze di produzione e i tirannici rapporti capitalistici, stroncare sul nascere i germi della rivolta di classe, e sfruttare l’esasperazione delle masse ai fini della polemica bellicista che dalla fine della guerra oppone Mosca a Washington. Con adattamento repentino alle urgenti esigenze dell’ora, le esitanze e le irrisolutezze dello schieramento atlantico cessavano d’incanto, sicché tutti i governi di Occidente, senza bisogno di consultarsi, si sono ritrovati insieme nella comune azione tendente a deviare sul terreno nazionalista del pangermanesimo la ribellione delle masse operaie contro precise imposizioni di carattere inequivocabilmente capitalista e sfruttatore, deliberate dal governo stalinista di Grotewohl.
È vero che le centrali propagandistiche del blocco atlantico non hanno esitato ad incitare alla rivolta. Ciò aiuta a comprendere come il ricorso alla violenza e alla guerra civile sia perfettamente compatibile con la conservazione capitalista, quando beninteso il controllo delle forze operaie sia assicurato a formazioni politiche apertamente o copertamente legate all’imperialismo. L’audacia sfrontata dei governi atlantici, specialmente di Bonn e di Washington, doveva spingersi al punto di denunziare al pubblico orrore il regime di sfruttamento di gente nei paesi del blocco russo. Ma proprio qualche giorno prima dei torbidi, il governo Grotewohl non aveva adottato talune misure di politica economica che provavano, per chi ne aveva bisogno, che il modo di produzione e il regime sociale del preteso mondo del “socialismo trionfante” sono fratelli gemelli del capitalismo che, ad onta della marcia democrazia e della ruffiana libertà, asservisce corpi e menti al di qua della cortina di ferro?
Da parte loro, gli oppressori sotto etichetta socialista e comunista non esitavano un attimo a mettersi sotto i piedi tutto il ciarpame propagandistico sul pacifismo e la tolleranza sociale, e passavano il comando della contro-azione ai generali super decorati, alle divisioni corazzate, ai plotoni di esecuzione. Mentre il governo Malenkov tende la mano agli imperialisti di Washington, implorando l’accordo internazionale e la discussione pacifica attorno al tavolo verde dei convegni dei Grandi, i generali ai suoi ordini hanno mostrato, facendo sparare sui dimostranti di Berlino Est, che un accordo che sia impossibile raggiungere è solo quello tra gli interessi delle masse lavoratrici e la conservazione delle classi dominanti borghesi. L’imperialismo può fabbricare 1000 Pan Mun Jom, ma non può concedere nemmeno una tregua agli sfruttati. Non v’è dubbio che gli operai di Berlino Est tentavano di insorgere contro il principio stesso dello sfruttamento del lavoro salariato. In quelle condizioni, i generali russi non potevano fare altro che ordinare la carica ai carri armati. A Mosca, come a Washington, chi attenta alla conservazione del regime del salariato merita la morte.
La propaganda russa e filorussa non ha avuto la vita facile mentre gli incendi divampavano a Berlino, i carri armati spazzavano la folla, i plotoni di esecuzione lavoravano. Ciò perché non ha potuto negare che l’esplosione era dovuta al malcontento delle masse. Già, alcuni giorni prima, il Governo Grotewhol aveva adottate alcune misure che facevano giustizia della retorica antiborghese dello stalinismo tedesco. Un gran numero di industriali e di commercianti le cui aziende erano state confiscate per inadempienza fiscale venivano reintegrati nei loro diritti di proprietà, erano liberati dall’obbligo di pagare gli arretrati delle tasse, ed ammessi ad usufruire di favorevoli prestiti di Stato. Alle aziende commerciali private veniva riconosciuto il diritto di compravendita di merci distribuite al consumatore attraverso la rete degli spacci statali. Era sanzionata pure l’abrogazione delle confische a favore delle cooperative agricole, e la restituzione delle terre o l’equivalente in denaro ai contadini ricchi e medi scappati nella Germania Ovest. Seguivano altri provvedimenti, tra cui la riconsegna delle proprietà del clero. Tali notizie si leggevano sull’Unità del 12 e 13 giugno mentre durava l’ubriacatura elettorale.
Alcune settimane prima il Governo “socialista” decretava l’aumento del 10% delle “norme” di lavoro degli operai, tenendo invariato il salario. Migliore dimostrazione del carattere antioperaio della politica del governo di Grotewhol non poteva aversi. Mentre agli operai si imponeva di lavorare e produrre di più, si carezzava la piccola borghesia, ripromettendosi di segnare un punto a favore nella partita di adescamento e corteggiamento dei ceti borghesi che lo stalinismo gioca sfacciatamente su scala mondiale. Non occorre quindi tirare fuori tenebrose quanto ridicole storie di intrighi di agenti provocatori per afferrare il movente dei torbidi. A qualche giorno dalle misure di governo volte a favorire la piccola proprietà, gli operai edili sfilarono per le vie di Berlino Est protestando contro l’inasprimento delle condizioni di lavoro. Spaventato dalla piega che prendevano gli avvenimenti il Governo ritirò precipitosamente il provvedimento che elevava la norma, ma lo sostituiva con un altro che, sul modello russo, stabiliva fortissimi premi per chi superasse la norma. Per chi lavora nelle fabbriche è chiaro che il cambiamento non cambiava nulla, perché lo sforzo maggiore dell’operaio che “volontariamente” aspira ad ottenere il premio di rendimento costringe inevitabilmente i compagni ad intensificare il lavoro. Il prestigio del Governo, già scosso agli occhi delle masse per le concessioni fatte alla piccola borghesia industriale e commerciale, doveva ricevere un altro duro colpo, apparendo come un segno di debolezza la revoca per aperta imposizione dei dimostranti di una legge aborrita dai lavoratori. Ciò accadeva il 16. Il giorno successivo scoppiavano le dimostrazioni. Alle autorità locali, impotenti a sostenere l’urto della folla inferocita perché esautorate dalla crisi in atto nel Partito di Unità Socialista (S.E.D.) si sostituivano le gerarchie militari sovietiche che proclamavano lo stato di emergenza e passavano alla repressione armata della dimostrazione. Potsdammer Platz, la Leipziger Strasse, la Unter den Linde erano sfollate con raffiche di mitraglia. Scorreva il sangue.
La Neues Deutschland in un editoriale pubblicato il 19, a due giorni dall’eccidio, e riprodotto ampiamente dall’Unità del 20, dopo di aver fatto la cronaca degli avvenimenti, interpretandoli naturalmente alla luce della “teoria del sobillatore”, congenita negli sbirri e nei giornalisti reazionari, si domandava, avendo ammesso che la dimostrazione aveva fatto cessare il lavoro in una serie di aziende: “Come è potuto accadere che una parte notevole degli operai berlinesi, dei lavoratori berlinesi, senza dubbio uomini onesti e in buona fede, fossero così pieni di malcontento da non vedere che in quel momento essi facevano il gioco delle forze fasciste?”. La falsa ingenuità degli impostori! Al governo di Grotewhol, alla Neues Deutschland, all’ Unità sembra ingiustificato il malcontento delle masse lavoratrici che si vedono condannate ad una maggior pena nelle galere delle fabbriche, mentre il Governo che si autodefinisce “socialista e democratico” appoggia le aziende private e il commercio privato, restituisce le terre ai contadini ricchi, reintegra il clero nelle sue proprietà! Non c’è dubbio, e l’abbiamo messo in risalto fin da principio, che le Potenze occidentali abbiano cercato di utilizzare la dimostrazione degli operai berlinesi per i propri fini imperialistici. Ma ciò non cancella il fatto, che pure la stampa staliniana ha dovuto ammettere a denti stretti, che grandi masse di lavoratori berlinesi sono scese in piazza contro i carri armati russi, di null’altro armate tranne che della loro delusione e di una fiammeggiante collera contro coloro che, bestemmiando il nome del socialismo, le tengono legate al giogo dello sfruttamento.
Gli operai berlinesi si ribellavano contro la tirannia della produzione capitalista fondata sul salariato, sulla soggezione del vivente lavoro al Capitale. Sebbene non guidati da una chiara coscienza di classe, e spinti solo dalla disperazione, davano prova di grande coraggio. Anche se la loro impresa non è valsa ad allentare la morsa delle infatuazioni partigiane che divide il proletariato mondiale nei due campi opposti del filorussismo e del filoamericanismo, ha dimostrato tuttavia che le energie di classe del proletariato sono sopite, non distrutte. Scagliando i carri armati contro i dimostranti, lo stalinismo ha mostrato di avere paura anche se alla fine è pervenuto a schiacciare ferocemente l’agitazione. La stampa occidentale ha gridato concorde: gli operai berlinesi combattono contro il comunismo! No, signori, gli operai berlinesi, per quanto in modo confuso, sono insorti contro il governo filorusso di Berlino Est perché era e rimane – come il governo filoamericano di Bonn – capitalista.
I conti in tasca
La cagnara elettorale ha, qualche volta, il merito (soffocato d’altronde dal cumulo schiacciante dei suoi demeriti) di sciogliere imprudentemente la lingua ai più prudenti.
Per polemizzare con Lauro, De Gasperi ha dichiarato a Napoli: 1) che lo Stato ha liquidato al capitano ben due miliardi e mezzo di contributi statali per la ricostruzione della sua flotta; 2) che lui – Alcide – potrebbe ben «fare i conti in tasca» all’armatore e dire «quante tasse non ha pagato e deve ancora pagare».
