Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/17

Unità di regia di uno sciopero

A proposito dei grandi scioperi francesi avevamo osservato come essi denunciassero una situazione di crisi profonda che non era propria soltanto della Francia ma investiva tutta l’Europa. Lo sciopero generale in Italia lo conferma in un doppio senso: in quanto prova come siano estesi il malessere economico e l’inquietudine sociale, e in quanto tradisce la preoccupazione della classe dominante di prevenire lo scoppio di agitazioni incontrollate prendendone essa stessa, unitariamente, l’iniziativa.

In Francia, l’ordine di sciopero era partito, in origine, dai sindacati di affiliazione democristiana. In Italia, l’iniziativa, anch’essa ispirata dai sindacalisti della D.C., si è tradotta in un’organizzazione e direzione collegiale dello sciopero da parte delle tre centrali sindacali. Si ha così l’apparente paradosso di uno sciopero diretto congiuntamente dai sindacati che si muovono sotto l’influenza diretta del Partito di governo, rappresentante generale degli interessi della classe dominante, dai sindacati controllati da Partiti fiancheggiatori del governo, e dai sindacati che, per la loro affiliazione socialcomunista, dovrebbero rappresentare l’opposizione alla politica governativa. L’unità di direzione è tale che lo sciopero, organizzato secondo lo schema consueto dei nostri sindacati – generale ma con importanti eccezioni destinate a non turbare il funzionamento dei settori più delicati dell’economia e a non creare «disagio nel pubblico», e dimostrativo, cioè limitato nel tempo e nelle manifestazioni esteriori – ha visto gli oratori delle tre correnti dividersi fraternamente le parti e cedersi reciprocamente le piazze per illustrare ai lavoratori gli scopi generali dell’agitazione. Né si dica che questa è puramente economica, giacché l’assurdo di una lotta economica (specie di uno sciopero generale) che non sia anche politica è smentita dal fatto stesso che gli organizzatori hanno scelto come data dell’agitazione orchestrata la vigilia della ripresa parlamentare, di quel Parlamento in cui sono concordemente decisi a far sfociare – e perciò insabbiare – ogni moto sociale.

Dietro questa commedia di forze politiche che si dicono in lotta, e tuttavia agiscono concordi proprio nel campo della cosiddetta difesa degli interessi operai, c’è una realtà molto seria. Abbiamo notato più volte come nei Partiti di centro e sinistra della democrazia il cui orizzonte non va oltre lo status quo e la sua conservazione, siano proprio i settori più direttamente a contatto con le masse lavoratrici e quindi più sensibili ai riflessi sociali della situazione economica quelli che si fanno promotori di una politica più attiva, più intraprendente, più «riformatrice» nel quadro del regime borghese. Esse pongono la loro candidatura non già a sovvertire ma a dirigere con più intelligenza e con maggior capacità di iniziativa la società capitalistica, e ad affermare questo metodo aggiornato di difesa dello status quo, secondo i dettami di Washington e di Mosca anche contro le resistenze di interessi sezionali borghesi. Non soltanto essi avvertono la necessità di dare sfogo all’inquietudine degli strati operai, ma avvertono quella di premere sugli imprenditori perché gli interessi generali della classe, gli interessi della conservazione del regime nel suo insieme, prevalgano su quelli dei singoli e dei gruppi. Ecco ciò che li accomuna: la loro unità nella direzione degli scioperi non è la vantata «unità della classe operaia», è l’unità di regia degli amministratori della classe dominante.

Hanno preso insieme l’iniziativa dello sciopero prima che gli operai potessero prenderla fuori del loro controllo. Ne assicurano insieme lo svolgimento perché non accada, come in Francia, che gli scioperanti prendano la mano ai direttori di scena e continuino l’agitazione anche quando questi avrebbero fretta di liquidarla. Sono interessati solidalmente alla conservazione del regime vigente come al suo adattamento alle «necessità dell’ora». Lo sciopero, concordato e diretto dalle forze governative e di «opposizione», sarà volto a miglior gloria e profitto della classe dominante, offrirà alimento e materia al perpetuarsi del gioco democratico e della schermaglia parlamentare.

Gli operai scioperano compatti perché hanno da difendere il loro pane; ma la direzione dello sciopero non è nel senso dei loro interessi fondamentali. La classe dominante non ha perso, anzi ha ribadito, il controllo sulle forze sociali in movimento. Fino a quando ed entro quali limiti lo scoppio del fermento sociale sarà controllato dalle forze della conservazione, e la classe operaia non esprimerà una forza politica diretta al sovvertimento dell’ordine esistente, è il grande problema dell’ora.

Il film giallo della guerra fredda

In mancanza di fatti spettacolari con cui imbottire i crani dell’uomo della strada, i registi della guerra (o pace) fredda hanno intonato concordi i loro strumenti sul tema delle fughe «in cerca della libertà». Mogli di diplomatici e diplomatici, aviatori e, addirittura ex ministri, fanno in questi giorni la spola a cavallo della cortina di ferro, e i due contendenti su scala mondiale gareggiano a chi le spara più grosse e vanta l’ospite di calibro maggiore.

La cosa ha del grottesco: e tuttavia, dietro questa girandola di fatti veri o presunti, dove la realtà sfuma nel mito e nella leggenda – per cui nulla impedisce che domani si legga della fuga in Occidente di Malenkov e in Oriente di Foster Dulles – c’è, come dietro tutti i miti, qualcosa di serio, un lavoro di spola, un processo di osmosi, che tendono ad allacciare fra gli «irriducibili nemici» rapporti di amicizia e perfino di collaborazione, e che, come nel famoso e allora mitico volo di Hess, esprimono spinte profonde nel sottosuolo della società capitalistica.

Poco conta, dunque, che Beria sia o no scappato: conta il fatto che, mentre la propaganda orchestrata scandalizza (o cerca di scandalizzare) il pubblico con la storia delle evasioni dalla Russia o dall’Inghilterra – e i complici od organizzatori delle stesse finiscono magari in gattabuia – sotto sotto, in silenzio, i massimi registi della politica mondiale preparano l’evasione non di singoli ma di interi Paesi dalla gigantesca truffa di un insanabile conflitto ideologico. Domani, forse vedremo Stati Uniti e Russia scambiarsi non soltanto transfughi, ma abbracci ufficiali. E comincerà una nuova beffa.

Il capitalismo tedesco affila gli artigli

I risultati delle elezioni generali politiche tedesche dello scorso 6 settembre hanno messo in agitazione la politica e la stampa mondiale. Alla sconfitta del Terzo Reich, mentre girava il macchinone bastardo del processo di Norimberga e quattro eserciti di occupazione composti rispettivamente da esponenti di forse tutte le razze del mondo presidiavano (come fanno tuttora) il territorio tedesco, la propaganda dei vincitori, ancora uniti, ci ammannì la descrizione di una Germania resa innocua per l’eternità. La distruzione della Wehrmacht e della Luftwaffe, lo smantellamento della industria bellica della Ruhr, la campagna (farsesca) della denazificazione, furono presentati come prove infallibili dell’avvenuto sospirato rivolgimento: la Germania non avrebbe fatto più paura a nessuno nell’avvenire immediato e remoto.

Le reazioni internazionali alle elezioni del 6 settembre, che dovevano sanzionare la schiacciante vittoria del partito democristiano di Adenauer, attualmente detentore della maggioranza assoluta da solo, e, con i suoi alleati, della maggioranza di due terzi al Bundestag, dovevano confermare quello che ormai era risaputo da tutti, e cioè che gli Stati vincitori della Germania sono oggi ben lungi dalle posizioni antitedesche del dopoguerra. Dovevano mostrare che la cosiddetta guerra fredda tra Anglo-americani e Russi, benché in questi anni sia esplosa violentemente in Asia (Indocina, Malesia, Cina, Corea), verte sostanzialmente sulla questione tedesca, la questione che doveva scaturire dal compromesso di Yalta e Potsdam, ove si decise appunto l’attuale divisione della Germania in quattro zone di occupazione.

La Germania fa ancora paura. Fa paura ai governi di Londra e Parigi, che vedono pericolari le loro posizioni sul mercato internazionale, talune minacciate, altre già demolite, dalla concorrenza delle merci tedesche che due tremende sconfitte militari e l’assorbimento di ben nove milioni di profughi dalle zone ex tedesche occupate e snazionalizzate da Cechi, Polacchi e Russi, neppure hanno potuto intaccare nei loro costi di produzione mentre Inghilterra e Francia, due volte vittoriose, non possono sottrarsi ad una evidente crisi di decadimento imperiale. Fa paura al Governo di Mosca e ai satelliti suoi, che si figurano con terrore l’eventualità della costituzione di una coalizione europea (disegnata in embrione nella C.E.D.) capeggiata dal formidabile potenziale industriale e militare tedesco, in diretta alleanza con gli Stati Uniti d’America. Né si può dire, nonostante i peana di trionfo cantati dal Governo e dalla stampa di America all’annuncio della vittoria del filo-americano partito di Adenauer che la rinascita tedesca trovi assolutamente tranquilli i politicanti di Washington. Costoro, dietro la facciata di ufficiale ottimismo, debbono preoccuparsi profondamente, di premunirsi contro i pericoli di una nuova edizione del patto russo-tedesco dell’agosto 1939. E lo debbono proprio perché i Governi di Londra e Parigi lavorano sotterraneamente ad impedire troppo stretti vincoli tra Washington e Bonn.

Considerate dal punto di vista degli opposti imperialismi, la vittoria del partito democristiano filo-americano, filo-atlantico revisionista di Adenauer, segna un grave scacco di Mosca che ha raccolto, tramite il P.C. tedesco, meno frutti di quanti sperava, anche se è riuscito a segnare un punto nella sua ormai scoperta politica di utilizzazione in funzione antiamericana del nazionalismo estremo di taluni strati della borghesia dominante dei paesi dell’Occidente europeo.

Infatti la Pravda non è rimasta sola a deprecare l’esito della votazione tedesca e a lanciare un grido di allarme contro il denunciato pericolo del rinascente pangermanesimo aspirante alla ricostituzione dello Stato tedesco entro le frontiere del 1939: la stampa gollista in Francia, quella imperialistica dei più sciovinisti circoli politici britannici, si sono unite al coro, formulando velati moniti al Governo di Washington. C’è da stupirsi? La contraddizione più stridente dell’imperialismo si manifesta proprio nel fatto che, mentre gli Stati nazionali conservano l’attribuzione della giurisdizione su territori ben delimitati geograficamente e politicamente, le questioni principali poste dallo sviluppo dei contrasti nazionalistici vengono discusse e sostenute con tutti i mezzi e ad ogni costo da partiti politici ad estensione mondiale che superano le stesse frontiere nazionali. Così, il partito antitedesco, cioè lo schieramento internazionale di forze politiche tendenti a perpetuare lo stato di tutela sulla Germania e l’attuale equilibrio internazionale, è apparso costituito dall’internazionale staliniana di Mosca, dai gollisti francesi, dai conservatori e liberali di estrema destra dell’Inghilterra, ecc. Viceversa il partito filotedesco che si attende dalla rinascita militare della Germania una garanzia di rafforzamento della egemonia americana ha spiegato i propri effettivi: il Governo americano, il Vaticano, i sostenitori della Comunità carbosiderurgica e della Comunità Politica Europea di Francia e Italia, i nemici dell’espansionismo russo. Entrambi gli schieramenti, i nemici e i sostenitori del riarmo tedesco, perseguono gli stessi obiettivi generali della conservazione del capitalismo, ma per gli opposti interessi particolaristici sono trascinati a combattersi. E ciò lascia immaginare facilmente con quale tremenda e sterminatrice violenza esploderebbe una tale carica di contrasti brutali, se un conflitto mondiale dovesse scoppiare. Anche senza le terrificanti apocalittiche anticipazioni dell’impiego delle armi atomiche, la ovvia previsione che l’incendio del conflitto tra gli Stati appiccherebbe il fuoco a feroci guerriglie partigiane entro gli Stati belligeranti, è sufficiente ad immaginare come le masse proletarie saranno trascinate nel massacro.

Il nazionalismo pangermanista corteggiato da entrambi i rivali dell’imperialismo, risorge. È un’altra causa di guerra che matura. Mentre l’imperialismo affila le armi, quali sono le condizioni del proletariato tedesco?

Lo stalinismo che pure raccoglie successi e trionfi in Francia e Italia, manca il bersaglio in Germania. Lassù, le macchine calcolatrici della Direzione stalinista macinano magri risultati: appena seicentomila voti, nessun seggio al Bundestag. Ciò avviene nel paese che conta un proletariato che è il più numeroso compatto, disciplinato, e più ricco di tradizioni rivoluzionarie d’Europa. Se il proletariato francese fu capace nel 1871, del gigantesco sforzo della Comune, le masse lavoratrici tedesche furono, nel primo dopoguerra, le sole in Europa occidentale a levarsi nella guerra armata di classe contro lo Stato capitalista. Né la rivolta spartachista capeggiata da Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht non rappresentò un isolato episodio di eroismo rivoluzionario, avendo alle spalle le gloriose tradizioni classiste e marxiste del salariato tedesco, dai primi tempi della Socialdemocrazia su su, fino alle prime lotte teoriche e politiche di Marx ed Engels in Renania. La rivolta operaia del 17 giugno, che ad onta delle sudicie speculazioni della propaganda imperialista, si scagliò contro il Capitale sfruttatore che accomuna ambo gli schieramenti imperialistici mostrò che il filone classista non è spezzato. Ora se il partito stalinista non solo fallisce nel lavoro di reclutamento elettorale, ma perde sensibilmente terreno, con ciò stesso dimostra che le sue capacità di influenzamento sortiscono effetto solo se applicate sul terreno sociale della piccola borghesia e delle masse operaie tradizionalmente dominate dalle ideologie opportuniste piccole-borghesi. In Germania, come in Inghilterra avviene per i laburisti le forti tradizioni social-democratiche utilizzate dal partito di Ollenhauer, neutralizzano ed annullano la politica, di esasperato nazionalismo svolta dallo stalinismo.

