Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/8

Sull’elettore una lacrima

Non parliamo delle complicazioni tecniche della prossima competizione schedaiola. Hanno, certo, la loro parte, poiché è difficile pensare come l’elettore comune se la sbrigherà, essendo chiamato a votare contemporaneamente con due sistemi diversi, per partiti collegati in una e divisi nell’altra, per candidati che qui si abbracciano e là si fanno il broncio. Non parliamo neppure della fungaia di partiti, movimenti e contrassegni, nella quale sarà condannato a trovare la strada. Vogliamo alludere all’atmosfera generale in cui i capocomici del mondo borghese hanno voluto che le elezioni avvenissero.

In realtà, l’elettore che si fosse addormentato quindici giorni fa e solo ora si risvegliasse, avrebbe forse l’impressione di atterrare dal mondo della luna; ma chi non ha dormito ha sopportato un bombardamento propagandistico tale da stordirlo forse più di chi semplicemente dormiva. Fino a pochi giorni fa, sulla scena internazionale, gli schieramenti di guerra si fronteggiavano con l’arme al piede: di qui il bene, di là il male (a seconda della prospettiva di chi guardava); di qui capitalismo, di là socialismo (per chi ci credeva), e la convivenza pacifica fra i due era bensì auspicata come un pio desiderio, ma era sempre ribadita la necessità di crociate liberatrici o da questo o da quello dei contendenti. La scena, in piccolo, alla buona, si ripeteva in campo interno, essendo ormai riconosciuto da tutti che i fronti interni sono come le piccole onde di una tempesta esterna, e meccanicamente la riflettono: anche sul fronte interno, dunque, avversari irriducibili si fronteggiavano, e dalla sconfitta dell’uno o dell’altro (sconfitta incruenta, schedaiola) pareva che dipendessero i destini dei singoli e dell’universo.

Adesso? Adesso, precipitosamente, i contendenti-crociati di Oriente e di Occidente si scambiano cortesie, prigionieri e, fra poco, anche merci; il cielo è tutto un volo di colombe; la convivenza pacifica non è più soltanto possibile, come avrebbe detto il defunto Generalissimo, ma necessaria; gli americani non sono più seminatori di bacilli in Corea; i governanti russi non sono più, a detta dei giornalisti in viaggio d’istruzione a Mosca, quei mostri che la stampa ufficiale americana dipingeva, ed è un frettoloso correre al tavolo delle trattative, un gareggiare in zelo cristiano e in pia fratellanza. I candidati in giro d’affari sulle piazze d’Italia rischiano, per forza d’inerzia, di lanciare contumelie e strali ad «avversari» che qualora la situazione evolvesse proprio così, ridiventerebbero, finite le elezioni, amici e colleghi di gabinetto. Davvero, l’elettore in cabina suderà otto camicie per orientarsi, in questo ginepraio: e non è detto che prima del 3 giugno la scena non sia di nuovo cambiata.

Egli non ha capito che, fra capitalisti, pace e guerra sono ugualmente possibili giacché tutte due sono «affari», e tutto sta a stabilire, volta per volta, quale rende di più; che i due «contendenti» sono non i crociati di due mondi diversi, ma i concorrenti alla fetta maggiore dello stesso mondo, ugualmente imperialisti e rapinatori; che, per il fatto stesso di prospettare la loro coesistenza pacifica, si confessano appartenenti alla stessa classe, giacché se due classi opposte rappresentassero, non accetterebbero di convivere in pace ma tenderebbero a distruggersi a vicenda; che, a loro volta, i partitoni «nazionali» sono sempre e organicamente pronti a ridarsi la mano, oggi o domani, come ieri. Egli non l’ha capito, altrimenti non correrebbe all’urna, ma a mezzi più persuasivi di affermazione.

L’elettore andrà a sbrogliare la sua matassa, né possiamo illuderci di togliergli la benda dagli occhi. La sbrogli o no, questa volta come tutte le altre volte il suo voto obbedirà non ai dettami misteriosi della coscienza o della «volontà popolare», ma all’attrazione di giganteschi campi magnetici internazionali su pagliuzze di ferro inconsapevoli, sballottate di qua e di là nel gorgo dell’imperialismo. E la scena, dopo sudate otto camicie, sarà esattamente la stessa di prima.

Taccuino dell’Urna

Risparmi

Scrive il Corriere d’Informazione (11-12 aprile) che la spesa dello Stato (prescindiamo dunque dalle spese dei partiti, dei sindacati, degli enti vari, e degli aspiranti alla medaglietta) per le elezioni abbinate al Parlamento e al Senato ammonteranno a 9-10 miliardi. E poi dicono che in Italia si investe poco!

D’altronde, chi trovasse un po’ forte la spesa si consoli: se le elezioni non fossero state abbinate la spesa complessiva sarebbe stata superiore. Che amministratore solerte dei nostri quattrini, il caro Alcide!

Case contro schede

Gli elettori si preparano ad essere bombardati di promesse dai candidati alla scranna montecitoriale. L’on. De Martino, democristiano, ci ha pensato fin da ora: offre a chi voti per lui un piano di rapidissima costruzione di alloggi a buon mercato. La mossa è pubblicitariamente felice, data la fame di case che circola: il suo motto è «la tua scheda e una capanna». Via delle Botteghe Oscure non mancherà di sfornare un progetto più vistoso. La realizzazione di questi ed altri piani? Alla vigilia di una successiva campagna elettorale.

Maccheroni o bistecche?

Leggiamo sulla Stampa che il Partito nazionale monarchico, alias Lauro, ha sviluppato l’iniziativa della distribuzione di pasta, olio e pomodoro ai suoi elettori in pectore aprendo mense popolari dove i maccheroni saranno serviti già cucinati.

L’elettore dovrà scegliere fra Partito della bistecca e Partito dei maccheroni. Prevediamo che una «terza forza» offrirà l’una e l’altra.

Economia capitalistica

Quanto costa una portaerei? Il gen. Valle, che da settimane sta conducendo sul Tempo una insistente campagna per la riattivazione dell’industria aeronautica nazionale, è partigiano della scuola di alta strategia che considera le portaerei come un’arma superata, sia per le velocità enormemente superiori degli aerei basati a terra rispetto a quella delle mastodontiche basi aeree galleggianti che sono appunto le portaerei, sia per la sopraggiunta invenzione dell’arma atomica. Egli, in conseguenza delle sue esposte vedute, sostiene con i suoi amici la tesi della priorità dell’aviazione sulla marina, e delle basi aeree terrestri sulle lente portaerei. Per corroborare di dati la sua tesi, che è poi una delle opposte tendenze esistenti negli Stati Maggiori del mondo, il generale ci informa sul costo delle portaerei di 60.000 tonnellate e precisamente della «Forrestal» e della «Saratoga», che saranno pronte ad entrare in linea rispettivamente alla fine del ’54 e del ’55.

Le due unità, dice il gen. Valle, costano ciascuna – a vuoto – 130 miliardi di lire e, aggiungendovi il costo delle cento navi di scorta, protezione e rifornimento, necessarie al loro esercizio, si giunge alla cifra di 1600 miliardi di lire. Se vi pare poco, rassicuratevi; altre otto sono preventivate. Un facile calcoletto istruisce sul costo complessivo della flottiglia: 16.000 (sedicimila) miliardi di lire. Ma non crediate che il gen. Valle si scandalizzi per l’enorme dispendio di forza di lavoro e di materie prime. Egli e i suoi amici dello Stato maggiore vorrebbero che trionfasse nel Governo americano la tesi di coloro che vorrebbero dedicare la stessa somma, magari centuplicata, al potenziamento dell’aviazione di base a terra. Gli economisti e i generali non sanno «economizzare» diversamente.

L’affare Dreyfus in lingua russa

Facciamo una facile profezia. Se Malenkov riuscirà a mantenere il potere, sfuggendo agli odi mortali delle correnti e fazioni che vegetano nel retroscena della dittatura moscovita, la sua figura fisica sarà ben presto circonfusa da un alone glorioso. Sì, perché Malenkov sta dimostrando di amare i colpi sensazionali, le folgoranti rivelazioni, le storie romanzate, che in ogni tempo, ma specialmente nel nostro, hanno assicurato ai governanti l’ammirazione superstiziosa delle folle. Ultimo capitolo del romanzo politico del governo Malenkov rimane, fino al momento in cui scriviamo (che cosa uscirà dalle uova pasquali che il Signore del Cremlino certamente tiene in serbo, non si può prevedere), rimane la revisione del processo imbastito contro i medici-assassini, accusati a suo tempo di aver procurato la morte a Zdanov e Scerbakov con metodi di cura volutamente sbagliati.

Trattandosi della seconda puntata di un romanzo giudiziario, è di prammatica riassumere l’antefatto. Dunque, il 13 gennaio dell’anno in corso, l’Agenzia ufficiale russa Tass diramava un comunicato sulla scoperta di «un gruppo di medici terroristi, avvenuta nella U.R.S.S.». Gli incriminati erano nove di cui cinque ebrei. I loro nomi non importano. Quali le risultanze dell’istruttoria condotta dagli organi del Ministero della Sicurezza? «I criminali hanno confessato che, approfittando della malattia del compagno A. A. Zdanov, essi ne diedero una diagnosi sbagliata e, nascondendo l’affezione al miocardio, di cui egli soffriva, gli prescrissero un regime assolutamente contrario a quella grave malattia e che abbreviarono pure la vita del compagno A. S. Scerbakov, prescrivendogli un regime nocivo che ne provocò la morte. I primi attentati dei criminali furono diretti contro quadri militari dirigenti, per indebolire così la difesa del Paese. Essi cercarono di fare ammalare il Maresciallo Vassilievski, il Maresciallo Govorov, il Maresciallo Koniev, il generale Scemienko, l’ammiraglio Levcenko ed altri, ma l’arresto ha sventato i loro vili piani e i criminali non sono riusciti ad attuare i loro scopi».

All’epoca, secondo il governo russo, non esisteva possibilità di equivoco dato che i colpevoli avevano confessato pienamente, addossandosi tutti gli addebiti. Vecchia storia. Tutti coloro che, da vent’anni, sono incappati nelle epurazioni staliniane hanno dovuto confessare. L’unico che non volle farlo, Leone Trotzky, lo si dovette giustiziare senza processo a Città del Messico.

Il movente degli assassini e degli attentati apparve chiaro come la luce meridiana, grazie, si intende, alle confessioni degli incriminati. Costoro dovevano vuotare il sacco fino in fondo, sapientemente lavorati da funzionari e torturatori professionali del Ministero della Sicurezza. Infatti, la Tass poteva tranquillamente affermare: «È stato accertato che tutti questi medici — questi assassini, mostri del genere umano, i quali hanno calpestato la sacra bandiera della scienza — erano al soldo dei servizi segreti stranieri». Manco a dirlo, i servizi di spionaggio, di cui i medici assassini si confessavano strumenti, erano individuati nel campo americano ed inglese. Anzi fu montata tutta quanta una storia romanzesca (che fosse tale lo dicono ora gli stessi gerarchi del Cremlino) su tenebrosi intrighi che i medici spioni avrebbero intessuto con l’Intelligence Service e il F.B.I. americano, attraverso l’organizzazione ebraica Joint. Che putiferio doveva scatenarsi! La stampa occidentale accusò di falso la propaganda russa; gridò alla conversione del Cremlino al razzismo antisemita; lo Stato d’Israele ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca. E la polemica di partito! I giornali stalinisti del mondo intero ripeterono le accuse di Mosca, facendo a gara nel trovare gli epiteti più ingiuriosi contro gli «assassini in camice bianco». In Italia, Togliatti difese pubblicamente, in Parlamento, l’operato delle autorità russe, incitandole, se possibile, ad una maggiore durezza nella lotta contro i «nemici del popolo» al soldo dell’imperialismo anglo-americano. Giornalisti del calibro morale di Pastore, Robotti, Ingrao scrissero sull’Unità requisitorie a 4000 gradi di temperatura, scagliando contro i loro degni compari delle redazioni anti-russe l’accusa di complicità con gli assassini russi…

Giorno 4 aprile 1953, colpo di scena. I medici assassini hanno confessato… il falso. Erano innocenti, e le confessioni furono ottenute con la tortura dai funzionari del Ministero della Sicurezza. Mistero della diplomazia russa! In un solo giorno il Cremlino dava ragione alla stampa mondiale imperialista, e torto marcio ai redattori dei fogli stalinisti, i quali poco mancò non chiedessero, in gennaio, di deporre in tribunale contro i medici-assassini. Il comunicato del Ministero degli Interni russo parlava con la stessa imperturbabile chiarezza del comunicato Tass che metteva al bando dell’umanità gli uccisori di Zdanov e Scerbakov. Premesso che una revisione dell’istruttoria era stata effettuata, il comunicato continuava: «La verifica ha dimostrato che le accuse contro le suddette persone (i medici incriminati) erano false e che le prove documentarie sulle quali gli indagatori si erano basati erano senza fondamento. È stato accertato che le deposizioni degli arrestati, che avrebbero confermate le accuse loro mosse, erano state ottenute dagli addetti all’investigazione dell’ex Ministero della Sicurezza di Stato mediante l’impiego di metodi di indagine (leggi: tortura) che sono inammissibili e rigorosamente proibiti dalle leggi sovietiche. Gli arrestati (seguivano i nomi) sono stati dichiarati completamente assolti dalle accuse di terrorismo, sabotaggio e spionaggio e sono stati rimessi in libertà» (Unità, 5-4-1953).

