Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/16

Risorge lo spettro infernale dell’irredentismo

Le classi dominanti jugoslava e italiana si sono dunque accordate per elevare nuovamente Trieste a sfogatoio irredentista della passione e dei fermenti generati nella piccola borghesia dalla situazione interna e infettare di patriottici bacilli anche la classe operaia? Pella l’amministratore e Tito socialista-nazionale sono chiamati dalla storia del capitalismo internazionale ad inscenare la farsa immonda ma per esso sempre produttiva – almeno a breve scadenza – dello sciovinismo?

In realtà, la questione di Trieste è una di quelle in cui raggiunge il massimo grado di purezza l’assurdità vuota e bislacca delle ideologie borghesi a quasi cent’anni dalla chiusura del moto europeo di sistemazione nazionale. Più che in qualsiasi altro settore dell’ex-impero austro-ungarico, le nazionalità e le tradizioni di lingua e di costume si intersecano qui in modo indissolubile: il quadro etnico non è mai puro (non lo è mai relativamente in nessun luogo, ma qui non lo è in assoluto) e se, grosso modo, la popolazione delle campagne è slava e quella cittadina italiana, all’interno di queste stesse oasi ad apparente volto unico le nazionalità si mescolano, si urtano e si confondono. È così che, alla fine della guerra mondiale, il conclamato principio di nazionalità e le fumose ideologie wilsoniane non poterono applicarsi nella zona giulia se non negando se stesse, calpestando «diritti nazionali» e violando tradizioni linguistiche radicate; è così che, a distanza di otto anni dalla fine della seconda carneficina, l’una e l’altra parte possono con ugual diritto spostare sulla carta geografica le loro bandierine etniche verso nord-ovest o verso sud-est appoggiandosi a filoni nazionali diretti in entrambi i sensi e calpestando ognuno in funzione opposta. Nel primo come nel secondo caso, la sistemazione avvenne non in base agli eterni principii sbandierati dalla borghesia internazionale, ma a criteri di forza, ad interessi materiali di potenza, a Versailles e Rapallo cercando di soddisfare gli appetiti di conquista della vincitrice Italia e, insieme, le necessità vitali della neonata Jugoslavia (parte integrante della costellazione francese in Europa centro-orientale) e lasciando latenti, anzi alimentando e stuzzicando da ambo le parti i focolai d’irredentismo: dopo la seconda guerra mondiale, rovesciando la situazione a favore della Jugoslavia partigiana e creando il fantoccio di una nuova Danzica a Trieste, città-fantasma occupata o controllata da forze militari internazionali, tenuta in piedi da questo fittizio regime di occupazione, e riflettente nel suo status ambiguo interessi mondiali di potenza – la necessità di un punto di appoggio per l’Occidente nel conflitto col blocco orientale e di un corridoio verso l’Austria trizonale. I vantati principii di nazionalità e di «autodecisione dei popoli» non c’entravano, nell’uno o nell’altro caso, per nulla: la sistemazione territoriale obbedì a ragioni di strategia politica e alle necessità del gioco degli imperialismi.

Ciò è tanto vero, oggi soprattutto, che la questione di Trieste si è riacutizzata ogni volta che la Russia prima, l’America e l’Inghilterra poi, si rivolgevano con particolare interesse alla pedina jugoslava e alla possibilità di manovrarla ai fini del loro gioco mondiale, fornendole così l’arma di un ricatto che l’intersecarsi e sovrapporsi delle linee etniche nel Territorio (chiamato per somma ironia libero) permetteva di rivestire di fittizie coloriture ideologiche. Falso, dunque, da una parte e dall’altra, il richiamo a diritti storici, a principii nazionali, a tradizioni di lingua e di costume: vero soltanto il tentativo di ricavare un vantaggio territoriale strettamente congiunto a vantaggi di politica interna e di «pacificazione sociale» del Paese – nel grande e mutevole gioco di scacchi della diplomazia imperialistica delle potenze maggiori. False e grottesche, ancora, le professioni di intransigenza o di «fermezza» dei due competitori, quando è palese che la «soluzione» della diatriba intorno a Trieste non si avrà – se mai si avrà – a Belgrado e Roma, ma soltanto nei grandi centri dell’imperialismo occidentale, negli alambicchi di Washington e, in sottordine, di Londra, e la febbre irredentista durerà finché farà comodo, per la stabilità generale del regime dominante, lasciarla durare.

Proprio la natura fittizia dell’impostazione etnica e nazionale della «questione di Trieste» è la prova schiacciante dell’impossibilità di risolvere questi problemi all’infuori dell’internazionalismo rivoluzionario operaio. Il movimento operaio triestino ha una splendida tradizione internazionalista: nelle sue file, i contrasti di nazionalità e di lingua non hanno mai avuto cittadinanza; nelle stesse fabbriche, negli stessi sindacati, nello stesso Partito rivoluzionario, slavi e italiani lavorarono e lottarono per la difesa di interessi comuni e per la conquista di posizioni di classe scavalcanti i confini incerti e fluttuanti della razza, della lingua, della nazione. Era questo ed è il portato di una situazione obiettiva, che fa della città e di tutta la regione il punto d’incontro e di fusione di gruppi etnici e che tutti li mescola nel crogiuolo di un’industria e di un commercio a base internazionale. Le forze convergenti dell’opportunismo e del tradimento possono lavorare a scindere questa profonda unità internazionalista del movimento triestino e giuliano, ma non possono cancellare la realtà obiettiva che inesorabilmente spinge i proletari di zone artificiosamente indicate con lettere dell’alfabeto a lavorare, lottare e vincere insieme. Se le classi dominanti jugoslava e italiana e, dietro le loro spalle, la classe dominante internazionale alimentano un irredentismo tanto vuoto e fittizio quanto produttivo di deviazioni opportunistiche e di infezioni controrivoluzionarie, la loro «passione per Trieste» non è che la dannata paura di un ritorno del movimento operaio alle sue tradizioni di battaglia rivoluzionaria ed internazionalista. Il movimento operaio italiano dovrà lottare perché queste tradizioni non siano distrutte, perché proletari slavi e italiani non si combattano fra loro ma combattano uniti contro lo stesso nemico. Trieste non è né jugoslava né italiana: è proletaria. Nell’internazionalità di classe del suo movimento operaio è la soluzione dei suoi problemi: non problemi locali, di città e di regione, ma di trasformazione dell’ordine economico e sociale imperante nel quadro internazionale della rivoluzione europea.

Anche Mosca esporta capitali

La lotta contro il piano Marshall, lanciato nel 1947 dal Governo degli Stati Uniti, rivelò nel campo stalinista che se ne fece araldo e condottiero, profonde contraddizioni di principio.

Per noi è chiaro che l’erogazione di aiuti gratuiti americani ai Governi europei rispose principalmente alle esigenze della conservazione del capitalismo internazionale. L’aiuto alle finanze europee, duramente devastate dalla guerra, era un corrispettivo della occupazione militare del vecchio continente. Lo scopo principale fu quello di prevenire generalizzate agitazioni sociali suscettibili di sfociare in conflitti da guerra civile; uno scopo, dunque, che rifletteva gli interessi generali delle borghesie americana, inglese, francese, tedesca, italiana, ecc. Solo in secondo ordine, il piano Marshall corrispondeva agli interessi particolari degli Stati Uniti, alle esigenze della espansione della sua influenza imperialistica.

La contraddizione di principio in cui incappavano, ed incappano, gli stalinisti consistette nel negare che la loro politica di «ricostruzione nazionale» altro nome della ricostruzione dell’economia e dello Stato prebellico, collimasse a perfezionare, riguardo agli obiettivi finali, con la politica del piano Marshall. Sul piano polemico, fu facile mostrare che, non già il piano Marshall, effetto e non causa della attuale strapotenza mondiale americana, ma la vittoria del colosso statunitense nel secondo conflitto mondiale, doveva trasformare in pedine della Casa Bianca gli Stati europei, usciti che fossero vincitori o vinti dalla carneficina. Sicché, andava addossata agli ex alleati russi della America, e ai partiti comunisti ridottisi a compagnie di ventura agli ordini radiotrasmessi di generali americani, parte della responsabilità storica della decadenza (su cui non abbiamo versato neppure mezza lacrima) della vecchia Europa.

Venne sviluppata, parallelamente alle invocazioni di certi settori della borghesia, specie britannica, danneggiata dalle intromissioni americane, la dottrinetta degli «scambi, non aiuti». Per l’occasione vennero tirate fuori le rancide teorie liberiste; si cianciò di una ascesa pacifica alla prosperità delle nazioni attraverso l’incremento degli scambi commerciali; si arrivò ad organizzare nella primavera del 1952 la Conferenza economica internazionale di Mosca, cui parteciparono affaristi, finanziari, commercianti, brasseurs d’affaires di tutti i continenti.

Ma, in pratica, il Governo di Mosca tende a raggiungere un livello economico e politico che gli permetta di gareggiare con quello americano nella corsa al collocamento di capitali all’estero, tramite i canali classici della penetrazione economica: sovvenzioni, prestiti. Con ciò non è detto che Mosca abbia varato un suo «piano Marshall», ma da molti indizi appare chiaro che solo necessità materiali, da cui non si può prescindere, impediscono a Mosca di farlo.

Ultimamente, e, ad essere precisi, il 23 agosto u.s. furono firmati a Mosca, presente una delegazione della Germania Est, una serie di accordi politici ed economici, con i quali il Governo di Mosca si impegnava: 1) a fornire alla Repubblica democratica tedesca, merci supplementari per circa 590 milioni di rubli; 2) a concederle un prestito di 485 milioni di rubli.

Le cifre non sono un gran che, ma esse hanno valore indicativo. Servono a mostrare le tendenze dell’economia russa a superare le frontiere nazionali, a conquistare i mercati stranieri, ad influenzare e sottomettere le economie nazionali dei paesi esteri. Evidentemente, è troppo presto ancora, perché la Russia possa eguagliare le gigantesche operazioni finanziarie di Wall Street, ma quel che conta è che la tendenza esiste, e che ad essa si adegua la politica del Cremlino.

Un certificato di buona condotta

A Franco, abile manovratore nelle tragicomiche svolte della strategia politica degli imperialismi e profittatore degli alti e bassi delle fortune altrui, mancava – per celebrare un trionfo completo – solo la sanzione morale, il riconoscimento solenne dei suoi meriti di «difensore della civiltà cristiana». D’altra parte, quando l’America si appresta a concedergli tangibili aiuti in cambio di basi militari e di materie prime, poteva la Chiesa non concedergli l’unzione ufficiale, ch’era del resto la regolarizzazione esplicita di ventennali rapporti di ultra-amicizia ufficiosa e nascosta? Così Franco ha regolato i suoi affari col «braccio spirituale» mediante la firma del Concordato con la Santa Sede, e fra poco regolerà quelli col «braccio secolare» americano mediante accordi economici, finanziari e militari con Washington.

Dopo Germania e Giappone, la Spagna sta a dimostrare come pilastri del mondo democratico siano proprio le potenze che la democrazia internazionale proclamò di voler cancellare dalla faccia della terra come inguaribilmente reazionarie e fasciste.