Questa è la conclusione che sul piano classista è lecito trarre dalle elezioni tedesche del 6 settembre. Se ormai è chiaro che l’America premedita di servirsi della Germania come di una rivoltella puntata sull’Europa (l’altra che arma le mani di zio Sam è, in Asia, il Giappone): se il rafforzamento del regime di Adenauer, altro modo di essere del militarismo e imperialismo germanico, è fatto compiuto; di ciò sono responsabili anche quelle forze subdole della controrivoluzione internazionale che, sotto gli emblemi del comunismo, lavorano a confondere e disperdere il proletariato rivoluzionario, non rifuggendo dal ricalcare le orme di Scheidemann e Noske, assassini dello spartachismo pronti a benedire i carri armati lanciati contro gli operai, che, come i rivoltosi berlinesi del 17 giugno, dovessero ergersi in armi, non in partigiane azioni di asservimento agli opposti imperialismi, ma contro il mostro divoratore dello sfruttamento salariale.

Il capitalismo contro la specie

Dopo la bomba atomica all’uranio, e dopo la bomba all’idrogeno, l’antropofagia imperialista prepara all’umanità atterrita un nuovo spaventoso ordigno di distruzione in massa: la bomba al cobalto. Fino a qualche decennio fa, il pubblico non conosceva del tremendo elemento che il colore azzurro, che una canzone in voga attribuiva agli occhi di una donna. Da quelle persone serie che sono, tutte dedite a lavorare per il progresso sociale, gli scienziati stipendiati (come maharaja) dall’imperialismo non sanno che farsene degli «occhi di cobalto». Hanno ben altro da pensare! Una nuova feroce competizione scuote le alte sfere della scienza capitalista, la gara sciagurata a chi arriva primo a fabbricare la bomba colossale.

Quando gli strateghi degli Stati Maggiori potranno disporre di essa, le bombe all’uranio che pure servirono ad ammazzare centomila persone a Hiroshima e Nagasaki, passeranno nel retro-bottega: saranno poco più che ferrovecchio. Infatti, la bomba al cobalto servirà a produrre la «cenere atomica» cioè nubi di corpuscoli radioattivi capaci di spegnere ogni forma di vita animale e vegetale su immense zone della terra e per uno spazio di cinque anni. Quanto dura la radioattività suscitata dal cobalto.

Il capitalismo, dunque, si ritiene padrone assoluto delle sorti vuoi del regno animale vuoi di quello vegetale, fino al punto di credersi in diritto di spegnerne la fiamma di vita, di arrestarne il movimento. Una classe di pirati sfruttatori e di sgherri in divisa divorati da demenza omicida erge il proprio diritto privilegiato al di sopra della perpetuazione della specie umana, e dell’intera natura organica che riveste la terra! Mai la dominazione di classe era pervenuta, nella sua storia millenaria, a un così spietato totalitarismo, a tale grado di feroce resistenza. Per necessità, la rivoluzione comunista dovrà essere radicale, spietata, sterminatrice, nei riguardi del privilegio di classe, e cancellarne fin le ultime vestigia. Ciò che è in gioco ormai è la vita stessa della specie umana.

L’ombra della crisi su Wall Street?

Abbiamo più volte segnalato su queste colonne come il 1953 fosse considerato fino a poco tempo fa, negli Stati Uniti, un’annata d’oro. Gli investimenti industriali erano saliti alla cifra record di 28 miliardi di dollari con un aumento del 5 per cento sul 1952, e di circa 8 miliardi sul 1950; la cifra dei disoccupati era scesa in agosto al livello minimo registrato dopo la guerra (1,24 milioni) mentre gli occupati – 63 milioni contro 50 milioni nel 1948 – disponevano di circa 250 miliardi di dollari all’anno contro 185 miliardi nel 1948; i redditi personali toccavano nello stesso agosto la punta massima di 288,1 miliardi di dollari con un aumento di 1,8 miliardi sul giugno, e via discorrendo.

Tuttavia, che nel quadro non tutto fosse rosa appariva evidente già da qualche mese: in marzo e in maggio, per citare un esempio, si erano avuti bruschi crolli dei valori industriali. Senonché, dall’agosto al settembre – informa Le Monde (20-9) – l’indice Dow Jones, che rappresenta una media dei corsi di trenta valori industriali di primo piano, ha subito una brusca flessione di dieci punti in una settimana e di venti nel giro di un mese, toccando il punto più basso dal principio dell’anno (da gennaio a metà settembre, la flessione è di 37 punti), e Wall Street è rapidamente passata dall’euforia al pessimismo.

In realtà, i segni di una prossima «recessione» (non si parla più di «crisi», ma la sostanza è la stessa) sono molteplici. Il ritmo delle costruzioni – uno degli indici più importanti della attività economica generale – si è rallentato; per gli investimenti in seno alle aziende industriali si sconta nel quarto trimestre una riduzione, in seguito soprattutto all’abbandono dei progetti di espansione dell’industria della raffinazione dei petroli; l’industria delle automobili e quella dei refrigeranti annunciano di voler contrarre la produzione; i grandi magazzini segnano flessioni delle vendite (dall’11,9 all’1,57% rispetto all’anno scorso), la produzione di acciaio si mantiene da qualche tempo intorno al 90% della capacità produttiva degli impianti; la riduzione di alcuni programmi di produzione bellica ha inciso sull’attività di settori della metalmeccanica; il mercato delle materie prime è pesante, e particolarmente notata è la flessione dei corsi dello stagno, dello zinco e del caucciù, mentre in costante diminuzione sono i corsi dei cereali. Quest’ultimo fattore è importante perché incide sulla capacità di acquisto di una larga popolazione coltivatrice: l’indice dei prodotti agricoli (base 100 = 1910-14) è sceso, fra il luglio 1952 e il luglio 1953, da 295 a 261. D’altra parte (e ciò riguarda soprattutto la popolazione urbana), secondo un’inchiesta basata sui rapporti dei «debt adjustment counsellors», il sistema delle vendite a credito ha gravato un numero sempre crescente di americani di debiti eccessivi, e «non è raro che i debitori siano impegnati verso 15-20 creditori per una somma equivalente a sei-otto mesi del loro reddito annuo». Ne segue che, a giudizio di uno dei suddetti «counsellors» una recessione «del 10% nell’occupazione e nel montante dei fogli di paga, che si verificasse ora, avrebbe per conseguenza un afflusso di incartamenti di persone in difficoltà». La cosa sarebbe tanto più grave in quanto il regime di ore supplementari vigente negli scorsi anni ha creato una situazione di indebitamento per crediti al consumo, che rende ancor più anelastica l’occupazione operaia e complica il problema dei licenziamenti o della riduzione dei tempi di lavoro.

Nubi, dunque, alle quali si contrappone ufficialmente un tranquillo ottimismo. Non faremo i profeti: constatiamo per intanto che la fase di «boom» aperta dalla guerra in Corea è passata, e che il mantenimento del ritmo di produzione e di consumo degli anni immediatamente scorsi appare quanto mai difficile. Eisenhower ha chiesto ai suoi consiglieri un piano per reagire ai fattori regressivi della situazione economica: resta da vedere fino a che punto l’assenza temporanea di uno sfogo sul piano internazionale possa essere compensata dalle capacità di assorbimento – anch’esse, come si è visto, ridotte – del mercato interno.

È una situazione da seguire, giacché alla stabilità economica americana è strettamente legata la stabilità economica, e quindi sociale e politica, del capitalismo mondiale.

Mosca rafforza il regime mercantile agricolo

L’ironia della storia ha voluto che – proprio in questi giorni – la segreteria generale del partito « bolscevico » russo fosse affidata, in riconoscimento dei suoi meriti di ideatore di un nuovo piano di concessioni ai contadini, proprio a quel Nikita Kruscev che, tempo addietro, aveva sostenuto con particolare vigore l’idea delle « città rurali » come avvio verso « l’eliminazione del contrasto fra città e campagna ». È noto che questo piano – il quale tendeva ad eliminare del suddetto contrasto solo gli aspetti esteriori, e non già nel senso di riavvicinare la città alla campagna, ma nel senso di trasformare quest’ultima a immagine e somiglianza della prima (altro rovesciamento, se ne occorreva uno nuovo, del marxismo) – non ebbe successo, e Stalin, nel suo ultimo scritto economico (da noi commentato nell’opuscolo « Dialogato con Stalin »), pur riconoscendo che il problema andava prima o poi risolto, consigliò di andarci piano e di procedere « per gradi ». A distanza di neppure un anno, il regime post-staliniano non solo non fa, per gradi, un passo innanzi, ma rafforza quel regime mercantile nell’agricoltura che già proclamò di voler, progressivamente, battere in breccia.

Per afferrare i termini del piano-Kruscev – la cui relazione al Comitato Centrale del Partito russo è riassunta nell’ultimo numero dell’Economist – ricordiamo brevemente la struttura del regime contadino nella U.R.S.S. Nei colcos, strumenti di produzione e prodotto sono di proprietà collettiva dell’azienda, che riversa sul mercato la sua produzione, secondo le leggi tradizionali dello scambio capitalista, vendendola sul mercato libero e, a prezzi d’imperio (che tuttavia le assicurano sempre un margine di profitto), allo Stato, cui deve inoltre consegne obbligatorie e imposte. Il contadino del colcos possiede inoltre in proprietà privata un appezzamento che coltiva a ortaggi e sul quale tiene la mucca, il cavallo, animali da cortile, ecc., e i cui prodotti anch’essi di sua privata proprietà consuma nell’ambito della famiglia o vende sul mercato libero, quando non è tenuto a cederne una parte allo Stato. In entrambi i casi, vigono nelle campagne le leggi dello scambio fra equivalenti, il prodotto è merce e si scambia contro denaro.

Il rapporto Kruscev constata che l’agricoltura russa – fenomeno comune a tutti i Paesi, d’altronde – non ha aumentato la sua produzione a un ritmo corrispondente a quello dell’industria: globalmente, la produzione agricola è cresciuta, rispetto all’anteguerra, appena del 10 %, e questo 10 % è stato ottenuto intensificando e estendendo la cultura cerealicola, mentre il patrimonio zootecnico – e quindi la produzione di carne e latticini – si è contratto, e il rifornimento delle città in patate e ortaggi lascia a desiderare. Come por rimedio a questo stato d’insufficienza produttiva? Kruscev risponde: da un lato – ma questo lato, tanto caro a tutti gli industrializzatori del mondo, è a lunga scadenza, e la situazione chiede rimedi urgenti – impegnando l’industria statale a fornire i contadini di fertilizzanti, trattori e tecnici; dall’altro – e qui ci muoviamo nell’immediato e nel concreto – fornendo ai membri dei colcos, in quanto collettività e in quanto singoli, degli incentivi, degli stimoli a produrre; stimoli ed incentivi che, in regime mercantile, non possono significare che utili maggiori.

Le misure proposte fanno quindi leva sui due aspetti già ricordati della conduzione delle fattorie agricole collettive. Anzitutto, sull’appezzamento privato del contadino: qui, lo Stato annuncia la riduzione alla metà della imposta sulla parcella individuale, la cancellazione dei debiti contratti dal proprietario privato, l’aumento dei prezzi che esso Stato pagherà per consegne obbligatorie e forniture extra-quota di patate ed ortaggi, e la riduzione di tali quote, cosicché il contadino che dal suo appezzamento ricava prodotti commerciabili (oltre che consumabili direttamente) vede rafforzato il suo possesso sia come contribuente, sia come produttore di merci realizzabili in denaro. In secondo luogo, sul prodotto collettivo dei colcos: qui lo Stato decide l’aumento dei prezzi che corrisponderà ai colcos per le forniture di patate, legumi, bovini, prodotti dell’allevamento, ottenuti con mezzi di produzione e lavoro collettivi e appartenenti in proprietà collettiva alle fattorie agricole. Così, i prezzi del bestiame per le consegne obbligatorie allo Stato verranno aumentati di 5,5 volte, quelli del burro e del latte di 2 volte, quelli degli ortaggi del 25-40 %. Inutile dire che, sbloccati i prezzi d’imperio dello Stato, aumenteranno anche quelli che i colcos (e i contadini parcellari) ottenevano sul mercato libero: in definitiva, gli aumenti saranno pagati dagli operai delle città che i prodotti agricoli comprano o direttamente o attraverso i magazzini e spacci statali.

