Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 27

Storia del Covid-19 e delle precedenti epidemie - ll comunismo libererà la scienza incatenata oggi al capitale 

È istruttivo passare in rassegna le trascorse epidemie del XX e XXI secolo. Alcune specie di animali selvatici sono vettori di agenti patogeni che possono passare ad altri animali, al bestiame degli allevamenti e quindi all’uomo. Gli animali domestici e da allevamento condividono il maggior numero di virus con l’uomo e, come i suini, ne sono portatori di un numero otto volte superiore a quello dei mammiferi selvatici. L’attività degli uomini entra così in contatto con virus di cui il loro sistema immunitario non è a conoscenza. I virus Ebola, Sida e Covid-19 hanno prosperato negli animali prima di infettare l’uomo.

L’influenza è una malattia virale trasmessa all’uomo dagli animali, infetta principalmente uccelli e pollame, e il passaggio all’uomo avviene spesso attraverso i maiali. È causata da un virus RNA caratterizzato da una significativa capacità di mutare e di integrare il materiale genetico di diversi virus. Alcuni dei virus influenzali umani sono derivati da virus mutanti, i cui geni sono la ricombinazione in suini e in polli di virus animali o influenzali precedenti. Circolano per un periodo di tempo variabile da un anno a un decennio e scompaiono, possono riapparire in inverno nei paesi temperati e tutto l’anno nei paesi tropicali e subtropicali. L’influenza, dei tipi A (il più virulento e a rischio di pandemia), B, C, D, causa di solito tra i 290.000 e i 650.000 decessi all’anno in tutto il mondo, per lo più bambini e anziani affetti da malattie croniche. In Francia, secondo l’Istituto Pasteur, ogni anno si registrano da 10.000 a 15.000 morti a causa dell’influenza stagionale, con 2-8 milioni di contagiati e una mortalità dello 0,1%.

I coronavirus, mutanti molto comuni, identificati nel 1965, appartengono a una famiglia ampia di virus con un RNA che codifica da 7 a 10 proteine. Con gli aculei delle loro corone, aderiscono alle cellule attraverso un recettore specifico per penetrare e moltiplicarsi. Sono diffusi negli uccelli e nei mammiferi e alcuni possono essere trasmessi all’uomo, essendo la terza causa più comune di infezione delle vie respiratorie superiori. Alcuni sono molto comuni, altri assai virulenti perché, come tutti i virus RNA, hanno una notevole variabilità genetica con le ricombinazioni. Le varianti più patogene attaccano le cellule polmonari causando asfissia e compromettendo le cellule delle pareti dei vasi.

La folle densità umana nelle mostruose e insalubri metropoli del capitale, l’allevamento intensivo degli animali, l’isteria del muoversi convulso, inutile e irrazionale di merci e di uomini imposto dalla iper-globalizzazione del sistema produttivo capitalistico sono il cocktail esplosivo per la diffusione di queste malattie. Non sempre le principali epidemie hanno avuto origine in Cina, come per interesse alcuni affermano. Solo che la Cina del XXI secolo sta producendo oggi dei virus nel contesto di esplosione delle sue attività industriali e di smisurato inurbamento, con condizioni di lavoro e abitative malsane, esattamente come gli altri grandi capitalismi nei secoli XVII-XIX.

Epidemie si sono avute nell’Inghilterra del XVIII secolo, dove il capitalismo si è sviluppato per primo e ha impiantato monocolture foraggere per l’allevamento di bovini, che si infettarono con bestiame importato dall’Europa.

L’epidemia di peste bovina in Africa nel 1890 ebbe origine in Europa, che allora stava vivendo una grande crescita dell’agricoltura; la portarono in Africa orientale gli italiani, poi si diffuse fino al Sudafrica (sterminò anche le mandrie del “suprematista bianco” Cecil Rhodes). Uccidendo l’80-90% del bestiame causò una carestia senza precedenti nelle società prevalentemente pastorali dell’Africa subsahariana, creò anche l’habitat per la mosca tse-tse, limitando il ripopolamento della regione.

