Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/5

Morto un papa se ne farà un altro

Neanche i più spietati massacratori sono eterni: è inevitabile che, oggi che scriviamo o in seguito, la falce della morte colpisca lo sterminatore della vecchia guardia bolscevica e del movimento rivoluzionario internazionale. Ma, se lo sterminio degli uomini della rivoluzione di Ottobre e la dispersione delle forze organizzate del proletariato mondiale – cioè quelli che saranno, per la borghesia di tutto il mondo, i titoli storici di Stalin morto – segnarono la risultante dell’epica lotta fra rivoluzione e controrivoluzione, tra le forze proletarie lanciate alla distruzione del regime capitalista e quelle mobilitate alla sua difesa, la scomparsa di Stalin – avvenuta o da avvenire – non è che un accidente nel corso della controrivoluzione, non annuncia l’insorgere delle forze della rivoluzione comunista, non muta nemmeno in superficie il corso storico in atto. Morto Stalin, se ne farà un altro.

Sgombriamo il terreno dal culto (in senso negativo o positivo) della personalità, del capo, del dittatore. Stalin non è stato l’artefice ma l’espressione e lo strumento della controrivoluzione internazionale. La sua durezza spietata è la durezza di una classe che, colpita al cuore dalla rivoluzione d’Ottobre, lotta per sopravvivere e sgominare l’avversario. Il sangue che cola dalle sue mani è il sangue di una lotta di classe che, sull’arena di tutto il mondo, opponeva – ed oppone – classe dominante a classe dominata: più che a Mosca e nel Cremlino, l’origine di quel sangue va cercata nelle centrali mondiali del capitalismo, là dove si è fatto tanto strepito – e ancor più se ne farà in avvenire – sulla «crudeltà mongolica» del dittatore.

Stalin è l’uomo duro che l’ondata di riflusso della rivoluzione mondiale ha sospinto al vertice della controrivoluzione russa. Come sarebbe rimasto nell’ombra se le forze rivoluzionarie avessero trionfato, così è passato apparentemente in primo piano dal momento che la reazione capitalistica, sferrata su tutti i settori del mondo, poté riprendere il controllo di una situazione che pareva irrimediabilmente compromessa. Non sono le figure, i personaggi, che contano: sono le forze storiche, non circoscritte né ad uomini né a gruppi né a nazioni, che li portano, li sostengono, e li manovrano. La controrivoluzione poteva vincere solo conquistando il vertice dello stesso partito rivoluzionario, corrompendolo con l’opportunismo prima, col tradimento aperto poi: Stalin fu l’uomo di questa situazione. Battute su scala internazionale e nazionale le forze rivoluzionarie, era data via libera alla piena trasformazione capitalistica della Russia: di questa trasformazione Stalin fu il portato e lo strumento, ancora una volta. E, poiché la trasformazione capitalistica non solo dell’enorme territorio russo-europeo, ma dell’Eurasia, era possibile, al livello raggiunto dalla tecnica, solo centralmente, sotto l’egida dello Stato, Stalin fu l’uomo dei piani quinquennali, del Moloch statale, della centralizzazione spietata, dell’industrializzazione spinta a ritmo folle. Fu, perciò anche, l’uomo dell’imperialismo e della guerra – l’altra faccia della controrivoluzione e dell’espansione capitalistica.

Egli ha dato il nome, ma solo il nome, a questo processo anonimo, irresistibile e, a tutt’oggi, inarrestabile. Non lui dominava la Russia, non lui il movimento internazionale che porta il suo nome. La classe operaia giace sotto il peso della più spaventosa sconfitta della sua storia secolare: la scomparsa di Stalin non cambia nulla alla stabilità del regime internazionale del capitalismo. Lasciamo i pennivendoli borghesi strologare sulle lotte interne e di fazione che potranno scoppiare alla sua morte: se queste scoppieranno, non saranno ancora una volta duelli fra primi attori, ma tra forze sociali vive nell’ambito della stessa classe dominante, come fra tutte le classi dominanti di tutto il mondo.

Solo la ripresa rivoluzionaria del proletariato può cambiare il corso di una storia che è di sangue e di lacrime perché è storia del capitalismo.

Tutti concordi per rafforzare lo Stato

La Camera ha approvato, il 25 febbraio, l’assegnazione di cinque miliardi di lire, somma ripartita in cinque esercizi successivi, per il rinnovamento del materiale automobilistico e dei natanti della Pubblica Sicurezza. Il Ministro Scelba, prendendo la parola a conclusione della brevissima discussione in aula, spargeva lacrime sullo stato di arretratezza dei mezzi a disposizione della P.S., facendo rilevare che si tratta di materiale antiquato, prelevato dai magazzini di residuati di guerra. Povero Scelba, poveri celerini costretti a circolare per le strade con autoblinde e carri armati vecchi di qualche quinquennio! A noi tali mezzi sono parsi, pure «vecchi e scalcinati», ben temibili con quei loro cannoni spuntanti dalle torrette e con quelle mitragliere ben capaci di abbattere con una sola raffica, non dico un uomo, ma una quercia secolare! La buon’anima di Bocchini, ministro della polizia di Mussolini, non se lo sognava neppure, se si contentava di armare gendarmi e questurini con moschetti calibro 38 e pistole Beretta. Eppure, il governo democratico di De Gasperi si è ritenuto mal difeso dall’odierno armamentario della P.S….

Poiché, almeno in questa materia, non occorre aver letto Marx e Lenin, per sapere contro chi sono puntate le armi della polizia, dato che proprio qualche giorno prima del voto della Camera, Celere e Carabinieri avevano caricato la folla ai cancelli dell’Ilva di Piombino, suscitando lo sdegno (a parole) dell’Unità, si sarebbe potuto pensare che gli onorevoli della sinistra socialcomunista cogliessero l’occasione per dimostrare nell’aula di Montecitorio (pretesa «tribuna di propaganda»), l’avversione che ogni movimento che pretende di essere proletario e socialista deve nutrire per la polizia capitalista. Neanche per sogno. Allorché si è trattato di battersi contro la legge elettorale voluta dal governo democristiano, gli onorevoli mangiapagnotte della sinistra socialcomunista sono stati capaci di ogni eroismo, persino di nutrirsi di panini imbottiti, salvo a fregarsi poi il gettone di presenza di 150.000 lire. Allora i sacrifici avevano un senso, dato che si trattava di difendere la poltrona. Allorché è venuta in discussione la proposta di stanziamento di 5 miliardi per il parco automobilistico della P.S., che dovranno servire cioè a modernizzare le camionette destinate a mettere sotto le folle di operai dimostranti, nessuno dei leggendari lottatori del gruppo parlamentare socialcomunista, neppure Pajetta e neppure Audisio, hanno creduto di scendere sul campo. Eppure, la stessa polizia che Scelba si accinge a modernizzare fece fuori gli operai di Modena e i contadini di Andria, Montescaglioso, Villa Literno, i cui poveri parenti gli svergognati organizzatori di indecenze del P.C.I. condussero nelle tribune di Montecitorio a protestare contro la legge-truffa. Eppure la stessa polizia che aspetta nuove autoblinde e jeeps ammaccò la testa all’on. Ingrao, direttore dell’Unità.

Ebbene, la cosiddetta opposizione socialcomunista non ha né condotto l’ostruzionismo contro l’approvazione dello stanziamento per la polizia, né respinto, in linea di principio, il progetto di legge. Solo si limitava a proporre una riduzione dello stanziamento: ai 5 miliardi voluti dal governo, consigliava di portarne via due. Secondo l’Unità (26-2) 3 miliardi di lire per il potenziamento della polizia sono una spesa contenuta in un «limite ragionevole». Che innalzino Stalin al rango di un semidio passi, che facciano passare il canale Volga-Don per la più ardua opera dell’ingegneria della storia passi pure. Ma non abbiano la faccia da prostitute di andare a contare che lo stanziamento per la polizia serve agli interessi della democrazia fino alla quota di tre miliardi, andando a favore della «reazione in agguato» solo dopo tale fatidica cifra. Poi si lamentano che la Democrazia Cristiana, cioè il partito di governo, abdichi alla linea democratica (già perché fino a quando sono stati al governo gli stalinisti hanno garantito presso le masse del «progressivismo» di De Gasperi) e imbocchi la via dell’autoritarismo. Ma se loro stessi si offrono di rafforzare la polizia!… Pare un controsenso: ma non lo è. Chi si mette al servizio della Patria e dell’indipendenza nazionale non può che osannare alla polizia e all’esercito nazionale. E poi, a giugno si vota… Anche i voti dei confidenti e dei secondini contano. Poveri noi, che tali astuzie dell’elettoralismo non ce le sognamo neppure…

Calendario

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A mali estremi…

Leggiamo in un giornale triestino che il sindaco, esaminando i problemi della disoccupazione, ha dichiarato che questi potrebbero essere risolti con l’introduzione del servizio militare obbligatorio. Evidentemente, la possibilità di arruolarsi come volontari non è sfruttata dai giovani triestini quanto basterebbe a ridurre il numero dei senza lavoro…

Non si capisce, tuttavia, perché il sindaco di Trieste non abbia addirittura proposto, come rimedio radicale, la guerra, – questo supremo lubrificante dell’economia capitalistica, questo mezzo infallibile di riassorbimento dei disoccupati. C’è una lacuna, nella cultura del sindaco di Trieste in fatto di problemi della disoccupazione. Ci penserà qualche altro a colmarla.

Tangeri

Un corrispondente del Corriere della Sera riporta da Tangeri che, al tempo del ponte di Berlino e allo scoppio della guerra in Corea, 5 o 6 miliardi di lire italiane sono emigrate in quel paradiso dove non esistono imposte. Vanoni può tassare i poveracci; i grossi capitali sono in vacanza – e al riparo dal fisco – a Tangeri (a titolo di consolazione, il corrispondente annuncia che quei miliardi hanno tuttavia permesso all’Italia di riconquistare la posizione diplomatica perduta nella città internazionale. «Posizione internazionale», appunto a protezione dei capitali evasi…).

Mirabolante virtù della guerra in Corea. A una parte dei capitali ha consentito di realizzare in patria profitti altrimenti esclusi; all’altra parte di non pagare imposte e di investirsi all’estero. E poi dicono ch’era una guerra inutile…

Moralizzare?

A proposito dei recenti tragici episodi di smarrimento mentale della gioventù, la classe dominante ha avuto una duplice reazione: da un lato, quella di cercarne le cause, per quanto riguarda gli studenti (i casi di «delinquenza minorile» verificatisi nell’ambito di ceti sociali più bassi non meritano così delicate analisi), in fattori periferici e secondari (eccesso e carattere stakhanovista dei programmi scolastici); dall’altro, indicarne il rimedio – fuori il petto, giù il cappello – in un’opera di… moralizzazione.

Ma chi moralizzerà i moralizzatori? La classe dominante ha fatto nascere i giovani d’oggi negli orrori e nelle tragedie della seconda guerra mondiale, li ha fatti crescere nell’angoscia e nelle miserie del periodo post-bellico, e li fa vivere da qualche anno in un’avvelenata atmosfera di guerra fredda. C’è quanto basta per spiegare smarrimenti, follie, delitti, tanto più se si considera che a tutti questi orrori la classe dominante ha attribuito e attribuisce un carattere nobile ed eroico. Moralizzare? Insegnare il «rispetto della personalità umana»? I «delinquenti minorili» hanno il diritto di rispondere alla classe dominante: «se qualcosa abbiamo imparato da te, è che la personalità umana non si rispetta; la si schiaccia, la si insozza, la si uccide; anzi, non esiste».

Se una voce si leva da questi tragici, disorientanti episodi, essa è una terribile voce di condanna della società borghese, questa cloaca di brutalità scatenata e di cinismo, orpellata di moralità e di idealismo. Non sarà necessario «moralizzare» gli uomini che si saranno scrollati di dosso la serra calda di tutte le infamie ch’è il mondo borghese, e i loro figli.

Piombino

In un silenzio quasi generale, Piombino continua ad essere teatro di lotte e agitazioni violente. Sciopero di 48 ore il 19 febbraio, scontri fra dimostranti e polizia il 21, con feriti e contusi, arresto il 22 degli otto operai licenziati, arresti ancora nei giorni successivi. La catena continua.