Le ripercussioni di questa « nuova politica » sono evidenti: non che essa introduca il regime mercantile nelle campagne e nei rapporti fra agricoltura e industria (e noi abbiamo ripetutamente dimostrato come tale regime viga anche nell’industria, ogni azienda producendo per il mercato e mirando a realizzare un utile secondo le buone norme della contabilità in partita doppia), giacché esso esisteva già e copriva tutta l’estensione della economia sovietica; ma lo ribadisce, lo rafforza e dà nuovo vigore sia al colcos come azienda produttiva autonoma, sia alla proprietà parcellare, contro l’industria di Stato e l’operaio della stessa. Il primo provvedimento in campo agricolo dopo l’enunciazione del gradualismo staliniano nella « trasformazione in senso socialista della campagna » è dunque di pretta marca capitalista: il contadino è favorito proprio in quanto produttore per il mercato; lo « Stato socialista » interviene per lasciargli, mediante sgravi fiscali e prezzi di consegna più elevati, un più ampio margine di profitto.

Questo si chiama, in linguaggio staliniano, « Russia in trapasso dal socialismo al comunismo », o anche soltanto « Russia edificante socialismo »! In linguaggio marxista, significa la conferma di quanto andiamo dicendo: il corso russo non è già verso una trasformazione socialista, è verso il potenziamento di un’economia già pienamente capitalista. Lo scritto di Stalin ne era, alla luce della nostra analisi, la conferma ufficialmente proclamata: i nuovi provvedimenti ne sono una delle tante applicazioni e deduzioni pratiche.

Al sole di Roma

Il nostro manager

Quegli stessi giornali che avevano salutato nel ministero Pella, con un sospiro di malcelato sollievo, un governo di ordinaria amministrazione, osservano ora perplessi che il successore di De Gasperi ha abbandonato il tono umile da amministratore comune di situazioni comuni e, fra l’altro, ha spostato di propria iniziativa truppe di competenza non sua né di altri ministri, ma del N.A.T.O., e lanciato al mondo in forma ultimativa, senza previa consultazione dei suoi collaboratori, un piano di soluzione per Trieste, e scelto a tale scopo uno dei colli fatali di Roma, anzi addirittura il Campidoglio. E tremano ch’egli, inavvertitamente, traligni in Alcide o addirittura in Benito.

Strani tipi che auspicavano l’ordinaria amministrazione, il piede di casa, in un mondo dagli improvvisi e straordinari colpi di scena, con tutte le porte aperte ai venti di levante e ponente. Strani tipi i quali, dopo aver salutato il ritorno alla sana e ordinaria amministrazione – ch’era la retorica parola d’ordine del fascismo, o del qualunquismo – si stupiscono dei toni imperiali e del piglio ducesco del ragioniere-capo. Strani tipi che non vedono (o fingono di non vedere) che le democrazie moderne sono forzatamente e necessariamente totalitarie, e invocare l’ordinaria amministrazione è, appunto, invocare il massimo accentramento, che è, nello Stato come nella grande azienda o nel trust, una realtà imprescindibile della macchina produttiva (o improduttiva). Volete gli amministratori? E allora, volete anche i tanto temuti managers.

Prospettive nere

Il povero Pella s’era assunto il compito di bene amministrare le faccende dell’economia nazionale. E non dubitiamo della sincerità dei suoi propositi, giacché ne andava della sua classe e quindi anche della sua esimia persona. Ma non sembra che basti un buon amministratore locale, alla navigazione faticosa della barca; e i fattori esterni, i fattori internazionali, vanno in controsenso alle manovre dei piloti del Viminale.

Non bastando l’aspra concorrenza dell’industria tedesca – concorrenza che ha allegramente soffiato alla consorella italica i mercati più ambiti e redditizi -, ma non bastando le misure anti-liberalizzatrici di Londra e di Parigi, ecco infatti i governi britannico e francese ridurre il saggio ufficiale di sconto per fornire agli operatori economici nazionali denaro più a buon mercato.

Il provvedimento mira, fra l’altro, ad aumentare le possibilità di competizione sul mercato mondiale delle merci prodotte in Inghilterra e in Francia, e reca quindi un nuovo contributo alle difficoltà di esportazione di prodotti industriali dall’Italia. Ma Pella, difensore con Einaudi di una politica limitatrice del credito, si lascerà fucilare sul «Piave della lira» piuttosto che seguire l’esempio dei colleghi parigino e londinese. Dopo tutto, sarà un modo di scaricare sulle spalle altrui la responsabilità del fallimento di una politica economica e della disamministrazione dello Stato. Proprio come con Trieste.

Pella continuerà a regalare agli italiani il suo roseo ed imperturbabile ottimismo. Se i fatti lo smentiscono, la colpa è altrui.

LA GIUSTIZIA

È davvero difficile penetrare nei misteri della democrazia. Una volta sarebbe stato delitto non dir male delle guerre condotte dal fascismo, anche a tutela di quell’onor militare che a tutti i partiti antifascisti sta gelosamente a cuore: ora è delitto, proprio a tutela di quell’onore dire quello che tutti sanno e che molti hanno già scritto, putacaso, sulla guerra in Grecia. E poiché tutti gli italiani, più o meno, sono militari in congedo, fra poco il codice militare fungerà da unico testo di giustizia, e la democrazia rincarerà la dose delle leggi di P.S. del fascismo, magari sotto l’egida di un patriarca dell’antifascismo assurto a vendicatore delle patrie glorie guerriere.

Ragione per cui, anche, l’amnistia non riguarderà reati compiuti a mezzo stampa; e, ma qui la ragione è un’altra, non estinguerà i delitti elettorali, essendo compatibile che si truffi e ammazzi il proprio simile ma sommamente imperdonabile che si truffi ed ammazzi quel pilastro dell’ordine democratico, quel venerato tabù, che è la scheda.

Mors tua, vita mea

I teorici idealisti tipo Benedetto Croce potranno, finita la guerra in Corea, trovarvi una nuova conferma della provvidenza nella Storia. La Corea, infatti, ne ha sofferto; ma, viste le cose più in grande, in tutto l’orizzonte mondiale le perdite sono più che compensate dai profitti. Si leggano per esempio i benefici effetti esercitati sulla situazione giapponese dalla giostra intorno al 38° parallelo:

« D’altro canto, in questi tre anni il Giappone non si è soltanto divertito: ha lavorato sodo e una buona parte del suo lavoro gli è stata procurata dalla guerra di Corea. Esso è diventato il secondo fornitore degli eserciti di Corea dopo gli Stati Uniti. Si è fatto pagare cento servizi diversi. Ha costruito vaste installazioni per le truppe di terra, ha ingrandito i propri porti, si è coperto d’una fitta rete di aerodromi. Ha riparato una enorme quantità di materiali, ha prodotto armi e munizioni. Ha trovato infine una importante fonte di dollari nella presenza dei soldati americani: quelli che sono qui di guarnigione e quelli che transitano o ritornano in licenza. Si calcola che nel 1952 il Giappone si sia procurato così, per diverse vie, quasi 950 milioni di dollari.

« Tali profitti, nonostante la loro ineguale ripartizione, hanno contribuito a elevare notevolmente il livello di vita della popolazione: che sta per eguagliare per la prima volta, otto anni dopo la disfatta, quello del triennio di prosperità 1934-36. Per la maggior parte dei nipponici, la “vita di bambù”, la vita terribilmente dura del dopoguerra, appartiene ormai al passato. L’indice generale della produzione per il 1952 attesta che essa è aumentata del cinquanta per cento rispetto al periodo precedente la guerra di Corea. L’indice della produzione industriale nel marzo 1952 è stato di 149, sulla base di 100 nel 1934-36. Il consumo interno ha raggiunto o sorpassato le cifre del periodo precedente la grande guerra. L’alimentazione non assorbe più tutti i mezzi della famiglia nipponica. Nel ’52 le spese per il vestiario hanno sorpassato del sessanta per cento quelle del ’51: segno che si ricomincia a vestirsi a nuovo. Quelle per l’alloggio mostrano che, a poco a poco, case più decenti prendono il posto delle baracche del primo dopoguerra. Nelle campagne, il reddito familiare medio è cresciuto, l’anno scorso, più del venticinque per cento e il risparmio è in aumento.

Insomma, la guerra di Corea ha permesso al Giappone di respirare ». (La Stampa, 23-9).

Che importa se a milioni di coreani ha tolto letteralmente il respiro? Così voleva la provvidenza della Storia!

Guerra di alcove fra Est ed Ovest 

Mentre il professor Kinsey, emerito zoologo dell’Università americana di Bloomington preannunciava la pubblicazione, fissata al 14 settembre, di un nuovo libro intitolato «Il comportamento sessuale della femmina umana», che è un rapporto sulle attività intime della donna «made in U.S.A.», al Festival cinematografico di Venezia i russi lanciavano un film di Pudovkin intitolato «Il ritorno di Vassili Bortnikov». Evidentemente la coincidenza era del tutto casuale e involontaria, ma l’apparizione del film russo, presentato con molto clamore dalla stampa stalinista, suggerisce irresistibilmente dei raffronti. Ciò perché il racconto cinematografico di Pudovkin potrebbe definirsi, riguardo alla tesi che svolge, un saggio del «comportamento sessuale della femmina umana» nata e vissuta sotto il regime di Stalin.

Non ci soffermeremo a lungo sul «rapporto» del prof. Kinsey, tipico intellettuale americano a caccia di milioni. Anche se volessimo farlo non potremmo, dato che il libro che sta accendendo la morbosa curiosità degli statunitensi non è ancora, come si è detto, in commercio. Tuttavia, l’Ufficio Vendite dell’editore, secondo una tecnica pubblicitaria ormai consacrata, ha diffuso taluni passaggi dello scabroso libercolo destinati a titillare i palati. Col metodo… altamente scientifico consistente nel generalizzare dati ricavati dagli interrogatori di «campioni» sociali, il professore ha raccolto le risposte a trecento domande fornite da 5940 donne. Gli abitanti felici degli U.S.A. sono 160 milioni, si sa; ma per la scienza statistica borghese simili particolari sono insignificanti. Comunque, il geniale zoologo ha così potuto offrire al pubblico una statistica generale di quanti adulteri, atti osceni, inversioni sessuali, e altre dolcezze vengono commesse nelle quattro mura delle case americane e fuori di esse.

Secondo il rapporto, il 51% delle donne americane (e cioè una donna su due) ha avuto esperienze sessuali prima del matrimonio. Le adultere, cioè le «femmine umane» che hanno rapporti sessuali con uomini diversi dal legittimo sposo, si collocano un gradino più giù nella classifica: solo il 40%. La percentuale dei divorzi provocati da disaccordi sessuali? Presto detto: il 75%. Trattazione altamente edificante, e che testimonia del… ferreo autocontrollo delle americane, è quella concernente il «petting». Con tale vocabolo viene indicata la pratica amorosa che si spinge a tutti i contatti e gli strofinamenti possibili, salvo il commercio sessuale vero e proprio. Secondo il Kinsey, il 91% delle donne americane ha fatto conoscenza col «petting» prima dei venti anni, e molte l’hanno assaggiato in «petting-parties», cioè in riunioni organizzate per… esercitazioni collettive di «petting».

Per molti, codeste squallide cifre, e l’immaginazione dei poveri amplessi che evocano, sono motivo di scandalo o di bassa eccitazione. In realtà, dallo sciagurato rapporto emana un intollerabile senso di pena e di ripulsa, benché non ci si trovi davanti a rivelazioni. Anche la pornografia, dunque, non ha più nulla da dire. Restavano da fare censimenti della depravazione: ci ha pensato Kinsey guadagnando fior di milioni col ricavato dei suoi libri. La gente, già eccitata dalle anticipazioni della stampa, attende spasmodicamente la messa in vendita del libro, curiosa di sapere quanti fornicano, quanti commettono adulterio, quante demi-vierges sono dedite al «petting»… nel «libero» paese degli Stati Uniti d’America… Probabilmente, la febbre della decomposizione che divora la famiglia americana non potrà raggiungere temperature molto più alte. Se è vero che il 91% dei giovani americani (e molto verosimilmente, le condizioni in cui ci si accoppia in Europa non sono molto dissimili da quelle americane) è costretto a comportarsi nelle faccende sessuali, quasi al modo dei castrati, non occorre altro per convincersene.

Solo gente accecata da pregiudizi reazionari non capisce che fenomeni come l’adulterio e il «petting» sono provocati da cause esulanti dal dominio delle forze naturali e germinanti invece necessariamente dagli ordinamenti matrimoniali e familiari che il capitalismo, pur avendo non originate, ma ereditate da epoche storiche molto antiche, ha trascinato irreparabilmente nella fossa delle immondizie. A meno che il «petting» non stia a significare che la natura si è messa a fabbricare… pecchioni umani, il rimedio, il ferro cauterizzante che può sanare le deviazioni neuro-sessuali che tormentano così profondamente i paesi civili, deve ricercarsi nell’avvento di un tipo nuovo di famiglia.