La duplice confessione, perdutasi nel chiasso dei discorsi e discorsetti della settimana precedente il 7 giugno, è preziosa. Il primo punto voleva dimostrare agli ascoltatori quanto fosse generoso lo Stato italiano: in realtà, rivela come lo Stato italiano serva unicamente, al disopra di qualunque temporanea «fluttuazione ideologica», gli interessi dei più potenti e spregiudicati imprenditori. Il secondo voleva rincarar la dose delle virtù di mite e generosa tolleranza dell’autorità pubblica e di ingenerosità monarchica; è invece la confessione che Lauro può ben non pagare le tasse ma ciò non gli impedisce di rimanere sindaco di Napoli, di avere una splendida flotta e di distribuire spaghetti al sugo agli elettori, e lo Stato gli rivede le bucce solo a fini di propaganda elettorale, giacché sui versamenti mancati chiude tutti e due gli occhi.
Poiché siamo tutti liberi ed uguali, provi un po’ Pantalone a farsi dare i contributi statali «alla Lauro», o ad ottenere il favore di una citazione in pubblico discorso come contribuente moroso, senza vedersi in casa gli agenti del fisco!
Gli industriali non conoscono cortine di ferro
La stampa di non sospette simpatie filogovernative ha scritto nei giorni scorsi della scoperta di un vasto traffico clandestino di metalli «strategici» destinato agli Stati del blocco orientale. Si è saputo che la Direzione generale della P.S. ha inviato appositamente un ispettore a Milano e Como col compito di indagare. Numerosi arresti sono stati operati, ma il capo dell’organizzazione, che, secondo la polizia, sarebbe l’addetto commerciale alla legazione di Romania nella capitale svizzera, risulta tuttora latitante.
La stampa di informazione ha pure rivelato che il misterioso rumeno distribuiva ai suoi complici il trenta per cento sul valore delle merci che l’organizzazione di contrabbandieri riusciva a spedire oltre la cosiddetta cortina di ferro. Si tratta, sempre secondo le fonti citate, di altissimi guadagni, tenendo conto del fatto che materie prime strategiche come il tungsteno, il volframio, l’uranio hanno un valore altissimo contenuto in modesto volume. Non sono mancate le cifre approssimative: il valore complessivo del traffico clandestino che si sarebbe svolto fin dal 1950, si aggirerebbe su una decina di miliardi di lire.
Come materiali così preziosi prendessero la via di Vienna o di Praga o di Mosca alla barba dei funzionari della Dogana, è stato illustrato dai giornali. Tranne, s’intende, l’Unità, troppo riguardosa per dare in pasto ai propri lettori simili bocconi scandalistici. Commercio legale, sì: contrabbando, mai: predicano i santoni della legalità, anche se sotto sotto si fregano le mani per ogni buon affare portato a termine dai compari russi o cechi, poco importa se condotto con i sistemi dei trafficanti di stupefacenti. Per chi comprende che il commercio arricchisce gli speculatori, è chiaro che, contrabbando o meno, i traffici giovano almeno a due parti; certamente, nel caso discusso, non ai russi soltanto.
Dal ’50 al ’51 interi vagoni ferroviari passarono la frontiera carichi di materiale strategico nascosto nel più banale dei modi: cioè in doppi fondi che erano stati praticati in una cinquantina di vagoni merci, i quali apparentemente venivano adibiti al traffico di cipolle con i Paesi nordici dell’Europa. Nei ripostigli segreti avrebbero viaggiato, secondo la polizia, rame elettrolitico, cuscinetti a sfere, alluminio e metalli anche più preziosi.
Nella faccenda ci sono molti punti oscuri. Ad esempio, non si comprende come i contrabbandieri avessero il modo di manomettere i vagoni merci, praticandovi dei doppi fondi. O meglio, si comprende solo deducendo che il trucco sia stato operato all’interno delle aziende industriali e commerciali, interessate al traffico. Comunque, dato che il volframio e l’uranio non si trovano dal droghiere, è certo che grosse ditte industriali sono coinvolte nel traffico clandestino. Anzi, è stato annunziato che sono state interrogate dalla polizia una decina di persone legate agli industriali metallurgici dell’Alta Italia. Non che noi dubitiamo che la faccenda svanirà come una bolla di sapone. Anche Brusadelli doveva rispondere alla giustizia (scusate tanto!), ma è noto che di poliziotti e magistrati doveva altamente infischiarsene. Il disappunto del Governo e della stampa che ne esprime le intenzioni è evidente, e non immotivato, dato che simili colpi mancini fanno montare in bestia gli Americani. Ma il governo di Roma è sempre il governo degli industriali e dei commercianti, e alla fine gli toccherà di difenderli di fronte alle rimostranze delle autorità americane che sono preposte a sorvegliare che non vadano a finire nei paesi cominformisti i materiali strategici di Occidente.
Quel che rimane è che, contrabbando o meno, i presunti nemici trafficano.
Gli industriali milanesi sono quelle poche persone che non hanno bisogno di leggere la nostra stampa per sapere che tra il capitalismo e il modo di produzione vigente nei paesi controllati dalla Russia e nella stessa Russia, non esistono affatto delle incompatibilità. I magnati della grande industria, gli speculatori di alto bordo, i pirati del commercio all’ingrosso che pure la C.G.I.L. minaccia quotidianamente di espropriare, non hanno bisogno di leggere Marx per sapere che oltre cortina vige una copia conforme del capitalismo di tutti i tempi e luoghi. Loro lo sanno in base agli introiti realizzati commerciando, sia pure di contrabbando, con i paesi che la Russia avrebbe, secondo l’Unità, portati sulla via del socialismo…
Volontà di potenza
Se il presidente della repubblica stellata ha rifiutato la grazia ai Rosenberg sfidando l’impopolarità mondiale, è chiaro che il suo gesto ha una sola ragione: ribadire che gli Stati Uniti intendono affermare contro tutti e contro tutto la propria ferrea volontà di potenza, e non ammettono la fronda dei satelliti e l’indisciplina dei « liberi ». Non altro senso che questo aveva avuto l’elezione di Ike a presidente. E’ un episodio fra mille. Dice la stampa: « Gli Stati Uniti firmarono l’armistizio in Corea anche senza Syngman Rhee »: « Gli Stati Uniti andranno alle Bermude anche senza la Francia ». La stessa cosa si è detto dopo il discorso sbarazzino di Churchill. « Anche senza »: la minaccia del pugno sul tavolo, l’affermazione della « leadership » mondiale americana.
Gli Stati Uniti non accettano leggi da nessuno: hanno la loro legge da imporre a tutti.
La classe dominante russa si disvela
Finché lo stalinismo internazionale limitò la falsificazione del comunismo al campo dei rapporti tra Stato russo e Internazionale comunista, postulando la soggezione dell’organismo rivoluzionario alla politica estera di Mosca, e alla questione della tattica e del programma dei partiti comunisti, giustificando la politica di collaborazione governativa successivamente con ambo gli schieramenti democratico e fascista (patto russo-tedesco del 1939), la struttura sociale della Nazione russa rimase fuori discussione. Era socialista, e basta. Mai i capi dello Stato moscovita vollero andare oltre le solite affermazioni che in Russia il proletariato era al potere, che le classi erano scomparse, che la produzione si avviava al comunismo. A provare ciò, si portò immancabilmente la testimonianza della gestione statale dell’industria, delle miniere, dei trasporti, e via dicendo.
Dopo la seconda guerra mondiale, il governo di Mosca, giovandosi dell’enorme prestigio derivatogli dalla vittoria militare e dal successo della politica di annessioni, e disponendo di un potere assolutamente inattaccabile per l’assenza di ogni forma di opposizione costituzionale o di classe, ha cambiato decisamente strada.
La suprema oligarchia che pilota il gigantesco apparato propagandistico che irradiando da Mosca avviluppa il pianeta, non ha da fare i conti, come fino al 1938, quando l’ultima raffica di pallottole stronco l’ultima schiera di oppositori di classe al regime stalinista, con un movimento di critica e di agitazione all’interno. Né all’estero esiste una considerevole corrente di opposizione rivoluzionaria alla dilagante corruzione opportunista delle masse.
D’altra parte, la strapotenza militare della Russia, benché in gran parte favoleggiata dalla America a giustifica della politica di imbavagliamento dei paesi satelliti, impressiona superstiziosamente vasti strati di borghesi grossi e piccini, congenitamente portati ad adorare ed ingraziarsi chi comanda a formidabili eserciti, a ferree polizie, a pletoriche burocrazie. La conquista graduale dei satelliti orientali, la detronizzazione della monarchia rumena, il colpo di Stato cecoslovacco, la vittoria di Mao-tse-tung, le offensive di stile nazista in Corea, la guerriglia nell’Asia Sud-orientale dovevano riempire di sacro rispetto la borghesia occidentale.
Se aggiungete alle imprese militari e diplomatiche di Mosca, disegnate suggestivamente sul tessuto della rivoluzione industriale di zone geografiche socialmente arretrate, i non meno seducenti ammennicoli della propaganda: i grattacieli di Mosca, le opere di irrigazione in Ucraina, il technicolor sovietico, le navi da guerra inviate sul Tamigi per festeggiare l’incoronazione di Elisabetta II, capirete quanta profonda sia la presa della propaganda russa sui cervelli della beozia piccolo-grande-borghese. Le recenti affermazioni elettorali dello stalinismo italico, che contro la coalizione governativa filo-americana riusciva a schierare vaste correnti dell’elettorato borghese, sta a provarlo materialmente. La borghesia trova digeribile lo stalinismo.
A queste masse di elettori votanti reclutati nel campo borghese la propaganda moscovita doveva necessariamente delle chiarificazioni che valessero a scacciare le residue apprensioni degli interessi costituiti, alimentate ad arte dalla propaganda governativa dei paesi dell’Occidente che malamente si arrabattano a presentare il regime di Mosca come uno strumento della rivoluzione mondiale contro il capitalismo. E le chiarificazioni sono venute da Mosca a josa. Ma non a casaccio.