Il comunicato concludeva annunciando che le persone colpevoli di aver svolto irregolarmente l’inchiesta erano state arrestate. Gli accusatori prendevano dunque in gattabuia i posti degli accusati. Il 17 aprile, l’Unità riportava un articolo della Pravda, che annunciava l’arresto dell’ex vice ministro della sicurezza statale Riumin. Come nei romanzi per signorine, i buoni e gli onesti finivano col trionfare; i malvagi venivano raggiunti dal meritato castigo. Mentre, però, il movente dei presunti delitti dei medici era stato, se non scoperto, verosimilmente fabbricato dai funzionari della Sicurezza statale, nulla si è saputo sugli scopi, evidentemente politici, che i capi sconfessati si ripromettevano di raggiungere scavando la fossa, previa fucilazione alla nuca, ai medici. Riumin è stato accusato di aver agito come un nemico dello Stato, di aver preso la via delle avventure criminali, violato la legge sovietica e ingannato il governo. Ma, non comparendo nella requisitoria contro Riumin e soci la solita accusa di intelligenza con i servizi segreti stranieri, non si fa un’induzione attendibile dicendo che l’incriminazione dei medici prima e la messa in istato di accusa e in galera dei loro aguzzini poi, debbono rappresentare le prove di un sotterraneo quanto feroce scontrarsi di fazioni e di correnti all’interno della classe dominante e di Governo russa? Difficile personalizzare le correnti e le camarille in conflitto; ma che uno stato di disunione e di contrasto esista nelle sfere politiche moscovite, è provato dal fatto che, qualche giorno dopo l’incarceramento del gruppo di Riumin, il Comitato Centrale del P. C. russo procedeva all’espulsione dal proprio seno di S. D. Ignatiev, segretario del C.C., motivando il provvedimento con l’asserzione che costui, da appena un mese insediato nella carica, aveva dato «prova di cecità politica e di dabbenaggine», accreditando le risultanze delle investigazioni condotte dal suo subordinato Riumin. All’epoca, Ignatiev ricopriva infatti la carica di Ministro della Sicurezza di Stato.

Nello Stato che l’Unità decanta come il più granitico e compatto del mondo, ecco quanto avviene. La cosa piccante poi è che l’incriminazione dei medici avvenne con Stalin governante. La gloria eterna, cioè ancor più durevole dello stesso sistema solare e della Via Lattea gratificata a Stalin, non rimarrà un tantino offuscata dalla cecità del geniale Capo scoperta dal suo allievo Giorgi Malenkov? Visto che per la strada di Stalin si sono ammazzate tante persone, valeva la pena, per evitarne il deterioramento, che si scannassero i medici anche se innocenti, no? E poi chi ci toglie il dubbio pirandelliano che i veri colpevoli siano gli innocenti? Deve essere come pare alla Pravda?

L’affare Dreyfus, che sconvolse la scena politica della fine del secolo scorso, cominciò con l’incarceramento di un innocente, accusato dallo Stato Maggiore francese di spionaggio ed alto tradimento. Poi, si scoprì che i colpevoli dei reati ascritti al capitano Alfredo Dreyfus erano proprio i suoi persecutori. Fu una cosa addirittura pulita di fronte alla sua versione russa. Ma oggi, in assenza degli Zola e dei France, imperando il giallo e il fumettismo applicato alla propaganda politica e al giornalismo, imperversando i redattori della Pravda, anche una vicenda tipicamente dreyfusiana scende al livello di una indecente pornografia scritta da funzionari emorroidali. Quanto marcio è il mondo borghese!…

Consumata la farsa dell'insurrezionismo stalinista

La giornata del 29 marzo, data della vergognosa disfatta parlamentare e politica riportata dall’opposizione social-stalinista sul terreno della votazione della legge elettorale maggioritaria, doveva concludere scurrilmente il pluriennale favoleggiare sull’illegalismo del P.C.I.

La parodia di epopea dell’insurrezionismo stalinista ebbe inizio il 25 aprile 1945, quando le bande partigiane demo-cattolico-staliniste ricevettero dai comandi alleati l’avviso che le armate tedesche erano in rotta e che quindi era venuto il momento di usare dei mitra calati col paracadute sui monti dai quadrimotori americani, insieme con le scatolette di carne, la gomma masticabile, e le Chesterfield. Fino a quel giorno, che fu buffonescamente denominato della Liberazione nazionale e non fu altro che una discesa dai monti, essendo apparso a valle alfine il segnale della via libera, il partigianismo «svernò». Da allora, non è passato giorno che la propaganda del P.C.I., non abbia incassato un lauto interesse sugli investimenti di gloria e di eroismo insurrezionale effettuati in stretta collaborazione con gli Stati maggiori anglo-americani avanzanti dalla «linea gotica». Da allora, i comandanti dei volontari della libertà, divenuti colonnelli e generali a varie centinaia di metri sul livello del mare, cacciarono fuori il ghigno tirato al nerofumo del ribelle d’operetta e diedero ad intendere agli italiani tutti, sulle colonne dell’ Unità e dell’ Avanti, di tenere la penisola sotto la perenne minaccia della ripresa delle ostilità partigiane e della guerra civile.

A crederci sono stati, in tutto questo periodo, proprio quelli che dalla Repubblica di Salò, protetta dai carri armati germanici, minacciarono, per bocca di Graziani, di somministrare una spietata Notte di San Bartolomeo al partigianismo pro-alleato acquattato nelle caverne dell’Appennino, ma giammai trovarono il coraggio di affrontare… il fastidio di una insonne scalata ai rifugi eccelsi degli avversari. Anche essi aspettavano un’avanzata che non venne: quella tedesca che avrebbe dovuto, secondo Goebbels, ributtare a mare le armate anglo-americane. Oggi, come se niente fosse, utilizzando l’inesauribile marciume della retorica italiana, lavorano anch’essi a costruire una epopea gloriosa coi fatti di cronaca nera di cui furono sciagurati protagonisti.

Noi non abbiamo mai creduto all’insurrezione del P.C.I. nonostante le sghignazzate di Longo, Moscatelli, Valerio e dei loro sottufficiali. Non ci abbiamo creduto mai, per il fatto che chi aspetta di avere alle spalle potentissime armate padrone del cielo, del mare e della terra per menare le mani, non può pretendere di continuare (perdonate l’irriverente raffronto) le tradizioni dei combattenti della Comune di Parigi, insorti non contro uno, ma due eserciti coalizzati nonostante lo stato di armistizio, o quelle dei rivoluzionari bolscevichi scattati nella temeraria impresa rivoluzionaria cui dovevano reagire ambo le coalizioni di belligeranti della prima guerra mondiale. Allo stesso titolo, negammo sempre di considerare altro che una macabra farsa la cosiddetta rivoluzione dei quattro fetenti in camicia nera che nel 1922 inscenarono la Marcia su Roma col permesso delle questure. Perciò non abbiamo commentato altrimenti che con il sorriso di commiserazione, che si addice alle millanterie dei «guappi di cartone», le reboanti minacce formulate sull’ Unità, alla vigilia, che dico?, poche ore prima della imposizione della legge maggioritaria. Le armate di Malenkov erano lontane e lo Stato Maggiore russo intento a civettare con i colleghi anglo-americani; né le questure di Italia, che all’occasione tirarono fuori carri armati, e autoblinde, mostrarono di nutrire benigni propositi nei riguardi della Direzione del P.C.I. Come dunque supporre sia pure per un attimo fuggevole che all’atto di aperto illegalismo del governo e dell’insultante comportamento della maggioranza liberal cattolica in Senato, la Direzione del P.C.I. avesse pagato le cambiali firmate il 25 aprile 1945? Fossero state le armate russe al Brennero e le portaerei americane in fonda al Mediterraneo, eh allora, si sarebbe visto qualcosa di movimentato, e Togliatti fare il Garibaldi conquistatore e Longo il Nino Bixio. Ma in quella eventualità, ben si sarebbe guardato Scelba dal presentare la maggioritaria, e ben presto i capi del M.S.I. avrebbero tirato fuori i certificati di buona condotta rilasciati all’epoca del Comitato di Liberazione Nazionale. Ma tant’è: nessuna offensiva travolgente di poderose armate si verificò il 29 marzo. Come volete che i feroci guerrieri, gli impavidi eroi, i rivoluzionari a riposo del P.C.I. facessero qualcosa di diverso da quello che volgarmente viene indicato con la espressione: farsela nei calzoni? E se la fecero  abbondantemente.

Eppure, a poche ore dalla votazione di autorità della legge elettorale maggioritaria, che ridurrà drasticamente i seggi in Parlamento del P.C.I. nonostante il riottenimento dei voti del 18 aprile, unendosi così il danno alla beffa, l’Unità aveva pubblicato un rovente cartello di sfida. Lo storico malinconico, che fra tremila anni prenderà a leggere il numero dell’ Unità del 29 marzo e non si curerà di compulsare il numero del giorno successivo, sarà pronto a giurare che nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1953 dovette scoppiare in Italia una tremenda rivoluzione. Vi troverà infatti le frasi seguenti: «Non verrà tollerato nessun sovvertimento della norma parlamentare, nessuna menomazione delle prerogative del Senato, nessuna limitazione dei diritti regolamentari e costituzionali dell’Opposizione». E ancora: «De Gasperi ha l’acqua alla gola. Se il governo oserà tentare di calpestare questi ordinamenti (parlamentari e costituzionali), più di quanto già non abbia fatto, la risposta sarà esemplare: nell’aula del Senato, dove l’Opposizione si batte mirabilmente forte del suo buon diritto e dei grandi successi (!) ottenuti, e nel Paese dove sempre più alta si leva in questo giorni cruciali la voce popolare». Testuale.

Orbene, successe che nella sera del 29 marzo, il Governo democristiano non solo «osò tentare di calpestare, ma calpestò, come il maiale calpesta il brago, i famosi ordinamenti sacri del Parlamento e della Costituzione. » La norma parlamentare fu sovvertita, le prerogative del Senato menomate, anzi messe in ridicolo; i diritti dell’Opposizione social-comunista e monarco-fascista trattati a c… in faccia. Ma ciononostante, ad onta delle minacce fatte fare dall’ Unità, la Direzione del P.C.I. non reagì, non diede la «risposta esemplare», limitandosi a ordinare la «rivoluzione delle tavolette» al Senato. Anzi, se gli ex capi dell’insurrezione democratica partigiana appiopparono qualche schiaffo sulle nutrite facce dei deputati democristiani, ben assestati calci nel deretano non riuscirono a schivare nella comica mischia. Dello sciopero generale proclamato in segno di protesta meglio non parlarne. L’unico sciopero veramente generale che si debba registrare nel dopoguerra in Italia, rimane quello del 14 luglio 1949, al momento dell’attentato di Palmiro, ma forse riuscì proprio perché non voluto dalla Direzione del P.C.I. che, molto più energicamente che le disorientate forze di polizia riuscì a stroncare le velleità insurrezionali delle masse. In quell’occasione, la classe operaia italiana veramente credette, sbagliandosi atrocemente, di difendere il suo capo: Alla proclamazione dello sciopero generale del 20 marzo invece, molte illusioni erano cadute nel frattempo, e la grande maggioranza dei lavoratori rifiutò di lottare per conservare i seggi ai parlamentari social-comunisti, che non avevano saputo conservarseli. Tale la «risposta» del P.C.I. e del servitorame nenniano, nel Parlamento e nel Paese.

IL romanzo d’appendice del ribellismo del P.C.I. si è concluso come la tragicomica storia del personaggio protagonista del celebre romanzo di Petronio Arbitro. Allorché l’eroe incontra finalmente l’amore, diciamo così, in senso naturale, si accorge che gli difetta l’indispensabile. Il 29 marzo l’Opposizione social-stalinista avrebbe dovuto mantenere gli impegni di eroico difensore della democrazia assunti il 25 aprile 1945; avrebbe dovuto rispondere all’atto di forza del governo con corrispondenti misure estreme; avrebbe dovuto, in coerenza con la presunta insurrezione contro il regime sorto dal colpo di Stato fascista, rispondere conseguentemente. Ma al momento di drizzarsi in piedi il P.C.I. si è accucciato a guaire sulla propria sventura, spedendo corrieri da Einaudi per impetrarne l’intervento contro il governo (!). Otto anni interi di frenetica esaltazione del partigianismo se ne andavano così in fumo. Si è visto che il ribellismo insurrezionale del P.C.I. aveva lo stesso vigore della «cinghia ammollata nell’acqua» cui Petronio Arbitro paragonava un certo attributo fisico del suo personaggio. Chiamato a nozze dalla Dea Insurrezione, il P.C.I. ha marcato visita, accusando una insormontabile inabilità matrimoniale.