Nel suo rapporto, Kinsey non lo propone, perché non lo può. I suoi libri non avrebbero la immensa tiratura che hanno, se non rendessero omaggio alla ipocrisia corrente, se cercassero fuori degli ordinamenti matrimoniali vigenti la salvezza di una umanità che si riproduce in condizioni assurde. Abbiamo detto «fuori del matrimonio». Ciò non significa «nell’adulterio e nel concubinato», che sono non già la negazione, ma l’altro modo di essere, del matrimonio monogamico. Coloro che pretendono di essere marxisti e comunisti, queste cose debbono dirle. Vediamo invece che (ed eccoci all’altro argomento, il film russo presentato al Festival di Venezia) da parte social-comunista, cioè da parte di coloro che quotidianamente inveiscono alla corruzione della famiglia borghese, non si osa nemmeno mettere in discussione gli istituti che, sotto il capitalismo, regolano la vita matrimoniale e familiare. Anzi, si lavora ad esaltare il valore e ad assicurarne la durata indefinita, mentre la vita quotidiana, anche quando non esplode nelle tragedie passionali di cronaca nera, accusa implacabilmente le condizioni insopportabili, assurde, contrarie all’umana natura, in cui gli schiavi del salariato sono costretti a riprodursi e ad allevare la prole.

Il film di Pudovkin, celebratissimo dalla stampa stalinista, è un’esaltazione del matrimonio, anzi della indissolubilità del matrimonio, press’a poco come è da secoli dogmaticamente difeso dalla Chiesa Cattolica. Come il rapporto Kinsey, il super-film del celebre regista russo non esce dall’ambito degli ordinamenti matrimoniali vigenti nei paesi civili, con l’aggravante per i russi che, mentre il professore statunitense si limita a sciorinare le sozzure sessuali degli americani senza suggerire rimedi, Pudovkin tenta di smerciare un’edizione ripulita e ringiovanita del matrimonio, a documentazione del rivolgimento che sarebbe avvenuto nelle relazioni sessuali e nella vita familiare degli «uomini nuovi» sovietici.

Non abbiamo visto il film, né ci preme vederlo, dato che non ci interessa discuterlo dal punto di vista tecnico od estetico, ma solo da quello ideologico. Che il film svolga una tesi ideologica, e necessariamente propagandistica, si ricava da quanto detto dall’Unità (23 agosto u.s.). L’assunto è che la nazione russa ama, si moltiplica, e porta su i figli secondo ordinamenti e costumi diametralmente opposti a quelli che producono, tanto per intenderci, i fenomeni studiati da Kinsey.

Non saremmo dei rivoluzionari se non fossimo convinti che, allo stesso modo che muteranno radicalmente i rapporti di produzione dei beni materiali, dovrà scomparire in regime socialista l’odierna, putrefatta forma della famiglia, per dare luogo a nuove forme di relazioni sessuali e di convivenza dei sessi ai fini dell’allevamento e dell’educazione della prole. Ma siffatte trasformazioni rivoluzionarie non scorgiamo nella storia realistica raccontata dal film russo. L’avventura del protagonista, Vassili Bortnikov, incomincia con la constatazione dell’adulterio della moglie Avdossia. Costei non ha nulla di comune con le signore Bovary di nostra conoscenza: è una contadina di un colcos che, dopo aver atteso invano il marito partito per il fronte e creduto morto, si prende per amante Stepan. Il ritorno inopinato di Vassili apre un violento contrasto che, alla fine, si risolve nella riunificazione dei coniugi secondo il diritto e la morale del matrimonio monogamico. Dal matrimonio al concubinato, dal concubinato al matrimonio: questi i due poli attorno a cui gira il film, e, occorre dirlo?, tutta l’esperienza sessuale degli uomini e delle donne dei paesi «civili». Tuttavia, l’Unità pretende che il matrimonio e l’adulterio (suo satellite) made in U.R.S.S., benché ripetano (e come si potrebbe negarlo?) le stesse forme che vigono sotto il capitalismo, obbediscano a leggi morali «nuove».

Peccato non poter riprodurre interi brani dell’articolo a firma Ugo Casiraghi comparso sull’Unità citata. L’autore riconosce che la tragedia raccontata dal film non è nuova, ma afferma che «serve di collaudo alle qualità e alle virtù degli uomini nuovi sovietici». Egli si domanda: «Ha qualcosa in comune, questo “triangolo” (formato da Vassili, la moglie Avdossia, e Stepan) con la volgare formula ammannitaci in tutte le salse da decenni di cinematografia borghese?». In verità, di adulteri involontari è piena la storia della letteratura e della cinematografia, ma non è questo il punto che interessa, bensì un altro, questo: «Ha qualcosa in comune, l’istituto del matrimonio monogamico e del diritto paterno vigente in U.R.S.S., con la famiglia individuale borghese?». A questa domanda l’Unità non può rispondere di no, non può cancellare il fatto che i mariti e le mogli russe si trovano a convivere negli stessi rapporti sociali che presiedono alla vita coniugale e familiare delle donne studiate da mister Kinsey. Chiaro che le forme della convivenza dei sessi non possono mutare dall’oggi al domani o in rapido passaggio; ma i laudatori dello status quo matrimoniale sovietico non accennano neppure alla possibilità dello scomparire delle basi sociali su cui oggi si fonda la famiglia russa. Per loro, il matrimonio individuale, la forma di famiglia borghese basata sul salario o sullo stipendio, è un dato immutabile, eterno. Non dicono la stessa cosa la Chiesa cattolica, gli ideologi borghesi, i difensori reazionari del capitalismo?

Con la stessa coerenza con cui definiscono socialista una economia – quella russa – che contiene in sé il salariato, gli stalinisti spacciano per famiglia comunista un matrimonio borghese idealizzato, e in quanto tale irreale. La rivoluzione proletaria non è esaltazione del salariato e della classe che vive del salario, ma premessa necessaria di un rivolgimento sociale che si concluderà con la sparizione del salario, e della classe che del salario vive. Arrivata al culmine del processo, la specie umana non potrà continuare a riprodursi nel carcere del matrimonio individuale, che poggia sull’unità economica del salario.

I nostri giochi da circo

Un settimanale illustrato annuncia che tredici miliardi di spettatori nel mondo spendono annualmente al cinematografo 1800 miliardi di lire. Quanto all’Italia, gli incassi dei cinematografi sono saliti da 72 miliardi di lire nel 1951 a 82 miliardi nel 1952, i biglietti venduti da 696 milioni a 740 milioni, la produzione di lunghi metraggi da 27 film all’anno nel 1931 e da 37 nel 1944 a 107 nel 1951 e a 132 nel 1953, quella di cinegiornali da 38 film nel 1946 a 380 nel 1952, i capitali impiegati nella produzione di nuove pellicole da 11 miliardi nel 1951 a 14 nel 1952 (Tempo aggiunge che sui soli incassi degli spettacoli cinematografici lo Stato ricava annualmente 30 miliardi di lire: non dice, però, che spende in sovvenzioni al cinema 5,2 miliardi).

Statistiche consolanti. Il pubblico è bombardato da una produzione cinematografica attraverso la quale la classe dominante modella gusti, abitudini, modi di pensare dei dominati, ed offre loro – nell’atto stesso in cui denuncia con orrore l’esistenza in tutto il mondo di una spaventosa sottonutrizione – il compenso di giochi da circo a ritmo ininterrotto. E, non pago di rimbecillirli, li induce con altra assordante propaganda a spendere sempre più del loro povero reddito nell’affollare le sale in cui, metodicamente, gli si riempie (o vuota) la testa.

Profitti monetari e profitti «sociali» di propaganda e d’imbonimento: la cinematografia è uno degli strumenti di «produzione e riproduzione» del dominio capitalistico.

[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.2)

PARTE PRIMA: Riproduzione della specie ed economia produttiva inseparabili aspetti della base materiale del processo storico

Preistoria e linguaggio

8) Il passaggio dal fattore razziale a quello nazionale può molto generalmente essere messo in corrispondenza al passaggio da preistoria a storia. Nazione si intende un complesso di cui l’etnica non è che uno degli aspetti e in ben pochi casi quello dominante. Prima quindi di entrare nel campo della portata storica del fattore nazionale si presenta il problema degli altri fattori che vengono ad integrare quello della integrità razziale: primissimo quello del linguaggio. Non si può dare altra spiegazione dell’origine del linguaggio e delle lingue che quella tratta dai caratteri materiali dell’ambiente e dalla organizzazione produttiva. La lingua del gruppo umano è uno dei suoi mezzi di produzione.

Quanto sopra stabilito, sulla stretta connessione tra legame di sangue nelle prime tribù e inizio di una produzione sociale con date attrezzature di utensili, e sulla preminenza del rapporto tra gruppo umano e ambiente fisico sulla iniziativa e tendenza dell’individuo, sta nel nocciolo del materialismo storico. Due testi distanti tra loro mezzo secolo lo ribadiscono. Marx nelle Tesi su Feuerbach dice nel 1845: «L’essenza umana non è niente di astratto insito nel singolo individuo. Nella sua realtà essa è l’insieme delle condizioni sociali». Intendiamo, noi marxisti, per condizioni sociali il sangue, la sede fisica, l’utensileria, l’organizzazione del gruppo dato.

Engels in una lettera del 1894 già da noi largamente usata per combattere il pregiudizio della funzione dell’individuo (Grande uomo, Battilocchio) nella storia, risponde al quesito: «quale sia la parte rappresentata dal momento (v. punto tre) della razza e della individualità storica nella concezione materialistica della storia di Marx e di Engels». Come avemmo di recente a rammentare, Engels, sollecitato a passare all’individualità e a quel Napoleone che era evidentemente nel subcosciente dell’interrogatore per buttarlo giù di scanno senza il minimo esitare, sul punto razza non ci dà che un colpo solo di scalpello: «Ma la razza stessa è un fattore economico».

Le mezze calzette della pseudocultura borghese possono ridere quando ci si ferma un poco a rilanciare l’arco immenso che va dai primi principii al risultato finale, come fa ad esempio la possente e dura a cedere scuola cattolica nel corso prestigioso dal caos primitivo alla eterna beatitudine delle creature.

I primi gruppi sono di sangue strettamente puro e sono gruppi-famiglia. Sono alla stessa stregua gruppi-lavoro ossia la loro «economia» è una reazione di tutti all’ambiente fisico in cui ciascuno ha lo stesso rapporto: non vi è proprietà personale, non classi sociali, non potere politico e Stato.

Non essendo noi metafisici né mistici accettiamo, senza cospargerci il capo di cenere o considerare il genere umano insozzato da macchie da lavare, che insorga e proceda in mille sviluppi la commistione del sangue, la divisione del lavoro, la spartizione della società in classi, lo Stato, la guerra civile. Ma alla fine del ciclo con un miscuglio etnico generale e indecifrabile ormai, con una tecnica produttiva di intervento sull’ambiente di una tale complessa potenza che già prevede di occuparsi della regolazione dei fatti del pianeta, vediamo, con la fine di ogni discriminazione razziale e sociale, la economia di bel nuovo comunista, ossia la fine alla scala terrestre della proprietà individuale, da cui si erano generati i transitori culti dei mostruosi feticci: la persona, la famiglia, la patria.

Tuttavia all’inizio la economia di ogni popolo e il suo grado di attrezzatura produttiva è sua caratteristica insieme al tipo etnico.

Le ultime ricerche nelle tenebre preistoriche hanno condotto la scienza delle origini umane a riconoscere più punti di partenza nell’apparire dell’animale uomo sulla terra, e dalla evoluzione di altre specie. Non si può più parlare di un «albero genealogico» dell’umanità tutta e nemmeno delle sue sezioni. Uno studio di Etienne Patte (Facoltà di scienze di Poitiers, 1953) combatté efficacemente la insufficienza di tale immagine tradizionale. Nell’albero ogni biforcazione tra due rami o ramoscelli è per così dire irrevocabile: di norma i due gruppi non vengono più ad «anastomizzarsi». La generazione umana è invece una rete inestricabile i cui tratti si rilegano di continuo tra loro: se non vi fossero stati incroci tra parenti ognuno di noi avrebbe 8 bisavoli in tre generazioni, ossia in un secolo, ma già mille anni fa avrebbe oltre un miliardo di antenati, e dando alla specie l’età di seicento millenni, che sembra probabile, il numero di antenati sarebbe indicato da cifre astronomiche con migliaia di zeri. Rete dunque e non albero. Ed infatti nelle statistiche etniche nei popoli moderni i rappresentanti di tipi etnici puri figurano con percentuali bassissime. Di qui la bella definizione della umanità come un «sungameion» ossia, grecamente, un complesso in cui ci si incrocia in tutti i sensi: il verbo gaméo indica atto sessuale e rito nuziale. E si risale alla regola un po’ semplicistica: l’incrocio di specie è sterile, quello di razze fecondo.

Comprensibile è la posizione del Papa che, nel respingere ogni minorità razziale, punto di vista nel senso storico bene avanzato, vuole che di razze si parli per le bestie ma non per gli uomini. Malgrado la sua cura nel seguire i dati ultimi delle scienze e la loro spesso geniale collimazione con quelli del dogma, non gli è dato abbandonare il biblico (sebbene più ebraico che cattolico sul terreno filosofico) albero genealogico che scende da Adamo.