Le supreme oligarchie di Mosca e i partiti politici che ne applicano le direttive politiche e propagandistiche non hanno da conquistare soltanto le simpatie e la sottomissione ammirativa dei benpensanti e degli intellettuali borghesi, la complicità dei governi e le relazioni di affari con l’alta finanza, ma hanno altresì da conservare tutto quanto il patrimonio rubato di infatuazioni proletarie. Una troppo repentina e brutale dichiarazione di principio sul contenuto capitalista degli ordinamenti sociali russi, se varrebbe a fugare i residui dubbi di molti borghesi, avrebbe l’effetto di una bomba nell’elettorato proletario stalinista, pronto a giurare e, purtroppo, a farsi ammazzare, per il «socialismo» russo.
Perciò, dalla fine della seconda guerra si è adottata a Mosca una linea propagandistica estremamente abile che pur continuando a bruciare incenso davanti ai busti di Marx e di Lenin, trasformati in idoli, lavora sistematicamente a fare entrare nelle menti dei borghesi e dei proletari di Occidente, la nozione della sostanziale uguaglianza del modo di produzione russo con quello che vige dispoticamente in Occidente, limitandosi ad attribuire alla classe dirigente russa una sovrannaturale superiorità amministrativa.
In pratica avviene questo: il riferimento d’obbligo alla dottrina e alla strategia rivoluzionaria marxista non conosce sosta, viene applicato giorno per giorno ora per ora; le «rivelazioni» sulla reale struttura economica e sociale della Russia sono fatte circolare a tratti, con lunghi intervalli di tempo.
In ordine di tempo, la prima tra le più importanti azioni di propaganda volte a provare l’esistenza del capitalismo in Russia, pur senza rinnegare formalmente il marxismo, fu la Conferenza economica tenuta a Mosca nella primavera dell’anno scorso. Non pochi si meraviglieranno leggendo che noi attribuiamo alla propaganda russa lo scopo di rassicurare i borghesi di Occidente mostrando loro con i fatti e con le cifre che, pur sotto l’etichetta di comunismo, l’economia russa marcia secondo le leggi impersonali e anonime del capitalismo.
Ma la Conferenza economica internazionale di Mosca, cui parteciparono circa 500 industriali di tutti i paesi del mondo (vedi Unità del 7 marzo 1952), tra cui emissari del re dei tessili italiani, Marzotto, svolse il preciso compito di facilitare ed incrementare il commercio internazionale da e con la Russia. Non si voleva con ciò dimostrare agli industriali convenuti a Mosca, e quindi alla stampa mondiale, che la produzione russa è compatibile con gli interessi dei capitalisti, degli esportatori, delle banche?
Gli industriali invitati a Mosca, ove furono lussuosamente ricevuti e alloggiati, se ne ripartirono con tanto di contratti, Marzotto otteneva grosse ordinazioni di tessuti. Né Marzotto è il solo tra i capitalisti italiani che ha capito la predica. Basta scorrere la stampa quotidiana per rendersi conto che esiste negli ambienti industriali una irresistibile tendenza ad attivare scambi commerciali con i mercati orientali e russi. Sul piano politico essa si manifesta nelle forme di una collerica opposizione al governo filo-americano, accusato di applicare alla lettera le discriminazioni commerciali a danno del blocco russo volute dagli Stati Uniti. In Inghilterra è lo stesso governo che lavora ad onta delle resistenze americane, a realizzare accordi commerciali con la U.R.S.S.
Ma le ammissioni di gran lunga più probanti sul carattere capitalista dell’economia russa erano spregiudicatamente rese in un testo ufficiale, esprimente le posizioni del governo e del partito dominante russo, che fu approvato dal XIX Congresso, tenuto a Mosca nell’ottobre dello scorso anno, e pubblicato sotto la firma di Giuseppe Stalin. Nel volumetto «Dialogato con Stalin», edito dal nostro movimento, ne fu fatta l’esatta decifrazione, discriminando le denunzie e i riconoscimenti di fatti e processi effettivi della produzione, e smascherando i falsi teorici tentati in extremis da Stalin in vista del mantenimento della truffa ideologica sul «comunismo» russo.
Lo scritto staliniano non vedeva la luce a caso. Esso si inseriva perfettamente nella successione delle «rivelazioni a singhiozzo» prestabilita dalla propaganda del Cremlino. La classe dominante russa non può attendere, ha bisogno urgente di manifestarsi per quello che è alle masse borghesi, ma neppure può presentare il suo «biglietto di visita» con mossa improvvisa e definitiva. Molta gente, non esclusi i fanatici irregimentati nell’apparato di partito e nell’attivismo, crede troppo nel «socialismo» russo, per poter resistere senza un disastroso «choc» alle improvvise confessioni di Mosca. Ben deve dunque un adeguato intervallo distaccare le «deposizioni» a discarico che il Governo di Mosca rende, ci si perdoni l’immagine, davanti al tribunale dell’opinione borghese.
La Conferenza economica di Mosca assolse il compito di dimostrare all’affarismo internazionale la possibilità di intrattenere proficue relazioni commerciali con Russia e satelliti. Si riuscì contemporaneamente a dare a bere all’attivismo che il traffico di rubli con dollari è compatibile con l’esistenza del comunismo in Russia. Il testo di Stalin, solennizzato al XIX Congresso, venne alcuni mesi dopo a popolarizzare il fatto reale che la Russia, oltre a svolgere un efficiente commercio estero, sviluppa entro le sue frontiere un non meno attivo mercato interno, che dalle zone industrializzate della pianura sarmatico-ucraina avanza irresistibilmente oltre gli Urali, conquistando il continente asiatico. Fatto nuovo in Russia, ma non nel resto del mondo. Avanzando in direzione opposta, cioè da Est ad Ovest, dall’Atlantico al Pacifico, i pionieri e i cercatori d’oro americani non diversamente gettarono nel secolo scorso le basi del capitalismo yankee.
Stalin pretendeva che diffondere mercantilismo e lavoro salariato in Siberia e nelle steppe dell’Asia centrale costituisce un compito rivoluzionario socialista. Noi non disconosciamo al gigantesco processo una portata rivoluzionaria, ma neghiamo che esso si orienti verso obiettivi socialisti, e affermiamo che l’espansione del mercato interno ed estero russo denuncia la esistenza di un capitalismo in espansione. Non basta. Per il fatto che tutto il campo, o quasi, della produzione agricola avviene nelle forme mercantili e di appropriazione privata del prodotto, e ad essa si aggiunge, per esplicita ammissione dello stesso Stalin, il settore della piccola produzione industriale, per tale ormai incontrovertibile fatto è da negare che in Russia il capitalismo di Stato, cioè la gestione statale della produzione, involga tutto quanto il meccanismo produttivo. In effetti, la gestione di Stato (che è fenomeno riscontrabile in tutte le epoche e le zone del capitalismo) si limita alla grande industria, la quale per giunta si alimenta degli investimenti operati dai privati sottoscrittori dei prestiti di Stato.
Le recenti misure di riprivatizzazione, di restituzione ai privati imprenditori di aziende industriali e commerciali, adottate nella Germania sotto controllo russo, costituiscono un’altra «prova» di buona condotta che Mosca offre ai borghesi del mondo. Con la stessa disinvoltura dei conservatori inglesi che progettano di denazionalizzare le aziende statizzate dal passato governo laburista, per riconsegnarle alla gestione privata, le autorità della Repubblica «democratica» tedesca tirano fuori dalle carceri gli imprenditori privati, messi dentro evidentemente per cacciare fumo negli occhi dei proletari, e li reintegrano nelle loro proprietà.
Il capitalismo in Russia e nei satelliti non è certamente fenomeno di oggi, ma solo oggi, mentre l’elettorato filo-russo si allarga, le centrali propagandistiche del Cremlino lavorano nel senso di renderlo evidente, visibile e tangibile. Ma come le notizie di mortali disastri vengono propinate a gocce, si fa in modo che le masse proletarie, infatuate del russismo, se ne rendano conto poco alla volta. Forse che il proletariato americano e filo-americano non segue il proprio governo pur sapendo che negli Stati Uniti o in Inghilterra o in Italia vige il capitalismo? Mosca ha il mondo borghese da conquistare, ma non intende perdere il controllo delle vaste masse dominate dai partiti comunisti. Ben sapendo che le masse non sono capaci da sole di andare oltre il riformismo salariale Mosca non teme di mostrarsi per quello che è: la centrale di un capitalismo in fase di espansione. Non temerà di togliersi completamente la maschera di fronte al proletariato.
Solo il partito rivoluzionario è abilitato a smascherare i falsi del nemico borghese. Ma la sua funzione che oggi si esplica prevalentemente sul terreno critico, per trasferirsi nell’avvenire su quello dell’azione, è condizionata dallo svolgersi della dialettica dei fatti materiali. Se da quasi 30 anni la sinistra comunista italiana ha denunziato il corso capitalistico assunto dalla rivoluzione russa, e se Mosca stessa apporta oggi le conferme delle nostre previsioni, ciò segna una vittoria del metodo marxista. Ma essa resterebbe un successo da laboratorio, se non conferisse al nostro movimento, come siamo certi che accadrà, una maggiore forza di irradiazione e di proselitismo, e agli strati più avvertiti del proletariato a noi vicini la certezza di avere dubitato con fondatezza della sincerità della propaganda staliniana.
La febbre degli investimenti negli Stati Uniti
Un recente articolo apparso nella Neue Zürcher Zeitung getta un’onda di luce su alcuni aspetti dell’economia americana della cui importanza sconvolgitrice trattò anche la riunione di Genova del nostro movimento; in particolare, sulla febbre degli investimenti che dalla fine della seconda guerra mondiale non cessa di caratterizzare l’apparato produttivo capitalistico degli Stati Uniti.