Il ministero “di affari” somministrerà elemosine

Un uomo d’affari che si rispetti si distingue non solo per la sua capacità di mettere a frutto il suo capitale, ma anche per la sua disposizione a dedicarsi ad opere pie, di beneficenza e di mecenatismo. I due aspetti sono inscindibili, il secondo non perseguendo un fine diverso dal primo. Il ministero Pella, che si è autodefinito «di affari», non può non agire allo stesso modo e, mentre è chiaro che svolgerà una politica di «sana amministrazione» del patrimonio nazionale borghese, non mancherà di fare dell’elemosina, vantando in tale campo l’aiuto di un tecnico specializzato ed altamente qualificato in esperimenti del genere, il ministro degli Interni Fanfani, creatore, come si sa, di «caritative» imprese come il Fanfani-case, i cantieri di rimboschimento, ecc.

Si legge adunque che, mantenendo la promessa solenne di «aggredire» il problema della disoccupazione, il governo Pella ha preso in seria considerazione un piano Fanfani per sviluppare e potenziare… il soccorso invernale ai disoccupati. Esso consisterà in una razionalizzazione e riorganizzazione della beneficenza di stile parrocchiale che, in tutte le città, serve a dare al buon borghese la sensazione di avere la coscienza pulita.

Mense gratuite, pacchi viveri, distribuzione di vestiario a prezzi convenzionati e – delizia ultima – costruzione di «case minime» all’estrema periferia delle grandi città (l’estrema periferia, evidentemente, per far dono ai senza tetto dell’aria buona e non turbare il volto monumentale e prospero del centro); con tali mezzi la piaga della disoccupazione e sotto-occupazione sarà «aggredita» e il governo manterrà i punti del suo programma che contemplano uno sviluppo della produzione e distribuzione di beni di consumo, un miglioramento del livello di vita nazionale, e un incremento dell’attività edilizia popolare! In verità, non si può negare che il governo «amministrativo» di Giuseppe Pella non amministri bene i quattrini raccolti. Affari e beneficenza: lo Stato italiano è un modello di sentimenti paterni.

D’altro lato, le organizzazioni sindacali, mosse da ragioni di concorrenza sul mercato delle simpatie popolari, mostrano nei confronti dei problemi del lavoro un insolito umore battagliero, e, nel porre rivendicazioni che, in ultima istanza, si faranno in dovere di silurare, sono magnificamente concordi. Pastore, il sindacalista democristiano, ha preso addirittura l’iniziativa di uno sciopero nazionale degli operai dell’industria. Davvero non si scherza!

Ma, ahimè, questa generale tenerezza per il mondo dei diseredati commuove pochi e non nutre nessuno. È l’ordinaria amministrazione, appunto, del regime capitalista.

Farsi la faccia

Nel quadro delle «riforme» iniziate dal governo Malenkov per abbellire il regime staliniano, è stato annunciato un provvedimento diretto a regolare la disciplina sul posto di lavoro e ad imporre il rispetto dell’orario stabilito per legge, che – scrive la stampa – non era generalmente rispettato (e le ore supplementari erano pagate a salario o stipendio normale).

Si sa come si motivano queste riforme: si attribuisce all’incuria o all’arbitrio di funzionari singoli, elevati a capri espiatori, quella che era – e continuerà indubbiamente ad essere, decreti o no – la pratica corrente del regime e uno dei pilastri della sua stabilità e continuità. Così si salva la capra mandando all’immondezzaio qualche cavolo, e la reputazione morale e politica dei grandi Capi è salva.

Ciò non toglie che il provvedimento indichi e denunci uno stato di fatto di cui non ci occorreva conferma perché è radicato nello stadio di sviluppo economico della Russia e che non è, d’altronde, appannaggio del solo «blocco orientale».

Il 18 aprile di Adenauer

Nel riferire con universo giubilo (quasi per rifarsi delle amarezze elettorali italiane) la notizia del trionfale successo del partito di Adenauer – i democristiani tedeschi – nelle recenti elezioni, successo in seguito al quale il Partito di governo ha sbriciolato tutti i Partiti minori, in particolare di destra, mentre la socialdemocrazia subiva appena un lieve declino e i comunisti si riducevano alla metà dei voti raccolti nelle elezioni precedenti cosicché Adenauer potrà contare sulla maggioranza assoluta in Parlamento, i nostri giornali si sono affannati a «dimostrare» che questo successo non ha nulla a che vedere con quello italiano del 18 aprile 1948, non è il frutto della pressione inesorabile di fatti internazionali sulla situazione interna, ma si spiega vuoi con la prosperità raggiunta sotto il governo Adenauer, vuoi con l’abilità dimostrata da questo nel soddisfare la passione nazionale e militare senza con ciò venir meno al suo europeismo, vuoi ad altri motivi minori di tecnica amministrativa o di situazione interna. La verità è che, se è vero che, diversamente dal 18 aprile italico, non ha giocato nella corsa degli elettori verso la democrazia cristiana la paura di un conflitto e di una ipotetica invasione… sovietica, i fattori internazionali, la pressione americana, la contropressione russa, vi hanno avuto una parte non meno essenziale che nell’allora trionfo di De Gasperi, mentre né «abilità» manovriera né tecnica di governo sarebbero bastati ad assicurare al Cancelliere la maggioranza dei seggi alla Camera.

E invero, che cos’è la prosperità tedesca, la vertiginosa ripresa dell’industria della Germania e quindi il migliorato tenore di vita generale della popolazione se non un riflesso della politica di sostegno e d’incoraggiamento e di aiuto – non aiuto pitocco come da noi, a base di scatolette, ma aiuto mediante investimenti di capitali, ecc. – svolta dall’America a favore dello Stato industriale più agguerrito e moderno dell’Europa occidentale? Che cos’è la politica, da un lato, europeista e, dall’altro – e per la stessa ragione – riarmista e nazionalista, se non la canzone cantata su tutti gli strumenti da Washington? Che cos’è il declino dell’influenza comunista se non un contraccolpo dei risultati ultimi della guerra fredda? La Germania ha scelto l’America perché l’America ha scelto, fra tutte le potenze europee, la Germania: ragione per cui, anche, è diminuito il suo interesse per l’Italietta di De Gasperi. In tutto questo non c’entra né lo Spirito Santo, tutore della democrazia cristiana di tutti i Paesi, né la somma maestria di un singolo: c’entra solo il gioco di potenti blocchi internazionali, di linee invalicabili di forza intersecanti il mondo. Se ne occorresse una prova, basta leggere i telegrammi di entusiastica congratulazione e di promessa di nuovo aiuto che Eisenhower si è affrettato ad inviare al Cancelliere vittorioso: congratulazioni che l’America rivolge a se stessa, aiuti che offre alla conservazione del suo dominio mondiale.

Checché ne dicano i nostri giornali, Adenauer ha avuto il suo 18 aprile: l’avvenire dirà se la ripresa tedesca sarà stabile, se la influenza americana sarà sempre così potente, se il castello della prosperità tedesca resisterà al crollo del castello della prosperità americana e mondiale. Verrà allora la resa dei conti; e l’abilità del Cancelliere c’entrerà ancora una volta, come i famosi cavoli a merenda.

Di che abbonda il capitalismo

La nicotina non è il solo veleno contenuto nel fumo delle sigarette. Altri entrano nel miscuglio inalato nei bronchi; fra questi l’arsenico, la piridina, il monossido di carbonio e non pochi altri. È provato che il fumo esercita un’azione nociva sui nervi, sulla lucidità mentale, sull’apparato digerente, sul sesso, ecc. Pure, nonostante i malanni che provoca, l’industria del tabacco occupa il terzo posto nella classifica delle umane attività. Nella corsa ai miliardi, due sole industrie riescono a batterla: quella automobilistica e quella cinematografica. Il petrolio, che pure suscita guerre e carneficine immense, non riesce a superare il volume e l’importanza dell’industria del tabacco.

Non a caso, in testa alla classifica delle produzioni mondiali, figurano i rami tra i più parassitari, inutili e dannosi. Da automobili, films, sigarette – di cui si pasce la brama di lusso o la abitudine maniaca – la specie umana ricava poco di utile, né sul piano fisiologico né su quello sociale. Esempio eloquente di come, sotto il capitalismo, il prodotto domini il produttore, codesti «beni» danneggiano due volte il corpo sociale: una volta, nella forma di produttore; l’altra, in quella di consumatore. Quale somma immensa di forza di lavoro e di materie prime preziose vengono sprecate, e nel caso del tabacco, letteralmente ridotte in fumo puzzolente! E quanti danni fisici contraggono i consumatori! Quando non ci rimettono che il sale della zucca, come avviene ai bevitori di films, o lo stomaco intossicato dalla nicotina, debbono ritenersi ancora fortunati, se si pensa che appunto per il controllo di industrie e mercati di tale genere scoppiano guerre grandi e piccine.

Il tabacco è coltivato nel mondo su una superficie complessiva di almeno 3.350.000 ettari di terreno. La sua produzione globale annua supera i 3 miliardi di chilogrammi. Spiace davvero che non si siano calcolate le dimensioni della colossale nuvola di fumo che durante l’anno sale al cielo, esalando dai bronchi biscottati di milioni di uomini e donne. Le nuvole a fungo delle atomiche apparirebbero banali fumate di sterpi al confronto!

L’Europa, la vecchia raffinata e infrollita, non è autosufficiente – povera lei! – in materia di tabacco. Ne produce appena 450 milioni di chilogrammi. Sono pochi, assolutamente insufficienti a spegnere la sete… di fumo dei civilissimi popoli che la popolano, che al di qua dei 600 milioni di chilogrammi all’anno proprio non ce la fanno a rimanere. Donde, la necessità di importarne i restanti 150 milioni di chilogrammi. Sacrificando altre importazioni, utili, come la carne o le bretelle dei pantaloni? Sicuramente.

Il tabacco da fiuto, invece, è decisamente in ribasso. Il giornale da cui ricaviamo i dati riportati, informa che il crollo è particolarmente pesante in Francia, dove le 4200 tonnellate vendute nel 1923 sono scese ad appena 500 tonnellate nel 1953. Ma in Inghilterra, il tabacco da fiuto, indicato lassù col nome di «snuff», sta riprendendo quota, grazie ad accorte manipolazioni dei fabbricanti che al tabacco hanno preso a mescolare mentolo, oppure cocaina, anice, profumi, ecc. God save the snuff…

I fumatori accaniti di tabacco non sono affatto, contrariamente a quanto sembra, gli autori della colossale fortuna della miscela di gas tossici vari che costituisce il fumo di tabacco. Ne sono invece le vittime. Se milioni di uomini e donne sentono il bisogno «istintivo» di succhiare sigari e sigarette, la natura e l’educazione c’entrano poco. Il fenomeno, triste fenomeno di spreco inaudito, si spiega col fatto che il capitalismo, oltre ad imporre di lavorare e produrre nelle condizioni dettate dalla esigenza della sua conservazione, obbliga dispoticamente i suoi schiavi a consumare le merci che trova redditizie. E non si venga a dire che l’uomo, in quanto animale bipede e implume, non può fare organicamente a meno di inghiottire fumo: con tutte le migliaia di sigarette fumate in tutta la loro vita, gli intellettuali del nostro sciagurato tempo non assommano, messi insieme, il valore di un buon allievo di Archimede, o di Dante Alighieri.