La malattia di Lyme, causata da un batterio veicolato dalle zecche, prima di arrivare in Europa si era diffusa in Nord America dove decimò gli animali prima di passare agli esseri umani.

L’influenza del 1917-19 fu nominata spagnola perché solo la Spagna, non coinvolta nel conflitto mondiale, ne dette pubblica notizia, mentre altri governi imposero la disinformazione e il segreto militare: fu proibito di parlarne e che si prendesse alcuna misura di protezione. Per la sicurezza del capitale mondiale non erano morti abbastanza proletari sui fronti di guerra!

Era partita nel 1917 dal Kansas dove si concentravano allevamenti intensivi di suini e pollame. La sua diffusione ad un terzo della popolazione mondiale fu accelerata dalla guerra e dal movimento delle truppe. Uccise almeno 40 milioni di uomini, molti in India e in Cina, principalmente giovani adulti. Infine scomparve, in modo inspiegabile. L’alto tasso di mortalità era dovuto anche alla malnutrizione, alle condizioni di vita malsane dei soldati e della popolazione, con infezioni batteriche secondarie, e colpiva principalmente la popolazione più povera. Oggi sappiamo che la maggior parte dei decessi fu non per il virus ma per un batterio, la polmonite pneumococcica, oggi combattuta con antibiotici e un vaccino. Quel virus fu identificato nel 1931 nei suini: il virus A H1N1, che circolerà nell’uomo fino al 1957-58.

La pandemia influenzale nota come “asiatica” del 1956-58, dovuta alla ricombinazione nel virus A H2N2 di diversi altri tra cui H1N1 nelle anatre selvatiche nel sud-ovest della Cina, fu responsabile della morte di oltre due milioni di uomini in tutto il mondo, di cui 15.000 in Francia.

Il virus circolò per undici anni per portare infine alla terza pandemia influenzale del XX secolo: quella “di Hong Kong”, dall’estate del 1968 alla primavera del 1970. Il virus A H2N2, che nel frattempo aveva provocato epidemie di influenza stagionale, fu sostituito dal virus A H3N2. Partì dalla Cina centrale nel febbraio ‘68 e si disseminò per via dei trasporti aerei divenuti allora più accessibili, provocò un milione di morti, di cui 50.000 negli USA (autunno 1969) e 40.000 (inverno 1969-70) in Francia. Gli ospedali anche allora furono sopraffatti. Tuttavia la stampa internazionale rimase misurata e rassicurante, nemmeno venne fuori il termine “pandemia”, e passò quasi inosservata alla popolazione.

Fu allora iniziata la pratica della vaccinazione in massa e furono rafforzate le reti internazionali di allerta e ricerca.

È con le crisi economiche degli anni ‘75-82 e col varo dei piani di austerità a livello globale, che imposero in molti paesi la contrazione della spesa sanitaria, che si passò dalla sotto-informazione all’iper-informazione sui rischi infettivi. Dagli anni Ottanta, dopo la grande crisi economica, che convinse le borghesie mondiali alle politiche di austerità dello pseudo-liberalismo economico, iniziò anche la diffusione di informazioni sulle epidemie, come l’Aids e lo scandalo del sangue contaminato. La discrezione dei media si ribaltò nel suo contrario, denunciando i dirigenti infedeli, esperti di ogni tipo da allora si susseguono sugli schermi, spesso bisticciando fra loro, si impartiscono continue lezioni di igiene… Il catastrofismo diventa un genere di spettacolo che si ammannisce alla popolazione.

La malattia “della mucca pazza” alla fine del decennio 1980-1990, iniziata in Gran Bretagna, era causata da ruminanti nutriti con farina di animali malati. La presenza di una proteina anomala, il prione, per semplice contatto con i tessuti cerebrali causa una degenerazione neurologica irreversibile. La trasmissione agli esseri umani fu molto bassa ma lo “scandalo” mise in luce i percorsi oscuri delle filiere di produzione della carne.