Le cifre sono, in realtà, impressionanti. Negli otto anni dal 1945 al 1952, è stata spesa in nuove fabbriche e macchinari la somma complessiva di 148.511 milioni di dollari; quasi 150 miliardi da moltiplicarsi per 600 e rotti per tradurli in moneta italiana! Tale somma non comprende gli investimenti in imprese agricole; d’altra parte, sono incluse in esse le spese di rinnovo di macchinario antiquato e l’aumento è in parte assorbito dall’inflazione, il che non toglie nulla, tuttavia, al valore sintomatico della cifra globale. Sulla somma complessiva, un totale di 86.000 milioni è affluito all’industria in senso proprio, circa 6000 milioni all’industria mineraria, 8700 milioni alle ferrovie, 7000 ad altri mezzi di trasporto, ed è notevole che, degli investimenti industriali, solo il 43% sia andato a industrie produttrici di beni durevoli e il 57% invece alle industrie produttrici di beni non durevoli (soprattutto all’industria chimica, petrolifera e dei derivati del carbone).
Subito dopo lo scoppio della guerra in Corea, gli investimenti presero soprattutto la via delle industrie che lavoravano per il riarmo (ferro e acciaio grezzi, metalli non ferrosi e autocarri fra i beni durevoli, prodotti chimici e petroliferi fra i beni non durevoli), cosicché nell’industria siderurgica crebbero, fra il 1950 e il 1952, da 599 a 1198 e 1538 milioni, nell’industria automobilistica da 510 a 1951 e 1896 milioni, nell’industria petrolifera da 1587 a 2102 e a 2596 milioni di dollari, mentre l’industria tessile diminuiva i suoi investimenti da 450 a 400 e 314 e quella delle bibite li aumentava appena da 237 a 245 e 285 milioni.
Sembra ora che il boom degli investimenti per il riarmo abbia raggiunto il vertice e che l’industria dei beni durevoli intenda ridurre del 4½% rispetto all’anno scorso i suoi investimenti; ma l’industria dei beni non durevoli li aumenterà del 5½%; la petrolifera e la chimica risultano tuttora in piena febbre d’investimenti, mentre in genere le aspettative sono per un aumento delle vendite e per un sempre crescente afflusso di beni di consumo sul mercato interno.
A che cosa porterà questo processo di continua espansione, questa vertigine degli investimenti, che ha il doppio effetto di ridurre il fabbisogno di forza lavoro per la crescente produttività degli impianti e di invadere un mercato il cui potere d’acquisto non può crescere allo stesso frenetico ritmo? E quali riflessi potrà avere sul piano dei rapporti internazionali un nuovo, possibile «ingorgo» della produzione?
Sono fattori di crisi che vanno tenuti presenti nel quadro delle prospettive della ripresa rivoluzionaria nell’area occidentale.
Ma neppure da noi si scherza
Ma neppure da noi si scherza. 24 Ore ha pubblicato (il 17-6) alcuni dati sul movimento delle società anonime italiane. Sono anch’essi dati significativi. Poco conta il fatto che le nuove società costituite siano meno dell’anno precedente, giacché in compenso è cresciuto il volume degli aumenti di capitale e, soprattutto, degli investimenti.
Riportiamo qualche dato. Il ritmo delle costituzioni di società anonime è diminuito del 25,22% rispetto ai primi 5 mesi del 1952; ma gli aumenti di capitale, siano essi dovuti a fusioni, versamenti, distribuzione di azioni gratuite, utilizzo di saldi attivi di rivalutazione e di riserve precostituite e tassate, sono stati del 282,53%; scioglimenti e riduzioni sono diminuiti; gli investimenti, che erano stati di 73.757 milioni di lire nei primi 5 mesi del 1952 sono saliti a 262.180 milioni nel periodo corrispondente del 1953 (aumento del 255%), i disinvestimenti sono diminuiti del 57%; l’incremento netto dell’ammontare complessivo del capitale nominale delle società per azioni è stato del 350%; le emissioni sono aumentate del 63%; le richieste di denaro fresco del 246%. E poi si lamentano, e poi piangono sullo scarso volume degli investimenti, e Di Vittorio chiede nuovi investimenti «produttivi»!
The Dance of the Puppets: From Consciousness to Culture
The Dance of the Puppets: From Consciousness to Culture
Order and Class
In this third Thread on the same argument, that is, on the deformed doctrine of the French group Socialisme ou Barbarie, whose only importance lies in furnishing a useful occasion for interesting elucidations, we make a link between the formidable historical blunder of seeing (in Russia and everywhere else) the bureaucracy as a new social class, and an obvious confusion between the concepts of order and of class.
The word class, which Marxism has made its own, is the same in all modern languages: Romance, Germanic, Slavonic. It was Marxism which originally introduced the use of the word to mean a social-historical entity, even if it had been used before. The word comes from Latin, but it should be noted that for the Romans the classis was the fleet, the military naval squadron. The concept is therefore of a collection of units which act together, move in the same direction and which face the same enemy. The essence of the concept is therefore moving and fighting, and not (as in an assonance that is entirely …bureaucratic) classification, which later on took on a static meaning. Linnaeus classified botanical and zoological species metaphysically into fixed groups. Darwin demonstrated the evolutionary development from one species to another, de Vries provided the proof that at given turning points what we have is not extremely slow imperceptible changes, but sudden unforeseen mutations.
Those who reduce Marxism to an analysis in which society is catalogued according to economic interests seem really odd when posing as the modern completers of Marxism, considering they haven’t even assimilated its first vital keystrokes. Allegedly Marxism merely “began” the analysis of modern society, merely laid the foundations for a socialist programme, whereas it is these gentlemen who have taken on «the continuation of this analysis today, using the infinitely richer material that a century of historical development has accumulated, and which allows them to advance much further than Marx in their new elaboration of the socialist programme». To exercise our dialectical skills to dispel such pleasantries is too much to ask, when blowing a raspberry is quite sufficient.
So without taking such stuff seriously, we still deem it useful to take our argument a few steps further and reconstruct the organic presentation of Marxism, an edifice we know from the ground floor up so we don’t need to get new materials from anywhere else. These social analyses remind us, for whatever reason, of a cartoon about the military, still stuck in our minds from our schooldays. A new recruit looks at the notices on the toilet doors: “Privates”, “Corporals”, “NCOs”, “Officers” and says to himself, “These gentlemen must be producing something of much higher quality”.
Class therefore points not to a different page in the census report, but to historical motion, to struggle, to a historical programme. That the class still needs to find its programme is an expression devoid of meaning. The programme determines the class.
Yesterday
Pre-bourgeois societies
An Order is instead a division of a society which wants to remain as it is and to be guaranteed against revolution. To very varying degrees the social divisions presented by history have had an inherent tendency to lead to outbreaks of class struggle. Marx explained why Asiatic societies are obstinately immutable: the local mode of production, which is often still “communist”, does not result in conflict between the productive forces and the social structure. Hence the massive importance if in Persia, in India, in Indochina and in China, class conflicts are set off.
At a certain point the orders in medieval society are no longer able resist their transformation into classes; and it is navigation, trade, manufacture and new discoveries in mechanics that are able to accomplish this miracle.
In French instead of “order” they say “état”, and use the same word for the central political State, which under early feudalism existed in the background, having barely taken shape, and boiling down essentially to the military court of the emperor or monarch. When Louis XIV, during the full flowering of capitalist forces of production under the absolute monarchy, stated “L’état c’est moi”, I am the State, he meant the political State. According to the feudal organization of the orders, there were three of them. The first order, premier état, was the nobility, closed off in an hereditary group of families with heraldic titles, the second order, deuxième état, was the clergy, following the hierarchical organization of the Catholic church, the third order, troisième état, was known as the bourgeoisie, which in fact had no power although it was represented in the “estates general”, that is in the national assembly of the orders, which had no legislative powers much less executive ones, and was just a consultative body for the King and his government. The bourgeois back then consisted of merchants, financiers and functionaries. In the Paris and France of the time Parliament was understood to mean the judicial magistracy in its various grades, which, although serving the King, enjoyed a certain autonomy in a doctrinal sense at least, which capitalism has since removed.
Remembered from school, but when viewed from a Marxist perspective are seen in a new light. When the humble and not very decorative third estate became the powerful and revolutionary capitalist class, they asked themselves: what is the third estate? Nothing. What does it want to be? Everything!
But since with the capitalists a new class arrived on the scene, the workers in the manufacturing sector (it would not be wrong to say the free craftsmen were a constituted order as well, but they were organized in trade guilds, and only the professions had their place in the third estate) in what may be called its romantic period, liked to talk not about the new revolutionary class in bourgeois society, but of a new order, of a fourth estate.
No constitution in history has ever recognized such an estate. The feudal ones denied participation to orders of peasant serfs and proletarians, and the bourgeois ones noisily abolished all estates and recognized just citizens with equal rights.
Many well-known deviations from Marxism, whose thorough, documented autopsy reports we have in our possession, can be reduced to a confusion between class and estate, and we recall Marx’s indignation when Lassalle changed turned the Arbeiterklasse into the Arbeiterstand, an insipid workers’ estate. Repetita juvant [Repetition is useful].
These gentlemen, with their doctorates in the “material” from the century after Marx, cannot see that their material, their “infinitely richer” historical data, have not yet got up to the storming of the Bastille. Not analyse de la misère, but misère de l’analyse.