In Italia, alla diffusione del vizio del tabacco lavorano gli organi dello Stato, lo stesso che, tramite il Commissariato della Sanità, presiede alla preservazione della salute pubblica. Da noi è il Monopolio di Stato dei tabacchi che svolge una intensa campagna pubblicitaria, incoraggiando i ragazzini, ancora vergini di nicotina, a «provare». Tutto sta nel cominciare, poi magari si finisce con lo «snuff» alla cocaina, e il ricovero in casa di salute. Ma che importa se il tabacco è una merce preziosa che rende miliardi e miliardi?

«Add’à venì» la dittatura del proletariato! Per tanti motivi. Anche per svezzare i succhiatori di sigarette e riportarli allo stato di esseri normali. Tre milioni e trecentomila ettari di terreno coltivati a tabacco sono troppi, bisognerà ridurne progressivamente l’estensione, finché non cadrà ingloriosamente in cenere l’ultima sigaretta dell’ultimo fumatore.

Dunque, dirà il borghese, voi comunisti volete che si producano solo generi alimentari. Peggio. L’assurdo del capitalismo si vede anche lì. In America del Nord si è diffusa nel pubblico la convinzione che bisogna nutrirsi meno, difendersi dalla pletora ipertensiva, per vivere a lungo. Ed ecco tutta la macchinosa pubblicità «scientifica» delle ditte che producono viveri scatolati darsi di un colpo a provare che il loro prodotto contiene poche calorie, nutre poco, si può mangiare in grandi dosi senza ingrassare… Per i nove decimi vorremmo smontarla, la macchina imbecille della vostra divinità: Produzione!

Sa anche di stalinismo il nostro pane quotidiano

Che gli staliniani avessero fatto propria la causa della grande industria, della sua difesa e, se occorre, della sua protezione, fino a riecheggiare i temi delle campagne autarchiche e corporative del fascismo, era arcinoto e pienamente coerente con le loro aspirazioni a reggere, con maggior efficacia e spirito più moderno dei Partiti di centro, il timone dello Stato borghese nazionale. Era logico che prendessero anche le difese della grande proprietà, nell’uno e nell’altro caso giustificandosi con la… protezione del lavoro di grandi masse di operai industriali e agricoli.

Si è infatti visto, alla Camera, il P.C.I. invocare, con non meno zelo dei partiti governativi, l’aumento del prezzo di consegna del grano all’ammasso. È notorio che il grano nazionale costa, così, due volte quello in vendita sul mercato mondiale. È notorio che la protezione della granicoltura non avvantaggia il piccolo coltivatore diretto, che consuma in famiglia il grano prodotto, ma soltanto il latifondista il quale, senza far nulla neppure nel senso di migliorare le proprie attrezzature, ne trae una rendita cospicua, mentre chi paga questa protezione – il cui effetto è stato ed è fra l’altro di provocare la morte di colture più redditizie per il piccolo coltivatore – sono gli operai industriali, i braccianti agricoli e in genere i ceti sociali più poveri che, specialmente nel Sud, vivono essenzialmente di pane e di pasta.

Ma il P.C.I. si allinea coi rappresentanti delle forme più retrive di conduzione agricola e della grande proprietà terriera per invocare una sempre maggior protezione del grano (e dire che si è vantato l’eccezionale raccolto 1953!), nell’atto stesso in cui pretende di difendere gli interessi delle grandi masse e di lottare per un loro più elevato tenore di vita. Ma tant’è: chi difende «Patria» e «Nazione» deve difenderne le classi dominanti, deve farsi erede diretto e concorrente del fascismo e dei successori democratici del fascismo.

Anche di stalinismo sa il sudato pane del proletario italico.

To’ chi si rivede

Ricordavamo (non certo con piacere) il Gigino Cinelli segretario della F.I.O.M., gran bonzo sindacale e bonzetto politico dello stalinismo milanese, acceso difensore della politica sindacale del suo Partito e rovente accusatore dei critici e degli avversari del centrismo togliattiano. Lo ricordano molti nostri compagni operai di fabbrica, scontratisi contro l’opportunismo o il tradimento dei nazionalcomunisti. Era, o sembrava, una delle colonne del P.C.I.

Ma, sulla via di non sappiamo quale Damasco, Cinelli è stato colpito, come S. Paolo, da un’improvvisa illuminazione, ed essendosi dimesso sia dalla segreteria provinciale della F.I.O.M. sia dal P.C.I., ha inviato al Corriere della Sera il testo della lettera con la quale accompagnò il suo distacco. Figurarsi: Gigino Cinelli non condivide certe inframettenze del Partito nell’azione sindacale e, tanto meno, l’interpretazione ufficiale degli ultimi avvenimenti in Russia e nella Germania-Est. Colui che tutto aveva finora digerito, si è trovato improvvisamente sul gozzo Beria e i fatti di Berlino. Davvero, non supponevamo che Cinelli fosse di stomaco così delicato.

Non sappiamo dove andrà a finire l’ex-bonzo: è facile supporre che «avrà scelto la libertà», cioè si accoderà a una delle tante organizzazioni incaricate di dare una tintarella socialista alla politica occidentale, giacché Cinelli si è dimesso col fermo proposito di continuare a difendere (alla faccia della difesa!) gli interessi operai. Renderà al nuovo padrone gli stessi preclari servigi che già ha reso al vecchio. È così infatti che si sceglie la libertà.

Se Mosca piange Roma non ride

Abbiamo tante volte illustrato la gravità delle condizioni di salario e di lavoro in Russia, che non ci si vorrà attribuire tenerezza per la «politica sociale» dello stalinismo e dei suoi continuatori. Ma, francamente, quando leggiamo la nostra stampa parlare con sdegno delle miserie della famiglia-tipo in Russia per trarre dal confronto la dimostrazione della superiorità del regime nostrano, è poco se non ci viene il prurito alle mani. In realtà, certi confronti, oltre che odiosi, sono, dal punto di vista della nostra classe dominante, quanto mai improduttivi.

Sul Corriere della Sera, Eddy Gilmore parla appunto delle condizioni di vita di una famiglia operaia tipo a Mosca. Grave scandalo: una famiglia di quattro persone vive in un appartamento di due camere, con bagno e cucina in comune con altre tre famiglie, senza telefono né automobile né bicicletta, ma con apparecchio radio-fono-televisivo. A Milano, certe cose, in ambiente operaio, non si verificano: stiamo in… uno per camera, abbiamo tutti il gabinetto, giriamo in automobile e parliamo per telefono. Altro grave scandalo: la moglie del capofamiglia-tipo, dovendo sgravarsi ed essendo stata portata alla Maternità, fu sistemata in una camera con altre tre donne. Il salario del capofamiglia è basso e, certo – tradotto in lire italiane – inferiore a quello medio nostrano: l’articolista aggiunge tuttavia che i servizi medici sono gratuiti, e che per la scuola non si pagano tasse. Nelle fabbriche regna il malcontento, inoperante però e improduttivo perché «di sciopero in Russia non si parla», come se la possibilità di scioperare in Occidente (quando c’è) eliminasse le cause di disagio degli operai nelle fabbriche, o il suo esercizio, circondato da tutte le cautele di legge e diretto da organizzazioni sindacali legate più o meno direttamente allo Stato, recasse sempre e necessariamente – oggi – un alleviamento nelle condizioni di vita e di lavoro.

Che concluderne? Quello che vorrebbe l’articolista, cioè che si sta tanto meglio da noi? Affatto: solo che tutto il mondo capitalista è paese, e che, se Mosca piange, Roma non ride – non ride, forse, più che Mosca non pianga.

L’eterno miraggio della bistecca

Il governo francese ha finalmente svelato il mistero dei suoi grandiosi piani per il risanamento economico e sociale del Paese: darà ai proletari una nuova edizione del defunto esperimento Pinay, nato e morto sotto il regno di una succulenta bistecca. Ribassi dei prezzi dei generi alimentari, lotta spietata contro gli evasori fiscali: su questi due «cardini» poggerà il rinnovamento della IV Repubblica. In fatto di novità, Laniel non scherza!

Sennonché i proletari francesi sanno per esperienza come vadano a finire questi piani. Il ribasso dei prezzi fu già tentato da Pinay; per un po’ il costo della vita diminuì, poi riprese a salire. In tutti i Paesi, il fisco ha, ogni tanto, le sue brave impennate e giura di voler procedere severamente contro gli evasori: poi tutto torna al costume antico, e i capitali continuano ad investirsi nascostamente e serenamente all’estero. Quanto poi alla riduzione delle spese nel bilancio statale, il governo può promettere quel che vuole, ma che cosa potrà fare quando ha sulle braccia per lunga tradizione la costosissima liquidazione della guerra in Indocina con tutte le grane che via via gli crea, e si è tirata addosso quell’altra onerosa faccenda del cambio della guardia nel Marocco?, mentre è malsicuro a Fez e Rabat, deve mantenere in Corsica il deposto Sultano e i suoi molteplici harem?

La bistecca (ma guarda un po’: anche noi, durante la campagna elettorale, ce la siamo vista agitare davanti agli occhi) è un bel miraggio: ma i miraggi sono fenomeni caratteristici dell’Africa, e le faccende marocchine si sono per conto loro incaricate di ricordare ai francesi che l’Impero è ricco, molto ricco, di fate morgane.

Storia ad usum delphini della lotta contro il fascismo

Nenni prima, nel suo colloquio con De Gasperi, Tasca poi, nei suoi articoli sul «Mondo» (suffragati da altra citazione di Nenni), si sono presi il gusto di affermare che il Partito Comunista d’Italia, nel 1921-24, o era pronto a stringere alleanza con la destra pur di non fare una «politica ragionevole», o è rimasto completamente assente dalla lotta contro il fascismo nascente e poi imperante. Inutile dire che, per Tasca, essere stati «assenti» significa non essere stati presenti alla «lotta» dei Partiti della successiva coalizione antifascista, il che, in verità, basterebbe a «salvare» il P.C.I. dall’accusa di non aver combattuto il fascismo giacché la «lotta» degli altri Partiti non ci fu affatto.

Ma la verità è che, nel periodo di cui sopra (il periodo, cioè, della direzione o della maggioranza di sinistra, e qui Tasca si distingue da Nenni per accomunare nella responsabilità della politica del Partito quelli che la agiografia recente descrive come gli oppositori costanti del «bordighismo»), l’unica forza politica che combatte, non con le parole ma con le armi e con la sua organizzazione, contro l’offensiva fascista, fu proprio il P.C.I., e combatte da solo per la chiara ragione pratica – prescindendo qui dalle validissime ragioni teoriche – che tutte le altre forze politiche convergevano, in un modo o nell’altro, verso il fascismo, e il P.S.I. del caro amico Nenni stringeva con lui i noti patti di pacificazione, e tutti gli altri Partiti dovevano convertirsi all’antifascismo dichiarato solo dopo il 1924, quando, per logica storica, il mussolinismo si sbarazzò dei suoi ex-collaboratori diretti o indiretti. Se dunque, anche solo per ipotesi, si fosse posto il problema caro a Tasca di un fronte comune antifascista nel 1920-24 (e teoricamente la Sinistra lo escluse a priori), esso sarebbe stato irrealizzabile per… mancanza di aderenti al fronte. Chi dunque si «alleava con le destre»? chi rimaneva «assente dalla lotta»? Proprio le forze che rivendicano ora il titolo storico di aver… resistito al fascismo, mentre si sono soltanto stizzite, all’ultima ora, di essere stati lasciati a terra dal carrozzone mussoliniano, buon carrozzone fino al 1924 o, comunque, tale da poterci far pace, cattivo dopo quella data per averli presi a calci nel sedere.