La Sars, o sindrome respiratoria acuta grave, si è verificata nel 2002-2003 con un nuovo virus, il coronavirus. Apparve in Cina nel 1997, originata nei pipistrelli poi passata allo zibetto poi all’uomo. L’epidemia colpì 30 paesi ma uccidendo solo 800 uomini, e nessuno in Europa. Poi è inspiegabilmente scomparsa nell’agosto 2003.

L’influenza aviaria H5N1, variante del virus A, nel 2004 ha infettato le anatre selvatiche e gli animali domestici, polli e maiali, ma è difficile da trasmettere all’uomo. Nel 1983 quella epizoosi imperversò in Pennsylvania, costringendo a macellare 17 milioni di polli. E nel 2004 dal sud est asiatico si è diffusa nel resto del mondo. L’OMS ritenne possibile che potesse causare una pandemia umana con fino a 100 milioni di morti. Questo non è poi avvenuto.

La pandemia influenzale con il virus A H1N1 pdm09 del 2009 è nota come influenza suina. Questo virus apparve la prima volta in Messico in un allevamento, una variante H1N1 che riuniva segmenti virali di quattro virus di diversa origine: suino nordamericano, suino isolato in Europa e in Asia, aviario e dell’influenza umana. Le pubblicazioni ufficiali predicevano la possibilità di una mortalità estrema. I governi ordinarono una diffusa vaccinazione della popolazione. L’influenza, iniziata in estate, si concluse però improvvisamente a dicembre con l’arrivo dell’influenza stagionale.

Osserviamo qui che l’influenza stagionale di inizio 2020 con i soliti virus H3N2 e B non è circolata in presenza del Covid-19.

Nel 2014-2016 l’epidemia di virus Ebola con febbre emorragica, veicolata dai pipistrelli, ha infettato prima gli scimpanzé poi gli uomini. I primi casi comparvero nel 1976 in Congo, ma l’epidemia si è avuta nel 2014-2016 in Congo e in Africa occidentale nel 2018. Il tasso di mortalità fu spaventoso: 50% secondo l’OMS. Nel 2015 ci sono stati 20.000 infetti e 9.000 morti.

Nel 2010 ad Haiti l’epidemia di colera fu importata dai soldati nepalesi delle Nazioni Unite. Alla fine del 2012 il coronavirus Mers, la sindrome respiratoria mediorientale, proveniente dall’Arabia Saudita, zoonosi originata dai pipistrelli poi trasmessa ai cammelli, rimase misteriosamente localizzata.

Nel 2013 il nuovo virus H7N9 infettò gli uccelli e i polli degli allevamenti intensivi, fra gli uomini fece solo 250 morti e rimase localizzato in Cina.

Infine il Covid 19 ancora in corso. Come nel caso dell’influenza spagnola il virus ha potuto diffondersi rapidamente per l’accresciuta circolazione degli uomini. È apparso a Wuhan, nella Cina continentale, nel dicembre 2019. L’origine sarebbe nelle grandi colonie di pipistrelli della regione, passato poi al pangolino, una carne pregiata in Cina. Wuhan è una regione calda e umida, altamente urbanizzata e industrializzata. L’agroindustria con i suoi allevamenti intensivi preme contro gli affollati quartieri periurbani: concentrazioni di animali che favoriscono mutazioni e il diffondersi di virus. Possibile quindi che varianti virali siano passate alla specie umana. La mortalità all’inizio era molto alta perché i casi esaminati erano tutti già molto gravi, poi si è passati dal 5,6% allo 0,5%. La malattia si è diffusa nel resto dell’Asia e nel mondo attraverso il movimento degli uomini. Nell’80% dei casi i sintomi sono moderati e la mortalità riguarda principalmente persone molto anziane, con patologie o in stato di povertà. Alla malattia, che può passare inosservata soprattutto nei soggetti giovani, l’organismo risponde con una reazione immunitaria; in alcuni casi questa risposta è sproporzionata e si rivolge contro le cellule della mucosa respiratoria che trasferiscono l’ossigeno al sangue. Il Covid-19 provoca anche danni alle pareti vascolari. A questo punto la malattia non è più virale ma autoimmune. Ma molti elementi sono ancora incomprensibili. Perché le epidemie a volte rimangono localizzate, perché cessano, sono domande a cui la scienza non ha ancora dato risposta.