È evidente che la situazione del grande centro siderurgico non può risolversi localmente, perché è legata a tutto il problema della siderurgia italiana e, di là da questo, al problema della politica economica della classe dominante. Ora la C.G.I.L. non può né portare la lotta sul piano nazionale né impostarla su un piano di classe e di rivendicazioni socialiste: se lo facesse, romperebbe il blocco locale “di tutti gli strati cittadini” e rinuncerebbe (e non può rinunciarvi) alla sua politica generale di unione nazionale, di difesa della “nostra” industria e di legalità democratica.

Cosi, l’agitazione (e i licenziamenti su vasta scala che l’hanno determinata) è condannata ad esaurirsi: può darsi che decida il governo ad intervenire con sussidi alle industrie deficitarie e con commesse. Può darsi che, cosi agendo, una parte dei licenziati sia riassorbita; ma il problema rimarrà aperto, e l’esito collimerà con gli interessi della grande industria, non con quelli degli operai.

Le forze di repressione possono, intanto, scorazzare liberamente…

Anche su Nitti piangono!

Per il movimento operaio – ma non per la memoria di quelli che pretendono di rappresentarlo – Francesco Saverio Nitti è il 1919; è la Guardia Regia – una milizia fascista avanti lettera scatenata contro la classe operaia in movimento – ed è l’abolizione del prezzo politico del pane; è insomma il potere organizzato dello Stato borghese contro il quale mosse le sue battaglie, accanite anche se sfortunate, il proletariato italiano.

Per lo stalinismo – e basterebbe questa opposta interpretazione per caratterizzare l’abisso che lo separa dal corso storico del movimento operaio – è l’insigne statista, l’uomo che sentì le «esigenze popolari», l’avversario dell’imperialismo e della guerra (infatti, era stato ministro delle Finanze nel gabinetto di guerra 1917 e lanciatore del prestito di solidarietà nazionale…). L’Unità se la cava, parlando del 1919 nittiano, attribuendo all’«illustre figlio della Patria» la visione di «una politica interna di rafforzamento dello Stato, senza tuttavia avvertire che una tale politica non poteva aver successo senza il concorso del movimento operaio». Bravi chierichetti: il movimento operaio nel 1919 si volgeva, seppur disordinatamente, al rovesciamento dello Stato; non era ancor venuto Togliatti ad insegnargli che alla creazione del socialismo si lavora… aiutando lo Stato borghese a rafforzarsi. «La politica di Nitti fu certo in questo periodo una politica dura nei confronti del movimento operaio, ma non fu una politica diretta allo schiacciamento delle forze popolari»; proprio così, egregio direttore ex-fascista de l’Unità, tra le «forze popolari» (cioè aggregato di classi) e «movimento operaio» (cioè moto di classe contro classe) c’è rottura, si difendono le prime trattando «duramente» il secondo, e il togliattismo è con Nitti per le prime e con Nitti contro il secondo.

Ma Nitti fu, per acuto calcolo da conservatore democratico, contro l’intervento in Georgia e contro l’impresa di Fiume (solo perché, se avesse sprecato forze militari in avventure esterne, non ne avrebbe avute abbastanza per impallinare all’interno gli operai) e, dopo il 1945, partito dal filo-qualunquismo, è finito nel filo-togliattismo: per gli stalinisti è dunque con le carte in regola. Dalla Guardia Regia all’anticamera delle Botteghe Oscure: non neghiamo a F. S. Nitti un’assoluta coerenza!

Oradour e dintorni

Il processo di Bordeaux contro i massacratori di Oradour si è concluso nel modo che meglio illumina la giustizia borghese

Sono stati condannati gli esecutori materiali tedeschi (due soli dei quali, d’altronde, presenti nell’aula) nel momento stesso in cui generali e uomini politici di primo piano – i mandanti, se vogliamo usare i termini in uso – lasciano il carcere o, neppur condannati, servono la causa di questo e quel vincitore del secondo conflitto mondiale; i francesi correi del massacro, condannati a pene detentive, sono stati graziati, essendo inconcepibile che la stessa legge valga per gli abitanti delle due rive opposte del Reno. 

Così, nella pace, l’indegna commedia delle ideologie di guerra continua.

Il "marxismo" di Tito

Chi ha tradito il marxismo ha l’invincibile bisogno, per giustificare se stesso di fronte alle masse alle quali spreme sangue e sudore nella costruzione di una galera capitalista verniciata di «socialismo», di appellarsi ai testi fondamentali di Marx. Abbiamo visto Stalin, recentemente (e l’abbiamo lungamente commentato), riedificare a proprio uso e consumo il marxismo per dimostrare come in Russia si costruisca un’economia socialista a base di… merce, salario e moneta. Oggi – e, come nel caso di Stalin, non da oggi – vediamo fare lo stesso dai dirigenti jugoslavi.

Al Congresso del Fronte popolare jugoslavo, Kardelj, in un discorso di tre ore, ha «spiegato» le ragioni per cui, dopo aver tentato la «collettivizzazione» della agricoltura, il regime titino ha deciso di smantellare le fattorie collettive e di restituire ai contadini libertà di movimento e di mercato, affidando alla «pressione delle forze economiche» il loro collegamento in unità cooperative prima e, quando vorrà il buon Dio, in unità collettive. È, insomma, un ritorno all’economia della piccola unità coltivatrice, una specie di N.E.P. jugoslava. Ma la N.E.P. russa era, all’origine e nella precisa determinazione dei suoi promotori, saldata a uno sforzo rivoluzionario su tutti i settori internazionali della lotta di classe: la N.E.P. jugoslava è la voce del… fronte popolare all’interno, e dell’alleanza col blocco occidentale all’esterno. La si potrebbe dire una seconda controprova dell’impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, – se mai, per avventura, il titismo avesse anche solo cercato, negli anni scorsi, di costruire socialismo. Per i dirigenti jugoslavi no: è una prova, al contrario, che si marcia avanti, verso una società socialista. Essi non si giustificano con l’esistenza di condizioni obiettive avverse: no, pretendono di agire come agiscono per non macchiare la purezza della teoria.

Il ragionamento addotto a giustificazione è il seguente: il marxismo non affida le grandi trasformazioni sociali alle imposizioni della forza ma alle leggi economiche; il socialismo è la teoria della piena espansione della libertà. La collettivizzazione forzata rappresenta, dunque, una violenza esercitata non solo sui contadini, ma… sulla teoria marxista. Di più, essa rientra in quel metodo «burocratico» di edificazione politica e sociale in cui il titismo individua uno dei caratteri degenerativi dello stalinismo, e il regime jugoslavo, come ha deciso che ogni azienda industriale sia «data ai suoi operai», i quali in tal modo sono spinti, rispetto agli operai delle altre aziende, a muoversi in un gioco di reciproca concorrenza (emulazione, direbbe Stalin), così decide ora che i contadini riabbiano la loro piccola unità produttiva. Il marxismo, insomma, è per Tito e Kardelj un’edizione quintessenziale… del liberalismo puro.

C’è bisogno di una demolizione critica di questa versione ad usum delphini? Il socialismo non è, sul piano industriale, un sistema di unità produttive indipendenti; è – all’opposto – la negazione dei limiti aziendali della produzione capitalistica. Sul piano agricolo, è ben vero che la collettivizzazione, forzata all’origine, è legata nei suoi sviluppi alla pressione (d’altronde anche essa coattiva: la «libertà» non c’entra, dove si fa leva sulle leggi economiche) dell’organizzazione socialista della produzione industriale, alla graduale scomparsa del mercato, e agli sviluppi internazionali della rivoluzione proletaria. Ora questi fattori non solo non esistono ma sono negati nella società jugoslava; l’evoluzione titista è nel senso, non del socialismo, ma della «libertà occidentale» nel quadro di un capitalismo sempre più aggrappato agli strumenti di controllo dello Stato.

Del che, in verità, non ci occorreva conferma.

In Asia, capitalismo importasi

In Occidente, la seconda guerra mondiale, seppure doveva operare giganteschi rivolgimenti nel meccanismo produttivo, provocando salti anche nel senso quantitativo anche se limitatamente a certi settori, nulla apportava di « nuovo ». Con ciò non s’intende sottoscrivere la falsa tesi di coloro che pretendono di dimostrare che la fine del capitalismo giungerebbe al termine di un’immaginaria curva discendente della produzione. In realtà, la produzione globale del mondo capitalista segna, salvo casi isolati, un continuo aumento e il potere di acquisto dei salari, salvo casi isolati, si eleva. Ciò nonostante, non sono eliminate le cause del decadimento e del marasma senile della fortezza capitalistica America-Europa. Ciò perché la crisi reale del capitalismo sorge necessariamente dalla contraddizione fra il carattere sociale sempre estendentesi della produzione e le forme mercantili e monetarie in cui essa è costretta. Prova ne sia il cronico conflitto dei mai sopiti nazionalismi sgorgante appunto dallo squilibrio incancellabile tra la potenzialità produttiva del super-industrializzato Occidente e le capacità di assorbimento dei mercati mondiali. La seconda guerra mondiale ha finito di invecchiare ed intossicare questo settore vitale del capitalismo in quanto ne ha aggravato le cause di squilibrio. Un esempio: la decadenza dell’Inghilterra sul piano economico e sociale.

Nemmeno nell’area Russia-satelliti il secondo conflitto doveva portare il « nuovo ». Avendo liquidato completamente, già prima del conflitto, ogni residuo politico e sociale della dittatura del proletariato instaurato dalla rivoluzione di Ottobre, il governo russo ha continuato a marciare sulla linea dei piani quinquennali di industrializzazione guadagnando alla produzione e agli ordinamenti sociali del capitalismo ormai tutta l’area europea, e nel continente asiatico vigorosamente conduce la « colonizzazione » capitalista, bruciando le tappe.

Ma se il capitalismo è vecchio e decrepito nel settore euro-americano, e ancora dominatore e tiranno solo per l’impotenza del proletariato; se appare pienamente maturo e capace di proliferazione nel blocco Russia-satelliti; in Asia, esso va ancora nascendo e dove è già cresciuto la sua età non va oltre l’adolescenza. A provarlo questa volta non siano chiamati a testimoniare i dati sulla industrializzazione o sul commercio o sulla concentrazione dei mezzi di produzione. Valga un argomento urbanistico: il sorgere delle grandi città di tipo borghese.

Una grande città moderna sta sorgendo nel Punjab, a circa cinque miglia dalla rotabile Delhi-Kalka. All’epoca della spartizione dell’ex impero indiano nei due dominions del Pakistan e dell’Hindustan, una larga parte della regione del Punjab fu assegnata al Pakistan, che si annette anche la capitale amministrativa, Lahore. Di conseguenza il governo dell’India si trovò nella necessità di dare al Punjab una sede di capoluogo, ma, anziché adattare allo scopo un centro abitato già esistente, decise di costruire una nuova città.

Ma che Chandigarh (tale sarà il nome della costruenda città) alloggerà in sé una società genuinamente borghese è matematicamente sicuro, giacché a stendere il progetto sono stati chiamati diversi architetti, con a capo Le Corbusier. Non c’è modo di equivocare: come non si può dubitare degli obiettivi dei progetti in materia economico-finanziaria di un governo che chiami presso di sé il banchiere Schacht per illuminarsi della sua sapienza capitalistica, altrettanto non ci si può ingannare sul conto di un altro governo che affidi i progetti di una città a Le Corbusier. D’accordo, i nomi e le persone sono segni convenzionali. Ma è indubitabile che dicendo il nome del famoso architetto, incensato specialmente dai sinistri, si vuol dire, dio ne scampi, « architettura di avanguardia ».

Su questo giornale (n. 1), nel Filo del Tempo « Spazio contro cemento », veniva espressa la posizione del marxismo rivoluzionario nei riguardi dell’urbanistica borghese e delle sue aberrazioni patologiche della fase imperialista. Già, perché il marxismo non risparmia, anzi attacca ferocemente, l’ultima trincea dell’interclassismo che rimane quando altre non meno formidabili sono state espugnate, e cioè il pregiudizio controrivoluzionario secondo cui il socialismo avrà in comune col capitalismo le città tentacolari, le città alveari, nelle quali una umanità oppressa e tormentata dalle sue stesse enormi costruzioni, prive d’aria, di luce, di spazio, vive come aringhe in barile: « Sappiamo che l’origine di questo ammassamento sta quasi del tutto nei portati dell’epoca capitalistica, bastando ai regimi precapitalistici poche e non immense capitali dominanti miriadi di villaggi urbani. (Ci sia concesso di fornire qualche dato in proposito: alla fine del ‘700, cioè al declino del feudalesimo, Parigi, la maggiore delle grandi città continentali europee, contava meno di 600.000 abitanti, che oggi assommano a circa 3 milioni). Ma il capitalismo non vuole ancora fermarsi, e come tutti gli altri suoi fenomeni, non lo può. E questo processo importantissimo lo definisce. Sono infatti le misure quantitative che contano, non le etichette qualitative politiche e propagandistiche. Tutto quanto riduce all’uomo lo spazio è capitalismo ».

