अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Partito Comunista 423

La rivolta delle periferie francesi suona a morto per la pace sociale

È di questi giorni, in cui ci apprestiamo a chiudere questo numero del nostro giornale, la rivolta nelle periferie francesi. Non è la prima esplosione di malcontento, ma la più rabbiosa e diffusa delle banlieue francesi, estesa a centinaia di città grandi e piccole, e ha persino varcato i confini nazionali, contagiando Svizzera e Belgio.

Una rivolta certo senza organizzazione, senza progetto politico e senza obiettivi sociali immediati, come le precedenti, con gli assalti ai centri commerciali, ai bancomat, ai commissariati, compiuti per lo più da giovani e giovanissimi.

Questi caratteri di spontaneità e l’assenza di rivendicazioni prestano il fianco alle falsificazioni della stampa borghese la quale deve nascondere che il suo re è nudo e rendere presentabile e degna di essere difesa una società in decadenza, in disfacimento, in putrefazione.

La colpa dei disordini, secondo taluni, sarebbe degli immigrati di fede islamica, i cui figli, ormai cittadini francesi, non riescono e non vogliono integrarsi. Oppure dei genitori, del venir meno dell’autorità familiare. Due spiegazioni inconsistenti e fra loro incompatibili.

Sarà, almeno per adesso, senza programma politico né sociale questa rivolta, ma la sua intensità ed estensione ne fa espressione di un malessere profondo, non liquidabile con le miserevoli e impotenti spiegazioni giustificatorie dei partiti e della stampa borghesi. Un malessere espresso da migliaia di giovani disoccupati.

È una rivolta della gioventù proletaria in un’epoca in cui 100 anni di controrivoluzione – staliniana, fascista e democratica – hanno privato il proletariato mondiale del suo partito e dei suoi sindacati di classe. Forse solo adesso il proletariato ha ripreso la marcia della lotta, che lo porterà a riappropriarsi di queste sue fondamentali armi di guerra, con cui abbatterà la marcia società capitalistica. Probabilmente la Francia è uno dei teatri di questo nuovo inizio.

In queste condizioni storiche, non poteva essere altrimenti. Non è da stupirsi che tali rivolte non si leghino a partiti, sindacati e altri organismi della lotta sociale. Ma questo avverrà, nella misura in cui la classe operaia, in Francia e in tutti i paesi, saprà dotarsi di autentici sindacati, cacciando dalla guida delle attuali organizzazioni gli agenti della borghesia, e sconfiggendo tutte le forme dell’opportunismo politico-sindacale. Un processo il cui successo va di pari passo col rafforzarsi del partito comunista internazionale.

I proletari delle banlieue non vengono “integrati” nella società borghese francese perché è l’intero proletariato a esserlo sempre meno, venendo giorno dopo giorno ricacciato nella sua reale condizione di classe oppressa e sfruttata, per la quale le parole “cittadinanza”, “diritti”, “democrazia” sono solo orpelli odiosi e ingannevoli.

Non lamentiamo, quindi, la mancata integrazione nella società borghese dei proletari delle banlieue e di tutte le periferie dei mostri urbani capitalistici, ma occorre lavorare alla loro integrazione nella lotta anti-capitalista per la difesa dei bisogni immediati di tutta la classe operaia.

In Francia il movimento contro la riforma delle pensioni, e in precedenza gli scioperi per gli aumenti salariali, hanno segnato un importante passo in avanti nel rafforzare il sindacalismo di classe. Ma il peso del sindacalismo di regime è ancora grande e l’influenza dell’opportunismo nelle correnti sindacali conflittuali lo è altrettanto. Questo frena l’integrazione nella lotta proletaria di tutte le sue forze, comprese quelle preziosissime dei giovani disoccupati.

Di fronte alla rivolta, la nuova dirigenza confederale della Cgt non ha saputo far di meglio che pubblicare il 29 giugno il comunicato della sua federazione che inquadra i poliziotti: “Dramma a Nanterre: i poteri pubblici devono reagire!”.

La dirigenza della Cgt non si appella ai lavoratori per mobilitarsi contro la violenza poliziesca, ampiamente manifestatasi anche nel movimento di lotta contro la riforma delle pensioni, ma ai “pubblici poteri”, i quali non sono altro che gli ingranaggi di quel regime che brandisce tale violenza! Si appellano ai carnefici. D’altronde organizzano i violentatori nello stesso sindacato dei violentati.

“Unitè Cgt”, l’area nella quale confluisce la maggior parte delle correnti conflittuali di questo sindacato di regime, che all’ultimo congresso del marzo scorso ha guadagnato circa il 36% dei consensi, ha pubblicato un comunicato in cui chiede, nel caso in cui il governo avesse decretato lo Stato d’emergenza, che sia indetto uno sciopero nazionale generale per imporre le dimissioni del governo, lo scioglimento del parlamento, la riforma delle istituzioni e della polizia.

È un falso appello alla mobilitazione dei lavoratori: di fatto lo stato d’emergenza c’è già, con 45 mila agenti mobilitati ogni notte, migliaia di arresti e i tribunali a processare per direttissima e condannare ogni giorno centinaia di giovani. L’obiettivo di riformare le istituzioni, la polizia, cioè lo Stato borghese, rende esplicito il velleitarismo riformista di tali correnti conflittuali.

I giovani proletari e tutta la classe operaia hanno bisogno di un partito che dica chiaramente loro che è questo il vero volto del regime borghese, che la democrazia è solo un velo a nascondere la dittatura della classe capitalista sulla classe lavoratrice. L’obiettivo che si imporrà nei fatti non è la riforma, ma la distruzione dello Stato borghese, attraverso la conquista rivoluzionaria del potere e l’instaurazione della dittatura del proletariato. Solo il potere politico della classe operaia potrà schiacciare la resistenza degli spodestati capitalisti e attuare le riforme rivoluzionarie del programma comunista.