 
Camminano sulla testa

La corsa al profitto guida il mondo dominato dal modo di produzione capitalistico e dalla sua irrazionalità, facendo sprofondare nel caos la stessa intelligenza e istinto di sopravvivenza della specie. Questo genera la diffusione – ampliata dalla propaganda borghese – di una generale diffidenza verso la scienza e di aperture all’irrazionale e all’esoterico del “new age”. Ci si prostra davanti a una “anti-scienza,” un contrapporre ai metodi dello studio e della ricerca la pigra ignoranza e l’individualismo della piccola borghesia, che sbandiera il suo pessimismo, senso di impotenza, inutilità e morte, quasi rassegnata alla sua prossima rovina e assenza di futuro. Un “uomo” sempre “peccatore” del quale “la natura” sarebbe in procinto di sbarazzarsi alla svelta.

Perfino alla guerra in Iraq si cercò di dare un fine “ecologico”, la distruzione delle “armi chimiche”.

Dietro questi sentimenti il regime del capitale nasconde la sua incapacità di prevedere e predisporre piani di risposta ad emergenze del tutto prevedibili. Sarebbero delle spese inutili!

Sul piano sociale gli Stati intanto ne approfittano per vietare riunioni sindacali e manifestazioni di sciopero, ma giammai il lavoro nei ristretti ambienti delle fabbriche, dei cantieri, dei magazzini.

Ai danni della malattia è da aggiunge l’ubbidienza dei dirigenti anche sanitari non alla salute degli uomini ma a quella del capitale, assetato di guadagno e ormai preso per la gola dalla crisi economica, della quale l’abisso è stato enormemente approfondito dal crollo dei consumi, nonostante le fabbriche si escluda di poterle fermare mai. Gli operai debbono rischiare la vita, come soldati al fronte, nella spietata guerra economica e commerciale fra le varie borghesie mondiali.

Perché la grande paura della borghesia non è il Covid ma la rivolta che può montare nel mondo intero!

Solo il proletariato mondiale, armato delle sue organizzazioni economiche e del suo partito di classe, è in grado di preparare la sua dittatura che renderà possibile la distruzione del modo di produzione capitalista, mortale e criminale sempre, e di dare vita alla società comunista – le cui basi sono presenti da più di un secolo – con la sua forza vitale e la sua Scienza finalmente libera, posta al servizio dell’umanità intera.

Nella Nigeria indipendente si scontra il proletariato contro lo Stato dei borghesi

I tumulti che in ottobre hanno agitato la Nigeria, sfociati in molte città del paese in massacri compiuti dalle forze di polizia e in sabotaggi e saccheggi da parte delle masse diseredate, erano incominciati a principio del mese scorso con una protesta contro le violenze di un reparto speciale “anti-rapina” delle forze di sicurezza. Per lunghi anni il Sars, questo il suo nome, si era reso responsabile di violenze e omicidi ai danni degli strati subalterni della popolazione e da tempo si era sviluppato un movimento di protesta, giunto infine a costringere il governo a sciogliere il Sars.

Tuttavia nei giorni successivi già si è scoperto che il provvedimento si limitava a cambiare il nome del reparto. Le piazze sono allora tornate a riempirsi di una massa crescente di proletari, già esasperati dalla miseria e dalla disoccupazione.

Come si è ripetuto centinaia di volte nei paesi economicamente alla periferia del capitalismo, nei quali l’età media della popolazione è notevolmente bassa, folle di giovani, condannati a una condizione di oppressione ed emarginazione, sono scesi in strada per esprimere la loro rabbia e si sono scontrati con la spietata repressione poliziesca lasciandoci molte decine di morti.

Le radici del malcontento della gioventù proletaria della Nigeria sono tutte nel bilancio fallimentare di questo paese che 60 anni fa riusciva a liberarsi dal giogo della dominazione coloniale britannica.