Labour aristocracy
At the beginning of the century, Georges Sorel, the brilliant and energetic founder of the doctrine of revolutionary syndicalism, accredited the expression labour aristocracy among his many followers. It was only after Lenin’s critique, which was based above all on precise guidelines laid down by Marx and Engels (especially for English industry), that our school designated as proletarian aristocracy, or rather the top part of the proletariat, the workers on a higher salary, the much sought after, skilled – and better educated – specialists, easily ensnared by conformist ideologies, and who were prey to, and supporters of, the opportunist leaders. But the way Sorelian syndicalism conceived of it was not as one part of the working class above the other parts; rather it considered the entire proletariat, the class of wage labourers, as an aristocracy in the societal complex, thus overturning the primacy and leadership of the opposed capitalist class, and deriding – only up to here were they right – their parliamentary democracy, which made a mockery of their equality before the State.
Syndicalism met with success because it countered the encroachments of legalitarian reformism during the period of prosperous and progressive, pacifist and idyllic capitalism. The syndicalists exposed the grave dangers of the kind of parliamentary action which wanted arbitration by the legal powers to replace the clash of economic interests in labor disputes, and it criticized the union leaders who stopped the workers from using violence in struggles against the bosses, and who repudiated the use of the general strike as a means of struggle.
At a certain point (for example in France and in Italy between 1900 and 1910) the entire problem of proletarian action looked as though it boiled down to a dialogue between reformists and Sorelian syndicalists. Only slowly did radical Marxism react to the grave deviations of the latter.
Sorel denied the function of the proletarian political party and saw the revolution as a direct clash between the red trade unions and the bourgeois State. He did not recognize the question of power in relation to historical phases as raised by Marxism, of class centralism: for him the struggles at the local, trade and company level were enough as long as they were inoculated against the poison of class collaboration, and thereby rendered capable of overthrowing bourgeois power and achieving the expropriation of the bosses. This illusory vision of the expropriating general strike not only ignored the necessary phases involved in social transformation, and reduced the conquest of society to conquering factories, but above all failed to recognize that if the plague of collaboration between classes keeps recurring, it is precisely because the struggles that have taken place within the confines of the factory, or at the local or national level, have not been able to rise to the level of the general unity of the political struggle of the world proletariat, which has its sole organ in the world communist party.
Sorel reduced dialectical determinism to a heightened and active class voluntarism, one place at a time, one group at a time; no different phases, neither as regards individuals in struggle, nor the group of which they were a part, in terms of their interests, consciousness and will. Pure proletarians, wage labourers standing side by side; and nothing more than that required to give them the will to fight and gain awareness of the objectives. Basically – as we never tire of repeating – it is action as an end in itself with no need of a general direction towards a distant historical point of arrival; and in this it just ended up falling back on pre-marxist philosophy, and, like its distant descendants today, speculated on a Marx’s comment – an ounce of action is worth more than a dozen programmes – which he made when lashing out at the programmers of day-to-day and contingent successes within the established order.
Neo-economism
Historically, the error of Sorel and his followers was revealed by the fact that in 1914, no less than the right-wing revisionists, these ardent, extremist left-wing revisionists passed over to the cause of the war along with most of their well-known leaders and workers’ confederations (suffice to recall Hervé, Corridoni etc.). And their error lay precisely in treating the revolutionary proletariat not as a class, in the potent sense that Marx attributed to it, but as a mere order. The society that these people today call post capitalism is supposedly distinguished by this: instead of workers being subjected to the lies of democracy under a bourgeois aristocracy, it is under a workers’ aristocracy. The fourth estate becomes the first: and that’s it.
For them, the serious problems of the movement’s theory and organization, resolved at the outset by Marxism fully and thoroughly, such that whoever tampers with it damages it, as Lenin and every other orthodox Marxist has repeated a hundred times over, can be blithely merged with the concept of aristocratic order. Someone born into the nobility has no need of education, culture, a role, or organization: all of that is part and parcel of his existence from birth, from his first wail: his consciousness of being a member of an elect estate is in his blood, and he will always set himself apart from the subjugated estates and from their human material. Alone or organized, ignorant or intelligent, he is by nature, will and automatic consciousness cut from one cloth: he’s a noble. He is inseparable from his income – just like the bureaucrat is from his salary.
The modern bourgeoisie is supposedly an estate hidden behind the abolition of orders and it only remains for it to meet its executioner: just as the bourgeoisie, the third estate, brushed aside the nobility and clergy, so the fourth estate will sweep away the estate of company bosses.
Having reduced the recipe to this, it only remains to tear out every brilliant page in which the master describes the epic deeds of the bourgeoisie over ten centuries, revealing itself as a class, abolishing not just some estates, but the whole system of estates; it only remains to tear out every page of Marx’s most important work, Capital, in which this social force appears on the scene, no longer linked like earlier ones to groups of persons or to personal types of dependence. Bourgeoisie does not bring order to mind, but risk.
Evidently they are not up to understanding what Marx or Engels meant when they wrote about the difference between the personal servitude that characterised the Middle Ages, and the labour power that characterises the modern period, between the rule over the person of the slave, over the power of the serf, and over the commodity.
These radical, drastic transitions between various forms of production and society are reduced to a simple succession of changing groups involved in the same banal activity: exploitation.
Only those condemned to their dying day to think like a corrupt bourgeois see exploitation at the centre of everything: relationships between people are just viewed as business deals; and the relationship between classes? Just a deal that went wrong!
Therefore, if the revolution is reduced to fighting for an aristocracy, to conquering power for an estate, we can understand where the famous discovery comes from, according to which the factory owners’ estate was replaced by the functionary’s estate, with the bureaucracy becoming the modern aristocracy: so just turn the proletarians in the workshops into aristocrats and the revolution is back on the right track! The automatic consultation of their conscience will be the salvation of all.
For just as those born into the nobility have an innate knowledge of correct social comportment so those who live within the boundaries of the factory walls and get a wage packet know everything about revolution, and have the physical sensation of exploitation.
And so there is no point having a programme of a society without classes and without a ruling class, that for all the more reason is without an aristocracy, and we entirely understand, as wished for by Sorel, that there is no point in having a party.
And entirely pointless also is the history which showed, in the tumultuous years after the storming of the Bastille, so many refined aristocrats forgetting the call of blood, and awaking from their private speculator’s indolence to the grandiose class task, the bourgeoisie of France, the capitalists of the world.
Democracy for internal use only
We all know about the trotskite opponents of Stalinist repression and their “proletarian democracy”. According to these various small groups the critique of bourgeois democracy entirely consists of condemning the way it blurs the outlines of the two, or more, opposed social classes, and in the fraud that since workers are more numerous than the bourgeoisie, the electoral system will operate in their favour. To tell the truth even this criticism would not hold up, since the proletariat attaining “full” class consciousness under a capitalist regime is to be ruled out. However, to the critique of “bourgeois” democracy and democracy “in general”, there is then made to follow not just tolerance, but a call for “internal class democracy”. It is stated that the entire Stalinist degeneration was due to having failed to achieve a mechanism of electoral delegation and a parliamentary type representation that functioned in the interests of the working class, allowing it to hold consultations, take control and make majority decisions on the State’s policies.
All of this is totally crazy. The historical form of democracy is that which corresponds to the politics of the capitalist class as it emerges from the womb of the feudal world, and it consists of representative bodies for all citizens, on which the ruling ideology declares the material power of the State to be based. Just as capitalist production is a necessary stage of economic development, so too, in given “areas” and in given periods, does the full legal development of democratic forms represent a necessary historical transition. When as regards Europe between 1848-1871, and Russia between 1902-1917, Marx, Engels, Lenin and Trotski asserted as much, and as could be asserted for Asia today, they weren’t talking about democracy in general let alone the hybrid of proletarian democracy, but exactly and specifically about bourgeois democracy, that is, about a political form that corresponds, insofar as it was, or is still necessary, to the development of bourgeois revolutionary forms supported by the proletariat, as a preliminary step towards taking the next step beyond.
The political form of the specifically proletarian revolution is the dictatorship. Not a personal dictatorship, of course, but a class dictatorship which creates its own special and original organs, namely: the organs for controlling State power during the period of open struggle. But if the dictatorship of an estate or order can easily be identified with an “internal democracy within the estate”, the revolutionary class dictatorship is something far less banal, far less formalistic and not subject to the ups and downs of stupid vote counts. The dictatorship is defined by its strength and by where it directs that strength; one cannot say that it will build socialism on condition it is the right dictatorship, but that it is the true proletarian dictatorship when it is on the road to communism.
History is full of democracies within the estates. They are pre-capitalist forms, insofar as the bourgeoisie was the first, theoretically, formally and constitutionally, to implement democracy for all. The Greek and Roman democracies were democracies within estates: free citizens were equal but the mass of slaves and serfs were entirely excluded from power. In the Germanic feudal system, when the nobles or princes of a certain grade elected the king, it was a case of democracy being used within an estate, and so too in the cases when the barons elected the prince. This was the case in the oligarchic Italian and Flemish republics. Even within the ecclesiastic estate the Pope is elected by means of an internal democracy (and formerly bishops were too).
A posthumous mimicking of these countless antiquated systems can be found in the proposal for a workers’ parliamentarianism which can supposedly “freely” control the machinery of the dictatorship, in the State established after the workers’ revolution, and in which, quite clearly, private owners and company bosses, in so far as they have survived, have no political rights (which does not simply mean casting a vote, but having organizations, parties, offices, newspapers, platforms from which to speak, etc; influence upon education, art, the theatre etc.).
The Barbarists find this most embarrassing, as do almost all analysts of the Russian mystery. There are no longer proprietors and businessmen, and so the dictatorship should be cast aside and free elections to all posts re-established. But for fear of being lumped in with the pure social democrats, or having to confess they are no different from them, they say that the dictatorship consists of not giving the vote to … the functionaries. And so only non-functionaries can elect the functionaries, in order to then … hand everything over to them. This empty fiction is not therefore the product of a new doctrine, but of a narrowing down of the concept of revolutionary class to that of aristocracy, of the horny handed in place of the well-manicured, with an internal parliamentary mechanism to elect who knows who to do who knows what.