Questo diciamo non perché ci interessino minimamente i titoli di merito distribuiti dall’antifascismo ufficiale, ma solo perché il passato storico di quest’ultimo ci fa omericamente spanciare dalle risa.

Chi giudicherà i giudici?

La cronaca nera italiana si è arricchita in questi ultimi tempi di una nuova edizione della cronaca nera: quella delle condanne riconosciute erronee dopo anni ed anni di detenzione del condannato, o dell’arresto e della detenzione sotto regolare accusa di imputati di clamorosi delitti, dimostratisi unicamente rei di… essere caduti sotto le grinfie di autorità inquirenti degne di essere a loro volta inquisite.

Non stiamo a rifare la storia di questi fatti e fatterelli ameni, di cui la stampa è ormai ogni giorno piena zeppa. Stando le cose come stanno, ognuno di noi potrebbe non soltanto parlarne, ma trovarsi domani a figurare come protagonista di quella cronaca, in veste d’imputato o condannato per delitti immaginari.

Le cause di questo stato di cose lasciamo che le cerchino i tecnici di procedura giudiziaria: qui interessa stabilire una volta di più come la democrazia, lanciatasi a spada tratta contro gli arbitrii della giustizia fascista, ne segua allegramente le tradizioni; e ciò per il buon motivo storico che l’arbitrio non è di questa o quella variante del dominio di classe della borghesia, ma appartiene alla natura profonda di quest’ultimo e non può esserne sradicato senza sradicarne le basi. Non saranno dunque perfezionamenti nelle leggi di P.S. o nei codici di procedura penale a impedire un andazzo che nasce dal fertile terreno dell’arbitrio e della pirateria capitalista.

Chi ci salverà dai difensori dei nostri «diritti di cittadino»?

Nulla di nuovo sotto il sole della società borghese

Dall’Almanacco per lo Stato Pontificio, anno primo 1845, a pg. 152, sotto il titolo «Del buono e del cattivo successo delle intraprese industriali»: «… La forza è l’industria degli operai che lavorano a mano o quella di chi dirige le macchine. A questi gioverà assicurare uno stipendio non maggiore di quanto è necessario per vivere con le loro famiglie e ceder loro una parte dei vantaggi che recheranno la diminuzione delle perdite, la perfezione e la quantità dei prodotti, facendo così che il lavoratore sia stimolato dal suo proprio interesse a fare meglio e più che può e a perfezione. … Valgano queste massime … a guidare chi volesse beneficare la Patria con qualcuna delle tante industrie di cui essa difetta ed assicurargli quella ricompensa che tale lodevole concepimento gli merita».

1845! Stato Pontificio! È tutto dire! Stakhanovismo, taylorismo, ecc. forme nuove del capitalismo?

Stato feudale che in economia sviluppa capitalismo ed in politica è estremo baluardo dell’assolutismo reazionario, magari con l’aiuto degli ultrademocratici chassepots francesi. Lo Stato qui aiuta con consigli e magari con provvidenze e a Napoli incarica Re Bomba di coccolarsi le regie manifatture di ceramica di Capodimonte.

Stimolare l’emulazione fra gli operai mettendoli a parte dei vantaggi derivanti da oculate e previdenziali economie, da cauti e sani affari, da bassi costi e da perfetti e numerosi prodotti, per avere in cambio il meglio e il più. 1845 non 1945! Stato Pontificio, non Russia Sovietica per gli uni, né United States of America per gli altri.

Più innanzi il pontificio estensore guarda con ammirazione alla Inghilterra, rilevando che «un operaio inglese pagato franchi 9,50 al giorno costa meno di uno francese pagato soli franchi 3, perché il primo fa quattro volte più di lavoro».

Di Vittorio pensa di essere il più bel comunista proponendo il Piano della C.G.I.L. Che fremiti, le ossa degli antenati inglesi e papalini; e che disprezzo per simile plagiatore! Il fariseo crede di averla fatta finita con la Rivoluzione semplicemente per aver riposto in soffitta i testi marxisti; ma non si è accorto che dallo scaffale gli è caduto un almanacco qualunque, senza titoli sensazionali: un anonimo libriccino da 20 baiocchi.

Ed infine, il capitalista, o meglio, per essere fedeli al testo citato, il benefattore del Capitale, cui i consigli sono rivolti a gloria della Patria (Patria = Capitale per tutti coloro che intingono la penna nell’inchiostro rosso) «per assicurargli quella ricompensa che tale lodevole concepimento gli merita».

Chiaro?: al servitore, per prestazioni, in uscita lire … ecc.! È la contabilità che deve quadrare, per cui gli uomini, che ne sono semplici estensori, ricevono un compenso, che è pur sempre una quota parte di lavoro non pagato.

Queste le nuove forme!? Il Capitale stimola uomini alla sua conservazione, non quest’uomo piuttosto di quello: mette in movimento un intreccio di interessi cui sono legati uomini e cose in una sarabanda infernale.

Già nel 1845 si ha materialmente, non nel cervello del genio Marx, tutto l’arco del tipo di produzione capitalista. Non si aveva bisogno di arrivare al ’71, al ’77, né tanto meno all’era della bomba atomica, per conoscere vita, morte e miracoli di questo migliore dei mondi possibili.

A distanza di oltre un secolo il programma non può restare che invariato, invariate restando le basi della società, anche se la storia per dialettica disposizione tende sempre più ad eliminare il primo attore, ed il buttafuori delle scene sociali vede muoversi sotto i suoi occhi organizzazioni impersonali ed anonime.

Quale diversità potrebbe correre fra una qualunque Società mista russo-rumena per lo sfruttamento del petrolio, e la Continental Press Service, «quella perfetta organizzazione di informazioni sulle corse dei cavalli, che controlla il gioco degli ippodromi di tre quarti di America?».

«Secondo il rapporto Kefauver (Epoca, 15-12-53) sulla criminalità e sulla corruzione politica negli Stati Uniti, il nemico pubblico n. 1 non è più una persona fisica».

Ecco la classe! Fluido che ammalia chi tocca, che asservisce «chiunque le si sottometta», senza domandargli nome, discendenza, luogo e data di nascita.

Tutti, nella enorme maggioranza, incoscienti di esplicare una funzione sociale e storica ben precisa, scientificamente analizzata e conosciuta; sulla quale funzione alcuni uomini, magari provenienti da classi sociali diametralmente opposte, «illuminati», coscienti per quel tanto che di cosciente possa avere il modo capitalista di produzione, lottano contro le inevitabili contraddizioni del sistema, contro le moderne milizie barbare, le vergini forze sociali della Rivoluzione.

Questo si legge nel 1845; non certe idiozie sulle quali si pretenderebbe non tanto di costruire qualche presunta nuova scuoletta quanto di aggiornare la dottrina rivoluzionaria.

Il cronista

[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.1)

INTRODUZIONE: Impotenza della banale posizione “negativista”

Razze, nazioni o classi?

1) Il metodo della sinistra comunista italiana ed internazionale nulla ha mai avuto di comune con il falso estremismo dommatico e settario che pretenderebbe con vuote negazioni verbali e letterarie di superare forze presenti nei reali processi della storia.

In un recente «Filo del Tempo» che introduce una serie di trattazioni della questione nazionale-coloniale e della questione agraria – e quindi delle principali contemporanee questioni sociali in cui sono in gioco forze notevoli non limitate al capitale industriale e al proletariato salariato – si è dimostrato con citazioni documentarie che il marxismo rivoluzionario perfettamente ortodosso e radicale riconosce l’importanza presente di tali fattori e la corrispondente necessità di avere in ordine ad essi una pratica di classe e di partito adatta; e ciò non solo citando Marx, Engels e Lenin ma gli stessi documenti base, dal 1920 al 1926, della opposizione di sinistra nella Internazionale e del Partito Comunista d’Italia che in quel tratto ne faceva parte integrante.

Soltanto nelle vuote insinuazioni degli avversari della sinistra, incanalati da allora sulla via dell’opportunismo, e oggi naufragati paurosamente nel rinnegamento del marxismo classista e nella politica controrivoluzionaria, la sinistra sarebbe stata partecipe dell’errore assolutista e metafisico secondo cui il partito comunista non deve di altro occuparsi che di un duello tra le forze pure del capitale moderno e degli operai di azienda, dal quale sorgerà la rivoluzione proletaria, negando ed ignorando l’influenza sulla lotta sociale di ogni altra classe e di ogni altro fattore. Nella nostra recente opera di riproposizione dei cardini dell’economia marxista e del programma rivoluzionario marxista abbiamo mostrato con ampiezza come questa «fase» pura nella realtà non esiste neanche oggi e in nessun paese, nemmeno nei più densamente industriali e in quelli di più antica affermazione del dominio politico della borghesia come possono essere Inghilterra, Francia, Stati Uniti; anzi che essa non si verificherà mai in nessun posto, non essendone affatto l’attesa una condizione per la vittoria rivoluzionaria del proletariato.

È dunque una pura scempiaggine dire che essendo il marxismo la teoria della moderna lotta di classe tra capitalisti ed operai, ed il comunismo il movimento che conduce la lotta del proletariato, noi neghiamo effetto storico alle forze sociali di altre classi, ad esempio i contadini, e alle tendenze e pressioni razziali e nazionali, e nello stabilire la nostra azione trascuriamo come superflui tali elementi.

2) Il materialismo storico, presentando in modo nuovo ed originale il corso della preistoria, non ha solo considerato, studiato e valutato i processi di formazione di famiglie, gruppi, tribù, razze e popoli fino al formarsi delle nazioni e degli Stati politici, ma appunto ne ha dato la spiegazione come connessi e condizionati allo sviluppo delle forze produttive e come manifestazione e conferma della teoria del determinismo economico.

Indubbiamente la famiglia e l’orda sono forme che incontriamo anche presso le specie animali, e si suole dire che anche le più evolute di esse, se cominciano a presentare esempi di organizzazione collettiva a fini di comune difesa e conservazione ed anche di raccolta e provvista di alimenti, non presentano ancora una attività produttiva, che distingue l’uomo anche il più antico. Meglio sarebbe dire che distingue la specie umana, non la conoscenza o il pensiero o la particella di divina luce, ma la capacità di produrre non solo oggetti da consumare, ma anche oggetti da dedicare alla ulteriore

produzione, come i primi per quanto rudimentali utensili di caccia, di pesca, di raccolta di frutti, e poi di lavoro agricolo e artigiano. Questa prima necessità di organizzare la produzione dell’utensile si innesta, a caratterizzare la specie umana, con quella di dare una disciplina e una normativa al processo riproduttivo, superando la occasionalità del rapporto sessuale con forme assai più complesse di quelle che presentava il mondo animale. Soprattutto nella classica opera di Engels, cui si attingerà largamente, è mostrata la connessione inseparabile, se non la identità, dell’evolvere delle istituzioni familiari e di quelle produttive.