Si ammutinano i mercenari in Russia, sono tutti giganti imputriditi

Cosa si aspettavano i tifosi dello “Stato di diritto” e dell’Ucraina? Pensavano che le truppe mercenarie guidate da Prigožin avrebbero riconquisto la “vera democrazia”? Per quanti odiano la rivoluzione, il crollo del fronte interno nemico in una guerra è possibile soltanto in termini di un’esplosione inaspettata di anarchia militare.

Seguendo la logica del male minore, molti si sono convinti, almeno per poche ore, che fra Putin e Prigožin si dovesse scegliere fra uno dei due, magari pensando che il secondo fosse soltanto un male passeggero, affinché l’Ucraina, l’Occidente e la democrazia prevalessero a spese della Russia, anche a costo di farne “coriandoli” come prevedono e auspicano certi esperti di geopolitica e di questioni militari.

Nella guerra, il capitalismo giunto alla fase imperialista, al di là del belletto democratico e parlamentare, rivela la sua autentica natura fascista dietro ogni fronte in lotta.

Noi comunisti non scegliamo tra due fazioni in lotta per il potere in uno Stato imperialista. Certo ci rammarichiamo di non vedere il proletariato insorgere contro questa guerra, infame su entrambi i lati del fronte: in mancanza del partito questa soluzione è impossibile.

Mentre i borghesi atlantici si dispiacciono di non avere visto Prigožin battere Putin, i partigiani di Putin vedono in quest’ultimo il traghettatore a un mondo “multipolare”, in cui sperano non ci sarà spazio per l’egemonia statunitense.

Ma devono prendere atto dell’ultimo episodio della serie in stile televisivo in cui si è svelata la progressiva abiura della rivoluzione russa dell’Ottobre 1917, la “coltellata alle spalle”, giustamente attribuita da Putin ai bolscevichi, contro la prima guerra mondiale imperialista, dello zar prima, e dei borghesi dopo Febbraio.

Diventa sempre più impossibile per il governo moscovita adottare un’ideologia di Stato che armonizzi il presente di una federazione di repubbliche con il passato storico della Russia madre dei popoli, rivendicato in toto a partire da Ivan il Terribile, passando per Pietro il Grande e arrivando fino allo sbiadito e inetto Nicola II.

Putin non potrà cessare di essere repubblicano e zarista a un tempo, quanto il suo omologo turco Erdoğan continuerà a essere moderatamente kemalista nelle forme ma ottomano nel cuore e nelle proiezioni imperialistiche della Turchia.

Non a caso entrambi i capi di Stato hanno dovuto difendersi da tentativi di colpo di Stato e non a caso ogni volta che questo è successo hanno dovuto sostenersi vicendevolmente, con buona pace della secolare retorica della storia patria, che da una parte voleva sottrarre i fedeli cristiani al sultano, dall’altra difendere i buoni credenti musulmani dagli odiati “Moskof”.

L’adozione di truppe mercenarie è sempre un’arma a doppio taglio. Se rassicura la popolazione mettendola almeno in parte al riparo dai lutti della guerra, i soldati di ventura sono sempre infidi e pronti a cambiare casacca: versati nel mestiere delle armi, si vendono al miglior offerente e prima del tempo abbandonano al suo destino chi non ha speranze di vittoria.

Gli equilibri di potere interni alla Russia restano instabili. La guerra si dovrà continuare con truppe decimate da pallottole nemiche e defezioni.

La ragion di Stato è quel paravento dietro cui si nasconde l’abominio della violenza organizzata della classe dominante. Ma è possibile che un giorno la coonestata ragion di Stato, fra guerre, rivolte e stermini, venga a scadere nell’anarchia militare. Le sovrastrutture statali, istituzionali e militari mostrano già crepe e cedimenti.

Allora che cada a terra questo immondo Behemoth del capitale, il proletariato vibrerà allora il suo fatale colpo di grazia e il futuro comunista sarà di nuovo davvero a portata di mano dell’umanità.

Mosse di guerra nei Balcani

La geopolitica dei Balcani, regione in gravissima crisi economica e sociale, è stata drasticamente influenzata dall’ultima fase della attuale “guerra fredda” tra Russia e Occidente, con il protrarsi della guerra in Ucraina che vi sta spargendo i suoi fetidi effluvi.

Nelle ultime settimane si sono avuti importanti sviluppi e sorprendenti in Kosovo, degenerati in una grave crisi.

Nei confronti della Russia la Serbia apparentemente rimane neutrale e si oppone all’adesione alle sanzioni economiche, il che consente al capitale finanziario russo di usare la Serbia come principale ponte con l’Europa per aggirare le sanzioni. Nonostante le costanti pressione dell’Occidente, il governo serbo, guidato dal Partito Progressista, continua a rifiutarsi di introdurre sanzioni, anche per i legami di una parte della cricca al potere con il capitale russo, soprattutto Gazprom.

Nel marzo scorso l’Unione Europea è tornata ad esercitare pressioni sulla Serbia affinché si allinei alla sua politica estera, sotto la minaccia di congelare il processo di adesione. L’alternativa intimata era, o imporre le sanzioni alla Russia o accettare la proposta franco-tedesca di accordo per il Kosovo, che comporta il suo effettivo riconoscimento. La Serbia accettò questa seconda.

Ma l’attuazione dell’accordo è stata bloccata dalla Associazione dei Comuni Serbi, composta dalle quattro municipalità del Nord del Kosovo a maggioranza serba, che rivendicano quella autonomia esecutiva e finanziaria che era stata loro concessa dall’Accordo di Bruxelles del 2013.

L’attuale Kosovo è governato dal partito Vetevendosje! (“Autodeterminazione!”), un partito nazionalista ad oltranza proveniente da una formazione di sinistra post-maoista. Persegue una politica più nazionalista e anti-occidentale rispetto agli altri partiti albanesi del Kosovo rivendicando l’unione con l’Albania.