What the productive forces might be, what the relations of production are, what type of transition from one social mode of production to another is taking place and how this determines the clash of the various social classes, and what, therefore, reflects and sustains the power of the present day State, about such things they do not even think to wonder.
Madame Consciousness
Anyway all these hypothetical and fantastical devices for exercising control and choice will not work unless one admits, after however having accepted that is based it on the members of one class only, that not only every individual that belongs to it is conscious, but that the consciousness of each member of it is the same, without which the copying the fraudulent bourgeois election system becomes totally inexplicable. Because only with these presuppositions can it be assumed that the right historical direction will be the one indicated, at given junctures, by a numerical majority of votes cast by the workers.
If a pack of voting slips got lost on their way to the count, it could cause an 180 degree change in the path to revolution!
Worse still is when they want to apply the same formula under fully functioning capitalism, to rediscover the lost road to socialism and revolution by using analogous statistical pulse-takings of all proletarians,.
In their stupid work of control and critique – and whoever wrote it should be giving themselves a good dressing down rather than criticising others – we can get a glimpse of how easy it is to reverse the meaning of Marxist arguments by reading back to front, for example in Trotski, what they wrongly approve, and in other cases what they condemn, when it is right.
The drafters of inauspicious “documents” in which they pass everything through the sieve of their own wretched heads, in the name of freedom of criticism (they get any further than Luther, the biggest hypocrite of them all), grant their approval to Trotski when he says “Socialism, as opposed to capitalism, is built consciously”. But shortly afterwards, as we shall see, they engage in non-stop criticism of other theses by the same author. These poor creatures fail to see that before attaining the heights of a Trotski, who can be counted on not to produce isolated theses that are out of synch with a unified and organic line, they will need to eat a whole ton of humble pie.
And how do they paraphrase Trotski’s statement? By making him say something entirely different, to the extent that if his expression is rigorous and precise, the way his “auditors”, or pupils in this case, express it is totally wrong, especially as regards the blatantly bourgeois arrière-pensée: «therefore the conscious activity of the masses is the essential condition for socialist development». This meaningless thesis, which not only every right wing socialist but every bourgeois would subscribe to, is beneath Trotski, and more fitting of Bertoldo, who when granted the favour of being hung from a tree of his choice chose the strawberry plant. Well, any capitalist can fully accept socialism if the essential (!) condition for it is that it is preceded by the conscious activity of the masses.
This whole palinode is supposed to correct Marx who would practice no less than “empiricism” as regards the socialist programme, asserting that we only need to destroy the capitalist class and State to give free play to the construction of socialism. Marx is supposed to have had this ambiguous idea of the programmatic characteristics of socialist society, coming off with State planning of production, and so these documentarians now go on by attributing him an “unambiguous” notion of socialism, which boils down to this idiocy: eliminating exploitation! or inequality!
For much less than this was Herr Dűhring accused of “delusions of grandeur”.
For a description of socialist society we are happy to refer back to everything Marx wrote. But Marx dealt a death blow to utopianism! And how! Utopianism describes future society as it proposes it should be, and would like it to be, while Marx describes it as it will be. But the descriptions he gives of it are so salient and sharp in every field, that the belated and shallow, non ambiguous although decidedly antirevolutionary, egalitarianism and judicialism of Marx’s “patcher uppers” just seem like a rehash of centuries-old doléances.
Let us return to Trotski. Capitalism was not preceded by a conscious awareness of its characteristics, but socialism is. This concept has nothing at all to do with the purely idealistic notion of “conscious activity” of the masses, inevitably reduced to a conscious activity on the part of individuals, who are thereby raised to the motor cause of social events.
Ideology of the revolutions
We referred a while back [in the ‘Croaking of Praxis’, Ed.] to the classic passage about it not being possible to judge the epochs of social subversion by the consciousness they have of themselves. The leaders and promoters of the anti-slavery revolution disguised their fight against the form of production based on slavery, in which the real content of this historical transition was to be found, under a doctrine, complete and exhaustive, in which the motive force behind the action appeared as the liberation of the spirit from the flesh and the objective of a life in the after world. The activity of the masses was not conscious, they were not fighting for paradise, and neither did they know that in place of slavery a new form of servitude would arise. The consciousness of the change lay not with the masses, nor in any school, doctrine or group. Only afterwards did it become clear.
It was similar with the capitalist revolution against feudalism. It involved a transition to a mode of production based on wage labour, but the postulates, of a no less powerful philosophical and political school, were presented very differently, as the freedom of man or of the citizen … triumph of reason.
In these and many other transitions a new ruling class arose after the fall of the old one. But in the socialist revolution, which will abolish classes, there exists a sufficiently clear cut consciousness of its objectives in advance. From where and from whom does it arise? This is the point. To attribute to Trotski the idea that this pre-existing consciousness of the process must have developed in anyone lining up to fight for the revolution and against the obstacles that lie in its way, is absolutely ridiculous. For us Marxists it is enough that there is consciousness before the process; but not universally so, not en masse, not in a majority (a term without a deterministic meaning) of the class, but in a minority of it albeit a small one, and at a certain point even in a tiny group, or even – be scandalized o activists! – in a momentarily forgotten written text. But groups, schools, movements, texts and theses, over a long period of time, form a continuum that is nothing other than the party, which is impersonal, organic and unique, precisely because of this pre-existing consciousness of revolutionary development. Capitalism did not present a similar phenomenon, process and development: that is what Trotski said, and nothing else.
As usual, in order to show that Trotski was not one of those fools spewing out new documents, but someone who expressed theses that are the common patrimony of the party, that is, which overstep the limitations of peoples and generations, is rammed home again Marx’s central thesis that social revolutions derive from conflicts between material relations and generally have a deformed consciousness of themselves: true consciousness comes long after the clashes, the struggle and the victory.
Put aside the crap about the State taking over and planning a mercantile/monetary and wage labour economy, and, for once, listen. Do not prepare documents, Do not exercise the supreme right to free criticism, just do something anyone can do: just prick up your ears: clean out your auditory canal, and listen to Engels decisive words:
«With the seizing of the means of production by society, production of commodities is done away with, and, simultaneously, the mastery of the product over the producer. Anarchy in social production is replaced by systematic, definite organization. The struggle for individual existence disappears. Then for the first time man, in a certain sense, is finally marked of from the rest of the animal kingdom, and emerges from mere animal conditions of existence into really human ones (…) The laws of his own social action, hitherto standing face to face with man as laws of nature foreign to, and dominating him, will then be used with full understanding, and so mastered by him.
«Man’s own social organization, hitherto confronting him as a necessity imposed by nature and history, now becomes the result of his own free action. The extraneous objective forces that have hitherto governed history pass under the control of man himself. Only from that time will man himself, with full consciousness, make his own history – only from that time will the social causes set in movement by him have, in the main and in a constantly growing measure, the results intended by him. It is the humanity’s leap from the kingdom of necessity to the kingdom of freedom.
«To accomplish this act of universal emancipation is the historical mission of the modern proletariat. To thoroughly comprehend the historical conditions and thus the very nature of this act, to impart to the now oppressed class a full knowledge of the conditions and of the meaning of the momentous act it is called upon to accomplish, this is the task of the theoretical expression of the proletarian movement, scientific socialism» (Engels, “Anti-Dűhring”, in MECW XXV, 270-271).
What other documents are you ever going to need? Stop coming up with such miserable constructs with your “so much richer” material.
The now pictured in this powerful quote from Engels is what will come after the social taking possession of the means of production and the ending of economic competition and commerce; that is, it will come long after the conquest of political power. Then, for the first time there will be conscious activity of men, of the human collectivity. Then, since there will no longer be classes.
Consciousness, as far as Marxists are concerned, is therefore not a condition, and much less an essential requirement, for class activity of all kinds, but is actually absent, since it will appear for the first time not as class consciousness, but as consciousness of a human society that is at last controller of its own process of development, which was determined from outside of it for as long as there were oppressed classes.
The revolution is the historical task of the proletarian class called into action by forces which, for the time being, it is unaware of. Awareness of the final outcome resides not in the masses, but only in the specific organ that bears the doctrine of the class, the party. Revolution, dictatorship, party are inseparable processes, and anyone looking for a way round it which pits one against the other is just a defeatist.
Today
Mademoiselle Culture
As far as “class” culture goes – we will soon see what kind of classism this is – Trotski is given a severe telling off. However in the cited passages he is only saying the same thing as that which was triumphantly taken up in order to launch conscious activity, and it wasn’t him who dreamt it up, or took out a patent on it: it is Marx’s, Engels’ and Lenin’s own theses we are talking about: what are we saying? in fact of hundreds and thousands of publicizers of the Marxist school, or as our good old Greek comrades used to say, of all the “archeiomarxists”, the old Marxists. Hardly updaters!
As though it wasn’t enough to have put one spoke put in the wheel of the revolution, the unachievable consciousness, they have another one. «The construction of communism presupposes the appropriation of culture by the proletariat, and this does not mean just the assimilation of bourgeois culture, but also the creation of the first elements of communist culture». Magnificent. All of this has only one sense: believing that to achieve wellbeing you have to have power, to have power it is necessary to have the will to struggle, for the will to struggle you need consciousness, for consciousness you need culture, that culture is not an expression of class, but an eternal “absolute value of thought” and that therefore it is not material factors that trigger action and shape ideology, but rather spiritual processes that condition historical struggle. Only someone who has this in mind, and either conceals it or is unaware of it, can write this way.