Il « Filo » riportava qualche esempio delle manicomiali invenzioni dell’urbanistica odierna, fervidamente esaltate da destri e sinistri della politica ufficiale, soffermandosi sulla dottrina del « verticalismo », cioè dell’espansione delle costruzioni edili nel senso dell’altezza. Ultima novità, il progetto proposto da Le Corbusier, di un edificio poggiante su 36 pilastri nudi, sotto i quali non essendovi muri e pareti, passano la strada e un cosiddetto giardino. Avremo dunque le città senza cielo?! Il sole e l’ossigeno che le moltitudini di oppressi viventi negli ergastoli delle moderne città possono ancora godersi, uscendo dai sepolcri delle case minime nelle vie e nelle piazze, ci saranno pure essi tolti, se il Capitale avrà ancora tanta vita da permettere ad ingegneri e architetti « moderni » di edificare le loro mostruose colombaie! La giustificazione corrente degli incubi verticalisti, del grattacielismo cafone, che da New York si tende a portare, via Mosca, nelle regioni dell’Asia, si appella alla scarsezza di spazio, come del resto si giustifica la miseria e la denutrizione con le imposture malthusiane della scarsezza di terreno coltivabile. È vero, invece, il contrario, e cioè che il folle addensamento della popolazione, con tutto il triste strascico di costrizioni fisiche e mentali, costituisce un’esigenza obiettiva dell’economia capitalistica, e quindi è indissolubilmente legato alla dominazione di classe.

Essendo costituito il profitto capitalistico dalla differenza tra il prezzo di vendita delle merci e il costo di produzione, il capitale deve lottare continuamente per abbassare i costi di produzione. E oggi lo ottiene non già riducendo i salari, i quali storicamente segnano un continuo aumento quanto a potere di acquisto, ma premendo sulle spese di capitale costante, cioè sulle spese per acquistare materie prime, macchinari, edifici, vie di comunicazione, e, ciò che più importa qui, case di abitazione, sedi di uffici, di laboratori, ecc. Contingentare ferocemente lo spazio significa per il capitalismo far economia nel settore del capitale costante.

Chandigarh, la città che il governo indiano ha commesso a Le Corbusier, sarà rigorosamente soggetta alle esigenze economiche e alla aberrante tecnica edilizia del capitalismo. Conterrà da 150 a 300.000 abitanti. Eccettuato il blocco degli edifici governativi, la cui costruzione sarà finanziata dalle casse statali, per il rimanente complesso edile è previsto un sistema di autofinanziamento: il ricavato della vendita di un edificio sarà utilizzato a finanziare l’erezione del successivo. Hanno persino escogitato, borghesi nati ieri a Nuova Delhi, una specie di piano Fanfani ad hoc. La pianta della città è rigorosamente geometrica, secondo lo stile che ha reso meritatamente famosi (per noi sono famigerati) i progetti di Le Corbusier. Essa è divisa in una ventina di quartieri rettangolari (poi calunniano il marxismo dicendo che rivendica l’avvento di un mondo grigio e monotono!) di 800 per 1200 metri di lato, separati da larghe arterie. Fortunatamente, per i futuri abitanti di Chandigarh, il geniale architetto ha deciso di lasciare scoperte le strade e i giardini, di non scavarli sotto giganteschi edifici poggianti su pilastri. Però, lo spazio verde sarà « equamente » ripartito: un parco pubblico per i nullatenenti, giardini privati per le case signorili. Evidentemente, i borghesi, essendo statisticamente pochi, non aggravano la « scarsezza dello spazio » attribuendosene larghe fette! Naturalmente, la zona industriale verrà avaramente cucita alla città, come è avvenuto per Londra che soffoca nel nebbione delle sue fabbriche. Ciò mira, si capisce, a ridurre le spese per la costruzione di vie di comunicazione e di mezzi di trasporto, necessari a condurre i lavoratori nelle fabbriche. Non c’è dubbio, Chandigarh sarà una città borghese con le carte in regola.

Alla Riunione del nostro movimento del 27-28 dicembre 1952, tracciando il programma economico immediato da attuarsi dopo la conquista rivoluzionaria del potere e l’instaurazione della dittatura operaia, il relatore ribadì la posizione comunista di fronte al problema delle abitazioni, già chiarita nel Filo citato e nel successivo « Crosta terrestre e specie umana » (n. 2). Il governo operaio rivoluzionario, come misura immediata, procederà all’espulsione degli attuali occupanti dalle abitazioni borghesi, dalle sedi degli uffici, associazioni, ecc. che stanno in media nel rapporto di 3 a 1 con le case operaie. Ma successivamente non ingrandirà maggiormente le città, spezzando spietatamente il corso delle leggi e della tecnica capitalistica in materia urbanistica. Liberando la produzione sociale del carattere parassitario proprio del capitalismo, che costringe a sperperare somme enormi di forza di lavoro nella fabbricazione di un ammasso di prodotti destinati solo a scopi di affarismo, il proletariato, organizzato in classe dominante, potrà iniziare il gigantesco piano di abolizione delle città mostro, sedi di una umanità malata nel corpo e nella mente, che il capitalismo perpetua. Sarà un ritorno alla natura, al verde, allo spazio, dato che i ritrovati della tecnica (radio, televisione, ecc.) hanno abolito le separazioni millenarie tra città e campagna. Ma si tratta sotto il capitalismo di una abolizione potenziale. Solo la rivoluzione antiborghese permetterà di utilizzare questi formidabili mezzi sovversivi in vista della utilità sociale, rendendo possibile l’aspirazione millenaria ad una sede umana che sia « città » e nello stesso tempo « campagna ».

Quinto: libertà di contagiare

Nella provincia di Cosenza c’è la lebbra. Da sola, la notizia, non certo recente dato che fin dalla scorsa estate la stampa italiana aveva scritto della presenza di quindici casi di lebbra a Longobucco, basta ad agghiacciare il sangue. La lebbra, il terribile morbo provocato dal bacillo di Hansen, che apre spaventose piaghe sulla pelle umana, è un male contagioso, quanto altri mai subdolo, dato che i sintomi dell’infezione possono manifestarsi anche dopo decenni dall’avvenuto contagio. Basta un contatto fisico anche accidentale, quando le piaghe sono virulenti, per trasmettere a persone sane la malattia maledetta, cui la scienza finora non ha potuto opporre una terapeutica sicura.

Nella sua relazione al XXVIII Congresso Nazionale di Dermatologia e Sifilografia a Torino, il professor Pasquale Filadoro diceva che Cosenza è la provincia italiana che detiene il primato della lebbra con oltre 40 casi circoscritti in 9 comuni, i seguenti:

1) Caloveto: 3 ammalati, di cui uno, Paolo Labonia con 6 figli, vive in paese; 2) Cariati: 6 lebbrosi, di cui 2 liberi di circolare. Giuseppina Graziano e la figlia Franceschina che è sposata e ha un bimbo, Antonio; 3) 4) e 5): Bocchigliero, Mandatoriccio e Rossano Calabro: in questi tre paesi vi sono 7 casi, tutti però ricoverati; 6) Malvito: 1 ammalato, Santo Paletta, con un figlio; 7) Spezzano Albanese: 11 casi, di cui 4 in paese. I loro nomi: Ferdinando Gullo con 4 figli, Carmela Fusano sposata, Maria Prato maritata con 2 figli, Rosina Nociti nubile; 8) Crosia: nella frazione di Mirto v’è un’ammalata, Elisabetta Cariati nubile; 9) Longobucco: 14 ammalati di cui 4 vivono nel paese, e cioè: Giosuè Morello con 3 figli, Isidoro Madeo coniugato, Raffaele Ferraro coniugato con 7 figli, Maria Iazzolino coniugata con 9 figli.

Il Giornale di Napoli, da cui ricaviamo i dati surriportati, afferma che quasi tutti gli ammalati che vivono liberamente in paese sono ritenuti abacillari, cioè in fase non contagiosa. Nessuno però di tutti i medici consultati sa quando le loro piaghe ritorneranno virulente.

È noto che esiste un lebbrosario in Acquaviva delle Fonti (prov. di Bari). Ma, allorché si tratta di tradurvi i lebbrosi, i medici vanno incontro a gravi incidenti. A Malvito, un lebbroso, Santo Paletta, stava ammazzando un medico; a Longobucco lo stesso è accaduto col Morello il cui caso, pur segnalato più volte, è rimasto insoluto, come quello di Giuseppe Spagnuolo a Portigliola. Il Giornale d’Italia del 20 agosto 1952 scrive che il Morello, un reduce che ha contratto la lebbra nel Sud Africa ed è stato più volte ricoverato nel «Miulli» di Acquaviva delle Fonti ha abbandonato arbitrariamente il lebbrosario ed ora oppone ostinata resistenza ad un nuovo ricovero, minacciando anche con le armi quando si tenta di persuaderlo della necessità del ricovero.

In casi del genere, il ricorso alla costrizione riesce spesso inefficace perché la naturale ripugnanza fisica e il timore del contagio impedisce alla forza pubblica di sequestrare gli ammalati.

Dicevamo in principio che la sola notizia della esistenza di casi di lebbra nella provincia di Cosenza basta a raggelare il sangue. Se poi si riflette alle terribili conseguenze cui è esposta la popolazione sana per la piena facoltà che hanno i lebbrosi, viventi in paese, di spostarsi a loro piacimento, il naturale raccapriccio per il male e il senso di pietà per gli ammalati così ferocemente colpiti si accoppia a profonda indignazione. Recentemente il Corriere di Napoli informava che persone riconosciute in paese per lebbrosi attendono tranquillamente alle loro faccende, e citava il caso di un ammalato che, insieme col figlio e la moglie, gestisce un caffè. Non basta. Membri di famiglie colpite dal morbo, seguendo la spinta emigratoria così forte nel Mezzogiorno, si spargono in tutte le direzioni: a Torino, a Milano, all’estero. Chi può assicurare che nel loro sangue non dorma il tremendo bacillo di Hansen?

Nessuno, a quanto ci risulta, ha sostenuto sulla stampa d’informazione o di partito la sola misura, durissima ma necessaria per la salute della specie, che andrebbe applicata ai malati – la sterilizzazione. Forse perché la retorica democratica ed antifascista ha celebrato orgie gigantesche condannando i metodi hitleriani di annientamento delle popolazioni ebraiche e di apolidi, non si osa reclamare l’applicazione di una misura preventiva atta almeno ad evitare la procreazione da parte di individui colpiti dalla lebbra. Si oppongono a ciò, naturalmente, anche i pregiudizi religiosi e umanitari, quanto basta perché lo Stato, che pure si mantiene impiegando sistematicamente la violenza e la costrizione e, quando occorre, lo sterminio in massa delle persone fisiche, arretri spaurito.

Ovviamente, se schifosa mostruosità era la sterilizzazione di creature umane condannate alla distruzione solo perché di razza non germanica, lo stesso discorso non vale per il caso dei lebbrosi che, nonostante il male, procreano e convivono coi loro figli.

Qui i motivi morali non valgono, giacché ci troviamo di fronte al dominio di cieche forze della natura. È un atto necessario, e come tale né giusto né ingiusto, né pietoso né spietato. Ma i governi borghesi, appestati da una malattia ben più inguaribile che la lebbra – dalla ipocrisia stomachevole del rispetto della persona umana – intendono più facilmente le mirabolanti gesta della bomba atomica, che ancora a distanza di otto anni scatena nel sangue dei superstiti di Hiroshima la leucemia, il cancro del sangue…

Alta cultura

« Dare quanto si sia capaci di dare, e ricevere per quel che si dà, è il principio della giustizia, sociale e umana. Se ben ricordo, così è definito, o suppergiù così, da Carlo Marx ».

(R. Bacchelli, La Stampa, 20-2). 

Il luminare dell’intellettualità italiana ha confuso Marx con… Beniamino Franklin.