Il primo ministro del Kosovo, Kurti, che si oppone all’attività dell’Associazione dei Comuni Serbi e a qualsiasi impedimento alla piena unità dello Stato, considera l’accordo del 2013 nullo e privo di effetti, il che ha impedito la normalizzazione dei rapporti fra le comunità. Ha inoltre portato a un inasprimento delle relazioni tra il Kosovo da un lato, e l’UE e gli Stati Uniti dall’altro.

Il 23 aprile in Kosovo si sono tenute le elezioni locali nei quattro comuni a popolazione serba. I serbi locali, che sono il 97% della popolazione, hanno deciso di boicottare le elezioni fino a quando non fosse iniziato il processo di implementazione dell’Associazione dei Comuni Serbi.

Le elezioni si sono tenute comunque, con il 2-3% degli albanesi locali che hanno eletto a sindaci dei nazionalisti albanesi. I serbi, in risposta, hanno barricato i Municipi, impedendo ai nuovi sindaci dall’assumere le loro funzioni. Per un mese la situazione è rimasta in stallo.

Nel frattempo, il 3 maggio, a Belgrado si è verificata una sparatoria in una scuola, che ha immediatamente scatenato un’altra sparatoria e diversi altri incidenti violenti, con un totale di 20 morti nell’arco di un solo giorno. L’indignazione e il dolore si sono presto trasformati in proteste di massa “contro la violenza”, chiedendo che i media ne dessero meno risonanza. L’ondata di protesta è stata immediatamente sfruttata dall’opposizione, che ha dato alle manifestazioni un carattere antigovernativo mobilitando tra le 50.000 e le 60.000 persone.

Il presidente Vučić ha risposto cercando di organizzare proteste ancora più grandi, fornendo trasporti gratuiti da tutta la Serbia, oltre che dalle province del nord del Kosovo abitate da serbi.

Il 26 maggio si è quindi tenuta una grande contromanifestazione filogovernativa a Belgrado, che ha portato molti sostenitori di Vučić dal Kosovo, lasciando sguarnite le barricate dinanzi ai Municipi. Questo ha dato alle forze speciali di polizia kosovare l’opportunità di prenderle d’assalto e reprimere la protesta con l’uso di una violenza estrema, nonostante gli appelli dell’Occidente a ridurre le tensioni senza l’uso della forza.

Non sorprende che ciò abbia portato a una catastrofe, con cinque giorni ininterrotti di corpo a corpo tra i tre fronti: la polizia speciale albanese del Kosovo, le forze “di pace” internazionali della KFOR e i civili serbi armati dall’altra. I serbi coinvolti nel conflitto sono per lo più locali, ma è quasi certo il coinvolgimento di un gruppo di provocatori organizzati. Non è certo che siano stati mandati dal governo serbo, ma i cappelli che indossavano sono quelli di un’organizzazione criminale i cui referenti nel Partito Progressista sono recentemente passati all’opposizione. È molto probabile quindi che siano stati mandati da quella parte dell’opposizione sostenuta dall’Occidente.

In risposta alle violenze il Quintetto, formato da Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia ma guidato dagli Stati Uniti, ha inizialmente emesso una condanna congiunta delle “violenze da parte delle autorità di Priština” (un significativo precedente retorico), redatta dal Dipartimento di Stato americano. Questa è stata presto seguito da sanzioni simboliche imposte dagli USA al Kosovo: la cancellazione della prevista esercitazione militare “Defender 23” e l’espulsione del Kosovo dall’iniziativa, il boicottaggio diplomatico di qualsiasi tipo di contatto ufficiale tra i rappresentanti degli Stati Uniti e del Kosovo e la richiesta di bloccare immediatamente l’adesione del Kosovo alle istituzioni internazionali e qualsiasi nuovo riconoscimento internazionale.

Pare evidente che gli Stati Uniti abbiano deciso di tradire i loro alleati in Kosovo in cambio di una maggiore forza di contrattazione con la Serbia sulla questione delle sanzioni alla Russia. È probabile che questo risultato si raggiunga attraverso un cambio di regime in Serbia.

L’opposizione, eterogenea, estremamente ampia ma per lo più liberale, si è mostrata molto più aperta alla possibilità di sanzioni, ma ha anche adottato in larga misura una retorica nazionalista nei confronti del partito al governo, in particolare in relazione alla sua politica nei confronti del Kosovo, descritta come eccessivamente rinunciataria. Inoltre la scorsa settimana molti aderenti al Partito Progressista l’hanno abbandonato per passare alle file dell’opposizione: una cosca che era stata screditata per la vicenda della fabbrica di armi di Krušik, per i legami con la criminalità organizzata e gli scandali di corruzione di alto profilo, silenziosamente estromessa da ogni posizione di potere significativa. Anche per i suoi interessi privati questo clan era la fazione più filo-occidentale del governo. L’opposizione naturalmente ha deciso di accoglierla a braccia aperte.

È dunque probabile che nelle prossime settimane gli Stati Uniti favoriscano l’opposizione unita nel mettere in crisi il governo attuale, rovesciarlo e assumere il potere. Gli Stati Uniti gli darebbero carta bianca per “proteggere la minoranza serba” da un possibile ripetersi di un evento come il pogrom etnico del marzo 2004, e probabilmente si arriverebbe anche a una modifica degli attuali confini. Questo procurerebbe un buon appoggio al nuovo governo, che in cambio dovrebbe aderire alle sanzioni contro la Russia.

Naturalmente l’attuale governo, e anche Mosca, sono consci di questo pericolo. La situazione è molto critica e, per la prima volta in 15 anni, dopo il continuo “gridare al lupo” da parte dei media internazionali, adesso c’è il rischio concreto di una escalation e persino di un possibile conflitto armato, anche se questa volta i media internazionali sono sorprendentemente silenziosi.