Prima dell’indipendenza l’agricoltura costituiva la parte più rilevante dell’economia. Il dominio coloniale aveva imposto culture destinate al mercato mondiale, come cacao, olio di palma, arachidi, che costituivano il 70% delle esportazioni, cui si aggiungevano cotone e gomma arabica. Tuttavia questo non avevano soppiantato le colture di sussistenza, che secondo alcune fonti (da verificare) riuscivano a fare fronte al 95% dei bisogni alimentari interni.

In 60 anni di indipendenza politica lo squilibrio economico e sociale del paese non ha fatto che amplificarsi. Mentre la popolazione si è moltiplicata per quattro, raggiungendo circa 200 milioni di abitanti, il 60% della popolazione attiva è ancora addetta all’agricoltura e nelle campagne è predominante l’inefficiente piccola azienda contadina di sussistenza. L’inefficienza dell’agricoltura fa sì che il contributo dall’agricoltura al reddito nazionale non superi il 40% del Prodotto Interno Lordo. Nonostante le decine di milioni di braccia impegnate nel lavoro nei campi, per fare fronte al suo fabbisogno interno la Nigeria deve importare annualmente 3 miliardi di dollari in generi alimentari di base.

Il governo ha ripetutamente tentato di stimolare la produzione locale, ma senza successo. A tal fine ha cercato a più riprese di chiudere il confine col vicino Benin dal quale affluiscono prodotti alimentari a buon mercato, in prevalenza riso, comunque introdotti in Nigeria grazie al prosperare del contrabbando. Un altro degli aspetti delle “distorsioni” dell’economia del paese – da noi considerate come l’inevitabile portato dell’anarchia capitalistica che orienta la produzione secondo le opportunità di valorizzazione dei capitali, a prescindere dai bisogni umani – è la convulsa storia dell’industria nigeriana.

Con l’indipendenza la borghesia locale si riprometteva di impiantare una manifatturiera nazionale che avrebbe potuto sostituire molti generi d’importazione. Ma il proposito ha dovuto fare i conti con lo sviluppo dell’estrazione del petrolio che, con la promessa di pingui rendite, ha convogliato nel settore minerario il grosso degli investimenti. La carenza di investimenti ha fatto ristagnare l’industria, le cui esportazioni si sono ridotte oggi a un terzo del massimo raggiunto prima della crisi del 2008.

In questa economia depressa, tanto dell’agricoltura quanto della manifattura, l’unico settore relativamente prospero è il petrolifero. La Nigeria, con una produzione giornaliera di poco più di due milioni di barili al giorno, ne è il primo produttore africano. Ma anche in questo settore non tutto va bene: la produzione giornaliera odierna è di almeno 300.000 barili al giorno inferiore rispetto al massimo raggiunto nel primo decennio di questo secolo, quando la popolazione del paese contava 50 milioni di abitanti in meno. In un simile contesto è sempre più difficile per la classe dominante nigeriana fronteggiare le esplosioni del malcontento di un giovane proletariato che, forte del numero e della sua concentrazione, imboccherà risoluto la via della sua guerra sociale. Nella Nigeria indipendente si scontra il proletariato contro lo Stato dei borghesi  

Gran Bretagna - La stretta del Covid sulla classe operaia

Il Regno Unito è alle prese con la seconda ondata della pandemia di Covid-19. La gestione delle restrizioni sulla popolazione è stata lasciata alle amministrazioni decentrate in Scozia, Galles e in Irlanda del Nord, mentre l’Inghilterra resta sotto il controllo di Westminster.

Il primo blocco a marzo per limitare la diffusione della malattia ha chiuso tutte le attività e i servizi non essenziali. Il governo ha varato misure per concedere un sostegno ai lavoratori regolari licenziati, mentre anche molti padroni si sono affrettati a richiedere questo sussidio in base alla forza lavoro impiegata. Lo Stato avrebbe dovuto pagare l’80% dei salari, fino a un limite fisso, inizialmente fino alla fine di settembre, cosa poi prorogata fino alla fine di ottobre. Ma il ministro del tesoro ha dichiarato che il nuovo provvedimento non sarebbe stato così generoso, e che i licenziati avrebbero ricevuto solo i due terzi dei salari, per lo più pagati dallo Stato. Dopo le lamentele dei datori di lavoro, del Partito Laburista e dei sindacati, il contributo ai licenziati è stato esteso fino alla fine di marzo 2021.