Alzare un po’ troppo la voce, avere il coraggio di definire esattamente l’azione del Governo per quello che è stato – un colpo di Stato in piena regola – e trarne le conseguenze significava, per il P.C.I. spaventare gli armenti piccolo-borghesi e grosso-borghesi che pascolano politicamente «a sinistra», significava perdere gli elettori borghesi che ancora amoreggiano all’ombra della colomba picassiana. Per tenerseli hanno preferito invigliacchirsi fino all’ignominia. Ebbene teneteveli, se dei loro voti avete bisogno per arraffare le poltrone in parlamento. Ma solo i fessi potranno, dopo il 29 marzo , continuare a credere, signor generale Luigi Longo e signor colonnello Walter Audisio detto Valerio, che voi avete veramente capitanata una insurrezione contro l’ordine costituito.

Inchieste sui braccianti

L’Istituto Doxa ha svolto la solita inchiesta «col metodo del campione» sulle condizioni di vita di alcune categorie agricole. Si sa che cosa sono queste inchieste: sommarie nel metodo di rilevazione, cervellotiche nella scelta delle domande; bisogna prenderle con beneficio d’inventario, cioè ritenendo sempre un tantino più nera la situazione reale rispetto a quella rappresentata. Ragione di più per tenerne conto: il quadro che ne risulta, fatta la debita tara, basta largamente a condannare un regime.

L’inchiesta si riferisce ai braccianti settentrionali e meridionali; fa un solo fascio di condizioni molto diverse. Prendiamola per quel che è. Una precedente rilevazione aveva dato, per i braccianti agricoli, un reddito annuo medio per famiglia di 340.000 lire contro 592.000 del reddito annuo familiare sul totale della popolazione. I risultati dell’inchiesta odierna (dicembre 1952) sono ben lontani da quell’ottimistica (e pure spaventosa) cifra: infatti, tenendo conto dei salari medi, del medio numero delle giornate di lavoro, dei proventi di altri membri della famiglia, le entrate di puro lavoro della famiglia bracciantile media (insistiamo che si tratta di un personaggio fittizio, cioè appunto medio) risultano dell’ordine di 180-200 mila lire all’anno; aggiungete regalie e retribuzioni in natura (comprese le nerbate del padrone o le cariche della Celere?) e sarete molto al di sotto delle cifre 1948. Si aggiunga che la media dei giorni di lavoro effettivo compiuto nell’anno è di 204 giorni (ma il 22% ha risposto di aver lavorato fra 151 e 200 giorni, e il 14% da 71 a 100!).

Ancor più significative sono le risposte generiche a domande altrettanto generiche: traspare un fondo di disperazione. «Non mangiamo abbastanza», «non riesco a trovare lavoro», «poca paga e molto lavoro», «ho molti bambini», «non si può vivere», «si guadagna poco e si muore di fame», sono un continuo e angoscioso leit-motiv. Richiesti quale pensino che sarebbe il guadagno mensile giusto per una famiglia come la loro, il 26% rispose: 30 mila, solo il 20% 40 mila; e sembra di vederli toccare il cielo col dito. Richiesti se sperano di divenire proprietari di un terreno in un futuro non troppo lontano, il 44% ha risposto: «Impossibile; ridicolo; non può succedere». Il 43% emigrerebbe, se appena fosse possibile.

La riforma agraria? Meno male, il 23% risponde che non è una cosa seria, che è un imbroglio; il 12 per cento non ne ha mai sentito parlare; le risposte negative o evasive superano le positive (d’altronde caute). Lasciamo stare le domande e le risposte «politiche»: non ci fidiamo. Ma ci sembra caratteristica la cautela dell’intervistato: nelle risposte si avvertono la diffidenza, il sospetto, la paura. «Nessuno può aiutarci», «non so», «nessuna risposta», altro motivo ricorrente.

In tutto questo, nulla di nuovo; lo sapevamo da un pezzo. Ma è interessante che ce lo dicano, con molti riguardi e smussando gli spigoli, proprio gli organismi «ufficiali» o quasi. Il che non impedirà loro di riempirci le tasche con la retorica della «vigoria» e «sanità» contadina. Sfido, è la sorda sopportazione dello sfruttamento. Per ora; domani, i braccianti che «non sanno» e dichiarano che la situazione è «irrimediabile» e «nessuno può aiutarci», sapranno dimostrare anche agli statistici (per i quali, tuttavia, non sarà un «campione» probante) che conoscono la loro strada.

Confindustria, CGIL e siderurgia

Nel penultimo numero abbiamo pubblicata una documentata critica del progetto di legge per la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica presentato dalla opposizione social-comunista in Parlamento. Ne mettevamo in risalto il movente demagogico e l’assoluta mancanza di contenuto «socialista», provando come, a termini del progetto, il passaggio della proprietà e della gestione delle industrie siderurgiche e meccaniche nelle mani dello Stato conserverebbe intatti il carattere e il funzionamento di azienda capitalista alla vagheggiata impresa di Stato. I nostri argomenti erano raggruppati in due ordini:

  1. La Costituzione del Consiglio di Amministrazione della proposta Azienda di Stato lascia inalterato il controllo del Governo, cioè del comitato di interessi della borghesia sull’importante ramo della produzione che si pretende demagogicamente di sottrarre con la nazionalizzazione allo sfruttamento capitalista. Infatti, il progetto prevede che su 22 membri del Consiglio solo 6 dovrebbero essere rappresentati da delegati dei Sindacati, essendo i rimanenti esponenti dei Ministeri dell’Industria e Commercio, del Tesoro, delle Finanze, della Marina Mercantile, delle organizzazioni padronali (3) degli agricoltori (1) degli artigiani (1) e via di seguito. Tutte le nomine dovrebbero essere approvate dal Capo dello Stato e dal presidente del Consiglio: oltre a trovarsi in minoranza, gli «esponenti degli operai» ammesso che si trattasse di autentici lottatori, e non di volgari opportunisti, dovrebbero ottenere dunque il nullaosta del Governo, del Governo dei capitalisti. Non basta. Altro mezzo molto efficace di controllo sarebbe esercitato dal Governo mediante il sovvenzionamento dell’impresa. Come, dunque, il popolo, il famoso popolo, riuscirebbe a controllare la siderurgia nazionalizzata?
  2. Il carattere capitalistico dell’azienda nazionale della Siderurgia invocata dai parlamentari social-comunisti e dalla F.I.O.M., risulta, molto meglio che sul terreno delle istituzioni, su quello dei compiti. Come sarebbe gestita la massa di impianti e di mano d’opera, una volta passata sotto il controllo diretto e la proprietà dello Stato? Già provammo che non si farebbe nulla di diverso da quello che fa qualunque impresa privata, un qualunque consiglio di Amministrazione di una qualunque società per azioni. Il progetto parla chiaro: aumento della produzione, ammodernamento degli impianti, diminuzione dei costi di produzione (art. 5). Mettemmo in risalto la stridente contraddizione che esiste tra la richiesta frenetica di rinnovamento dell’industria nazionale, patriotticamente sognata dallo stalinismo, e la pretesa di difendere il posto di lavoro agli operai. È nota la concatenazione delle cause: rinnovamento degli impianti, cioè nuovi investimenti, producono (altrimenti non varrebbero la spesa) maggiore produttività degli impianti, cioè sostituzione della macchina all’uomo. Altra via per arrivare alla sospirata meta della diminuzione dei costi di produzione non esiste, economicamente parlando. Per questa ragione (imprescindibile nel regime capitalistico delle aziende e dei bilanci aziendali) gli operai delle società siderurgiche stanno vivendo ore di angoscia. I vecchi impianti vengono smontati; al loro posto, o in altre aziende consociate nella Finsider (Cornigliano, Piombino, Bagnoli) ne sorgono di nuovi ad alto potere produttivo che rendono superflua parte della mano d’opera. 

I vecchi impianti offendono la coscienza patriottica del P.C.I. e della F.I.O.M., sempre pronti a sbandierare gli ultramoderni ritrovati della tecnica russa, e a gridare, per ingraziarsi le simpatie elettorali degli esportatori, contro gli alti costi di produzione delle merci italiane. Si vuole quindi che lo Stato intervenga con il suo potere di irregimentazione e il suo denaro a somministrare una cura ricostituente alla siderurgia nazionale, la quale, nonostante i piagnistei, gode già i favori dello Stato tramite l’I.R.I.. Si chiedono nuovi investimenti, impianti più potenti, abbassamento dei costi di produzione: le stesse cose cioè che la Finsider, mediante il piano Sinigaglia, sta perseguendo ed attuando. Aggiungendosi poi che il progetto social-comunista prevede il riscatto dei titoli degli azionisti mediante trasformazione delle azioni presenti sul mercato in obbligazioni garantite dallo Stato, e generatrici di un interesse al 5%, non si capisce in che la siderurgia nazionalizzata si diversificherebbe dalla siderurgia para-statale, semi-nazionalizzata quale esiste oggi. Tuttavia, la F.I.O.M. e la Finsider fanno mostra di combattersi.

Recentemente sono comparsi due documenti ufficiali, emanati dalle «parti in lotta», i quali stanno a provare appunto la perfetta concordanza di concezioni sui compiti dell’azienda, sia essa vista sotto la veste giuridica privatistica, sia sotto quella statalista, fra i pretesi rappresentanti della classe operaia, annidati negli apparati dei Sindacati e dei Partiti pseudo socialisti, e i dichiarati esponenti del Capitale in una controversia politica, che serve unicamente la conservazione del capitalismo.

Chiaro appare il parere espresso dalla Finsider per bocca del suo presidente ing. Sinigaglia. Questi, alla fine di marzo, esaminava la situazione e le prospettive dell’industria siderurgica in una intervista al giornale economico milanese 24 Ore. Veramente, le dichiarazioni del Sinigaglia miravano a controbattere certe accuse di monopolismo mosse all’industria italiana da una rivista americana (da quale pulpito veniva la predica!), ma contengono prese di posizioni che hanno una diretta attinenza ai termini della polemica (sterile polemica) suscitata dalla C.G.I.L. sul tema doloroso dei licenziamenti nelle industrie siderurgiche.

Non potendo esaminare passo per passo l’intervista del magnate della Finsider, ci limiteremo a stralciare il punto più importante per gli operai: quello riguardante i licenziamenti. Affrontando tale punto, scabroso, l’ing. Sinigaglia, come ogni industriale degno di questo nome, si rifaceva al problema dei prezzi. Negato che i prezzi siderurgici italiani siano circa il doppio di quelli esteri, egli ammetteva che la differenza si aggira fra il 20 e il 30%. Poi passava ad esaminare le cause di questo notevole scarto, che raggruppava sotto quattro voci. Quali? Risparmiamo al lettore le solite lamentele sulla intensità della pressione fiscale, sui costi del rottame che in Italia sarebbe il quadruplo di quello registrato in Inghilterra e il triplo di quello registrato in Germania (a questo punto l’intervistato coglieva l’occasione per additare la creazione di impianti a ciclo integrale, di cui gli operai stanno appunto pagando le spese sotto forma di licenziamenti e miseria, come una condizione necessaria per ovviare in parte al maggiore costo del rottame). Sorvoliamo pure sull’altro «fattore di svantaggio» che contribuirebbe a tenere alti i costi di produzione, e cioè l’alto costo del denaro.

Soffermandosi invece sul capoverso che l’ing. Sinigaglia intitolava schiettamente: «Il gravame della mano d’opera». Il passaggio contiene chiaramente esposta la spiegazione del fenomeno dei licenziamenti: «Si pensi che, con un impianto moderno, si possono ora produrre fino a 200 tonnellate-anno di acciaio per unità lavorativa (e in America, anzi, il livello è ancora più alto), mentre in Italia siamo ancora ad un rendimento di 80-90 tonnellate-anno per operaio. Tale enorme differenza è dovuta in parte alla arretratezza degli impianti (il che tormenta i sonni dei nazionalisti alla Di Vittorio) e in parte all’eccesso della mano d’opera, nonché all’ovvia necessità, d’ordine politico-sociale, di graduarne nel tempo gli alleggerimenti (leggi: licenziamenti) connessi col ridimensionamento dei vecchi impianti e con la creazione di impianti moderni, i quali ultimi, peraltro, assorbono (ricordate che è il presidente della Finsider che parla) un numero notevole di lavoratori (il che, secondo la nuda realtà, è falso; diciamo noi)».

Per comodità di discussione, sarà meglio interrompere la citazione, e passare all’esame del memoriale che in data 29 marzo 1953 (Unità dello stesso giorno) la segreteria della C.G.I.L. inviava a De Gasperi e Campilli. Ci siamo impegnati a dimostrare che le richieste dei sindacati stalinisti in merito alla crisi siderurgica coincidono a puntino con le pretese degli industriali. Ed allora facciamo parlare le scartoffie firmate da lor signori.