In questo sporco gioco tra opposti imperialismi il proletariato di Serbia e del Kosovo è schiacciato e senza voce. Le sue condizioni peggiorano mentre i partiti borghesi danno la colpa di tutti i mali al “nemico alle porte” per nascondere invece che è in casa. Il nemico sono i padroni, i loro partiti, i loro giornali e televisioni, che si servono di tutti i mezzi, compresa la criminalità organizzata per aumentare i loro profitti e non si fermano neppure dinanzi alla prospettiva di scatenare una guerra generale pur di mantenere il loro potere.

Ancora morti lungo l’esodo dei migranti

“Stanotte sarà l’ultima della nostra vita”, queste le parole di uno dei passeggeri del peschereccio stracarico che si è inabissato in uno dei punti più profondi dell’Egeo. Partito forse dall’Egitto, imbarcando 750 esseri umani, il 14 giugno si è inabissato mentre cercava di raggiungere l’Italia. Si sono salvati solo poco più di cento. Gli altri sono annegati. Nessuno aveva il giubbotto salvagente. Dopo cinque giorni di viaggio, l’acqua era finita, il conducente dell’imbarcazione li aveva abbandonati in mare aperto, il motore in avaria e con sei cadaveri a bordo.

Nessuno li ha soccorsi nonostante tutti sapessero. I governi di Europa versano lacrime, che non costano nulla. Quello greco con cinismo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Si rifiutano di soccorrere i naufraghi, li perseguitano se giungono a terra, alzano muri e filo spinato per fermarli. Migliaia di proletari, che con i loro figli piccoli, in Europa e in America, muoiono di freddo e di fame nei boschi, nell’attraversare i fiumi, massacrati di botte e derubati dai poliziotti, rappresentano la condanna storica del capitalismo.

Lo scopo di questa moderna tratta è rifornire in abbondanza le fabbriche e i cantieri di nuovi schiavi salariati, costretti alla clandestinità, a un lavoro massacrante, insicuro e sottopagato, per ritirarsi poi in giacigli pagati a caro prezzo. Tutto in nome del profitto, dello sfruttamento, del privilegio di classe borghese.

Questo finché la solidarietà fra proletari autoctoni e immigrati e la lotta comune non riuscirà a imporre la loro difesa. La piena redenzione dell’umanità lavoratrice arriverà con la rivoluzione sociale, di tutta la classe internazionale dei senza patria, che abbatterà infine questo morente regime

La morte dei naufraghi diventa uno spot elettorale

«La maggioranza dei cittadini apprezza la politica migratoria equa ma rigorosa del governo», ha dichiarato il premier greco Mitsotakis, spiegando il proprio successo nel secondo turno delle elezioni politiche.

Perché il tragico naufragio nel mare fra Grecia e Italia costato la vita a 650 disgraziati è andato a beneficio della sua campagna elettorale. Il signor premier ha potuto così vantarsi per salvarli che la guardia costiera del suo paese non ha fatto nulla! La quale infatti non ha nemmeno tentato di evacuare l’imbarcazione in avaria. Mitsotakis per di più ha avvalorato la vergognosa menzogna che i media totalitari del regime borghese hanno dato in pasto alla cosiddetta opinione pubblica – il cui orientamento è esso stesso un artefatto mediatico – che gli stessi naufraghi avrebbero rifiutando l’aiuto. La versione ufficiale ha quindi attribuito la tragedia alla fatalità, alla testardaggine a completare il disperato viaggio, al cinismo dei “trafficanti”.

Questo stravolgimento della realtà risponde all’esigenza di rafforzare la presa dell’ideologia dominante sugli strati subalterni della società. Tutti i governi borghesi, di destra e di sinistra, diffondono la brutta favola, priva di ogni logica, affermata col tempo in versione sempre più spudorata: innumeri africani e asiatici, annoiati di vivere a casa loro con le loro risorse, non troppo scarse se hanno soldi per pagare i “trafficanti”, istigati da organizzazioni criminali, scelgono di avventurarsi in un periglioso viaggio salendo a bordo di carrette del mare, spesso con la colpevole imprevidenza di portare con loro anche i figli in tenera età.

Alle favole non è richiesta la coerenza, belle e significative quando rispondono al bisogno di arricchire conoscenze e sentimenti di fanciulli e adulti nel contemplare le fasi arcaiche della loro filogenesi storico-culturale. Tanto meno possono essere coerenti le fiabe che rispondono all’esigenza di Stati e governi di conservare l’attuale ignobile e distruttivo ordine sociale. Evocano gli idoli delle più ottuse e reazionarie superstizioni: ”emergenza immigrazione”, “sostituzione etnica”, “tradizioni patrie” contaminate dai “troppi stranieri”.

Fino al “traffico di esseri umani”, mantra che vorrebbe far credere che ci siano proprietari di anime e corpi trasportati incatenati come sulle navi negriere che fino a poco più di due secoli fa solcavano l’Atlantico fra l’Africa e le Americhe. Sembra quasi che il vocabolario italiano abbia perso il sostantivo “passatore”, colui che, per compenso, aiuta ad attraversare clandestinamente le frontiere.
Ma anche i politicanti greci sanno quanto certe formule al solo pronunciarle siano foriere di valanghe di voti: la colpa ufficiale della tragedia nello Ionio è, ovvio dei “trafficanti”!

Noi non contestiamo i pregiudizi dei borghesi scendendo al loro livello. Né disponiamo dei potenti mezzi con cui li impongono. Oltretutto, a porsi sul piano del luogo comune, nel tentativo di negare la menzogna, si rischia di portare con sé, sia pure capovolte, le stimmate della menzogna stessa. Rifuggiamo dalle spiegazioni troppo semplici e immediate, strumento privilegiato della classe nemica, per porci sul piano dell’analisi materialistica e dialettica dei processi storici e sociali.

Talora è però utile esprimere questa complessa realtà in una formula sintetica. Qui lo facciamo con le parole di Lenin, maestro in questo, scritte oltre un secolo fa nel suo ”Imperialismo”: «Una delle particolarità dell’imperialismo è la diminuzione dell’emigrazione dai paesi imperialisti e l’aumento dell’immigrazione in essi di uomini provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori».