Altro autore di tendenza spiccatamente antimaterialista non può tuttavia non concludere nel respingere la vecchia separazione di metodi tra antropologia e storiografia, in quanto quella i dati positivi se li deve cercare, questa li trova belli e fatti e soprattutto messi in serie cronologica. Nessuno dubita che Cesare visse prima di Napoleone; ma è un grosso quesito la precedenza tra l’uomo di Neanderthal e l’antropomorfo Proconsul …

Invece appunto la potenza del metodo materialista, applicato ai dati che la ricerca ha fornito, stabilisce facilmente la sintesi tra i due stadi, anche se la razza fosse un più decisivo fattore economico nelle gentes preistoriche, e la nazione, entità assai più complessa, nel mondo contemporaneo.

È solo su questa strada che si può dare il suo posto alla funzione del linguaggio, comune all’inizio ad uno stretto gruppo consanguineo e collaborante senza legami con gruppi esterni, o con soli legami di conflitti armati, comune invece oggi a popolazioni che occupano territori estesissimi.

Hanno espressione comune fonetica all’inizio i gruppi che hanno, al tempo stesso, comune la cerchia di riproduzione e l’attrezzatura e capacità produttiva di quanto è necessario alla vita materiale.

Può dirsi che l’uso di suoni per comunicazione tra individui si comincia a riscontrare presso le specie animali. Ma la modulazione del suono che possono emettere gli organi vocali di animali di una stessa specie (ereditarietà puramente fisiologica nella struttura e possibilità funzionale di tali organi) è molto lontana dalla formazione di una lingua con un dato complesso di vocaboli. Il vocabolo non fa la sua comparsa per designare il soggetto che parla o quello cui si dirige il discorso, l’esemplare di sesso opposto o la parte del corpo o la luce, la tenebra, la terra, l’acqua, il cibo o il pericolo. Il linguaggio per vocaboli nasce quando è nato il lavoro a mezzo di utensili, la produzione di oggetti di consumo a mezzo di opera associata di uomini.

Lavoro sociale e parola

9) Ogni attività umana comune a fini produttivi, nel più largo senso, esige per la utile collaborazione un sistema di comunicazione tra i lavoratori. Partendo dal semplice sforzo per la preda o per la

difesa cui bastano gli incitamenti istintivi la spinta o l’urlo animale, allorché invece occorrono scelte di tempo o di luogo di azione, o di mezzo (attrezzo primitivo, arma, ecc.) in una serie lunghissima di tentativi falliti e di rettifiche, sorge la parola. Il procedimento è opposto a quello della illusione idealista: un innovatore immagina nel suo cervello senza mai averlo visto il nuovo metodo «tecnologico», lo spiega parlando agli altri, e ne dirige coi suoi ordini la realizzazione. Non la serie pensiero, parola, azione, ma proprio l’opposta.

Una riprova del reale processo naturale a proposito del linguaggio la troviamo ancora nel mito biblico, quello famoso della Torre di Babele. Siamo già in presenza di un vero Stato dall’immenso potere con eserciti formidabili e cattura di prigionieri e di lavoratori forzati in numero immenso. Tale potere intraprende opere colossali soprattutto nella sua capitale (è storica la potenza della tecnica dei babilonesi non solo nell’edilizia ma nella idraulica fluviale e in campi affini) e secondo la leggenda vuole erigere una torre di altezza tale che con la cima abbia a toccare il cielo: è il solito mito della presunzione umana che la divinità atterra, come per il fuoco rapito da Prometeo, il volo di Dedalo, e così via. Gli innumerevoli operai, contromastri, architetti sono di diversa e lontana origine, non parlano le stesse lingue, non s’intendono tra di loro, la esecuzione dei progetti e delle disposizioni è caotica e contraddittoria e la costruzione, raggiunta una certa altezza, per gli errori dovuti alla confusione delle lingue non può che rovinare, sicché gli artefici o sono schiacciati o si disperdono atterriti dalla punizione degli dei.

Il significato involuto di tale storia è quello che non si può costruire se non si ha una lingua comune: pietre, braccia, leve, martelli, picconi non bastano se manca l’utensile, lo strumento di produzione, dato da uno stesso linguaggio e uno stesso lessico e formulario a tutti comune e ben noto. Nei selvaggi del centro dell’Africa si trova la stessa leggenda: la torre era fatta di legno e doveva arrivare alla luna. Oggi che tutti parliamo «americano» è un gioco da bambini elevare i grattacieli, stupidi più di assai di quelle torri geniali di barbari e di selvaggi.

Non vi è dunque dubbio alcuno che la definizione marxista del linguaggio sia che esso è uno degli strumenti della produzione. Il già citato articolo recentissimo del Wallon non può fare a meno di rifarsi, nell’esame delle più importanti dottrine, a quella da noi seguita: «Secondo Marx il linguaggio è legato alla produzione da parte degli uomini di istrumenti e di oggetti dotati di definita proprietà». E l’autore sceglie due citazioni magistrali, la prima di Marx (Ideologia tedesca): «Gli uomini si cominciano a distinguere dagli animali dal momento che cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza»; la seconda di Engels: «Dapprima il lavoro, in seguito in combinazione con esso il linguaggio, ecco i due fattori essenziali sotto l’influenza dei quali il cervello della scimmia è oggi a poco a poco divenuto cervello umano». Ed Engels quando scriveva non sapeva quali altri risultati riferiscono, loro malgrado, scrittori di pura filosofia idealista (Saller, Università di Muenchen: Cos’è l’antropologia?). Oggi il cervello umano ha il volume di 1.400 centimetri cubici (dei genii e di noi fessi, lo sappiamo, lo sappiamo!). Un tempo lontanissimo, alla fase del sinantropo-pitecantropo con 1.000 centimetri cubici di cervello quel nostro antenato pare avesse già le prime nozioni di magia, seppelliva in certo modo i morti, sebbene fosse anche frequentemente cannibale; ma, oltre a usare da tempo il fuoco, aveva vari utensili: coppe per bere fatte di crani di bestie, armi di pietre, ecc. Ma le scoperte fatte specie nell’Africa del Sud hanno portato ben oltre: 600 mila anni fa (la cifra è del Wallon) un precocissimo nostro antenato, con soli 500 cmc. di cervello, usava già il fuoco, cacciava e mangiava la carne cotta degli animali, procedeva eretto come noi, e sola rettifica ai dati di Engels (1884), pare che già non vivesse sugli alberi come il suo stretto parente «australopiteco» ma si battesse coraggiosamente colle belve a livello del suolo.

Strano che lo scrittore da cui prendiamo queste notizie, smarrito da questi dati che martellano la teoria materialista nei suoi capisaldi, cerchi rifugio alla antropologia nella psicologia, per piangere sulle rovine dell’individuo elevato da un misterioso afflato extraorganico, e che nel tempo moderno della sovrapopolazione e del macchinismo degenererebbe a massa cessando di essere uomo. Ora, chi è più uomo: il simpatico pitecantropo da 500 cmc. (non me lo confondete con una volgare vetturetta utilitaria, di massa!) o lo scienziato, da 1.400, che dà la caccia alle farfalle sotto l’arco di Tito per erigere la pietosa equazione: scienza ufficiale più idealismo uguale disperazione?

Base economica e sovrastrutture

10) Il concetto di «base economica» di una data società umana si allarga dunque ben oltre i limiti di quella superficiale interpretazione che lo limita ai fatti della remunerazione del lavoro e dello scambio mercantile. Esso abbraccia tutto il campo delle forme di riproduzione della specie, o istituti familiari, e mentre ne formano parte integrante le risorse della tecnica e la dotazione di strumenti ed attrezzi materiali di ogni natura, non ne va limitata la portata a quella di un magazzino campionario, ma vi va incluso ogni meccanismo di cui si dispone per il trapasso di generazione in generazione di tutta la «sapienza tecnologica» sociale. In questo senso e come reti generali di comunicazione e trasmissione, vanno dopo il linguaggio parlato considerati e annoverati tra i mezzi di produzione, la scrittura, il canto, la musica, le arti grafiche, la stampa, in quanto sorgono come mezzi di trasmissione della dotazione produttiva. Nella considerazione marxista anche letteratura, poesia e scienza sono forme superiori e differenziate degli strumenti produttivi e nascono per rispondere alla medesima esigenza della vita mediata ed immediata della società.

Sorgono a tale proposito nel campo del movimento proletario questioni di interpretazione del materialismo storico: quali fenomeni sociali costituiscano in effetti la «base produttiva» o le condizioni economiche, cui si chiede la spiegazione delle sovrastrutture ideologiche, politiche, caratteristiche di una determinata società storica.

È noto che al concetto di una lunga graduata evoluzione della società umana il marxismo oppone quello di brusche svolte di passaggio da un’epoca ad un’altra, caratterizzate da diverse forme e rapporti sociali. A questi svolti mutano la base produttiva e le sovrastrutture. Al fine di chiarire questo concetto si è più volte fatto ricorso a testi classici, sia per porre al loro luogo le varie formule e nozioni, sia per ben chiarire che cosa è che bruscamente muta nel momento della crisi rivoluzionaria.

Nelle citate lettere di chiarimento a giovani studiosi del marxismo, Engels insiste sulle reciproche reazioni tra la base e la sovrastruttura: lo Stato politico di una data classe è squisitamente una delle sovrastrutture, ma esso a sua volta agisce con atti come i dazi protettori, le imposte, ecc., sulla base economica, ricorda tra l’altro Engels.

Fu poi al tempo di Lenin particolarmente necessario chiarificare il processo della rivoluzione di classe. Lo Stato, il potere politico, è quella sovrastruttura che più squisitamente si infrange in modo che possiamo dire istantaneo, per cedere il posto ad altra struttura analoga ma opposta. Ma non con la stessa immediatezza si cambiano quei rapporti che vigono nella economia produttiva, pure essendo stato primo motore della rivoluzione il loro contrastare con le sviluppate forze produttive. Così non spariscono in un giorno salariato, mercantilismo, ecc. Quanto agli altri aspetti delle sovrastrutture, ve ne sono di ancora più duri a morire e che sopravviveranno alla stessa base economica primitiva (poniamo il capitalismo), ed essi sono le ideologie tradizionali diffuse, anche nel seno della classe rivoluzionaria vincitrice, dal lungo periodo di precedente servaggio. Così ad esempio la sovrastruttura diritto, come forma scritta e praticamente applicata, sarà mutata rapidamente – invece molto lentamente sparirà l’altra sovrastruttura delle credenze religiose.

In molte occasioni si è fatto ricorso alla lapidaria prefazione di Marx alla sua «Critica della economia politica» del 1859. Non sarà male fermarvisi prima di proseguire sulla questione della linguistica.

Forze produttive materiali della società. Sono, ai vari momenti dello sviluppo, la forza di lavoro delle braccia dell’uomo, gli utensili e strumenti di cui si dispone per applicarla, la fertilità della terra coltivata, le macchine che aggiungono alla forza dell’uomo le energie meccaniche e fisiche; tutti i procedimenti di applicazione alla terra e ai materiali di quelle forze manuali e meccaniche, procedimenti di cui una data società ha nozione e possesso.

Rapporti di produzione relativi ad un dato tipo di società sono «i necessari rapporti tra loro a cui gli uomini accedono nella produzione sociale della loro vita». Sono rapporti di produzione la libertà o il divieto di occupare terra per lavorarla, di disporre di utensili, macchine, manufatti, di disporre dei prodotti del lavoro per consumarli, spostarli, assegnarli ad altri. Ciò in genere; in particolare sono rapporti di produzione la schiavitù, il servaggio, il salariato, la mercatura, la proprietà terriera,

l’impresa industriale. I rapporti di produzione, con espressione che riflette non l’aspetto economico ma quello giuridico, possono parimenti dirsi rapporti di proprietà o anche in altri testi forme di proprietà: sulla terra, sullo schiavo, sul prodotto del lavoro del servo, sulle merci, sulle officine e macchine, ecc. Tale insieme di rapporti costituisce la base o struttura economica della società.

Il concetto dinamico essenziale è il contrasto che si determina tra le forze di produzione, ad un loro grado di evoluzione e sviluppo, e i rapporti di produzione o di proprietà, i rapporti sociali (tutte formule equipollenti).

Sovrastruttura, ossia ciò che deriva, che si sovrappone alla struttura economica di base, è fondamentalmente in Marx la impalcatura giuridica e politica di ogni data società: costituzioni, leggi, magistrature, corpi armati, potere centrale di governo. Questa sovrastruttura ha tuttavia un aspetto materiale, concreto. Ma Marx tiene a distinguere tra la realtà del trapasso nei rapporti di produzione e in quelli di proprietà e di diritto, e in fine di potere, e il trapasso quale si presenta nella «coscienza» del tempo e anche della classe vincente. Questa (fino ad oggi) è una derivazione della derivazione; una sovrastruttura della sovrastruttura, e forma il campo mutevole della opinione comune, della ideologia, della filosofia, dell’arte e sotto un dato aspetto (fino a che non è una normativa pratica) della religione.

Modi di produzione (preferibile a questo concetto non applicare il termine forme, usato per il concetto più ristretto di forme di proprietà) – Produktionsweisen – sono «le epoche successive di formazione economica della società» che Marx richiama a grandi tratti come quelli asiatico, antico, feudale, borghese.