CISL e UIL si apparentano anche ufficialmente

Visto che i Partiti dai quali sono ispirate erano bensì «indipendenti» ma facevano blocco come una persona sola, e come un’azienda a responsabilità collettiva, la C.I.S.L. e l’U.I.L. si sono «apparentate» anche statutariamente, come già lo erano di fatto. Queste organizzazioni di difesa degli interessi operai hanno, com’è noto, firmato un accordo la cui insegna è: «non freghiamoci a vicenda per fregare meglio i lavoratori». Nessuna delle due organizzazioni prenderà iniziative o azioni sindacali di rilievo senza consultare l’altra; nessuna delle due condurrà, rispetto ai grandi problemi internazionali, una politica diversa dall’altra (cioè tutte due serviranno in purezza di cuore l’America, giacché tale è il significato del «lottare insieme contro il comunismo e contro ogni forma di dittatura»); di fronte alla C.G.I.L. faranno fronte unito per strapparle aderenti; ma si impegnano a non strapparsene a vicenda nessuno e a non diffondere attraverso la stampa notizie di eventuali contrasti (immaginiamo che si creerà una stanza di compensazione degli iscritti e un Minculpop dei bollettini sindacali). Un comitato di rappresentanti delle due segreterie formerà una specie di direttorio in vista del perfetto funzionamento dell’unione. Sul terreno sindacale, insomma, qualcosa di simile al tanto bollato patto di unità di azione fra nenniani e togliattiani.

Dio li fa e poi li accoppia: è una vecchia storia. D’altronde nell’ambiente altamente morale della repubblica papalina, le convivenze devono, prima o poi, trovare la sanzione ufficiale nel matrimonio; le due centrali sindacali convivono da quando sono nate, e il patto di oggi non è che la trasformazione di un «amore libero» in un «amore coniugale». Che l’UIL, in particolare, volesse essere (o meglio pretendesse di essere) un organismo autonomo, sottratto alle ingerenze dei Partiti e soprattutto del Governo nessuno di noi l’ha mai bevuta: che avesse aspirazioni unitarie nemmeno. Era la stessa demagogica «istanza» di autonomia che rivendicavano i partitelli collaboranti con la D.C. al governo e perfettamente allineati con essa in tutti i problemi concreti, anche se con in spalla un diverso «bagaglio ideologico».

Comunque l’accordo sancisce lo smarrimento, la divisione, l’agganciamento allo Stato nazionale e internazionale, del sindacalismo odierno, è una conferma dell’evoluzione da noi mille volte denunciata. Sindacalismo libero, apartitico, apolitico? Andate a raccontarlo altrui: siete gli strumenti della politica borghese per manovrare ai suoi fini gli operai disorientati, organizzati nelle vostre file, magari passati in esse da quelle della C.G.I.L. nell’illusione di scrollarsi di dosso il giogo della dipendenza da un potere statale borghese a natura internazionale.

Si sono apparentati: verrà il momento in cui sarà più facile buttarli insieme tra i ferrivecchi.

Capitalismo è accentramento

Come (ma sulla carta) in Germania, così in Giappone la politica dei « liberatori »  fu, tra l’altro, di smembrare i grandi cartelli e trusts commerciali, ritenuti espressione e strumento dell’espansionismo e imperialismo nipponico. Bastarono pochi anni perché, mentre la politica di « pastorizzazione » della Germania era sepolta prima ancora di nascere, la politica economica americana in Giappone si capovolgesse e dallo smembramento si passasse alla ricostruzione delle famose « zaibatsu ».

Ora, questo processo, dapprima tacitamente permesso, poi favorito nella pratica, è ormai legalizzato ufficialmente, e i provvedimenti per potenziare le esportazioni giapponesi contemplano fra l’altro la a fusione e il concentramento di ditte commerciali in modo da creare organismi con un capitale di 70 miliardi di yen, equivalenti ai 3 miliardi prebellici delle zaibatsu Mitsui e Mitsubishi » (Relaz. Internaz., 28-2), e sarà anche in forza di queste misure che il Giappone potrà essere ammesso al G.A.T.T.

La concentrazione è un processo inseparabile dall’evoluzione capitalista. Chi proclama di voler frenare o invertire questo processo sarà il primo a favorirlo.

Questi socialisti belgi

I socialisti belgi, che mai si sognerebbero di lanciare sulle piazze i proletari per obiettivi classisti, lo fecero, anni addietro, per il… grande obiettivo di sostituire Baldovino a Leopoldo III. Adesso scoprono che era la stessa cosa e, pur rispettando l’augusta persona del monarca, sarebbero disposti a ripetere le agitazioni per mandar via Liliana de Réthy. La storia, per i socialisti belgi, è fatta dai monarchi: la storia è lotta fra marionette di Corte …

Unità Verità

Nella polemica ormai tradizionale tra il Tempo e l’Unità ci sia permesso, almeno in riferimento ad un recente scambio di botte e risposte, di fare da arbitri. Anche se mancano trabocchevoli folle di spettatori, il nostro giudizio non può essere meno obiettivo. L’Unità di cui ci occupiamo assegnava il titolo di «fesso del giorno» ad un redattore del Tempo, che, sotto la fotografia di una stazione artica adibita a sede del mercato delle pellicce vendute dai cacciatori russi, aveva inserito la seguente didascalia:

«In baracche come questa, nei pressi di Mongol-Boryat, nell’Unione Sovietica, avviene la raccolta di pellicce di animali catturati da cacciatori russi. Questi ricevono alti prezzi specialmente nella stagione invernale quando non è difficile mettere le mani sulle più rare qualità di animali da pelliccia. Si ignora però come i cacciatori possano impiegare il frutto del loro lavoro, dato che nell’U.R.S.S. non c’è posto per chi possiede denaro».

L’Unità aveva perfettamente ragione di trattare da fesso l’autore di simile stupidaggine. In U.R.S.S. non c’è posto per chi possiede denaro!? Evidentemente, l’allarmistica affermazione del Tempo non era diretta a spaventare i grossi capitalisti e i burocrati altolocati che annovera fra i suoi lettori. Costoro, non fosse che per il fatto che, come Marzotto ed altri, commerciano con la Russia e in questo paese mandano i loro uomini di fiducia a contrattare affari, sanno molto bene che i rubli hanno una funzione ben diversa da quella dei francobolli fuori corso. Sanno che in Russia come altrove, quasi tutti i prodotti industriali ed agricoli, e i servizi, sono legati al mercantilismo, e circolano mediante il denaro; ciò vale sia per i negozi di Stato, similari alle nostre rivendite di sali e tabacchi, sia (naturalmente) per le transazioni private che interessano tutto il campo della produzione agricola e della piccola e media industria, come ammesso dallo stesso Stalin nel suo recente saggio. Sfugge alla circolazione mercantile e monetaria solo qualche settore della produzione industriale, come è il caso delle macchine agricole che lo Stato cede in usufrutto alle cooperative agricole (colchoz), facendosi però versare una quota dei prodotti destinati agli ammassi statali. Ma, a dispetto di coloro che sballano menzogne del genere del Tempo, esiste in Russia una corrente di tecnici economici che chiede la messa in vendita, in bei rubli sonanti o fruscianti che dir si voglia, anche di questi prodotti.

Dal che si vede che i cacciatori russi, sul cui triste destino il Tempo versa lacrime, possono acquistare con il denaro ricavato dalla vendita delle pellicce, fuorché i trattori e le mietotrebbiatrici, tutto ciò che faccia loro comodo: dalla vodka al caviale, dalla casa di abitazione all’auto «Pobieda». Se poi avessero abitudini crapulone, potrebbero comprarsi una notte di godimenti in uno dei fastosi clubs notturni di un grattacielo di Mosca, ammesso naturalmente che a ciò bastasse il gruzzolo accumulato sulla pelle di volpi azzurre e di ermellini. Poveri fessi davvero, quelli del Tempo. Vorrebbero spaventare i piccoli risparmiatori che sottoscrivono i buoni postali della Repubblica italiana, dipingendo l’orso russo come il nemico dell’avarizia piccolo-borghese. Dimenticano la réclame che l’Unità svolge ai lanci di prestiti di Stato russi al 5 per cento. Caso mai i cacciatori siberiani fossero astemii e sobri, potrebbero sempre comprare al più vicino ufficio pubblico cartelle del prestito, come fa un qualsiasi salumiere o dottore in chimica delle nostre parti.

Quello che il Tempo non sa, e in questo caso non sa neppure l’Unità, è che il socialismo negherà non solo il diritto borghese di impiegare il «frutto del lavoro» altrui, ma persino il «frutto» del lavoro personale di chicchessia, poiché al carattere sociale della produzione accoppierà l’appropriazione sociale, collettiva, non personale dei prodotti. Nel socialismo, per rimanere nell’argomento, i cacciatori di pellicce non potranno scambiare pelli con denaro, e se la brutta novità toglierà loro la voglia di cacciare, ebbene le signore eleganti, che formano il pubblico del Tempo, dovranno coprirsi le membra di lana, certo non sofisticata, ma di volgari pecore.

Anima del Cavallo Vapore

Scopo principale delle nostre trattazioni – nelle quali è indispensabile il continuo ripetere dati richiami ai «teoremi» fondamentali, e meglio se con le stesse parole e frasi – è la critica del farneticamento sulle forme «imprevedute» e difformi del capitalismo modernissimo, che costringerebbero a rivedere la basi della «prospettiva» e quindi del metodo marxista.

Tale falsa posizione è facilmente messa in rapporto col disconoscimento, e meglio colla mai avvenuta conoscenza, delle linee essenziali della nostra dottrina, dei suoi principii cardinali.

Tutta la discussione in corso sulle forme rivoluzionarie in Russia, ed in Cina, si riduce al giudizio sul fenomeno storico dell’«entrata» dell’industrialismo e del macchinismo in aree immense del mondo, finora rette da forme terriere e precapitaliste della produzione.

Costruire industrialismo e meccanizzare è uguale a costruire socialismo, ogni volta che si fa con piani centrali e «nazionali». Ecco la tesi errata.

La classica identità storica marxista è tra macchinismo e capitalismo. La differenza tra impiego delle forze meccaniche in una società capitalista e in una società socialista non è quantitativa, non sta nella direzione tecnica ed economica portata da cerchie ristrette ad una cerchia totale. Essa è qualitativa e consiste nel capovolgimento completo dei caratteri capitalisti dello impiego delle macchine da parte della società umana, cosa ben più profonda, e che consiste in «rapporto tra uomini» opposto a quello del maledetto «sistema di fabbrica» e della divisione sociale del lavoro.

Tre forme storiche: industrialismo per aziende autonome; industrialismo per aziende sempre più concentrate e infine unificate nella direzione; socialismo; tutte e tre prevedute e descritte «dal primo momento» in Marx. Nulla di sopravvenuto, che inatteso fosse, o spezzasse i limiti dell’analisi, allora delineata per sempre. E chi parla di dogmi si freghi. Non conosciamo rinnegato, nella cui bocca non abbia fornicato tale parola. Mao-Tsetung la paragona a «sterco di vacca». Ebbene, buon appetito.

IERI


L’uomo e la macchina

John Stuart Mill, uno dei profeti del Capitale, nei suoi classici Principles of Political Economy (Londra 1821) dice che resta ancora a sapersi se le invenzioni meccaniche abbiano reso meno pesante il lavoro di un qualsiasi genere umano. Marx parte da questa citazione nello studio del macchinismo. Per la prima volta, nel campo delle scienze sociali, la discussione comincia con lo spostare radicalmente il modo di impostazione dei quesiti. Se la macchina sia un bene o un male, tutt’al più sarà un bel tema per saggio di letteratura. Marx centra ed orienta subito la questione sull’impiego capitalistico delle macchine. Questo, di diminuire il lavoro del genere umano, non ne era affatto lo scopo. Esso impiego, «come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, non mira cha a diminuire il prezzo delle merci, a raccorciare la parte della giornata in cui l’operaio lavora per sé stesso, ad allungare l’altra parte in cui lavora per il capitalista». Tale rigorosa definizione (inizio del cap. XIII, primo Tomo) al solito contiene in sé, e lo vedremo facilmente, il programma comunista. Faremo noi a meno di macchine, per punirle di avere commesso tale porcherie ? All’opposto, le impiegheremo in quanto, ed in modo che si possa, in un primo periodo, alzare i costi di produzione e abbassare la parte del tempo in cui l’operaio lavora per il capitalista, in periodo ulteriore «sviluppare la forza produttiva del lavoro» non per avere prodotti in quantità folli, ma per erogare meno lavoro.