Le contorsioni dell’imperialismo giapponese fra stagnazione ed esportazioni di capitali

I cosiddetti analisti sembrano non riuscire a valutare le implicazioni dei cambiamenti avvenuti nella politica della Bank of Japan (BoJ) a ridosso dell’avvicendamento al vertice, avvenuto nell’aprile scorso, con cui Ueda Kazuo è subentrato al presidente uscente Kuroda Haruhiko, al termine del suo secondo mandato.

L’insieme dei mercati finanziari, il capitalismo d’impresa, le istituzioni internazionali incaricate di elaborare regolamenti finanziari e commerciali e il sistema creditizio mondiale devono ora tener conto dell’imprevisto ritorno di 3.400 miliardi di dollari di liquidità, che ha origine dall’economia giapponese. Questo rientro di capitali avvenuto sotto la guida di Kuroda dal 2016 in poi, è il risultato della combinazione di un cambio di passo sull’inflazione e sui tassi di interesse, che vede il Giappone sul punto di decidere di abbandonare la sua precedente politica molto accomodante dal punto di vista creditizio.

Un sommovimento di così grandi proporzioni avrebbe come prima vittima il mercato globale delle obbligazioni, che peraltro risente ancora delle pesanti conseguenze dell’essere stato al centro della strategia per la riduzione dell’inflazione intrapresa dalla FED statunitense.
Per espandere i propri profitti infatti gli investitori giapponesi si sono focalizzati per un lungo periodo sulle opportunità nei paesi stranieri. I capitalisti locali sono famosi per essere avidi acquirenti di proprietà in giro per il mondo: le loro acquisizioni spaziano dalle proprietà immobiliari alle quote di debiti sovrani di molti paesi, fra cui il Brasile.

Questo stile di investimento su larga scala risale all’epoca di Nakasone, premier dal 1982 al 1987, quando la borghesia giapponese aveva abbracciato l’idea di controllare tutto il mondo aziendale e bancario investendo i propri capitali ovunque.

Una volta portata all’estremo, la mentalità di espandere l’influenza giapponese solo attraverso l’ampliamento della diffusione del capitale si è evoluta in una profezia autoavverante, ossia che le persone fisiche e le entità proprietarie dei principali beni del Paese avrebbero raggiunto una potenza sufficiente a garantire al Giappone un elevato grado di controllo sull’intera economia capitalistica globale.

Questi sogni sfrenati sono stati abbandonati alla fine degli anni ‘80, dopo che una crisi ha colpito il Paese, ponendo così fine all’avanzata del capitale giapponese e dando inizio a un’altra era di crescita piatta, di bassi aumenti salariali e di contenimento della spesa pubblica.
La politica di Kuroda, che era stata attuata in stretto coordinamento con l’Abenomics, sta lasciando il posto a una politica più restrittiva, o di “buyback”, come avevamo già accennato in alcuni rapporti precedenti. Questa mossa è stata apertamente stigmatizzata da altri attori dell’economia capitalistica, come il fondo BlackRock, preoccupati dall’incapacità del mercato di assorbire le forti “fluttuazioni” sui prezzi e dalla “troppa forza” con cui essa si rovescerebbe sui mercati.

La maggior parte degli indicatori segnala un rischio di impatto significativo per l’industria tecnologica giapponese, sulla scia di un’escalation globale della faida imperialista tra Stati Uniti, Nato, Russia e Cina, con i rispettivi alleati. La contrazione del PIL, ritenuta probabile sia per il primo trimestre dell’anno sia per il secondo, è un’importante indicazione di questo risultato, tanto che ufficiosamente diverse fonti li collegano tra loro in un rapporto causale.

La tendenza dell’inflazione è la stessa osservata ovunque, così come la sua lenta diminuzione: questo è il risultato dell’impossibilità per i banchieri centrali di riportarla sotto controllo in tempi ragionevoli. I prezzi al consumo “core” (“primaria”, esclusi energia e alimentari) sono infatti aumentati del 3,2% a marzo rispetto a un anno prima, rallentando rispetto ai massimi nell’arco di 42 anni, del 4,3% di gennaio e del 3,3% di febbraio, come effetto dei sussidi governativi per ridurre la spesa per l’energia dei privati. Questo dato è ampiamente superiore all’obiettivo della BoJ, a confermare ulteriormente che la discesa dei prezzi non sarà così rapida.

Le vendite al dettaglio in Giappone si sono mantenute al +6,6% annuo, battendo la precedente previsione del +5,8%, trainate dal settore automobilistico e da quello domestico, in particolare dai grandi magazzini. Anche la produzione industriale relativa alla produzione nazionale è aumentata del 4,5% a febbraio rispetto a gennaio, superando le previsioni di un aumento del 2,7%. Se mai questi dati fossero reali, e non pregiudicati dal moderno trucco dell’economia borghese di diminuire le aspettative sugli indicatori economici, in modo che siano più facilmente e frequentemente superati dalla realtà, vari indicatori sembrerebbero convergere e indicare che la fine dell’attuale slancio è già in vista.

Con i divieti di esportazione recentemente annunciati, che affliggono la produzione di macchine per la fabbricazione di circuiti integrati, la seconda metà dell’anno concretizzerà quanto si presenta già oggi sotto forma di previsioni di mercato. Le debolezze del settore dell’informatica hanno portato a una diminuzione della domanda di servizi, toccando il fondo proprio nel momento in cui i capitalisti giapponesi si aspettavano il “grande rimbalzo” post-pandemia. Tutto nel capitalismo giapponese sembra reggere solo grazie al calo dei prezzi dell’energia, che sta pompando nuovo ossigeno nella spesa per i consumi, altrimenti non guidata dalla crescita netta e nemmeno da ulteriori fattori strutturali.