So Trotski then, who actually sets things out correctly, is “patched up” and set to rights. He took the liberty of saying that «The proletariat can at most absorb bourgeois culture». And also: «as long as the proletariat remains as such, it will not be able to absorb other culture than the bourgeois one, and when a new culture can be created it will not be a proletarian culture because the proletariat as a class will have ceased to exist». Such Trotski’s positions cause indignation, but reporting on the load of old twaddle with which they countered them is hardly worth the effort. They in fact express the essence of Marxist determinism very well. In school, the press, propaganda, church etc., as long as the working class is exploited, the dissemination of bourgeois ideology will always have an enormous advantage over the spread of scientific socialism. The revolutionary cause is bound to fail until it can count on a large section of the masses taking up the struggle, and not because they had liberated themselves from bourgeois cultural and economic influences, we don’t believe that for one minute, but due to the ineluctable thrust of the conflict between material productive forces, yet to become consciousness of the combatants, and much less then of scientific culture!
But the purely idealist backdrop to the – extremely old – position of the antibarbarist group is revealed in the prospect of this struggle between two cultures. Very soon it boils down to the struggle for one culture, for the culture.
The proletariat – before delivering itself from the much execrated exploitation, before it has the right to rise up – must supposedly construct the bases of a new culture through the assimilation of existing cultures. Does this mean the class must develop its own ideology in order to be able to fight? It means something worse! «A culture is never an ideology or an orientation, but an organic (?) whole, a constellation of ideologies and currents (organicity then, or just low grade eclecticism?)». And what on earth does this mean? The answer to that is explained by the deductions drawn from it. «The plurality of tendencies that constitute a culture implies that the essential condition for the creative appropriation of culture on the part of the proletariat is freedom of expression». So there we have it: but what the hell is this freedom of expression? Here is the clarification: «The reactionary ideological currents which are bound to appear in the transitional society must be fought, inasmuch as they are expressed in the ideological field alone (?!) with ideological arms and not with mechanical means limiting the freedom of expression».
So this then is the purpose of class culture, the communist culture they want to force on the proletariat before it takes power! When it has taken power it will have to respect all cultures and exercise its dictatorship in such a way that a bourgeois cannot put bombs in the machines, but can preach “reactionary” ideology and philosophy, it being obligated to fight him only by ideological means, and, tut tut! not with mechanical ones. The mechanical one evidently being a bash on the head with a truncheon or taking away his printing press. On the contrary, he will be asked to write for the communist newspapers, and to speak at meetings and he will be opposed only with a deferential philosophical “confutation” and with ideological weapons!
Those with the swords have the science
No more than this is needed – the final conclusion of an alleged study of the “socialist programme” to replace Karl Marx’s “empirical” and “ambiguous” one – to establish that it is fully-fledged idealism and bourgeois democratism we are dealing with, reeking of the accumulated mould of three centuries (at least). Freedom of expression! And what is there in this new addition to Marx that has not already been said by Enlightenment thinkers and protestants, whose doctrines have been crushed once and for all by Marxism?
Here it is a case not just of getting Lenin to back off, of making Marx retreat, but of diluting even the burning passion of the first communist, Babeuf, who entered the political struggle wanting to use physical force in the battle against powerful ideas.
Even Blanqui in his later years said “Those with the swords have the bread!”, understanding as he did that at certain key historical junctures economic claims are resolved by brute force. Do we really need to discuss our adversary’s culture then? And to allow him the freedom of expression to regain his lost cause, sword in hand? Babeuf and Blanqui, with such poor material, had clearly discovered that those with swords have the science.
The antibarbarists want to teach the dictatorship about the most unwarlike of limitations. But it is precisely this spineless demand that illustrates the abyss that separates Marxism from the various little groups who go on pilgrimages and do penance for the disgraceful affronts caused by the revolution – Stalinist though it is – to the extra-historical sanctity of freedom of expression.
All we need now is for the advocates of “conscious activity” to support a stupid slogan like: No to freedom of action. Yes to freedom of expression!
It is above all for this reason that, apart from the forms of capitalist State dictatorship operating in Russia, the function of the party as an agent of the dictatorship must be asserted. Because it is not just about repressing sabotage attempts and plots against the proletarian power, but of protecting the rigorous doctrinal unity of the communist current, which excludes all the others.
It would be pointless then to bind the bourgeoisie hand and foot, and even more so the sprawling, impersonal monster of capital, and then to respect their verbal apology. A nebulous workerist order might stoop to this suicide, but the proletarian revolution will triumph when, and only insofar as, its doctrinal organ, the party, imposes a gag on the freedom of expression of the slow to die ideologies and traditional cultures associated with the defeated classes.
These ultra-modern studies on the dictatorship of the proletariat and on the socialist programme are therefore nothing other than a complete undermining of both; they advocate for a return to a hypocritical contest of ideas that is in nothing dissimilar to that extolled by the very worst propaganda of the western bourgeoisie.
The circle therefore closes as only it must: with support for freedom and democracy “within the class” merely serving as the prelude to a complete relapse into the only kind of freedom and democracy that is historically possible until society is completely transformed by communism, i.e., bourgeois democracy and bourgeois freedom. Which coincide with the bourgeois dictatorship, and whereas the only free speech that they really allow is the cawing of crows and the prattling of gossips, in the revolutionary organization, it is precisely freedom of expression, first and foremost, that is curtailed.
The current period does not favour the proletarian class, the revolution and the revolutionary party. But when the hour arrives all three will re-emerge as one. What is urgent now, even within our movement small though it is, is to totally rid ourselves of any foolish nostalgia for this dissipative freedom to talk rubbish.
I missionari della castrazione
Un lettore ha scritto al responsabile di questo foglio chiedendo chiarimenti circa la posizione del nostro movimento di fronte a problemi sociali e teorici, che però nella sua lettera, formano una serie un po’ lunga. Rispondiamo volentieri, ma non a tutte le richieste, dato che il nostro foglio dispone evidentemente di pochissimo spazio.
Il nostro lettore ha letto e trovato interessante l’articolo «Figli come capitali», pubblicato nel numero 10, ma ne ha tratto delle conclusioni che riecheggiano posizioni pseudoscientifiche e correnti pregiudizi, di cui il movimento rivoluzionario ha fatto giustizia fin dal suo nascere, circa un secolo fa. Questo lo diciamo con calma scevra di presunzione, e non certo per confondere il nostro cortese lettore. Ma chiamando le cose con nomi che non sono loro propri, una così male intesa gentilezza di linguaggio non impedisce di far arrivare la discussione ad un risultato utile? Dobbiamo perciò dirgli che lui si sbaglia, e persistendo nell’errore si precluderà la possibilità di vedere chiaro nelle contraddizioni e convulsioni della società borghese, accettando il pregiudizio che la «miseria» della classe operaia sia un risultato dell’eccesso delle nascite, e quindi della incapacità delle famiglie proletarie a limitare la prole. Nell’articolo citato, non si toccava, in verità, tale questione, ma, tenendo presente che è molto diffusa nelle masse la tendenza a seguire supinamente le false argomentazioni che mirano a discolpare la classe borghese gettando sui troppo … prolifici proletari la responsabilità della disoccupazione e del regime di sottoconsumo, l’occasione è buona per ribadire la posizione rivoluzionaria.
La questione è tutt’altro che nuova. La teoria della limitazione delle nascite come mezzo per ristabilire l’equilibrio tra le capacità produttiva e il consumo, è completamente fuori della dottrina rivoluzionaria del proletariato. Non a caso essa fu sostenuta fin dalla fine del ‘700 dall’economista borghese Roberto Malthus, il quale negava l’efficacia di ogni riforma sociale sostenendo che l’aumento del potere d’acquisto delle masse determinava per le migliorate condizioni di vita delle famiglie operaie, un aumento delle nascite che a lungo andare avrebbe annullato gli effetti della riforma. Marx combatté il malthusianesimo, e sulle sue orme lo stesso fece Lenin, denunziandolo come espressione riflessa delle condizioni sociali in cui vivono gli strati della piccola borghesia.
La piccola borghesia, i famosi strati medi, onore e vanto della conservazione e della reazione sociale, da cui la classe dominante trae gli ideologi, i ciarlatani demagoghi, i parolai parlamentari, costituisce la sorgente inquinata delle filosofie della disperazione, del nichilismo sconsolato sempre pronto a piangere sulla «inutilità della vita», a predicare la rassegnazione imbelle, lo scetticismo vile. Il piccolo borghese sente nelle sue carni il morso feroce di tutte le contraddizioni della società divisa in classe. Non è falso che rispetto al tenore di vita degli strati meglio pagati della classe operaia, molti borghesucci stiano molto peggio; nessuna sofferenza e umiliazione viene loro risparmiata; anzi, la tragedia del piccolo borghese, caduto in rovina e gettato nella massa dei proletari, o addirittura dei disoccupati, provoca conseguenze assai più disastrose che negli operai tradizionali, i quali, volenti o nolenti, hanno acquisito una maggiore capacità di reagire e di resistere alle sciagure sociali. Il piccolo borghese decaduto è un ribelle, urla e smania contro l’ordine costituito. «Ma come protesta?» si domandava Lenin, e così rispondeva:
«Protesta abbattuto e pavido, quale rappresentante di una classe che precipita senza speranza verso la propria rovina, che non ha nessuna fiducia nel proprio avvenire. Non c’è nulla da fare, almeno ci siano meno figli a soffrire i nostri tormenti, a trascinare le nostre catene, a sopportare la nostra miseria e la nostra umiliazione: questo è il grido del piccolo borghese.