Sempre per saggiare il metodo antimetafisico, riesce gustosa la noterella a piè di pagina, alle parole sul render meno grave il lavoro di un qualsiasi genere umano. «Mill avrebbe dovuto aggiungere: che non viva del lavoro altrui, perché è cosa certa che le macchine hanno grandemente aumentato il numero degli oziosi, cioè di quelli che si sogliono chiamare persone ammodo».

Dunque, se è marxista la tesi «le macchine erano indispensabili per arrivare alla rivoluzione comunista» effetto di lettura banale ed impotente è il luogo comune sulla marxista apologia del macchinismo moderno.

Dice Marx che i punti di partenza della «rivoluzione industriale» nel modo di produzione sono la forza lavoro nella manifattura, e lo strumento di lavoro nella grande industria. La forza lavoro sono gli operai, che anche nella manifattura impugnano utensili, ed hanno quindi strumenti di lavoro. Seguiamo il testo con una certa pazienza, nell’«analisi» dei caratteri del nuovo strumento di lavoro che chiamiamo macchina. Arriveremo a capire che le rivoluzioni sociali e politiche capitalistiche avvenute prima del secolo decimottavo, ossia quando lo strumento di lavoro era prevalentemente utensile manuale, e non macchina, hanno determinato rapporti sociali della forza lavoro (dei lavoratori) e rapporti politici, necessariamente prevedibilmente diversi da quelli di rivoluzioni industriali capitaliste (Russia, Cina) del secolo XX in cui lo strumento del lavoro è meccanico a vastissima scala. Restano tuttavia rivoluzioni storiche capitaliste, e borghesi. Una cosa è l’orgia di macchinismo, un’altra è la «costruzione del socialismo». Anche in esse – anticipiamo un poco – inevitabilmente l’ingresso della divinità-macchina porta con sé il sistema borghese della «autocrazia di fabbrica» e della esaltazione della produzione di merci. Marcia storica in controsenso di quella che mostrerà la rivoluzione socialista, e che per questo attendiamo nelle stesse forme in cui Marx l’attese, e che troviamo descritta leggendo la nostra Bibbia: Il Capitale. A marcia rabbia di ogni borghese «spirito libero»!

Che i progressi dello strumento del lavoro siano a disposizione di tutti al di là di confini, e di serie di generazioni, non è nostra peregrina trovata. La scienza è di tutti. Solo che oggi è di tutti i poteri capitalistici: solo domani sarà di tutto il genere umano, tipo anti-Mill.

Una noterellina: «Generalmente la scienza non costa nulla al capitalista; però questo non gli impedisce di valersene. La scienza degli altri è incorporata al capitale, precisamente come vi è incorporato il lavoro degli altri. Ma appropriazione “capitalistica” (virgolato nel testo) ed appropriazione personale sia della scienza che della ricchezza SONO COSE AFFATTO DIVERSE L’UNA DALL’ALTRA». Ometti, riflettete quaranta minuti. Marx comprova le tesi col fatto che il capitalista singolo, appropriatore e sfruttatore, in molti casi è un grosso asino in materia tecnica. Noi vi invitiamo a non più stupirvi del fatto che, se anche in Russia non vi è più nulla (?) appropriazione personale di lavoro altrui (ricchezza) ciò non toglie che vi sia in pieno appropriazione capitalistica di esso, avendo lo Stato capitalista russo potuto, ovviamente, appropriarsi senza spendere niente della scienza occidentale. Ha avuto dunque a disposizione tutte le invenzioni meccaniche e tecniche, e ha potuto saltare il lungo sviluppo che parte dalla bottega artigianale e passa per l’industriucola autonoma; ma non ha con ciò compiuto il chimerico salto della forma storica e sociale capitalista di produzione. Ma Marx aveva immaginato questo possibile ? Si, limitatamente ad una condizione data da forze rivoluzionarie unitarie «anazionali» che avessero a disposizioni territori comparabili di industrialismo completamente sviluppato (esempio: Germania) e di industrialismo da sviluppare (esempio: Russia). Mancando tale peculiare rapporto deve interporsi la fase di crescita del capitalismo, che si presenterà come un’avanzata più nello spazio geografico, che nella successione del tempo, come una conquista più in quantità, che in qualità o per stadi evolutivi concatenati.

Lavoro ed energia

Torniamo alla dottrinetta. In un organismo che ha raggiunto duemila anni (ormai non speriamo più farlo fuori prima) come la chiesa romana, l’infallibile papa non insegna nulla, ogni parroco insegna tutto. Se ridete, riderete fesso.

Marx per definire la macchina parte dai concetti della fisica, e passa poi a quelli storici, che interessano per sciogliere l’immenso enigma del rapporto macchina-uomo.

La teoria meccanica della macchina semplice si occupa di quegli strumenti o dispositivi che modificano in forma più conveniente la energia loro applicata da un agente, che sia anche la mano dell’uomo: non producono nuova energia, restituiscono solo quella ricevuta. Sono la leva, il cuneo, la carrucola, e così via. L’uomo non può spostare dal suo luogo un sasso di dieci quintali con i suoi arti, ma se impugna appropriatamente una lunga leva riesce a farlo. Non saprebbe dividerlo in parti minori che possa poi sollevare, ma se conosce l’uso del cuneo infisso a colpi di mazza, vi perviene.

Socialmente si può dire: macchina semplice è quella con cui non si fanno affari. L’economia classica sa che lavoro è valore. Lavoro (quantità di lavoro) è la stessa cosa che energia meccanica. Il fisico dice: forza moltiplicato spazio (spostamento del sasso) ci dà energia. L’economista dice: numero di operai moltiplicato tempo di impiego ci dà valore. Ora, fino a che noi nella produzione non usiamo che la forza muscolare dei lavoratori, le macchine semplici, alle quali è giusto sia meccanicamente che socialmente assimilare gli utensili che l’artigiano isolato maneggia, non cambierebbe nulla. Colla leva quell’uomo sposta il sasso di dieci metri in otto ore: otto operai senza leva lo avrebbero rotolato dello stesso spazio in un’ora.

Meccanicamente si potrebbe dire che la macchina composta, intesa con un più o meno complesso di macchine semplici (ruote, leve, ingranaggi, ecc.) non apporti nuova energia, mentre lo fanno le macchine motrici, che trasformano in energia meccanica il calore dei combustibili ed altre forme di energia. Allora sarebbe del valore regalato, che permetterebbe di eliminare tanto lavoro da farsi fare fisicamente dagli uomini. Ma sarebbe così solo in un macchinismo comunista. In un macchinismo capitalista la relazione energetica, fisicamente vera, socialmente è falsa.

Finché vedremo che l’energia meccanica è introdotta per produrre più merci, e non per adoperare minor tempo umano di lavoro, dovremo dire che il trapasso, quali che siano le presentazioni ideologiche e giuridiche, è processo capitalistico.

Quindi Marx definisce il divario tra l’utensile del periodo sociale artigiano e la macchina del tempo capitalista non in base all’uso di forza muscolare sostituito da altre energie, ma chiamando macchina nel senso sociale non solo le macchine motrici delle diverse industrie e fabbriche attuali, ma anche le trasmissioni di energia (serie di macchine semplici che nulla aggiungono di energia) e le macchine operatrici che si applicano alla materia da lavorare, che la tecnologia volgare chiama macchine utensili (tornio, stampatrice, foratrice, e così via). Di più: siamo già nella fase del macchinismo anche quando la nuova macchina operatrice non è ancora mossa da energia meccanica ma dalla energia muscolare umana: macchine a manovella, a pedale, ecc.

Se così non fosse, Marx dice, dovremmo dire che la macchina, come fonte di energia non umana, esiste da molto tempo prima della fabbrica capitalista.

L’uomo infatti ha molto presto appreso ad adoperare altre energie naturali. Un semplice aratro tirato da due buoi sarebbe già, non un utensile, ma una macchina vera e propria, che del resto fa sì che un uomo ari superficie maggiore di quella che nello stesso tempo può dissodare colla zappa.

Ma allora, dice Marx, il telaio circolare di Claussen con cui un solo operaio fa 96 mila maglie al minuto, sebbene usato non da un primitivo ma da un moderno, sarebbe utensile, in quanto era mosso a mano, così come la macchina di Wyatt per filare. Diverrebbero macchine solo dal momento che il primo sia mosso da un motore, la seconda, come fin dal 1735, da…un asino.

L’animale fu una delle prime energie naturali usate dall’uomo in sussidio della produzione fin dai tempi antichissimi. Ma ve ne furono altre: il vento, i corsi d’acqua.

Non dunque questi casi sporadici o diffusi, di impiego di energia meccanica che non sia quella muscolare umana, possono definire il meccanismo capitalistico, ma l’introduzione della macchina utensile che precede di molto quella del motore meccanico (macchina a vapore). «È la macchina utensile che inaugura nel secolo decimottavo la rivoluzione industriale; essa inoltre serve di punto di partenza ogni qualvolta si tratta di trasformare il mestiere o la manifattura in una operazione meccanica».

Facciamo un passo indietro: col mestiere, ossia col lavoratore artigiano autonomo, isolato, siamo nel precapitalismo, nel regime corporativo-feudale. Con la manifattura siamo già entrati in pieno capitalismo. Si sono realizzate infatti le condizione note: riunione dei lavoratori in massa, capitale nelle mani di un padrone che è in grado di procurarsi i locali, di acquistare le materie prime, di anticipare salari. Prima ancora del meccanismo, la manifattura semplice è già passata a manifattura organica con la divisione tecnica del lavoro tra diverse operazioni che, sia pure col semplice utensilaggio a mano, sono compiute da artefici diversi, sull’ordine insindacabile del “padrone”. È rinato questo termine del tempo schiavista, sostituendo ignobilmente quello meno odioso di “signore”. Il signore era un vivente e combattente cavaliere, un essere umano, il padrone diverrà alla fine un mostruoso automa.

L’autocrate di fabbrica

Leggiamo in Marx, non l’apologia, ma la implacabile requisitoria contro il sistema capitalista di fabbrica. Lo strumento di lavoro, fin che era tale da essere adoperato dalla sola mano dell’artefice, lo era anche, o signori idealisti moderni, dalla sua mente, e un poco dal suo cuore.

Oggi all’utensile artigiano è sostituita la macchina utensile. Marx dice: «Lo strumento, come si è visto, non viene affatto soppresso dalla macchina: strumento nano nelle mani dell’uomo, esso cresce e si moltiplica diventando lo strumento di un meccanismo creato dall’uomo. Da quel momento il capitale fa lavorare l’operaio non più con un proprio utensile, ma come una macchina che maneggia i propri utensili».

L’immensa crescita della potenza dell’umano lavoro si accompagna alla degradazione, non all’elevamento, dell’uomo lavoratore. La mule Jenny era il nome dato ad una macchina per filare, con innumerevoli fusi. Col progresso tecnologico del 1863, grazie a un motore di appena un cavallo, bastavano due operai e mezzo per 450 fusi rotanti, e in una settimana producevano 366 libbre di cotone filato. Col filatoio a mano la stessa quantità di cotone avrebbe richiesto ben 27 mila ore invece di 150: la produttività è divenuta 180 volte più grande! Non è qui possibile seguire e sviluppare questi confronti di Marx, applicarli ad esempio a calcolare quanti paleggiatori sostituisce una delle macchine escavatrici e profilatrici di terra per opere stradali portate dagli americani qui dopo la guerra.

Della fabbrica il dott. Ure dà due definizioni. Da una parte la dipinge «come una cooperazione di varie classi di lavoratori adulti e non adulti, che sorvegliano con abilità ed assiduità un sistema di meccanismi operatori, posti continuamente in azione da un motore centrale» dall’altra come «un grande automa composto di numerosi organi meccanici ed intellettuali che operano d’accordo e senza interruzione per produrre lo stesso oggetto, essendo tutti questi organi subordinati ad una potenza motrice che si muove di per sé»

Marx mostra che «la seconda definizione caratterizza l’impiego che dei lavoratori fa il capitale nella fabbrica moderna». La prima invece può corrispondere al nostro programma: «il lavoratore collettivo, il corpo del lavoro sociale, appare come il soggetto dominante, e l’automa meccanico come l’oggetto».