Per aumentare i consumi occorrerebbe aumentare i salari, ma i “colloqui di primavera” su questo tema sono stati a lungo rimandati. Questo si deve al fatto che la BoJ non decelererà presto il ritmo del rialzo dei tassi, e quindi cerca ancora di vantare il rimbalzo della produzione industriale per presentare il Paese come “stabile”. Nel contesto di un mercato del lavoro peggiorato, è il modo in cui Kishida sta cercando di far credere temporanea e recuperabile la difficile situazione dei lavoratori. I dati di marzo mostrano un aumento del tasso di disoccupazione (2,6% a febbraio rispetto al 2,4% di gennaio); negli stessi mesi il rapporto tra posti di lavoro e domande di assunzione è sceso da 1,35 a 1,34.

La debolezza del settore manifatturiero e la solidità di quello dei servizi hanno guidato questa tendenza. Questi stessi settori sono in gran parte responsabili dell’impennata della produzione fino a gennaio, il che induce a considerare il loro miglioramento come momentaneo.
La politica di aumento dei salari, al centro della strategia sostenuta dalla Confederazione Sindacale Giapponese, è stata affrontata dalle imprese e dall’industria aziendale con un aumento dei salari in stile “ordine sparso”, pari a +1,4% in aprile (mese di inizio dell’anno fiscale giapponese), ma limitato a un mese. Però i dati di aprile hanno mostrato anche una diminuzione dello 0,3% delle retribuzioni degli straordinari, per la prima volta in due anni.

L’effetto dello “shunto”, le trattative salariali primaverili, non è andato oltre, ed è stato condizionato da Kishida, che ha affermato di sostenere un aumento della crescita dei salari nominali solo a condizione che l’inflazione a lungo termine si mantenga intorno al 2% I dati ufficiali del governo continuano a negare che tale condizione sia stata raggiunta. La serie storica dei salari reali, corretti dall’inflazione, mostra il tredicesimo calo consecutivo su base annua (-3,0%), sotto l’attacco del forte rialzo dei prezzi al consumo che continua a erodere la crescita dei salari nominali.

La spesa delle famiglie, scesa del 4,4% ad aprile, segna a sua volta il calo più elevato da febbraio 2021, configurando una situazione in cui i consumi non riescono a trainare l’economia in modo significativo; anzi, il Paese sta risentendo del rallentamento dell’economia globale, a causa del suo posizionamento, di grande paese esportatore, nel quadro più ampio del capitalismo internazionale.

La spesa per i servizi è diminuita del 1,9%, mentre un calo molto più marcato si è avuto nella domanda di beni, diminuita del 3,4%. I prodotti fisici guidano la flessione della domanda, lasciando spazio a una situazione simile a quella italiana, in cui il mercato interno è troppo debole per compensare la perdita di proiezione sui mercati esterni. L’attuale contesto, simile alla guerra fredda, non offre le stesse opportunità, mostrando la vulnerabilità delle imprese di diversi settori industriali, che potrebbero soffrire un ulteriore shock finanziario atteso da tempo e che potrebbe materializzarsi nel caso in cui il piano di riacquisto del debito messo in atto dalla BoJ andasse a monte.

La politica estera vede il Giappone sempre più impegnato nella faida imperialista tra le potenze borghesi e schierato con gli Stati Uniti e la NATO contro la Russia, mentre si intensificano le offerte di aiuto all’esercito ucraino (a maggio è stato consegnato a Kiev un certo numero di veicoli militari). Ma l’imperialismo giapponese è nelle condizioni per vedere una ripresa su larga scala, per cui si attesta su una tattica di basso profilo che consiste nello schierarsi ogni volta che è conveniente: probabilmente la tempestiva offerta di aiuti umanitari alle vittime dell’inondazione di Kherson è un caso esemplare di questa strategia.

Tuttavia i già citati ostacoli all’espansione dell’economia giapponese obbligano lo Stato a compromettere il proprio controllo sugli asset vitali del Paese, come la grande industria, trasferendo Toshiba al controllo privato con un accordo da 14 miliardi di dollari con il gruppo Japan Industrial Partners (JIP). I commenti ufficiali indicano che la mossa è dovuta agli alti tassi di interesse e alla minore disponibilità di condizioni favorevoli per i prestiti.

Anche la sicurezza energetica continua a essere un elemento di debolezza, visto che le recenti decisioni del governo sulle nuove sanzioni alla Russia hanno continuato a escludere lo sfruttamento del giacimento di petrolio e di gas su cui si era sviluppato il progetto Sakhalin-2, che all’epoca era stato oggetto di enormi investimenti sia da parte russa sia dell’industria giapponese gestita dallo Stato.

Questi segnali di una possibile crescente insicurezza nei confronti dei combustibili fossili stanno spingendo la borghesia giapponese a cercare di ottenere progressi significativi nell’alternativa dell’alimentazione a idrogeno. L’obiettivo, recentemente fissato dal gabinetto Kishida nella prima settimana di giugno, è quello di portare la produzione di idrogeno a 12 milioni di tonnellate entro il 2040, un livello sei volte superiore a quello attuale. Il piano è sostenuto da un finanziamento di 107 miliardi di dollari in 15 anni, indirizzato a creare catene di approvvigionamento basate sull’idrogeno per il settore pubblico e per quello privato: realisticamente, il governo considera questa operazione solo come una delle opzioni, tra cui il “carbone pulito” e l’energia proveniente da centrali nucleari, per far fronte ai complessi problemi relativi alla decarbonizzazione.

L’impatto di queste particolari politiche sul territorio giapponese sarà significativo. Le ragioni alla base degli spettacolari proclami del gabinetto Kishida di volere trasformare il Giappone in una “società dell’idrogeno”, in cui la domanda e l’offerta di energia devono essere incentrate sull’idrogeno, sono la carenza di GNL, che si prevede persisterà almeno fino al 2025, e la concorrenza dei Paesi europei per ottenere questa fonte energetica che ne aggraveranno ulteriormente la scarsità.