Entro la fine dell’estate i licenziamenti erano già in atto nei settori delle linee aeree, turismo e della distribuzione, poiché il declino dell’attività economica ha portato al fallimento delle imprese. I licenziamenti e i disoccupati stavano aumentando a centinaia di migliaia.

I conservatori e i rappresentanti delle imprese hanno allora lamentato che il blocco nazionale era troppo restrittivo, in quanto alcune aree erano meno colpite dall’epidemia e dunque alcune imprese avrebbero potuto proseguire la propria attività. In seguito a queste lamentele è stato introdotto un approccio localizzato e decentrato riguardo agli spostamenti e ai contatti personali. Ognuno dei quattro Paesi del Regno Unito ha stabilito i propri livelli di restrizioni: l’Inghilterra ne ha tre, la Scozia cinque, il Galles ha optato per un coprifuoco di 17 giorni conclusosi di recente, mentre l’Irlanda del Nord è impegnata ad adottare sue severe misure.

In Inghilterra il sistema dei tre livelli è stato inizialmente applicato all’area della Grande Liverpool, rapidamente esteso al Lancashire centrale, a Manchester, poi, più in generale, a tutto il nord dell’Inghilterra. Londra e altre aree sono state spostate al secondo livello, seguite da altre regioni. Infine Westminster ha ordinato un altro lockdown nazionale di quattro settimane, finito il 2 dicembre.

A ciò in molte regioni si sono aggiunti i test di massa, in alcuni casi con la mobilitazione dell’esercito.

Il piano del governo di un sostegno fino a tutto marzo 2021 è stato accolto con entusiasmo da tutti i settori della classe capitalista, dalle imprese al Partito Laburista ai capi sindacali. Sono state stanziate ingenti somme per mantenere in piedi l’economia (soprattutto i padroni). È per il futuro delle imprese capitaliste che si preoccupano, mentre i lavoratori dovranno arrangiarsi. A pagare tutto, ciò nelle intenzioni del grande capitale, saranno il proletariato e la piccola borghesia. Ma il ministero del tesoro ha già suggerito un congelamento di tre anni delle retribuzioni nel settore pubblico, col pretesto che c’è stato un calo dei salari nel settore privato. Per rimettere in moto l’economia il piano è quello di spingere i disoccupati verso qualsiasi posto di lavoro.

Che fine farà la Brexit è tutt’altro che chiaro, ma la primavera vedrà forse un surriscaldamento, non certo solo del clima ma anche della lotta di classe.

Nurses Strike in Alberta

In response to the threat of privatizing 11,000 hospital jobs in Alberta, Canada, several thousand workers went on spontaneous strike on October 26, affecting 45 facilities in the province. The workers are members of the Alberta Union of Public Employees (AUPE): nurses, laboratory technicians, cleaners, cafeteria workers, and orderlies.

The United Nurses of Alberta (UNA) were in solidarity with the strike: “We encourage our members to join the picket lines of their striking colleagues and not to replace the workers of the AUPE on strike”, said the president of UNA.

The workers’ demands include staff increases, the revocation of public-sector health privatization plans, and no retaliation against strikers. In response to the strike, the government of Alberta, currently controlled by the United Conservative Party, has called for the dismissal of assistants and nurses and the reduction of doctors’ salaries.

On the evening of the strike, the Alberta Labor Relations Council ordered the “wild” strike to be stopped. AUPE executives said they would notify their members of the obligation to obey the directive.

The hospital strikes in Alberta are part of a fighting tradition in western Canada that goes back to the One Big Union, miners, and lumberjacks.

