IL CORSO DEL CAPITALISMO MONDIALE
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Quasi dieci anni dopo l’ONU, anche l’OCSE ha abbandonato la presentazione degli indici della produzione industriale e manifatturiera per rendere manifesti esclusivamente gli andamenti del PIL, che rimane l’unico punto di riferimento a cui può fare riferimento un capitalismo parassitario e in decomposizione; ora conta solo un accumulo fittizio con la speculazione.
Gli Stati Uniti, impantanati in una deindustrializzazione che ha desertificato le regioni produttive che un tempo hanno fatto la prosperità del capitalismo americano, ora con un profondo deficit di bilancio statale e commerciale hanno smesso di seguire i principi del liberalismo. Questi principi, che hanno caratterizzato tutto il lunghissimo dopoguerra, sono ormai un modo di operare sul mercato mondiale non più adatto ai tempi di profonda crisi e scontro commerciale, finanziario e produttivo tra gli Stati, per appoggiarsi invece al puro rapporto di forza gettando il peso del proprio mercato nazionale sul mercato mondiale, però con l’ausilio di una forza militare ancora sovrastante.
La crisi del capitalismo mondiale va avanti sconvolgendo le regole e i rapporti di forza interimperialistici. Spinge gli Stati a uno scontro commerciale e in alcuni casi persino a un ricorso aperto alla violenza per ristabilire la loro supremazia. I casi dello scontro imperialistico Russia, USA ed Europa sono paradigmatici di questo processo verso lo scontro totale. Ma questo è un rimedio peggiore del male. La guerra interimperialista combattuta in Ucraina potrebbe rovinare più di una economia nazionale. Lo stesso vale per gli Stati Uniti: la politica economica intrapresa dal nuovo governo, lungi dal portare a una reindustrializzazione del Paese, può invece accelerare la crisi e portare a un rovinoso crollo finanziario.
Prima di prendere in esame questi punti più in dettaglio, presentiamo la nostra consueta panoramica della situazione economica. Ma questa sarà ridotta, poiché, come già detto, non si dispone più degli indici elaborati dall’OCSE. Ci siamo quindi rivolti agli indici elaborati da Eurostat, ma questi riguardano solo l’Europa. Tuttavia, hanno presentato dei problemi perché elaborano diversi tipi di indici, tra cui indici non convenzionali in cui l’incremento si riferisce al mese precedente, invece che allo stesso mese dell’anno precedente. Tra tutti questi indici, è stato necessario verificare quelli corretti confrontandoli con gli indici dell’OCSE.
Siamo riusciti a recuperare gli indici degli Stati Uniti, ma mancano quelli del Giappone, Regno Unito, India, Corea del Sud e dei paesi dell’America. Consideriamo gli andamenti dell’inflazione per gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina. La Cina presenta una curva quasi deflazionistica dall’aprile 2023, espressione della crisi di sovrapproduzione nella quale si sta trovando e che in questa fase si esprime con una guerra commerciale tra i principali costruttori di automobili.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dal maggio 2025 è verificato un leggero aumento dell’inflazione, che passa dal 2,4% al 2,9% in agosto. A causa dei pesanti dazi doganali imposti su un gran numero di prodotti importati, l’inflazione non potrà che aumentare. In una certa misura, le aziende straniere che esportano questi prodotti e le aziende americane che li importano dovranno ridurre loro profitti per non trasferire interamente il costo della tassa sui consumatori.
Tuttavia, con imposizioni che vanno, nel migliore dei casi dal 15% al 50% e al 100% nei peggiori, i prodotti importati dovranno aumentare il loro prezzo. Ci si deve quindi aspettare un’inflazione superiore al 3%. Attualmente l’inflazione media in Europa si è stabilizzata intorno al 2,4%. In linea di massima l’inflazione in Europa va da meno dell’1% per la Francia al 2,2% per la Germania. Al contrario, nel Regno Unito, che si trova al di fuori dell’Unione Europea, l’inflazione rimane molto alta, con tutte le difficoltà che produce al proletariato britannico, superando il 4%.
Guardando gli indici della produzione industriale degli Stati Uniti. Si evidenzia che dopo un periodo di depressione che va da marzo 2023 a novembre 2024, c’è una leggera ripresa con incrementi che si aggirano intorno all’1%: il punto più basso è dello 0,7% e quello più alto, nel gennaio 2025, dell’1,4%. Le tabelle sottostanti mettono in evidenza che, sulla base dei primi 8 mesi dell’anno, l’incremento è positivo con un modesto 0,8% rispetto al massimo raggiunto nel 2018, mentre nel 2024 era ancora negativo con un -0,4%. Tuttavia, questo recupero su sette mesi rimane molto modesto.