Nella visione marxista del corso storico umano quindi, anche prima che le classi sociali siano presenti – tutta la nostra battaglia teorica sfocia nel mostrare che esse non sono eterne; ebbero principio e avranno fine – è data la sola possibile spiegazione, su basi scientifiche e materiali, della funzione del clan, della tribù e della razza e del loro ordinarsi in forme sempre più complesse per effetto dei caratteri dell’ambiente fisico e dell’incremento delle forze produttive e della tecnica di cui la collettività viene a disporre.

3) Il fattore storico delle nazionalità e delle grandi lotte di esse e per esse, variamente presente in tutta la storia, è decisivo all’apparire della forma sociale borghese e capitalista man mano che questa dilaga sulla terra, e Marx al suo tempo dette il massimo dell’attenzione, non minore di quella dedicata ai processi dell’economia sociale, alle lotte e guerre di sistemazione nazionale.

Esistendo ormai dal 1848 la dottrina ed il partito del proletariato, Marx non dette solo la teorica spiegazione di quelle lotte secondo il determinismo economico, ma si preoccupò di stabilire i limiti e le condizioni di tempo e di luogo per l’appoggio ad insurrezioni e guerre statali indipendentiste.

Sviluppatesi le grandi unità organizzate di popoli e di nazioni, e sovrapposte ad esse e al loro dinamismo sociale ormai differenziato in caste e classi le forme e gerarchie statali, il fattore razziale e nazionale è seguito nel suo diverso gioco nelle varie epoche storiche: schiavismo, signoria, feudalesimo, capitalismo. La sua importanza è diversa nelle varie forme, come si vedrà nella seconda parte e come tante volte si è esposto. Nella moderna epoca, in cui si è iniziato e si diffonde nel mondo il trapasso dalla forma feudale, di dipendenza personale, scambio limitato e locale, a quella borghese di servitù economica e formazione dei grandi mercati unitari nazionali, verso il mercato mondiale, la sistemazione della nazionalità secondo razza, lingua, tradizioni e cultura e la rivendicazione che Lenin riassumeva nella formula: «una nazione, uno stato» (allorché spiegava che bisognava lottare per essa ma dire che era formula borghese e non proletaria e socialista) è di forza fondamentale nella dinamica della storia. Questo che Lenin constata per il tempo prima del 1917 nella Europa orientale fu vero per Marx dal 1848 per tutta l’Europa occidentale (meno l’Inghilterra) e fino al 1871, come ben noto. Ed è vero oggi fuori di Europa in parti immense delle terre abitate, per quanto il processo sia eccitato e accelerato dalla potenza degli scambi economici e di ogni genere a scala mondiale. È quindi attuale il problema della posizione da assumere di fronte alle tendenze irresistibili nei popoli «arretrati» a lotte nazionali di indipendenza.

Opportunismo nella quistione nazionale

4) Il nodo dialettico della questione sta non nell’identificare una alleanza nella fisica lotta a fini rivoluzionari antifeudali tra strati borghesi e classe e partito operaio con un rinnegamento della dottrina e della politica della lotta di classe, ma nel mostrare che anche nelle condizioni storiche e nelle aree geografiche in cui quella alleanza è necessaria e ineluttabile, deve restare integra ed essere anzi portata al massimo la critica teorica programmatica e politica ai fini e alle ideologie per cui combattono gli elementi borghesi e piccolo borghesi.

Mostreremo nella terza e finale parte come Marx, mentre sostiene con ogni sua forza ad esempio la indipendenza polacca o irlandese, non cessa non solo dal condannare ma dal demolire a fondo e schiacciare sotto la derisione il bagaglio idealistico dei fautori borghesi e piccolo borghesi della giustizia democratica e della libertà dei popoli. Mentre per noi il mercato nazionale e lo stato

capitalista nazionale centralizzato sono un ponte di passaggio inevitabile alla economia internazionale che avrà soppresso Stato e mercato, per i santoni che Marx beffa in Mazzini, Garibaldi, Kossuth, Sobietsky, ecc., la sistemazione democratica in Stati nazionali è un punto di arrivo che porrà fine ad ogni lotta sociale, e si vuole lo Stato nazionale omogeneo perché in esso i padroni non appariranno nemici e stranieri ai lavoratori sfruttati. In quel momento storico il fronte ruota, e la classe operaia si getterà nella guerra civile contro lo Stato della propria «patria». Questo momento si avvicina e le sue condizioni si formano nel corso del processo delle rivoluzioni e guerre nazionali borghesi di sistemazione di Europa (oggi anche di Asia e Africa): ecco il problema senza cessa mutevole e dai variabilissimi indirizzi che va decifrato.

5) Opportunismo, tradimento, rinnegamento e azione controrivoluzionaria e filo-capitalista degli attuali falsi comunisti stalinisti, hanno in questo settore (non meno che in quello strettamente economico, sociale, di politica cosiddetta interna) duplice portata. Essi rimettono in auge esigenze e valori democratici nazionali, con aperti e spinti blocchi politici, anche nell’Occidente capitalista avanzatissimo ove la plausibilità di alleanze simili era esclusa dal 1871; ma inoltre diffondono nelle masse il sacro rispetto alla ideologia nazionale patriottica e popolare identificata con quella dei borghesi loro alleati, e corteggiano anzi i campioni di tale politica, che Marx e Lenin ferocemente staffilarono, proseguendo nella estirpazione di ogni senso di classe nei lavoratori che sventuratamente li seguono.

Sciocco sarebbe scambiare con una attenuante per l’infamia dei partiti che oggi pretendono rappresentare gli operai, soprattutto in Italia, col falso nome di comunisti e socialisti, il riconoscimento che è metodo marxista ammesso quello di partecipare ad alleanze nazionali rivoluzionarie da parte dei partiti operai, purché ben lontano dai confini del secolo ventesimo e dell’Europa storico-geografica. Quando nel conflitto sorto nel pieno quadro dell’Occidente sviluppato (Francia, Inghilterra, America, Italia, Germania, Austria) si praticano dallo Stato russo e da tutti i partiti della ex Terza Internazionale comunista alleanze di guerra a turno con tutti gli Stati borghesi, non esistendo più né Napoleoni terzi, né Nicola secondi e simili, si lacera direttamente, da un lato l’indirizzo di Marx per la Prima Internazionale alla Comune di Parigi del 1871 che chiudeva e denunziava per sempre ogni alleanza con «eserciti nazionali» in quanto «da oggi in poi confederati tutti contro il proletariato insorto”, da un altro le tesi di Lenin sulla guerra 1914 e per la fondazione della Terza Internazionale, in cui si stabiliva che, iniziata la fase delle guerre generali imperialiste, nulla più avevano a che vedere con la politica degli Stati le rivendicazioni democratiche e indipendentiste, condannando insieme socialnazionali traditori di qua e di là dal Reno o dalla Vistola.

Una semplice proposta di «riapertura di termini» concessa al capitalismo, spostando il 1871, e il 1917, al 1939 e al 1953, con ulteriore proroga non calcolabile, non saprebbe avere serio ingresso senza la squalifica del metodo marxista di lettura della storia tutto intiero, agli svolti cruciali in cui la sua potenza dottrinale cominciò ad intaccare nel vivo della difesa del passato: il 1848 europeo, il 1905 russo. Di più essa urta con il rinnegamento di tutta l’analisi economica e sociale classica, nel tentativo di assimilare alle superstiti feudali forme di quel tempo i recenti totalitarismi fascisti (e anche non fascisti, al tempo della spartizione polacca!).

Ma la sentenza di tradimento diametrale sta nel secondo aspetto: la obliterazione totale ed integrale di quella critica ai «valori» propri del pensiero borghese, che esaltano, come punto di sistemazione del tremendo cammino della umanità, un mondo aclassista di autonomie popolari, di nazionalità libere, di patrie indipendenti e pacifiche. Ed infatti Marx e Lenin nel momento in cui erano ancora costretti a stringer patti con i fautori di questo marcio bagaglio, portarono alla più alta virulenza la lotta per liberare la classe operaia dai feticci di patria nazione e democrazia agitati dai «santoni» del radicalismo borghese, e seppero allo svolto storico rompere con essi anche nel fatto, e quando il rapporto di forze lo permise senza pietà ne jugularono il movimento. Questi di oggi hanno ereditato la funzione di sacerdoti di quei feticci e di quei miti; non si tratta di un patto storico che romperanno più tardi del previsto, ma si tratta dell’asservimento totale alle rivendicazioni proprie della borghesia capitalista per l’optimum del regime che ne consente privilegi e potere.

La tesi interessa perché collima con la dimostrazione, data tra l’altro nel Dialogato con Stalin e in

altre riunioni sul terreno della scienza economica, che la Russia di oggi è uno Stato di compiuta rivoluzione capitalistica, e che sulla sua merce sociale stanno a posto le bandiere di nazionalità e di patria, come il militarismo più esasperato.

6) Sarebbe errore gravissimo il non vedere e il negare che nel mondo presente hanno ancora effetto ed influenza grandissima i fattori etnici e nazionali, ed è ancora attuale l’esatto studio dei limiti di tempo e di spazio in cui sommovimenti per l’indipendenza nazionale, legati ad una rivoluzione sociale contro forme precapitalistiche (asiatiche, schiaviste, feudali) hanno ancora il carattere di condizioni necessarie del trapasso al socialismo, con la fondazione di Stati nazionali di tipo moderno (ad esempio in India, Cina, Egitto, Persia, ecc.).

La discriminazione tra tali situazioni è resa difficile da un lato dal fattore dell’esterofobia determinata dallo spietato colonialismo capitalista, dall’altro da quello della estrema diffusione mondiale presente di risorse produttive e di apporto di merci ai più remoti mercati; ma alla scala mondiale il problema scottante nel 1920 anche nell’area dell’ex impero russo, di dare appoggio politico ed armato a moti indipendentisti di popoli di Oriente, non è in alcun modo chiuso.

Il dire ad esempio che il rapporto tra capitale industriale e classe degli operai salariati si pone nello stesso modo, putacaso, nel Belgio e nel Siam, e che la prassi della relativa lotta si stabilisce senza tener conto in nessuno dei due casi di fattori di razza o di nazionalità, non significa essere estremisti, ma in effetti significa non aver capito nulla del marxismo.

Non è togliendo al marxismo la sua profondità e vastità ed anche la sua dura ed aspra complessità, che si acquista il diritto di sbugiardarne, ed un giorno di abbatterne, gli spregevoli rinnegati.

PARTE PRIMA: Riproduzione della specie ed economia produttiva inseparabili aspetti della base materiale del processo storico

Lavoro e sesso

1) Il materialismo storico perde ogni senso, ove si consenta che come fattore estraneo al campo della economia sociale si introduca quello del preteso carattere individuale dell’appetito sessuale, che genererebbe derivazioni e costruzioni di origine extra economica fino alle più evanescenti e spirituali.