Bisogna concretare in un esempio: la rivoluzione borghese in Francia. Forze produttive: l’agricoltura e i contadini servi – l’artigianato con le sue botteghe cittadine – le grandeggianti manifatture e fabbriche, le loro maestranze. Rapporti di produzione o forme di proprietà tradizionali: la servitù dei contadini alla gleba e la potestà feudale sulla terra e i suoi coltivatori – i legami corporativi ai mestieri artigiani. Sovrastruttura giuridico politica: potere dell’ordine nobiliare e di quello ecclesiastico, monarchia assoluta. Sovrastruttura ideologica: autorità di diritto divino, cattolicesimo, ecc. Modo di produzione: feudalesimo.

Il trapasso rivoluzionario si presenta: in modo immediato come passaggio del potere dai nobili e preti ai borghesi; la nuova sovrastruttura giuridico-politica è la democrazia elettiva parlamentare. I rapporti di produzione infranti sono: la servitù della gleba e la corporazione artigiana; i nuovi che subentrano: il salariato industriale (sopravvivendo artigianato autonomo e piccola proprietà contadina), il libero commercio interno nazionale, anche della terra.

La forza produttiva delle maestranze di fabbrica si svolge enormemente con l’assorbire ex contadini servi e artigiani. Si sviluppa in pari misura la forza del macchinario utensile e motore.

La sovrastruttura ideologica subisce una lenta sostituzione cominciata prima della rivoluzione, non finita ancora: al fideismo e legittimismo subentrano il libero pensiero, l’illuminismo, il razionalismo.

Il nuovo modo di produzione, che dilaga sulla Francia e fuori al posto del feudalesimo, è il capitalismo: in esso il potere politico non è del «popolo» come nella coscienza «che quella rivoluzione ha di se stessa» ma della classe dei capitalisti industriali e dei proprietari borghesi di terra.

Per distinguere i due «strati» della sovrastruttura si potrebbero adottare i termini di sovrastrutture di forza (diritto positivo, Stato) e sovrastrutture di coscienza (ideologia, filosofia, religione, ecc.).

Marx dice che la forza materiale, la violenza, è a sua volta un agente economico. Engels nei passi citati e nel Feuerbach dice lo stesso con le parole che lo Stato (che è forza) agisce sulla economia e influenza la base economica.

Lo Stato di una nuova classe è dunque una molla potente perché mutino i rapporti produttivi. Dopo il 1789 quelli feudali in Francia furono rapidamente travolti in ragione dell’avanzato sviluppo delle moderne forze produttive che da tempo premevano. La stessa restaurazione del 1815, se dette il potere di nuovo alla aristocrazia terriera e ripristinò la monarchia legittimista, non pervenne tuttavia a rovesciare di nuovo i rapporti di produzione, le forme di proprietà, non fece regredire le manifatture

e risorgere la grande proprietà signorile. Cambio di potere e trapasso di forme produttive possono bene andare storicamente e per limitati periodi in senso inverso.

Quid in Russia nell’ottobre 1917? Il potere politico, sovrastruttura di forza che nel febbraio era passato dai feudali ai borghesi, passò ai lavoratori delle città sostenuti nella lotta dai contadini poveri. La sovrastruttura statale giuridica prese forme proletarie (dittatura e dispersione della assemblea democratica). Le sovrastrutture ideologiche ebbero un potente impulso in larghi strati verso quella propria del proletariato, nel mezzo al disperato resistere delle antiche e delle borghesi o semiborghesi. Le forze produttive in quanto di natura antifeudale presero slancio libero verso l’industria e l’agricoltura libera. Può dirsi che i rapporti di produzione, negli anni dopo l’ottobre, divennero socialisti? No certamente, e ciò in qualunque caso esigerebbe un tempo non di mesi. Divennero essi semplicemente capitalisti? Non è esatto dire che divennero tutti e totalmente capitalisti perché a lungo sopravvissero forme precapitalistiche, come noto. Ma sarebbe tuttavia poco dire che presero impulso a trasformarsi soltanto in rapporti capitalisti.

A parte infatti le prime misure di comunismo da guerra civile ed antimercantili (case, pane, trasporti), dato che il potere è un agente economico di primo grado altro è il trapasso dei rapporti di produzione sotto uno Stato borghese democratico altro sotto la dittatura politica proletaria.

Il modo di produzione si definisce da tutto il complesso dei rapporti di produzione e delle forme politiche e giuridiche. Se tutto il ciclo russo nell’arco svolto fino ad oggi ha condotto in pieno nel modo di produzione capitalistico, e oggi in Russia mancano rapporti socialisti di produzione, ciò è in relazione al fatto che dopo il 1917, dopo l’ottobre, non è avvenuta la rivoluzione proletaria in occidente, la cui importanza non era solo quella di puntellare il potere politico perché al proletariato russo non sfuggisse, come è poi stato, ma soprattutto di rovesciare nella economia russa forze produttive disponibili all’ovest in eccesso, tali da determinare lo slancio verso il socialismo dei rapporti russi di produzione.

I rapporti di produzione non si verificano al momento della rivoluzione politica.

Poiché di un tale sviluppo il potere politico in Russia era l’altra condizione di uguale importanza (Lenin), è inesatta una formulazione che dica: solo compito storico del potere bolscevico dopo l’ottobre è stato il passaggio dai rapporti sociali feudali a quelli borghesi. Fino al disperdersi dell’onda rivoluzionaria succeduta alla guerra mondiale del 1914, ossia circa fino al 1923, il compito del potere di ottobre è consistito nel lavorare al trapasso dai modi e rapporti sociali feudali a quelli proletari; tale lavoro si fece sulla sola via storica possibile e quindi sulla via maestra: solo dopo si può dare la formula che siamo in uno Stato che non è socialista né in modo attuale, né in modo potenziale. I rapporti di produzione successivi all’ottobre sono in modo attuale parte precapitalisti, parte capitalisti e in parte trascurabile quantitativamente postcapitalisti; la forma storica o meglio il modo di produzione storico non può dirsi capitalista, ma potenzialmente proletario e socialista. Questo è che importa!

Va dunque superata l’impasse della formula: base economica borghese, sovrastrutture proletarie e socialiste. E non certo negando il secondo termine, valido per sei anni almeno dopo la conquista della dittatura.

Stalin e la linguistica

(La digressione non è stata fuori luogo in questa disposizione del materiale servito al rapporto, trattandosi di affrontare la dottrina elevata da Stalin in materia linguistica, tutta fondata sulle distinzioni, adoperate in modo poco congruo, tra base e sovrastruttura).

11) La tesi staliniana che la lingua non è una sovrastruttura rispetto alla base economica, costituisce una falsa posizione del problema da risolvere, in quanto il risultato al quale Stalin voleva pervenire è un altro: in ogni passaggio da uno dei modi storici di produzione al successivo abbiamo mutamento sia della sovrastruttura che della base o struttura economica, mutamento dei poteri delle classi e

della posizione delle classi nella società. Ma la lingua nazionale non segue le sorti né della base né delle sovrastrutture poiché non appartiene ad una classe ma a tutto l’insieme del popolo del dato paese. Quindi per salvare la lingua e la linguistica dagli effetti della rivoluzione sociale, si portano (piano piano insieme alla cultura nazionale e al culto della patria) sulla riva del turbinoso fiume della storia, fuori dal campo della base produttiva, fuori da quello delle derivazioni politiche e ideologiche.

Secondo Stalin, negli ultimi anni in Russia «è stata liquidata la vecchia base capitalista e una nuova base socialista, è stata costruita. Parallelamente è stata liquidata la sovrastruttura della base capitalistica e creata una nuova sovrastruttura corrispondente alla base socialista … Ma nonostante ciò la lingua russa è rimasta fondamentalmente quella che era prima della rivoluzione di Ottobre».

Il pregio di questi signori (abbia ciò scritto Stalin o chi per lui, segretario x o ufficio y) è di avere imparato a fondo l’arte di paludarsi semplici, chiari, alla portata di tutti, come suol dirsi da un secolo nella propaganda della cultura borghese, e soprattutto disinvoltamente concreti. Ed intanto questo che sembra così immediato ed accessibile non è che trucco, e ricaduta tutto di un pezzo nel modo di pensare borghese più rancido.

Tutto il trapasso sarebbe avvenuto «parallelamente». È tanto semplice! Non solo bisogna rispondere che quel trapasso non è avvenuto un bel corno, ma che se fosse avvenuto e quando avverrà le cose non andranno in quel modo! In questa formula da imbonitore di paesino non resta NULLA del materialismo dialettico. La base influenza la sovrastruttura ed è attiva? Ed in qual senso la derivata sovrastruttura reagisce a sua volta e non è puramente plastica e passiva? E con quali cicli ed in quale ordine e con quale velocità storica avviene il trapasso e la sostituzione? Chiacchiere bizantine! Basta rimboccare la manica destra e poi la sinistra: Liquidazione! Creazione! Perdio, fuori il creatore, fuori il liquidatore! Un simile materialismo non funziona senza un demiurgo, tutto è diventato cosciente e volontario, nulla più necessario e determinato.

Comunque l’argomentare si presta ad essere messo al passo sulla realtà: la base economica e la sovrastruttura, attraverso complesse vicende, da feudali che erano sotto lo Zar sono alla fine della vita di Stalin in pieno capitaliste. Siccome la lingua russa fondamentalmente è la stessa, la lingua non fa parte della sovrastruttura e non fa nemmeno parte della base.

Sembra che tutta la polemica sia diretta contro una scuola di linguistica improvvisamente sconfessata dall’alto, e che il capo di tale scuola sia il professore delle università sovietiche N. J. Marr, i cui testi ci sono ignoti. Egli avrebbe detto che la lingua fa parte della sovrastruttura. A sentire chi lo condanna, consideriamo N. J. Marr un buon marxista. Infatti è detto: «una volta N. J. Marr constatando che la sua formula «la lingua è una sovrastruttura rispetto alla base» incontrava obiezioni, decise di «riaggiustare» la sua teoria e annunciò che «la lingua è uno strumento della produzione». Aveva ragione N. J. Marr di classificare la lingua tra gli strumenti della produzione? No, egli aveva certamente torto».

E perché? Secondo Stalin vi è una certa analogia tra la lingua e gli strumenti della produzione, perché anche questi possono avere una certa indifferenza verso le classi. Stalin vuol dire qui che ad esempio l’aratro come la zappa possono servire la società feudale e la borghese, e la socialista. Ma poi la differenza che darebbe marcio torto a N. J. Marr (e a Marx, e ad Engels: il lavoro, la produzione di utensili, in combinazione col linguaggio) è questa: gli strumenti di produzione producono beni materiali, la lingua no!

Ma anche gli strumenti di produzione non producono beni materiali! I beni li produce l’uomo che li impugna! Gli strumenti sono impiegati dagli uomini nella produzione. Un bimbo per la prima volta afferra la zappa dalla lamina, e il padre gli urla: si prende per il manico. Quell’urlo, che diverrà poi una regolare «istruzione», è, quanto la zappa, impiegato alla produzione.

La spiritosa conclusione di Stalin rivela che il torto è suo: se la lingua, egli dice, producesse beni materiali, i chiacchieroni sarebbero le persone più ricche della terra! Ebbene, non è proprio così? L’operaio lavora colle sue braccia, l’ingegnere con la lingua: chi è pagato di più? Ci pare di aver narrato una volta del proprietario di provincia che, seduto all’ombra e pipando, senza posa incita il giornaliero che ha assunto, il quale suda e tace: mena lu zappone! Per tema che una breve sosta nel

colpo gli tolga profitto.

Dialetticamente ci sentiamo di chiarire che Marr non ha riaggiustato nulla malgrado i fulmini a lui destinati: dialetticamente, perché non conosciamo lui né i suoi libri. Anche noi abbiamo detto ad esempio che la poesia, dall’inizio del canto corale mnemonico, di tipo magico-mistico-tecnologico, primo mezzo di tramandare la dotazione sociale, ha il carattere di un mezzo di produzione. Poi al punto seguente abbiamo posto la poesia tra le sovrastrutture di una data epoca. Così per la lingua. Il linguaggio in generale, e il suo ordinamento in versi in generale sono strumenti della produzione. Ma una data poesia, una data scuola poetica, relativa ad un paese e ad un secolo, fanno parte, staccandosi dalle precedenti e dalle seguenti, della sovrastruttura ideologica e artistica di una data forma economica, di un dato modo di produzione. Engels: «lo stadio superiore della barbarie comincia colla fusione del ferro greggio, colla scrittura alfabetica ed il suo uso per trascrizioni letterarie … il suo fiore più alto ci si offre con i poemi omerici, principalmente con l’Iliade». Così potremmo cercare altri passi e mostrare la Commedia come epicedio del feudalesimo, le tragedie di Shakespeare come prologo al capitalismo.

Per l’ultimo grande pontefice del marxismo passerebbe come mezzo di produzione distintivo di un’epoca il ferro greggio, ma non la scrittura alfabetica, perché questa non produce beni materiali! Ma è l’uso umano della scrittura alfabetica che era indispensabile, tra l’altro, per arrivare agli acciai speciali della moderna siderurgia.