Così, la commercializzazione dell’idrogeno puro e dell’ammoniaca è vista dalla grande industria, che ha le chiavi per dirigere la maggior parte, se non tutte, le azioni del governo, come la sua ultima risorsa per non perdere ulteriori posizioni nella classifica delle potenze globali.
Dietro la pomposa affermazione di Matsuno Hirokazu, che assicura che il Giappone ha tutto ciò di cui ha bisogno per raggiungere il triplice obiettivo della decarbonizzazione, della stabilità dell’approvvigionamento energetico e della crescita economica, il Paese dovrà affrontare le conseguenze dell’incidente alla centrale di Fukushima per molti anni a venire.

Questa strategia è stata combinata con la previsione di un avanzamento nella produzione di microchip, di cui la TSMC di Taiwan è destinata a fornire le conoscenze al mondo aziendale giapponese, al fine di recuperare le posizioni di vertice nel mercato globale che aveva un tempo. Più realisticamente, il Giappone deve competere con i piani degli Stati Uniti per il trasferimento di impianti di produzione di chip nel proprio territorio, che a loro volta portano a una competizione congiunta e alla corsa contro il tempo per la sottrazione di materie prime e semilavorati.

Al di là delle forti somiglianze con l’Italia, in particolare con il percorso intrapreso dalla borghesia italiana per continuare ad abbracciare la sua politica pluridecennale di bassi salari, questo tipo di sviluppo dell’economia indica chiaramente che in Giappone la ripresa post-Covid19 è già ampiamente terminata. La fase attuale dimostra l’incedere furioso a livello mondiale della crisi economica e finanziaria, che la borghesia giapponese è parzialmente e sempre più incapace di affrontare, e che così la costringe a ripiegare su una strategia di diluizione della guerra tra le classi.

Sciopero SiCobas - Firenze - 13 maggio

Per la rinascita di un forte movimento sindacale di classe contro sfruttamento e repressione

Il foglio di via ai due Coordinatori del SI Cobas di Prato e Firenze è un nuovo atto repressivo dello Stato borghese italiano contro la lotta operaia e il sindacalismo di classe, che va ad aggiungersi agli sgomberi polizieschi dei picchetti – da ultimo al magazzino Coop di Pieve Emanuele (Milano) contro gli operai in sciopero col SI Cobas e, poche settimane prima, alla Italtrans di Bergamo contro gli operai in sciopero con l’Usb – alle denunce, alle montature giudiziarie delle procure e ai conseguenti processi.

Affianco e prima della repressione statale, i lavoratori subiscono quella padronale, coi ricatti, le discriminazioni, i licenziamenti, il ricorso al crumiraggio negli scioperi e sino alle squadre di picchiatori privati. Migliaia di aziende fioriscono nel sistema di appalti e subappalti il quale alimenta un vasto strato di piccola borghesia che si arricchisce coi salari miseri dei lavoratori e garantisce enormi profitti alla grande borghesia delle aziende committenti.

La macchina statale borghese, quanto è pronta ed efficiente a dispiegarsi contro i lavoratori e il sindacalismo conflittuale, tanto è lenta e inefficace a perseguire le aziende per le violazioni di legge e contrattuali che vanno a danno dei lavoratori. Democrazia e legalità sono a senso unico: valgono solo laddove utili agli interessi padronali. Sono una finzione per nascondere la natura borghese del presente regime politico. Per i lavoratori sono un turpe inganno, non uno strumento di difesa. I partiti operai opportunisti che invocano democrazia e legalità per difendere i lavoratori non fanno che avallare questo inganno ideologico della classe dominante.

La Costituzione della Repubblica “fondata sul lavoro” – supremo valore dell’opportunismo politico e sindacale – è l’emblema di questo inganno antiproletario: mai è servita a fermare le imprese militariste dell’imperialismo italiano né a garantire salari dignitosi ai lavoratori che, laddove hanno conquistato miglioramenti salariali e nelle condizioni di lavoro, lo hanno fatto solo grazie alle loro lotte.


I lavoratori per difendersi dallo sfruttamento capitalista possono contare solo sulla forza della loro lotta e delle loro organizzazioni.

Per questo il regime borghese ha varato le leggi contro la libertà di sciopero: leggi fasciste approvate in piena democrazia, da un governo democristiano (De Mita, legge 146 del 1990) e da uno di centro-sinistra (D’Alema, legge 83 del 2000). La classe dominante non ha avuto certo bisogno di attendere un governo di destra per colpire la lotta operaia e il sindacalismo di classe!

Queste leggi rendono illegale scioperare in modo efficace – cioè a oltranza e senza preavviso – a una parte consistente della classe lavoratrice, proprio a quelle categorie che sono state alla testa dei movimenti di sciopero in Francia e in Gran Bretagna in questi mesi. Si capisce quanto tali leggi siano fondamentali per la borghesia al fine del mantenimento della pace sociale e quanto dannose per i lavoratori e per il sindacalismo di classe!

I partiti della sinistra borghese che in questi mesi agitano la questione del “salario minimo” per raccogliere qualche simpatia fra i lavoratori, tacciono sulle leggi antisciopero perché mai saranno disposti ad abrogarle. Questo perché sono contro la lotta operaia non meno di quanto lo sono i partiti borghesi di destra!

Le leggi antisciopero furono invocate dai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) per fermare l’avanzata del sindacalismo di base e preparate dai cosiddetti “codici di autoregolamentazione dello sciopero” promossi da questi sindacati tricolore fin dalla fine degli anni settanta.

Insieme alla repressione padronale e a quella dello Stato borghese, il sindacalismo di regime è il terzo fondamentale anello della catena che tiene oppressa la classe operaia. Cgil Cisl e Uil sono gigantesche macchine organizzative diffuse capillarmente sul territorio, sostenute dallo Stato e dagli industriali allo scopo di tenere ferma la classe lavoratrice, di rimandarne quanto più possibile il suo inevitabile ritorno alla lotta.