Occorrerebbe ben più vasta mobilitazione di materiale scientifico, sempre sulla base della massima diffidenza per la decadente e venale scienza ufficiale del periodo attuale, se qui la polemica fosse volta solo contro gli avversari frontali e integrali del marxismo. Come sempre ci preoccupano al massimo grado, quali fattori antirivoluzionari, quelle correnti che mostrano accettare alcuni lati del marxismo, e poi trattano problemi collettivi e umani essenziali pretendendo che siano posti fuori delle sue frontiere.

È chiaro che fideisti ed idealisti, istituendo nella spiegazione della natura gerarchie di valori, tendano a sollevare i problemi del sesso e dell’amore in una sfera e in un grado che di molto sovrasta quello dell’economia, volgarmente intesa come campo della soddisfazione di bisogni alimentari e affini. Se l’elemento che solleva e discrimina la specie homo sapiens dalle altre animali davvero venisse non dal fisico effetto di una lunga evoluzione in un complesso ambiente di fattori materiali, ma scendesse dalla immissione di una particola di uno spirito cosmico non riducibile alla materia, sarebbe chiaro che nella riproduzione di un essere da un altro, di un cervello pensante da un altro, deve occorrere un rapporto più nobile che nel semplice riempimento quotidiano dello stomaco. Se, anche senza dipingere questo spirito-Persona immateriale, si ammette che comunque nella dinamica dell’umano pensiero sia insita una virtù e una potenza che preesiste o extraesiste alla materia, resta anche evidente che si deve sollevare in un campo più arcano il meccanismo che surroga l’io generante all’io generato,

con le stesse ineccepibili facoltà, ipoteticamente premesse ad ogni contatto con la natura fisica e ad ogni cognizione.

È al materialista dialettico che è imperdonabile supporre che la sottostruttura economica, nelle forze e nelle leggi della quale si cerca la spiegazione della storia politica dell’umanità, comprenda solo la produzione ed il consumo della più o meno vasta gamma di beni occorrenti a tenere in vita l’individuo; che a tale campo si limitino i rapporti materiali tra individui, e che dal gioco delle forze che legano queste innumeri molecole isolate si compongano le norme, regole e leggi del fatto sociale; mentre tutta una serie di soddisfazioni della vita restano fuori di questa costruzione; e sono per molti dilettanti quelle che vanno dal sex appeal fino ai godimenti estetici o intellettuali. Tale accezione del marxismo è spaventosamente falsa, è il peggiore degli antimarxismi in circolazione, ed oltre al ricadere implicito ma inesorabile nell’idealismo borghese, piomba non meno crassamente in pieno individualismo, altro non meno essenziale carattere del pensiero reazionario; e ciò tanto se sia posto in prima linea e come grandezza base l’individuo biologico, che quello psichico.

Il fattore materiale non «genera» quello sovrastrutturale (giuridico, politico, filosofico) facendo tutto questo corso entro un individuo, e nemmeno per una generativa catena ereditaria di individui, restando poi da fare le medie per la base economica e per il coronamento culturale. La base è un sistema di fattori fisici e palpabili che avvolgono tutti gli individui e li determinano al loro comportamento anche singolo, e che in tanto esiste in quanto quegli individui hanno preso a formare una specie sociale, e la sovrastruttura è un derivato da quelle condizioni di base, determinabile sullo studio di esse e calcolabile su di esse, senza preoccuparsi dei mille svolgimenti particolari e dei piccoli scarti da persona a persona.

L’errore dunque di limitatezza marxista di cui si tratta è un errore di principio che riportando l’esame delle cause dei processi storici da un lato a fattori ideali fuori della natura fisica, dall’altro alla preminenza del risibile cittadino Individuo, non lascia al materialismo dialettico campo alcuno e lo rende impotente a concludere anche a proposito della contabilità del panificio o della salsamenteria.

2) La deplorata abdicazione del marxismo dal dominio sul campo sessuale e riproduttivo con tutte le sue ricchissime derivazioni ignora le opposte concezioni, borghese e comunista, della economia, e quindi decade da tutta la possente conquista che Marx realizzò sulla rovina delle scuole capitaliste. Per esse economia è insieme di rapporti che poggiano tutti su scambio tra due individui di oggetti reciprocamente utili alla propria conservazione, sia pure tra essi compresa la forza lavorativa. Ne concludono che non ci furono né saranno economie senza scambio, merce e proprietà. Per noi economia comprende tutto il vasto complesso della attività di specie, di gruppo umano, influente sui rapporti con l’ambiente naturale fisico; e il determinismo economico non regge solo l’epoca della proprietà privata ma tutta la storia della specie.

Tutti i marxisti considerano come tesi acquisite quelle che dicono: la proprietà privata non è eterna; vi fu l’epoca del comunismo primitivo che la ignorò, e andiamo verso l’epoca del comunismo sociale – la famiglia non è eterna, e tanto meno la famiglia monogama, apparve molto tardi ed in una più elevata epoca dovrà sparire – non eterno è lo Stato, apparve in uno stadio assai avanzato della «civiltà» e scomparirà colla divisione della società in classi e con queste.

Ora è chiaro che tutte queste verità non sono conciliabili con una visione della prassi storica che si fondi sulla dinamica degli individui e su una concessione anche minima alla loro autonomia ed iniziativa, alla loro libertà, coscienza, volontà e simili gingilli. Esse sono dimostrabili solo in quanto si conchiude che l’elemento determinante è un faticoso adattarsi e ordinarsi delle collettività degli uomini alle difficoltà e ostacoli del luogo e del tempo in cui si trovano, risolvendo non miliardi di problemi di adattamento di singoli uomini, ma quello, sempre più tendente ad essere visto in modo unitario, dell’adattamento prolungato di tutta la specie come insieme alle esigenze che pongono le circostanze esterne. A questo ineluttabilmente conducono l’aumento del numero dei componenti la specie, il cadere delle barriere che li separavano, l’ampliarsi allucinante dei mezzi tecnici a disposizione, la possibilità del maneggio di questi solo per organamenti collettivi di individui innumeri, e così via.

Per un popolo primitivo può pensarsi che sociologia sia alimentazione, da quando anche questo minimum non è più alla portata dello sforzo individuale come nella bestia; ma poi è sociologia la sanità pubblica, la generazione, l’eugenetica, domani il piano annuale delle nascite.

Individuo e specie

3) La conservazione dell’individuo in cui sempre si cerca il misterioso primo motore degli eventi non è che una manifestazione derivata e secondaria della conservazione e dello sviluppo della specie, indipendentemente dalle tradizionali presentazioni di una provvidenza naturale o sovrannaturale, del gioco dell’istinto o del raziocinio; e ciò è tanto più vero quanto più si tratta di una specie sociale e di una società dagli aspetti sviluppati e complessi.

Può sembrare lapalissiano dire che tutto si potrebbe chiudere nella conservazione del singolo individuo, come base e motore di ogni altro fenomeno, se l’individuo fosse immortale. Per essere tale dovrebbe essere immutabile, non invecchiare, e frattanto è proprio l’organismo vivente e quello animale in prima linea che subisce, come sede di una impressionante catena di movimenti, di circolazioni e di metabolismi, la sorte di un inesorabile e inesausto mutarsi fin nell’intimo della minima cellula. È un assurdo in termini l’immagine di un complesso che viva sostituendo di continuo gli elementi perduti e restando uguale a se stesso, come forse sarebbe un cristallo che, immerso nella soluzione della stessa sostanza solida chimicamente pura, diminuisse o crescesse per un ciclico variare di temperature o pressioni esterne. Ma se si è parlato da alcuni di vita del cristallo (e oggi dell’atomo) è perché può nascere, ingrandire, diminuire, sparire e perfino sdoppiarsi e moltiplicarsi.

Questo appare molto banale ma è utile a far riflettere che la convinzione feticistica di molti (anche pretesi marxisti) nella primordialità del fattore individuale biologico non è che un avanzo delle prime grossolane convinzioni sulla immortalità dell’anima personale. In nessuna religione l’egoismo borghese più plateale, e sprezzante ferocemente la vita della specie e la carità per la specie, si è meglio innestato, come in quelle che affermano immortale l’anima, e in questa forma fantastica mettono in primo piano la sorte della persona soggettiva a dispetto di quella di tutte le altre.

Spiace pensare alla transitorietà del dimenarsi della nostra povera carcassa, e il rifugio se non è nella certezza della vita oltretomba trova un buon surrogato in illusioni intellettualistiche – ed oggi esistenzialistiche – sullo stigma inconfondibile che ogni soggetto ha, o crede di avere, anche quando si attaglia nel modo più pecorile sulle falsarighe della moda, e scimmiotta passivo tutte le altre marionette umane. È allora che si sprigiona l’inno alle inenarrabili altezze della emotività, della voluttà, della esaltazione artistica, della estasi cerebrale, che sarebbero attinte solo nel chiuso della cellula individuale – laddove la verità è l’esattissimo opposto.

Tornando al modo materiale come effettivamente i fatti si svolgono sotto il nostro naso, è ovvio che ogni individuo perfetto sano ed adulto quando è nel pieno vigore delle forze può provvedere – riferiamoci ad una economia del tutto primordiale – a produrre ogni giorno quanto gli occorre consumare. Ma la instabilità di questa situazione singolo per singolo determinerebbe presto la fine dell’individuo (e della specie se fosse una stupida saldatura di individui per le costole un dopo l’altro) se mancasse il flusso della riproduzione, per cui in un corpo organico vi sono rari individui bastevoli a se stessi, i vecchi che più non possono render tanto, i giovanissimi che hanno bisogno di essere alimentati per produrre domani. Ogni ciclo economico è impensabile, e nessuna equazione economica possiamo scrivere, senza introdurre nel calcolo queste essenziali grandezze: età, validità, sanità.

Volendo essere pedestri scriveremmo la formula economica di una umanità partenogenetica, unisessuale. Ma non ci è dato constatarla. Dobbiamo allora introdurre la grandezza sesso, poiché la generazione si fa per due sessi eterogenei, e prevedere anche le pause produttive da gestazione e allattamento …

Solo dopo aver fatto tanto potremo aver detto di avere scritto le equazioni di condizione che descrivono totalmente la «base», la «sottostruttura» economica della società, da cui dedurremo (lasciato ormai per sempre quel fantoccio dell’individuo che non ha saputo né eternarsi né da solo

rinnovarsi, e che nel corso del gran cammino ne saprà sempre di meno) tutta la gamma infinita delle manifestazioni DI SPECIE che solo così si sono rese possibili fino ai più alti fenomeni di pensiero.

Un articolista recentissimo (Yourgrau di Johannesburg) nell’esporre la teoria del Sistema Generale di Bertalannfy che vorrebbe sintetizzare i principii dei due famosi sistemi controversi: vitalismo e meccanismo, pur riconoscendo solo a denti stretti che il materialismo in biologia guadagna terreno, ricorda il paradosso di non facile confutazione: un solo coniglio non è un coniglio, due conigli soltanto possono essere un coniglio. Sei, o individuo, espulso dall’ultima trincea, quella di Onan.