Sfrondando il memoriale della solita zavorra di parole, atte a commuovere e null’affatto a realizzare alcunché di concreto, le richieste della C.G.I.L., in ordine alla «salvezza delle aziende minacciate e per la soluzione del problema siderurgico», si riducevano alle seguenti: 1) piano a lungo periodo per lo sviluppo della produzione siderurgica attraverso l’effettuazione di investimenti organici, in primo luogo nelle aziende sotto il controllo statale. 2) un piano di finanziamento del mercato di sbocco all’interno dei prodotti siderurgici e meccanici, potenziando ed ampliando gli strumenti di finanziamento ai fini dell’industrializzazione del Mezzogiorno e della meccanizzazione dell’agricoltura. 3) Riorganizzazione del settore siderurgico e meccanico controllato dallo Stato, unificandone la direzione industriale. 4) Protezione dell’industria nazionale contro i tentativi di penetrazione commerciale dei monopoli stranieri.

Tutto qui, almeno per quello che riguarda l’assoluta concordanza fra le rivendicazioni della C.G.I.L. e quelle dei famosi «gruppi monopolistici», cui Di Vittorio minaccia (a vuoto) di tagliare la testa. Infatti, il primo punto concorda appieno col programma della Finsider. Il piano Sinigaglia (di cui migliaia di operai stanno pagando le conseguenze) non si prefigge, forse, e non ha di già attuato in parte un programma organico di investimenti, miranti all’ammodernamento degli impianti? D’altra parte, la distinzione che nel campo siderurgico la C.G.I.L. istituisce fra aziende private e aziende «sotto controllo statale» è pura demagogia, dato che, come abbiamo dimostrato altra volta, lo Stato controlla attualmente, attraverso l’I.R.I., la quasi totalità dell’industria siderurgica, sicché chiedere al governo di sovvenzionare le «aziende siderurgiche sotto controllo statale» equivale a invocare lo stanziamento di fondi statali a favore della Finsider, e cioè dei signori azionisti che la F.I.O.M. dice di voler cancellare dalla faccia della terra.

Per quanto riguarda il secondo punto, in cui si chiede al Governo di facilitare il finanziamento del mercato di sbocco interno dei prodotti siderurgici, abbiamo già sentito le doglianze dell’ing. Sinigaglia: fate lavorare la zecca per noi, e in compenso sarà possibile abbassare i prezzi (eterna canzone), per cui i cafoni del Mezzogiorno saranno messi in grado di acquistare i prodotti della meccanica. Quel che vuole il presidente del massimo trust siderurgico italiano è insieme l’oggetto dei patriottici desideri del segretario della C.G.I.L. e membro della Direzione del P.C.I.: Fateci la carità, voi del Governo, di permetterci di abbassare i prezzi dei prodotti meccanici, e noi ci impegnamo a trasformare il Mezzogiorno in una sorta di bacino della Ruhr. Oh, come canta bene la sirena confederale… e come le sue note armonizzano con quelle uscite dalle gole dei nostri capitalisti. Che sarà, un effetto di contatti telefonici?

Il terzo punto, poi, è un autentico esempio di come si sfondino le porte aperte, dato che tutti i cani delle strade d’Italia sanno fin dalla nascita che al mondo non esiste paese in cui l’industria, specie quella siderurgica, sia più unificata, coccolata e imbeccata dallo Stato, che in Italia. Basti dire che la Finsider, alias I.R.I., alias lo Stato di Roma, controlla più del 50 per cento della produzione siderurgica (la percentuale aumenta se si aggiunge la produzione della Cogne). Che vuole la C.G.I.L.? Che anche le aziende siderurgiche ora fuori dal cartello statale vi entrino? È proprio quello che sta facendo la Finsider, che costringe alla chiusura aziende anche importanti, e si avvia al raggiungimento del controllo totale della siderurgia. In quanto al quarto punto (difesa dell’industria nazionale contro le invadenze della concorrenza straniera) ci sarebbe da ridire, se non si trattasse di combattere contro le manovre di istupidimento delle masse condotte dalla C.G.I.L. e dal P.C.I. Dire al capitalista di difendersi dalla concorrenza straniera o locale importa poco, è come supplicare un lupo di mantenersi i denti in buono stato. Se poi il capitalista, o un Consiglio di Amministrazione, è tanto fesso da farsi fregare, e i sindacalisti e i parlamentari dei partiti che si dicono del proletariato gli insegnano il modo migliore di fregare il concorrente anziché farsi fregare, che significa ciò, se non che i capi del proletariato hanno reso un ottimo servizio al capitalismo? Eppure, nei manifesti elettorali, il P.C.I. e la C.G.I.L. si producono alle folle sotto le vesti di feroci nemici dello sfruttamento capitalista, e di paladini del socialismo…

Un punto controverso, una zona di conflitto, esiste pur tuttavia fra padronato siderurgico e burocrazie confederali: lo scottante problema dei licenziamenti. L’ing. Sinigaglia, e con lui si intende indicare il padronato e la Confindustria, non ha peli sulla lingua. Concludendo la sua dichiarazione sui problemi della mano d’opera, egli così si esprimeva: «È opportuno sottolineare che i licenziamenti di operai non sono dovuti né al Piano Finsider né al Piano Schuman, ma semplicemente alla urgente necessità di abbassare i costi di produzione dell’acciaio per consentire una vita più sana all’industria meccanica, alla quale è interessato un numero di operai enormemente maggiore di quello addetto alla siderurgia». Più che giusto! Dire che i licenziamenti non sono dovuti né al Piano Finsider né al Piano Schuman, ma solo alle conseguenze degli investimenti e dell’installazione di nuovo macchinario, equivale a dire la verità, e al capitalismo, che non può esistere senza rivoluzionare continuamente, senza fare investimenti, cioè senza sostituire ai vecchi impianti altri più produttivi. Signor Sinigaglia, certamente siete un nemico del socialismo; ma, bisogna riconoscervi il merito di parlar franco. Così facendo, dimostrate chiaramente quel che siete: uno strumento per tradurre in ordini spietati le feroci esigenze del Capitale. Non così fanno purtroppo i presunti capi della lotta contro il capitalismo, i napoleoni delle Direzioni dei partiti pseudo-proletari e delle Confederazioni opportuniste, i quali, mentre si inchinano reverentemente agli appetiti del Capitale e chiedono investimenti su investimenti, aumenti di produzione su aumenti di produzione, ammodernamenti su ammodernamenti, hanno poi la suprema faccia tosta di presentarsi come difensori degli interessi degli operai. Sono i nemici occulti del socialismo, come voi, egregio ingegnere, siete, insieme con i vostri pari, i nemici palesi…

Torniamo all’argomento. I licenziamenti che fanno respirare meglio le aziende in fase di riordinazione, immergono migliaia di famiglie proletarie nella disperazione. Quale prova più eloquente che il capitalismo e proletariato sono termini inconciliabili, per cui il progresso dell’uno significa ribadimento della schiavitù dell’altro? Pure, i burocrati della C.G.I.L. pretendono di accordare gli opposti interessi, di favorire nel caso specifico il progresso tecnico ed industriale della siderurgia e di allontanare dal proletariato lo spettro del licenziamento e della fame. Ebbene, cosa propongono allo scopo? Una misura tipica del protezionismo statale capitalista. Si legge infatti nel progetto di legge per la nazionalizzazione della siderurgia – che discende dalle stesse premesse tenute presenti nella stesura del memoriale della C.G.I.L. – un articolo (n. 15) in cui è prevista la costituzione di un fondo di dotazione della proposta Azienda Nazionale siderurgica di 100 milioni di lire. Egualmente invocando la revoca o la sospensione dei licenziamenti in corso, il memoriale della C.G.I.L. chiede «adeguate misure finanziarie». Tutto ciò significa che la C.G.I.L. propone di addossare allo Stato la spesa di quella massa di salari che il rinnovamento tecnico della siderurgia rende superflua. Non occorre essere indovini per supporre che la Finsider, se il Governo acconsentisse alla transazione, non avrebbe alcuna necessità di operare i licenziamenti odierni, visto che a fornire il denaro per i salari della mano d’opera esuberante provvederebbero i contribuenti.

La posizione della C.G.I.L. è dunque quella tipica dell’opportunismo. Essa tende a creare una zona di intesa fra interessi del Capitale e del lavoro salariato (impossibile su scala sociale) nell’ambito dell’azienda. La C.G.I.L. chiede di collaborare con la Finsider per costringere lo Stato ad aprire la borsa in nome dell’egoistico interesse dell’azienda. Infatti, dato che lo Stato non può stampare carta moneta a volontà, le sovvenzioni alla Finsider necessariamente comporterebbero il disinvestimento dei capitali statali da altri rami della produzione sovvenzionata (cantieristica, idrocarburi, Cassa del Mezzogiorno, ecc.), per cui la revoca dei licenziamenti all’Ilva o alla Terni sarebbe pagata dalla classe operaia con le riduzioni di lavoro e i licenziamenti in altri rami della produzione. È questo, che vuole la C.G.I.L.? Non è detto apertamente, e si capisce il perché, ma lo si desume dalle richieste confederali. Così, la lotta sordida delle categorie prende il posto della lotta di classe, l’opportunismo aziendista soffoca il classismo rivoluzionario, la nazionalizzazione rafforza le aziende e alimenta l’aristocrazia operaia.

Che bisogna dunque volere? La volta scorsa promettemmo di esporre la tesi nostra, ma, essendo necessario anzitutto sapere che cosa bisogna non volere e non fare, abbiamo preferito dedicare un altro articolo alla parte critica e negativa della discussione. Bisogna anzitutto che gli operai si convincano della verità incontrovertibile che la nazionalizzazione delle imprese non elimina, in quanto conserva le aziende e la contabilità aziendale fondata sull’entrata e sulla uscita espressa in denaro, il carattere capitalistico della produzione. Bisogna anzitutto che gli operai comprendano come la politica economica dei falsi partiti socialisti collimi coi canoni fondamentali dell’economia capitalista. Del resto, noi non possediamo la ricetta per sanare i mali del capitalismo: se essa esistesse, come pretendono i sindacalisti alla Di Vittorio, a che varrebbe auspicarne la morte? La mossa iniziale della distruzione del capitalismo non può giocarsi sul terreno delle riforme economiche, ma su quello dell’insurrezione armata contro il potere dello Stato politico borghese. La volta prossima sarà quella buona, speriamo, per anticipare gli effetti che il colossale rivolgimento nell’organizzazione della produzione e della distribuzione dei beni economici provocherà nel campo siderurgico.

Quinto: libertà di contagiare

Caro «Programma»,

poiché ti sei interessato della lebbra nel Sud Italia, ti invio questa nota sulle cure e previdenze dei paesi «civili» nei riguardi degli appestati.

Citiamo da «Sapere» Hoepli: «Il Figaro del 26-1-53 segnala che il numero dei lebbrosi nel mondo si aggira sui 10 milioni; l’India da sola ne annovera 3 milioni; 2 milioni vivono in Africa. Come è noto in Europa i lebbrosi sono ridotti a poche migliaia».

Nel suo fascicolo 419-420 «Sapere» ricordava che la scoperta di due rimedi, il sulfone e la promacetina, giustificava la speranza che la lebbra potesse essere guarita.

Non sembra però che il mondo civile si interessi estremamente al problema della lebbra; esistono, è vero, numerosi lebbrosi; ma secondo Il Figaro «il numero degli ammalati assistiti non supera i 100.000 pari all’1% dei colpiti».

Noi più non ci meravigliamo: l’era dell’acciaio non può essere tanto pronta e sensibile alle cure della vita.

Umberto

La “mungitura su giostra”

Nelle grandi aziende agricole, condotte con criteri prettamente capitalistici, e specialmente in quelle attrezzate per l’allevamento del bestiame, la mungitura costituisce una operazione produttiva che, se fatta a mano, richiede un forte impiego di mano d’opera, e quindi un’alta spesa in salari. Messi di fronte all’imprescindibile problema dei costi, gli imprenditori seguono il criterio ormai immutabile di meccanizzare il lavoro, anziché ridurre i salari. Come del resto avviene nell’industria, ove l’aumento della produttività per introduzione di mezzi meccanici permette di ridurre la massa degli operai occupati, sostituiti in parte dalle macchine, e, nello stesso tempo di mantenere, anzi di aumentare, i salari degli operai rimasti a carico dell’azienda. Nell’agricoltura, fino a quando non furono inventate le mungitrici meccaniche, il problema della riduzione dei costi, in questo importante settore agricolo, rimase insoluto, perché è praticamente impossibile ricorrere alla decimazione pura e semplice della mano d’opera, quando non esiste un mezzo meccanico che rimpiazzi gli operai licenziati. Ma oggi la tecnologia ha superato persino la mungitrice meccanica, permettendo un risparmio sulle spese salari (che in regime capitalista significa disoccupazione e miseria delle famiglie operaie) di gran lunga maggiore. È stato infatti inventato, e funziona già, un apparecchio che munge 300 vacche all’ora.

Ricaviamo dal giornale economico 24 Ore: « Negli Stati Uniti, nel Canada, in Olanda, Danimarca, Inghilterra, Australia, paesi in cui la produzione del latte ha un’importanza non trascurabile nell’economia agricola, sono andate diffondendosi rapidamente le mungitrici meccaniche, ogni giorno perfezionantisi in questo o quel dettaglio. Ove però la mungitura riguarda un numero notevole di vacche, e in serie meglio si adatta, si è pensato di farvi partecipare, per un’economia ancora più spinta del lavoro umano (leggi: riduzione dell’impiego di mano d’opera) le vacche stesse, in quegli atti che possono essere compiuti da loro senza che il mungitore intervenga. Di qui, pertanto, la idea della mungitura rotatoria, su piattaforma mobile e dell’avviamento ad essa ed il ritorno in stalla degli animali addomesticati all’uopo.