Quanto accaduto nel distretto tessile di Prato è la limpida conferma di questo processo. Per decenni la Cgil non ha mosso un dito contro il più bieco sfruttamento degli operai. Quando i lavoratori si sono organizzati nel SI Cobas e hanno iniziato a scioperare, padroni e Stato borghese hanno iniziato le azioni repressive, col silenzio/assenso delle istituzioni democratiche locali e dei sindacati di regime.

La sola strada che hanno i lavoratori per difendersi dallo sfruttamento capitalistico è quella di unire le loro lotte e, a questo fine, unire l’azione del sindacalismo conflittuale.

Oggi tutto il sindacalismo conflittuale di Firenze è sceso unito in piazza in difesa della libertà di sciopero e di organizzazione sindacale. Ma purtroppo, da anni, le dirigenze dei maggiori sindacati di base hanno dimostrato di non essere in grado di perseguire l’unità d’azione sindacale, promuovendo invece azioni separate e in concorrenza, che danneggiano il già duro compito di ricostruzione del movimento sindacale di classe.

È compito fondamentale e ineludibile dei lavoratori e dei militanti sindacali combattivi battersi contro la pratica opportunista di divisione delle azioni sindacali per imporre l’unità d’azione di tutto il sindacalismo conflittuale – sindacati di base e aree conflittuali in Cgil – quale via maestra per la ricostruzione di un forte movimento sindacale di classe, in grado di unire le lotte dei lavoratori al di sopra delle false divisioni fra aziende, categorie, territori, per le rivendicazioni che accomunano tutti i proletari:
     – Forti aumenti salariali, maggiori per le categorie e le qualifiche peggio pagate
     – Riduzione della giornata lavorativa a parità di salario
     – Salario pieno ai lavoratori disoccupati
     – Abbassamento dell’età pensionabile e forti aumenti degli assegni pensionistici, maggiori per gli importi più bassi.

Per il regime bolivariano lo sciopero è terrorismo lavorativo

Il malcontento serpeggia fra i siderurgici dell’impresa statale venezuelana SIDOR (Siderúrgica del Orinoco). Sono circa 12 mila, ma da anni l’impianto è semiparalizzato e in 5 mila sono a casa con salario decurtato. Una delle loro richieste è il loro ritorno al lavoro. Giovedì 6 giugno si sono concentrati in sciopero dinanzi ai cancelli della fabbrica, superato il contenimento dei poliziotti, rivendicando anche miglioramenti nelle condizioni d’impiego, già ottenuti in passato ma poi revocati.

Lo sciopero è proseguito a oltranza. La notte fra sabato 9 e domenica 10 giugno gli uomini della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM) hanno arrestato il segretario del SUTISS (Sindicato Único de trabajadores de la industria siderúrgica y sus similares) della fabbrica Leonardo Azocar, il delegato sindacale Daniel Romero e il lavoratore Juan Cabrera. Questo è stato liberato poco dopo, mentre i due dirigenti sono rimasti agli arresti con le imputazioni di incitazione all’odio, associazione a delinquere e boicottaggio.

Lo sciopero è proseguito lunedì. Ma martedì gli operai, circondati dai militari, hanno ripreso il lavoro. La notte del martedì il Tribunale del Lavoro di Prima Istanza ha inflitto una pena cautelare contro 22 operai della SIDOR. Il Tribunale ha intimato agli operai:
     1) di astenersi da qualsiasi azione di forza o minaccia di perturbare, sospendere, ostacolare, interrompere l’attività amministrativa e operativa della SIDOR;
     2) di astenersi dal promuovere scontri, violenze verbali, affiggere manifesti, volantini, eseguire scritte e in generale di incitare all’odio, l’intolleranza, la violenza, intimidire con qualsiasi strumento di comunicazione all’interno dell’impresa;
     3) di astenersi dall’occupare o promuovere occupazioni di aree dell’impresa, di disporre dei beni e dei servizi dell’impresa messi a disposizione degli operai per il compimento delle attività aziendali;
     4) di astenersi dall’intralciare le vie di accesso alla fabbrica e la zona perimetrale all’impianto e dall’entrare nell’impianto senza adempiere alle procedure stabilite.

Il regime borghese venezuelano qualifica abitualmente le rivendicazioni operaie come “incitamento all’odio” e “intimidazioni” (“terrorismo laboral”).

Anche il regime borghese italiano ha una legge, l’art.415 del codice penale, che così recita: «Chiunque pubblicamente istiga (…) all’odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni». È del 1930, risale cioè al regime mussoliniano. Negli anni ’70 una sentenza della Corte Costituzionale ne dichiarò l’illegittimità «nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». Cioè borghesi e padroni debbono comunque restare “tranquilli”. Contemporaneamente, negli anni ‘70, gli operai combattivi che lottavano contro il tradimento dei capi della Cgil venivano accusati, non solo di “odiare” ma peggio ancora, di “affinità col terrorismo”. Più recentemente, dirigenti e militanti sindacali del SI Cobas e dell’Usb sono stati oggetto di procedimenti giudiziari a Piacenza e a Genova con l’accusa di “associazione a delinquere”.

Purtroppo, fra i dirigenti dei sindacati di base, in particolare fra quelli dell’Usb, vi è chi vede in Venezuela non un regime anti-proletario e borghese da abbattere al pari degli altri bensì un governo ammantato di socialismo (!) nonostante innumeri episodi di repressione antioperaia. La stessa Federazione Sindacale Mondiale, di cui l’Usb fa parte, esprime apertamente simpatie per il regime venezuelano, come scriviamo in altro articolo su questo numero.

La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores (CBST), filogovernativa e membro della FSM, non ha espresso alcuna solidarietà con gli operai della SIDOR in lotta e colpiti dalla repressione, mantenendo un silenzio complice.