Ma oggi invece «l’automa stesso è il soggetto, ed i lavoratori sono semplicemente aggiunti come organi coscienti ai suoi organi incoscienti». Avete udito, o liberali, liberatori di corpi e di spiriti e di coscienze, che ci incolpate di automatizzare la vita! ? «Ure si compiace a rappresentare il motore centrale della fabbrica non solo come automa, ma anche come autocrate: in quei grandi collaboratori, egli dice, il benefico potere del vapore chiama intorno a sé miriadi di soggetti ed assegna a ciascuno di essi il suo determinato compito».

La centralità del concetto mostra che non si tratta, per la centesima volta, di descrivere il capitalismo, come perfino Stalin pretende, ma di scoprire i tratti sociali che la rivoluzione deve disperdere! Ecco altri passi.

«Nella manifattura e nel mestiere artigianesco l’operaio si vale del suo strumento, nella fabbrica esso serve la macchina». «Nella manifattura gli operai sono altrettante membra di un meccanismo vivente. Nella fabbrica sono incorporati ad un meccanismo morto che esiste indipendentemente da essi».

L’ulteriore comparazione di Fourier della fabbrica all’ergastolo, con cui il capitolo finisce, ricorda che nella galera i rematori erano incorporati alla nave, incatenati a vita ai suoi banchi, dovevano sospingerla, o con essa affondare.

«In ogni produzione capitalistica (ossia anche nella manifattura) in quanto essa non è soltanto processo di lavoro, ma accrescimento di capitale, è sottinteso che le condizioni di lavoro dominano l’operaio invece di essere da lui dominate (programma: il lavoratore collettivo socialista dominerà egli le condizioni del suo lavoro!); però è il macchinismo che dà a tale capovolgimento una realtà tecnica. Il mezzo di lavoro trasformato in automa, si presenta dinanzi allo stesso operaio durante il processo dello stesso lavoro, in forma di capitale, di lavoro morto che domina e succhia la sua forza vivente».

Fredda descrizione, non è vero, massa di volgari falsari ?

Dunque non occorre la persona fisica del padrone individuale, che mano mano è sparita nelle pieghe del capitale azionario, dei collegi amministrativi, degli Enti parastatali, dello Stato politico divenuto (cosa vecchia) imprenditore e fabbricante, e nella ultimissima turpe forma dello Stato che pretende di essere «gli operai stessi» e poterli per questo legare ai piedi dei sinistri automi di acciaio.

Il dispotismo aziendale, che solo la rivoluzione comunista raderà dalle fondamenta, quando non avrà più inframmettenze intossicanti colle «lotte per la libertà politica» e simili miraggi popolari, è denunziato nell’industrialismo borghese fin dal suo sorgere, accompagnato da vere rivoluzioni di classe, ma truccato dal puzzolente belletto democratico. Non una sillaba è da togliere alla sentenza, che da 90 anni possediamo già formulata, e che purtroppo non si è ancora preso ad eseguire.

«Gettando alle ortiche la divisione dei poteri, tanto vantata dalla borghesia, ed il sistema rappresentativo, di cui essa si mostra anche più tenera, il capitale, come privato legislatore e secondo il suo talento, foggia nel suo codice di fabbrica il suo potere autocratico sui dipendenti. Questo codice non è che una parodia della regolamentazione sociale del lavoro, quale la esigono la cooperazione in grandi proporzioni e l’uso dei mezzi di lavoro comuni, specialmente delle macchine. Qui la frusta del conduttore di schiavi viene sostituita dal libro di punizioni dell’ispettore».

Ultimi fantasmi dei liberali: la autocrazia e la dittatura «nella vita», e non nella pallida menzogna legale non sono ricominciate con Mussolini, Hitler, Franco… neppure con Stalin e proconsoli… neppure con Truman, Eisenhower e servi sciocchi dell’Europa unita: sono un fatto tecnico legato al fragore dei grandi motori centrali, girino essi sulle sponde dell’Hudson, del Tamigi, della Moscova o del fiume delle Perle.

Macchina e rivoluzione

Ma «la macchina è innocente delle miserie che porta seco». Qui una pagina formidabile mostra la stoltezza degli economisti ufficiali, che non potendo spiegare i tremendi antagonismi uscenti dall’uso delle macchine, fingono di ignorarli e chiudono gli occhi davanti al fatto che «la macchina, trionfo dell’uomo sopra le forze naturali, diventa tra le mani dei capitalisti lo strumento per assoggettare l’uomo a quelle forze – che essa, mezzo infallibile per abbreviare il lavoro quotidiano, fra le loro mani lo prolunga – che essa, mentre è la bacchetta magica per accrescere i benessere del produttore fra le loro mani lo immiserisce». Quindi «per essi, chi svela quale sia la applicazione capitalista del macchinismo, si oppone alla sua applicazione in genere, ed è avversario del progresso sociale!».

La macchina, che nelle mani della collettività lavoratrice sarà fonte di benessere e riposo, diviene assassina nelle mani del capitale. Non perciò condanneremo la macchina.

Qui Marx cita un personaggio di Charles Dickens, nel suo famoso romanzo «Oliver Twist». È la difesa del gran malandrino Bill Sykes: «Signori giurati, senza dubbio la gola di un commesso viaggiatore è stata tagliata, il fatto esiste, ma la colpa non è mia, è del coltello. E volete voi sopprimere il coltello a causa di tali temporanei inconvenienti ? Rifletteteci. Il coltello è uno degli strumenti più utili nei mestieri e nell’agricoltura, salutare in chirurgia, sapiente nell’anatomia, e allegro compagno nei banchetti. Condannando il coltello, voi vi ricaccereste in piena barbarie!».

No. Non vi ricacceremo in piena barbarie, e tale rischio non ci spaventa. Vi toglieremo solo dalle mani il manico del coltello-macchina.

La macchina sarà domani preziosa in un modo di produzione non mercantile, e la sua apparizione è stata altresì preziosa appunto per i rivoluzionari antagonismi che ha sollevato tra capitale e proletariato.

«È fuori dubbio che tali fermenti di trasformazione, il termine finale dei quali (il programma! o sordi) è la soppressione dell’antica divisione del lavoro, si trovano in aperta contraddizione colla forma capitalista di produzione e con l’ambiente economico in cui essa pone l’operaio. Ma la sola strada regia per cui un modo di produzione e l’organizzazione sociale che gli corrisponde procedono verso la loro dissoluzione e la loro metamorfosi, é lo sviluppo storico dei loro immanenti antagonismi».

Ancora una invettiva alla «divisione del lavoro», che il comunismo seppellirà. Dialetticamente era saggia nel tempo corporativo: nec sutor ultra crepidam: ciabattino, tieniti alla suola! Ma da quando «l’orologiaio Watt inventa la macchina a vapore, e il barbiere Arkwrigt il telaio continuo, un tale saggezza diventa demenza e maledizione»

Ed è anche con un grido di battaglia che si chiude questa parte dell’opera di Marx, dopo la dettagliata disamina della legislazione sociale sul lavoro e la limitazione della giornata di lavoro: «essa moltiplica l’anarchia e la crisi della produzione sociale, aumenta l’intensità del lavoro (Stachanov! Stachanov!) ed inasprisce la concorrenza tra l’uomo e la macchina. Distruggendo la piccola industria ed il lavoro a domicilio, essa sopprime l’ultimo rifugio di una massa di lavoratori, ogni giorno resi soprannumerari, e con ciò distrugge la valvola di sicurezza di tutta la caldaia sociale».

«Colle condizioni materiali e colle combinazioni sociali della produzione, essa porta a maturazione le condizioni e gli antagonismi della sua forma capitalistica, gli elementi di formazione di una nuova società, e le forze disgregatrici dell’antico».

OGGI

Dal cavallo al kilowatt

Già sulla base degli elementi tecnologici del suo tempo, Marx stabilisce appieno che l’introduzione della forza motrice meccanica (meglio, energia) accelera la concentrazione delle attività produttive in grandissime aziende, e la stessa legislazione sul lavoro nelle fabbriche agisce in tal senso: «eccitando così lo sviluppo degli elementi materiali, necessari alla trasformazione del sistema manifatturiero in sistema di fabbrica, le leggi, la cui applicazione comporta notevoli maggiori investimenti, accelera simultaneamente la rovina delle piccole aziende industriali e la concentrazione dei capitali». Più volte del resto abbiamo citato dai capitoli sull’accumulazione il passaggio famoso, illustrato colle modificazioni tecniche intervenute ad esempio nella siderurgia: «In uno speciale ramo della produzione la centralizzazione raggiungerà il suo limite quando tutti i capitali che si troveranno impegnati si fonderanno in un unico capitale individuale. In una data forma sociale tali limiti saranno raggiunti soltanto nel momento in cui l’intero capitale sociale si troverà riunito in una sola mano, sia di un unico capitalista, che di una società di capitalisti». Non meno notoriamente Engels traspose tale prospettiva ai trust, ai monopoli, e alle gestioni statali.

Se le stesse leggi mercantili che confluiscono nella produzione del plusvalore fornirono a Marx la base della dimostrazione, immensamente confermata dalla storia, sulla gigantesca accumulazione capitalistica in masse colossali, non meno vi influirono le nuove forme tecniche di produrre energia motrice.

Fino a che noi ci riferiamo alla macchina a vapore prima attuazione in grande dell’impiego di forza meccanica nella produzione, noi vediamo che la soluzione più appropriata è l’autonomia, in ciascuna fabbrica, della produzione del quanto di energia che le occorre. La centrale termica risolve tutto: specie dopo l’estrazione in grande del combustibile fossile, resa a sua volta grandiosa e dalle macchine e dalla forma capitalista della gestione mineraria (un volta largamente statale). Fino da allora è chiaro che il costo del cavallo-vapore diventa tanto minore quanto più grande è la caldaia, e quindi vi è altro motivo per soggiacere della piccola azienda alla grande: non si impone tuttavia un legame organizzativo fra fabbrica e fabbrica, potendo tutte trovare carbone sul «libero mercato».

Tutto ciò è mutato enormemente coi progressi della elettromeccanica. La convenienza di fare dell’energia una merce è divenuta decisiva con la creazione delle distribuzioni elettriche a mezzo di conduttori. Ogni fabbrica oggi tende non a produrre, ma a comprare la sua energia.

Il motore centrale di Ure poteva comandare le macchine operatrici, e gli uomini ad esse resi servi, in piccolo raggio: quello consentito dalle trasmissioni a mezzo di «meccanismi semplici»: alberi a puleggia, cingoli, ingranaggi conici… Nessuno aveva nemmeno trovato utile distribuire vapore sotto pressione ad altri con lunghe tubazioni: le enormi dispersioni di calore rendevano il sistema antieconomico.

Facciamo un’ipotesi gratuita: che prima di scoprire l’elettricità dinamica e la corrente elettrica si fosse scoperto il gas metano naturale. Anche questo è un combustibile fossile, di origine organica come quello solido e liquido. Ma a differenza di quelli (quello liquido è incanalabile come merce, non come combustibile, per motivi tecnici ed economici) si può distribuire con reti. Lo stesso sarebbe sorta la necessità di uno stretto legame di organizzazione tra tutte le fabbriche, alimentate da una stessa distribuzione.

Infatti il consumo di energia di ognuna non può più variare ad arbitrio della locale direzione, poiché potrebbe accadere alla centrale unica di restare a corto di energia, o di doverla «buttar via». Invece il capitalista dell’azienda a motrice autonoma poteva a suo piacere escludere forni e caldaie, ovvero impiantarne altre per aumenti di produzione.

Dipendendo tutto il piano di impiego degli operai, servi delle macchine utensili, da quello dell’energia assegnata, tutto il meccanismo industriale sociale si adegua a queste nuove norme, si collega, si centralizza, si subordina ad una infinità di discipline.

Pianificazione non è socialismo!

Un tale adeguamento e disciplina di reti generali non è mutamento di tipo storico di produzione: l’azienda resta azienda, il lavoratore resta un salariato, più e non meno astretto nella autocrazia degli automi di fabbrica. La normativa generale da cui sono uscite le mille e mille odierne leggi speciali, non è una rivoluzione sociale: inutile per il lettore immerso nella vita moderna estendere il confronto dall’energia motrice per le officine e stabilimenti che fabbricano manufatti, alle mille altre reti di comunicazioni, trasporti, servizi di ogni specie.

Anche l’antichità amministrava motori non autonomi. Autonomo era indubbiamente l’animale domestico, e tanto più potente l’azienda o il podere quanti più cavalli o buoi possedeva. Autonomo era il motore a vento, ma invece dipendente dal capriccio della natura.