«L’operaio cosciente è lontano le mille miglia da questo modo di vedere. Non si lascia annebbiare la coscienza da tali elementi, per quanto sinceri e profondamente sentiti essi siano. Sì, anche noi, operai e massa di piccoli proprietari siamo curvi sotto un giogo insopportabile e la nostra vita è piena di sofferenze. La nostra generazione ha la vita più dura di quella dei nostri padri. Ma sotto un certo aspetto siamo molto più felici di loro. Abbiamo imparato e impariamo rapidamente a lottare e a lottare non da soli come i migliori tra i nostri padri, non in nome delle parole d’ordine dei ciarlatani borghesi, che ci sono estranee, che non sentiamo, ma in nome delle parole d’ordine nostre, della nostra classe. Noi lottiamo meglio dei nostri padri. I nostri figli lotteranno ancora meglio e vinceranno.
«La classe operaia non corre verso la sua rovina, ma cresce, diventa più forte e più virile, diventa compatta, si educa e si tempra nel combattimento. Noi siamo pessimisti sulle sorti del feudalesimo, del capitalismo e della piccola produzione, ma siamo ottimisti e pieni di entusiasmo per quanto riguarda il movimento operaio e le sue mete. Noi gettiamo già le fondamenta del nuovo edificio e i nostri figli lo porteranno a termine.
«Ecco la ragione, la sola ragione, per cui siamo decisamente nemici del neomaltusianesimo, di questa tendenza propria delle coppie piccolo-borghesi, che, nella loro meschinità e nel loro egoismo, biascicano impaurite: ci conceda Iddio di vivacchiare noi stessi in qualche modo; in quanto ai figli meglio non averne».
Lo scritto di Lenin, da cui abbiamo stralciato questo brano apparve sulla «Pravda» nel giugno 1913. Ma vale anche per il 1953. Non bisogna credere, però, che il rifiuto di accettare la «vile e reazionaria dottrina sociale del neomaltusianesimo» comportasse, nella posizione di Lenin, la negazione della lotta contro le leggi che vietano, sotto il capitalismo, l’aborto procurato e la diffusione degli scritti medici riguardanti i vari sistemi preventivi intesi a limitare le nascite. «Queste leggi non sono che una ipocrisia delle classi dominanti» affermava Lenin, a conclusione del suo articolo. Conseguentemente a tale posizione. lo Stato operaio, sorto dalla Rivoluzione d’Ottobre riconobbe legalmente il diritto delle donne a praticare l’aborto. Il regime staliniano doveva in seguito attutire e rendere praticamente inoperanti tali misure rivoluzionarie; ma il fatto rimane.
Apparentemente, può sembrare che ci sia contraddizione tra la guerra dichiarata, in sede teorica e critica, alle dottrine maltusiane e neomaltusiane, e le rivendicazioni pratiche del movimento rivoluzionario marxista. E’ questione di intendere giustamente, uscendo dal dilemma astratto: la limitazione volontaria delle nascite è Bene o Male? La banale esperienza mostra quotidianamente come le famiglie numerose soffrono maggiormente dello sfruttamento sociale, per cui una nuova gravidanza è temuta dalle donne del proletariato e della piccola borghesia come una sventura (per le signore eleganti che non hanno «triviali» preoccupazioni economiche è diverso, si tratta solo di un fastidioso incomodo). Chi può negare ciò? Chi può, senza servire la nauseante ipocrisia morale e religiosa, biasimare le pratiche preventive e l’aborto procurato? Non bisogna salire alle altezze della teoria per capire ciò.
Ma l’errore profondo e la caduta nell’ideologia della controrivoluzione avviene se si pretende di elevare al rango di «mezzo» per la abolizione dello sfruttamento sociale, della miseria, della disoccupazione, in una parola di tutte le violenze e le infamie del capitalismo, quello che è, in definitiva, uno sforzo inteso ad evitare peggiori condizioni di lotta contro la tirannia degli ordinamenti capitalistici. Non predicando la limitazione delle nascite, che ormai è il compito equivoco delle associazioni di beneficenza presiedute dalle dame della borghesia, si combatte il capitalismo. Anzi, se per astratta ipotesi si potesse arrestare l’aumento delle file proletarie, che è fenomeno mondiale per il progressivo entrare nel girone infernale dell’industrialismo e del salariato di vaste zone del pianeta, se si potesse farlo il capitalismo respirerebbe. Il fatto inoppugnabile che gli eserciti di lavoratori proletari crescono e si moltiplicano, costituisce una condanna di morte per il capitalismo, che presto o tardi sarà eseguita. Il borghesuccio che vive nel cronico timore di cadere nelle file del proletariato e nell’orrore di dovere deporre la penna o lasciare il banco per impugnare il martello o la vanga, può bene lasciarsi terrorizzare dalla vista del flusso proletario che sommerge inevitabilmente il pianeta, che nessuna utopia reazionaria può ormai sottrarre al suo dominio futuro. I proletari, no!
Lo soppressione dello sfruttamento e dell’oppressione sociale diviene una misera utopia, se si pretende che ad arrivarci esistono altre vie che non siano la dittatura del proletariato, cioè del potere politico dittatoriale che spezzerà gli impedimenti che si oppongono alla abolizione del lavoro salariato, delle barriere tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Il mondo in cui viviamo soffoca tra mille sofferenze, ma non perché siano molti gli uomini che popolano il pianeta, non perché le famiglie proletarie segnino alti indici di natalità. Se la produzione di alimenti non si equilibra con l’aumento della popolazione mondiale, ciò dipende unicamente dal fatto che il capitalismo amministra disastrosamente le forze produttive in continuo inarrestabile incremento. Oramai, si sente tutti i giorni lamentare che il mondo non basta a nutrire la popolazione che ospita. ma ciò avviene perché il capitalismo devia verso rami di produzione socialmente inutili e dannosi le energie produttive che dispoticamente controlla, e mentre impone alle masse di consumare articoli superflui, non riesce, non riuscirà ad assicurare una stabilità di vita alla società.
Il piccolo borghese che invidia lo speculatore fortunato o l’imprenditore favorito dalle banche, implora: «Meno figli. Meno bocche da sfamare». Ma il proletario preparato che vuole la distruzione del modo di produrre e di vivere del capitalismo, dice: «Meno aerei, meno cannoni, meno transatlantici. meno automobili. Basta con lo sperpero delle forze produttive. Basta col parassitismo capitalista. Sopprimiamo il mercantilismo, il commercio, l’affarismo, per i quali il lavoro sociale viene sottomesso agli interessi della accumulazione. Volgiamoci a fabbricare ciò che è utile ai lavoratori, ce ne sarà abbastanza per tutti». Ma i fautori del maltusianesimo da questo orecchio non ci sentono. Loro sono in ansiosa attesa dell’antifecondativo infallibile che dovrà mettere la parola fine alle prepotenze… dello spermatozoo! Non a caso, i peggiori nemici del materialismo economico, cui si rimprovera non si sa quali e quante sordidezze, sono incapaci di collocare i grandi problemi sociali al di sopra del piano del basso ventre…
Nazionalizzatori
La politica di nazionalizzazione e d’intervento statale condotta dal governo « rivoluzionario » di Paz Estenssoro in Bolivia ha fatto, come è noto, la delizia di tutti i partiti e movimenti « progressisti » nostrani, non tanto per la frustata ch’essa poteva dare all’industrializzazione del Paese, quanto per il forte accento anti-americano che presentava. Il guaio è che sul piano dei rapporti fra Stati come su quello dei rapporti fra unità produttive, è la potenza economica che detta legge, non la volontà o, tanto meno, le velleità di singoli gruppi.
Avviene così che, a poca distanza dalle nazionalizzazioni minerarie salutate come rivolte contro l’imperialismo yankee, il governo boliviano si vede ora risospinto, sotto la pressione della crisi economica interna, nelle braccia degli Stati Uniti, e l’ambasciatore della Bolivia a Washington ha dovuto fare appello agli industriali nord-americani perché il flusso di dollari e di valute pregiate riprenda, cessi la « disperata scarsità di fondi di fronte alla quale la Bolivia si è venuta a trovare dopo la cessazione delle vendite regolari dello stagno… ai tradizionali Paesi clienti » (Relazioni Internazionali, 13 giugno), e un nuovo accordo per l’acquisto statunitense dell’essenziale materia prima allontani il pericolo che « il mondo libero perda un altro alleato nella sua lotta per l’esistenza ». L’« anti-americano » Paz Estenssoro non solo chiede dollari a Washington, ma agita lo spauracchio di una Bolivia perduta – come egli non vorrebbe – all’Occidente.
È la sorte di un po’ tutte le « rivoluzioni nazionali » dei Paesi arretrati: in quanto mettono in moto forze sociali latenti, esse rappresentano un fattore di dinamismo nell’evoluzione economica e sociale di grandi aree del mondo; ma la loro incapacità di tenere con mezzi propri il passo col velocissimo ritmo del progresso tecnico risospinge i Paesi in fermento « nazionale » nelle braccia dell’imperialismo dominante; e il cerchio appena infranto si richiude.
Arcobaleno postelettorale
La democrazia cristiana ha richiamato all’ordine i reggicoda dei partiti minori: sa che, nonostante le loro velleità d’iniziativa e d’indipendenza, non possono vivere (nel senso di avere un peso) se non nella sua scia.
I partiti minori hanno tratto dalla loro sconfitta elettorale la convinzione rafforzata della propria… importanza. Guai se così non fosse: farebbero harakiri.
Come previsto, i monarchici si sono spaventati del proprio successo: messi di fronte al pericolo di un governo instabile, si dichiarano pronti a sostenere De Gasperi. Passata la festa, ci si genuflette al carro.
Anche i « comunisti » si preoccupano di un governo stabile: o non sono forse i crociati dell’onore nazionale e della salvezza della Patria? Ma come stabilizzare il governo? Concedendo loro congrue poltrone ministeriali, gomito a gomito con gli « irriducibili nemici » di ieri. E non è detto che, in seguito agli incontri internazionali « ad altissimo livello », non li rivediamo alla meta. Alto o basso che sia il « livello », l’importante è che arrivino alla greppia.