« L’intera attrezzatura per la mungitura di tale genere, è chiamata, nei Paesi di lingua inglese, « rotolactor » od anche « mungitura su giostra », perché i soggetti nel corso dell’operazione vengono trasportati proprio come se fossero su una giostra.

« L’edificio che contiene la piattaforma girevole, ha un diametro interno di 22 metri circa e un’altezza di poco più di quattro metri e mezzo. Tre settori circolari concentrici lo compongono. Il primo è formato da una pedana di cemento che gira tutto intorno e serve di camminamento per il personale di servizio. Il secondo è costituito dalla piattaforma di acciaio girevole su cui possono essere munte 50 vacche alla volta. Il terzo, situato nel centro, è dato da un corridoio a spirale che mette in comunicazione le stalle ad un livello più basso, con la pedana di cemento. L’ambiente è illuminato a giorno da lampade al neon la cui luce viene riflessa in basso dal soffitto rivestito di lastre di alluminio che funzionano da specchio metallico.

« Le vacche, all’ora della mungitura, in fila indiana, risalgono la rampa a spirale ma prima di entrare nella sala della mungitura, vengono sottoposte al lavaggio delle mammelle.

« Mentre la piattaforma è già in moto lento, le vacche attraversano la pedana di cemento e vanno a disporsi nelle diverse poste vuote distribuite sulla piattaforma girevole. Lì un addetto provvede ad asciugare loro le mammelle rapidamente e ad effettuare l’attacco dell’apparecchio mungitore. Perché gli animali durante la mungitura non abbiano a muoversi e a farsi male, un giogo metallico le tiene ferme. Il latte estratto dalle mungitrici passa quindi a mezzo di tubature tenute sterili alla pesatura e successivamente, sotto la spinta di una pompa centrifuga, ai locali di lavorazione. Mentre la mungitura è in atto, le vacche mangiano prendendo l’alimento da una rastrelliera. Al termine dell’estrazione del latte, la quale coincide con un giro di piattaforma per animale, il giogo metallico e la rastrelliera si alzano automaticamente sopra la testa di ogni vacca, cosicché, resasi libera, può tornare in stalla per lo stesso corridoio di dove è venuta ».

L’abbiamo già detto, l’impianto permette di mungere 300 vacche all’ora. Quanti uomini richiede la manutenzione? Soltanto 14. Un impianto di mungitura rotante sorge attualmente in Australia; nell’azienda agricola del Parco di Camden, che ha nelle proprie stalle da 1100 a 1250 vacche. Un semplice calcoletto ci dà che sono sufficienti poco più di quattro ore per mungere l’intero armento. Così, con una semplicità estrema, la tecnica moderna liquida definitivamente uno dei più ancestrali mestieri che ha accompagnato l’uomo fin da una epoca lontana decine di migliaia di anni: la mungitura a mano. Ma la storiografia ufficiale continuerà ad interessarsi delle degenerazioni di Hitler o delle gravidanze di Elisabetta II. A dispetto degli storici idealisti una invenzione del genere, sia pure inerente a mammelle di vacche lattifere, esercita certo una influenza sugli avvenimenti molto più reale che le conferenze stampa del Presidente degli S. U. Essa segna infatti il raggiungimento di una premessa importante che, insieme con molte altre, permetterà di sconvolgere l’economia capitalista, e costruire sulle sue macerie la produzione socialista. Potrà sembrare molto prosaico agli sfaccendati e agli elegantoni, ma il socialismo non sarà né l’effetto di grandiosi gesti né la meravigliosa metamorfosi delle coscienze: non avremo bisogno, una volta preso il potere e imposto la dittatura ferrea del proletariato armato, di plasmare uomini e donne « nuovi »; basterà organizzare i mezzi produttivi che ora il capitalismo sperpera nella orgia dell’affarismo, e indirizzarli verso l’obiettivo di ridurre la giornata di lavoro degli operai prima, mettiamo, di un decimo, poi di un terzo, e ancora della metà, dei due terzi… man mano che la massa di impianti e di forza lavoro saranno disinvestiti dai rami parassitari, cui il capitalismo li costringe, ed avviati verso i settori utili della produzione.

La « mungitura su giostra » come tante altre meravigliose invenzioni dell’ingegno umano, servono nelle mani rapaci del Capitale, a ridurre i costi, a pagare una minore massa di salari, ad aumentare il montante del profitto aziendale. Nelle mani della dittatura del proletariato, servirà a ridurre la giornata di lavoro dei singoli lavoratori. Se 14 uomini bastano a mungere oggi un intero armento di vacche, rifornendo di latte un’intera città, segno è che le premesse del socialismo esistono già, e che la emancipazione degli uomini dalla dura condanna del lavoro manuale, che il regime del salariato doveva trasformare in tormento fisico e mentale dei lavoratori introducendo la organizzazione « scientifica » (in russo: stakhanovista) del lavoro, le multe, le sospensioni, ecc., rappresenta una conquista possibile, non sogno, non fantasticheria, come il volgare scetticismo pretende. Ma le premesse del socialismo non esistono nelle coscienze o nelle volontà, al contrario si accumulano nella materiale base produttiva della stessa società borghese. Si tratterà di procedere ad una successiva suddivisione dello sforzo produttivo e della giornata di lavoro umana: i 14 operai addetti oggi alla mungitura rotante potranno diventare 140, sicché ogni lavoratore potrà lavorare dieci volte di meno. Ma se, a rigore di statistica, ognuno di noi dovrà contribuire alla produzione sociale, diciamo per un’ora al giorno, chi vorrà controllare con l’orologio alla mano se per caso non avrà lavorato per un’ora e cinque minuti? Perciò i marxisti sostengono che il socialismo trasformerà il lavoro da condanna in naturale bisogno fisico e mentale dell’uomo, in volontaria contribuzione…

La mungitura rotante, come i treni ultramoderni della siderurgia, le presse automatiche dei pastifici, le fabbriche di gomma artificiale, servono nell’economia capitalista, nell’economia del denaro, ad avilire ed affamare il « vivente lavoro », la massa dei lavoratori. La macchina schiaccia l’uomo. Il socialismo dovrà stabilire il dominio dei lavoratori sulla macchina. Ma per arrivare a ciò, per far partorire alla società capitalistica dello sfruttamento e della divisione tra gli uomini la produzione collettiva del socialismo, bisognerà operare il taglio cesareo della Rivoluzione, liquidatrice delle infamie sociali: il salariato, la divisione corporativa e sociale, il dominio del denaro.

L'hanno detto loro

Le promesse di Ike

« Pietà per i poveri contribuenti! È verosimile che il governo (Eisenhower) chieda al Congresso di aumentare le imposte ».

(New York Herald Tribune, 18-2).

Valore del patto atlantico

« Anche se i trattati verranno ratificati, ciò non significa che un milione di uomini si troveranno immediatamente sotto le armi. Le difficoltà tecnico militari dei trattati sono tali, che un’armata efficiente non ne uscirà mai ».

(New York Times, 17-2).

Le magnifiche sorti progressive

Riassunto dalla New York Herald Tribune del 9-10-13-19 febbraio: « La bomba a idrogeno recentemente collaudata a Eniwetok è 150-250 volte più potente dell’atomica di Hiroshima; essa distrugge ogni vita nel raggio di 12 Km. e ogni edificio su un’area di 175 Km². (L’area di una grande città come Parigi o Mosca) e causerebbe danni terribili in un’area di più di 300 kmq. (la superficie di una metropoli come Londra o New York).

Meriti laburisti

« Il nuovo programma di difesa presentato dal governo britannico è molto più modesto dell’originario piano triennale di Attlee ».

(Le Monde, 21-2)

Superuomo ammosciati

Due sono le costruzioni cui più supinamente si inchina il filisteo, lo Stato e l’Io.

Se noi combattiamo ferocemente tutti i culti che si fondano su questi due oggetti di generale prosternazione, non assumiamo peraltro che si riducano a pure manipolazioni della fantasia umana. Sono costruzioni reali apparse nella storia, e che hanno avuto materiali effetti di ogni natura e di massima portata, e ciò vale tanto per le varie forme e tipi di Stati di tutti i tempi, che per i grandi Capi e Maestri di tutti i popoli e di tutte le epoche.

Quel che vogliamo stabilire è che, come la teoria marxista dello Stato, dopo aver sciolto l’enigma della dinamica di questo formidabile fattore, chiude col suo invio in pensione, un processo analogo avviene per l’Io, inteso come finora l’hanno inteso i filosofi, ossia non solo come il soggetto che si troverebbe eterno ed assoluto in ogni animale-uomo, ma come l’entità immateriale e imponderabile che anima l’Uomo con la lettera maiuscola, il grande duce, il grande condottiero, l’innovatore che appare ad ogni tratto della storia ufficiale.

Come lo Stato, anche questa «forma» del capo, ha una base materiale e manifesta l’azione di forze fisiche, ma noi neghiamo che abbia funzione assoluta ed eterna: stabilimmo che è un prodotto storico, che in un dato periodo manca; nacque sotto date condizioni, e sotto date altre scomparirà.

Marx annunziò allo Stato moderno la sorte di essere fracassato e ridotto in frantumi. Engels e lui stesso definirono la sorte dello Stato rivoluzionario, che gli seguirà, come una lenta sparizione. All’Io di eccezione spetta la stessa sorte; deperire, svuotarsi, sgonfiarsi, dissolversi (sich auflösen), estinguersi, spegnersi (sich auslöschen) come in Engels. Lenin ebbe un altro termine espressivo: assopirsi.

Collegandoci al precedente Filo sul «Battilocchio nella storia», vogliamo con questo stabilire e meglio chiarire, con motivi strettamente deterministici, come la funzione del Battilocchio (abbiamo così definito il Superuomo, l’Io extra misura, l’individuo «fuori classe») che ha fin qui avuta una meccanica effettiva, debba eliminarsi insieme agli altri caratteri delle società di classe con la rivoluzione comunista.

Assopimento dei grandi uomini! L’apostrofe quindi da rivolgere ai loro ultimi esemplari è quella classica: va’ te coccà! Battilocchi, a letto. Assumiamo tuttavia una differenza. La rivoluzione proletaria deve servirsi del duro e cruento arnese dello Stato di classe, e servirsene a fondo, con una dittatura la cui utilità è in ragione del proclamato impiego, non mascherato da menzogne di tolleranze e democrazie, prima che venga lo stadio in cui lo relegheremo, giusta Engels, nel museo dei vecchiumi. Ma dell’arnese Battilocchio, divenuto davvero sudicio e repugnante, possiamo liberarcene prima della caduta del capitalismo. Appena la classe proletaria appare sulla scena della storia, essa può e deve sostituire la «forma» del Capo con quella sua propria: il partito di classe. Perciò Lenin tante volte ricorda la frase del «Manifesto»: i postulati dei comunisti non poggiano affatto sopra idee o principii, scoperti da qualche rinnovatore della società.

Non fu il manifesto di Carlo Marx, o di lui e Federico Engels, fu il «Manifesto del partito comunista». Di lì, e senza battilocchi, muovemmo. Purtroppo ne piovvero da ogni lato, e al loro effetto, antiproducente in partenza, si devono i ripetuti rovesci; tuttavia inevitabili, perché ogni forma ha la sua inerzia storica, e quella dei battilocchi resiste più che le cimici al D.D.T., si acclimata con disperata virulenza ai più drastici disinfettanti.

IERI

Naturalis historia

In quanto la pratica funzionalità degli aggruppamenti di individui, che si vengono formando da quando la specie umana è apparsa, si ingrana sulla persona di un Capo, di cui tutti gli altri elementi accettano gli insegnamenti o eseguono gli ordini? Per il filisteo solito questo è un fatto «naturale», un rapporto che si stabilirebbe ovunque e in qualunque momento, perché immediato e necessario, anche se quel gruppo fosse depositato ad un dato istante in un angolo del cosmo da una nave interplanetaria, e lasciato a sé stesso: il Capo sorgerebbe; e poco importa se eletto da Dio, o dalle urne popolari, designato dal nome gentilizio o da una sommossa plebea, favorito dalla prestanza del fisico e dalla forza muscolare, o dall’astuzia e dal fulgore dell’intelletto; Davide o Gracco, Ivanoe o Masaniello, Orlando o Richelieu…

Noi, al solito, guardiamo alla successione storica e alle basi della produzione, tra le quali si inserisce il tipo di rapporti riproduttivi sessuali. Di queste trattazioni esempio più volte ricordato e classico è il testo di Engels sull’«Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato». Il quale, si intende, è un programma di partito per arrivare alla fine della famiglia, della proprietà e dello Stato, sicuramente prevedibili. Vediamo dunque un poco la dottrina della fine e dell’origine del Battilocchio.