Follia dunque è trattare economia senza trattare riproduzione della specie. E tanto è noto dai testi classici. Aprendo la prefazione della Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, in questi termini pone Engels una pietra angolare del marxismo: «Secondo la concezione materialista il momento determinante della storia (intendete momento non nel senso temporale ma in quello meccanico, di impulso che avvia una rotazione), in ultima istanza, è la produzione e la riproduzione della vita immediata. Ma questa è, a sua volta, di duplice specie. Da un lato la produzione di mezzi di sussistenza, di generi per l’alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazioni e di strumenti necessari per queste cose, dall’altro, la produzione degli uomini stessi, LA RIPRODUZIONE DELLA SPECIE. Le istituzioni sociali entro le quali gli uomini di una determinata epoca storica e di un determinato paese vivono, sono condizionate da ENTRAMBE LE SPECIE DELLA PRODUZIONE; dallo stadio di sviluppo del lavoro, da una parte, e della famiglia, dall’altra».

Da quando la teoria è stata fondata, la interpretazione materialistica della storia abbraccia in tono unico i dati relativi al grado di sviluppo della tecnica e del lavoro produttivo e quelli relativi alla «produzione dei produttori» ossia alla sfera sessuale. La classe lavoratrice è la prima delle forze produttive, dice Marx. Altrettanto e più importante è sapere come si riproduce la classe che lavora, dello studiare come si produce e riproduce la massa delle merci, la ricchezza ed il capitale. Il salariato classico e nullatenente dell’antichità non fu ufficialmente definito a Roma lavoratore, ma proletario. La sua funzione caratteristica era non quella di dare alla società e alle classi dominanti il lavoro delle proprie braccia, ma di generare, senza controlli e limiti, nella propria ruvida alcova, i braccianti di domani.

Il piccolo borghese moderno nella sua vuotaggine pensa che gli sarebbe tanto più dolce il secondo lavoro quanto più amaro il primo. Ma il piccolo borghese è quello che, porco e filisteo quanto il grande borghese, contrappone alla potenza di questo tutte le impotenze.

4) Nello stesso modo le prime comunità si ordinano per il lavoro produttivo con la rudimentale tecnica che fa la sua comparsa, e si ordinano ai fini dell’accoppiamento e della riproduzione, dell’allevamento e protezione dei piccoli. Le due forme sono in continua connessione e quindi la famiglia nelle diverse forme è anche essa un rapporto di produzione e cambia secondo che cambiano le condizioni dell’ambiente e le forze produttive disponibili.

Non potremo comprendere in questa esposizione il richiamo dei successivi stadi selvaggi e barbari che le razze umane hanno attraversato, caratterizzati dalle risorse di vita e dagli aggregati familiari, rimandando per questo alla brillante opera di Engels.

Dopo aver vissuto sugli alberi nutrendosi di frutta, l’uomo conobbe prima la pesca e il fuoco, e imparò a percorrere le coste e i fiumi in modo che i vari ceppi cominciarono a incontrarsi. Seguì la caccia con l’uso delle prime armi, e nello stato barbaro apparvero prima l’addomesticamento degli animali e poi l’agricoltura, che segnarono il passaggio dal nomadismo alle sedi stabili. Corrispondentemente le forme sessuali non erano ancora la monogamia e nemmeno la poligamia; questa fu preceduta dal matriarcato in cui la madre aveva la preminenza morale e sociale, e dalla famiglia di gruppo in cui i maschi e femmine della stessa gens si univano tra di loro variamente, come scoprì il Morgan per gli indiani di America che ancora, quando li conobbero i bianchi, benché divenuti monogami chiamavano padre gli zii paterni, pur distinguendo la madre dalle zie. In queste fratrìe ove non vigeva autorità costituita nemmeno vi era divisione alcuna di proprietà e di suolo.

Può darsi che un embrione di ordinamento per poter seguire e difendere i nati sia proprio degli animali

superiori e si deve all’istinto. Solo invece l’animale ragionevole, l’uomo, si darebbe ordinamenti ai fini della tecnica economica, restando l’istinto dominatore della sfera degli affetti di sesso e di famiglia. Se ciò fosse vero la intelligenza, che comunemente si ammette sostituire l’istinto e renderlo inattivo, dividerebbe con questo il campo a metà. Ma ciò è invece metafisica. Una bella definizione dell’istinto è in uno studio del Thomas, La Trinité-Victor, 1952 (se citiamo qualche studio recente e di cultori di discipline speciali è al solo fine di togliere a non pochi la impressione che i dati di un Engels o di un Morgan, rivoluzionari e perseguitati nel campo burbanzoso della cultura borghese, siano «non aggiornati» o «superati» dalla ultima letteratura scientifica …): L’istinto è la conoscenza ereditaria di un piano di vita della specie. Nel corso della evoluzione e della selezione naturale, che nel campo animale possiamo ammettere sia derivata da un urto degli individui come tali contro l’ambiente, solo per via fisica, fisiologica, si determina la obbedienza degli esemplari della stessa specie ad un comportamento comune, soprattutto nel campo riproduttivo. Tale comportamento per ammissione di tutti è automatico «non cosciente» e «non razionale». È comprensibile che questo modo di comportarsi si trasmetta per la via ereditaria, così come i caratteri morfologici e strutturali dell’organismo, e il meccanismo di trasmissione si chiuda nel gioco (alquanto ancora da chiarire per la scienza) dei geni (con una sola i, signori individualisti!) e di altre particole dei liquidi e cellule germinative e fecondative.

Questo meccanismo che ha per veicolo ogni singolo non provvede che ad un rudimentale minimum di norma, di piano di vita, atto a fronteggiare difficoltà ambienti.

Nella specie sociale la collaborazione di lavoro anche primitiva conduce più oltre, e tramanda ben altre consuetudini e normative che servono di regola. Per il borghese e l’idealista la differenza sta nell’elemento raziocinante e cosciente che determina volontà di agire, e sorge il libero arbitrio del fideista, la libertà personale dell’illuminista. Non qui si esaurisce questo punto essenziale. La posizione nostra è che non aggiungiamo una nuova potenza dell’individuo, il pensiero e lo spirito, che di nuovo sposti tutti i dati come il preteso principio vitale rispetto al meccanismo fisico. Aggiungiamo invece una nuova potenza collettiva derivata tutta dalla necessità della produzione sociale, che impone e più complesse regole ed ordini, e come sposta l’istinto, atto a guidare singoli, dalla sfera tecnica, lo sposta dalla sfera sessuale. Non è l’individuo che ha sviluppata e nobilitata la specie, è la vita di specie che ha sviluppato l’individuo a nuove dinamiche e a più alte sfere.

Ciò che è primordiale e bestiale, sta nell’individuo. Ciò che è sviluppato, complesso, ed ordinato, costituendo un piano di vita non automatico ma organizzato e organizzabile deriva dalla vita collettiva e nasce dapprima fuori dei cervelli dei singoli, per poi divenirne per difficili vie dotazione. Nel senso che anche noi possiamo dare, fuori di ogni idealismo, alle espressioni di pensiero, conoscenza, scienza, si tratta di prodotti della vita sociale: gli individui, nessuno escluso, non ne sono i donatori, ma i donatari e nella società attuale ancora i parassiti.

Che all’inizio e fin dall’inizio la regolazione economica e quella sessuale siano state intrecciate nell’ordinare la vita associata degli uomini, lo si legge sotto il velame di tutti i miti religiosi, che nella valutazione marxista non sono gratuite fantasie e vuote fandonie a cui basti rifiutare fede, come per il corrente e borghese libero pensatore, ma che occorre decifrare quali prime tramandazioni di sapere collettivo in elaborazione.

Nella Genesi (libro II, versetti 19 e 20) Iddio, prima ancora della creazione di Eva e quindi della espulsione dal Paradiso Terrestre (in cui Adamo ed Eva sarebbero vissuti soli, eterni anche nel fisico, a condizione di cogliere senza sforzo i frutti del nutrimento, ma non quelli della scienza) forma dal terriccio gli animali di tutte le specie, e li presenta ad Adamo che apprende a chiamarli secondo il loro nome. Di questa pratica il testo dà la spiegazione: Adae vero non inveniebatur adiutor similis eius. Ciò vuol dire che Adamo non aveva allora alcun aiutante (cooperatore) della sua stessa specie. Gli sarà data Eva, ma non per farla lavorare o fecondarla. Sembra previsto che ai due sia dunque lecito adattare al loro servizio gli animali. Fatto il grave errore di cominciare dall’astuto serpente, Iddio muta il destino dell’umanità. Fuori dall’Eden soltanto Eva conoscerà il suo compagno, ne avrà figli che partorirà con dolore ed egli guadagnerà la vita col sudore della fronte. Anche dunque nella involuta ma millenaria sapienza del mito nascono collegate produzione e riproduzione. Se addomesticherà gli animali Adamo, sarà con fatica, avendo egli ormai adiutores, lavoratori, della

stessa sua specie, similes eius. Assai rapidamente è caduto nel nulla l’Individuo, immutabile, intranseunte, digiuno del pane amaro e grande della sapienza, mostro ed aborto sacro al piacere dell’ozio, vero dannato al digiuno di opera, di amore e di scienza, cui pretesi materialisti del secolo attuale ancora vorrebbero sacrificare stolidi incensi: al suo posto la specie che pensa perché lavora, tra tanti adiutores, vicini, fratelli.

Eredità biologica e tradizione sociale

5) Fin dalle prime società umane il comportamento dei componenti dei gruppi diviene uniforme attraverso pratiche e funzioni di insieme che, rese necessarie dalle esigenze della produzione ed anche della riproduzione sessuale, prendono la forma di cerimonie, di feste, di riti a carattere religioso. Questo primo meccanismo di vita collettiva e regola non scritta e nemmeno imposta o violata, diviene possibile non per insufflate o innate idee di società o di morale proprie dell’animale uomo, ma per l’effetto deterministico della evoluzione tecnica lavorativa.

La storia degli usi e costumi dei primi popoli, prima delle costituzioni scritte e del diritto coattivo, e il confronto colla vita delle tribù selvagge al primo contatto con l’uomo bianco, si spiegano soltanto con simili criteri di indagine. Ovvia è la ricorrenza stagionale delle feste in quanto stagionalmente ricorrono aratura, semina, raccolto. All’inizio, stagionale è anche per la specie uomo l’epoca dell’amore e della fecondazione, che la ulteriore evoluzione condurrà ad essere, a differenza di ogni animale, esigenza di ogni tempo. Dei popoli dell’Africa sono descritte da romanzieri che hanno acquisita la cultura dei bianchi le feste a sfondo sessuale. Ogni anno si liberano gli adolescenti venuti a pubertà da legami imposti poco dopo la nascita ai loro organi, e alla cruenta operazione dei sacerdoti segue nella eccitazione del rumore e delle bevande un’orgia sessuale. Ma evidentemente anche una simile tecnica è sorta per preservare la prolificità della razza in condizioni difficili e che conducono a degenerazione ed impotenza ove manchi altro controllo, e forse vi sono cose più schifose nella inchiesta Kinsey sul comportamento dei sessi al tempo del Capitale.