A joint organization of public-sector workers should be formed in Alberta. Teachers are now facing similar privatization threats. Postal and construction workers’ unions also recently conducted unannounced strikes.

Postal workers have organized themselves through networks of militants, both inside and outside the established union. Similar efforts by union militants to form worker coordinations would provide the basis for broader strikes.

The lesson of the wildcat postal strikes of 2016, which blocked Canadian post offices across the country – with solidarity pickets to circumvent laws that restrict striking – could be the basis for the growth of a united front from below to defend the interests of the working class.

Alta velocità

Tutta la canea del capitalismo, in ogni occasione in cui si scoprono le sue deformità, cerca di difenderlo addossando la colpa ad eventi naturali, o all’imponderabile, o alla fin fine agli operai. Per noi deterministi la colpa va ricercata nei rapporti di produzione. Lo conferma l’episodio del deragliamento del “Frecciarossa” nelle campagne di Lodi, nel quale hanno orribilmente perso la vita i due macchinisti.

Gli elementi riferiti dalla stampa circa le sue cause sono contraddittori. Sullo scambio si stavano eseguendo lavori di manutenzione programmata. Non avendoli terminati nelle ore notturne, le sole libere dal transito continuo dei treni, dalla mezzanotte alle quattro e mezza del mattino, gli operai della squadra, tutti esperti in quel tipo di intervento, hanno affermato che a fine turno avrebbero lasciato lo scambio bloccato in posizione normale.

Assicurano anche di aver interrotto l’alimentazione elettrica del motore di attuazione dello scambio: che dopo un’ora si presentasse in deviata non si può attribuire quindi ad un errato cablaggio interno dell’apparecchio, come ora si ipotizza (il che scaricherebbe le responsabilità penali e civili da Rete Ferroviaria Italiana al costruttore Alstom).

Nemmeno si spiega come dai sensori non sia arrivata nella cabina di controllo di Bologna l’indicazione di scambio in deviata, e il mancato segnalamento in linea e in cabina di guida, e il blocco automatico del treno.

Tutto questo al momento non si può sapere. Ma sicuramente ci sono state delle manchevolezze sia nella disposizione delle modalità delle manutenzioni sia nel controllo del buon funzionamento degli apparati di sicurezza e segnalazione.

Più in generale la causa deve essere individuata nella opposizione fra le necessità e l’importanza all’interno del sistema ferroviario fra la manutenzione e la circolazione, laddove la seconda gestione, quella che “rende”, tende sempre più a prevalere sulla prima. Si pretende sempre più di sveltire le manutenzioni e le riparazioni, fatti apparire secondari e da contenere per non pregiudicare la circolazione.

Ma quello che è il vero responsabile anche di questo disastro è la fretta, la folle angoscia del capitale di perder tempo: “il tempo è denaro”. Esasperata nella fase attuale di crisi è la necessità del capitale di riprodursi sempre più rapidamente.

La vera responsabilità dello svio del Frecciarossa l’ammette apertamente anche il confindustriale “Sole 24 Ore” (ad esagerare con i “tagli” poi ci rimettono!):
      «Sembra che nessuno abbia verificato, o, se qualcuno lo ha fatto, ha visto male la posizione del deviatore. Se fosse dimostrato, la spiegazione è la cattiva volontà: percorrere altri 500 metri nel freddo della notte a fine turno di lavoro può essere un dovere percepito come pesante.
      «Ma potrebbe anche essere accaduto per le pressioni indotte da un sistema che non può permettersi contrattempi: negli ultimi due anni le linee dell’Alta velocità si sono avvicinate alla saturazione, causando ritardi che ora si vuole evitare il più possibile per non compromettere l’immagine di un servizio che porta ricavi.
      «Quei 500 metri in più e la verifica sul deviatoio potrebbero essere stati considerati dai cinque tecnici o dai loro superiori come una perdita di tempo che avrebbe rischiato di mandare in ritardo anche il primo treno della giornata, con ripercussioni a catena sugli altri».