Volendo studiare le associazioni di esseri viventi non solo è bene risalire alle bestie, ma perfino alle piante. La scienza moderna colla sua potenza di indagine, sebbene inesorabilmente accecata dalla divisione del lavoro e dalla specializzazione entro artefatte frontiere, ha già un materiale di ricerca importante in questi campi. Sulla socialità degli animali è ormai costruita una scienza che nello studiare i rapporti tra specie e specie zoologica e tra le specie e tutto il naturale ambiente è per logico effetto divenuta una scienza storica, e segue lo spostamento, il diffondersi e il disperdersi dei vari tipi animali in varie plaghe. Ma anche lo studio della flora, come della fauna, colla presenza concomitante di date specie di piante a milioni di individui in vari luoghi e vari tempi, ha ormai determinata non solo una storia delle flore (tropicali, temperate, glaciali, ecc.) sulla superficie terrestre, ma una «fitosociologia», ossia una scienza degli effetti della «associazione» e della «organizzazione» delle piante sulle vicende del tipo individuale, e la sua evoluzione di forme e processi interni. È anzi notevole (ma argomento per altra sede) che proprio queste scienze tentano di costruirsi su teorie a fondamento matematico; il che farebbe scattare tutti i benpensanti all’idea del criminoso ingresso di metodi matematici nel prevedere fatti umani, spirituali, politici…

Ormai anche la natura inanimata ha una storia, e non alludiamo solo alla geologia, che registra le trasformazioni di minerali, rocce, magmi e crosta della sfera terrestre, nel corso dei millenni, e per tempi incalcolabili prima che la vita organica sia presente o anche alla prestigiosa astrofisica, che ha dato un’età alle «impassibili» stelle. La radioattività e la scoperta dei componenti del complesso che è l’atomo, mostrano che in date serie anche esso «vive» e muta la sua specie, da quello dei metalli più pesanti a quello dei gas più evanescenti. Questi trapassi hanno a loro volta leggi di successione obbligate, e se si è in sede «filosofica» ampiamente speculato sulla riluttanza di questo ordine di fenomeni a «lasciarsi prevedere», e la loro pretesa ribellione al causalismo determinista, che vige nel campo della meccanica, terrestre e celeste (del che anche in sede «Prometeo», sul tema: «Marxismo e teoria della conoscenza»), notiamo ora solo che Einstein annunzia di aver trovato le relazioni unificatrici di tutto questo – confessandosi determinista quanto noi marxisti – colla formula: Dio non gioca ai dadi. Formula che per i materialisti storici potrebbe essere: giochino pure ai dadi, se li sollazza, gli dei e i soprauomini, in quanto senza di essi si fa per le stesse vie e con la stessa metodologia la ricerca – aspra e dura che sia – delle relazioni tra elettroni, tra atomi, tra corpi materiali, tra piante, tra animali, tra uomini, e lo stesso processo immenso di vita e di storia raccoglie il tutto, e ne traccia certi grandiosi itinerari.

Comunità prime

Nella vecchia polemica in difesa della monogamia – che Engels dimostra essere soltanto uno dei tipi di legame familiare, non solo contingente e passeggero come gli altri, ma proprio dell’epoca dell’attuale «civiltà» capitalistica, fondata sullo sfruttamento delle masse lavoratrici – al fine di esaltarla al tempo stesso come il solo tipo ideale e naturale di rapporto tra uomo e donna, oltre ad invocare le religioni (alcune) ed il diritto (ubi tu Caius…) si pretese che anche le bestie o almeno le più a noi vicine fossero monogame. Qui ci preme il quesito se tra i tipi di organizzazione delle società animali vi fosse la famiglia, e vi fosse una forma più vasta, comportante un capo o dei capi. I primi Battilocchi avevano dunque le corna? Così pare.

La forma animale di società più avanzata è l’orda. Poche specie si presentano con individui isolati, che a grandi intervalli si accoppiano con esemplare del sesso opposto. Ma anche allora, per i vivipari, o almeno per i mammiferi, un primo tipo semplice di forma collettiva è la nidiata, in cui la madre alleva e dirige i figli durante tutto il tempo in cui non sapranno da sé provvedere a nutrimento e difesa. Dopo di che ognuno se ne va a viver solo. Dato tuttavia che in molte specie il maschio resta a sua volta nel nido o nel covo, e concorre ad allevare e difendere la prole, si è voluto dare una base naturalistica al retorico assioma: fondamento della società è la famiglia.

La maggior parte, senza dubbio, degli animali, vive raggruppata in branchi, in greggi, in colonie, in sciami, e per i più avanzati parliamo dell’orda.

Nell’orda il commercio sessuale è libero, o nell’interno di essa vi è la famiglia, e perfino la famiglia monogama, ossia ciascun maschio adulto ha la sua femmina? Anche i fautori di questa tesi al tempo di Engels ammettevano che vi era contrasto di sviluppo tra famiglia e orda. Non appena passeremo alla specie uomo, vedremo la tesi di Morgan: la prima forma storica è la gens, ossia, per così dire, un’orda senza famiglie, e con libero rapporto sessuale. Salendo dallo stato selvaggio alla barbarie e alla civiltà, si stabiliscono successive limitazioni al legame sessuale. Mano a mano che la famiglia è più forte, la comunità diviene più debole, rotta da gare, rivalità, dissidi; l’egoismo e l’individualismo bassamente ingrandiscono, e si cominciano a ricoprire degli infiniti civili orpelli ed epiteti.

Tornando all’orda di animali, ad esempio di elefanti, di antilopi, di lama, ecc., è verosimile che regni una fraternità ed uguaglianza alimentare e difensiva che si accompagna naturalmente al libero accoppiamento tra elementi dei due sessi, e ad una comune protezione degli esemplari di tenera età del gruppo. Vi è un capo? Vi sono esempi di maschi adulti e particolarmente vigorosi, ed anche di maschi vecchi ma per la stessa lunga vita «esperti» dei pericoli e della ricerca di cibo, acqua, ecc. che fanno da guida, da avanguardia, talvolta dirimono a cornate lotte tra femmine o giovani esemplari… Non troviamo nulla in contrario ad ammettere che le naturali doti designino questo presidente dell’orda, il quale si addossa un compito oneroso e forse non prende la miglior parte del pasto e la più aggraziata delle femmine per sé. Vi sono tipi di società animali in cui la funzione riproduttiva designa il capo: la femmina nelle api, un maschio nei branchi in cui questo è solo, come tra i gallinacei, e il tipo sociale di base è una poligamia.

Il problema dell’assunzione di un compito speciale del capogruppo non si risolve dunque invocando il principio di autorità, la religione e l’etica, che anche i nostri contraddittori idealisti non introdurrebbero in campo zoologico, ma rivelando i dati del problema: provvista di cibo, difesa degli esemplari viventi dagli altri pericoli oltre la morte per fame e sete, perpetuazione della specie. Anche nelle più semplici forme di associazione di viventi, per minima che sia la funzione organica e del capo, questa va passata di generazione in generazione. Non vi è biblioteca, archivio, scuola, stampa, linguaggio nemmeno, eppure questa «consegna» in qualche modo avviene.

Questa tradizione (in senso proprio vale trasporto di qui a lì, trasmissione, consegna appunto) è in partenza un fatto fisico e sta alla base della naturale selezione, evitando qui i problemi fisiologici e la lenta modifica dell’organismo individuo in quella specie data. Se vi sedete a tavola con un intelligente pastore e non sapete che pezzo prendere dal piatto comune, egli vi dice: pecora avanti, capra indietro! Che significa? Non vi spaventate quando vien citato il pastore intelligente o il gran filosofo… sconclusionato.

La pecora bruca erbe che stanno al suolo e poggia tutto il suo peso sugli arti anteriori, che sono più muscolosi e carnosi. La ingorda e furba capra ama le cime di cespugli e arbusti e si rizza per prenderli gravando sul posteriore: quindi è magra davanti e grassa dietro. Senza dover compulsare manuali e fare corsi scolastici il capretto sa che deve mangiare ramoscelli alti, e l’agnello curvarsi sulle erbette. Nella costruzione marxista della teoria della conoscenza sono funzioni analoghe quelle del deretano caprino, e la consultazione dei «Prolegomeni ad ogni metafisica futura» di Emanuele Kant. Si tratta di saper leggere nell’uno e nell’altro testo, evitando di far questioni di… lana caprina. Probabilmente, come il caprettino e l’agnellino non saprebbero enunciare le applicate leggi di gravità e di adattamento selettivo, il gran Kant sapeva sillogizzare sulla ragion pura ma non scegliere il pezzo di abbacchio o di castrato: coscia o spalla?

Omaggio alla «Mater»

Passiamo in piena storia dell’animale uomo. Le prime fratrìe, di cui altra volta riprendemmo l’elogio, in contrapposto alla società borghese e cristiana, da quegli autori non battilocchi che furono Fourier, Morgan, Engels (per tacere di Rousseau), non erano spezzate in famiglie, e tutto avevano in comune. Non concepivano soggezione di uomo a uomo, fino al punto che in caso di guerra tra l’una e l’altra gens i vinti venivano tutti uccisi, non essendo pensabile trarli in servitù né ammetterli nella tribù, senza la commistione del sangue. È solo alla fine della gran corsa, quando tutti i moralisti saranno al suolo, e i battilocchi con loro, che arriveremo all’umanità, unica gens comunista. Per ora teniamoci occupati a frayer le chemin, ad aprire la dura strada, senza fare stupide smorfie. Dove si ha da passare si ha da tagliare. Non vi è prova vivente della tribù con commercio sessuale indiscriminato anche tra le successive generazioni, ma è certo che tale primissimo stadio delle orde di uomini si verificò sia per analogia con gli animali tra cui nulla osta a tale pratica, sia per le tracce che si ravvisano nei miti e nelle letterature. Ma Morgan rintracciò tra gli indiani d’America (oggi ahimé infestati ed impestati dalla sifilide, dal whisky, dalla democrazia e dalla televisione) tutti gli altri tipi di convivenza, o almeno ne trasse genialmente la descrizione della struttura dall’insieme della curiosa terminologia negli appellativi di parentela: sono papà tutti gli uomini delle tribù, mamma è quella sola, e le sue sorelle sono zie.

Introdotto il solo divieto dell’unione tra ascendente e discendente rimane libero il commercio di tutti i maschi con tutte le donne e quindi (anche sotto il togato rigore romano: mater certa, pater autem incertus, latino buono anche per Renzo) il solo rapporto familiare sicuro è quello tra i figli e la madre, cui fa capo tutta l’autorità. La donna della generazione più anziana è al vertice della discendenza. Appare logico che convivendo i giovani dei due sessi con la madre sia questa ad avere il «deposito» della tradizione da trasmettere di generazione in generazione. Questo era anche per l’animale, ma un mezzo potente si è aggiunto: il linguaggio articolato (v. «Prometeo» n. 2, prima serie: «La genesi delle idee»). Forse la madre o la nonna di più alta e suasiva voce, la più eloquente, era la maestra e consigliera di tutti. Tutte le letterature serbano traccia di questo stato sociale, detto matriarcato, o ginecocrazia, in cui riteniamo che tutto andava per il meglio. Questo sistema di rapporto riproduttivo e di organizzazione sociale spontanea e comune, senza vestigia di diritto di proprietà e di servaggio, fu anche degli antichi Germani e popoli del Nord. Marx rimproverò Riccardo Wagner di grave errore storico, per aver fatto proclamare ai personaggi dei Nibelunghi l’orrore dell’incesto tra fratello e sorella, che invece non era reputato immorale nelle stirpi prime. Del resto nella mitologia classica Giove sposa la sorella, né poteva andare la cosa altrimenti partendo noi tutti da Adamo ed Eva.

Non qui dobbiamo seguire la serie dei tipi di famiglia, ove progressivamente un costume positivo vieta le unioni tra germani, pure essendovi matrimonio tra un gruppo di maschi ed uno di femmine, non consanguinei che oltre il secondo grado.

Qui ci occupa la dirigenza delle organizzazioni umane, e non nascondiamo una larga simpatia per i tempi del matriarcato. Udite la descrizione dei costumi degli Irochesi Seneca, che il missionario Arthur Wright frequenta in tempo moderno, e spassatevi alle spalle del moderno barbassoresco capofamiglia borghese. On les aura, di bel nuovo:
«Le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan. Abitualmente la parte femminile dominava la casa. Le provviste erano comuni, ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla riserva comune. Qualunque fosse il numero dei figli o delle figlie o delle cose da lui personalmente possedute nella casa, in un qualsiasi momento poteva aspettarsi di ricevere l’ordine di far fagotto. Non poteva tentare di resistere, la vita gli era resa impossibile: doveva tornare al suo clan di origine ovvero trovare… matrimonio in altro clan. Le donne erano nei clan, e ovunque, la grande potenza. All’occasione non esitavano a deporre un capo e degradarlo a semplice guerriero».

In questa società è la donna che trasmette il nome alla gens ed alla prole, ed è la donna che può fondare sola una gens nuova.

Qui non incontriamo dunque ancora in circolazione la specie battilocchius clarissimus. Qui non viene ancora tra i piedi il Superuomo. Tutt’al più la Superdonna: essa ci dà meno fastidio perché ha un bilancio materiale e palpabile: generazione e addestramento di produttori. Non ad Essa dunque poteva mai andare – è del tutto evidente – la messa in mora data in epigrafe.