Che generazione e produzione vadano garantite insieme è antica tesi marxista e lo prova anche una bellissima citazione di Engels, sul proposito di Carlo Magno di migliorare la coltura agraria decaduta al suo tempo colla fondazione (non di colcos) ma di ville imperiali. Queste erano gestite da conventi e fallirono, come avvenne in tutto il Medio Evo: il complesso unisessuale e a-generativo non risponde alle esigenze di una attivata produzione. Ad esempio la regola di San Benedetto può sembrare uno statuto comunista, tanto severamente, imposto il lavoro, è vietata qualunque appropriazione personale del minimo bene o prodotto, e consumo fuori della mensa in comune. Ma un tale ordinamento, per la sua castità e sterilità, incapace a riprodurre i suoi componenti, restò fuori della vita e della storia. Uno studio sugli ordinamenti paralleli di frati e di monache nel loro primo intento potrebbe forse fare molta luce sul problema della scarsa produzione rispetto al consumo del medioevo, specie in certe ardue e mirabili concezioni di Francesco e di Chiara, che non miravano alla macerazione per salvare lo spirito ma ad una riforma sociale per meglio nutrire la carne livida delle classi diseredate.

6) L’insieme sempre più ricco col passare del tempo delle norme di tecnica lavorativa nei vari campi di pesca, caccia, armentizia, agricoltura, coordinate al comportamento seguito da adulti validi, vecchi, giovani, madri gestenti e allevanti, coppie che si univano ai fini generativi, viene trasmesso da generazione in generazione per una doppia via: quella organica e quella sociale. Per la prima via le impronte ereditarie trasportano le attitudini e gli adattamenti del fisico dall’individuo generatore al generato, e giocano i secondari scarti personali; per la seconda, sempre più grandeggiante, il corpo di risorse del gruppo si tramanda per una via extrafisiologica ma non meno materiale, che è la stessa per tutti, e risiede nella «attrezzatura» ed «utensileria» di tutti i tipi che la collettività è riuscita a darsi.

In alcuni «Fili del Tempo» fu mostrato che fino alla scoperta di mezzi di trasmissione più comodi come la scrittura, i monumenti, poi la stampa, ecc., si dovette fare leva massima sulla memoria dei

singoli, esercitandola con forme collettive comuni. Dal primo monito materno andiamo fino alle conversazioni a temi obbligati fino alla noia dei vecchi, e alle recitazioni collettive: canto e musica sono supporti della memoria e la prima scienza è ammannita in versi e non in prosa, con accompagnamento musicale. Molta moderna sapienza della civiltà capitalista non potrebbe circolare che nella veste di orripilanti cacofonie!

Il seguito di tutto questo corredo impersonale, collettivo, che il gruppo umano si passa traverso il tempo non può certo esporsi senza una trattazione sistematica, ma la legge di essa fu accennata: esso stanca, man mano che il meccanismo si arricchisce, sempre meno la testa del singolo, e tutti sono sempre più portati a raggiungere uno stesso comune livello: il grande uomo, personaggio quasi sempre da leggenda, diviene sempre più inutile, sempre più inutile essendo palleggiare un’arma più grande di quelle degli altri, o fare una moltiplicazione più presto: un Robot tra non molto sarà il più intelligente cittadino di questo stupidissimo mondo borghese, e forse al creder dei più il Dittatore su immensi paesi.

Comunque la potenza sociale prevale sempre di più su quella organica, che in ogni caso è la piattaforma di quella dello spirito individuale.

Anche qui può farsi richiamo ed una interessante sintesi recente: Wallon, Collège de France, 1953: L’organique et le social chez l’homme. Pure criticando il materialismo meccanista (del tempo borghese, e quindi agente entro l’individuo) l’autore illustra i sistemi di comunicazione tra gli uomini sociali e cita Marx, come vedremo a proposito del linguaggio in questa stessa parte. Ma registra nella sua rassegna il fallimento dell’idealismo e della moderna forma esistenzialista con una formula appropriata: «L’idealismo non si è contentato di circoscrivere il reale entro i limiti della immagine (nella nostra mente). Esso ha altresì circoscritta l’immagine di ciò che considera come il reale!». E perviene dopo la rassegna delle varie recentissime vedute alla saggia conclusione: «Tra impressioni organiche ed immagini mentali non cessano di svolgersi azioni e reazioni mutue che mostrano quanto sono vuote le distinzioni di specie che i vari sistemi filosofici fanno tra la materia e il pensiero, l’esistenza e l’intelligenza, il corpo e lo spirito».

Da molti di questi apporti può dedursi che il metodo marxista ha finora dato la possibilità di dare alla scienza senza etichetta (o con etichetta di contrabbando) l’handicap di cento buoni anni di lavoro.

Fattori naturali e sviluppo storico

7) Con un ben lungo cammino le condizioni di vita delle prime gentes, delle fratrie comuniste, si evolvono, e naturalmente il ritmo non è per tutte lo stesso, diverse essendo le condizioni di ambiente fisico: natura del suolo e fenomeni geologici, situazione geografica e altimetria, corsi d’acqua, distanza dal mare, climatologia delle varie zone, flora, fauna e così via. Con variabili cicli si passa dal nomadismo di orde vaganti alla sede fissa, alla sempre minore disponibilità di terra libera da occupatori, agli incontri e contatti tra tribù di sangue diverso, ed anche ai conflitti, alle invasioni ed in ultimo agli asservimenti, una delle origini della nascente divisione in classi delle antiche società ugualitarie.

Nelle prime lotte tra gentes, Engels ricorda, non essendo ammessa né la personale servitù né la commistione del sangue, la vittoria significava lo spietato annientamento della comunità sconfitta in tutti i suoi componenti. Ciò era effetto della necessità di non ammettere troppi lavoratori in terra ristretta e di non disordinare la disciplina sessuale e generativa; binari inseparabili dello sviluppo sociale. In seguito i rapporti furono più complessi e gli incroci e le fusioni frequenti, tanto più facilmente nei paesi temperati e fertili che videro i primi grandi popoli stabili. In questa prima parte non si vuole tuttavia ancora uscire dal campo preistorico.

Quanto influiscano i dati geofisici nel più largo senso si vede anche dal confronto fatto da Engels a proposito del grande passo produttivo della sottomissione degli animali all’uomo, come nutrimento non solo ma come forza di lavoro. Mentre l’Eurasia possiede tutte le specie di animali utili allo addomesticamento, l’America non ne aveva in pratica che una sola: il lama, spe

(tutti gli altri vi furono acclimatati in tempi storici). Ne segue che i popoli di quel continente da quel punto si «fermano» nello sviluppo sociale rispetto a quelli del continente antico. I fideisti ne dettero spiegazione affermando nei primi tempi dopo Colombo che la redenzione non si era estesa a quella parte del pianeta, e in quelle teste non era sceso il lume dello spirito eterno. Evidentemente è ben altro ragionare se si spiega tutto non con l’assenza dell’Essere supremo, ma con quella di alcune modestissime specie di bestie.

Ma quel ragionare faceva comodo ai cristianissimi coloni trattandosi di sterminare gli indiani aborigeni come animali feroci, e di trasportare in loco i negri di Africa riducendoli a schiavitù, e compiendo una rivoluzione etnica di cui il futuro solo potrà tirare le somme.

Nota

Fu richiesto dalla riunione di Trieste, data la estensione ela elevatezza del tema, che il rapporto fosse pubblicato in un resoconto esteso al posto del Filo del Tempo. Si è trovato opportuno dare al tempo stesso le tesi riassuntive e lo sviluppo diffuso, parte per parte e punto per punto, in modo da avere pronto per la pubblicazione in altra sede il riassunto breve, come per le precedenti riunioni.

Sarà necessario più di un numero di «Programma» ad esaurire il materiale così organizzato, ma ciò non vorrà dispiacere ai lettori.

Un’idea della trama generale è in certo modo data nell’ampia introduzione alle tre parti. La prima si completa con la trattazione della questione sulla Linguistica, in opposizione alla soluzione di Stalin (1950). La seconda parte tratta del peso del fattore nazionale nelle epoche storiche: antichità, feudalesimo, campi moderni. La terza riguarda la rivendicazione di sistemazione razziale e nazionale nelle rivoluzioni borghesi, la considerazione marxista di questo rapporto in teoria e politicamente, con largo riferimento alla Polonia e alle guerre del periodo 1848-1870 in Europa e chiude con la storia della questione irredentista italiana, il suo rifiuto da parte del proletariato fin dalla costituzione della unità nazionale, e la rivendicazione della sola soluzione possibile per Trieste sul piano classista ed internazionalista della rivoluzione europea.

La verità su uno sciopero triestino

Caro Programma,

ti invio la presente nota nella certezza che sarai il solo giornale proletario disposto a pubblicarla.

Molto si è parlato sullo sciopero degli autofilotranvieri avvenuto in questi giorni a Trieste, ma nessuno ha osato rendere nota pubblicamen­te la verità.

Per ben due anni la vertenza sui turni-orari si era stiracchiata ne­gli uffici dell’A.C.E.G.A.T. tra i di­rigenti dell’Azienda stessa ed i rap­presentanti sindacali, senza che si potesse venire ad una soluzione.

Finalmente il 6 agosto veniva esposto ed immediatamente attuato il nuovo turno-orario, debitamente approvato dai rappresentanti dei due Sindacati. Il nuovo turno, at­teso per ben due anni dai dipenden­ti dell’A.C.E.G.A.T. che speravano in un energico intervento da parte dei loro rappresentanti sindacali, lasciò invece tutti indignati, poiché contemplava delle spezzature per cui un dipendente veniva a trovarsi fino a 17 ore a disposizione dell’Azienda.

Poiché il nuovo turno era stato approvato e firmato dai rappresentanti dei due Sindacati in cui i lavoratori avevano posto la loro fiducia, un rilevante numero di ade­renti se ne sono dimessi. I Sinda­cati Unici, capeggiati dal “compa­gno” Vittorio Vidali e la Camera Confederale del Lavoro, capeggiata dalla Curia Vescovile, si sono con questo atto posti dalla parte dell’Azienda e contro gli interessi dei lavoratori.

Il 7 agosto le maestranze dell’A.C.E.G.A.T., riunitesi in assemblea, ma­nifestarono il loro fermo proposito di entrare in sciopero se non si fosse venuti a una soluzione della vertenza. Il 10, visto che le tratta­tive tra l’Azienda ed i rappresen­tanti sindacali non avevano con­cluso nulla, ebbe inizio lo sciopero, che si è concluso con uno netta vittoria degli autofilotranvieri.

Mentre tutta la città era in sub­buglio, il “primo cittadino” di Trieste, ing. Gianni Bartoli, era “forzatamente assente” per onora­re ad Assisi Santa Chiara e per farsi ricevere dall’ambasciatrice americana Luce, e l’assessore alle aziende municipalizzate dott. Cara si trovava in un campeggio organizzato dall’Aquila.

I triestini hanno di che vantarsi, sia delle loro organizzazioni sinda­cali, sia delle loro autorità.

Il cronista