Incrementi della produzione industriale USA (valori percentuali)

Produzione manifatturiera USA (valori percentuali)

Un traino notevole alla produzione industriale è dato dall’estrazione mineraria, principalmente dall’estrazione di gas e petrolio da scisti. Se invece si fa riferimento alla produzione manifatturiera, i dati indicano che è ancora al di sotto del massimo del 2007 con un -7,6%. In altre parole, da 18 anni la produzione manifatturiera negli Stati Uniti, come in altri grandi paesi imperialisti, non è uscita dalla recessione del 2008-2009; e ci sono poche possibilità che il governo degli Stati Uniti possa fare qualcosa al riguardo.
Per quel che riguarda la Germania, un altro grande paese imperialista, anche se si tratta di una potenza media come gli altri paesi europei, dal 2019 è piena recessione, con incrementi che vanno dal -3,4% nel 2019 al -4,7% nel 2024. L’andamento degli incrementi mensili evidenzia una lunga depressione con un leggero miglioramento negli ultimi mesi, con un incremento positivo del 2,1% nel luglio 2025. Ma il confronto di questo incremento con quello di luglio 2024, quando la produzione era scesa del 5,4% su base annua, mostra che la produzione è ancora in recessione. E la situazione non è destinata a cambiare, se si considera che dall’inizio dell’anno l’industria ha perso 114 mila posti di lavoro. I principali settori dell’industria tedesca, l’industria chimica, le macchine utensili e il settore automobilistico, sono sottoposti a forti pressioni a causa della concorrenza cinese e delle tasse americane. È il cuore dell’industria tedesca a essere colpito e l’industria automobilistica tedesca, come quella degli altri paesi europei, rischia di scomparire.
Il nuovo governo tedesco vuole rilanciare la produzione industriale grazie a importanti lavori infrastrutturali, in particolare nel settore dei trasporti. Anni di risparmi in questo settore hanno portato la Germania ad avere infrastrutture non solo obsolete ma anche inefficienti. L’antica precisone teutonica degli orari per i treni non c’è più, e la situazione è peggiore che in Italia, che per altro ha segnato un miglioramento negli ultimi anni. Anche il sottosistema delle infrastrutture di comunicazione mostra dei problemi; il mancato allargamento alla fibra ottica mantenendo la connessione su doppino di rame evidenzia un mediocre funzionamento della connessione internet. D’altro canto il governo tedesco è poco indebitato rispetto agli altri paesi europei, e quindi ha un margine di manovra molto più ampio n questo senso e può quindi mettere in opera ingenti investimenti. La crisi militare in Europa e le necessità del riarmo da parte degli Stati federati nella Nato è arrivata al momento più opportuno; l’indicazione del governo di aumentare il bilancio militare sarà utilizzata anche come stimolo per l’industria tedesca.
Anche l’Italia è in recessione dal 2019. L’ultimo indice per il 2024 indica un -3%. La situazione è ancora più critica se si guarda agli andamenti pregressi Si nota tuttavia un leggero miglioramento dal febbraio 2025, però gli incrementi rimangono negativi, ovvero la produzione continua a diminuire, ma in misura minore. Le tasse di Trump non possono che aggravare la situazione.
Ultima della serie, la Francia. Apparentemente la situazione è migliore; invece di essere in una vera e propria recessione, si registra una quasi stagnazione: +0,2% nel 2022 al +0,6% nel 2023 e nuovamente +0,2% nel 2024. E se si calcola la media degli indici dei primi sette mesi del 2025, si ottiene un +0,4%. Tuttavia, proprio come per gli altri paesi europei, la produzione è nettamente inferiore al massimo raggiunto nel 2007: -11,5% per il 2024 e -10% per il 2025, ma solo su 7 mesi. Se i 5 mesi successivi saranno negativi, la produzione tornerà al livello del 2024, o addirittura più in basso.
La tabella seguente, compilata sulla base delle statistiche Eurostat, mostra gli incrementi dei diversi paesi dell’Unione Europea, più la Turchia, dal 2019 al 2024. Le ultime due colonne indicano gli incrementi del 2024 rispetto al 2018 e al 2007. Si prendano in considerazione in particolare le ultime due colonne. Si nota che tutti i vecchi paesi capitalisti hanno una produzione nettamente inferiore al massimo raggiunto nel 2007 e anche rispetto al 2018: dopo la grande recessione, i due anni di ripresa sono stati il 2017 e il 2018. Tra i vecchi paesi imperialisti, solo il Belgio fa eccezione grazie al dinamico capitalismo delle Fiandre.