OGGI

Offa ai raffinati

La constatazione scientifica di questi primi stadi della società umana: senza famiglia, senza proprietà privata, senza Stato, e, abbiamo aggiunto senza nulla scoprire di nuovo, senza grandi Capi, dette subito molto fastidio alla scienza borghese, che si preoccupò della formidabile costruzione materialista elevata su tali basi. Analizzata, da quel primo punto di partenza dello stato selvaggio superiore, l’apparizione al tempo stesso della famiglia patriarcale poligama e poi monogama, base della proprietà fondiaria privata, della schiavitù, e poi del servaggio e del salariato; e al punto di passaggio tra lo stato di barbarie alle prime civiltà la comparsa dello Stato politico, si avevano le premesse per calcolare, sulle orbite della storia, e grazie alla teoria del determinismo economico e delle lotte di classe, la caduta di tutte queste forme, che l’attuale regime esalta in continue apologie.

Ed Engels rileva che già allora
«era diventato di moda negare quello stadio iniziale della vita sessuale dell’uomo».
Ciò non è oggi meno di moda, che sforzi giganteschi sono stati fatti per riportare la scienza del processo sociale alle vecchie dande creazioniste ed idealiste e alle forme immanenti di regole di comportamento (diritto, morale, attributi della persona umana, e simili).

I superficiali quindi anche in questo campo alzano le spalle ai dati di informazione allineati nel breve testo di Engels, sulle scoperte essenziali fatte presso vari popoli semibarbari e semiselvaggi: in Polinesia, in Asia Centrale, nei paesi artici, ecc. Costoro hanno bisogno di qualche notizia «aggiornata». Vediamo dunque qualche risultato posteriore ad Engels, per quanto quella fosse chiaramente questione giudicata, come tutte le altre del marxismo, non occorrendo materiale di conferma.

Una notizia di queste settimane dice che in piena U.R.S.S. è stata recentemente trovata una popolazione priva di contatti col mondo da secoli e secoli, chiusa tra le catene dell’Elbruz e del Casbek, nel Caucaso. I russi starebbero costruendo una strada per raggiungerla e «civilizzarla» (quella tale rete del mercato interno, che per la prima volta tutto rinnova). Vivono su case alte senza scale e vi salgono con una pertica (ideaccia per Le Corbusier!), non conoscono scrittura; ovviamente gli anziani istruiscono i giovani. Ma non sono loro i capi.
«Assai più conta l’autorità delle donne che hanno spesso più di un marito, come quelle di certe regioni del Tibet, ad esempio, ove ancora si pratica la poliandria e il matriarcato e in cui la gelosia è totalmente sconosciuta (Cfr. Engels: se un fatto rimane ben certo è che la gelosia è un sentimento sviluppatosi relativamente tardi: risposta all’argomento che i maschi animali sono gelosi, mentre si tratta solo di lotta per potersi unire alla sola femmina cercata, al dato momento, da più maschi, e che ne accetta uno solo, cui pose fine la comunità ordinata nella gens). Può capitare a chi viaggia in quel paese di ricevere, come il Kim di Kipling, offerte di matrimonio o di concubinato…».
Questo popolo non diretto da battilocchi avrebbe avuto contatti coi crociati nel Medio Evo; esso intelligentemente rispetta le condizioni del vivente lavoro: fa festa, pure essendo idolatra, il venerdì per Allah, il sabato per Jehovah e la domenica per il Cristo, il lunedì poi riposa per conto suo. Sta fresco, appena lo stakhanovizzano!

Gea contro Urano

Questo articolo di terza pagina sembrerà poco serio, ed allora citiamo uno studio del 1953, veramente magistrale, del professore giapponese K. Numazawa dell’Università Nanzan di Nagoya. Egli esamina una serie di miti in cui si ha un contenuto comune: la separazione del Cielo dalla Terra, su cui primieramente premeva. In questi miti vi sono suggestivi tratti comuni, che si estendono alla versione biblica e alla mitologia greco-romana, ma che soprattutto sono paralleli per varie zone e popoli dell’Asia Centrale. Dopo il sollevamento del cielo, appare la luce del sole. Per lo più una donna compie questa liberazione, una donna che macina il riso con un pestello o lavora all’arcolaio, nel che era impedita, come schiacciate alla terra erano le mandrie di vacche e porci. Il Numazawa, che forse non si dichiara marxista, ma lo è quaranta volte di più di quelli che tali si proclamano, dopo questi dettagliati riferimenti dà l’interpretazione del mito nei due (inseparabili) campi della produzione e della riproduzione sociale. Il mito esprime il costume del «matrimonio di visita» in cui l’uomo visitava la donna, giaceva con lei la notte, e poi perduto ogni diritto all’alba partiva. La donna è la terra che da sé rimuove il cielo all’apparire del sole e della luce. Produttivamente siamo ad uno stadio in cui prevale l’armentizia e la prima agricoltura consiste nella coltivazione del riso.
«I miti hanno semplicemente trasferito ciò che avveniva al mattino di ogni giorno di lavoro al mattino dell’universo, alla sua creazione».
«I miti esaminati sono prodotti delle sfere di cultura matriarcale».
Ed infine il citato autore mostra la coincidenza geografica di massima dei numerosi miti studiati con la sfera di cultura matriarcale che risponde in origine ai versanti orientali dell’Himalaya solcati dal Gange, dal Bramaputra e dall’Irauadi. Non sapremmo trovare un migliore saggio di metodo materialista, dottrina che l’autore non menziona, limitandosi a discutere con scientifico rigore e solida conoscenza il suo tema, che indica come Background, ossia retrostruttura, sottostruttura dei miti della separazione del Cielo dalla Terra.

Urano, dio del Cielo, costringeva la moglie Gea, la terra, a tenere la prole soffocata nelle sue viscere. Gea fece venire alla luce Saturno, o Cronos (il Tempo), e questi per cominciare a scandire il suo ritmo colpì con una acuminata falce il genitore. Il lavoro, come quando Eva addentò il pomo, e l’amore, ebbero inizio, e Cronos potrà segnare il momento in cui la nuova Gea, la Rivoluzione, solleverà il cielo sinistro degli oppressori di classe, dei ladri di lavoro e di amore.

La guardia alla vita

La serie dei Battilocchi comincia da quando una complessa rete di possessi fondiari, di schiere di schiavi, di eserciti in armi, rovinato il comunismo primitivo e il matriarcato, deve tradurre il suo meccanismo da una generazione all’altra, e per tanto fare abbisogna di un centro, di un vertice, di una passerella di comando, di sinedri in cui si faccia la consegna delle chiavi e dei segreti di dominio. Qui l’uomo di eccezione viene sulla scena e comincia a rappresentare la sua parte, indubbiamente al principio insostituibile.

Fin che funzione preminente è la difesa e la lotta materiale contro pericoli ed aggressioni, è chiaro che basta per capo quello più alto, dai muscoli solidissimi e dal cuore a battito formidabile; e basta a questi scegliere un giovane successore cui trasmetterà l’arte della lotta, del tiro dell’arco e della scherma. Al cospetto dei battilocchiali delusi Proci, Ulisse prova sprezzante e senza favellare la sua identità flettendo come fuscello il suo colossale arco. Stessa prova darà il figlio Telemaco, e quelli volgeranno le terga senza tentare la zuffa.

Ma oggi abbiamo la scrittura, la stampa, l’anagrafe e lo schedario della pubblica sicurezza – id est, lo Stato – e basterà ad un qualunque mozzorecchi cavare il portafoglio e sfilare la carta d’identità, senza aver menomamente a competere col possente Ulisse, e nemmeno per la sua proverbiale furbizia.

Ulisse non disse, precedendo Luigi XIV: lo Stato è il mio tricipite. Ma lo Stato apparve (Engels) presso gli Ateniesi con il potere che passa dalla agorà, assemblea di tutto il popolo (schiavi esclusi) al comandante militare o basiléus, che significa re: si tratta tuttavia di un re eletto e di un generalissimo eletto, e non ereditario. Solo dopo appaiono le oligarchie e le autocrazie. Mano a mano che la macchina diventa più poderosa, diviene però più facile fare il macchinista, a trovare il macchinista. Con la scrittura e le scuole è nata la scienza che è anche scienza del governo: i mezzi e i metodi sono racchiusi nelle costituzioni e nelle leggi: Solone e Licurgo restano altrettanto famosi dei grandi capi di Stato e di eserciti.

Non è certo pensabile dare una traccia di tutto il cammino, che mano a mano toglie questo onere formidabile del «cambio della guardia» dalla testa di un solo uomo, che davvero doveva avere una memoria ad alto potenziale. Oggi la consegna di un ministero si fa in dieci minuti, e qualunque battilocchio passa con sicumera, poniamo, dall’Agricoltura alla Marina, come nulla fosse. Ci sono degli archivi, i segretari, gli esperti, e giù giù fino alle dattilografe e alle calcolatrici.

Lo stesso accade nel campo della cultura e della scienza. Pitagora passò per un ispirato che parlava con la divinità e la sua tavola oggi la sa un bambino di cinque anni, il suo teorema uno di dieci. Anzi lo sanno tutti quei bambini. Galileo diventò matto a scorticare cuticagne aristoteliche per cui i gravi scendevano più presto quanto più pesavano, ed oggi la legge che scendono tutti al paro la sanno in prima liceo. E via, via, via.

Abbiamo poi le calcolatrici che non solo sostituiscono la tavola pitagorica e le operazioni aritmetiche, ma eseguono le integrazioni e differenziazioni, che tre secoli fa erano in Europa alla portata di due sole teste: Newton e Leibniz. Oggi sono alla portata del fesso comune. Anche le scoperte non sono più opera di singoli, ma di complesse organizzazioni di studio, ricerca e sperimentazione, cui i mezzi possono essere solo dati da capitalisti o da governanti, anche perfetti asini nella materia.

Se il monaco Schwarz – forse non è nemmeno esistito – era solo quando gli scoppiò il mortaio con salnitro, zolfo e carbone, all’invenzione della polvere, non è così andata per la bomba atomica, il cui meccanismo di azione non si basa su di un principio unico trovato da un solo scienziato. Se vogliamo, l’inizio del fatto che si possono staccare parti di atomi e farle viaggiare risale ad un cinquantennio fa ai tubi di Crookes ed alla constatazione più vecchia che la scarica elettrica traversa i gas estremamente rarefatti determinando diversi tipi di radiazioni, tra cui i raggi X, che sono dell’altro secolo. E se vogliamo, tutta l’indagine sulla costituzione complessa dell’atomo si fonda, prima ancora della scoperta del radio di Curie, sul sistema di Mendeleieff che fece ritenere che gli atomi dei vari elementi fossero fatti con qualche cosa di comune in dosi progressive, ipotesi poi che risale a Proust al primo Ottocento, quando Lavoisier lanciò l’ipotesi atomica come spiegazione dei fenomeni chimici. L’intuizione di questa risale agli atomisti greci come Democrito, Leucippo, Epicuro. Presto sarà mostrata leggendaria per il novanta per cento la storia delle invenzioni, nel suo legame a nomi singoli anziché al processo della tecnica svegliato dalle esigenze produttive.

Fissione dell’atomo

Torniamo ai capi di Stato, uomini politici, condottieri, e se volete ai capi rivoluzionari. Fino ad oggi hanno avuto una parte negli eventi, se pure sempre riferita in modo più che distorto ed iperbolico. Tale parte non è quella di una causa primaria, di un primo motore; e non costituisce condizione necessaria, ma forse la costituì quando barbare orde furono condotte attraverso intieri continenti spostando al ciclo storico i tempi e i luoghi sotto la spinta della ricerca, non di gloria, ma di ricchezza e di cibo.

Tale parte sempre più si restringe nella diversa scala dei valori in cui si possono schierare i pugilatori e i docenti di storia della filosofia; gli estremi di efficienza sempre più convergono ad una media comune, sol che ai primi si ponga a disposizione un mitra, ai secondi una buona biblioteca.

La cosa non è diversa per il capo politico: siamo anzi arrivati al punto che quelli che vogliono fare miglior carriera se hanno qualità di rilievo le smussano e non le impiegano. Alcune volte tuttavia la storia mostra di avere un protagonista, e alcune volte ancora il suo nome diviene noto all’universo mondo, benché tale identificazione non cambi nulla, e in dati casi sia un ulteriore impaccio ed un guaio nero, come per i movimenti rivoluzionari mostrammo.

Questo singolo individuo scelto nella massa della specie può in partenza essere uno qualunque.