Non autonomo, almeno sul lungo percorso di uno stesso corso d’acqua-fiume o «canale industriale» era il motore ad acqua. Ed ecco leggi di antichissimi Stati dare una precisa disciplina affinché nessuno modificasse il dispositivo dei «salti» per consumare più energia idraulica della macina, poniamo sita a monte o a valle. Una sentenza 1810 di una commissione liquidatrice dei privilegi sociali in Calabria dice tra l’altro: «Sia libero ad ognuno il costruir delle macchine idrauliche, pur che non si rechi con ciò danno alcuno alle macchine già esistenti».

Regime liberalissimo: quello di Gioacchino Murat. Immaginate un moderno regime che sia tanto liberale da dire: sia libero ad ognuno il costruir delle macchine elettriche, e attaccarle al primo filo che trova!

In tutti i tempi dunque il pubblico potere ha dovuto regolare e coordinare le attività produttive e le energie, tanto più in quanto era tecnicamente inevitabile la loro dipendenza da una stessa rete, da uno stesso flusso materiale di fonti di energia: e vi è parallelo completo tra il flusso di acqua in carica e quello degli elettroni dal conduttore a dato potenziale.

Ed allora, dimenticando per un momento lo svolgimento degli episodi storici peculiari e i nomi dei condottieri, domandiamoci come farebbe un organismo sociale e di potere che dovesse industrializzare un paese finora arretrato. Naturalmente esso non si aspetterebbe di ripercorrere una lenta via dalla corporazione senza lavoro in comune, alla manifattura senza macchine utensili, alla fabbrica con macchine utensili ma senza motori a vapore, alla grande industria colla sua centrale termica, ma passerebbe in modo immediato allo impianto di centrali elettriche, e fin che possibile idroelettriche, usando i mezzi moderni della scienza applicata per captare acque e creare salti, per distribuire poi date quote, stabilmente fissate in un piano di progetto, alle singole officine che dovrebbero produrre manufatti per il consumo.

La stessa ragione mercantile della concorrenza sul mercato mondiale nello acquisto di quanto è indispensabile a simili impianti, istraderebbe in quel modo i supposti poteri, da poi che ogni altra via sarebbe più costosa e implicherebbe maggiori erogazioni ad economie «estere».

Le pretese differenze tra il capitalismo russo e quello che si sviluppò, poniamo in Inghilterra, Francia, Germania, America, non consistono dunque e non significano un passo verso una diversa forma sociale che sfugga al sistema dispotico di fabbrica e alla divisione sociale del lavoro ed alla frenetica intensità del lavoro, ma nel più rapido e diretto arrivare a questo stesso sistema.

La storia sta a ricordarci che il 22-29 dicembre 1921 all’ottavo congresso dei Soviet si pongono le basi della industrializzazione pianificata, adottando il programma della elettrificazione di cui è noto come Lenin fosse un formidabile propugnatore.

Pensiero e storia

Nonostante la disposizione da parte dell’uomo dei nuovi possenti mezzi forniti dal dominio della energia elettrica, la legge sociale del trapasso da uno all’altro dei tipi di produzione non è stata spezzata. Autonomo o pianificato dal centro, a vapore o elettrificato, l’ingranaggio produttivo in costruzione in U.R.S.S è capitalistico.

Possono i trovati di scienza pura ed applicata usciti dalla mente umana cambiare e formare il corso storico ? Ci potremmo chiedere se la forma interatomica dell’energia, dato che in un pugno di materia oggi inerte è racchiusa più energia a milioni di cavalli e di kilowatt che nel corso di un fiume solenne, consenta di tornare alle aziende locali autonome, ad un’economia «liberale», ad un’analoga ideologia umana. Così non può essere, e del resto i mezzi per scatenare una simile eruzione di energia, spezzando i primi nuclei, consistono in energia di fonte meccanico-elettrica a tali potenziali, mille volte superiori a quelli del motore industriale che schiavizza braccia ed anime umane, che nessuna società di capitalisti, ma solo lo Stato politico, si è posto al controllo della impresa.

Dal modesto cavallo, prima bestia e poi HP, che azionava la filatrice rotante, ai milioni di volts del «ciclotrone», enorme è il cammino. Ma già Marx, nella trattazione che abbiamo studiata, ricorda che Cartesio e Bacone, per i quali gli animali da lavoro erano «macchine», e che erano ideologici precursori del capitalismo ritenevano che «un cambiamento nel modo di pensare porterebbe ad un cambiamento nel modo di produrre e alla dominazione pratica dell’uomo sulla natura». Cartesio, nei «Discours sur la méthode», fa il vaticinio che «invece di una filosofia speculativa quale si insegna nelle scuole se ne possa trovare una pratica, colla quale conoscendo la forza e le azioni del fuoco, dell’aria, dell’acqua, degli astri… sia dato valersene chiaramente quanto negli attuali mestieri… contribuendo al perfezionamento della vita umana».

Da Marx, noi poniamo una simile realizzazione al termine della difficile corsa storica, ma non riteniamo che la forza creatrice del pensiero generi forze di produzione nuove, bensì lo svolgimento e il contrasto dei processi sociali si rifletta nelle conquiste del pensiero.

Inutile dunque, con la volontà il sogno o l’illusione, o le cento risorse di deformazioni del pensiero e dell’opinione, cambiare nome al fatto ed al processo inesorabile e pretendere che sfruttando la sola «intelligenza meccanica» del moderno capitalismo, allievo cartesiano obbediente e superante il maestro, si riesca a identificare un sistema di compressione capitalista del lavoro e dell’uomo, con il perfezionamento della vita: al quale – nell’attuale svolto storico – non basta il lavoro dello spirito, ma occorre un’altra guerra sociale, condotta dalla forza materiale di uomini contro uomini, classi contro classi.

Su che cosa si fonda la certezza del socialismo

Se per l’incalzante rivoluzione del modo di distribuzione dei prodotti del lavoro insieme coi suoi stridenti contrasti di miseria e di lusso, di fame e di crapula, noi non avessimo migliore certezza della coscienza che questo modo di distribuzione è ingiusto e che pure il diritto debba finalmente un giorno trionfare, ci ritroveremmo molto a mal partito; e avremmo voglia di aspettare!

I mistici medievali che sognavano l’approssimarsi del regno millenario avevano già coscienza dell’ingiustizia delle antitesi di classe. Sulla soglia della storia moderna, trecento cinquant’anni fa, Tommaso Münzer leva alta la voce nel mondo: nella rivoluzione borghese britannica e francese lo stesso grido risuona e si estingue. Se ora lo stesso appello per l’abolizione delle antitesi e dei privilegi di classe, che fino al 1830 lasciava fredde le masse lavoratrici e sofferenti, trova un’eco ripetuta un milione di volte; se conquista una nazione dopo l’altra, e veramente nella stessa successione e con la stessa intensità con cui nei singoli Paesi si svolge la grande industria; se nello spazio di una generazione ha conquistato un potere tale che può sfidare tutti gli altri poteri uniti contro di esso e può essere sicuro della vittoria in un prossimo avvenire – donde deriva ciò?

Da questo: che la grande industria moderna ha creato da una parte, nel proletariato, una classe che per la prima volta nella storia può avanzare la pretesa dell’abolizione non di questa o quella speciale organizzazione di classe, non di questo o quello speciale privilegio di classe, ma delle classi in generale, ed è posta nella condizione di dover espletare questo compito sotto pena di inabissarsi nello stato del coolie cinese; e dall’altra parte, nella borghesia, una classe che possiede il monopolio di tutti gli strumenti di produzione e di tutti i mezzi di esistenza, ma che in ogni periodo di vertiginosa speculazione e in ogni crisi ad essa susseguente mostra di essere divenuta incapace a dominare ulteriormente le forze produttive evocate dalla sua violenza; una classe sotto la cui direzione la società corre incontro alla rovina, come una locomotiva di cui il macchinista non abbia la forza di aprire le valvole di sicurezza troppo fortemente chiuse.

In altri termini, deriva dal fatto che non solo le forze produttive generate dal moderno sistema capitalistico di produzione, ma anche il sistema di distribuzione dei beni da esso creati, si trovano in stridente contrasto con quello stesso modo di produzione, e in tal grado che deve accadere nei modi di produzione e di distribuzione una rivoluzione che sopprima tutte le differenze di classe, se non vuole perire tutta la società moderna.

Su questo fatto evidente, materiale, che s’impone alle menti degli sfruttati proletari con irresistibile necessità sebbene in forma più o meno chiara, su questo fatto e non sulle concezioni di questo o quello studioso del giusto e dell’ingiusto, si fonda la certezza di vittoria del socialismo moderno.

Engels, L’Antidühring

Persia tormentata

Non vogliamo fare i profeti, né lanciare rivelazioni sui retroscena delle sanguinose giornate di Teheran. Lasciamo questo compito ai gazzettieri borghesi, i quali, d’altronde, non sanno vederci nulla più di un conflitto fra persone, di un intrigo di palazzo, di un gioco di vanità e di ambizioni. Mossadeq e Kashani, Mossadeq e lo scià: amici ieri, nemici oggi; tutto qui.

Non tarderemo tuttavia a scoprire che, dietro queste figure da palcoscenico, si nascondevano forze sociali ben definite, frazioni in lotta della stessa classe dominante travagliata dalla crisi e in cerca disperata di un assestamento; e, dietro queste forze, le lunghe braccia di potenze imperialistiche « rimaste a guardare » per cogliere la occasione, adatta a un intervento, sia esso militare o finanziario o diplomatico. Nessuna di queste « borghesie nazionali » può far da sé, nell’esercizio di un’attività economica basata sui più moderni sistemi di produzione e indissolubilmente legata alle possibilità di sbocco del mercato mondiale: tutte, mentre blaterano d’indipendenza e patriottismo, si puntellano sull’ « odiato straniero ».

Crisi capitalista nell’ambito nazionale, pressione imperialista esterna: ecco i veri attori del fermento regnante nei Paesi semicoloniali.

La spiegazione di un perché

A volte anche i simpatizzanti e i lettori della nostra stampa, gli operai a noi più vicini nella quotidiana battaglia contro l’opportunismo e per la difesa del programma rivoluzionario, si lasciano prendere dalle ansie della situazione contingente, e si chiedono perché non volgiamo la nostra attività anche alla soluzione di quelli che si chiamano correntemente i “problemi aziendali”.

Il disgusto per le correnti politiche dominanti e le loro filiazioni sindacali ha raggiunto, in molti operai, un grado che è a volte di violenza, ben giustificato da anni di lotte inconcludenti e di amare sconfitte. Ma quello che riesce loro difficile comprendere è che la situazione di oggi si ricollega ad una catena inesorabile di fatti passati, e che i problemi del proletario non si circoscrivono all’azienda, alla fabbrica, alla città, ma abbracciano l’insieme dei rapporti fra le classi, le vicende generali della lotta fra classe operaia e classe capitalistica, e il grado di maturazione di questa lotta. Ora è appunta questa visione complessiva che, fra i compiti della minoranza rivoluzionaria, mette in primo piano la critica senza quartiere dell’opportunismo, l’individuazione del nemico annidato nelle file della stessa classe operaia, lo smascheramento delle forze e delle ideologie che hanno corrotto prima e sfasciato poi il movimento proletario. Se, come tutti i movimenti in fregola di contingentismo e di epilessia volontaristica, facessimo derivare la nostra sia pur limitata attività nei vari campi dell’organizzazione sociale e politica dalla filistea preoccupazione dell’ “oggi”, considerando la rivoluzione come l’accumularsi di una serie di episodi frammentari e locali, ciascuno con un suo significato progressivo nel tempo e nella qualità, è quanto più lontano dal punto di partenza della storica lotta fra le classi, tanto più vicino alla sua conclusione politica; se creassimo nei proletari, nei lavoratori delusi e costretti per necessità a lottare comunque, l’illusione che, come gli innumerevoli saltimbanchi della politica spicciola, abbiamo nella manica, pronta per esser tirata fuori al momento buono, una ricetta di “attualità”, uno specifico locale da applicarsi indipendentemente da un capovolgimento di rotta generale del moto proletario, noi non faremmo nulla di diverso dai traditori del movimento operaio, prepareremmo alla classe lavoratrice nuove delusioni e nuove sconfitte.