Così la lingua. In tutti i tempi è un mezzo di produzione, ma le singole lingue sono sovrastrutture, come quando l’Alighieri non scrive il suo poema nel latino dei classici o della chiesa ma nel volgare italiano, o avviene con la Riforma il definitivo abbandono dell’antico sassone per il tedesco letterario moderno.

Così del resto per la zappa e per l’aratro. Se è vero che un dato strumento di produzione si può trovare a cavallo di due grandi epoche sociali separate da una rivoluzione di classe, è vero pure che il complesso della dotazione di utensili di una data società la fa «classificare» e la «costringe» – per l’urto ben noto contro i rapporti di produzione – ad assumere la nuova forma che le compete. Troviamo il tornio da vasaio nella barbarie, il moderno tornio a motore di precisione nel capitalismo. Ed ogni tanto uno strumento antico scompare, come il classico arcolaio di Engels, arnese da museo.

Così per la zappa e l’aratro. La società del capitalismo industriale non ha la possibilità di eliminare la piccola ed improba coltura della terra che torce la spina dorsale tanto orgogliosamente drizzata dal pitecantropo. Ma una organizzazione comunista su trama industriale completa conoscerà indubbiamente solo l’aratrice meccanica. E così sconvolgerà la lingua dei capitalisti, e non si sentiranno più le comuni formule usando le quali gli stalinisti affettano di condurre con essi il contraddittorio: morale, libertà, giustizia, legalità – popolare, progressivo, democratico, costituzionale, costruttivo, produttivo, umanitario, ecc., che appunto formano la dotazione grazie alla quale la maggior ricchezza finisce nelle tasche dei fanfaroni: funzione identica a quella di altri materiali utensili: il fischietto del capofabbrica, le manette del questurino.

Tesi idealista della lingua nazionale

12) Il negare che il linguaggio umano in genere abbia l’origine e la funzione di strumento produttivo, e che le società di classe abbiano tra le loro sovrastrutture (sia pure tra quelle di sostituzione non immediata, ma graduale) la locale e contingente lingua parlata e scritta, vale ricadere in pieno nelle dottrine idealiste, e vale abbracciare politicamente il postulato borghese del passaggio ad una lingua comune agli illetterati di vari dialetti e ai dotti di tutto un paese politicamente unito, vera rivoluzione linguistica che segnò l’avvento dell’epoca capitalistica.

Poiché secondo il testo in esame la lingua non è una sovrastruttura della base economica, e nemmeno è uno strumento produttivo, viene fatto di chiedersi quale ne sia la definizione. Ebbene eccola: «La lingua è un mezzo, uno strumento con l’aiuto del quale gli uomini comunicano gli uni con gli altri, scambiano i pensieri e giungono a comprendersi reciprocamente. Essendo direttamente connessa con

il pensiero, la lingua registra e cristallizza in parole e in parole coordinate in proposizioni, i risultati del pensiero e i successi del lavoro di ricerca dell’uomo, rendendo così possibile lo scambio di idee nella società umana». Questa sarebbe dunque la soluzione marxista del quesito. Noi non vediamo quale ideologo ortodosso e tradizionale non possa sottoscrivere questa definizione. È palese che secondo essa l’umanità progredisce attraverso un’opera di ricerca fatta nel pensiero e formulata in idee, e passa da questa fase individuale a quella collettiva e di applicazione mediante l’uso del linguaggio che permette al ritrovatore di passare la sua conquista agli altri uomini. È il perfetto rovescio dello sviluppo materialista di cui ci siamo occupati (collimando le abituali citazioni dei nostri testi di base): dall’azione alla parola, dalla parola all’idea, ma ciò inteso non come processo nell’individuo, bensì nella società, e quindi meglio: dal lavoro sociale al linguaggio, dal linguaggio alla scienza, al pensiero collettivo. La funzione di pensare nel singolo è derivata e passiva. La definizione di Stalin è dunque schietto idealismo. Il preteso scambio dei pensieri, è la proiezione nella fantasia del borghese scambio di merci.

Molto strano è che l’accusa di idealismo sia rivolta al disgraziato Marr il quale nel sostenere la tesi della mutazione nelle lingue pare sia giunto fino alla previsione di una decadenza della funzione del linguaggio per far luogo ad altre forme. Si accusa il Marr di avere con ciò ipotizzato un pensiero che si trasmette senza lingua, e sarebbe affondato nel pantano dell’idealismo. Ma in questo pantano fanno più pena quelli che ci sanno stare a galla. Viene trovata la tesi di Marr in contraddizione colla frase di Carlo Marx: «La lingua è la realtà immediata del pensiero … Le idee non esistono separatamente dalla lingua».

Ma non è questa chiara tesi materialista negata in pieno proprio dalla definizione prima riportata di Stalin, secondo cui la lingua è ridotta ad un mezzo per scambiare idee e pensieri?

Ricostruiamo l’audace teoria del Marr a modo nostro (questo dovrebbe permettere il possesso di una teoria di partito al di sopra di generazioni e frontiere). La lingua è, fin qui perfino Stalin, uno strumento col quale gli uomini comunicano. La comunicazione tra gli uomini non avrebbe a che fare con la produzione?! Questo lo afferma la teoria economica borghese secondo cui si finge che ognuno produce da solo e poi conosce l’altro solo sul mercato, per veder di fregarlo. La espressione marxista giusta non sarebbe: comunicano per aiutarsi nel comprendersi, ma: comunicano per aiutarsi nel produrre. Quindi vi strappiamo di bocca che è giusto il criterio di mezzo di produzione. Quanto al metafisico comprendersi, sono passati seicentomila anni e a quanto pare tra scolari dello stesso maestro non ci capiamo ancora!

Ed allora la lingua è un mezzo tecnologico di comunicazione. È il primo di tali mezzi. Ma è forse esso l’unico? No di certo. Ne appare nel corso della evoluzione sociale una serie sempre più ricca, e non è affatto fuori luogo la ricerca di Marr su quelli che potranno soppiantare la lingua parlata in grande misura. Con ciò Marr non dice affatto che il pensiero come elaborazione immateriale di un soggetto individuo passerà agli altri senza prendere la forma naturale del linguaggio. Marr evidentemente indica, con la formula tradotta «processo del pensiero», che si svilupperà in forme che saranno al di sopra della lingua, non la metafisica escogitazione individuale, ma la dotazione di conoscenza tecnologica propria di una società sviluppata. Nulla di escatologico e di magico.

Un esempio molto semplice. Il timoniere dell’imbarcazione a remi comanda «alla voce». Così il nocchiero della nave a vela e dei primi vaporetti. «Go ahead!». Avanti a tutta forza … Mezza forza indietro … La nave diventa troppo grande e il capitano urla in un portavoce che comunica colla sala macchine, ma poi ciò non basta, e prima degli altoparlanti (una vera invenzione retrograda) si fa un telegrafo meccanico, a maniglia, poi elettrico, che sposta le sfere del quadrante di segnali sotto l’occhio del macchinista. Infine il cruscotto di un grande aereo è tutto pieno di strumenti che trasmettono le possibili disposizioni ad ogni organo. La parola va cedendo il passo, ma a mezzi tanto materiali quanto essa, anche se evidentemente sono meno naturali, come gli utensili moderni sono meno naturali del ramo spezzato divenuto arma.

Inutile tracciare tale serie grandiosa. Parola parlata, parola scritta, stampa, e tutti gli infiniti algoritmi, le simboliche matematiche, che già sono divenuti internazionali; come in tutti i campi tecnici e di servizi generali vigono convenzioni ad uso universale per trasmettere comunicazioni precise meteorologiche, elettrotecniche, astronomiche, ecc. Tutte le applicazioni elettroniche, il radar e simili,

tutti i tipi di registrazione di segnali arrivanti sono nuovi legami tra gli uomini resi necessari dai complessi sistemi di vita e produzione, che già in cento campi ignorano la parola, la grammatica, la sintassi per la cui immanenza ed eternità Stalin spezza sul dorso di N. J. Marr formidabili lance.

Può forse il sistema capitalistico non pensare sempiterno il modo di coniugare il verbo avere, il verbo valutare, di declinare l’aggettivo possessivo, e di porre come cardine di ogni enunciazione il pronome personale? Un giorno se ne riderà come del Voi, del Lei, del Loro e del Sua Signoria e del servitor suo umilissimo e del buoni affari che si scambiano i commessi viaggiatori.

Riferimenti e deformazioni

13) In tutte le trattazioni marxiste è fondamentale la tesi che la rivendicazione di una lingua nazionale è una caratteristica storica di tutte le rivoluzioni antifeudali, essendo essa necessaria al legame e alla comunicazione tra tutte le piazze del sorto mercato nazionale, al trasferimento utile in tutto il territorio dei proletari divelti dalla gleba, alla lotta contro la influenza delle forme tradizionali religiose, scolastiche, culturali poggiate da un lato sull’uso del latino come lingua dotta, e sullo sminuzzamento in dialetti della parlata locale dall’altra.

Per sostenere la sua, veramente nuova nel senso del marxismo, teoria della lingua extraclassista, Stalin si preoccupa di superare la contraddizione, evidentemente invocata da varie parti, con testi di Lafargue, Marx, Engels, e perfino … Stalin. Il buon Lafargue viene buttato a mare senz’altro. Egli in un opuscolo: La lingua e la rivoluzione, aveva parlato di una improvvisa rivoluzione linguistica avvenuta in Francia tra il 1789 e il 1794. Periodo troppo breve, dice Stalin, e poi se mai un piccolo gruppo di vocaboli della lingua scomparve e fu sostituito con nuovi. Se mai, sono proprio quei vocaboli che avevano maggiore attinenza con i rapporti della vita sociale. Alcuni furono espulsi con leggi della Convenzione. È noto l’aneddoto satirico controrivoluzionario. Come vi chiamate, cittadino? Marquis de Saint Roiné. Il n’y a plus de marquis! (non ci sono più marchesi). De Saint Roiné! Il n’y a plus de «de»! (particola nobiliare). Saint Roiné! Il n’y a plus de Saints! Roiné! Il n’y a plus de rois! Je suis né! (io sono nato), gridò il disgraziato. Stalin aveva ragione: il participio né non era cambiato.

In un articolo «Sankt Max» che confessiamo di non conoscere, Carlo Marx aveva detto che i borghesi «hanno una loro lingua, prodotto della borghesia» e che tale lingua è permeata di uno stile di mercantilismo, di compravendita. Ed infatti i mercanti di Anversa si capivano, in pieno medioevo, con quelli di Firenze, e questa è una «gloria» della lingua italiana, lingua madre del capitale. Come nella musica ovunque scrivono andante, allegro, pianissimo e così via, così su qualunque piazza europea valgono le parole firma, sconto, tratta, riporto e dovunque si somiglia il pestifero gergo della corrispondenza commerciale «ad evasione della pregiata vostra a margine notata». Ora quale toppa mette Stalin alla incontrovertibile citazione? Invita a leggere altro passo dell’articolo: «Il concentramento dei dialetti in una unica lingua nazionale, è risultato del concentramento economico e politico». Ma dunque? La sovrastruttura lingua segue qui lo stesso processo della sovrastruttura Stato e della base economica. Ma come non è immanente e definitivo il concentrarsi del capitale, l’unificarsi dello scambio nazionale, il concentramento politico nello Stato capitalista, ma sono risultati storici legati al dominio e al ciclo borghese, così è di questo aderente fenomeno del passaggio dai dialetti locali alla lingua unitaria. Sono nazionali il mercato, lo Stato e il potere in quanto sono borghesi. Nazionale diviene la lingua, in quanto è lingua borghese.

Engels, sempre ricordato da Stalin, nella «Situazione delle classi lavoratrici in Inghilterra» dice: «la classe operaia inglese è diventata un popolo completamente diverso dalla borghesia inglese … gli operai parlano un altro dialetto, hanno altre idee e concezioni, altri costumi e principii morali, altra religione e altra politica che la borghesia». La toppa anche qui è poverissima: Engels non ammette con questo che vi siano lingue di classe, perché parla di dialetto, e il dialetto è un derivato della lingua nazionale. Ma non abbiamo stabilito che è la lingua nazionale una sintesi di dialetti (o l’esito di una lotta tra dialetti) e che questo è un processo di classe, legato alla vittoria di una precisa classe, la borghesia?

Lenin poi deve scusarsi di avere riconosciuto la esistenza di due culture sotto il capitalismo, una borghese e l’altra proletaria, e che la parola d’ordine della cultura nazionale sotto il capitalismo è una parola d’ordine nazionalista. Vada per la illusione di castrare Lafargue, bravomo, ma castrare di seguito Marx, Engels e Lenin è una grossa impresa. La risposta è che altro è lingua e altro è cultura. Ma che cosa viene prima? Per l’idealista che ammette il pensiero astratto la cultura è prima e al di sopra della lingua, ma per il materialista, dato che la parola preesiste all’idea, non può formarsi cultura che in base alla lingua. La posizione di Marx e di Lenin è dunque: la borghesia non ammetterà mai che la sua sia una cultura di classe, ma afferma che sia la cultura nazionale del dato popolo, e quindi la sopravalutazione della lingua nazionale le serve da potente remora al formarsi di una cultura, meglio di una teoria, di classe, proletaria e rivoluzionaria.