Nell’innesco della bomba atomica avviene questo. Si è capito che un atomo, per quanto piccolissimo, non è indivisibile, ma si compone di più particelle ancora più evanescenti. Sotto l’azione, per farla breve, di una potentissima scarica elettrica, in cui si riesca a concentrare tanta energia quanta il contatore di casa ci farebbe pagare a milioni di lire, da quest’atomo è staccata una particella (protone, neutrone nel caso più ovvio nucleo dell’atomo minimo, quello di idrogeno) e lanciata nel turbine elettrico contro un altro atomo, di cui si produce la violenta improvvisa rottura. La rottura vuol dire che le particelle di tale atomo a loro volta se ne vanno a velocità spaventose contro altri atomi, a loro volta rotti e suddivisi nei loro componenti: si produce allora tanta energia (contenuta prigione negli atomi che parevano inerti) che il contatore la pagherebbe a milioni… di dollari. La bomba è scoppiata. Nello stesso istante praticamente si è avuta la reazione «a catena», per cui ogni atomo fatto saltare ha scatenato quelli vicini.

L’atomo-battilocchio, da cui prima si è preso e svincolato il nucleo sotto l’azione della scarica a milioni di volts, superiore per potenziale a quella dei fulmini del sollevato cielo, poteva essere uno qualunque.

Vogliamo dire che, come tutti gli atomi sono identici, per una stessa specie chimica, così tutti gli individui della specie umana sono identicamente conformi? Evidentemente no, ma il nostro paragone ha voluto solo dire che, al grado attuale del corso storico, il compito del Capo è tale che si tende sempre più a poterlo assolvere scegliendo, come nel ciclotrone, un atomo qualunque quale primo atomo della catena.

È chiaro quindi che lanciando la storia, quando il suo ciclotrone sia carico nel suo perfetto isolamento (oggi il potenziale sta a terra per una serie di dispersioni da corruzione opportunista dell’isolante di classe – il vero problema tecnico del ciclotrone è stato non la massa enorme di energia ma proprio l’isolamento), l’invito agli uomini, per sapere chi vuole presentarsi a fare l’atomo fissore, risponderanno ansiosi tutti quelli che farebbero tanto bene da atomi fissi.

Fisso non sta qui per immobile, ma per «fenduto», spaccato, e in buona lingua: fesso.

A settant’anni dalla morte di Marx

Dalla lettera di Engels a Sorge

Londra, 15 marzo 1883

Non ho potuto informarti regolarmente intorno alla salute di Marx. I continui miglioramenti e peggioramenti mi hanno messo nell’impossibilità di farlo. Ma ecco i fatti salienti.

Nell’ottobre del 1881, poco prima della morte di sua moglie, egli ebbe un attacco di pleurite. Entrato in convalescenza venne mandato, nel febbraio del 1882, ad Algeri. Durante il viaggio il tempo fu freddo e umido, tanto che, giunto a destinazione, Marx si ammalò nuovamente di pleurite. Il tempo rimase pessimo. Tuttavia, per un certo periodo, Marx migliorò e, all’avvicinarsi della stagione calda, fu mandato a Montecarlo. Vi giunse con un terzo attacco di pleurite, relativamente lieve. Tempo orribile come prima. Quando finalmente ebbe superato questa ricaduta, si recò ad Argenteuil, presso Parigi, per stare con sua figlia, la signora Longuet. Nelle vicinanze si trovavano le sorgenti solfuree di Enghien, ed egli ne fece una cura per guarire la sua bronchite di vecchia data, con buoni risultati, nonostante il cattivo tempo. Infine soggiornò per sei settimane a Vevey, e al suo ritorno a Londra, avvenuto in settembre, sembrò ancora quello di una volta. Quando a Londra cominciarono le nebbie autunnali, venne mandato nell’isola di Wight. Quivi, a causa delle continue piogge, egli prese un nuovo raffreddore. Agli inizi del nuovo anno, mentre Schorlemmer ed io stavamo progettando di andarlo a trovare, giunsero notizie tali che Tussy (Eleanor Marx) dovette raggiungerlo immediatamente. Poco dopo Jenny (altra figlia di Marx – n.d.r.) morì ed egli ebbe un nuovo attacco di bronchite. Alla sua età e, dopo tutto ciò che era accaduto questo era pericoloso.

Nelle ultime sei settimane, quando ogni mattina giravo l’angolo della strada, avevo il terrore di vedere abbassate le persiane dell’appartamento. Ieri nel pomeriggio (le ore del pomeriggio erano le migliori per andarlo a trovare) quando arrivai, alle due e mezza, trovai tutti in lacrime poiché sembrava che la fine fosse imminente. Chiesi che cosa fosse accaduto, e cercai di infondere loro un poco di speranza. Aveva avuto solo una leggera emorragia, ma era sopravvenuto un grave collasso. La nostra cara vecchia Lenchen, che l’aveva curato con l’assiduità con cui una madre avrebbe curato il suo bambino, salì al piano superiore e tornò dicendomi che era assopito, ma che potevo salire. Lo trovai sdraiato, e infatti dormiva, ma di un sonno dal quale non c’è risveglio. Qualunque cosa avvenga per necessità naturale, per quanto terribile possa essere, reca in se stessa la consolazione. Così fu in questa circostanza. Forse la scienza medica gli avrebbe potuto assicurare ancora qualche anno di vita vegetativa, avrebbe potuto fare di lui, a maggior gloria dei dottori, un uomo che, invece di sfuggir loro di mano, sarebbe morto a poco a poco. Ma il nostro Marx non avrebbe mai potuto sopportare questo. Continuare a vivere con tante opere incompiute, essere vanamente tentato di completarle, sarebbe stato per lui cosa molto più amara di una rapida e facile morte. Egli ammirava Epicuro e diceva: « La morte non è una disgrazia per chi muore, ma per chi sopravvive ». Come potremmo desiderare che quest’uomo così vigoroso, quest’uomo di genio, continuasse a vivere come un relitto, a onore della scienza medica, ma disprezzato dai filistei che, nei giorni in cui era nel pieno possesso delle sue forze, aveva così spesso sferzato? No, mille volte meglio che gli avvenimenti si siano svolti così, mille volte meglio doverlo portare fra due giorni nella tomba, ove riposa sua moglie.

Discorso di:Engels dinanzi alla fossa di Marz (dalla.biografia di Carlo Marx scritta da Franz Mehring):

Cimitero di Highgate, 17 marzo 1883

Sabato, 17 marzo, Marx è stato sepolto nel cimitero di Highgate, accanto alla salma di sua moglie, sepolta quindici mesi prima.

Dinanzi alla fossa, il compagno Lemke ha deposto sul feretro due corone ornate di nastri rossi, una a nome della redazione del Sozialdemokrat di Zurigo, l’altra a nome della Società operaia di educazione comunista di Londra. Il compagno Engels ha pronunciato il seguente discorso.

« Il 14 marzo alle tre meno un quarto pomeridiane, il più grande dei pensatori viventi ha cessato di pensare. Era stato lasciato solo soltanto per due minuti, ma, entrati nella sua camera, abbiamo constatato che egli, sulla sua poltrona, si era serenamente addormentato per sempre.

« La perdita provocata dalla sua morte al proletariato combattente di Europa e d’America e alla scienza storica, è incommensurabile. Il vuoto lasciato dalla morte di questo titano verrà presto avvertito.

« Come Darwin ha scoperto la legge di evoluzione della natura organica, così Marx ha scoperto la legge di evoluzione della storia umana. Egli ha rivelato la semplice verità (finora nascosta sotto parvenze ideologiche) che l’uomo deve innanzitutto mangiare e bere, vestirsi e avere un’abitazione, prima di potersi dedicare alla politica, alla scienza, all’arte, alla religione e così via. Questo implica che la produzione dei mezzi di sussistenza strettamente necessari alla vita, e quindi il grado di sviluppo economico di una nazione o di un’epoca, costituiscono il substrato sul quale sorgono le istituzioni dello Stato, gli ordinamenti giuridici, le correnti artistiche e persino religiose. Da ciò deriva che queste ultime manifestazioni devono essere spiegate mediante le prime, mentre in passato avveniva il contrario.

« Né questo è tutto. Marx ha rivelato anche la caratteristica legge di movimento a cui obbediscono il sistema produttivo capitalista contemporaneo e la società borghese che tale sistema produttivo ha creato. La scoperta del plusvalore ha improvvisamente gettato luce là dove tutti i precedenti investigatori (i critici socialisti non meno degli economisti borghesi) avevano brancolato nel buio.

« Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire tutta una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui Marx ha svolto le sue ricerche – e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale – in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

« Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell’elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.

« Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione; questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima Rheinische Zeitung nel 1842, il Vorwärts di Parigi nel 1844, la Deutsche Brüsseler Zeitung nel 1847, la Neue Rheinische Zeitung nel 1848-49, la New York Tribune dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro, a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione Internazionale degli Operai. Ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe essere fiero anche se non avesse fatto nient’altro.

« Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.

« Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera! ».

Due grandi scioperi

Nel giro di sei mesi, Giappone e Germania, gangli vitali del capitalismo mondiale, sono stati teatro di grandi scioperi, mirabili per compattezza e spirito di battaglia, anche se – come da prevedere – sabotati dall’organizzazione sindacale a fondo riformista. Sono due Paesi che l’onda della ricostruzione postbellica ha “risanato” fruttando alla classe capitalista utili di eccezione e costringendo la classe operaia a stringere ancor più la cinghia. Beniamini del capitalismo occidentale, non sembra che lo siano agli occhi dei rispettivi lavoratori.

Lo sciopero giapponese, durato dal 17 ottobre al 17 dicembre e interessante l’industria mineraria ed elettrica, coinvolse 400.000 operai e, sebbene la situazione fosse estremamente critica per gli scioperanti (fattori stagionali, difficoltà di approvvigionamento, ecc.), riuscì assolutamente compatto, paralizzando non soltanto le industrie direttamente colpite ma l’insieme dell’apparato produttivo.

Preso dal panico, il governo non poté attuare né la minaccia di mobilitare mano d’opera ausiliaria straniera, né quella della proclamazione dello stato di emergenza, e neppure riuscì a far accettare il principio di un arbitrato obbligatorio. Infine, proposte di conciliazione nel senso di un aumento del 7% dei salari e di una gratifica natalizia di 5000 yen furono sottoposte ai sindacati, i quali, per timore di complicazioni sociali maggiori, accettarono e imposero la ripresa del lavoro. Inutile dire che il risultato non compensa i sacrifici sopportati dagli scioperanti in due mesi di lotta eroica.

La gigantesca battaglia soffrì della titubanza della direzione sindacale. Non solo nei mesi precedenti, quando i sintomi di una ripresa delle agitazioni erano ormai chiari, non fu presa nessuna misura precauzionale, ma durante lo sciopero mancò ogni coordinamento fra categoria e categoria. La sospensione del rifornimento della corrente durante il giorno, mentre colpì le piccole industrie e le aziende artigiane, non danneggiò minimamente le grandi aziende che si misero a lavorare di notte, e dove si formò una specie di fronte unico fra maestranze e padroni; la classe operaia fu così divisa in due masse in concorrenza. Infine, la decisione precipitata di accettare le proposte governative fu chiaramente ispirata alla paura che il moto dilagasse oltre i confini della legalità.

In Germania, lo sciopero da poco finito degli operai tessili interessò invece una massa di circa 21.000 operai della Germania sud-occidentale e, per quanto conclusosi con risultati solo in parte soddisfacenti dal punto di vista salariale, è il primo grande esempio di azione operaia compatta nella Germania post-bellica. Questa compattezza è sottolineata dal fatto che, per quanto lo sciopero investisse regioni dove i sindacati cristiani hanno enorme influenza, le defezioni furono limitatissime. La classe padronale reagì sia con la corruzione sia col ricorso alla violenza poliziesca, mentre si costituiva un fondo di resistenza fra industriali: tuttavia lo sciopero è continuato per alcune settimane con grande vigoria.

Anche qui, il risultato parziale va imputato alla direzione riformista dei sindacati. Lo sciopero fu circoscritto ad alcuni “Laender”, e i sindacati di altri iniziarono trattative per il rinnovo dei contratti di categoria – più sfavorevoli di quelli richiesti dagli scioperanti – mentre l’agitazione nel sud-ovest era in corso, determinando così un indebolimento della resistenza operaia. Né si ebbe un coordinamento con l’agitazione di altre categorie.

Vita del Partito

Si è tenuta a Cesenatico, il 27 marzo, la riunione regionale dei gruppi della Romagna, presente un compagno del C.C. Nella mattinata sono stati esauriti gli argomenti di ordine organizzativo (sempre più estesa diffusione della nostra stampa, distribuzione del « Dialogato », propaganda orale, riunioni allargate e conferenze, raccolta fondi, ecc); nel pomeriggio, la relazione politica è servita di punto di partenza a una animata discussione cui tutti i compagni hanno partecipato. Sono stati ribaditi i seguenti punti: posizione del partito nei confronti delle agitazioni economiche operaie e alle questioni di fabbrica; questione del capitalismo di Stato a conferma della critica marxista e ad illustrazione dell’evoluzione economica russa; Partito e dittatura proletaria. La riunione è stata efficacissima ai fini del maggior inquadramento ideologico e politico, oltre che ai fini del coordinamento del lavoro organizzativo.

Va segnalato in quasi tutte le sezioni l’attività che è stata data nell’ultimo semestre alla diffusione non solo del giornale ma delle pubblicazioni del Partito (ABC, collezioni di Prometeo, ed ora Dialogato) fra simpatizzanti e proletari.