La verità è che la situazione di cui si riempiono la bocca gli opportunisti è inesorabilmente fissata in termini che non consentono dubbi: subiamo le conseguenze estreme e necessarie della sconfitta su tutto il fronte internazionale della rivoluzione. Il prezzo sanguinoso di un’inversione ormai venticinquennale del moto proletario è la situazione di oggi: è perciò che le organizzazioni proletarie sono infeudate all’opportunismo è corrose dal tradimento; è perciò che, tanto per rifarci a un caso “aziendale” la commissione interna è, per statuto e di fatto, un organo di collaborazione con la direzione, anzi una lunga manus della direzione in seno alla classe operaia (ed è per ciò che, oggi, non presentiamo liste alla sua elezione); è per ciò che la classe proletaria geme sotto il peso integrale dell’oppressione capitalistica e non riesce a trovare la strada del suo rovesciamento. E’ ancora questa situazione che limita le possibilità d’intervento delle pattuglie rivoluzionarie nelle lotte rivendicative. Quando è malato il cervello del moto proletario, la preoccupazione delle disfunzioni organiche periferiche passa in secondo piano di fronte al problema preliminare di guarirne il centro motore; non è partendo dai limiti dell’azienda, ma al contrario muovendo dall’attacco ai rapporti generali fra le classi per investire l’’insieme delle articolazioni della società borghese, che si pongono le condizioni della ripresa proletaria. Gridino pure gli opportunisti che non ci interessiamo delle tristi condizioni di vita dei lavoratori, dei bassi salari, della disoccupazione; resta il fatto che nessuno di questi problemi si risolve, oggi sopratutto, se non risolvendo il problema della direzione del moto proletario, del suo orientamento, e perciò dell’eliminazione – non in punti singoli e periferici, ma centralmente – della lebbra della conciliazione di classe. Resistere alla bufera dell’opportunismo e del tradimento dei principii è difendere, col domani ultimo della classe, anche il suo presente; è preparare la soluzione del problema complessivo dei rapporti fra capitale e lavoro, e, insieme, dei problemi del “posto di lavoro”.

Perciò, finché la ripresa non si sarà avverata, e in attiva preparazione di essa, il primo compito rimane quello di rifar funzionare il motore della rivoluzione proletaria dopo averlo “ripassato” in tutti i suoi delicati meccanismi. L’arma della critica, dello smascheramento delle forze e delle ideologie avversarie, e della riaffermazione del programma comunista è la premessa dialettica della critica delle armi. Non c’è questa se non si sarà esercitata quella.

L’Europa nella giungla dei nazionalismi Pt.1

Si è chiusa a Roma, la scorsa settimana, la conferenza della CED, alias Comunità Europea di Difesa. La C.E.C.A. (comunità europea del carbone e acciaio, meglio nota sotto il nome di Piano Schuman) che persegue la meta del mercato unico europeo delle menzionate materie prime, ebbe lo scopo di coprire demagogicamente l’abrogazione delle restrizioni imposte dagli alleati alla produzione carbo-siderurgica tedesca. Assente, com’è noto, l’Inghilterra, per nulla disposta a permettere all’Alta Autorità della C.E.C.A. di cacciare il naso negli affari del Commonwealth. La C.E.D., sbandierata come il toccasana delle malattie nazionalistiche di cui soffre l’Europa, serve lo scopo, ardentemente perseguito dagli americani, oltre che, s’intende, dai tedeschi, di dare mano al riarmo della Germania. La C.E.D., in quanto prevede la formazione dell’«esercito integrato europeo», cioè di un esercito composto con i contingenti forniti dagli Stati partecipanti e sottoposto, non più allo Stato maggiore nazionale, ma ad un comando sopranazionale, dovrebbe, secondo la demagogia delle giustificazioni ufficiali, garantire contro la rinascita del nazionalismo prussiano, dato che le divisioni tedesche da ricostruire sarebbero agli ordini non più del governo germanico, ma dell’Alto Comando europeo. Fin qui arrivano le anticipazioni teoriche, cui peraltro i Governi interessati davano crisma di ufficialità firmando a suo tempo il Trattato costitutivo. Ma che si è prodotto in pratica? Che si è fatto a Roma?

Il sig. John Foster Dulles, Segretario del Dipartimento di Stato americano, accingendosi a partire per il giro di visite nelle capitali dei paesi del Patto Atlantico, credette opportuno farsi precedere da una «brutale» dichiarazione. Avendo premesso che gli stanziamenti fin ad oggi effettuati dal Tesoro degli Stati Uniti in conto degli aiuti economici e militari a favore dei governi «atlantici» assommavano a 30 miliardollari, ammoniva i troppo recalcitranti satelliti d’oltre Atlantico che un eventuale fallimento degli sforzi di unificazione politica e militare della vecchia Europa Occidentale, provocherebbe una brusca virata di bordo nella politica europea del Governo di Washington. Foster Dulles parlava almeno il linguaggio della franchezza, l’esatto opposto cioè di quello che sentiamo fluire dalle untuose bocche dei nostri federalisti, illusi ed illudenti che la soppressione delle barriere nazionaliste in Europa, causa di due guerre mondiali, possa verificarsi con appelli alla volontà e alla coscienza di governi e di popoli. Il Segretario americano comprende dunque che l’unificazione dell’Europa, ammesso che ci sarà, non potrà farsi che con l’impiego della più irresistibile delle pressioni materiali: la forza economica.

Ma la minaccia di Foster Dulles di tagliare i rifornimenti di dollari ai governi atlantici rappresenta pur essa un mero atto di volontarismo. Non certamente per libera scelta il governo americano profonde miliardi di dollari in Europa: deve farlo, non certo per salvare in extremis il proprio commercio estero, come pretende la stampa stalinista, ma per pagarsi il diritto di tenere basi aeronavali in tempo di pace sul continente europeo. Basi militari all’estero e politica di controllo delle vie obbligate del commercio mondiale vanno necessariamente insieme, ciò s’intende benissimo. Ma altra cosa è pretendere che l’arresto del flusso di merci e di armi americane, ammesso che fosse possibile, determinerebbe non si sa quale catastrofe economica negli Stati Uniti. Riportammo in un articolo precedente i dati del commercio estero statunitense verso l’Europa: appena il 3 per cento della produzione nazionale. Ben altri mezzi che il boicottaggio delle merci americane esportate in Europa, predicato dallo stalinismo, sono necessari per scuotere la potenza dell’imperialismo yankee. Il vero tallone d’Achille degli U.S.A. si trova all’interno della fortezza, come sta a dimostrare la crisi del 1929-32.

Ma, d’altra parte, gli aiuti e le sovvenzioni varie mollate da Washington non costituiscono certamente una contropartita ai sacrifici che l’America intende imporre attraverso il Trattato della Comunità Difensiva Europea (C.E.D.), agli intangibili interessi capitalistici delle unità statali che si pretende di stringere insieme in un comune quadro federalistico. Barriere formidabili si oppongono insuperabilmente all’utopistico disegno. Accumulatesi a volte durante periodi secolari, come è il caso dell’Impero britannico, il quale costituisce a sua volta un’organizzazione unitaria economico-politico-militare, tendente irresistibilmente a funzionare da centro mondiale, sia pure secondo agli U.S.A.

Il Trattato costitutivo della C.E.D. fu sottoscritto il 27 maggio 1952 dopo estenuanti (per i negoziatori, non certamente per noi che niente ci aspettiamo di buono dalla diplomazia capitalistica) mercanteggiamenti tra Francia e Germania Occidentale. A tutt’oggi nessuno dei Parlamenti dei 6 Stati firmatari (Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo) ha ratificato gli accordi. Ciò perché una vasta generalizzata opposizione alla CED si è determinata un po’ dappertutto, ma specialmente in Francia e in Germania. Né si intende alludere alla opposizione dei partiti stalinisti locali. Tutt’altro. Sono le stesse aggregazioni di forze politiche, che se proprio non si possono catalogare tutte nel campo filo-americano, certamente militano nella coalizione antirussa e accettano in linea di massima il Patto Atlantico, sono proprio queste che stanno vibrando durissimi colpi all’edificio penosamente costruito dal Dipartimento di Stato con il valido ausilio dei Governi maggiormente legati alla politica americana, quali quelli di Adenauer e di De Gasperi. In Germania, il cancelliere Adenauer, il cui governo gode del pieno appoggio americano, incontra ardui ostacoli frapposti non solo dal concorrente partito socialdemocratico, che si è assunto il compito di neutralizzare la propaganda dell’estrema destra nazista, sbandierando programmi di acceso nazionalismo; ma deve pure disputare duramente con la Corte costituzionale che vede di malocchio la partecipazione di truppe tedesche all’esercito «integrato europeo» di là da venire. Il cavillo giuridico della Corte costituzionale consiste nel negare che la Costituzione tedesca permetta la partecipazione della Germania alla C.E.D. ma è chiaro che, al di sotto delle sottigliezze da legulei, essa esprime il mai spento nazionalismo pangermanista anelante, precisamente come nel 1871, all’Alsazia, alla Lorena e, desiderio di gran lunga più bruciante, alla Saar e ai territori annessi dalla Polonia e dalla Russia. Foster Dulles brandisce l’arma del ricatto minacciando di tagliare il flusso dei miliardollari. Ma quanti di questi sarebbero necessari per compensare le perdite brucianti inflitte al nazionalismo teutonico, e placarne gli appetiti? Quanti miliardollari vale il bacino carbo-siderurgico della Saar?

Il governo di Adenauer, fondandosi realisticamente sul possibile, aveva ritenuto di contentarsi della firma della C.E.D. Non era il primo passo verso la ricostituzione dell’esercito tedesco? Altra via per arrivare a tale tappa indispensabile, ferocemente bramata in solido da democristiani, socialdemocratici e neo-nazisti, non esiste, allo stato attuale, per la Germania, a meno che gli Stati Uniti non si decidessero ad accordarsi bilateralmente con Bonn, il che sembra improbabile dato che in ogni caso ciò equivarrebbe all’esplosione di una critica di tritolo sotto il già sbilenco edificio della Comunità europea di Difesa. Tanto più rabbiose dovevano essere perciò le reazioni tedesche, espresse unanimemente stavolta e dal governo democristiano e dall’opposizione socialdemocratica, all’improvviso voltafaccia di Parigi, l’altro covo dello sciovinismo irriducibile.

Partiti colabrodo

Non batteremo la grancassa anche noi sul «caso Dell’Amico», dell’ex-presidente del paracomunista «Comitato Patriottico per la indipendenza nazionale» (sentite che fior fiore di etichetta… comunista?), già fascista di Salò, poi membro del P.C.I. ed ora convertitosi alla «libertà». Nulla di sensazionale, in questo caso: quando un partito non ha programma ed è aperto a chiunque e a qualsiasi ideologia, esso non è nulla più di un colabrodo: l’acqua vi entra e ne esce, va e viene, gli aderenti divengono dalla sera alla mattina «comunisti» da anticomunisti che erano, e dopodomani liberali, e fra un mese di nuovo fascisti o… comunisti. L’adesione non è nulla di diverso, per questi partiti, dall’affiliazione a una società scacchistica o dal pagamento del pedaggio alla porta di un bordello. L’andirivieni degli associati non fa storia.

Semmai, delle confessioni postume dell’ex-mussoliniano ed ex-togliattiano Lando dell’Amico (riportate da Il Mondo del 7 marzo), può interessare il colpo d’occhio attraverso la serratura dei grandi comitati e sottocomitati imbastiti dal baraccone delle Botteghe Oscure. Il «partito dei lavoratori»? Eccolo in inquieta ricerca di ex-fascisti e neo-fascisti da ripescare e inquadrare in nome dell’indipendenza nazionale e della Patria; sempre vigile e all’erta al primo segno di un’incrinatura tra missini, per correre a carpire potenziali elettori: pronto ogni giorno a studiare e approntare «tattiche» per far massa, brodo e numero; disposto a finanziare giornali e riviste mussoliniane per insinuare dietro la loro facciata il sottile «veleno» della ideologia comunista, ecc. Il partito-baraccone, il partito-fiera.

Ora diranno, ufficialmente, di essersi «sbarazzati di un fascista»: e si vanteranno di averne, in cambio, conquistati dieci. Conquistati, si badi bene, non ad un programma, a un’ideologia, a un metodo di lotta; ma ai bollini mensili della tessera e alla scheda del giugno tedioso… Lasciamoli cuocere nel loro brodo, o colabrodo che sia.