Viene il bello quando Stalin, a guisa di Filippo Argenti, addenta se stesso. Nel XVI Congresso del partito egli aveva detto che all’epoca del socialismo mondiale tutte le lingue nazionali si fonderanno in una sola. La formula pare veramente la più radicale, e non è facile conciliarla con l’altra data assai dopo della lotta tra due lingue di cui una prevale e assorbe l’altra senza che lasci traccia. L’autore se la cava dicendo che non si è capito trattarsi di due epoche storiche ben diverse: la lotta e l’incrocio delle lingue avviene in pieno tempo capitalista, mentre la formazione della lingua internazionale avverrà in pieno socialismo; ed allora «è assurdo esigere che l’epoca del dominio del socialismo non sia in contraddizione con l’epoca del dominio del capitalismo, che il socialismo e il capitalismo non si escludano a vicenda». Oh bella, qui si resta di stucco. Non si è data tutta la forza della propaganda, da parte stalinista, a sostenere che il dominio del socialismo in Russia non solo non esclude quello del capitalismo in Occidente, ma può con esso pacificamente convivere?

Da tutto questo impiccio non si può dedurre che una sola legittima conclusione. Con le nazioni capitaliste dell’ovest convive sì il potere russo, in quanto anche esso è un potere nazionale, con la sua lingua nazionale fieramente difesa nella sua integrità, lontano dalla futura lingua internazionale della stessa distanza che ormai separa la sua «cultura» dalla teoria rivoluzionaria del proletariato mondiale.

Eppure, che la formazione nazionale delle lingue rifletta strettamente quella degli Stati nazionali e dei mercati nazionali, e sia fatto proprio e caratteristico del tempo borghese, lo stesso autore è costretto in certi passi a darne atto. «Più tardi, con il sorgere del capitalismo, con la liquidazione dello sminuzzamento feudale e con la formazione del mercato nazionale, le nazionalità si sviluppano in nazioni e le lingue delle nazionalità in lingue nazionali». Questo è ben detto. Ma dopo è mal detto che «la storia ci dice che le lingue nazionali non sono lingue di classe ma lingue di tutto il popolo, comuni ai membri della nazione ed uniche per la nazione». La storia ha detto questo quando si è ricaduti nel capitalismo. Come in Italia i signori, i preti e i dotti parlavano latino e il popolo toscano, in Inghilterra i nobili francese e il popolo inglese, così in Russia la lotta rivoluzionaria aveva condotto a questo: gli aristocratici parlavano francese, i socialisti parlavano tedesco e i contadini parlavano non diremo russo ma una dozzina di lingue e un centinaio di dialetti. Se il movimento fosse continuato sulla via rivoluzionaria di Lenin presto avrebbe avuto anche una lingua sua propria: già si parlocchiava tutti un «francese internazionale». Ma Giuseppe Stalin non capiva neanche quello: solo il georgiano e il russo. Era l’uomo per la nuova situazione, per quella in cui una lingua ne inghiotte dieci altre e per farlo usa l’arma della tradizione letteraria; per la situazione di un autentico spietato nazionalismo, che con tutto il resto segue la legge di accentrare anche la lingua e dichiararne intangibile il patrimonio.

È strano – o forse non lo è se questo movimento non rinunzia a sfruttare le simpatie e l’attaccamento del proletariato estero alle tradizioni marxiste – che il testo faccia proprio questo decisivo passo di Lenin: «La lingua è il mezzo più importante di comunicazione umana; l’unità della lingua ed il suo sviluppo senza ostacoli è una delle condizioni più importanti per un commercio realmente libero e vasto, adeguato al capitalismo moderno, per un libero e vasto aggruppamento della popolazione in classi».

È dunque ben chiaro che il postulato della lingua nazionale non è immanente ma storico: è legato – utilmente – all’avvento del capitalismo sviluppato.

Ma è chiaro che tutto cambia e si capovolge quando cade il capitalismo, cade il mercantilismo, e cade la divisione della società in classi. Con questi istituti sociali, le lingue nazionali periranno. Alla

rivoluzione che contro essi tende, è estranea e nemica la rivendicazione della lingua nazionale, non appena il pieno capitalismo ha vinto.

Dipendenza personale ed economica

14) Costituisce deviazione radicale dal materialismo storico la sua limitazione alle epoche in cui vi sono rapporti direttamente mercantili e monetari tra detentori sia di prodotti che di strumenti produttivi, terra compresa, mentre la teoria va applicata anche alle epoche precedenti in cui non vi era ancora distinzione tra possessi di privati ma si ponevano le basi delle prime gerarchie nel rapporto sessuale e familiare. Questo errore di abbandonare a dati non deterministi la spiegazione della sfera dei fenomeni generativi e familiari fa ben riscontro all’altro estremo alla avulsione del fatto linguistico dalla dinamica delle classi; trattandosi sempre della tolleranza che decisivi settori della vita sociale possono essere sottratti alle leggi del materialismo dialettico.

In uno scritto condotto direttamente al fine di far cadere in difetto la interpretazione marxista della storia, e pretendendo che questa si riduca (come purtroppo nel concetto di alcuni incauti e improvveduti seguaci del movimento comunista) a dedurre gli sviluppi della storia politica dall’urto tra le classi che hanno diversa partecipazione alla ricchezza economica e alla sua spartizione, si assume come prova che Roma antica aveva già un ordinamento a tipo statale completo quando il gioco sociale non si svolgeva tra classi di ricchi patrizi terrieri, poveri e plebei contadini e artigiani, e schiavi, ma era ordinato sulla base della potestà del padre di famiglia.

L’autore dello scritto (De Vinscher, Bruxelles, 1952: Proprietà e potere familiare nell’antica Roma) distingue due fasi nella storia dell’ordinamento giuridico: quella più recente e che instaurò il ben noto diritto civile che la moderna borghesia ha fatto proprio, con la libera permutabilità di ogni oggetto e possesso sia mobile che immobile, e che potremmo dire fase «capitalista», e quella più antica in cui l’ordinamento e la legge civile erano ben diversi vietando in gran parte dei casi il trasferimento e la vendita se non con regole strettamente basate sull’ordine della famiglia, di tipo patriarcale. Sarebbe una fase «feudale», se premettiamo a questo feudalesimo e capitalismo nel mondo antico la caratteristica che in essi era presente una classe sociale che manca nel medioevo ed evo moderno, quella degli schiavi. Questi sono esclusi dalla legge e considerati come cose e non persone soggetto di diritto: nei limiti della cerchia degli uomini liberi, dei cittadini, una costituzione basata sulla famiglia e sulla personale dipendenza nel suo seno precede quella successiva fondata sul libero trapasso dei beni, purché consentano venditore e compratore.

Si vuole smentire la «priorità che il materialismo storico ha lungamente fatto riconoscere alle nozioni del diritto patrimoniale nello svolgimento delle istituzioni». Ciò sarebbe vero se la base cui fa riferimento il materialismo storico fosse il puro fenomeno economico, di proprietà, di patrimonio nel senso moderno, e se invece tale base non comprendesse tutta la vita di specie e di gruppo e qualunque disciplina dei rapporti che sorge dalla difficoltà dell’ambiente, e soprattutto la disciplina della generazione e dell’organizzazione familiare.

Come si sa e come vedremo ancora nella seconda parte, non appaiono proprietà privata e istituzioni di potere di classe nelle antiche comunità o fratrie. Bensì è già apparso il lavoro e la produzione e questa è la base materiale assai più vasta di quella strettamente intesa come giuridica ed economica cui il marxismo si riferisce: a tale base mostrammo che si collega la «produzione dei produttori» ossia la generazione dei componenti la tribù che si tramanda con assoluta purezza razziale.

In questa gens pura non vi è altra dipendenza ed autorità che quella del membro sano adulto e vigoroso sui giovani da allevare e preparare alla vita sociale semplice e serena. La prima autorità che sorge quando la promiscuità dei sessi tra gruppo di maschi e gruppo di femmine comincia a essere limitata è il matriarcato, in cui la mater è il capo della comunità: non si determina ancora spartizione delle terre o di altro. A questa pone base il patriarcato prima poligamo e poi monogamo: il maschio capo famiglia è un vero capo amministrativo politico e militare, disciplina la attività dei figli e più in là quella dei prigionieri e dei vinti resi in schiavitù. Siamo sulle soglie della formazione di uno Stato di

classe.

A questo punto è possibile nelle grandi linee, intendere il vecchio ordinamento romano, cui si attribuisce la vita di un millennio (Giustiniano ne cancellò definitivamente le ultime tracce), del mancipium. Da questi, pater familias in seguito, dipendono uomini e cose: la donna o le donne, i figli, che sono liberi, gli schiavi e la loro prole, il bestiame tutto dell’azienda, la terra e tutti gli attrezzi prodotti e derrate. Tutte queste cose all’inizio non sono alienabili senza una rara e difficile procedura che si chiama emancipazione, o acquistabili senza l’inversa, che è la mancipatio. Di qui la famosa distinzione in res mancipii, cose inalienabili, e res nec mancipii, cose a piacere commerciabili, che fanno parte del normale patrimonium, suscettibile di estendersi e diminuirsi.

Ora, mentre nel secondo stadio, quando nulla è più res mancipii, e tutto è libero articolo di commercio (tra non schiavi) prevale il valore economico e pare ovvio a tutti che le lotte per il potere politico si incardinino sugli interessi di opposte classi sociali, secondo che è distribuita la terra e la ricchezza; nel primo al valore economico e al diritto patrimoniale da titolo di libero acquisto era sostituito un imperium personale del capo di famiglia, cui l’ordinamento che vige riconosce le tre facoltà del mancipium, della manus, e della patria potestas, che ne fanno il cardine della società del tempo.

Per il marxista è evidentemente un banale equivoco quello che al primo stadio di rapporti non si possa applicare il determinismo economico. L’equivoco si basa sulla tautologia che nell’ordinamento mercantile tutto si svolga tra «eguali» e che le dipendenze personali siano scomparse per cedere il luogo allo scambio tra equivalenti, secondo la famosa legge del valore. Ma il marxismo viene appunto a provare che lo scambio commerciale illimitato e «giustinianeo» dei prodotti e degli strumenti si risolve in una nuova e pesante dipendenza personale, pei componenti le classi sfruttate e lavoratrici.

È dunque più che agevole sfuggire all’insidia che ogni volta che il rapporto sociale gravita sull’ordine familiare, esso non debba spiegarsi con l’economia produttiva ma col gioco di fattori «affettivi», e quindi che rientri a bandiera spiegata l’idealismo. Anche il sistema di rapporti basati sulla generazione e la famiglia è sorto per corrispondere nel modo migliore alla vita del gruppo nel suo ambiente fisico e alla produzione lavorativa necessaria, e la deduzione rientra nelle leggi del materialismo altrettanto bene come quando si è, molto più oltre, nella fase degli scambi utilitari tra detentori individuali di prodotti.

Ma è certo di soccombere alla riscossa idealistica quel marxismo che questo non sappia vedere, e conceda per un momento che oltre ai fattori dell’interesse economico concretizzato nel possesso di un patrimonio privato e nello scambio di beni privati (inclusa tra i beni scambiabili la forza umana di lavoro) vivano come fattori separati non trattabili dalla stessa dinamica materialista quelli del sesso, dell’affetto familiare, dell’amore; e soprattutto cada nella crassa banalità che tali fattori in certi momenti sovrastano e capovolgono quello della base economica con forze superiori.

È invece sulla unica pietra angolare dello sforzo per la vita immediata della specie, che integra inseparabilmente alimentazione e riproduzione, e se necessario subordina la conservazione dell’esemplare a quella della specie, che il materialismo storico poggia la faticosa immensa costruzione che in sé racchiude tutte le manifestazioni della umana attività fino alle ultime e più complesse e grandiose.

Chiuderemo questa parte con Engels ancora, a mostrare la solita fedeltà di scuola, o aborrimento da ogni novità. È sempre l’evolvere degli strumenti produttivi che sta alla base del passaggio dall’imperium patriarcale alla proprietà privata libera. Nello stadio barbaro superiore già appare la divisione sociale del lavoro tra artigiani e agricoltori, la differenza tra città e campagna … La guerra e la schiavitù sono già nate da tempo: «Accanto alla differenza tra liberi e schiavi appare quella tra ricchi e poveri; colla nuova divisione del lavoro appare una nuova divisione della società in classi. Le differenze dei possessi tra i singoli capifamiglia spezzano l’antica comunità familiare comunistica, e con questa la comune coltivazione del suolo pro e per conto di questa comunità. La terra coltivatile è assegnata per lo sfruttamento a famiglie singole, dapprima per un periodo di tempo, più tardi per sempre. Il passaggio alla piena proprietà privata si compie gradualmente e parallelamente a quello dal matrimonio di coppia alla monogamia. La famiglia singola comincia a divenire l’unità economica della società».

E una volta ancora la dialettica insegna come la famiglia singola, questo preteso valore sociale fondamentale vantato da fideisti e illuministi borghesi, che affetta le società a proprietà privata, anche essa è un istituto transitorio, e negatale ogni base fuori della materiale determinazione, che si cerchi nel sesso o nell’amore, sarà distrutta dalla vittoria del comunismo ed è già nella sua dinamica tutta studiata e condannata alla fine dalla teoria materialista.