Incrementi percentuali della produzione industriale 2019-2024

I paesi dell’Est hanno quasi tutti tassi di crescita elevati e rispetto al 2007 abbiamo: Polonia +97,3%; Lituania +66%; Estonia +37,7%; Lettonia +23,3%. Un altro paese europeo si distingue, sorprendentemente la Danimarca con +34,1%. Bisognerà approfondire per capirne il motivo. La Norvegia registra un +10% rispetto al 2018, ma un -5,5% rispetto al 2007, eppure è un importante produttore di gas in Europa. Rimane un paese non europeo, la Turchia, che registra un significativo incremento dell’111%. Si tratta di un capitalismo giovane che è diventato imperialista nel senso di Lenin.
In ultimo qualche dato sul commercio internazionale. Le esportazioni dei principali paesi imperialisti sono state tabulate dal giugno 2024 al luglio 2025. La Cina si distingue dagli altri con incrementi che possono arrivare fino al 12,5%. Tuttavia, negli ultimi mesi è scesa per ritrovarsi nella media degli altri paesi con incrementi che vanno dal 4,5% al 7,1%. La maggior parte dei paesi ha registrato incrementi negativi fino al mese di febbraio 2025. A partire da maggio 2025 tutti escono dalla recessione, gli incrementi tornano ad essere positivi, alcuni superano la Cina, altri si collocano leggermente al di sotto, mentre gli incrementi della Cina rappresentano la media. Si deve precisare che questi dati sono espressi in dollari costanti, e dunque non si tiene conto dell’inflazione.
CONCLUSIONE
L’attuale governo americano, in linea con il precedente, mira a reindustrializzare gli Stati Uniti e a ridurre il deficit commerciale. A tal fine, intende usare il bastone e giocare sulla svalutazione della moneta, credendo che la diminuzione delle tasse alla grande borghesia la incoraggerà a investire, il che è una illusione. Gli industriali effettuano investimenti produttivi solo se sono sicuri di poter trarre profitto dalla vendita delle loro merci, ma il mercato americano e quello mondiale sono già saturi.
Per sovvenzionare la riduzione delle tasse, il governo Trump ha bisogno di tassare i prodotti importati, ma il deficit dello Stato federale supera di gran lunga il gettito che ne potrà derivare. E la riduzione delle tasse non fa che aggravare la situazione. Il debito pubblico americano sta diventando davvero colossale, raggiungendo oggi almeno i 36.000 miliardi di dollari. Di conseguenza, di anno in anno, il fabbisogno finanziario dello Stato federale sta diventando esponenziale. Allo stesso tempo, la politica economica dell’attuale amministrazione sta minando la fiducia nel dollaro che, dalla fine della seconda guerra mondiale, è alla base del sistema finanziario mondiale. Per rendere più competitiva l’industria manifatturiera, il governo spinge al ribasso il dollaro, che dall’inizio dell’anno si è svalutato di circa il 10% rispetto a un paniere di valute di riferimento. Ciò si traduce in un calo del 10% dei titoli di Stato americani detenuti da stranieri. Tuttavia, negli ultimi 10-15 anni, il possesso di titoli del Tesoro da parte di stranieri è in calo: dal 60% prima della grande crisi del 2008-2009, è sceso al 30% attuale.
La politica economica americana non fa che accentuare questa sfiducia. Si è evidenziato durante la piccola crisi di aprile, quando il dollaro non ha svolto il suo ruolo di valuta rifugio mentre gli asset a rischi entravano in sofferenza sul mercato azionario. E per la prima volta si è verificata una fuga di capitali, esattamente come nei paesi in via di sviluppo durante una crisi. Per evitare l’aumento dei tassi di interesse sui prestiti a lungo termine, che operano come riferimento per gli interessi sul debito, lo Stato ricorre sempre più spesso a prestiti a breve termine. Ciò rende ancora più rischiose le operazioni di prestito, poiché devono essere rinnovate più spesso con importi sempre crescenti.
Con queste premesse arriverà un momento in cui lo Stato americano non sarà più in grado di rinnovare il proprio debito sul mercato mondiale. Lo Stato federale si troverà quindi in bancarotta si produrrà necessariamente un gigantesco crollo obbligazionario, che si estenderà a tutte le nazioni e l’immenso castello di carte finanziario crollerà. Le banche centrali cercheranno di intervenire come nel 2008-2009, ma alla fine di questo sconvolgimento non riusciranno a riprendere in mano la situazione.
Il futuro del capitalismo è una crisi peggiore di quella del 1929. E ne potrà venir fuori soltanto con una nuova terribile guerra mondiale che dovrà distruggere tutte le eccedenze, pareggiare tutti i conti in sospeso e ridefinire i “confini del mondo”.
Ma questa non è la soluzione per il proletariato, e per l’umanità tutta. Il futuro dell’umanità non dovrà essere questo, è la certezza nostra. La vecchia Talpa continua inesorabilmente il suo grande lavoro di scavo per riportare sul binario della rivoluzione il proletariato mondiale!