La storia della costruzione e dell’esercizio delle linee ferrate ha i suoi cicli, la sua epopea. Una rivoluzione che venne a sconvolgere la geografia economica di tutti i paesi, uno dopo l’altro del vecchio mondo, del nuovo, delle periferie. Per il capitalismo sono state uno sfogo di enormi investimenti e una corrispondente fonte di profitti, di speculazioni finanziarie e di rendite sui terreni attraversati.

Nel secondo dopoguerra, contemporaneamente alla imposizione della “motorizzazione di massa” e alla costruzione delle autostrade, il rendimento dell’esercizio ferroviario venne a declinare determinando dei crescenti passivi di bilancio, che gli Stati dovevano ripianare. Venuta meno, con la incipiente crisi, la possibilità degli Stati di sopperire ai passivi delle ferrovie, che era nell’interesse del sistema capitalistico nazionale nel suo insieme, si imponeva l’aumento notevole delle tariffe passeggeri. Questo avrebbe però reso le ferrovie non concorrenziali con l’aereo. L’investimento vi poteva ritrovare slancio solo con l’“Alta velocità”. Quindi si predispose, successivamente, in molti paesi di vecchio e nuovo capitalismo un vasto piano di costruzione di una rete nazionale di nuove linee con caratteristiche tali da consentire velocità maggiori ai convogli di trasporto di passeggeri.

Questa nuova infrastruttura spesso è venuta a colmare un irrazionale reale ritardo nelle vie di comunicazione nel capitalismo, venendo ad affiancare tortuosi tracciati di antica progettazione, come la Firenze-Roma, o a quadruplicare linee ormai sature.

Ma, e questa è un’altra causa di crisi, questo si è prodotto per l’effetto anarchico e caotico, e non pianificabile, della concorrenza fra i vari vettori: treni, aerei, auto, pullman, tutti volti ad accaparrarsi quote di mercato, laddove, secondo un elementare buonsenso, potrebbero, in una società non mercantile, armonizzarsi e interconnettersi fra loro in funzione delle loro diverse caratteristiche.

Ai “clienti”, che prima si chiamavano “passeggeri”, si è imposta così non solo l’utilità della nuova linea, ma anche l’Alta velocità. Tutti debbono correre; i treni a velocità “normale”, intorno ai 160 chilometri l’ora, non esistono più. Un altro falso bisogno creato dal capitalismo.

Fino a pochi decenni fa tutte le capitali d’Europa, e le maggiori città, erano collegate con i treni notturni della Compagnia dei Vagoni Letto: i “signori” vi cenavano conversando nella carrozza ristorante e dopo aver comodamente dormito vi tornavano la mattina per la colazione arrivando di buon tempo a destinazione. I proletari viaggiavano e dormivano, meno comodamente, sullo stesso treno.

Oggi, pagando tutti un biglietto “da signori”, a signori e a proletari fanno fare Roma-Milano in 3 ore, bloccati in una postazione da aereo. Ma poi “hanno tanto tempo libero”! per far cosa? per lavorare di più, naturalmente, e, alla fin fine, stancarsi, logorarsi di più. E chi ci guadagna?

È chiaro che ormai, come tutto il capitalismo, anche il sistema ferroviario per resistere alla caduta del saggio del profitto si deve fondare sulla dissennata e cieca esasperazione della velocità. Non solo la manutenzione è affidata ad un personale ridotto e senza adeguati riposi giornalieri e settimanali, ma deve esser fatta a notte fonda e di fretta: non è più possibile, come usava nelle gestioni precedenti, instradare temporaneamente i treni sull’altro binario, perché ciò comporterebbe un ritardo, ovvero la stesura di orari che li prevedano.

Per opporsi a queste stragi sul lavoro le classi lavoratrici hanno una sola via: la ripresa della lotta di classe in difesa della loro integrità fisica, contro ritmi stressanti e accorpamenti di mansioni, oltre che per un salario consono alle necessità e ai bisogni.

E domani, nel comunismo, andremo ragionevolmente “piano”, per riguadagnarci la vita e tutto, ma proprio tutto, il tempo della vita.